lunedì 9 ottobre 2023
9 ottobre 1958 - 2023 - Anniversario del beato transito del Venerabile Pontefice Pio XII
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| Rare fotografie del corpo del papa Pio XII, rivestito dell'abito corale, con mozzetta e camauro, avvolto in più strati di cellophane, dopo l’immersione del cadavere in un misterioso miscuglio di erbe aromatiche, secondo le prescrizioni del medico personale del Papa (che era un semplice oculista), Riccardo Galeazzi Lisi, che, a suo dire, aveva inventato un innovativo metodo di imbalsamazione. L’averlo avvolto nel cellophane, tuttavia, innalzò la temperatura corporea a livelli tali che la salma, nel tragitto tra Castel Gandolfo a Roma, esplose sulla Via Appia, all’altezza della Basilica di San Giovanni in Laterano. Fu necessaria una tappa non prevista, durante la quale il cadavere del Sommo Pontefice fu sottoposto ad una nuova procedura d’imbalsamazione. Il danno però era ormai fatto: durante i tre giorni di esposizione nella Basilica Vaticana, accadde il peggio: il volto del grande padre della cattolicità cominciò a smembrarsi e gli cadde addirittura il setto nasale. Tremendo fu lo spettacolo a cui assistettero migliaia di pellegrini in fila per rendergli omaggio e diverse guardie nobili svennero a causa dei miasmi esalati dalla salma. Nella notte tra l’11 e il 12 ottobre fu necessario chiudere la Basilica di San Pietro per apportare ulteriori interventi alla salma, apponendo una maschera di cera sul volto del venerato pontefice. Galeazzi Lisi, che aveva già diffuso vendendole a caro prezzo le immagini del papa morente scattate di nascosto con una piccola macchina fotografica tenuta nascosta in tasca, fu licenziato in tronco dal collegio cardinalizio e successivamente radiato dall’ordine nazionale dei medici (tratto da Francesco Capozza, Pio XII, quando il Papa fu imbalsamato ma si decompose in pubblico, in Libero, 11.10.2022) |
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| Salma del papa, rivestita degli abiti liturgici papali, esposta a Castelgandolfo |
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| La salma del papa in San Pietro |
65° anniversario
del beato transito del Papa Pio XII, morto dopo una lunga agonia il 9 ottobre
1958, alle ore 3,52, nella Villa Papale di Castelgandolfo, all'età di 82 anni (le ultime ore del Sommo Pontefice sono descritte in Le ultime ore di Pio XII, in Radiospada, 9.10.2022).
Regnò per
quasi vent'anni, essendo il suo pontificato iniziato nei momenti più difficili del
XX secolo. Due anni prima della morte vergò il suo brevissimo testamento, in
cui lasciava scritto «[…] i non pochi Atti e discorsi, da me per necessità di
officio emanati o pronunziati, bastano a far conoscere, a chi per avventura lo
desiderasse, il mio pensiero intorno alle varie questioni religiose e morali» (Il
testamento del Santo Padre Pio XII, ivi, 9.10.2020).
La sua morte
è stata compianta in tutto il mondo.
Tra i
messaggi di cordoglio c'erano quelli del presidente americano Eisenhower e di
molti leader ebrei come il ministro degli Esteri israeliano Golda Meir e il
rabbino italiano Elio Toaff. Il direttore d'orchestra ebreo-americano Leonard
Bernstein chiese un minuto di silenzio prima di un concerto della New York
Philarmonic Orchestra nell'ottobre 1958.
Il Pastor
Angelicus e Defensor Civitatis (i suoi acclamati titoli) è
attualmente considerato Venerabile dalla Chiesa cattolica romana nonostante la
famigerata campagna di odio (avviata nel 1963 in seguito alla rappresentazione
del dramma di Rolf Hochhuth “Il Vicario” sul palco di Berlino) per denigrare la
sua santa memoria.
I documenti
dimostrano che, lungi dall’aver abbandonato al loro destino gli ebrei
perseguitati durante la Seconda Guerra Mondiale, il presunto “silenzio” (=
diplomazia professionale) di Pio XII contribuì in maniera decisiva
–direttamente o indirettamente– alla salvezza di circa 850.000 ebrei europei
(cfr. Pio XII e gli ebrei: online la “lista Pacelli”, in ivi, 5.7.2022).
A questo
proposito, riguardo a recenti documenti ritrovati nell’archivio Vaticano,
pubblicati dal settimanale culturale del Corriere della Sera, La Lettura
(fasc. n. 616 del 17.9.2023, pp. 2-5, di cui riproduciamo qui di seguito le immagini dell'articolo), e che hanno suscitato ampio scalpore sui
mass-media (cfr. Antonio Carioti, Pio XII sapeva della Shoah: la prova in
una lettera scritta nel 1942 da un gesuita tedesco, in Corriere
della sera, 16.9.2023; Matteo Luigi Napolitano, Pio XII, il Papa che
“sapeva”, in L’Osservatore
romano, 19.9.2023; Giovanni Maria Vian, Quello che i titoli sul
silenzio di papa Pio XII hanno trascurato, in Domani, 7.10.2023), rilancio un’analisi
precisa e puntuale su questi documenti:
«1. La Lettura, il settimanale culturale del Corriere della Sera, pubblica un’intervista a Giovanni Coco, archivista di Santa Madre Chiesa, esattamente in forze all’Archivio Apostolico Vaticano, presentando un documento inedito sui campi di sterminio all’est. Si tratta di una lettera drammatica inviata dal gesuita Lothar König al confratello Robert Leiber, segretario di Pio XII.
Il Corriere della Sera, nella pagina culturale di
ieri, aveva anticipato la notizia sull’inedito. Oggi Coco ne riferisce al “domenicale”
del Corriere.
“Questa è una lettera inedita, scritta da un gesuita
tedesco antinazista, Lothar König. Contiene un allegato con una statistica di
sacerdoti detenuti nei campi di concentramento fatti costruire da Adolf Hitler.
Ma soprattutto parla di Auschwitz e di Dachau. E riporta da fonti credibili
notizie secondo le quali ogni giorno circa seimila tra ebrei e polacchi
venivano uccisi “negli altiforni” del Lager di Belzec, vicino al confine
ucraino. È datata 14 dicembre 1942...”.
2. Quale il valore di questa lettera di König a Leiber? “Enorme,
credo - osserva Coco - È un caso unico, perché rappresenta la sola
testimonianza di una corrispondenza che doveva essere nutrita e prolungata nel
tempo. Si capisce dalla familiarità con la quale Lothar König si rivolge in
tedesco a padre Robert Leiber, segretario di Pio XII”, chiamandolo “caro amico”.
Va tenuto presente che König era un grande antinazista. Ma
i documenti da noi consultati ci svelano che lo era anche il padre Leiber. Era
dunque una corrispondenza tra due antinazisti che si fidavano l’uno dell’altro.
Il che significa che padre Leiber e Pio XII sapevano benissimo del Kreisau
Kreis, il circolo di cui König faceva parte: “Una rete della resistenza
tedesca composta da cattolici e protestanti, la cui intelligence era in grado
di fare arrivare a Roma le notizie più riservate sui crimini hitleriani”.
3. Queste notizie ricevute dal Papa andavano diffuse al
mondo? Andava aperta la loggia su piazza San Pietro per denunciare, in piena
Shoah (nel 1942 con mezza Europa sotto il tallone hitleriano), i crimini di
Hitler che nel frattempo teneva in ostaggio così tanti innocenti. No.
Il padre König, infatti, sconsigliava fortemente
un tale passo, raccomandando al confratello Leiber (citiamo Coco) “di usare
quelle informazioni con la massima cautela, senza dire una sola parola che
potesse tradire le fonti. König temeva una fuga di notizie dal Vaticano, oppure
che la lettera potesse essere scoperta in caso di un’irruzione nazista”.
Cautela, dunque, prudenza, non chiasso, non denuncia
plateale. Erano questi anche gli ingredienti del Circolo di Kreisau, poi
accusato per il fallito attentato a Hitler. König, che faceva parte di quel
circolo, dovette fuggire perché ricercato. Ecco perché la raccomandazione del
gesuita al segretario di Pio XII “era un invito al silenzio per non bruciare la
rete della resistenza tedesca al nazismo”.
Ecco le parole dello stesso padre König: “I numeri
sono ufficiali...C’è anche un rapporto di vari testimoni […]. Entrambi gli
allegati sono stati ottenuti con il massimo rischio. Non solo è a rischio la
mia testa, ma anche la testa degli altri se non vengono usati con la massima
prudenza e cura...”.
4. Grazie al documento da lui scoperto, dice Coco, “stavolta si ha la certezza
che dalla chiesa cattolica tedesca arrivavano a Pio XII notizie esatte e
dettagliate sui crimini che si stavano perpetrando contro gli ebrei. Si parla
del Lager di Belzec, non lontano dalla cittadina ucraina di Rava-Rus’ka dove
tra il 5 e l’11 dicembre 1942 erano stati fucilati più di cinquemila ebrei. «Le
ultime informazioni su Rava-Rus'ka con il suo altoforno delle SS, dove ogni
giorno muoiono fino a 6000 uomini, soprattutto polacchi e ebrei, le ho trovate
confermate da altre fonti...», scrive König. Ma nella lettera si accenna anche
a un altro rapporto che non conosciamo ancora, riferito ad Auschwitz”.
Coco sa benissimo (e lo ammette onestamente) che la sua
scoperta non rappresenta proprio una novità. Per Coco la vera novità sta nel
fatto che, in quel dicembre 1942, in Vaticano giunsero notizie “esatte e
dettagliate” sui crimini nazisti. Ora, quest’affermazione sull’esattezza delle
notizie va temperata con quello che pensavano le organizzazioni ebraiche e gli
alleati.
5. Accertare le fonti era il cruccio di tutte le
organizzazioni antinaziste. Il giurista Paul Guggenheim, che dirigeva la sede
ginevrina del Congresso Mondiale Ebraico, bloccò le notizie sui campi di
sterminio che il suo subordinato Gerhart Riegner stava per diffondere al mondo.
Gli chiese infatti dapprima di cancellare la menzione dei grandi forni
crematori, e poi di aggiungere (in quella che è la seconda parte del dispaccio,
come noi oggi la conosciamo) una nota di cautela circa la non verificabilità
delle fonti.
Gli archivi inglesi ci informano che a fine ottobre 1942
Guggenheim si recò al consolato americano a Ginevra per riferire le notizie che
aveva ricevuto.
Lasciamo parlare il console americano: “L’informatore del Professor Guggenheim conferma che per tutte le cattive notizie recate dal Dott. Gerhart Riegner, Segretario del Congresso Ebraico Mondiale a Ginevra, e dal signor Lichtheim, dell’Agenzia ebraica per la Palestina di Ginevra, concernenti la situazione ebraica in Lettonia, salvo che per quelle riguardanti i dettagli dell’assassinio degli ebrei e il numero degli uccisi, ci sono numerose divergenze in vari rapporti. È solo nell’essenziale che questi rapporti sono unanimi”. Ovviamente, nessuna menzione dei forni crematori.
6. La documentazione esistente ci informa del fatto che la dichiarazione
interalleata del 17 dicembre 1942 contro i crimini nazisti fu fatta solo dietro
forte insistenza dei circoli ebraici internazionali presso Roosevelt, cui era
stato rilasciato, l’8 dicembre 1942, un importante memorandum sulla tragedia
ebraica. Notiamo la contemporaneità fra questi eventi e la data del documento
illustrato da Coco.
Alla dichiarazione interalleata seguirono fatti
concreti? No, dato che la priorità non era bombardare le linee ferroviarie che
portavano ad Auschwitz, ma sconfiggere la Germania sul campo. Ma con tutto ciò,
gli alleati ritenevano ritenevano affidabili le notizie provenienti dai Lager?
Ce lo dice un altro sconcertante episodio.
7. Nel 1943 Stati Uniti e Gran Bretagna volevano
pubblicare una nuova dichiarazione sui crimini di guerra tedeschi in Polonia.
Essa fu diramata il 30 agosto 1943 e pubblicata nella raccolta ufficiale del
Dipartimento di Stato americano. Ebbene: un paragrafo di quella dichiarazione
avrebbe dovuto menzionare i forni crematori, ma poi fu eliminato.
Perché? Lasciamo parlare le carte americane.
“Su suggerimento del Governo britannico, che afferma non
esserci prove sufficienti per giustificare una dichiarazione circa l’esecuzione
nelle camere a gas, è stato concordato di eliminare l’ultima frase del
paragrafo secondo della Dichiarazione sui crimini tedeschi in Polonia da “dove”
a “camere a gas”, così lasciando terminare il secondo paragrafo con “campi di
concentramento”.
Quando si dice “il silenzio sulle camere a gas”…
8. Bene, dunque, la massima “democrazia archivistica” su
Pio XII, ma attenzione a non lasciarsi prendere dalla “sindrome delle novità”.
Per esempio, le tragiche notizie provenienti da Rava-Rus'ka non erano una
novità. Ne parlava in prima pagina il Jewish Post già il 1° febbraio
1943; e non è il solo esempio.
9. A mo’ di post-scriptum. Notiamo del veleno in coda
all’articolo della Lettura.
In merito al ritardo con cui certe carte vengono alla luce,
Coco osserva: “Probabilmente chi ha maneggiato quei documenti prima di noi non
ha capito l’importanza del contenuto. Sa, nel passato non sempre gli archivi
venivano visti come una priorità in alcuni uffici del Vaticano. E non sempre
nel passato — fuori da qui — gli archivisti sono stati selezionati con occhio
per la loro professionalità”.
«Fuori da qui» è un inciso che fa capire che
secondo Coco la perfetta professionalità archivistica alberga solo presso
l’Archivio Apostolico Vaticano?
Che ci sia altissima professionalità in questo archivio, è
fuor di dubbio. È dunque negli altri archivi vaticani che Coco lamenta mancanza
di professionalità? E, per esperienza diretta anche degli altri archivi, su
quali basi lo afferma?» (Fonte).
domenica 20 agosto 2023
Pio VII, il Papa mite perseguitato da Napoleone. A duecento anni dalla morte: 20 agosto 1823-2023
Il 20 agosto
non è solo la data del pio transito del papa San Pio X, morto nel 1914. In
verità, in quello stesso giorno, ma novantuno anni prima ed esattamente 200
anni fa, moriva, a Roma, un altro papa che portava quel nome: il servo di Dio
papa Pio VII Chiaramonti: il pontefice che fu eletto in circostanze difficili,
a Venezia, e che affrontò Napoleone. L’anniversario della morte del papa
cesenate, in verità, è passato quasi in sordina sui maggiori mass media e non
ci pare di aver sentito particolari celebrazioni in merito. In realtà, su
alcune testate l’anniversario non è passato sotto silenzio. Si segnalano Filippo Rizzi, I duecento anni
di Pio VII, il papa che affrontò i “tempi nuovi”, in Avvenire, 19.8.2023; Bernard Ardura, Pio VII,
“Vicario del Dio della pace”, in Vatican News, 19.8.2023; Giovanni Maria Vian, Pio VII
tenne testa a Napoleone e affrontò per primo i tempi nuovi, in Domani, 21.8.2023; Antonio Tarallo, Papa Pio VII e
Napoleone Bonaparte, in Acistampa, 20.8.2023; Fabrizio Foschi, Pio VII, il
papa prigioniero che difese la Chiesa (da Napoleone), in Il sussidiario, 14.8.2023. Anche Bergoglio ha ritenuto di inviare una lettera al vescovo di Cesena-Sarsina per ricordare l'evento, sebbene con un mese di ritardo rispetto alla data di anniversario (cfr. Messaggio in occasione del bicentenario della morte del Servo di Dio Pio VII, 21.0.2023), forse perché gli sarà stato ricordato tardi ... Cfr. Cesena, Papa Francesco invia un messaggio al super convegno su Pio VII e un collezionista scova su eBay ritratto ignoto e lo compra, in Corriere Romagna, 14.10.2023.
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| Il ritratto di Pio VII nel 1800, primo anno del suo pontificato, scovato su eBay |
Noi ricordiamo quest'insigne Pontefice con le sue stesse parole tratte dal Breve Etsi longissimo del 30 gennaio 1816: «[…] Noi siamo rappresentanti di Colui che è il Dio della pace e che, nascendo per redimere il genere umano dalla tirannide del demonio, volle annunciare la pace agli uomini attraverso i suoi angeli, abbiamo creduto sia proprio di quella funzione apostolica che, sebbene senza merito, esercitiamo […]».
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| Raffaele Castellini, Ritratto di papa Pio VII, XIX sec., collezione privata |
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| Teresa Cosci, Pio VII in esilio a Savona, XIX sec., collezione privata. Fonte |
Pio
VII, il Papa mite perseguitato da Napoleone
di
Massim Scapin
Domenica 20 agosto ricorrono i duecento anni dalla morte di Pio VII, il Papa, oggi Servo di Dio, deportato in Francia da Napoleone. E che, alla morte di Bonaparte, ne trattò la famiglia da vero cristiano.
Il 20 agosto di 200 anni fa, moriva il papa che si trovò nella tempesta dei giorni napoleonici: Pio VII, al secolo Barnaba Chiaramonti (1742-1823), dal 2007 Servo di Dio.
Monaco benedettino, priore dell’Abbazia di San Paolo a Roma (1775), vescovo di Tivoli (1782), cardinale e vescovo di Imola (1785), era nato 81 anni prima, a Cesena come il suo predecessore, papa Pio VI († 1799): «entrambi strappati con violenza alla loro sede episcopale e trascinati in esilio» (BENEDETTO XVI, Discorso, 4 ottobre 2008). Dopo la sua elezione alla cattedra di Pietro il 14 marzo 1800, a conclusione del laborioso «conclave dell’esilio» durato più di tre mesi nel monastero veneziano di San Giorgio Maggiore, «in momenti quanto mai difficili per la Chiesa seppe dare esempio ai principi e ai popoli di fede inconcussa, di magnifica generosità di animo, e soprattutto di grande fortezza nel difendere, davanti all’irresistibile invadenza napoleonica, i diritti inviolabili della Chiesa Cattolica», come scrisse l’allora segretario di Stato di Pio XI, il cardinale Pietro Gasparri († 1934), nella Lettera del 3 giugno 1923 al vescovo di Cesena (in Rivista Storica Benedettina, XIV, Santa Maria Nuova, Roma 1923, p. 206).
Ai cardinali riuniti il 29 ottobre 1804, Pio VII ricorda con soddisfazione il ristabilimento del cattolicesimo in Francia, grazie al Concordato del 1801, e comunica che, aderendo alla richiesta di Napoleone Bonaparte († 1821), si recherà a Parigi per incoronarlo imperatore. In realtà Napoleone assumerà da sé la corona. Purtroppo, i buoni rapporti con l’imperatore francese durano poco, e nel 1808 Napoleone incorpora all’Impero lo Stato Pontificio. Nel 1809 papa Chiaramonti, dopo aver scomunicato il Bonaparte, è deportato in Francia: Grenoble, Savona e Fontainebleau sono le sue residenze coatte. Rientrato a Roma nel 1814, dopo la caduta di Napoleone, ristabilisce la Compagnia di Gesù e imprime un decisivo impulso all’opera missionaria.
La mitezza di Pio VII e la superbia di Bonaparte sono conservate ne L’incoronazione di Napoleone I, la tela molto «ritoccata», ora esposta al Louvre, di Jacques-Louis David († 1825), il pittore della Rivoluzione francese e di Napoleone. Che giornata, quella del 2 dicembre 1804! Tutti nella chiesa-madre di Parigi, la cattedrale di Notre-Dame, invece che in quella solita di Reims. Quanti i disagi, anche fisici, sopportati angelicamente dal Papa! Per la gioia di re Enrico IV († 1106) e degli imperatori Federico Barbarossa († 1190), Federico II († 1250) e Ludovico il Bavaro († 1347), Napoleone si mette in capo la corona di imperatore dei Francesi da solo. Non era andato a Roma ai piedi di Sua Santità; ma con moine e minacce era riuscito a convincere il povero Pio VII a mettersi in viaggio, in pieno inverno, da Roma a Parigi, per consacrare quel Carlo Magno a rovescio.
Ci piace pensare che la «colonna sonora» di quella giornata, interpretata da 500 musicisti e cantanti, abbia consolato almeno in parte l’animo del Papa. Gran parte della musica fu composta da uno dei grandi maestri della scuola napoletana, il tarantino Giovanni Paisiello († 1816), per cui il Bonaparte andava pazzo. Alludiamo alla Messe du Sacre, per 3 voci soliste (ma i cantanti impegnati nelle varie parti furono 9), 2 cori e 2 orchestre, e al Te Deum in si bemolle maggiore per soli, doppio coro e doppia orchestra, che il compositore aveva scritto ma non diresse quella domenica di dicembre: a fine agosto era ripartito per Napoli, lasciando come suo successore Jean-François Lesueur († 1837), il maestro di composizione di Hector Berlioz († 1869).
Molto bella è la Messa, di cui riferirono: «Scelta e numerosa l’orchestra, cantanti di prim’ordine, le ispirazioni seguivano il maestro italiano. La Messa fu un capolavoro, che la più severa critica non avrebbe saputo menomamente attaccare (…). Paisiello nella indicata circostanza provò più che mai quanto fosse valente nelle sacre composizioni, con quanta filosofia sapesse esprimere le tante, sì variate e sì sublimi situazioni, che l’incruento sagrifizio presentano, e ben meritati applausi riportò da una folla immensa di popolo che ad uno spettacolo quasi più teatrale, che ecclesiastico, assisteva» (F. SCHIZZI, Della vita e degli studi di Giovanni Paisiello, Volume 73, Milano 1833, pp. 46-47).
Il Te Deum, eseguito alla fine, fu riciclato per l’occasione con disinvoltura. Fu composto da Paisiello a Napoli nel 1791 «per il ritorno delle Loro Maestà [Ferdinando e Carolina] da Germania, eseguitosi nella Chiesa di Belvedere sopra Caserta» (La rassegna musicale, Einaudi, 1930, p. 130). Parigi lo aveva sentito il 18 aprile 1802, giorno di Pasqua, quando fu proclamato in Francia il Concordato: i musici della cappella consolare e del Teatro della Repubblica e delle Arti si riunirono per cantarlo, insieme ad altre composizioni di Paisiello.
Questa partitura presenta particolare importanza, dal momento che Paisiello, pur essendo nato nel 1740, tra l’Opera comica e il patetico di quella «materia buffa […] bene intrecciata colla seria» (C. Goldoni, La Scuola Moderna, All’amico lettore), qui sa intuire lo stile Impero in musica. Sì, quella versione ornamentale di neoclassicismo con cui tutti gli artisti italiani e francesi si mettono in sintonia durante l’impero napoleonico; uno stile che sarà pienamente incarnato da Luigi Cherubini († 1842). Il Te Deum di Paisiello è tutto animato di spirito marziale: desta grande meraviglia il Te ergo quæsumus, in cui l’orchestra dialoga con la fanfara della Guarda Nazionale collocata nella navata. Ma vi si trovano pure tanti momenti delicati, quasi intimi (cfr. P. ISOTTA, Per un bicentenario: Paisiello e il mito di Fedra, Arte’m, Napoli 2016).
lunedì 22 maggio 2023
Nel 150° anniversario della morte di Alessandro Manzoni
Alle sei e quindici del pomeriggio
del 22 maggio 1873, moriva nella sua casa di Milano all’età di 88 anni,
Alessandro Manzoni. Questi, a parte i disturbi nervosi di cui era affetto
(«Strano, tortuoso, complesso», lo definì Natalia Ginzburg nella famosa
biografia familiare. Carattere impossibile, nevrotico, paranoico: Manzoni aveva
il terrore della folla, era vittima di crisi di panico e di vertigini, il
«balbettamento organico e nervoso» gli impediva di parlare in pubblico. A
Brusuglio passava il suo tempo coltivando e camminando per ore, ma non
sopportava la terra bagnata e il cinguettìo degli uccelli), il 6 gennaio era
caduto, battendo la testa su uno scalino all’uscita dalla chiesa di San Fedele
di Milano, dove si recava quotidianamente per la Santa Messa, procurandosi un
trauma cranico. Si era accorto, già dopo qualche giorno, che le sue facoltà
intellettive cominciavano lentamente a declinare, fino a cadere in uno stato di
catatonia a partire dal mese di marzo. Le sofferenze furono acuite dalla morte
del figlio maggiore Pier Luigi, avvenuta il 28 aprile, quasi un mese prima
della morte dello scrittore, che spirò per una meningite contratta a seguito
del trauma. Il corpo fu imbalsamato da sette medici incaricati del processo da
parte del Comune di Milano tra il giorno 24 e il 27 maggio ed esposto a Palazzo
Marino con onori sovrani. Ai solenni funerali del Senatore (Manzoni era stato
nominato senatore nel febbraio 1860 per meriti verso la patria), celebrati in
duomo il 29, parteciparono le massime autorità dello Stato, tra cui il futuro
re Umberto I, il ministro degli esteri Emilio Visconti Venosta e le
rappresentanze della Camera, del Senato, delle Province e delle Città del
Regno. Il giorno stesso della sua morte il Comune di Milano decretò di
intitolare allo scrittore scomparso la via del Giardino, nei pressi della quale
lo scrittore viveva dal 1814. Alla mattina del 23 maggio erano già murate le
targhe di marmo con la nuova intitolazione “Via Alessandro Manzoni” in
sostituzione delle precedenti. Nel 1874, nel primo anniversario della morte,
Giuseppe Verdi dirigerà personalmente nella chiesa di San Marco di Milano la
Messa di requiem, composta per onorarne la memoria. A fronte delle solenni
commemorazioni istituzionali dell’Italia sabauda, il mondo cattolico espresse,
in morte del Manzoni, alcuni dubbi e alcune critiche che, sebbene in modo
sotterraneo, arriveranno al primo Dopoguerra, nonostante l’indubbio favore per
la di lui grandissima opera e la sua progressiva istituzionalizzazione culturale,
voluta dal Fascismo in continuità con l’Italia liberale di fine Ottocento. I
gesuiti de La Civiltà Cattolica, ad esempio, che avevano preso le
distanze dal Manzoni soltanto dopo che questi ricevette in casa sua con grande
affabilità Giuseppe Garibaldi, massone, anticlericale e anticristiano, nel
1862, passarono sotto silenzio la morte del senatore, per poi esprimere
critiche alla sua opera, nell’articolo del 26 giugno 1873 e in qualche altro
intervento negli anni successivi, sull’onda delle ragionate riserve filosofiche
e letterarie espresse fino alla morte (avvenuta nel settembre 1862) dal p.
Luigi Taparelli d’Azeglio (peraltro figlio di Cesare, destinatario della
celeberrima lettera manzoniana sul Romanticismo). Nel dissidio tra
le due anime del cattolicesimo italiano dell’epoca, Manzoni era ritenuto (non
senza una dose di giusta ragione) il “cavallo di Troia” tramite cui i liberali
avevano potuto attuare la loro politica laicista e l’abbattimento del potere
temporale dei papi. A tal proposito don Davide Albertario, molto critico della
religiosità manzoniana e fervida penna del giornalismo lombardo, scrisse:
«Manzoni non iscorse o non volle iscorgere l’inganno che la rivoluzione
nascondeva alle promesse di unità italiana [...] Egli pertanto non si unì ai
difensori della fede; lasciò in disparte gli alti interessi del cattolico e
fece proprii quelli della rivoluzione; non per questo rinnegò il cattolicismo,
ma lo portò seco nel campo nemico, ed i nemici accolsero con plauso ....» e
tuttavia, dalle colonne de L’Osservatore cattolico don
Albertario con innegabile pietà cristiana, ricordava il defunto «come uomo
buono, anche pio, e nei suoi traviamenti più illuso che colpevole». La mattina
del 22 maggio 1883, a dieci anni esatti dalla morte, in presenza del duca di
Genova e di una rappresentanza parlamentare, con una cerimonia pubblica la
salma di Manzoni fu tolta dal colombario e posta nel famedio del cimitero
monumentale di Milano in una tomba di granito rosso con inciso solo il suo
nome; nel pomeriggio fu inaugurato il monumento in piazza San Fedele, opera di
Francesco Barzaghi. Il decennale della morte segnerà una sorta di difesa
postuma di Manzoni da parte de La Civiltà Cattolica innanzi al
progressivo e pervicace disegno del liberalismo politico e culturale italiano
di appropriarsi totalmente dell’opera manzoniana, negandone la radice
cattolica, in grazia de Le Osservazioni sulla Morale cattolica -
scritte in risposta alle accuse di oscurantismo avanzate alla religione
cattolica dal ginevrino Simonde de Sismond nel 1826 - in cui gli stessi gesuiti
riconobbero un Manzoni apologeta «.....non solo difesa della sua religione, ma
della sua patria, perché tutta la nazione italiana, che si gloria di essere
cattolica, restava denigrata dalle calunnie dello storico calvinista». Il clima
di transigentismo sortito dopo la Prima Guerra mondiale (esito anche dell’idea
sartiana del precedente decennio di deporre definitivamente qualsiasi
anacronistica doglianza per la “debellatio” dello Stato Pontificio dalle
colonne del quindicinale gesuitico), porterà anche la Chiesa istituzionale a un
equo giudizio sull’opera del grande milanese, tanto che nell’Enciclica “Divini
Illius Magistri” con cui si chiude il 1929, anno dei Patti Lateranensi,
papa Pio XI definirà il conterraneo Manzoni «mirabile scrittore quanto profondo
e coscienzioso pensatore». Ancora dopo la Conciliazione tra Stato e Chiesa, il
liberale Benedetto Croce nel 1941, scrivendo per la Rivista di
Letteratura, Storia e Filosofia di Napoli, ricorderà le eccezioni mosse
al Manzoni ancora negli anni Venti da un intellettuale cattolico di grande
fama, ovvero Giovanni Papini il quale – sulla scorta di critiche mosse
all’opera manzoniana, personalmente da Don Bosco nel 1885 – individuava la
radice dell’opera manzoniana più nell’illuminismo che nel cattolicesimo,
ridotto nella concezione manzoniana ad «un umanitarismo sociale con dei riti da
godere più che da approfondire». L’impressione che si ricava dalla foto che
ritrae il vecchio don Lisander sul letto di morte, però è la stessa che il
Poeta aveva descritto in morte di Napoleone nella celebre ode: il Dio - Signore
della storia il quale, sempre e comunque e quali che siano i mezzi che
liberamente sceglie per l’unico obiettivo che è la salvezza dell’uomo, come
affermato dall’Autore ne I promessi sposi – che atterra e
rialza, che dà dolori e consola, si era posto accanto a lui, per consolarlo nel
momento solitario del passaggio all’altra riva. Lasciando ai posteri l’ardua
sentenza (Fonte: Facebook, 22.5.2023,
con lievi modifiche ed adattamenti).
In
ricordo del centenario manzoniano, rilanciamo questo contributo.
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| Alessandro Manzoni sul letto di morte |
Manzoni antirivoluzionario
di Riccardo Pedrizzi
A
150 anni dalla morte di Alessandro Manzoni, vogliamo ricordare questo “grande
italiano” riproponendo alle nuove generazioni un saggio poco noto scritto
dall’Autore, che ci offre efficaci spunti di riflessione.
Ricorre
quest’anno il centocinquantesimo anniversario della morte di Alessandro
Manzoni. Era nato infatti il 7 marzo 1785 e morto il 22 maggio 1873. Non
sappiamo ancora se in questo clima di cancel culture ci
saranno celebrazioni adeguate per ricordare questo grande italiano. Anche
perché c’è stato addirittura chi ha chiesto di eliminare il suo studio dalle
scuole secondarie superiori. Certamente, però, non ci capiterà di veder
ricordato o solo menzionato, nemmeno dai suoi estimatori, tra le varie opere
dello scrittore milanese da salvaguardare e da proporre alle nuove generazioni,
il saggio, invero assai poco noto, La Rivoluzione francese del 1789 e
la rivoluzione italiana del 1859.
Del
resto lo stesso autore dei Promessi sposi, che per il più
conosciuto e apprezzato romanzo storico si era rivolto, in questo caso forse
scaramanticamente o per ostentare modestia, agli ormai famosi “venticinque
lettori”, prevedendo l’insuccesso di questa sua ulteriore fatica, nella quale
sosteneva, anche per i suoi tempi, delle tesi controcorrente, si augurava di
toccare il cielo con un dito, se fosse riuscito «d’attirare un piccolo numero
di lettori, non già ad accettare le nostre conclusioni, ma a prenderle in
esame».
C’è
da scommettere, però, che nemmeno ai nostri giorni ciò sia possibile, dal momento
che una vera e propria congiura del silenzio è scesa su quest’opera manzoniana.
In verità, fin dall’inizio il progetto di mettere a confronto, evidenziandone
le differenze, le due rivoluzioni, quella francese e quella italiana, nacque
sotto una cattiva stella, tanto da rimanere incompiuto.
Alessandro
Manzoni iniziò a scrivere questo saggio quando ormai era già un grande vecchio,
circondato dall’ammirazione generale, e subito, perciò, si rese conto che non
sarebbe riuscito a portarlo a termine, tanto che acconsentì alle insistenze
dell’amico Stefano Stampa di scrivere la prefazione al libro anche prima di
completarlo con la seconda parte, relativa alla rivoluzione italiana e ai suoi
moti del 1859 [1].
«È
necessario, necessarissimo – continuerà a ripetergli Stampa – che prima di
andare avanti ancora, tu scriva subito una prefazione che spieghi lo scopo del
tuo lavoro». Lo scrittore della Storia della colonna infame la
prepara una prima volta, ma ne resta insoddisfatto, poi una seconda, infine una
terza. A questo punto cade definitivamente la mano sui fogli e l’intera opera
resta incompiuta e vedrà la luce, monca, nel 1889, nel primo centenario del
moto rivoluzionario francese, postuma.
Questa
cattiva sorte continua ancora oggi ad accompagnare il volume, se si pensa che
anche nel mare di pubblicazioni e di libri che apparvero in occasione del
Bicentenario della Rivoluzione francese, è mancata proprio quest’opera.
Oggi
sulla Rivoluzione francese si è scritto e si trova di tutto: da testi ormai
superati a volumi che in altri paesi sono già caduti nel dimenticatoio, da
ricerche rimasticate presentate come nuove, a presunte “rivelazioni” su fatti
insignificanti ed ininfluenti, da “intuizioni” spacciate come originali ad
interpretazioni datate di avvenimenti e personaggi; eppure solo in qualche
occasione è capitato di leggere il titolo del libro manzoniano e men che meno
di sentir riecheggiare in convegni o tavole rotonde il suo contenuto e le sue
tesi. Per questo non sembra esagerato affermare che, se la lacuna non fosse
stata colmata solo un decennio fa dalla casa editrice “Costa & Nolan” di
Genova, “il piccolo numero di lettori”, a cui si rivolse il Manzoni, sarebbe
stato ancora più esiguo.
Non
molti, infatti, sanno che il poeta degli Inni sacri aveva
anche scritto questo saggio; solamente alcuni, poi, ne conoscono per sommi capi
il succo; pochissimi, infine, hanno letto l’intero volume e tra questi
sicuramente il professor Rosario Ameno ed il professor Augusto Del Noce, con i
quali ne parlai nel corso di due interviste che mi rilasciarono alcuni anni fa.
Entrambi convennero sull’importanza del libro e sulla necessità di farlo
conoscere.
Il
fatto è che al potere culturale, editoriale e politico non è mai piaciuto dover
ammettere, e quindi far sapere al grande pubblico, che uno scrittore del
calibro del Manzoni, studiato da tutte le ultime generazioni di studenti, amato
da molti di essi, abbia potuto scrivere un’opera nella quale ha documentato e
dimostrato, senza mai cadere in un ottuso reazionarismo, che la Rivoluzione
francese non era affatto inevitabile; che, invece, sono stati gli uomini, certi
uomini, ad inventare “l’inevitabile” (come successivamente affermò, dimostrandone
mirabilmente i meccanismi e le tecniche, lo storico e sociologo francese
Augustin Cochin); che Luigi XVI non era per niente un re assolutista contrario
alle riforme, riforme che anzi aveva proposto alla vigilia della convocazione
degli Stati Generali; che il sistema dell’Ancien Régime poteva essere reso più
giusto senza provocare il male e i disastri che afflissero la Francia e
l’Europa; che la rivoluzione è stata un tutt’uno di illegalità e di terrore e
che non può essere suddivisa, come ha tentato di fare qualcuno in malafede, «in
due tempi affatto diversi: il primo, di intenti benevoli e sapienti e di sforzi
generosi; il secondo di deliri e scellerataggini»; che insomma, l’Ottantanove
portò il terrore e «l’oppressione del paese, sotto nome di libertà».
Manzoni,
dunque, contro la Rivoluzione, che ha dato i natali al mondo moderno; Manzoni,
come qualcuno ha scritto, contro la storia; Manzoni antirivoluzionario: è un
vero e proprio scacco per la cultura ufficiale! Per questo è calata su
quest’opera una vera e propria coltre di silenzio.
A
questa operazione di occultamento e di rimozione dalla memoria si sono prestati
anche molti cattolici. Sia quelli di orientamento liberal-democratico, che
avendo da sempre tentato di giustificare e di far apparire compatibile la
Rivoluzione e le sue “verità impazzite” con il messaggio evangelico, hanno
operato un vero e proprio ostracismo per tutti quegli autori e quei testi che
non risultassero funzionali alla strategia di “accomodamento” della dottrina
della Chiesa ai valori comuni del mondo. Sia quelli di sponda
controrivoluzionaria, che non hanno ancora rimosso o attenuato il vecchio,
ottocentesco rancore verso le aperture liberali e le simpatie unitarie del
vecchio scrittore. L’operazione, però, che è stata portata a termine intorno a
quest’opera, con la congiura di un silenzio così ermetico, avrebbe dovuto far
sorgere qualche sospetto o, quantomeno, un minimo di curiosità: invece si va
avanti su questa strada e ci si priva, così di tesi e di argomentazioni che
potrebbero essere utili per ristabilire finalmente la verità su di una tragedia
che continua ad essere avvolta dai “miti” e dalle “leggende” fatte fiorire ad
arte da storici e politici di parte.
Scritto
con la maestria letteraria che tutti abbiamo avuto modo di apprezzare
attraverso le opere più note, il saggio, sostenuto da una documentazione
originale e rigorosa, si snoda con la forza appassionata di un romanzo, nel
quale si muovono i personaggi, che furono i protagonisti della Rivoluzione, con
le loro passioni, i loro pregi e i loro difetti. Anche le similitudini
utilizzate dall’Autore risultano, come del resto ciascuno ha potuto
sperimentare leggendo le sue opere più note, efficacissime e suggestive come
quella, ad esempio, che si riferisce appunto, alla Rivoluzione e che viene
ripresa dal Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica.
«Una
rivoluzione... nella quale non si questioni solamente dell’uso o delle
condizioni del potere, o chi ne deve essere investito, ma sia messo in
questione il principio medesimo del potere, è un gran viaggio, che
s’intraprende, credendo di non aver a fare altro che una passeggiata. O, se ci
si passa un’altra similitudine (che è un gran mezzo di dir le cose in breve,
col rischio, si sa, di non dirle punto), è una scala, nella quale, stando giù,
si prende per l’ingresso d’un piano abitabile quello che non è altro che un
pianerottolo; e quando ci s’è arrivati, si scopre un’altra branca che non
s’aspettava, e dopo quella, un’altra, e... e a caposcala, al luogo dove si
starà di casa, quando s’arriva? Quando, voglio dire, comincia uno stato di
cose, alla durata del quale si creda, e che duri in effetto? Ne’ singoli
casi... fin che quel momento non è arrivato, lo sa il Signore: in astratto, lo
può dire ognuno».
L’approfondita
indagine psicologica, poi, delle folle e dei singoli personaggi, la colorita
descrizione degli scenari ambientali e sociali, il preciso raffronto tra la
Rivoluzione americana e quella francese, che non hanno nulla di analogo (come
già dimostrò Edmund Bruke), i toni pacati delle argomentazioni, la difesa
equilibrata dello stato monarchico e del re di Francia, la partecipazione
emotiva ai singoli avvenimenti, la sua rigorosa scelta di campo contro ogni
sopraffazione e ogni sopruso, sono, tra gli altri, requisiti che difficilmente
si possono trovare in altri testi e che dovrebbero indurre almeno i cattolici a
fare di tutto per rompere il muro di omertà e di silenzio che circonda questa
“Rivoluzione” di Alessandro Manzoni.
Nota
Cf
R. Pedrizzi, Rivoluzione e dintorni. Dalle prime reazioni
all’illuminismo alla controrivoluzione cattolica, c. XVII: Il
Manzoni “antirivoluzionario”, Editoriale Pantheon.
Fonte: Il Settimanale di Padre Pio, fasc. n. 19, 14.5.2023
martedì 28 febbraio 2023
Così “si vendica” Gesù...
Molte
volte ci capita di pensare per chi è stato un grande peccatore che, allorché
muoia, sia destinato a perdizione, dimenticandoci assai spesso che il Signore
possa chiamare anche all’ultimo momento alla conversione e che solo l’ostinato
rifiuto di quell’ultima grazia che il Signore offre fa sì che l’uomo, dopo la
morte, sia irrimediabilmente separato da Lui. Il Signore, infatti, è assai
rispettoso della libertà umana, che non può forzare alla salvezza colui che non
voglia essere da Lui salvato. Il santo vescovo di Ippona e dottore della Chiesa
cantava con queste lapidarie espressioni il suo meraviglioso inno alla libertà:
“Qui ergo fecit te sine te, non te iustificat sine te”, cioè “Chi ti
ha formato senza di te, non ti renderà giusto senza di te”
[Sant'Agostino, Sermo CLXIX,
11.13, in PL 38, 923. Il testo latino del
Discorso può leggersi qui].
Dunque, è nella libertà dell’uomo
accogliere l’ultimo appello che Dio possa offrire all’anima peccatrice. Spetta
all’uomo lasciarsi redimere.
Abbiamo avuto nella storia tanti esempi
di accoglimento della grazia all’ultimo minuto utile. Possiamo ricordare
l’esempio di Napoleone Bonaparte (ne parlammo qui), ma anche Giosué Carducci (v. qui).
Un caso di questi ultimi giorni è quello
relativo alla morte del giornalista e conduttore televisivo Maurizio Costanzo,
che era ateo ed affiliato alla massoneria (che l’ha celebrato come “fratello”)
e che ha avuto quattro mogli. È parso strano a molti che, nonostante ciò, gli
siano state concesse delle esequie ecclesiastiche nella Basilica romana di
Santa Maria in Montesanto, detta volgarmente “chiesa degli artisti” (sic!).
Eppure, nelle ore immediatamente dopo la morte si è appreso che, prima di
morire, con il suo amico avvocato (e cattolico), Giorgio Assumma, abbia voluto
recitare l’Ave Maria ed interrogarsi cosa ci fosse “dietro l’angolo”, cioè dopo
la morte (v. qui). Il celebrante i funerali ha poi ricordato:
«Nel momento del combattimento finale ha alzato lo guardo al cielo e ha
invocato la protezione della Vergine Maria. È stato compassionevole, lo
commuoveva la fragilità delle persone, ha aiutato tanti artisti in difficoltà»
(v. qui).
Non possiamo sapere se il giornalista in
questione, ora, si sia salvato. Però è plausibile pensarlo: la Vergine Maria
non sarà rimasta a quell’ultimo appello che quel figliol prodigo le ha lanciato
alla fine della vita e quindi possiamo ragionevolmente sperare che la grazia
possa averlo investito in quel momento, essendosi aperto alla stessa.
Veramente la salvezza è un mistero per
noi; un mistero noto solo a Dio.
Per questo, rilanciamo questo
contributo, che riprende una storia lasciataci dal celebre medico francese
dell’800, Jean Baptiste Félix Descuret.
Così “si vendica” Gesù...
di Paolo Risso
Aveva ucciso diciassette preti e ne
avrebbe eliminato un altro se si fosse presentato sul suo letto di morte senza
consenso. Questa la storia di uno dei migliaia di malati visitati dal dottor
Descuret, che però cambiò sorte prima di morire, per una grazia inattesa...
Un malato impossibile
Il dottor Descuret, illustre e famoso
medico francese, nella sua lunga e prestigiosa carriera aveva compiuto ben
13.000 visite a pazienti di ogni genere; tutto questo lo scrisse nel suo libro
La medicina delle passioni, che gli valse di diventare membro dell’Accademia di
Parigi. A pagina 52 del secondo volume, trattando dell’ira, racconta di un
singolare ammalato, protagonista di una vita terribile.
Verso la metà dell’anno 1826, Descuret fu
chiamato a visitare un albergatore di circa 60 anni, che teneva da anni
un’osteria al numero 215 di via San Giacomo, a Digione. Affetto da grave
cirrosi epatica, si era rivolto ai più illustri primari di Francia per curarsi,
ma senza alcun risultato. Fin dalla sua prima visita, Descuret giudicò
quest’uomo anziano ormai prossimo alla fine, per cui si limitò a ordinargli del
siero con laudano, ossia una pozione calmante, una sorta di “impiastro” di
oppio. Era la medicina palliativa del tempo.
Con questi narcotici, il medico riuscì a
calmare i dolori atroci che il malato provava e a procurargli una delle notti
più serene che avesse trascorso da molto tempo. La mattina dopo l’infermo
strinse con affetto la mano al medico fino a chiamarlo suo salvatore, e gli
promise di seguire in tutto e per tutto anche i suoi minimi consigli.
Descuret, per altro, avvertì la famiglia che era imminente la morte
dell’anziano: non conveniva per nulla credere a un vero miglioramento – che
sarebbe stato solo momentaneo –, ma approfittarne per fargli mettere a posto
“gli affari materiali e spirituali”... e se ne andò. Verso le sei del
pomeriggio, il medico fu di nuovo chiamato in gran fretta, non per l’anziano,
ma per sua moglie, che era stata ferita al petto proprio dal marito, il quale
le aveva gettato addosso un vaso di porcellana.
Dopo aver fermato l’emorragia e curata la donna ferita, il dottor Descuret
stava per uscire, quando l’uomo, al quale non aveva neppur detto una parola, lo
trattenne per la giacca dicendogli in modo manieroso: «Come, signor dottore, se
ne va senza rivolgermi almeno uno sguardo?». Il medico gli rispose: «Perché
dovrei curarmi di un malato che fa di tutto per rendere inutili i miei sforzi?
Ho anche saputo che avete ingiuriato, come un villano, i vostri due primi
medici, e che il nostro venerando decano prof. Portal non vi ha abbandonato se
non quando siete giunto persino ad alzare le mani contro di lui! A tutti questi
atti violenti, ora avete aggiunto la brutalità usata verso vostra moglie... e
allora giudicate voi stesso se devo ancora curarmi di voi o partirmene
subito!».
«I vostri rimproveri – replicò il malato
con tono addolorato – sono giustissimi, sono davvero colpevole di aver
maltrattato mia moglie. Ma se sapeste, dottore, che cosa voleva da me! Voleva
che per forza facessi chiamare un prete, io che li ho sempre avuti in orrore!».
«L’intenzione di vostra moglie era
lodevolissima. Proponendovi di mettere in pace la vostra coscienza, vi dava una
nuova prova di affetto, e se ciò era in opposizione alle vostre idee, dovevate
solo dirle di no, ma non fare ciò che avete fatto».
«Ma alla fine, dottore, voi che siete
sapiente, che fareste nei miei panni, se vi proponessero tali cose?».
«Io non esiterei a mettermi in pace con la
coscienza, prima per convinzione, poi perché la calma dell’anima contribuisce
con forza ad alleviare i nostri patimenti, e anche a dissimulare le nostre
malattie».
«Oh, questa è singolare davvero, che voi
che avete studiato abbiate questa maniera di vedere!».
«Anzi – concluse l’illustre medico –, le
mie convinzioni religiose sono in gran parte frutto dei miei studi».
Seguì un lungo attimo di silenzio, poi il
malato prese a dire: «Ebbene, sia, facciamo venire il prete; è tanto,
tantissimo tempo che non mi confesso. Ne ho proprio delle grosse, e
pesantissime sulla coscienza!».
Preti ammazzati
La moglie, ancora dolorante per la ferita
causata dall’ira del marito, ma felice per questa soluzione insperata, manda
subito a cercare uno dei sacerdoti della parrocchia di San Giacomo. Appena il
sacerdote fu entrato nella camera del malato, questi, con voce tremolante, prese
a dire: «Prenda, reverendo, mi tolga subito questo coltellaccio che avevo posto
sotto il cuscino... Dovete sapere che mi ero provvisto di quest’arma per
conficcargliela nel cuore se lei fosse venuto senza il mio consenso!».
Quindi davanti a tutti i presenti
soggiunse: «Nel settembre 1793, al tempo della Rivoluzione francese, massacrai
diciassette preti e poco ci volle che lei non fosse il diciottesimo! Ma stia
sicuro, Dio ha avuto pietà di me; per illuminarmi è bastato un raggio della sua
grazia».
Non solo un povero peccatore, questo
albergatore in fin di vita, ma un assassino, un delinquente, più volte omicida.
E ora sta per “rubare” pure la misericordia di Dio! Il quale perdona, ma vuole
il nostro pentimento, la nostra espiazione. Sì, Dio perdona... ma se ti penti.
Pentirsi è la somma grazia di Dio. Chi ha ottenuto a costui questa grazia?
Sicuramente molti hanno pregato per lui: pregare per la conversione dei
peccatori è massima carità. Ne va di mezzo la vita eterna o la dannazione
eterna delle anime. Noi sappiamo pure, come spiegano santi quali san Bernardo
di Chiaravalle, sant’Alfonso M. de’ Liguori e ancor di più san Luigi M.
Grignion da Montfort, che ogni grazia passa per le mani di Maria Santissima,
“l’onnipotenza supplice” per i più lontani, la “raptrix cordium”, la rapitrice
dei cuori, la condottiera delle anime a Gesù unico Salvatore. Sicuramente la
Vergine Maria ha ottenuto la conversione di questo “disgraziato”.
Morto in ginocchio
Il dottor Descuret continua a narrare che
il buon prete, fatto chiamare, prese il coltellaccio che gli veniva consegnato
e che sarebbe servito ad ammazzarlo, quindi si intrattenne a lungo con il
moribondo per ascoltare la Confessione di quella povera pecora nera e donargli
il perdono di Dio. Stava uscendo dalla sua camera per annunciare la conversione
ai suoi famigliari e che sarebbe tornato per il santo Viatico, quando l’infermo
esclamò: «Torni presto, reverendo, ho bisogno della consolazione di Dio; ma non
accosti il divino Redentore alle mie labbra che hanno orribilmente bestemmiato.
Sono indegno di Lui».
«Ho visto il vostro pentimento che è
sincero. Vi porterò i sacramenti della nostra santa fede cattolica», gli
rispose il sacerdote. «Li riceverò, reverendo – rispose l’uomo –, ma dopo che
avrò chiesto perdono anche a quelli che finora ho scandalizzato con le mie
scelleratezze».
Fece chiamare due vicini, già suoi
“compagni” nel male, e chiese perdono degli orribili esempi che aveva loro
dati. Poi, piangendo, abbracciò la moglie e le chiese perdono della sua
arroganza che era durata una vita intera. Quando ritornò il sacerdote con
Gesù-Ostia per il santo Viatico, il pentito raccolse le sue ultime forze e si
inginocchiò presso il letto e ricevette, in quella posizione, tutto tremante,
Gesù Pane di Vita eterna.
Il sacerdote voleva che tornasse a letto,
ma quello gli rispose: «Sento che la mia vita su questa terra sta per finire; e
non posso offrire a Dio che le mie preghiere e le mie lacrime; mi lasci almeno
la consolazione di morire in ginocchio, ciò che è ben poco per espiare i miei
delitti». A mezzanotte, con un profondo sospiro, si addormentò nel Signore,
ancora in ginocchio e, con le labbra appoggiate sulle piaghe del Crocifisso,
che grondava delle sue lacrime.
Il suo volto perse la bruttezza ributtante
che presentava in vita ed era avvolto di serenità e di pace, perché era andato
incontro a Dio che l’avrebbe ancora purificato nel Purgatorio, ma che pure lo
accoglieva tra i suoi.
Un’intera vita sbagliata. Diciassette
preti ammazzati, peccati, scandali e chi più ne ha più ne metta. Il Cristo
avrebbe potuto più volte fulminarlo, ma con chi si pente e gli chiede perdono,
Lui “si vendica così”. Proprio come scrive santa Teresa di Gesù Bambino,
concludendo la sua Storia di un’anima: «Sì, io lo sento, quand’anche avessi
sulla coscienza tutti i peccati che si possono commettere, andrei con il cuore
spezzato dal pentimento a gettarmi tra le braccia di Gesù, perché io so quanto
Egli ama il figlio prodigo che torna a Lui».

















