Sante Messe in rito antico in Puglia

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lunedì 5 settembre 2022

La grotta di San Gregorio Magno, ovvero di San Michele in Monte Laureto a Putignano (BA)

Di Vito Abbruzzi

A cura di Deodata Cofano

Il 3 settembre (12 marzo nel calendario tradizionale) la Chiesa fa memoria di San Gregorio Magno, nato verso il 540 dalla famiglia senatoriale degli Anici e Papa dal 03 settembre del 590 al 12 marzo del 604. E’ uno dei più grandi Papi della storia, dottore della Chiesa, iniziatore del potere temporale della Chiesa e, in particolare, fu lui che riformò la liturgia della Chiesa Romana  e raccolse e ordinò i canti sacri che presero il nome di Canti gregoriani.

 

La sua appartenenza ad una delle famiglie senatoriali più importanti di Roma, lo lega alla grotta di San Michele in Monte Laureto a Putignano (BA).

Infatti, la grotta (e il territorio circostante ad essa) sarebbe appartenuta alla famiglia Anicia e fatta consacrare da San Gregorio Magno all'indomani della sua salita al soglio pontificio, esattamente nel 591.

(In questo bellissimo video troverete presentazione e visita del Santuario rupestre dedicato al culto di San Michele Arcangelo in Monte Laureto, a Putignano. Situato su una collina distante circa 3 chilometri dall'abitato. Dal 912 al 1045, ha ospitato inizialmente i monaci Cluniacensi e in seguito i Benedettini. Oggi, grazie alla passione di volontari laici, la grotta è aperta alle visite e alla preghiera)


Sappiamo benissimo la devozione del santo Papa all'Arcangelo Michele, al quale fece dedicare l'anno stesso della sua elezione il mausoleo di Adriano, famoso, appunto, come "Castel Sant'Angelo".

E sappiamo pure quanto egli tenesse molto a cristianizzare nella penisola italica quei luoghi ancora interessati dai culti pagani.

Si dice che proprio la nostra grotta di Putignano fosse dedicata al dio Apollo, motivo per cui San Gregorio si preoccupò sin da subito del suo pontificato di farla consacrare a San Michele. E a questo scopo avrebbe incaricato il generale Tulliano, di stanza a Siponto con le sue truppe.

A conferma di questo lo stesso nome del comune di Putignano, tra le cui diverse etimologie ci sarebbe anche quella di "puteum Tullianum", a ricordo del "gran pozzo, che vi scavò Tulliano, [...] essendo quà venuto [...] colle armi di Siponto a costruire Barsento e S. Michele; avesse voluto donare di una vasta cisterna la buona gente che l'accolse e prestossi devota ai lavori delle badie, imponendo e alla cisterna ed ad al paese il suo nome". A dircelo è Pietro Gioja, nelle sue "Conferenze istoriche sulla origine e su i progressi del comune di Noci in Terra di Bari" (Napoli 1842, pag. 149), avvalorando la tesi del Sarnelli, "dotto in archeologia" (ivi).

Ma anche anche l'origine del nome Putignano "da Apollo Pithunis (uccisore del serpente Pitone) da cui deriverebbe Pethunianum. Ciò per via della presunta presenza di un santuario di Apollo all'interno di una grotta presso Monte Laureto, un alto colle nell'agro putignanese". Dato confermato dalla splendida scultura lapidea di San Michele, firmata dall'eccezionale Stefano da Putignano, posta all'interno della omonima grotta di Monte Laureto.

Il San Michele ivi raffigurato ha tutti gli stilemi del dio Apollo. E sarebbe - a giudizio degli esperti - la sua opera più bella.

Quindi parliamo di una grotta-santuario davvero importante, sebbene meno conosciuta rispetto ad altri luoghi analoghi dedicati a San Michele; l'unica, a mio modesto parere, che può vantare l'ex aequo con quella più famosa di Monte Sant'Angelo.

Non poche analogie tra le due. Per storia, arte, fede. Addirittura la grotta di Monte Laureto è, pur di poco, più ampia e più spaziosa di quella del Gargano. E ha un'acustica perfetta.

Inoltre è in una posizione baricentrica da un punto di vista geografico: un passaggio ineludibile per gli spostamenti dalla sponda adriatica a quella jonica, e viceversa, attraversando la Murgia barese-tarantina. E, dunque, non solo una tappa quasi obbligata, ma un punto di convergenza provenendo dalle varie località della Puglia centro-meridionale. Lo capiamo grazie agli innumerevoli toponimi, cappelle, edicole dedicati a San Michele.

Perciò, non resta che andare a visitare e, soprattutto, a pregare il  "gloriosissimo Principe delle celesti milizie, Arcangelo San Michele" nella grotta-santuario a Lui dedicata in Monte Laureto a Putignano: un effetto davvero sorprendente e un senso di meraviglia ogni volta che ci si va.

domenica 8 maggio 2022

8 maggio: festa della Beata Vergine Maria del Rosario di Pompei e dell'Apparizione di S. Michele sul Monte Gargano









"Io sono l’Arcangelo Michele e sto sempre alla presenza di Dio. La grotta è a me sacra. E poiché ho deciso di proteggere sulla terra questo luogo ed i suoi abitanti, ho voluto attestare in tal modo di essere di questo luogo e di tutto ciò che avviene patrono e custode. Là dove si spalanca la roccia possono essere perdonati i peccati degli uomini. Quel che sarà qui chiesto nella preghiera sarà esaudito".






lunedì 13 aprile 2020

Il ‘Regina coeli’: preghiera del tempo di Pasqua e della fine delle pestilenze

Secondo la tradizione questa antifona mariana, che sostituisce l’Angelus dal Sabato Santo al Sabato precedente la Domenica della Santissima Trinità, venne cantata dagli Angeli per annunziare a San Gregorio Magno che allora stava conducendo una processione penitenziale la cessazione di una fiera pestilenza (vedi qui). Già recitata nella Chiesa – basti pensare alla menzione che ne fa l’Alighieri nel XXIII canto del Paradiso – e copiosamente arricchita di sante indulgenze, fu consacrata come antifona del tempo pasquale da Benedetto XIV (così ci ricorda Radiospada, 12.4.2020).
Gregorio di Tours, nell’Historiae Francorum (liber X, 1) e Iacopo di Varazze, nella Legenda Aurea, in effetti, raccontano il memorabile prodigio della cessazione della peste del 590 d.C. all’epoca del grande S. Gregorio Magno in modo incalzante e accorato: «Durante la processione, in una sola ora erano morte ben ottanta persone, ma papa Gregorio non smetteva di incoraggiare ad andare avanti con fede. Man mano che il corteo si avvicinava a San Pietro, l’aria diventava più leggera e salubre. Giunti al ponte che collegava la città al Mausoleo di Adriano, allora chiamato Castellum Crescentii, d’improvviso scesero dal cielo schiere di angeli che cantavano quelle che sarebbero diventate le parole del Regina Coeli, l’antifona che in tempo pasquale sostituisce l’Angelus e saluta Maria Regina per la risurrezione del Salvatore: “Regina Coeli, laetare, Alleluja – Quia quemmeruisti portare, Alleluja – Resurrexit sicut dixit, Alleluja!”.
San Gregorio rispose: “Ora pro nobis rogamus, Alleluja!”. Gli angeli planarono ancora più in basso per galleggiare sulle teste dei presenti e infine circondare il dipinto di Maria. Gregorio guardò in alto e sulla cima del castello vide la grande figura armata dell’Arcangelo mentre asciugava la spada dal sangue e la riponeva nel fodero. La peste era finita» (M. Milvia Morciano, Quando san Michele arcangelo apparve a Roma e fermò la peste, in Vatican News, 20.3.2020).
Per nostra edificazione rilanciamo questo contributo del prof. De Mattei.






Pieter Paul Rubens, Cristo trionfante sulla morte e sul peccato, 1616, Musée des Beaux-Arts, Strasburgo

San Gregorio Magno e il Coronavirus del suo tempo

di Roberto de Mattei


Un alone di mistero avvolge il Coronavirus, o Covid-19, di cui non conosciamo né l’origine, né i reali dati di diffusione, né le possibili conseguenze. Ciò che però sappiamo è che le pandemie sono sempre state considerate nella storia come flagelli divini e che l’unico rimedio che la Chiesa ha opposto ad esse è stata la preghiera e la penitenza. Così accadde a Roma nell’anno 590, quando Gregorio della famiglia senatoriale della gens Anicia, fu eletto Papa con il nome di Gregorio I (540-604).
L’Italia era sconvolta da malattie, carestie, disordini sociali e dall’onda devastatrice dei Longobardi. Tra il 589 e il 590, una violenta epidemia di peste, la terribile luesinguinaria, dopo aver devastato il territorio bizantino ad Oriente e quello dei Franchi ad Occidente, aveva seminato morte e terrore nella penisola e si era abbattuta sulla città di Roma. I cittadini romani interpretarono questa epidemia come un castigo divino per la corruzione della città. La prima vittima mietuta a Roma dalla peste fu papa Pelagio II, che morì il 5 febbraio 590 e fu sepolto in San Pietro. Il clero e il senato romano elessero come suo successore Gregorio che, dopo essere stato praefectus urbis, viveva nella sua cella monacale sul monte Celio. Dopo essere stato consacrato il 3 ottobre 590, il nuovo Papa affrontò subito il flagello della peste. Gregorio di Tours (538-594), che fu contemporaneo e cronista di quegli eventi, racconta che in un memorabile sermone pronunciato nella chiesa di Santa Sabina, Gregorio invitò i romani a seguire, contriti e penitenti, l’esempio degli abitanti di Ninive: «Guardatevi intorno: ecco la spada dell’ira di Dio brandita sopra l’intero popolo. La morte improvvisa ci strappa dal mondo, senza quasi darci un minuto di tempo. In questo stesso momento, oh quanti son presi dal male, qui intorno a noi, senza neppure potere pensare alla penitenza».
Il Papa esortò quindi a sollevare lo sguardo a Dio, il quale permette tali tremendi castighi al fine di correggere i suoi figliuoli e, per placare la collera divina, ordinò una «litania settiforme», cioè una processione dell’intera popolazione romana, divisa in sette cortei, secondo il sesso, l’età e la condizione. La processione mosse dalle varie chiese di Roma verso la Basilica Vaticana, accompagnando il cammino con il canto delle litanie. È questa l’origine delle cosiddette Litanie maggiori della Chiesa, o rogazioni, con cui preghiamo Dio di difenderci dalle avversità. I sette cortei muovevano attraverso gli edifici dell’antica Roma, a piedi nudi, a passo lento, il capo coperto di cenere. Mentre la moltitudine percorreva la città, immersa in un silenzio sepolcrale, la pestilenza arrivò al punto tale di furore che, nel breve spazio di un’ora, ottanta persone caddero a terra morte. Ma Gregorio non cessò un attimo di esortare il popolo perché continuasse a pregare e volle che dinanzi al corteo fosse portato il quadro della Vergine conservata in Santa Maria Maggiore e dipinta dall’evangelista san Luca (Gregorio di Tours, Historiae Francorum, liber X, 1, in Opera omnia, a cura di J.P. Migne, Parigi 1849 p. 528).
La Leggenda aurea, di Jacopo da Varazze, che è un compendio delle tradizioni trasmesse dai primi secoli dell’era cristiana, racconta che man mano che la sacra immagine avanzava, l’aria diventava più sana e limpida ed i miasmi della peste si dissolvevano, come se non potessero sopportarne la presenza. Si era giunti al ponte che unisce la città al Mausoleo di Adriano, conosciuto nel Medioevo come Castellum Crescentii, quando improvvisamente si udì un coro di angeli che cantavano: «Regina Coeli, laetare, Alleluja – Quia quemmeruisti portare, Alleluja – Resurrexit sicut dixit, Alleluja!». Gregorio rispose ad alta voce: «Ora pro nobis rogamus, Alleluja!». Nacque così il Regina Coeli, l’antifona con cui nel tempo pasquale la Chiesa saluta Maria Regina per la risurrezione del Salvatore. Dopo il canto, gli Angeli si disposero in cerchio intorno al quadro della Madonna e Gregorio, alzando gli occhi, vide sulla sommità del Castello un Angelo che, dopo avere asciugato la spada grondante di sangue, la riponeva nel fodero, in segno del cessato castigo. «Tunc Gregorius vidi super Castrum Crescentii angelum Domini qui glaudium cruentatum detergens in vagina revocabat: intellexit que Gregorius quod pestisilla cessasset et sic factum est. Unde et castrum illud castrum Angeli deinceps vocatum est». Comprese Gregorio che la peste era finita e così avvenne: e quel castello fu d’allora in poi chiamato il Castello dell’Angelo (Iacopo da Varazze, Legenda aurea, Edizione critica a cura di Giovanni Paolo Maggioni, Sismel-Edizioni del Galluzzo, Firenze 1998, p. 90).
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Papa Gregorio I fu canonizzato e proclamato Dottore della Chiesa, ed entrò nella storia con l’appellativo di “Magno”. Dopo la sua morte i romani cominciarono a chiamare la Mole Adriana “Castel Sant’Angelo” e, a ricordo del prodigio, posero in cima al castello la statua di san Michele, capo delle milizie celesti, in atto di rinfoderare la spada. Ancora oggi nel Museo Capitolino è conservata una pietra circolare con le impronte dei piedi che, secondo la tradizione, sarebbero state lasciate dall’Arcangelo quando si fermò per annunciare la fine della peste. Anche il cardinale Cesare Baronio (1538-1697), considerato per il rigore della sua ricerca uno dei più grandi storici della Chiesa, conferma l’apparizione dell’Angelo alla sommità del castello (Odorico Ranaldi, Annali ecclesiastici tratti da quelli del cardinal Baronio, anno 590, Appresso Vitale Mascardi, Roma 1643, pp. 175-176).
Osserviamo solo che se l’Angelo, grazie all’appello di san Gregorio, rinfoderò la spada, vuol dire che essa era stata prima sguainata per punire i peccati del popolo romano. Gli Angeli sono infatti gli esecutori dei castighi divini dei popoli, come ci ricorda la drammatica visione del Terzo segreto di Fatima, esortandoci al pentimento: «un Angelo con una spada di fuoco nella mano sinistra; scintillando emetteva grandi fiamme che sembrava dovessero incendiare il mondo intero; ma si spegnevano al contatto dello splendore che Nostra Signora emanava dalla sua mano destra verso di lui: l’Angelo, indicando la terra con la mano destra, con voce forte disse: Penitenza, Penitenza, Penitenza!».
La diffusione del Coronavirus ha un qualche rapporto con la visione del Terzo Segreto? Il futuro ce lo dirà. Ma l’appello alla penitenza resta la prima urgenza della nostra epoca e il primo rimedio per assicurarci la nostra salvezza, nel tempo e nell’eternità. Le parole di san Gregorio Magno devono risuonare ancora nei nostri cuori: «Cosa diremo degli avvenimenti terribili di cui siamo testimoni se non che sono preannunci dell’ira futura? Pensate dunque fratelli carissimi, con estrema attenzione a quel giorno, correggete la vostra vita, mutate i vostri costumi, sconfiggete con tutta la vostra forza le tentazioni del male, punite con le lacrime i peccati compiuti» (Omelia prima sui Vangeli, in Il Tempo di Natale nella Roma di Gregorio Magno, Acqua Pia Antica Marcia, Roma 2008, pp. 176-177).
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È di queste parole, non del sogno dell’Amazzonia felix, che avrebbe oggi bisogno la Chiesa, che appare oggi come la descriveva san Gregorio ai suoi tempi: «Nave vetusta e terribilmente squarciata; dappertutto infatti entrano i flutti e le tavole marcite; squassate dalla violenta e quotidiana tempesta, fanno presagire il naufragio (Registrum I, 4 ad Ioann. episcop. Constantinop.)». Ma allora la Divina Provvidenza suscitò un nocchiero che, come afferma san Pio X, «tra l’imperversare dei marosi seppe non solo toccare il porto, ma anche mettere al sicuro la nave dalle tempeste future» (Enciclica Jucunda sane del 12 marzo 1904).

sabato 13 ottobre 2018

Il 13 ottobre, e non il 29 giugno, data del martirio del beato Pietro Apostolo?

Negli anni scorsi abbiamo già fatto cenno a quest’ipotesi, tutt’altro che peregrina (v. qui e qui).
E perché no???
Del resto, nella storia della nostra fede, questa data è densa di significati.
Il 13 ottobre 1884 il Sommo Pontefice Leone XIII ebbe la celebre visione dei demoni sulla città di Roma, che lo indusse a scrivere la famosa invocazione a S. Michele, principe delle milizie celesti.
Un altro 13 ottobre, 33 anni dopo, ci fu alla Cova di Iria, presso Fatima, in Portogallo, il celebre miracolo del sole.
Un altro 13 ottobre, all’inizio del centenario di Fatima, nel 2016, poi, la statua di Lutero faceva il suo ingresso solenne nell’Aula Nervi, in Vaticano, entrando nel “recinto di Pietro”!
Il 13 ottobre una data significativa. Dunque. E densa di significati.
Rilanciamo, quindi, questo contributo di un nostro amico ed affezionato lettore su questo tema. 

Sulle orme della Guarducci alla scoperta della data del martirio di san Pietro

di Giuliano Zoroddu


La Chiesa celebra la festa dei santi Apostoli Pietro e Paolo il 29 giugno. Recita il Martirologio Romano: “A Roma il natale dei santi Apostoli Pietro e Paolo, i quali patirono nello stesso anno e nello stesso giorno, sotto Nerone Imperatore. Il primo di questi, nella medesima Città, crocifisso col capo rivolto verso la terra, e sepolto nel Vaticano presso la via Trionfale, è celebrato con venerazione di tutto il mondo; l’altro decapitato e sepolto sulla via Ostiense, è venerato con pari onore”. Se il “medesimo giorno” è il 29 giugno (Tértio Kaléndas Júlii), il “medesimo anno” è un po’ più difficile da individuare perché si va dall’anno 64 all’anno 67. La tradizione ecclesiastica ha fatto suo quest’ultimo: “Simon Pietro … venne a Roma e quivi tenne per venticinque anni la cattedra sacerdotale, fino all’ultimo anno di Nerone, cioè il decimo quarto”[1] precisamente, sempre secondo san Girolamo, due anni dopo la morte di Seneca, occorsa nell’aprile del 65[2]. In base a questi dati, il martirio del Pescatore di Betsaida, costituito da Gesù capo visibile dei suoi discepoli, sarebbe avvenuto fra il 13 ottobre del 67 (inizio del quattordicesimo anno d’impero di Nerone) e il 9 giugno del 68 (giorno della sua morte). E infatti Pio IX e anche Paolo VI hanno celebrato il diciottesimo e il diciannovesimo centenario del martirio dei Principi degli Apostoli rispettivamente nel 1867-1868 e nel 1967-1968. A fronte tuttavia di questa tradizione, che ovviamente non afferisce al dogma della fede, vi è tuttavia dibattito fra gli studiosi, fra i sostenitori del 64, fra quelli del 65, del 67 o del 68, fra coloro che fanno coincidere l’anno del martirio di Pietro e del martirio di Paolo e coloro che invece scindono i due martìri, assegnano ad ognuno varie date. L’unica cosa certe che Pietro (come Paolo) fu ucciso per la fede sotto il regno di Nerone (13 ottobre 54 – 9 giugno 68) Non teniamo in considerazioni i negatori della storicità di questi martìri, perché, prendendo a prestito le parole dell’Harnack e del Cullman (protestanti), trattasi semplicemente di pregiudizi anticattolici.


Però vi è una studiosa che non solo ha la sua opinione sull’anno del martirio, ma che sul mese e sul giorno. La studiosa è la compianta Margherita Guarducci (1902 – 1999), grande epigrafista, indissolubilmente legata alla individuazione della tomba e delle reliquie di san Pietro, autrice, fra le altre eccellenti opere, del saggio “La data del Martirio di San Pietro” del 1968 (La Parola del Passato, CXIX, Marzo-Aprile 1968, pp. 81-115)[3]. Vediamo di riassumere esaustivamente la tesi di questa dottissima Maestra.


Noi sappiamo che il massacro che Nerone fece dei Cristiani della Chiesa Romana seguì l’incendio che devastò l’Urbe dal 18 al 27 luglio del 64. Le fonti storiche più antiche a riguardo sono  gli Annali di Tacito e la Lettera di Papa san Clemente Romano ai Corinzi (datata al 95/96), che ci parlano della grande moltitudine di coloro che Nerone fece uccidere durante macabri spettacoli.
Tacito, Annales, XV, 44, 6-9: “Nessuno sforzo umano, nessuna elargizione dell’imperatore o sacrificio degli dei riusciva ad allontanare il sospetto che si ritenesse lui il mandante dell’incendio. Quindi, per far cessare la diceria, Nerone si inventò dei colpevoli e colpì con pene di estrema crudeltà coloro che, odiati per il loro comportamento contro la morale, il popolo chiamava Cristiani. Colui al quale si doveva questo nome, Cristo, nato sotto l’impero di Tiberio, attraverso il procuratore Ponzio Pilato era stato messo a morte; e quella pericolosa superstizione, repressa sul momento, tornava di nuovo a manifestarsi, non solo in Giudea, luogo d’origine di quella sciagura, ma anche a Roma, dove confluisce e si celebra tutto ciò che d’atroce e vergognoso giunge da ogni parte del mondo. Quindi dapprima vennero arrestati coloro che confessavano, in seguito, grazie alle testimonianze dei primi, fu dichiarato colpevole una grande moltitudine di persone non tanto per il crimine di incendio, quanto per odio nei confronti del genere umano. E furono aggiunti anche scherni per coloro che erano destinati a morire, che, con la schiena ricoperta di belve, morissero dilaniati dai cani, o che fossero crocefissi o dati alle fiamme e, tramontato il sole, utilizzati come torce notturne. Per quello spettacolo Nerone aveva offerto i suoi giardini ed allestiva uno spettacolo al circo, confuso fra la folla in abito da auriga o salendo su una biga. Quindi, benché le punizioni fossero rivolte contro colpevoli ed uomini che si meritavano l’estremo supplizio, sorgeva una certa compassione nei loro confronti, come se i castighi non fossero stati inflitti per il bene pubblico, ma per la crudeltà di un solo uomo”.
Clemente, I Cor, V-VI: “Per invidia e per gelosia le più grandi e giuste colonne furono perseguitate e lottarono sino alla morte. Prendiamo in considerazione i buoni apostoli. Pietro per l’ingiusta invidia non una o due, ma molte fatiche sopportò, e così, dopo aver reso testimonianza, s’incamminò verso il meritato luogo della gloria. Per invidia e discordia Paolo mostrò il premio della pazienza. Per sette volte portando catene, esiliato, lapidato, fattosi araldo nell’Oriente e nell’Occidente, ebbe la nobile fama della fede. Dopo aver predicato la giustizia a tutto il mondo, giunto al confine dell’occidente e resa testimonianza davanti alle autorità, lasciò il mondo e raggiunse il luogo santo, divenendo il più grande modello di pazienza. Intorno a questi uomini che piamente si comportarono si raccolse una grande moltitudine di eletti, i quali, dopo aver sofferto per la gelosia molti oltraggi e tormenti, divennero fra noi bellissimo esempio. Per gelosia perseguitate, donne Danaidi e Dirci, dopo aver sopportato oltraggi terribili ed empi, si misero sulla sicura via della fede, esse che fisicamente erano deboli”.


Dai questi due tesi, in relazione fra loro,  la Guarducci deduce:
1. che il martirio di Pietro, di Paolo e della gran moltitudine di cristiani e cristiane sia avvenuto nel 64, essendo gli altri anni occupati dalla repressione della Congiura dei Pisoni e di altri (65-estate 66), dalla incoronazione di Tiridate re d’Armenia (settembre 66), dal viaggio in Grecia di Nerone (66-68);
2. che sia avvenuto nei giardini di Nerone e nel Circo lì esistente, a motivo del fatto che questo era l’unico risparmiato dalle fiamme e che il martirio di Pietro è strettamente legato al Vaticano, come dimostra la presenza della sua tomba e del luogo di culto sovrastante.
L’anno quindi è per la Nostra il 64, l’unico in cui Nerone avrebbe potuto partecipare alle corse svoltesi durante i sanguinosi spettacoli. Ma in che mese? Cediamole la parola: “Ci troviamo, in ogni modo, dopo il 28 luglio, giorno in cui l’immane incendio si estinse. Bisognerà anzitutto escludere un paio di mesi dopo il disastro, per dare il tempo necessario alle prime opere di soccorso, alle prime iniziative per il riassetto di Roma, alle suppliche religiose, non che alle mormorazioni contro l’imperatore che il popolo riteneva colpevole del flagello Si giunge così alla fine di settembre o ai primi di ottobre. D’altra parte bisogna escludere anche gli ultimi due mesi dell’anno, non propizi allo svolgimento di spettacoli all’aperto […] il periodo più probabile ci appare la prima metà di ottobre”[4].
E di questa prima metà del mese, imporporata dai Protomartiri Romani caduti vittima delle fantasie sanguinarie di Nerone e Tigellino, la Guarducci individua anche il giorno preciso del martirio di san Pietro: il 13 ottobre. Su cosa basa tanta sicurezza? Su due dati:
1. le profezie post eventum contenute negli apocrifi Ascensione di Isaia e Apocalisse di Pietro (I-II secolo d.C.) che ci forniscono dati cronologici più che esatti;
2. il fatto che il 13 ottobre del 64 fosse il decimo dies imperii di Nerone, il quale era salito al trono dopo l’avvelenamento del padre adottivo Claudio, appunto il 13 ottobre del 54.
I due testi apocrifi citati “profetizzano” al principe matricida, figlio dell’Ade, reo di aver ucciso Pietro e gli altri discepoli del Signore, che, dopo lo spargimento del sangue di Pietro e degli altri discepolo, avrebbe regnato solamente altri “1332 giorni”. E tornando a ritroso dal 9 giugno 68, giorno in cui Nerone finì ingloriosamente i suoi giorni, si arriva alla data del 13 ottobre 64, decimo anniversario della sua ascesa al trono. Un giorno sacratissimo, solennizzato con sacrifici e spettacoli cruenti: il sangue versato, si credeva, avrebbe giovato ai vivi. E nel caso delle feste per il genetliaco (dies natalis) o l’ascesa al trono (dies imperii) il vivo era un vivo particolare: l’Imperatore, il divus princeps. Leggiamo cosa scrive l’Autrice: “I Cristiani sono stati condannati (questo risulta dal famoso passo di Tacito) per il loro odium humani generis, cioè come nemici dell’Impero, e qui si vede ch’essi vengono sacrificati proprio in occasione della festa in cui – nella persona dell’imperatore divinizzato – si esalta la maestà dell’impero romano”[5].  Pertanto conclude: “Tutto induce a ritenere che il problema lungamente dibattuto circa la data del martirio di Pietro possa – lo ripeto – trovare soddisfacente soluzione nella riposta: 13 ottobre 64”[6]. Il fatto poi che la Chiesa celebri uniti i due Principi degli Apostoli al 29 giugno si spiega facendo riferimento alla commemorazione della traslazione dei due Padri di Roma Cristiana nella Basilica Apostolorum in  Catacumbas sull’Appia (l’attuale San Sebastiano): e questa seconda depositio avvenuta nel 258 sotto il consolato di Tusco e Basso, ai tempi  della persecuzione di Valeriano, eseguita per scampare i copri apostolici dal ludibrio pagano, fece dimenticare le date della prima.


Una scelta di date che non sembra invero casuale perché il 29 giugno, mentre i pagani festeggiavano una festa legata a Romolo, fondatore di Roma pagana, i Cristiani celebravano “la festa natalizia dei due Principi degli apostoli, Pietro e Paolo, o per meglio dire, dietro la persona dei due massimi Apostoli era la festa del primato pontificio, la festa del Papa, il Natalis Urbis, cioè della Roma Cristiana, il trionfo della Croce su Giove scagliafolgori e sui suoi vicari, i Pontifices Maximi residenti nella Regia del Foro. Tant’è vero che Roma vi annetteva questo significato simbolico, che i vescovi della provincia metropolitica del Papa erano soliti in tale giorno di recarsi nell’Eterna Città in segno d’ossequiosa sudditanza, per celebrare si grande solennità insieme col Pontefice”[7].

[1] Girolamo, De viribus illustribus, 1. PL 23, 638B.
[2]  Ivi, 12. PL 23 662°.
[3]  Margherita Guarducci espose questa sua tesi in un articolo apparso su 30Giorni (anno XIV, marzo 1996, p. 79-82): La data del martirio di san Pietro.
[4]  M. Guarducci, La data del Martirio di San Pietro, La Parola del Passato, CXIX, Marzo-Aprile 1968, pp. 103-104.
[5]  Ivi, p. 110. La storia ci fornisce altri esempi di massacri di “nemici dell’impero” occorsi in altri dies imperii i Giudei di Alessandra sacrificati nel dies imperii di Caligola; gli Ebrei gettati alle fiere sotto Vespasiano e Tito; il martirio di san Policarpo nell’anniversario dell’esaltazione al trono di Antonino Pio; il martirio dei Cristiani di Lione nel dies imperii di Marco Aurelio.
[6] Ivi, p. 111.
[7] A. I. Schuster, Liber Sacramentorum, vol. VII, Torino-Roma 1930, p. 298.

sabato 29 settembre 2018

Preghiera di Leone XIII a san Michele Arcangelo

La seguente preghiera al santo Arcangelo Michele, che riportiamo nella duplice versione italiana e latina, fu composta dal Sommo Pontefice Leone XIII (il 13 ottobre 1884, ndr.) e inserita nel Rituale della Chiesa Romana come introduzione all'Esorcismo contro Satana e gli Angeli apostatici.


Princeps gloriosissime caelestis militiae, sancte Michael Archangele, defende nos in proelio et colluctatione, quae nobis adversus principes et potestates, adversus mundi rectores tenebrarum harum, contra spiritualia nequitiae, in caelestibus.
Veni in auxilium hominum, quos Deus creavit inexterminabiles, et ad imaginem similitudinis suae fecit, et a tyrannide diaboli emit pretio magno. Proeliare hodie cum beatorum Angelorum exercitu proelia Domini, sicut pugnasti contra ducem superbiae luciferum, et angelos eius apostaticos: et non valuerunt, neque locus inventus est eorum amplius in coelo. Sed proiectus est draco ille magnus, serpens antiquus, qui vocatur diabolus et satanas, qui seducit universum orbem; et proiectus est in terram, et angeli eius cum illo missi sunt.
En antiquus inimicus et homicida vehementer erectus est. Transfiguratus in angelum lucis, cum tota malignorum spirituum caterva late circuit et invadit terram, ut in ea deleat nomen Dei et Christi eius, animasque ad aeternae gloriae coronam destinatas furetur, mactet ac perdat in sempiternum interitum. Virus nequitiae suae, tamquam flumen immundissimum, draco maleficus transfundit in homines depravatos mente et corruptos corde; spiritum mendacii, impietatis et blasphemiae; halitumque mortiferum luxuriae, vitiorum omnium et iniquitatum. Ecclesiam, Agni immaculati sponsam, faverrrimi hostes repleverunt amaritudinibus, inebriarunt absinthio; ad omnia desiderabilia eius impias miserunt manus. Ubi sedes beatissimi Petri et Cathedra veritatis ad lucem gentium constituta est, ibi thronum posuerunt abominationis et impietatis suae; ut percusso Pastore, et gregem disperdere valeant.
Adesto itaque, Dux invictissime, populo Dei contra irrumpentes spirituales nequitias, et fac victoriam. Te custodem et patronum sancta veneratur Ecclesia; te gloriatur defensore adversus terrestrium et infernorum nefarias potestates; tibi tradidit Dominus animas redemptorum in superna felicitate locandas. 
Deprecare Deum pacis, ut conterat satanam sub pedibus nostris, ne ultra valeat captivos tenere homines, et Ecclesiae nocere. 

Offer nostras preces in conspectu Altissimi, ut cito anticipent nos misericordiae Domini, et apprehendas draconem, serpentem antiquum, qui est diabolus et satanas, ac ligatum mittas in abyssum, ut non seducat amplius gentes.
Gloriosissimo Principe delle celesti milizie, Arcangelo San Michele, difendici nella battaglia e nel combattimento contro i principati e le potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebre e contro gli spiriti maligni delle zone celesti. 

Vieni in aiuto degli uomini, da Dio creati per l’immortalità e fatti a sua immagine e somiglianza e riscattati a caro prezzo dalla tirannia del diavolo. 
Combatti oggi, con l’esercito dei beati Angeli, la battaglia di Dio, come combattesti un tempo contro il caporione della superbia, Lucifero, e i suoi angeli apostati; che non prevalsero, né si trovò più posto per essi in cielo: e il grande drago, il serpente antico che è chiamato diavolo e Satana e seduce il mondo intero, fu precipitato nella terra, e con lui tutti i suoi angeli. 


Ma questo antico nemico e omicida si è eretto veemente, e trasfigurato in angelo di luce, con tutta la moltitudine degli spiriti maligni, percorre e invade la terra al fine di cancellare il nome di Dio e del Suo Cristo e di ghermire, di perdere e di gettare nella perdizione eterna le anime destinate per la corona dell’eterna gloria. E questo drago malefico, negli uomini depravati nella mente e corrotti nel cuore, trasfonde come un fiume pestifero il veleno della sua nequizia: il suo spirito di menzogna, di empietà e di blasfemia, il suo alito mortifero di lussuria e di ogni vizio e iniquità. E la Chiesa, Sposa dell’Agnello Immacolato, da molto astuti nemici è stata riempita di amarezza e abbeverata di fiele; essi hanno messo le loro empie mani su tutto ciò che c’è di più sacro; e lì dove fu istituita la Sede del beatissimo Pietro e la Cattedra della Verità, hanno posto il trono della loro abominazione ed empietà, così che colpito il pastore, il gregge possa essere disperso. 


O invincibile condottiero, appalesati dunque al popolo di Dio, contro gli irrompenti spiriti di nequizia, e dai la vittoria. Tu, venerato custode e patrono della santa Chiesa, tu glorioso difensore contro le empie potestà terrene e infernali, a te il Signore ha affidato le anime dei redenti destinate alla suprema felicità. 

Prega, dunque, il Dio della Pace perché tenga schiacciato Satana sotto i nostri piedi e non possa continuare a tenere schiavi gli uomini e a danneggiare la Chiesa.
Presenta al cospetto dell’Altissimo le nostre preghiere, perché discendano tosto su di noi le misericordie del Signore, e tu possa arrestare il dragone, il serpente antico, che è il diavolo e Satana, e incatenato possa ricacciarlo negli abissi, così che non possa più sedurre le anime.

Fonte: Tradidi quod et accepi, 29.9.2018

Potenti nell'operare, zelanti nel servire e perspicaci nel conoscere la sapienza di Dio

Nella festa della Dedicazione della basilica di San Michele sulla via Salaria, che, nel novus ordo è dedicata alla festa dei Santi Arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele, rilanciamo questo contributo, tratto da Chiesa e postconcilio.





Cristo e due angeli, 537-545, mosaico, Bode Museum, Berlino. Dalla chiesa di San Michele in Africisco a Ravenna







Potenti nell'operare, zelanti nel servire e perspicaci nel conoscere la sapienza di Dio - Silvio Brachetta

Per la Festa liturgica dei Santi Arcangeli - 29 settembre, riprendiamo l'articolo di Silvio Brachetta  su Vita Nuova di Trieste. Vedi precedenti nel blog: qui - qui.

Nella prima Elegia duinese, Rainer Maria Rilke sostiene che «ogni angelo è tremendo», perché – dice di sé – «se uno di loro al cuore mi prendesse, io verrei meno per la sua più forte presenza». Non c’è possibilità di non essere schiacciati dall’intensità ontologica, dal vigore esistenziale dell’angelo, così come l’angelo sarebbe sopraffatto dall’infinita potenza dell’essere puro, da Dio. Ma né Dio vuole schiacciare l’angelo, né questi l’uomo, poiché la sopraffazione del Bene e dei buoni è cura amorevole dei più deboli.
Ogni angelo, poi, è come un universo, uguale a sé medesimo e assai diverso dagli altri. Pur di sostanza spirituale, semplicissima e indivisibile, l’angelo è smisurato – non infinito, poiché creato, ma incommensurabile, poiché di enorme perfezione rispetto all’uomo e alle creature materiali. L’angelo è l’indizio vivente secondo cui la provvidenza di Dio non vuole avere un controllo immediato del cosmo, ma mediato dalle creature: quanto ad alcune delle operazioni della sapienza, il sempiterno volere e la ragione della Ss. Trinità si effondono dalle prime sfere angeliche alle ultime – e poi da queste all’uomo – e dall’uomo alle creature animali, vegetali e inanimate.

I Sette Spiriti di Dio

Dionigi l’Aeropagita descrive i «nove cori angelici». Nella prima sfera, degli spiriti più prossimi all’eterna fiamma dell’amore, i serafini, i cherubini e i troni, ardono nella perfezione della scienza e somministrano la sapienza divina a tutto il creato. Le dominazioni, le virtù e le potenze della seconda sfera governano l’universo, mediante la scienza ricevuta da Dio, ad opera degli angeli superiori. Dalla terza sfera si muovono i principati, gli arcangeli e gli angeli, il cui ministero è quello del quale portano il nome: sono i messaggeri, tra Dio e l’uomo – mal’akh, in ebraico e ànghelos, in greco, si traducono con «messaggero» o «ambasciatore».
Tutta la Scrittura e la Tradizione contemplano l’opera di Dio, accompagnata sempre dalla presenza degli angeli. Il mistero degli angeli è persino maggiore di quello di Dio, non perché gli angeli siano più complessi o misteriosi, ma perché la Scrittura parla molto di Dio e meno degli angeli. È Dio che salva, non l’angelo. Dio creatore salva per mezzo dell’angelo-creatura e a Dio, quindi, va orientata per prima la nostra conoscenza.
Se dunque di Dio si può conoscere solo quello che la provvidenza ha voluto rivelare, tanto più dell’angelo (che è solo creatura) permangono alti misteri, per i quali vale il detto di Ludwig Wittgenstein: «Su ciò di cui non si può parlare si deve tacere». Ecco dunque sorgere un grande mistero, quando l’arcangelo Raffaele dice a Tobia: «Io sono Raffaele, uno dei sette angeli che sono sempre innanzi alla presenza della maestà del Signore» (Tob 12, 15). Perché l’arcangelo Raffaele compare nella prima sfera, quando invece l’Areopagita colloca gli arcangeli nella terza? E perché a Raffaele si aggiungono altri due arcangeli – Michele e Gabriele – anch’essi associati dai primi Padri della Chiesa a quelle «sette lampade di fuoco accese di faccia al trono, che sono i Sette Spiriti di Dio» di cui parla l’Apocalisse (4, 5)?
Forse una spiegazione viene proprio dal nome “arcangelo”, che si traduce come “capo degli angeli” (da àrchein, comandare). O forse alcuni arcangeli dimorano presso le schiere serafiche e cherubiche. Questo non è dato a sapere, poiché non è stato rivelato. E non è stato rivelato nemmeno il nome degli altri quattro Spiriti che, assieme a Michele, Gabriele e Raffaele ne condividono la dignità e l’ufficio. È vero che la Tradizione patristica restituisce quattro nomi – Uriele, Barachiele, Jeudiele e Selatiele – ma non sono nomi che provengono dalla Scrittura. Benché, dunque, la Scrittura sia solo una delle fonti della Rivelazione (assieme alla Tradizione), è però la fonte primaria e il fatto che alcuni nomi siano taciuti significa che è del tutto opportuno che lo restino fino alla consumazione dei tempi. La ragione la conosce solo Dio.

Figure centrali nell’opera della salvezza

Questo è il motivo per cui il 29 settembre è la festa liturgica dei tre soli santi arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele: non si vuole escludere gli altri quattro – ai quali ci si può sempre rivolgere in preghiera – ma si vuole farne memoria, per via della loro missione del tutto peculiare nella storia della salvezza umana. San Gregorio Magno scruta questo mistero con sapienza nelle sue Omelie sui Vangeli. Il termine “angelo” – scrive San Gregorio – «denota l’ufficio, non la natura». Infatti, i santi spiriti dei cieli «sono angeli solo quando per mezzo loro viene dato un annunzio». Non solo, ma «quelli che recano annunzi ordinari sono detti angeli, quelli invece che annunziano i più grandi eventi son chiamati arcangeli».
Così fu per san Michele, Gabriele e Raffaele, ai quali fu affidato l’annuncio di grandi eventi: Michele fu il capitano delle schiere angeliche che fronteggiarono Lucifero; Gabriele portò l’annuncio a Maria della nascita del Salvatore; Raffaele curò la cecità di Tobia e rappresenta l’archetipo degli angeli custodi. San Michele, nella Scrittura, è una figura decisamente centrale, rispetto alle altre creature spirituali. Daniele lo presenta come il primo dei principi e il custode d’Israele. Al pari della Beata Vergine, Michele è spesso raffigurato con il dragone sotto i piedi, perché entrambi hanno una parte decisiva nella lotta contro i demoni. L’Apocalisse lo cita cinque volte con l’epiteto di «capo supremo dell’esercito celeste». Assai diffusa la venerazione di questo arcangelo, in Oriente e in Occidente, dove molti santuari e chiese gli sono dedicati. Il suo nome (Mi-ka-el, in ebraico “chi come Dio?”) corrisponde forse al grido di risposta al «non servirò» di Lucifero.
Grande spazio ha, nella Bibbia, anche la missione di san Gabriele (gabri-el, “forza di Dio”) che, molto prima dell’Annunciazione lucana, profetizza a Daniele l’avvenire del popolo d’Israele, dal ritorno in patria, dopo l’esilio babilonese, all’avvento del Messia. Dinnanzi alla Vergine, egli si presenta come colui che «sta al cospetto di Dio» (Lc 1, 19). Gabriele annuncia pure la futura paternità a Zaccaria, per cui sua moglie Elisabetta darà alla luce san Giovanni Battista. Il ministero di san Raffaele, come per gli altri due arcangeli, è anch’esso contenuto nel nome (rafa-el, “medicina di Dio”) e rappresenta la modalità con cui il Signore sovviene alle malattie carnali e spirituali degli uomini. Raffaele appare a Tobiolo in forma umana. Mangia e beve, ma dichiara anche che questa sua carnalità non è altro che apparenza. Pur essendo nominato solo nel libro di Tobia, Raffaele è comunque uno dei protagonisti della vicenda.

La differenza tra l’angelo e l’uomo

Delle gerarchie angeliche, descritte dall’Areopagita, san Tommaso d’Aquino offre un’acuta chiave di lettura teologica: «alla prima gerarchia spetta considerare il fine; alla gerarchia di mezzo, disporre universalmente le cose da fare; all’ultima, invece, applicare le disposizioni agli effetti, e cioè eseguire l’opera» (S.Th., I, 108, 6). Se insomma è vero, come afferma Matteo nel Vangelo (18, 10) che gli «angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio [di Gesù]», alcuni angeli lo vedono con perfezione maggiore ed altri con perfezione minore. Questo accade non perché Dio sia parziale o ingiusto, ma perché la provvidenza ha disposto che non tutte le creature abbiano lo stesso grado di perfezione e, quindi, la stessa capacità introspettiva.
Per questo motivo, agli angeli dei tre cori più vicini alla maestà di Dio è dato di poter contemplare la sapienza con la perfezione maggiore, a quelli invece dei cori intermedi Dio ha concesso di poter disporre della creazione. Gli ultimi tre cori hanno un contatto diretto con gli uomini ed eseguono le opere della sapienza divina. Eppure nessun angelo è stato escluso dalla visione di Dio, nella misura in cui egli la può recepire, in quanto tutti i beati vedono Dio faccia a faccia. Gli angeli inoltre, afferma san Tommaso, conoscono in modo diverso: «gli angeli superiori hanno una conoscenza più universale della verità rispetto agli angeli di classe inferiore». Per quanto riguarda, invece, «la conoscenza di Dio in se stesso, il quale tutti gli angeli vedono nello stesso modo – nella Sua Essenza – non esiste distinzione gerarchica tra gli angeli».
San Bonaventura da Bagnoregio riconosce negli angeli «quattro attributi»: la «semplicità dell’essenza», la «distinzione personale», la «memoria, l’intelligenza e la volontà» e la «libertà dell’arbitrio» (Breviloquium, II, 6). La differenza con la natura umana è data dal fatto che l’uomo non è semplice nell’essenza, ma è composto da organi, nonché è costituito da una parte materiale (corpo) e da una spirituale (anima). Un’altra differenza concerne la minore perfezione e la mortalità. Bonaventura elenca, quanto agli angeli, altri quattro attributi associati ai primi: la «potenza nell’operare», lo «zelo nel servire», la «perspicacia nel conoscere» e l’«immutabilità, tanto nel bene quanto nel male, dopo la scelta». Qua si vede meglio la differenza uomo-angelo. L’angelo è più potente, conosce meglio ed è più zelante dell’uomo. L’angelo inoltre, con un unico atto della volontà, sceglie immediatamente il bene o il male – e tale scelta è definitiva poiché, conoscendo Dio per visione, sa esattamente cosa riceve o a cosa rinuncia. L’uomo, al contrario, a causa della propria imperfezione, nella scelta tra il bene e il male, decide parzialmente e ha del tempo per il pentimento.