Sante Messe in rito antico in Puglia

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domenica 27 ottobre 2019

Due aforismi nella Festa di Cristo Re dell'Universo

Mentre a Roma si divertono e dilettono a giocare con le divinità pagane, i cattolici celebrano la festa di Cristo Re dell'Universo







Fonte: G. Zoroddu (a cura di), La festa di Cristo Re (del Card. Schuster), in Radiospada, 27.10.2019;
“Te sæculorum Principem”. L’inno della Regalità Sociale di Cristo, ivi, 26.10.2019
Nostro Signore Gesù Cristo Re: Re delle anime e Re della società civile, in Sardinia Tridentina, 29.10.2017.

sabato 26 ottobre 2019

Mentre a Roma si consuma l’apostasia, volgiamo lo sguardo a Cristo Re dell’Universo, distruttore degli idoli demoniaci

Mentre apostati e falsi cristiani adorano in questo momento l’idolo di Pachamama nella chiesa di S. Maria in Traspontina, come ci informa il blog Messa in latino, noi volgiamo lo sguardo su Cristo, re dell’universo, nella vigilia della sua festa liturgica.




intanto a Verona, nella Chiesa del Sacro Cuore ......... (da Facebook) 

Cristo Re distruttore degli idoli demoniaci. Un pensiero di S. Agostino

a cura di Giuliano Zoroddu

Per prepararci a ben festeggiare la festa della Regalità sociale di Cristo, la festa che ci ricorda il diritto che Cristo, vero Uomo e vero Dio, ha per nascita e per conquista, di comandare Egli solo ugualmente ai singoli ed alle società e del dovere che hanno questi di obbedirgli, per averci, come ci ricorda l’epistola della festa “fatti degni di partecipare alla sorte dei santi nella luce … strappati dalla potestà delle tenebre”, offriamo ai lettori una riflessione di Sant’Agostino che ci appare molto attuale.

Pietro da Cortona, Costantino Magno ordina la distruzione degli idoli pagani e li sostituisce con la Croce e l’immagine di Gesù Cristo Salvatore, 1633-36, Palazzo Barberini, Roma

Grande è il Signore e degno di lode oltre ogni dire. Chi è questo Signore grande e degno di lode oltre ogni dire, se non Gesù Cristo? Voi sapete certamente che egli apparve fra noi nelle sembianze di uomo. Sapete che fu concepito nel grembo di una donna, che nacque, fu allattato e portato in braccio, che fu circonciso e più tardi per lui fu offerto un sacrificio e che divenne gradatamente adulto. Giunto alla fine della vita, egli fu schiaffeggiato, coperto di sputi, coronato di spine, confitto in croce ove morì e fu trafitto dalla lancia. Sapete come egli abbia subito tutta questa serie di umiliazioni; eppure egli è grande e degno di lode oltre ogni dire. Non disprezzatelo nella sua piccolezza! Pensate quanto sia grande! Si fece piccolo perché voi eravate piccoli; riconoscetene la grandezza e in lui diventerete grandi anche voi. Così infatti va avanti la costruzione di quella casa; così aumentano, le dimensioni della casa stessa: mediante, cioè, la crescita delle pietre che vengono adoperate per l’edificio. Crescete dunque e comprendete la grandezza di Cristo! Anche se piccolo egli è grande, grande a dismisura. Mancano le parole al salmista, che pur voleva dirci quanto fosse grande. Difatti, anche se per un giorno intero avesse detto: “Grande, grande!”, cosa avrebbe detto? Pur dicendo per tutto un giorno: “Grande”, alla fine avrebbe dovuto interrompersi, perché il giorno ha un termine; mentre la grandezza del Signore è prima dei giorni e fuori dei giorni, poiché non conosce giorno. Come esprimersi allora? Grande è il Signore e degno di lode oltre ogni dire. Quale espressione avrebbe dovuto usare una lingua piccina per lodare un grande? Ha detto: Oltre ogni dire. È questa un’espressione sfuggitagli di bocca, ma con essa ha dato alla mente un delizioso tema di riflessione. È come se dicesse: Ciò che io non riesco ad esprimere, immaginalo tu e, dopo che ci avrai meditato, sappi che è ancora poco. E se il pensiero non è in grado di raffigurarselo, potrà la lingua descriverlo a parole? Grande è il Signore, e degno di lode oltre ogni dire. Lui sia lodato e glorificato e la sua gloria venga proclamata [ovunque]! Così viene edificata la casa.
Egli è più terribile di tutti gli dèi. Esistono dunque degli dèi, rispetto ai quali egli è più terribile? Vediamo a chi si riferisca, e comprenderemo perché parli così. Frattanto però prima che ce ne parli statemi attenti, o carissimi. Terribile più di tutti gli dèi è colui che fra gli uomini comparve (per così dire) come uno spaurito. Non emisero forse dei fremiti le genti? e i popoli non tramarono vane insidie contro il Signore e il suo Cristo[1]? Non lo attorniarono, forse, quei tori ben ingrassati? Non s’infuriò, forse, contro di lui quel leone ruggente[2] che entrando nel cuore dei suoi persecutori, esclamò: Crocifiggilo, crocifiggilo[3]? Quasi che, con quel ruggito, riuscisse ad impaurire chi è terribile al di sopra, non dico degli uomini ma di tutti gli dèi! Il luogo ove egli intende costruirsi la casa è selvaggio, tanto che ieri si diceva: L’abbiamo trovato nei campi della selva[4]Quando diceva: Nei campi della selva, stava cercandosi proprio la casa. Ma perché era selvaggio quel posto? Gli uomini adoravano gli idoli, e non c’è da stupirsi che stessero pascolando dei porci. Erano infatti quel figlio che aveva abbandonato il padre e, vivendo da scialacquone, s’era consumato tutto il patrimonio con le prostitute, e ora pascolava i porci[5], cioè adorava i demoni. Mediante il culto idolatrico praticato dai gentili la terra era diventata tutta una selva. Ma colui che costruisce la casa sradica la selva, e per questo nel titolo del salmo si dice: Quando veniva edificata la casa, dopo la prigionia[6]. Gli uomini, infatti, erano prigionieri del diavolo e adoravano i demoni, ma vennero riscattati dalla prigionia. Essi avevano potuto vendersi, ma non erano in grado di riscattarsi. Venne il Redentore e sborsò il prezzo: versò il suo sangue e si riacquistò l’universo. Mi chiederete: “Cos’ha comprato?”. Guardate cosa ha sborsato e comprenderete cosa abbia comprato. Il sangue di Cristo, ecco il prezzo. Che cosa può valere tanto? Che cosa, se non tutto l’universo? Che cosa, se non l’intera umanità? Molto irriconoscenti nei confronti del prezzo sborsato per loro, ovvero enormemente superbi, sono quei tali che affermano essere stato quel prezzo così insignificante da potercisi ricomprare solo gli africani, ovvero si ritengono così importanti che ce lo volle tutto per ricomprare loro soli. Non gioiscano! non montino in superbia! Quello che egli versò lo versò per tutti. Egli sa che cosa abbia riscattato, sapendo qual prezzo abbia pagato. Essendo, dunque, stati liberati dalla prigionia, ecco che da allora si viene costruendo la casa. Ma, chi sono coloro che ci tenevano prigionieri? Notiamo, prima di tutto, che il compito di sradicare la selva è affidato a coloro cui si dice: Annunziate! Essi debbono abbattere la selva, cioè liberare la terra dalla schiavitù, e debbono mediante la predicazione erigere, cioè costruire, la mole della casa del Signore. Come infatti riuscire a sradicare la selva, se non mediante la predicazione di colui che è al di sopra di tutti gli esseri? Le genti avevano per loro divinità i demoni. Li chiamavano dèi, ma in realtà erano demoni, come apertamente asserisce l’Apostolo: I sacrifici dei gentili vengono immolati ai demoni, non a Dio[7]Immolando le loro vittime ai demoni, erano schiavi del demonio, e la terra era rimasta tutta intera come una selva. Fu allora che risuonò l’annunzio di chi è grande e degno di lode oltre ogni dire.
La grandezza di questo terribile al di sopra di tutti gli dèi si palesa nella distruzione da lui operata di tutte le superstizioni che tenevano schiavo il popolo che egli era venuto a redimere. E, come se qualcuno gli chiedesse: “Ma perché dici sopra tutti gli dèi? ci sono forse degli dèi?”, prosegue dicendo: Infatti tutte le divinità dei pagani sono demoni. Stia attenta la vostra Carità! Cosa sublime diceva or ora, quando affermava che il Signore è grande e, come incapace di esprimere tutta la sua lode, confessava che egli è degno di lode oltre ogni dire. Te l’ho già fatto notare: il salmista ti lascia immaginare da solo quel che lui personalmente a parole non riesce ad esprimere. Ma poi, tentando di dire anche lui qualcosa, cosa mi propone di grande riguardo al nostro Signore Gesù Cristo? Che egli è superiore ai demoni? Difatti, dopo aver affermato che egli è terribile più di tutti gli dèi, continua: Difatti tutte le divinità dei pagani sono demoni. Veramente non è una gran cosa essere superiore ai demoni! Tu stesso, se lo vuoi, lo puoi essere: basta che tu creda in lui. Consisterà, dunque, in questo la grandezza di quella lode per cui esclamava: Grande è il Signore e degno di lode oltre ogni dire?Egli cerca di spiegarsi come a lingua umana è consentito; e sebbene grande sia lo Spirito Santo che pulsa lo strumento, tuttavia il suono deve passare per le strettoie dello spirito umano e tradursi in sillabe. Egli dunque suscita dei pensieri ma, volendoli tradurre a parole, cosa riesce a dire? Grande è il Signore, e degno di lode oltre ogni dire. Di’ pure quanto sia degno di lode! forza! Prosegue: Egli è terribile al di sopra di tutti gli dèi. Ma perché dici: Al di sopra di tutti gli dèi? Poiché tutte le divinità dei pagani sono demoni. Ebbene, tutta la lode che merita colui che è degno di lode oltre ogni dire consisterà, dunque, nel fatto che egli è superiore a tutte le divinità del paganesimo, le quali sono demoni? Aspetta un istante e ascolta il seguito: Il Signore ha creato i cieli. Grande quindi non solamente più dei demoni, ma più dei cieli, creati da lui. Se non avesse detto altro che: Egli è al di sopra dei demoni, poiché tutte le divinità dei pagani sono demoni, e a questo si fosse ridotta la lode tributata al Signore, non avrebbe detto di Cristo nemmeno quello che noi siamo soliti pensare di lui. Ma egli aggiunge: Il Signore ha creato i cieli. Considerate la distanza tra i cieli e i demoni, e fra i cieli e colui che dei cieli è il creatore. Ecco quanto alto è il Signore. Né ha detto: “Il Signore ha il suo trono al di sopra dei cieli”, poiché, in tal caso, si sarebbe potuto pensare che un altro abbia creato i cieli e lui vi sia solamente seduto. Dice: Il Signore ha creato i cieli. Se ha creato i cieli, ha creato gli angeli; e come gli angeli, così ha formato gli Apostoli, cui obbedivano i demoni. Anzi, gli stessi Apostoli erano dei cieli portanti il Signore. E quale Signore portavano? Quello dal quale erano stati creati. E ascolta se siano o meno dei cieli! I cieli annunziano la gloria del Signore[8]. E a questi cieli è detto: Annunziate alle genti la gloria di lui, in mezzo a tutti i popoli i suoi prodigi. Poiché grande è il Signore, e degno di lode oltre ogni dire: egli è terribile più che tutti gli dèi. Quali dèi? Tutti gli dèi delle genti, che sono demoni. Egli è terribile sopra tutti questi dèi. Il Signore, al contrario, ha creato i cieli. O cieli, che il Signore ha creati, annunziate in mezzo, alle genti la gloria di lui! Che su tutta la terra si edifichi la sua casa, e tutta la terra canti il cantico nuovo!

(Sant’Agostino, Sul salmo 95, 4-6)

[1] Cf. Sal 2, 1.
[2] Cf. Sal 21, 13-14.
[3] Mt 27, 23.
[4] Sal 131, 6; cf. Aug., En. in Sal. 131, 11.
[5] Cf. Lc 15, 12-15.
[6] Sal 95, 1.
[7] 1 Cor 10, 20.
[8] Sal 18, 2.

Fonte: Radiospada, 26.10.2019

sabato 27 ottobre 2018

Atto di Consacrazione del genere umano a Cristo Re del Sommo Pontefice Leone XIII

Nella festa di Cristo, Re dell’Universo, rilanciamo questo Atto di consacrazione del genere umano a Cristo Re, dettato dal Sommo Pontefice Leone XIII.




Leone XIII
Atto di Consacrazione del genere umano a Cristo Re

Nell'Anno Liturgico dell'Ordo Antiquior, e a coronamento di esso, la festa di Cristo Re è assegnata all'ultima domenica di ottobre, ultima Domenica prima della Festa di Tutti i Santi, che tali sono in virtù di Lui, mentre il Messale romano riformato, approvato da Paolo VI nel 1969, la colloca all'ultima domenica dell'anno liturgico. Dunque comunemente la si celebra oggi. 
Vi invito a leggere un articolo collocato tra le 'pagine fisse' del blog : La festa di Cristo Re nella storia, nella liturgia, nella teologia [qui] che ricostruisce la genesi storica della festa di Cristo Re, delineandone la portata teologica, e dimostrando perché lo spostamento in questione è tutt'altro che irrilevante.
Colgo l'occasione per proporre l'Atto di Consacrazione del genere umano all'universorum Rex. Re di tutti e di tutte le cose e non soltanto genericamente Re dell'universo, come l'ha declassato la Festa di Cristo Re del nuovo Ordinamento liturgico, che indebolisce la dimensione storica, immanente del Regno... 
Inserisco, di seguito, l'Inno Te sæculórum Príncipem, preceduto dall'indicazione delle strofe inopinatamente soppresse (nel Mattutino e nelle Lodi) e quindi non più né pregate né meditate sui nuovi breviari... Poi dicono che non è cambiato nulla? 

Leone XIII - Atto di Consacrazione del genere umano a Cristo Re

«O Gesù dolcissimo, o Redentore del genere umano, guarda a noi umilmente prostrati innanzi a te. Noi siamo tuoi, e tuoi vogliamo essere; e per vivere a te più strettamente congiunti, ecco che ognuno di noi, oggi spontaneamente si consacra al tuo sacratissimo Cuore.

«Molti, purtroppo, non ti conobbero mai; molti, disprezzando i tuoi comandamenti, ti ripudiarono. O benignissimo Ge­sù, abbi misericordia e degli uni e degli altri e tutti quanti attira al tuo sacratissimo Cuore.

«O Signore, sii il Re non solo dei fe­deli, che non si allontanarono mai da te, ma anche di quei figli prodighi che ti abbandonarono; fa' che questi, quanto prima, ritornino alla casa paterna, per non morire di miseria e di fame. Sii il Re di coloro, che vivono nell'inganno e nell'errore, o per discordia da te separati: ri­chiamali al porto della verità, all'unità della fede, affinché in breve si faccia un solo ovile sotto un solo pastore.

«Largisci, o Signore, incolumità e liber­tà sicura alla tua Chiesa, concedi a tutti i popoli la tranquillità dell'ordine: fa' che da un capo all'altro della terra risuoni quest'unica voce: Sia lode a quel Cuore divino, da cui venne la nostra salute; a lui si canti gloria e onore nei secoli dei secoli. Amen».

* * *

Inno Te sæculórum Príncipem

Nel Breviario non riformato, l'inno dei Vespri afferma: "Te nationum praesides / Honore tollant publico, / Colant magistri, iudices, / Leges et artes exprimant. // Submissa regum fulgeant / Tibi dicata insignia: / Mitique sceptro patriam / Domosque subde civium". "Te i governanti delle nazioni esaltino con pubblici onori, te onorino i maestri, i giudici, te esprimano le leggi e le arti. Risplendano, a te dedicate e sottomesse, le insegne dei re: sottometti al tuo mite scettro la patria e le dimore dei cittadini").
Nell'inno del Mattutino si legge: "Cui iure sceptrum gentium / Pater supremum credidit" ("A te [Redentore] il Padre ha consegnato, per diritto, lo scettro dei popoli"). E ancora "Iesu, tibi sit gloria, qui sceptra mundi temperas" ("A te, o Gesù, sia gloria, che regoli gli scettri [= le autorità] del mondo").
Stessi concetti ribaditi dall'inno delle Lodi: "O ter beata civitas / Cui rite Christus imperat, / Quae iussa pergit exsequi / Edicta mundo caelitus!" ("O tre volte beata la società, cui Cristo legittimamente comanda, che esegue gli ordini che il cielo ha impartito al mondo!").
La festa di Cristo Re fu istituita da Pio XI l'11 dicembre 1925 mediante l'enciclica Quas primas. Se la festa è di nuova istituzione non è per nulla nuova l'idea della regalità attribuita alla figura di Cristo, che non soltanto la Scrittura, i Padri e i teologi, ma anche l'arte sacra e il senso comune dei fedeli concordemente affermano. L'istituzione di una ricorrenza specifica dedicata a questo mistero risulta chiara dal testo dell'enciclica:
[...] "Se comandiamo che Cristo Re venga venerato da tutti i cattolici del mondo, con ciò Noi provvederemo alle necessità dei tempi presenti, apportando un rimedio efficacissimo a quella peste che pervade l'umana società". Papa Pio IX si riferisce al laicismo (non alla laicità): "La peste della età nostra è il così detto laicismo coi suoi errori e i suoi empi incentivi; e voi sapete, o Venerabili Fratelli, che tale empietà non maturò in un solo giorno ma da gran tempo covava nelle viscere della società. Infatti, si cominciò a negare l'impero di Cristo su tutte le genti; si negò alla Chiesa il diritto — che scaturisce dal diritto di Gesù Cristo — di ammaestrare, cioè, le genti, di far leggi, di governare i popoli per condurli alla eterna felicità. E a poco a poco la religione cristiana fu uguagliata con altre religioni false e indecorosamente abbassata al livello di queste [...]


Te sæculórum Príncipem,
Te, Christe, Regem Géntium,
Te méntium te córdium
Unum fatémur árbitrum.

Scelésta turba clámitat :
Regnáre Christum nólumus :
Te nos ovántes ómnium
Regem suprémum dícimus.(soppressa!)

O Christe, Princeps Pácifer,
Mentes rebélles súbjice:
Tuóque amóre dévios,
Ovíle in unum cóngrega. (soppressa!)

Ad hoc cruénta ab árbore
Pendes apértis bráchiis,
Diráque fossum cúspide
Cor igne flagrans éxhibes.


Ad hoc in aris ábderis
Vini dapísque imágine,
Fundens salútem fíliis
Transverberáto péctore.


Te natiónum Præsides
Honóre tollant público,
Colant magístri, júdices,
Leges et artes éxprimant. (soppressa!)

Submíssa regum fúlgeant
ibi dicáta insígnia:
Mitíque sceptro pátriam
Domósque subde cívium.(soppressa!)

Jesu tibi sit glória,
Qui sceptra mundi témperas,
Cum Patre, et almo Spíritu,
In sempitérna sæcula. Amen.
Te, Principe dei secoli
Te, Cristo, Re delle genti
Te, delle menti, Te dei cuori,
confessiamo unico Sovrano.

La turba scellerata urla:
«Non vogliamo che Cristo regni»
Ma noi, acclamando, di ogni cosa
Ti dichiariamo Re supremo.


Cristo, Principe Portatore di pace,
assoggetta le anime ribelli;
e, con il tuo amore, gli erranti
raduna in un solo ovile.

Per questo dall'albero sanguinante
pendi con le braccia stese,
e, dalla crudele punta perforato,
il cuore, di fuoco flagrante, manifesti.


Per questo sugli altari ti tieni nascosto
di vino e di cibo nell'immagine
effondendo la salvezza sui figli
dal petto transverberato.

Te delle nazioni i principi
manifestino [Re] con pubblico onore
[Te] adorino i maestri, i giudici
[Te] le leggi e le arti esprimano.


Le sottomesse insegne dei re
[a Te] dedicate vi rifulgano:
e con mite scettro la Patria
e le case dei cittadini assoggetta.


Gesù, a Te sia gloria,
che reggi gli scettri del mondo,
con il Padre, e l'almo Spirito
per i secoli sempiterni. Amen.

Fonte: Chiesa e postconcilio, 20.11.2016

lunedì 25 dicembre 2017

Il nostro augurio di Santo Natale non allineato .....

Un nostro amico ci ricorda che la Regalità sociale del Cristo si manifesta visibilmente il giorno di Natale, quando si adora il mistero dell'Essere sussistente in se stesso, Atto purissimo e Pensiero di pensiero, che si fa Carne, che si fa Bimbo, ricevendo dal Padre ogni potestà in cielo e in terra. La Provvidenza stabilì dunque che il 25 dicembre 390 Teodosio Magno facesse pubblica ammenda davanti a sant'Ambrogio; che il 25 dicembre 496 Clodoveo col battesimo cattolico immettesse il suo regno nel Regno del Cristo (e ricevesse l'unzione regale, secondo la testimonianza di Incmaro di Reims, con il crisma portato a S. Remigio da una angelica colomba, custodito nella c.d. Santa Ampolla, e che da allora servì a consacrare i Re di Francia); che infine il 25 dicembre 800 san Leone III incoronasse Sacro Romano Imperatore Carlo Magno. Il Verbo che ha preso una carne materiale e visibile vuole che per mezzo della sua Chiesa Romana si incarni nella società civile la sua Rivelazione: ecco la Christianitas.
Facciamo nostre le ispirate parole di san Leone Magno sulla dignità del cristiano, oggi dimenticata ed oscurata, diluita com'è nell'umanismo e nell'indifferentismo: "Riconosci, o Cristiano, la tua dignità: e, divenuto partecipe della divina natura, non volere con un'indegna condotta ritornare all'antica abiezione. Ricorda di qual capo e di qual corpo sei membro. Rifletti, che strappato alla potestà delle tenebre, sei stato trasferito nella luce e nel regno di Dio" (Disc. 1 per il Natale, 1-3, in PL 54, 190-193).
La dignità del cristiano, ricevuta col Battesimo, rende quella persona superiore a qualsiasi altro essere umano, pagano, non credente, musulmano, giudeo, ecc. La sua dignità è incommensurabile, perché è di origine soprannaturale, a differenza di quella "naturale", macchiata dalla colpa originale e ferita dal peccato degli altri esseri umani. Continuava sempre S. Leone Magno: "Con il sacramento del battesimo sei diventato tempio dello Spirito Santo! Non mettere in fuga un ospite così illustre con un comportamento riprovevole e non sottometterti di nuovo alla schiavitù del demonio. Ricorda che il prezzo pagato per il tuo riscatto è il sangue di Cristo".
Auguri di Santo Natale a tutti i nostri lettori, con l'auspicio che tutti i cristiani, dinanzi al mondo, riconoscano la loro dignità!







  
José Campeche y Jordan, La Natività, 1799 circa, Smithsonian American Art Museum, Washington, D.C.,

Giovanni Gasparro, Sacra Famiglia, 2016, collezione privata, Valenzano

Natività, 2017, Casa Parroquial, Campillos (Málaga)

Testone in argento detto "del presepe" di Papa Gregorio XIII (1572-1585), coniato in Roma, ultimo quarto del XVI secolo

domenica 29 ottobre 2017

La festa di Cristo re come festa antiluterana per antonomasia


Fonte: 500 years of Protestant Revolution: CHRIST THE KING is the Anti-Luther, in Rorate coeli, Oct. 29, 2017

Dall'inno vesperale "Te sæculórum Príncipem" dell'odierna festa

Te natiónum Prǽsides
Honóre tollant público, 
Colant magístri, júdices, 
Leges et artes éxprimant.




La lotta contro le eresie di san Domenico di Guzmán. In onore della festa di Cristo re dell'universo

Nella festa di Cristo Re dell’Universo e della sua regalità sociale – verità queste sempre riconosciute dalla Cristianità e negate, tuttavia, a partire da Montini in poi, per il quale si è rinnovato l’antica, blasfema esclamazione dei giudei dinanzi a Pilato “Nolumus hunc regnare super nos” (Lc 19, 14), riconoscendosi a Cristo solo una regalità … escatologica … – ricordiamo di rinnovare le prescrizioni di Sua Santità Pio XI di v.m. circa la consacrazione del genere umano: in tutte le chiese parrocchiali, davanti al Santissimo Sacramento esposto alla pubblica adorazione si reciti, infatti, la formula (riformata nel 1925) di consacrazione del genere umano al Sacro Cuore di Gesù, alla quale si devono aggiungere le Litanie del Sacro Cuore (S. R. C. 28 aprile 1926).
In questa festa, pertanto, rilanciamo questo bel contributo di Cristina Siccardi sulla lotta contro le eresie intrapresa da san Domenico di Guzmán; lotta volta, appunto, all’affermazione del regno sociale di Cristo. Si tratta di un contributo quantomeno opportuno stante la lotta senza quartiere ai giorni d’oggi intrapresa contro la Verità di Cristo dai suoi nemici, che non cessano, di giorno in giorno, che diffondere e lodare nuove – ma in verità sempre antiche – eresie.






George Zinoviev, Icona di Cristo re con Sergio di Radonez e Eutimio di Suzdal, 1681, State Vladimir-Suzdal Historical, Architectural and Art Museum-Reserve, Suzdal 

Icona di Cristo sommo sacerdote, XVII sec.

El Greco, Cristo in Croce, 1577-1579, collezione privata, Milano. Regnavit a ligno Deus: già la Lettera di Barnaba insegnava che «il regno di Gesù è sul legno» (VIII, 5, in I Padri Apostolici, Roma 1984, p. 198) ed il martire san Giustino, citando quasi integralmente un noto Salmo (Sal. 96 (95)) nella sua Prima Apologia, concludeva invitando tutti i popoli a gioire perché «il Signore regnò dal legno» della Croce (Gli apologeti greci, Roma 1986, p. 121).








La lotta contro le eresie di san Domenico di Guzmán

di Cristina Siccardi

Giovanni Antonio Sogliani, S. Domenico fa servire i suoi frati dagli angeli, 1536, Convento di S. Marco, Firenze

Ottocento anni fa avvenne un fatto fondamentale per la vita della Chiesa, che andò a sommarsi all’operato dei Frati minori di san Francesco di Assisi: era il 1217 quando san Domenico di Guzmán (Caleruega 1170/1175-Bologna 6 agosto 1221) inviò nelle città europee, dove si trovavano le principali sedi universitarie (Bologna, Parigi, Madrid…), i membri dell’Ordine dei Predicatori da lui fondato al fine di renderli dotti per risanare il tessuto cattolico.
I due ordini mendicanti, mendichi per volontà di san Francesco e di san Domenico della sola Provvidenza, risollevarono le sorti di una Chiesa piena di boria, moralmente corrotta, avente parroci spesso ignoranti e fedeli imbevuti di errori diffusi da movimenti pauperisti.
La vita di san Domenico di Guzmán è meno nota rispetto a quella del suo contemporaneo san Francesco di Assisi (1181/1182-1226), in quanto il fondatore dei Predicatori si identifica per lo più con la sua opera, a differenza di san Francesco, il cui percorso terreno fu caratterizzato dalla sua stessa originale personalità. Proprio per tale ragione la figura di san Domenico ha subito meno stravolgimenti e profanazioni rispetto a quella del poverello di Assisi, in quanto l’icona del santo spagnolo è stata associata più che altro alla sua fondazione.
Ma c’è anche un altro dato che non può essere sottovalutato: Francesco era l’uomo di Dio che apriva il suo santo animo alla singola creatura, dunque la devozione che scaturì fu di carattere personale, un po’ come accadrà per san Pio da Pietrelcina: ognuno, anche il laico, sente un richiamo magnetico per san Francesco (da qui la più agevole strumentalizzazione da parte delle diverse ideologie: gnostica, comunista, relativista…); mentre la devozione per san Domenico non assume questo carattere di empatia personale, bensì si confonde nella sfera del suo Istituto, creato ad hoc contro le eresie, utilizzando un metodo preciso: formare predicatori di elevata qualità per essere in grado di confutare gli errori.
L’azione catechetica e di evangelizzazione che adottò san Domenico era per l’appunto focalizzata sulla predicazione con lo scopo precipuo di debellare le eresie, in particolare puntò la sua attenzione sui càtari, che si consideravano puri, detti anche albigesi, dal nome della cittadina francese di Albi, altresì dalla locuzione latina in albis (in [vesti] bianche), come ha ricordato il professor Dario Pasero, filologo, linguista e glottologo che negli scorsi giorni ha tenuto una splendida lezione, all’interno di un incontro organizzato dall’Associazione John Henry Newman di Rivarolo Canavese, sulla figura di san Domenico tratteggiata da Dante nel XII canto del Paradiso, dove la terzina 72 così lo dipinge: «Domenico fu detto; e io ne parlo/sì come de l’agricola che Cristo/elesse a l’orto suo per aiutarlo».
I càtari si diffusero nella Linguadoca, nella Provenza, nella Lombardia, in Bosnia, in Bulgaria, nell’Impero bizantino. La tolleranza praticata dai signori di Provenza, come il conte di Tolosa, da alcuni ecclesiastici, come i vescovi di Tolosa e Carcassonne, e dall’Arcivescovo di Narbonne, nei confronti dei predicatori eretici, permise che quest’ultimi non solo circolassero indisturbati nei villaggi e ricevessero lasciti cospicui, ma venissero posti a capo di istituti religiosi.
I sacerdoti locali si disinteressavano degli eretici proprio perché, essendo intellettualmente impreparati, non avevano mezzi per controbatterli. Fu così che i Domenicani, formati nei migliori atenei, acquisirono gli strumenti adeguati per compiere la loro missione in funzione della ragione e della Fede contro menzogne ed inganni.
Domenico apparteneva alla nobile famiglia dei Guzmán della Castiglia e sostenuto da uno zio sacerdote aveva studiato in una celebre scuola di Palencia. Si distinse subito per l’interesse alla Sacra Scrittura e per l’amore verso i poveri, tanto da vendere i suoi libri manoscritti di grande valore (all’epoca non esisteva ancora la stampa) per soccorrere, con il ricavato, le vittime di una carestia.
Nel 1196 fu eletto canonico del capitolo cattedrale di Osma. Il Vescovo del luogo, Diego de Acevedo, lo chiamò al suo fianco e nel 1203, divenuto sottopriore dello stesso capitolo, lo accompagnò in una missione diplomatica, per conto del Re di Castiglia, da espletare nella Germania del Nord. Giunti a destinazione constatarono le devastazioni morali prodotte in Turingia da una popolazione pagana dell’Europa centrale, i Cumani. Da questo istante fino al termine della sua vita Domenico sarà animato dal desiderio di convertire.
Sulla strada per la Germania, il Vescovo e il suo collaboratore avevano soggiornato nella contea di Tolosa, prendendo così coscienza del successo che qui aveva riscosso il catarismo. Tale termine deriva dal latino medievale catharus (a sua volta dal greco καϑαρός «puro»), con il quale si autodefinirono per primi i seguaci del Vescovo Novaziano elettosi antipapa dal 251 al 258; per questa ragione il termine katharoi fu citato per la prima volta in un documento ufficiale della Chiesa nei canoni del Concilio di Nicea del 325. Con la definizione di càtari sono indicati gli eretici dualisti medievali (albigesi, manichei, publicani o pauliciani, ariani, bulgari, bogomili… e in Italia patarini), che ebbero terreno fertile dal IV fino al XIV secolo.
Fu proprio per contenere l’estendersi dei càtari che, dopo infruttuosi tentativi da parte di alcuni legati papali, Padre Domenico concepì un nuovo metodo di predicazione: per combatterli bisognava usare i loro stessi mezzi, vale a dire operare in povertà, umiltà e carità. Credendo nella deviazione dalla vera fede della Chiesa di Roma, i càtari crearono una propria istituzione ecclesiastica, parallela a quella ufficiale presente sul territorio.
Per loro Cristo aveva avuto solo in apparenza un corpo mortale (docetismo) e la dottrina si fondava essenzialmente sul rapporto oppositivo fra materia e spirito di derivazione gnostica e manichea. Le opposizioni erano irriducibili (Spirito-Materia, Luce-Tenebre, Bene-Male), all’interno delle quali tutto il creato era una sorta di grande tranello di Satana (Anti-Dio), il quale irretiva lo spirito umano contro le sue rette inclinazioni.
Lo stesso Dio dell’Antico Testamento corrispondeva ad un dio malefico. Basandosi su questi principi divennero vegani ante litteram, rifiutando il consumo di carne, latte, uova e dei loro derivati (ad eccezione del pesce, di cui in epoca medievale non era ancora conosciuta la riproduzione sessuale). Consideravano peccaminoso persino il matrimonio, poiché serviva ad accrescere il numero degli schiavi di Satana. La convinzione che tutto il mondo materiale fosse opera del male comportava il rifiuto dei sacramenti. La perfezione per il càtaro si raggiungeva quando non si possedevano beni materiali e, attraverso un percorso “ascetico”, ci si lasciava morire di fame e di sete (pratica dell’endura).
Nel terzo Concilio Lateranense, convocato da papa Alessandro III a Roma nel marzo 1179, il catarismo venne condannato. Dopo l’elezione al soglio pontificio di Innocenzo III, nel 1198, la Chiesa reagì con decisione all’eresia con l’indizione nel 1208 della Crociata albigese (1209-1229), mentre papa Gregorio IX istituirà il Tribunale dell’Inquisizione, che impiegherà settant’anni per estirpare la malapianta dal Sud della Francia.
In questa drammatica situazione per la Chiesa, La Divina Provvidenza chiama Domenico di Guzmán, con la povertà, lo studio approfondito, la predicazione, e san Francesco di Assisi, con la povertà, l’immolazione, l’esempio di vita per ristabilire la verità e l’ordine.
Il primo successore nella guida dei Domenicani, il beato Giordano di Sassonia (1190-1237), autore del Libellus de principiis Ordinis Praedicatorum, un testo che propone la prima biografia di san Domenico (canonizzato nel 1234) e la storia degli anni iniziali dell’Ordine, scrive: «Durante il giorno, nessuno più di lui si mostrava socievole… Viceversa di notte, nessuno era più di lui assiduo nel vegliare in preghiera. Il giorno lo dedicava al prossimo, ma la notte la dava a Dio» (in P. Lippini OP, San Domenico visto dai suoi contemporaneiI più antichi documenti relativi al Santo e alle origini dell’Ordine Domenicano, Edizioni Studio Domenicano, Bologna 1982, p. 133). I testimoni affermano che «egli parlava sempre con Dio o di Dio». Non ha lasciato scritti sulla preghiera, ma la tradizione domenicana continua a tramandare un’opera dal titolo Le nove maniere di pregare di San Domenico, che venne redatta fra il 1260 e il 1288 da un frate domenicano.
Ogni preghiera viene sempre svolta da Padre Domenico di fronte a Gesù Crocifisso. I primi sette modi seguono una linea ascendente, come i passi di un cammino, verso la comunione con la Trinità: Domenico prega in piedi inchinato per esprimere l’umiltà; steso a terra per chiedere perdono dei peccati; in ginocchio facendo penitenza per partecipare alle sofferenze di Cristo; con le braccia aperte fissando il Crocifisso per contemplare il Sommo Amore; con lo sguardo verso il cielo sentendosi attirato verso il Regno di Dio.
L’ottava pratica consiste nella meditazione personale, quella che conduce alla dimensione intima, fervorosa, rasserenante. Al termine della Liturgia delle Ore e dopo la celebrazione della Santa Messa, egli prolunga il colloquio con Dio, senza porsi limiti di tempo: tranquillamente seduto, si raccoglie in sé e in ascolto, leggendo un libro o fissando il Crocifisso. I testimoni raccontano che, a volte, entrava in estasi con il volto trasfigurato, e dopo riprendeva le sue attività come niente fosse, corroborato dalla forza acquisita dalla preghiera.
Infine c’è l’orazione che svolge durante i viaggi da un convento all’altro: recita le Lodi, l’Ora Media, il Vespro con i confratelli e, percorrendo valli e colline, contempla la bellezza della creazione, mentre dal cuore gli sgorga sovente un canto di lode e di ringraziamento a Dio per tutti i doni, soprattutto per il più grande: la Redenzione operata da Cristo.
Nel 1212, durante la sua permanenza a Tolosa, narra il beato Alano della Rupe, ebbe una visione della Vergine Maria, che gli consegnò il Rosario, come richiesta a una sua preghiera per combattere l’eresia albigese. Secondo il racconto del beato, nel 1213-1214 san Domenico, mentre predicava in Spagna con il confratello Fra’ Bernardo, venne rapito dai pirati.
La notte dell’Annunciazione di Maria (25 marzo) una tempesta stava facendo naufragare la nave su cui si trovavano, quando la Madonna disse a Domenico che l’unica salvezza dalla morte per l’equipaggio era dire sì alla sua Confraternita del Rosario: furono dunque i pirati con i Domenicani a bordo ad esserne i primi membri. Da allora il Rosario divenne la preghiera più diffusa per combattere le eresie e, con il passare dei decenni, una delle più tradizionali preghiere cattoliche.
In occasione di un viaggio a Roma, nell’ottobre 1215, per accompagnare il Vescovo Folchetto, che doveva partecipare al Concilio Laterano IV, Domenico avanzò la proposta a Innocenzo III di un nuovo ordine monastico e mendicante dedicato alla predicazione. Il Papa l’approvò verbalmente, così come aveva fatto con san Francesco nel 1209.
Ma seguendo i canoni conciliari, da lui stesso promulgati (Conc. Laterano IV can. 13), propose di non fare una nuova regola, bensì prenderne una già approvata poiché i tempi erano troppo travagliati per la Chiesa. Seguendo il consiglio, san Domenico con i suoi sedici seguaci, scelse la Regola di Sant’Agostino, corredata da Costituzioni idonee alla loro missione. «San Domenico fu un uomo di preghiera. Innamorato di Dio, non ebbe altra aspirazione che la salvezza delle anime, in particolare di quelle cadute nelle reti delle eresie del suo tempo; imitatore di Cristo […] sotto la guida dello Spirito Santo, progredì sulla via della perfezione cristiana. In ogni momento, la preghiera fu la forza che rinnovò e rese più feconde le sue opere apostoliche», così affermò Benedetto XVI nell’Udienza generale di cinque anni fa, tenuta a Castel Gandolfo (8 agosto 2012).
Chi, oggi, si preoccupa con umiltà, serenità, santità delle anime «cadute nelle reti delle eresie» del nostro tempo? Anche noi, vittime di una funesta carestia di vita interiore e oranti con il Santo Rosario – insistentemente raccomandato cento anni fa da Nostra Signora di Fatima – siamo mendichi, sull’esempio di san Domenico e di san Francesco, della Divina Provvidenza.