Sante Messe in rito antico in Puglia

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giovedì 28 marzo 2024

Sul luogo del rinnegamento: la basilica del Gallicantu

In questo giovedì della Settimana Santa, soffermiamoci sul luogo del rinnegamento di Pietro: la basilica gerosolominata di San Pietro in Gallicantu.

La basilica del Gallicantu

di Pietro Romano

L’abbandono, il tradimento, la disperazione, la presenza salvifica di Maria Santissima... Quanto abbiamo da meditare presso San Pietro in Gallicantu!

La chiesa sorge sul lato orientale del monte Sion. Verso la metà del V secolo, vi fu eretto un monastero bizantino dedicato alle lacrime di pentimento versate da san Pietro e non al suo tradimento. La chiesa del monastero era menzionata dai pellegrini con il nome di Chiesa delle lacrime. Dopo le invasioni arabe, tale cappella fu ricostruita dai crociati nel XII secolo e rinominata San Pietro in Gallicantu, per far memoria del gallo che cantò dopo che san Pietro rinnegò per tre volte il Maestro (cf Mt 26,69-75). 

La Chiesa, edificata nei pressi del luogo dove si suppone sorgesse la casa di Caifa, sommo sacerdote, dalla fine del XIX secolo appartiene ai padri Agostiniani Assunzionisti, che nel 1888 compirono degli scavi archeologici, riportando alla luce le rovine del monastero bizantino e un complesso di grotte, facenti parte probabilmente di abitazioni del I secolo. Vi è anche la cosiddetta prigione di Cristo, ossia il luogo dove, secondo la tradizione, il Redentore passò la notte, dopo il processo avuto presso Anna e Caifa, prima di essere consegnato a Pilato. Recentemente vicino alla Chiesa è stata scoperta una strada a gradini di epoca romana, che dal monte Sion scende verso la piscina di Siloe e verso il Getsemani. Quasi sicuramente per questa strada Gesu?, dopo l’Ultima Cena, scese per andare con i suoi Apostoli a pregare nell’orto degli ulivi. 

Verso la casa di Caifa: Gesù solo

Arrestato Gesù e legato con funi, i soldati lo condussero via. Era solo. Nessun amico gli era rimasto vicino. Gli Apostoli, infatti, smarriti e impauriti dal tintinnio delle catene e dal luccicore delle spade, erano fuggiti, tutti. Le guardie fecero il percorso inverso fatto poche ora prima da Gesù con gli Apostoli: attraversarono il Cedron e risalirono sulla collina occidentale della città, dove si trovava la casa del sommo sacerdote Caifa, dove, in un diverso appartamento, abitava anche Anna, non più in carica, ma ancora potentissimo. Quel doloroso cammino fatto dal Salvatore, ogni anno viene ripercorso da molti fedeli che, dopo la celebrazione dell’Ora santa in compagnia di Gesù agonizzante fatta al Getsemani verso le 20.30, si dirigono con le fiaccole accese e pregando il santo Rosario verso la basilica del Gallicantu, attraversando la valle del Cedron e risalendo la collina, sui passi di Gesù, per riparare gli oltraggi che Egli ricevette dai soldati lungo tutto il tragitto e per colmare la solitudine in cui Egli si trovò sin dall’inizio della sua Passione. 
O tu che leggi, recati in spirito presso l’orto del Getsemani e accompagna Gesù lungo la via che conduce da Caifa. Non lasciarlo solo anche tu! Confortalo, aiutalo, in quella notte di fitte tenebre.

L’interrogatorio e gli oltraggi

Due furono gli interrogatori cui fu sottoposto Gesù, avvenuti in due fasi e sedi differenti, uno alla sera, dinanzi ad Anna, e uno al mattino, davanti a Caifa e al sinedrio. La prima fase fu religiosa: Gesù, infatti, venne imputato di delitto religioso e dichiarato dal sinedrio degno di morte. Poiché tale sentenza aveva solo un valore teoretico, non potendo il sinedrio eseguire sentenze capitali senza l’approvazione dell’autorità romana, allora questi si rivolse al procuratore di Roma, aprendo così la seconda fase del processo che si svolse dinanzi al tribunale civile. 


Il primo interrogatorio, verso le 2.00 del mattino, avvenne dinanzi ad Anna, il quale interrogò Gesù circa i suoi Discepoli e il suo insegnamento. Egli rispose rinviando alle testimonianze di coloro che lo avevano ascoltato insegnare e predicare. Uno schiaffo violento concluse l’interrogatorio e Gesù fu consegnato alle guardie del sinedrio perché lo custodissero sino alla seduta del mattino. Stanchi e irritati per la notte passata insonne a causa sua, i soldati, condotto il prigioniero in uno dei sotterranei, fecero del condannato l’oggetto dei loro scherni: schiaffeggiato, sputato in faccia, insultato e bastonato.

Ancora oggi si può visitare la prigione di Cristo, dove, nella penombra della grotta, si è invitati ad unirsi alle sofferenze del Redentore, recitando il Salmo 88: «Mi hai gettato nella fossa più profonda, / negli abissi tenebrosi. /Pesa su di me il tuo furore / e mi opprimi con tutti i tuoi flutti. / Hai allontanato da me i miei compagni, / mi hai reso per loro un orrore. / Sono prigioniero senza scampo, / si consumano i miei occhi nel patire. / Tutto il giorno ti chiamo, Signore, / verso di te protendo le mie mani» (Sal 88,7-10).
Gesù fu condotto da Caifa attraverso un cortile e «appena fu giorno» (Lc 22,66), probabilmente verso le 5.00 del mattino, fu tenuta la seconda seduta, alla presenza di tutti e tre i gruppi del sinedrio. Molti falsi testimoni si fecero avanti ad accusare Gesù (cf Mt 26,61; Mc 14,58), contraddicendosi tra loro. Caifa, alterato per la situazione difficile, dopo la risposta di Gesù, lo accusò di bestemmia, strappandosi le vesti. Scrive il Ricciotti: «Per rendere più visivo e più impressionante il suo sdegno, il sommo sacerdote mentre aveva lanciato il primo grido si era anche strappato l’orlo superiore della tunica, com’era usanza di fare quando si assisteva ad una scena di sommo cordoglio; ma in realtà se quell’uomo avesse mostrato palesemente sul volto i veri sentimenti che aveva nel cuore, il suo aspetto sarebbe apparso illuminato di profonda e sincera gioia. Egli infatti credeva d’esser riuscito a far bestemmiare Gesù, e con ciò ad implicarlo nella sua propria condanna».

Il rinnegamento di Pietro: il valore di uno sguardo

Tre volte san Pietro fu interrogato se conoscesse Gesù, tre volte rinnegò e subito cantò il gallo per la seconda volta, come gli era stato predetto dal Messia (cf Mc 14,72). Proprio in quel momento Gesù, legato e circondato dagli sbirri, aveva appena terminato la seduta notturna e veniva condotto nel sotterraneo, passando attraverso l’atrio dove era stato acceso il fuoco. Udito il gallo, Pietro si scosse, guardò più in là e vide che Gesù passava e che a sua volta lo fissava con uno sguardo d’amore speciale. A quel punto Pietro, ricordandosi di quello che Gesù gli aveva detto, «uscito fuori, pianse amaramente» (Mt 26,75). Scrive sant’Agostino: «Eccovi dunque Pietro, un uomo che rinnega e che ama; che rinnega per debolezza umana, che ama perché sorretto dalla grazia divina. Il giorno che rinnegò Pietro scoprì ai suoi stessi occhi chi realmente fosse. In effetti era stato un presuntuoso e con orgogliosa vanteria aveva, per così dire, sbandierato le sue forze. Affermando: Signore, io resterò con te fino alla morte, aveva presunto delle proprie forze [...]. E di fatto [...] prima che il gallo cantasse, quel servo, pur così entusiasta, negò tre volte il Signore. E dopo che l’ebbe rinnegato tre volte, cosa troviamo scritto nel Vangelo? Il Signore lo guardò e [Pietro] pianse amaramente. Se il Signore non l’avesse guardato, Pietro non avrebbe pianto» (Discorso 229/P, n. 3). A lui fa eco sant’Ambrogio che commenta: «Tutti coloro che Gesù guarda, piangono. La prima volta Pietro rinnegò e non pianse: perché il Signore non lo aveva guardato. Lo rinnegò una seconda volta e neppure questa volta pianse, poiché non lo aveva guardato il Signore. Quando lo rinnegò per la terza volta, però, Gesù fissò su di lui il suo sguardo e cominciò a piangere con amarezza incontenibile [...]. Pietro pianse, e con amarezza profonda; pianse affinché le sue lacrime potessero lavare il suo peccato. Anche tu devi piangere la tua colpa con lacrime se vuoi ottenere il perdono nello stesso momento ed istante in cui Cristo ti guarda. Se ti capita di cadere in qualche peccato, colui che ti è testimone nel più intimo del tuo essere, ti guarda per farti ricordare e confessare il tuo errore» (Sant’Ambrogio, Expositio Evangelii secundum Lucam, X, 89-90). 

A ricordo di questo episodio, fuori la basilica è stata posta una statua che rappresenta san Pietro accanto al fuoco, nell’atto di rinnegare Gesù. Sotto si essa vi è la scritta: «Non novi illum» (Lc 22,57).

La morte di Giuda

La mattina si seppe subito della cattura e della condanna di Gesù. Giuda allora per la prima volta si rese conto delle conseguenze del suo tradimento e si disperò. Il suo amore per il Messia era torbido e impuro per cui non seppe far prevalere la speranza del perdono. I trenta sicli ricevuti per il tradimento gli divennero fonte di insopportabile amarezza, come fossero arroventati e si recò al sinedrio per restituirli, gridando di aver tradito sangue innocente, ma ricevette solo una fredda risposta: «A noi che importa? Pensaci tu!» (Mt 27,4). Gettò le monete d’argento nel Tempio, si allontanò mentre «l’amore suo per Gesù credeva scorgere davanti a sé una rupe insormontabile per raggiungere la persona sempre amata. Da ogni parte il traditore vedeva attorno a sé il vuoto. Una nerissima tenebra avvolse allora la sua mente, ed egli fuggendo via dal Tempio», «andò a impiccarsi» (Mt 27,5).

Mai dubitare del perdono della Madre divina. Secondo la mistica Anna K. Emmerick, il Redentore aveva accennato alla Madre del prossimo tradimento di Giuda per cui la Vergine Maria pregò compassionevolmente per il miserabile Discepolo. Ma al contrario di san Pietro, che, secondo alcuni Padri, dopo aver rinnegato Gesù, si gettò ai piedi della Madonna per ottenere il perdono e rialzarsi, Giuda si lasciò andare alla disperazione, il demonio l’afferrò, lo condusse quasi alla pazzia e non fu più capace di rivolgersi a Colei che avrebbe potuto aiutarlo.

O tu che leggi, ricordati che Gesù ti guarda dal tabernacolo con sguardo d’amore, nonostante i tuoi peccati e le tue miserie. Non disperare mai del suo perdono e del perdono della Madre sua, anche se le cadute fossero gravi. Medita e piangi la Passione di Gesù e impara da Maria Santissima a compatire le sofferenze del Redentore. 

Fonte: Settimanale di Padre Pio, fasc. 9, 25.2.2024

sabato 13 ottobre 2018

Il 13 ottobre, e non il 29 giugno, data del martirio del beato Pietro Apostolo?

Negli anni scorsi abbiamo già fatto cenno a quest’ipotesi, tutt’altro che peregrina (v. qui e qui).
E perché no???
Del resto, nella storia della nostra fede, questa data è densa di significati.
Il 13 ottobre 1884 il Sommo Pontefice Leone XIII ebbe la celebre visione dei demoni sulla città di Roma, che lo indusse a scrivere la famosa invocazione a S. Michele, principe delle milizie celesti.
Un altro 13 ottobre, 33 anni dopo, ci fu alla Cova di Iria, presso Fatima, in Portogallo, il celebre miracolo del sole.
Un altro 13 ottobre, all’inizio del centenario di Fatima, nel 2016, poi, la statua di Lutero faceva il suo ingresso solenne nell’Aula Nervi, in Vaticano, entrando nel “recinto di Pietro”!
Il 13 ottobre una data significativa. Dunque. E densa di significati.
Rilanciamo, quindi, questo contributo di un nostro amico ed affezionato lettore su questo tema. 

Sulle orme della Guarducci alla scoperta della data del martirio di san Pietro

di Giuliano Zoroddu


La Chiesa celebra la festa dei santi Apostoli Pietro e Paolo il 29 giugno. Recita il Martirologio Romano: “A Roma il natale dei santi Apostoli Pietro e Paolo, i quali patirono nello stesso anno e nello stesso giorno, sotto Nerone Imperatore. Il primo di questi, nella medesima Città, crocifisso col capo rivolto verso la terra, e sepolto nel Vaticano presso la via Trionfale, è celebrato con venerazione di tutto il mondo; l’altro decapitato e sepolto sulla via Ostiense, è venerato con pari onore”. Se il “medesimo giorno” è il 29 giugno (Tértio Kaléndas Júlii), il “medesimo anno” è un po’ più difficile da individuare perché si va dall’anno 64 all’anno 67. La tradizione ecclesiastica ha fatto suo quest’ultimo: “Simon Pietro … venne a Roma e quivi tenne per venticinque anni la cattedra sacerdotale, fino all’ultimo anno di Nerone, cioè il decimo quarto”[1] precisamente, sempre secondo san Girolamo, due anni dopo la morte di Seneca, occorsa nell’aprile del 65[2]. In base a questi dati, il martirio del Pescatore di Betsaida, costituito da Gesù capo visibile dei suoi discepoli, sarebbe avvenuto fra il 13 ottobre del 67 (inizio del quattordicesimo anno d’impero di Nerone) e il 9 giugno del 68 (giorno della sua morte). E infatti Pio IX e anche Paolo VI hanno celebrato il diciottesimo e il diciannovesimo centenario del martirio dei Principi degli Apostoli rispettivamente nel 1867-1868 e nel 1967-1968. A fronte tuttavia di questa tradizione, che ovviamente non afferisce al dogma della fede, vi è tuttavia dibattito fra gli studiosi, fra i sostenitori del 64, fra quelli del 65, del 67 o del 68, fra coloro che fanno coincidere l’anno del martirio di Pietro e del martirio di Paolo e coloro che invece scindono i due martìri, assegnano ad ognuno varie date. L’unica cosa certe che Pietro (come Paolo) fu ucciso per la fede sotto il regno di Nerone (13 ottobre 54 – 9 giugno 68) Non teniamo in considerazioni i negatori della storicità di questi martìri, perché, prendendo a prestito le parole dell’Harnack e del Cullman (protestanti), trattasi semplicemente di pregiudizi anticattolici.


Però vi è una studiosa che non solo ha la sua opinione sull’anno del martirio, ma che sul mese e sul giorno. La studiosa è la compianta Margherita Guarducci (1902 – 1999), grande epigrafista, indissolubilmente legata alla individuazione della tomba e delle reliquie di san Pietro, autrice, fra le altre eccellenti opere, del saggio “La data del Martirio di San Pietro” del 1968 (La Parola del Passato, CXIX, Marzo-Aprile 1968, pp. 81-115)[3]. Vediamo di riassumere esaustivamente la tesi di questa dottissima Maestra.


Noi sappiamo che il massacro che Nerone fece dei Cristiani della Chiesa Romana seguì l’incendio che devastò l’Urbe dal 18 al 27 luglio del 64. Le fonti storiche più antiche a riguardo sono  gli Annali di Tacito e la Lettera di Papa san Clemente Romano ai Corinzi (datata al 95/96), che ci parlano della grande moltitudine di coloro che Nerone fece uccidere durante macabri spettacoli.
Tacito, Annales, XV, 44, 6-9: “Nessuno sforzo umano, nessuna elargizione dell’imperatore o sacrificio degli dei riusciva ad allontanare il sospetto che si ritenesse lui il mandante dell’incendio. Quindi, per far cessare la diceria, Nerone si inventò dei colpevoli e colpì con pene di estrema crudeltà coloro che, odiati per il loro comportamento contro la morale, il popolo chiamava Cristiani. Colui al quale si doveva questo nome, Cristo, nato sotto l’impero di Tiberio, attraverso il procuratore Ponzio Pilato era stato messo a morte; e quella pericolosa superstizione, repressa sul momento, tornava di nuovo a manifestarsi, non solo in Giudea, luogo d’origine di quella sciagura, ma anche a Roma, dove confluisce e si celebra tutto ciò che d’atroce e vergognoso giunge da ogni parte del mondo. Quindi dapprima vennero arrestati coloro che confessavano, in seguito, grazie alle testimonianze dei primi, fu dichiarato colpevole una grande moltitudine di persone non tanto per il crimine di incendio, quanto per odio nei confronti del genere umano. E furono aggiunti anche scherni per coloro che erano destinati a morire, che, con la schiena ricoperta di belve, morissero dilaniati dai cani, o che fossero crocefissi o dati alle fiamme e, tramontato il sole, utilizzati come torce notturne. Per quello spettacolo Nerone aveva offerto i suoi giardini ed allestiva uno spettacolo al circo, confuso fra la folla in abito da auriga o salendo su una biga. Quindi, benché le punizioni fossero rivolte contro colpevoli ed uomini che si meritavano l’estremo supplizio, sorgeva una certa compassione nei loro confronti, come se i castighi non fossero stati inflitti per il bene pubblico, ma per la crudeltà di un solo uomo”.
Clemente, I Cor, V-VI: “Per invidia e per gelosia le più grandi e giuste colonne furono perseguitate e lottarono sino alla morte. Prendiamo in considerazione i buoni apostoli. Pietro per l’ingiusta invidia non una o due, ma molte fatiche sopportò, e così, dopo aver reso testimonianza, s’incamminò verso il meritato luogo della gloria. Per invidia e discordia Paolo mostrò il premio della pazienza. Per sette volte portando catene, esiliato, lapidato, fattosi araldo nell’Oriente e nell’Occidente, ebbe la nobile fama della fede. Dopo aver predicato la giustizia a tutto il mondo, giunto al confine dell’occidente e resa testimonianza davanti alle autorità, lasciò il mondo e raggiunse il luogo santo, divenendo il più grande modello di pazienza. Intorno a questi uomini che piamente si comportarono si raccolse una grande moltitudine di eletti, i quali, dopo aver sofferto per la gelosia molti oltraggi e tormenti, divennero fra noi bellissimo esempio. Per gelosia perseguitate, donne Danaidi e Dirci, dopo aver sopportato oltraggi terribili ed empi, si misero sulla sicura via della fede, esse che fisicamente erano deboli”.


Dai questi due tesi, in relazione fra loro,  la Guarducci deduce:
1. che il martirio di Pietro, di Paolo e della gran moltitudine di cristiani e cristiane sia avvenuto nel 64, essendo gli altri anni occupati dalla repressione della Congiura dei Pisoni e di altri (65-estate 66), dalla incoronazione di Tiridate re d’Armenia (settembre 66), dal viaggio in Grecia di Nerone (66-68);
2. che sia avvenuto nei giardini di Nerone e nel Circo lì esistente, a motivo del fatto che questo era l’unico risparmiato dalle fiamme e che il martirio di Pietro è strettamente legato al Vaticano, come dimostra la presenza della sua tomba e del luogo di culto sovrastante.
L’anno quindi è per la Nostra il 64, l’unico in cui Nerone avrebbe potuto partecipare alle corse svoltesi durante i sanguinosi spettacoli. Ma in che mese? Cediamole la parola: “Ci troviamo, in ogni modo, dopo il 28 luglio, giorno in cui l’immane incendio si estinse. Bisognerà anzitutto escludere un paio di mesi dopo il disastro, per dare il tempo necessario alle prime opere di soccorso, alle prime iniziative per il riassetto di Roma, alle suppliche religiose, non che alle mormorazioni contro l’imperatore che il popolo riteneva colpevole del flagello Si giunge così alla fine di settembre o ai primi di ottobre. D’altra parte bisogna escludere anche gli ultimi due mesi dell’anno, non propizi allo svolgimento di spettacoli all’aperto […] il periodo più probabile ci appare la prima metà di ottobre”[4].
E di questa prima metà del mese, imporporata dai Protomartiri Romani caduti vittima delle fantasie sanguinarie di Nerone e Tigellino, la Guarducci individua anche il giorno preciso del martirio di san Pietro: il 13 ottobre. Su cosa basa tanta sicurezza? Su due dati:
1. le profezie post eventum contenute negli apocrifi Ascensione di Isaia e Apocalisse di Pietro (I-II secolo d.C.) che ci forniscono dati cronologici più che esatti;
2. il fatto che il 13 ottobre del 64 fosse il decimo dies imperii di Nerone, il quale era salito al trono dopo l’avvelenamento del padre adottivo Claudio, appunto il 13 ottobre del 54.
I due testi apocrifi citati “profetizzano” al principe matricida, figlio dell’Ade, reo di aver ucciso Pietro e gli altri discepoli del Signore, che, dopo lo spargimento del sangue di Pietro e degli altri discepolo, avrebbe regnato solamente altri “1332 giorni”. E tornando a ritroso dal 9 giugno 68, giorno in cui Nerone finì ingloriosamente i suoi giorni, si arriva alla data del 13 ottobre 64, decimo anniversario della sua ascesa al trono. Un giorno sacratissimo, solennizzato con sacrifici e spettacoli cruenti: il sangue versato, si credeva, avrebbe giovato ai vivi. E nel caso delle feste per il genetliaco (dies natalis) o l’ascesa al trono (dies imperii) il vivo era un vivo particolare: l’Imperatore, il divus princeps. Leggiamo cosa scrive l’Autrice: “I Cristiani sono stati condannati (questo risulta dal famoso passo di Tacito) per il loro odium humani generis, cioè come nemici dell’Impero, e qui si vede ch’essi vengono sacrificati proprio in occasione della festa in cui – nella persona dell’imperatore divinizzato – si esalta la maestà dell’impero romano”[5].  Pertanto conclude: “Tutto induce a ritenere che il problema lungamente dibattuto circa la data del martirio di Pietro possa – lo ripeto – trovare soddisfacente soluzione nella riposta: 13 ottobre 64”[6]. Il fatto poi che la Chiesa celebri uniti i due Principi degli Apostoli al 29 giugno si spiega facendo riferimento alla commemorazione della traslazione dei due Padri di Roma Cristiana nella Basilica Apostolorum in  Catacumbas sull’Appia (l’attuale San Sebastiano): e questa seconda depositio avvenuta nel 258 sotto il consolato di Tusco e Basso, ai tempi  della persecuzione di Valeriano, eseguita per scampare i copri apostolici dal ludibrio pagano, fece dimenticare le date della prima.


Una scelta di date che non sembra invero casuale perché il 29 giugno, mentre i pagani festeggiavano una festa legata a Romolo, fondatore di Roma pagana, i Cristiani celebravano “la festa natalizia dei due Principi degli apostoli, Pietro e Paolo, o per meglio dire, dietro la persona dei due massimi Apostoli era la festa del primato pontificio, la festa del Papa, il Natalis Urbis, cioè della Roma Cristiana, il trionfo della Croce su Giove scagliafolgori e sui suoi vicari, i Pontifices Maximi residenti nella Regia del Foro. Tant’è vero che Roma vi annetteva questo significato simbolico, che i vescovi della provincia metropolitica del Papa erano soliti in tale giorno di recarsi nell’Eterna Città in segno d’ossequiosa sudditanza, per celebrare si grande solennità insieme col Pontefice”[7].

[1] Girolamo, De viribus illustribus, 1. PL 23, 638B.
[2]  Ivi, 12. PL 23 662°.
[3]  Margherita Guarducci espose questa sua tesi in un articolo apparso su 30Giorni (anno XIV, marzo 1996, p. 79-82): La data del martirio di san Pietro.
[4]  M. Guarducci, La data del Martirio di San Pietro, La Parola del Passato, CXIX, Marzo-Aprile 1968, pp. 103-104.
[5]  Ivi, p. 110. La storia ci fornisce altri esempi di massacri di “nemici dell’impero” occorsi in altri dies imperii i Giudei di Alessandra sacrificati nel dies imperii di Caligola; gli Ebrei gettati alle fiere sotto Vespasiano e Tito; il martirio di san Policarpo nell’anniversario dell’esaltazione al trono di Antonino Pio; il martirio dei Cristiani di Lione nel dies imperii di Marco Aurelio.
[6] Ivi, p. 111.
[7] A. I. Schuster, Liber Sacramentorum, vol. VII, Torino-Roma 1930, p. 298.