Sante Messe in rito antico in Puglia

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lunedì 22 maggio 2023

Nel 150° anniversario della morte di Alessandro Manzoni

Alle sei e quindici del pomeriggio del 22 maggio 1873, moriva nella sua casa di Milano all’età di 88 anni, Alessandro Manzoni. Questi, a parte i disturbi nervosi di cui era affetto («Strano, tortuoso, complesso», lo definì Natalia Ginzburg nella famosa biografia familiare. Carattere impossibile, nevrotico, paranoico: Manzoni aveva il terrore della folla, era vittima di crisi di panico e di vertigini, il «balbettamento organico e nervoso» gli impediva di parlare in pubblico. A Brusuglio passava il suo tempo coltivando e camminando per ore, ma non sopportava la terra bagnata e il cinguettìo degli uccelli), il 6 gennaio era caduto, battendo la testa su uno scalino all’uscita dalla chiesa di San Fedele di Milano, dove si recava quotidianamente per la Santa Messa, procurandosi un trauma cranico. Si era accorto, già dopo qualche giorno, che le sue facoltà intellettive cominciavano lentamente a declinare, fino a cadere in uno stato di catatonia a partire dal mese di marzo. Le sofferenze furono acuite dalla morte del figlio maggiore Pier Luigi, avvenuta il 28 aprile, quasi un mese prima della morte dello scrittore, che spirò per una meningite contratta a seguito del trauma. Il corpo fu imbalsamato da sette medici incaricati del processo da parte del Comune di Milano tra il giorno 24 e il 27 maggio ed esposto a Palazzo Marino con onori sovrani. Ai solenni funerali del Senatore (Manzoni era stato nominato senatore nel febbraio 1860 per meriti verso la patria), celebrati in duomo il 29, parteciparono le massime autorità dello Stato, tra cui il futuro re Umberto I, il ministro degli esteri Emilio Visconti Venosta e le rappresentanze della Camera, del Senato, delle Province e delle Città del Regno. Il giorno stesso della sua morte il Comune di Milano decretò di intitolare allo scrittore scomparso la via del Giardino, nei pressi della quale lo scrittore viveva dal 1814. Alla mattina del 23 maggio erano già murate le targhe di marmo con la nuova intitolazione “Via Alessandro Manzoni” in sostituzione delle precedenti. Nel 1874, nel primo anniversario della morte, Giuseppe Verdi dirigerà personalmente nella chiesa di San Marco di Milano la Messa di requiem, composta per onorarne la memoria. A fronte delle solenni commemorazioni istituzionali dell’Italia sabauda, il mondo cattolico espresse, in morte del Manzoni, alcuni dubbi e alcune critiche che, sebbene in modo sotterraneo, arriveranno al primo Dopoguerra, nonostante l’indubbio favore per la di lui grandissima opera e la sua progressiva istituzionalizzazione culturale, voluta dal Fascismo in continuità con l’Italia liberale di fine Ottocento. I gesuiti de La Civiltà Cattolica, ad esempio, che avevano preso le distanze dal Manzoni soltanto dopo che questi ricevette in casa sua con grande affabilità Giuseppe Garibaldi, massone, anticlericale e anticristiano, nel 1862, passarono sotto silenzio la morte del senatore, per poi esprimere critiche alla sua opera, nell’articolo del 26 giugno 1873 e in qualche altro intervento negli anni successivi, sull’onda delle ragionate riserve filosofiche e letterarie espresse fino alla morte (avvenuta nel settembre 1862) dal p. Luigi Taparelli d’Azeglio (peraltro figlio di Cesare, destinatario della celeberrima lettera manzoniana sul Romanticismo). Nel dissidio tra le due anime del cattolicesimo italiano dell’epoca, Manzoni era ritenuto (non senza una dose di giusta ragione) il “cavallo di Troia” tramite cui i liberali avevano potuto attuare la loro politica laicista e l’abbattimento del potere temporale dei papi. A tal proposito don Davide Albertario, molto critico della religiosità manzoniana e fervida penna del giornalismo lombardo, scrisse: «Manzoni non iscorse o non volle iscorgere l’inganno che la rivoluzione nascondeva alle promesse di unità italiana [...] Egli pertanto non si unì ai difensori della fede; lasciò in disparte gli alti interessi del cattolico e fece proprii quelli della rivoluzione; non per questo rinnegò il cattolicismo, ma lo portò seco nel campo nemico, ed i nemici accolsero con plauso ....» e tuttavia, dalle colonne de L’Osservatore cattolico don Albertario con innegabile pietà cristiana, ricordava il defunto «come uomo buono, anche pio, e nei suoi traviamenti più illuso che colpevole». La mattina del 22 maggio 1883, a dieci anni esatti dalla morte, in presenza del duca di Genova e di una rappresentanza parlamentare, con una cerimonia pubblica la salma di Manzoni fu tolta dal colombario e posta nel famedio del cimitero monumentale di Milano in una tomba di granito rosso con inciso solo il suo nome; nel pomeriggio fu inaugurato il monumento in piazza San Fedele, opera di Francesco Barzaghi. Il decennale della morte segnerà una sorta di difesa postuma di Manzoni da parte de La Civiltà Cattolica innanzi al progressivo e pervicace disegno del liberalismo politico e culturale italiano di appropriarsi totalmente dell’opera manzoniana, negandone la radice cattolica, in grazia de Le Osservazioni sulla Morale cattolica - scritte in risposta alle accuse di oscurantismo avanzate alla religione cattolica dal ginevrino Simonde de Sismond nel 1826 - in cui gli stessi gesuiti riconobbero un Manzoni apologeta «.....non solo difesa della sua religione, ma della sua patria, perché tutta la nazione italiana, che si gloria di essere cattolica, restava denigrata dalle calunnie dello storico calvinista». Il clima di transigentismo sortito dopo la Prima Guerra mondiale (esito anche dell’idea sartiana del precedente decennio di deporre definitivamente qualsiasi anacronistica doglianza per la “debellatio” dello Stato Pontificio dalle colonne del quindicinale gesuitico), porterà anche la Chiesa istituzionale a un equo giudizio sull’opera del grande milanese, tanto che nell’Enciclica “Divini Illius Magistri” con cui si chiude il 1929, anno dei Patti Lateranensi, papa Pio XI definirà il conterraneo Manzoni «mirabile scrittore quanto profondo e coscienzioso pensatore». Ancora dopo la Conciliazione tra Stato e Chiesa, il liberale Benedetto Croce nel 1941, scrivendo per la Rivista di Letteratura, Storia e Filosofia di Napoli, ricorderà le eccezioni mosse al Manzoni ancora negli anni Venti da un intellettuale cattolico di grande fama, ovvero Giovanni Papini il quale – sulla scorta di critiche mosse all’opera manzoniana, personalmente da Don Bosco nel 1885 – individuava la radice dell’opera manzoniana più nell’illuminismo che nel cattolicesimo, ridotto nella concezione manzoniana ad «un umanitarismo sociale con dei riti da godere più che da approfondire». L’impressione che si ricava dalla foto che ritrae il vecchio don Lisander sul letto di morte, però è la stessa che il Poeta aveva descritto in morte di Napoleone nella celebre ode: il Dio - Signore della storia il quale, sempre e comunque e quali che siano i mezzi che liberamente sceglie per l’unico obiettivo che è la salvezza dell’uomo, come affermato dall’Autore ne I promessi sposi – che atterra e rialza, che dà dolori e consola, si era posto accanto a lui, per consolarlo nel momento solitario del passaggio all’altra riva. Lasciando ai posteri l’ardua sentenza (Fonte: Facebook, 22.5.2023, con lievi modifiche ed adattamenti). 

In ricordo del centenario manzoniano, rilanciamo questo contributo.

Alessandro Manzoni sul letto di morte

Manzoni antirivoluzionario

di Riccardo Pedrizzi

A 150 anni dalla morte di Alessandro Manzoni, vogliamo ricordare questo “grande italiano” riproponendo alle nuove generazioni un saggio poco noto scritto dall’Autore, che ci offre efficaci spunti di riflessione. 

Ricorre quest’anno il centocinquantesimo anniversario della morte di Alessandro Manzoni. Era nato infatti il 7 marzo 1785 e morto il 22 maggio 1873. Non sappiamo ancora se in questo clima di cancel culture ci saranno celebrazioni adeguate per ricordare questo grande italiano. Anche perché c’è stato addirittura chi ha chiesto di eliminare il suo studio dalle scuole secondarie superiori. Certamente, però, non ci capiterà di veder ricordato o solo menzionato, nemmeno dai suoi estimatori, tra le varie opere dello scrittore milanese da salvaguardare e da proporre alle nuove generazioni, il saggio, invero assai poco noto, La Rivoluzione francese del 1789 e la rivoluzione italiana del 1859

Del resto lo stesso autore dei Promessi sposi, che per il più conosciuto e apprezzato romanzo storico si era rivolto, in questo caso forse scaramanticamente o per ostentare modestia, agli ormai famosi “venticinque lettori”, prevedendo l’insuccesso di questa sua ulteriore fatica, nella quale sosteneva, anche per i suoi tempi, delle tesi controcorrente, si augurava di toccare il cielo con un dito, se fosse riuscito «d’attirare un piccolo numero di lettori, non già ad accettare le nostre conclusioni, ma a prenderle in esame». 

C’è da scommettere, però, che nemmeno ai nostri giorni ciò sia possibile, dal momento che una vera e propria congiura del silenzio è scesa su quest’opera manzoniana. In verità, fin dall’inizio il progetto di mettere a confronto, evidenziandone le differenze, le due rivoluzioni, quella francese e quella italiana, nacque sotto una cattiva stella, tanto da rimanere incompiuto.

Alessandro Manzoni iniziò a scrivere questo saggio quando ormai era già un grande vecchio, circondato dall’ammirazione generale, e subito, perciò, si rese conto che non sarebbe riuscito a portarlo a termine, tanto che acconsentì alle insistenze dell’amico Stefano Stampa di scrivere la prefazione al libro anche prima di completarlo con la seconda parte, relativa alla rivoluzione italiana e ai suoi moti del 1859 [1].

«È necessario, necessarissimo – continuerà a ripetergli Stampa – che prima di andare avanti ancora, tu scriva subito una prefazione che spieghi lo scopo del tuo lavoro». Lo scrittore della Storia della colonna infame la prepara una prima volta, ma ne resta insoddisfatto, poi una seconda, infine una terza. A questo punto cade definitivamente la mano sui fogli e l’intera opera resta incompiuta e vedrà la luce, monca, nel 1889, nel primo centenario del moto rivoluzionario francese, postuma. 

Questa cattiva sorte continua ancora oggi ad accompagnare il volume, se si pensa che anche nel mare di pubblicazioni e di libri che apparvero in occasione del Bicentenario della Rivoluzione francese, è mancata proprio quest’opera.

Oggi sulla Rivoluzione francese si è scritto e si trova di tutto: da testi ormai superati a volumi che in altri paesi sono già caduti nel dimenticatoio, da ricerche rimasticate presentate come nuove, a presunte “rivelazioni” su fatti insignificanti ed ininfluenti, da “intuizioni” spacciate come originali ad interpretazioni datate di avvenimenti e personaggi; eppure solo in qualche occasione è capitato di leggere il titolo del libro manzoniano e men che meno di sentir riecheggiare in convegni o tavole rotonde il suo contenuto e le sue tesi. Per questo non sembra esagerato affermare che, se la lacuna non fosse stata colmata solo un decennio fa dalla casa editrice “Costa & Nolan” di Genova, “il piccolo numero di lettori”, a cui si rivolse il Manzoni, sarebbe stato ancora più esiguo.

Non molti, infatti, sanno che il poeta degli Inni sacri aveva anche scritto questo saggio; solamente alcuni, poi, ne conoscono per sommi capi il succo; pochissimi, infine, hanno letto l’intero volume e tra questi sicuramente il professor Rosario Ameno ed il professor Augusto Del Noce, con i quali ne parlai nel corso di due interviste che mi rilasciarono alcuni anni fa. Entrambi convennero sull’importanza del libro e sulla necessità di farlo conoscere.

Il fatto è che al potere culturale, editoriale e politico non è mai piaciuto dover ammettere, e quindi far sapere al grande pubblico, che uno scrittore del calibro del Manzoni, studiato da tutte le ultime generazioni di studenti, amato da molti di essi, abbia potuto scrivere un’opera nella quale ha documentato e dimostrato, senza mai cadere in un ottuso reazionarismo, che la Rivoluzione francese non era affatto inevitabile; che, invece, sono stati gli uomini, certi uomini, ad inventare “l’inevitabile” (come successivamente affermò, dimostrandone mirabilmente i meccanismi e le tecniche, lo storico e sociologo francese Augustin Cochin); che Luigi XVI non era per niente un re assolutista contrario alle riforme, riforme che anzi aveva proposto alla vigilia della convocazione degli Stati Generali; che il sistema dell’Ancien Régime poteva essere reso più giusto senza provocare il male e i disastri che afflissero la Francia e l’Europa; che la rivoluzione è stata un tutt’uno di illegalità e di terrore e che non può essere suddivisa, come ha tentato di fare qualcuno in malafede, «in due tempi affatto diversi: il primo, di intenti benevoli e sapienti e di sforzi generosi; il secondo di deliri e scellerataggini»; che insomma, l’Ottantanove portò il terrore e «l’oppressione del paese, sotto nome di libertà». 

Manzoni, dunque, contro la Rivoluzione, che ha dato i natali al mondo moderno; Manzoni, come qualcuno ha scritto, contro la storia; Manzoni antirivoluzionario: è un vero e proprio scacco per la cultura ufficiale! Per questo è calata su quest’opera una vera e propria coltre di silenzio.

A questa operazione di occultamento e di rimozione dalla memoria si sono prestati anche molti cattolici. Sia quelli di orientamento liberal-democratico, che avendo da sempre tentato di giustificare e di far apparire compatibile la Rivoluzione e le sue “verità impazzite” con il messaggio evangelico, hanno operato un vero e proprio ostracismo per tutti quegli autori e quei testi che non risultassero funzionali alla strategia di “accomodamento” della dottrina della Chiesa ai valori comuni del mondo. Sia quelli di sponda controrivoluzionaria, che non hanno ancora rimosso o attenuato il vecchio, ottocentesco rancore verso le aperture liberali e le simpatie unitarie del vecchio scrittore. L’operazione, però, che è stata portata a termine intorno a quest’opera, con la congiura di un silenzio così ermetico, avrebbe dovuto far sorgere qualche sospetto o, quantomeno, un minimo di curiosità: invece si va avanti su questa strada e ci si priva, così di tesi e di argomentazioni che potrebbero essere utili per ristabilire finalmente la verità su di una tragedia che continua ad essere avvolta dai “miti” e dalle “leggende” fatte fiorire ad arte da storici e politici di parte.

Scritto con la maestria letteraria che tutti abbiamo avuto modo di apprezzare attraverso le opere più note, il saggio, sostenuto da una documentazione originale e rigorosa, si snoda con la forza appassionata di un romanzo, nel quale si muovono i personaggi, che furono i protagonisti della Rivoluzione, con le loro passioni, i loro pregi e i loro difetti. Anche le similitudini utilizzate dall’Autore risultano, come del resto ciascuno ha potuto sperimentare leggendo le sue opere più note, efficacissime e suggestive come quella, ad esempio, che si riferisce appunto, alla Rivoluzione e che viene ripresa dal Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica.

«Una rivoluzione... nella quale non si questioni solamente dell’uso o delle condizioni del potere, o chi ne deve essere investito, ma sia messo in questione il principio medesimo del potere, è un gran viaggio, che s’intraprende, credendo di non aver a fare altro che una passeggiata. O, se ci si passa un’altra similitudine (che è un gran mezzo di dir le cose in breve, col rischio, si sa, di non dirle punto), è una scala, nella quale, stando giù, si prende per l’ingresso d’un piano abitabile quello che non è altro che un pianerottolo; e quando ci s’è arrivati, si scopre un’altra branca che non s’aspettava, e dopo quella, un’altra, e... e a caposcala, al luogo dove si starà di casa, quando s’arriva? Quando, voglio dire, comincia uno stato di cose, alla durata del quale si creda, e che duri in effetto? Ne’ singoli casi... fin che quel momento non è arrivato, lo sa il Signore: in astratto, lo può dire ognuno».

L’approfondita indagine psicologica, poi, delle folle e dei singoli personaggi, la colorita descrizione degli scenari ambientali e sociali, il preciso raffronto tra la Rivoluzione americana e quella francese, che non hanno nulla di analogo (come già dimostrò Edmund Bruke), i toni pacati delle argomentazioni, la difesa equilibrata dello stato monarchico e del re di Francia, la partecipazione emotiva ai singoli avvenimenti, la sua rigorosa scelta di campo contro ogni sopraffazione e ogni sopruso, sono, tra gli altri, requisiti che difficilmente si possono trovare in altri testi e che dovrebbero indurre almeno i cattolici a fare di tutto per rompere il muro di omertà e di silenzio che circonda questa “Rivoluzione” di Alessandro Manzoni. 

Nota

Cf R. Pedrizzi, Rivoluzione e dintorni. Dalle prime reazioni all’illuminismo alla controrivoluzione cattolica, c. XVII: Il Manzoni “antirivoluzionario”, Editoriale Pantheon.

Fonte: Il Settimanale di Padre Pio, fasc. n. 19, 14.5.2023



mercoledì 31 gennaio 2018

«Non abbandonarci alla tentazione»: indicazioni e controindicazioni, posologia e modalità d’uso della nuova supposta teologia liturgica

Dopo il contributo di Augustinus sul tema del “non indurci in tentazione” pubblicato nei giorni scorsi su questo blog (v. qui), ecco un godibile breve saggio, oggi, festa di S. Giovanni Bosco, del nostro amico Franco Parresio.




«Non abbandonarci alla tentazione»: indicazioni e controindicazioni, posologia e modalità d’uso della nuova supposta teologia liturgica

di Franco Parresio

È ormai ufficiale: a fine anno cambierà nelle chiese italiane la recita del Padre nostro: da dire «E non ci indurre in tentazione», si dovrà dire: «E non abbandonarci alla tentazione» (vqui).
Si tratta di una reinvenzione – frutto della traduzione pedestre approvata nel 2008 dalla CEI – del tutto erronea e fuorviante, nonché blasfema della preghiera per antonomasia del cristiano.
Se per Jean Carmignac (ormai da tempo defunto) «“Non ci indurre in tentazione” è un’affermazione blasfema» (v. qui), ancor più blasfema suona l’affermazione «Non abbandonarci alla tentazione»! Blasfema perché imputa a Dio la colpa dei nostri fallimenti. Esattamente come Adamo, che si schernisce rinfacciando a Dio: «La donna che tu mi hai posta accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato» (Gn 3,12).
Se Gesù, nostro Signore e Maestro, ci fa dire: «E non ci indurre in tentazione (et ne nos inducas in tentationem)» (Mt 6,13) è perché sa benissimo – Egli che pure «fu condotto dallo Spirito nel deserto per esser tentato dal diavolo (ductus est in desertum a Spiritu, ut tentaretur a diabolo)» (Mt 4,1) – il peso schiacciante della tentazione, onde, per non entrare in essa e cadervi, raccomanda di vegliare e pregare (Cfr. Mt 26,41; Mc 14,38; Lc 22,40; Lc 22,46); confortati dall’apostolo Paolo che rassicura: «Nessuna tentazione vi ha finora sorpresi se non umana; infatti Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma con la tentazione vi darà anche la via d’uscita e la forza per sopportarla» (1Cor 10,13).
Si capisce, allora, bene – e senza strumentalizzazioni semantiche di carattere biblico-teologico, che farebbero rivoltare nella tomba lo stesso card. Martini – l’esortazione dall’apostolo Giacomo quando scrive: «Beato l’uomo che sopporta la tentazione, perché una volta superata la prova riceverà la corona della vita che il Signore ha promesso a quelli che lo amano. Nessuno, quando è tentato, dica: “Sono tentato da Dio”; perché Dio non può essere tentato dal male e non tenta nessuno al male. Ciascuno piuttosto è tentato dalla propria concupiscenza che lo attrae e lo seduce; poi la concupiscenza concepisce e genera il peccato, e il peccato, quand’è consumato, produce la morte» (Gc 1,12-15).
Da notare, poi, che la stessa Bibbia CEI 2008 si è guardata bene dal modificare il passo di Matteo 4,1 traducendo: «Allora Gesù fu abbandonato dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo», giacché vi fu condotto, per essere «provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato» (Eb 4,15). E questo in linea col principio evangelico secondo il quale «il discepolo non è da più del maestro; ma ognuno ben preparato sarà come il suo maestro» (Gv 6,40). E quale preparazione meglio della tentazione? «Figlio, se ti presenti per servire il Signore, prepàrati alla tentazione» (Sir 2,1).
Ma tutto questo evidentemente non interessa ai lodatori della Chiesa in uscita, pronti a somministrarci questa nuova supposta teologia liturgica postconciliare (supposta in tutti i sensi), che finalmente può cantare vittoria facendo propria La rivoluzione di Mogol (1967): «E son bastati pochi anni, soltanto poche ore per fare un mondo migliore; un mondo dove tutti saranno perdonati; chi ha vinto e chi ha perduto vedrai si abbraccerà» (ascolta qui).
Infatti, visto e considerato «con sicurezza e con autorità magisteriale che la riforma liturgica è irreversibile», secondo il diktat bergogliano (si noti che in latino “irreversibile” si traduce “letalis”), si potranno ad arte eludere nelle celebrazioni eucaristiche, e ove previsti, i riti penitenziali. Tanto a che servono?! E così anche si potrà eludere il can. 989 che prescrive: «Ogni fedele, raggiunta l’età della discrezione, è tenuto all’obbligo di confessare fedelmente i propri peccati gravi, almeno una volta nell’anno». Che peccati gravi da confessare se Dio abbandona alla tentazione?
Ma come difendersi da questi inevitabili effetti collaterali e/o indesiderati della nuova supposta e supponente teologia liturgica?
Qualcuno già pensa di disertare la nuova Messa. Sbagliato! Basta leggere attentamente il foglietto illustrativo, cioè i documenti magisteriali ad hoc, per agire di conseguenza. Nella fattispecie consigliamo la Mediator Dei, l’Enciclica di Pio XII sulla Sacra Liturgia, che da poco ha compiuto settant’anni (portati benissimo), la quale, parlando della “partecipazione dei fedeli”, se da una parte vuole «che tutti i fedeli considerino loro principale dovere e somma dignità partecipare al Sacrificio Eucaristico non con un’assistenza passiva, negligente e distratta, ma con tale impegno e fervore da porsi in intimo contatto col Sommo Sacerdote […]: quando, cioè, tutto il popolo, secondo le norme rituali, o risponde disciplinatamente alle parole del sacerdote, o esegue canti corrispondenti alle varie parti del Sacrificio, o fa l’una e l’altra cosa», dall’altra riconosce che «l’ingegno, il carattere e l’indole degli uomini sono così vari e dissimili che non tutti possono ugualmente essere impressionati e guidati da preghiere, da canti o da azioni sacre compiute in comune. I bisogni, inoltre, e le disposizioni delle anime non sono uguali in tutti, né restano sempre gli stessi nei singoli. Chi, dunque, potrà dire, spinto da un tale preconcetto, che tanti cristiani non possono partecipare al Sacrificio Eucaristico e goderne i benefici? Questi possono certamente farlo in altra maniera che ad alcuni riesce più facile; come, per esempio, meditando piamente i misteri di Gesù Cristo, o compiendo esercizi di pietà e facendo altre preghiere che, pur differenti nella forma dai sacri riti, ad essi tuttavia corrispondono per la loro natura».
Faccio notare che per la Mediator Dei questo principio vale non solo per il “Messale Romano” scritto in lingua latina: vale per «il “Messale Romano” anche se è scritto in lingua volgare»!
E questo dovendo stringere gli occhi e bere aceto dinanzi alla distruzione di Messa in forma ordinaria e… volgare, non potendo accedere alla boicottata Messa celebrata in forma straordinaria e davvero “Santa”.

martedì 29 marzo 2016

I terroristi? Possono essere di tutto, ma non islamici. Così vuole il “politicamente corretto”

Rilanciamo volentieri questo contributo di Paolo Deotto da Riscossa cristiana, che ci fa rileggere le pagine scritte da San Giovanni Bosco sull’Islam; pagine attualissime alla luce dei recenti attentati di Bruxelles, che hanno dimostrato come l’idea stessa di integrazione – così come concepita nell’ambito occidentale – è fallimentare, fondata com’è sulla debolezza e sul sonno dell’Europa, dimentica delle sue radici cristiane (cfr. L.G., Lo Stato Islamico “mostra i muscoli” all’Europa, debole e addormentata, in Corrispondenza romana, 24.3.2016Stefano FontanaL'Europa è debole dentro, in Chiesa e postconcilio, 28.3.2016; Piero VassalloL’urlo islamico e il cauto bisbiglio dell’Occidente, in Riscossa cristiana, 29.3.2016) ed hanno mostrato come la distinzione tra “islam moderato” ed “islam integralista” sia alquanto artificiosa e, diremmo, innaturale dell’islam stesso (cfr. Sergio Rame, Il divieto choc dei capi islamici: “Non pregate per vittime infedeli”, in Il Giornale, 28.3.2016 ed in Riscossa cristiana, 28.3.2016. V. anche Claudio Cartaldo, Il vescovo ora parla chiaro: “Islam e Corano violenti”, in Il Giornale, 29.3.2016, nonché in Riscossa cristiana, 29.3.2016, che raccoglie le notazioni del coraggioso vescovo polacco monsignor Tadeusz Pieronek).
In senso analogo a Paolo Deotto si esprimeva, nella sua pagina Facebook, lo scrittore Antonio Socci: «BERGOGLIO E WOODY ALLEN
Pur di non parlare di islamismo, cioè dell’ideologia di morte che produce terroristi e stragi in tutto il mondo, papa Bergoglio oggi ha detto: “Dietro gli attentati terroristici di Bruxelles ci sono i fabbricatori, i trafficanti di armi”. E allora all’origine della strage dell’11 settembre ci sono i fabbricanti di aeroplani? E dietro all’Isis che nel febbraio 2015 ha tagliato la testa a 23 cristiani egiziani innocenti, c’è l’industria dell’acciaio che fabbrica le lame? Si resta basiti davanti a tanta superficialità (che serve solo a non dire la verità): IL PROBLEMA E’ L’IDEOLOGIA DELL’ODIO CHE ARMA I CUORI, NON I MEZZI MATERIALI CHE SI USANO! PERCHE’ SI AMMAZZA ANCHE CON LE NUDE MANI O CON LEGGI CRIMINALI E SENTENZE DI TRIBUNALI CHE CONDANNANO A MORTE ASIA BIBI SOLO PERCHE’ CRISTIANA! Se non ci fosse da piangere, perché ci sono tante vittime innocenti, mi verrebbe da dire che Bergoglio per queste baggianate s’ispira a una celebre battuta di Woody Allen: “La psicoanalisi è un mito tenuto vivo dall’industria dei divani”. Più o meno lo stesso concetto e la stessa profondità di giudizio. Ma la tragedia è che Bergoglio non fa il comico. Fa il Papa ...» (v. qui).

I terroristi? Possono essere di tutto, ma non islamici. Così vuole il “politicamente corretto”

di Paolo Deotto

Rileggiamo le chiare parole di San Giovanni Bosco sull’islam.

I morti di Bruxelles e a Pasqua quelli di Lahore. Ma attenzione, non si parli di terrorismo islamico! Al più, si può parlare di “fondamentalisti”, di califfati “sedicenti”. Il conformismo dei pavidi e degli imbroglioni non conosce confini. Di fronte a una galleria di buffonate, in cui si arriva ad addossare la responsabilità del terrorismo ai “mercanti di armi”, rileggiamo le chiare parole di San Giovanni Bosco sull’islam.

Chi non è giovanissimo ricorda il cupo periodo in cui in Italia imperversarono le “Brigate Rosse”, gruppi di terroristi di ispirazione marxista, che colpivano le persone considerate “nemici della classe operaia”, che dopo ogni atto criminale lasciavano scritti in cui spiegavano la loro origine politica, lo scopo delle loro azioni. Eppure in quegli anni il bigottismo dominante prescriveva che le Brigate Rosse dovevano essere “presunte”, anzi, probabilmente erano gli onnipresenti “fascisti” che organizzavano tutto per screditare la sinistra. La quale sinistra, dominata dal PCI, aveva finanziato il Movimento Studentesco e poi le altre varie forme di criminalità che ne erano derivate e in parte si trovava come l’apprendista stregone, ma in parte aveva tutto l’interesse a continuare a favorire il terrorismo per tenere sulla corda gli svirilizzati democristiani.
Comunque i criminali rossi, per quanto si sgolassero a rivendicare la loro origine marxista, “non” dovevano essere rossi.
Ora accade un fenomeno simile per il terrorismo islamico. Naturalmente lo sdegno è unanime, la condanna è unanime, poi il repertorio prevede il dolore, la rabbia e la ferma volontà di non cedere al terrorismo (questa non l’ho mai capita. Cedere cosa?). Ma il repertorio prevede anche che non si parli di terrorismo islamico, che non si faccia l’ovvio collegamento con una pseudo-religione che, nata dalla violenza, esprime violenza. È nella sua stessa essenza. No, siamo in piena orgia di dialogo e quindi, se si parla di califfato, questo è “presunto” (e invece il califfato mondiale è proprio uno degli impegni del bravo islamico), come afferma la signora Boldrini Laura (clicca qui); e aggiunge che per combattere il terrorismo bisogna addirittura favorire l’immigrazione. Certo, la signora Boldrini va capita. È in un’età critica per una donna (55 anni al 28 aprile), le rughe iniziano a farsi strada, in particolare quelle sul collo si fanno più evidenti, e quindi un turbamento generale può facilmente portare a straparlare. Però, le castronerie sono e sempre restano castronerie.
Oppure abbiamo Bergoglio, che ogni tanto condanna le stragi di cristiani, bontà sua, ma si guarda bene dal parlare di terrorismo islamico. Certo, anche Bergoglio va capito, è umano voler difendere i propri amici e quindi cercare di minimizzare o nascondere le loro colpe, ma, suvvia, attribuire la colpa del terrorismo ai mercanti di armi (clicca qui) è un tantino comico. Anzitutto i mercanti di armi hanno il loro vero business nelle grandi forniture. I pochi chili di esplosivo o i pochi mitragliatori con cui fare qualche bella strage rappresentano gli spiccioli e, per la cronaca, restando in Europa, nacque un fiorente mercato d’armi “fai da te” dopo il dissolvimento dell’esercito jugoslavo con relativo saccheggio di armerie. Ma, a parte ciò, non sono certo i “mercanti di armi” a spingere fanatici assassini a farsi saltare in aria. Il delinquente professionale tutela sé stesso. Il delinquente islamico, imbevuto di falsità, arriva a un punto di demenza tale da uccidere uccidendosi.
Su questo tema, abbiamo letto ieri un articolo, in buona parte condivisibile (clicca qui), di Vittorio Feltri. E a proposito delle curiose elucubrazioni da Santa Marta, Feltri scrive:


Comunque sia, il conformismo e l’ignoranza dilaganti impongono di non parlare di terrorismo islamico, perché l’islam è buono, è bello, è bravo. Non è ben chiaro se sia buono, bello e bravo come il luteranesimo, ce lo faranno sapere. Probabilmente sono buoni, belli e bravi ex aequo, perché la nuova religione mondiale è in via di formazione e prevede il “todos Caballeros”. In attesa comunque di aggiornamenti, può essere utile rileggere una sintesi semplice, chiara e senza pruriti buonisti sull’islam. La scrisse San Giovanni Bosco che, essendo cattolico e santo, non aveva paura a parlare chiaro. Parlava chiaro perché gli interessava solo difendere e diffondere la Vera Fede. Non aveva tanti interessi mondani da coltivare, come i quattro cialtroni che in questo tempi sciagurati infestano e distruggono la civiltà.
Pubblichiamo qui di seguito le pagine sull’islam contenute nel libro “Il cattolico istruito nella sua religione”, pubblicato nel 1853 dal Sacerdote Giovanni Bosco, prete cattolico. Nel libro si immagina il colloquio tra un padre e i figli; col padre, che istruisce i figli sulle verità di Fede, interloquisce il figlio maggiore. Buona lettura a tutti, e preghiamo il Signore che ci doni presto santi sacerdoti come Giovanni Bosco.
















domenica 7 febbraio 2016

Pio transito del Beato Pio IX, papa e confessore (7 febbraio 1878)

G. Orsi, Beato Pio IX, 1847, museo diocesano, Ravenna








Ritratto del Beato Pio IX, con dedica, Basilica di S. Pietro, Città del Vaticano, Roma

Il Beato Pio IX al Concilio Vaticano I, Cappella del Beato Pio IX, Chiesa di S. Lorenzo Fuori le mura, Roma

Corpo del beato Pio IX, Chiesa di S. Lorenzo Fuori le mura, Roma

martedì 23 giugno 2015

Dalle Memoria biografiche di S. Giovanni Bosco in merito ai Valdesi ed al loro "tempio" a Torino visitato dal vescovo di Roma

Memorie biografiche di Don Giovanni Bosco

raccolte dal sacerdote salesiano Giovanni Battista Lemoyne

(Giovanni Battista LEMOYNE voll. I-IX, Angelo AMADEI vol. X, Eugenio CERIA voll. XI-XIX, Indice anonimo dei voll. I-VIII e Indice dei voll. I-XIX a cura di Ernesto FOGLIO)

Vol. IV, Ed. 1904, pp. 220-227

Capo XX

La Fede cattolica assalita dai Valdesi e difesa da Don Bosco.

S. Giovanni Bosco, odiato - non a caso -
ancora oggi dai valdesi
pure da morto (v. ad es. qui).
Il che conferma che fu un autentico campione
della fede cattolica contro l'eresia valdese
Il Re Carlo Alberto, come abbiamo detto, aveva emancipato i Protestanti. Pareva che con quell’atto egli intendesse solamente di dare la libertà di professare esternamente il proprio culto, senza detrimento della Religione Cattolica. Ma gli eretici non la intesero così e perciò, appena ottenuto quell’atto e la libertà di stampa, si erano tosto dati a fare tra il popolo irrequieta propaganda dei loro errori con tutti i mezzi possibili, particolarmente con libri e fogli pestiferi. Comparvero tra gli altri i giornali: La Buona Novella, La Luce Evangelica e il Rogantino Piemontese; e poi una colluvie di libri biblici adulterati, di poca mole, prese a dilagare nei nostri paesi, penetrare nelle famiglie, scorrere per le mani di tutti, pervertendone la mente, corrompendone il cuore, instillando insomma nelle anime il veleno delle più esiziali dottrine. Nello stesso tempo scellerati trafficanti di anime si presentavano a quanti venivano a conoscere travagliati dall’indigenza ovvero oppressi dai debiti, e loro offrivano una somma purchè si ascrivessero alla loro setta e abbandonassero la vera fede dei loro maggiori. E purtroppo vi erano di quei miseri che adescati dal luccicare di quelle monete, non sapevano resistere alla tentazione.
Dava mano alla ereticale propaganda il giornale l’Opinione, nel quale, tra gli altri nemici della Chiesa, continuava a scrivere più impudentemente di tutti Bianchi-Giovini, autore di una lurida e calunniosa Storia dei Papi e di altre opere infami. Si aggiungeva che i Protestanti a questa propaganda erano preparati, ed i Cattolici non lo erano punto per opporle un argine, impedirla, o almeno scemarne le disastrose conseguenze. Fidandosi delle leggi civili, che fino allora avevano protetta la Religione Cattolica dagli assalti della eresia; fidandosi soprattutto del primo articolo dello Statuto che porta: La Religione Cattolica, Apostolica, Romana, è la sola Religione dello Stato, i Cattolici si trovarono come soldati scossi all’improvviso dal suono della tromba guerriera, e chiamati a scendere in campo di battaglia, senza armi adatte a combattere nemici premuniti in ogni punto. Infatti i Cattolici abbisognavano di giornaletti di buona lega per diffonderli a larga mano, e pochissimi ne possedevano; facevano mestieri soprattutto libretti semplici e di poco costo, ed invece non si avevano che opere voluminose di grande erudizione. Erano quindi in pericolo di perdere la fede non solamente i giovanetti, ma tutto il basso popolo, alla cui seduzione miravano i nemici della Chiesa.
A quella vista si accese di carità e di zelo il cuore del nostro Don Bosco, il quale, col fine di preservare dai serpeggianti errori i suoi cari giovanetti, provvide un mezzo di salute eziandio a migliaia, anzi a milioni di altre persone. Compose e pubblicò pertanto alcune tavole sinottiche intorno alla Chiesa Cattolica, foglietti volanti, ricchi di ricordi e di massime morali e religiose adattate ai tempi, e si diede a spargerli gratuitamente tra i giovani e tra gli adulti a migliaia di copie, specialmente in occasione di esercizi spirituali, di sacre missioni, di novene, di tridui e feste.
Né a semplici fogli si limitò l’industriosa carità del nostro buon Padre; poiché nel 1851 mise pure in luce una seconda edizione del Giovane Provveduto coll’immagine sul frontispizio di S. Luigi e vi aggiunse in fine sei capitoli in forma di dialogo che portavano per titolo comune: Fondamenti della Cattolica Religione. Questi dimostravano, una sola essere la vera religione: le sette dei Valdesi e dei Protestanti non avere i caratteri della Divinità, non trovarsi in esse la vera Chiesa di Gesù Cristo; essere i Protestanti separati dal fonte della vera vita, che è il Divin Salvatore, e convenire essi stessi che i Cattolici si possono salvare e che si trovano nella vera Chiesa. Non tralasciava un monito su ciò che debbono fare gli Ebrei, i Maomettani ed i Protestanti per salvare le loro anime. (…)
E questi Fondamenti, eziandio come erano compendiati nel 1851, al protestanti dovettero sembrare un colpo abbastanza serio per le loro false dottrine, poiché correvano, come la Storia Ecclesiastica e la Storia Sacra, nelle mani di tante migliaia di giovani, ai quali di preferenza essi tendevano le loro reti. D. Bosco nel concludere aveva scritto: “Tutti quelli che perseguitarono la Chiesa nei tempi passati non esistono più, e la Chiesa di Gesù Cristo tutt’ora esiste. Tutti quelli che perseguitano la Chiesa presentemente, di qui a qualche tempo non ci saranno più; ma la Chiesa di Gesù Cristo sarà sempre la stessa, perché Iddio ha impegnato la sua parola di proteggerla e di essere sempre con lei sino alla fine del mondo”. (…)
Intanto Don Bosco aveva notizie certe che l’eresia valdese s’insinuava e faceva ogni giorno più strada in varii paesi. (…)
In mezzo a queste sue sollecite cure, da un povero infelice di nome Wolff che aveva apostatato, e che, per le solite contraddizioni dei cuore umano, gli narrava tutte le decisioni e i passi de’ suoi correligionarii, seppe come i Valdesi fossero risoluti di innalzare un tempio in Torino. Infatti a questo fine avevano domandato al Municipio la concessione di un’area fabbricabile presso il giardino pubblico. I Protestanti in Torino erano poco più di duecento. Il Municipio non aveva acconsentito, benché il progetto fosse appoggiato dall’Avvocato generale presso la Corte d’Appello. Allora gli eretici comperarono a loro spese un’altra area lungo il viale del Re poco lontana dall’Oratorio di S. Luigi, autorizzati da regii decreti, del 17 dicembre 1850, e del 17 gennaio 1851, costruire il progettato tempio. Approvati dalla commissione edilizia i disegni di questo e degli edifizi annessi, il Municipio cercava di guadagnar tempo volendo declinare ogni responsabilità in faccia ai Cattolici; ma il Ministro degli Interni Galvagno fece note le disposizioni sovrane, e fu giuocoforza che cessassero le nobili opposizioni a quell’onta che si voleva recare alla città. Appena la cosa si fece pubblica, i Torinesi anzi tutti i Cattolici del Piemonte, ne furono vivamente addolorati e pregarono il Signore a tener lontano dal paese tanto scandalo. I Vescovi reclamarono in una lettera colletti al Re, in nome della religione, dello Statuto, dell’onore Casa Savoia, citando le disposizioni del codice penale e codice civile. Ma non si tenne conto di questi reclami e si diede subito mano alla costruzione del tempio l’esercizio del culto riformato protestante. Così riceve appoggio chi moveva una guerra fierissima alla Religione Cattolica.
Don Bosco appena seppe di queste mene, non ancor pago di ciò che aveva già fatto, compose e pubblicò un libretto col titolo: Avvisi ai Cattolici. È pregio dell’opera di riprodurne qui il proemio:
Popoli Cattolici, così egli scriveva, aprite gli occhi tendono a voi moltissime insidie col tentare di allontana da quell’unica, vera, santa Religione, che solamente conservasi nella Chiesa di Gesù Cristo. Questo pericolo fu già in più guise proclamato nostri legittimi Pastori, dai Vescovi, posti da Dio a difenderci dall’errore ed insegnarci la verità. La stessa infallibile voce del Vicario di Gesù Cristo avvisò di questo insidioso laccio teso ai Cattolici, cioè molti malevoli vorrebbero sradicare dai vostri cuori la Religione di Gesù Cristo. Costoro ingannano se stessi e ingannano gli altri; non credeteli. Stringetevi piuttosto di un cuor solo e di un’anima sola ai vostri Pastori, che sempre v’insegnarono la verità. Gesù disse a S. Pietro: Tu sei Pietro e sopra questa pietra fonderò la mia Chiesa, e le porte dell’inferno non la vinceranno mai, perché io sarò coi Pastori di essa tutti i giorni sino alla consumazione dei secoli. Questo disse a S. Pietro e ai suoi successori, i Romani Pontefici, e a nissun altro. Chi vi dice queste cose diverse da quanto vi dico, non credetelo: egli v’inganna. Siate intimamente persuasi di queste grandi verità: Dove c’è il successore di S. Pietro, là c’è la vera Chiesa di Gesù Cristo. Niuno trovasi nella vera Religione, se non è Cattolico; niuno è Cattolico senza il Papa. I nostri Pastori e specialmente i Vescovi, ci uniscono al Papa, il Papa ci unisce con Dio. Per ora leggete attentamente i seguenti avvisi, i quali, ben impressi nel vostro cuore, basteranno a preservarvi dall’errore. Quello poi, che qui viene ora brevemente esposto, fra poco l’avrete in apposito libro diffusamente spiegato. Il Signore delle misericordie infonda a tutti i Cattolici tanto coraggio e tale costanza, da mantenersi fedeli osservatori di quella Religione, in cui noi fortunatamente siamo nati e siamo stati educati. Costanza e coraggio, che ci faccia pronti a patire qualunque male, fosse anche la morte, anziché dire o fare alcuna cosa contraria alla Cattolica Religione, vera e sola Religione di Gesù Cristo, fuori di cui niuno può salvarsi”.
A questa specie di proclama, non più indirizzato solo ai giovani, ma in generale ai Piemontesi e in ispecie ai Torinesi, facevano seguito i Fondamenti della Cattolica Religione stampati poco prima nella seconda edizione del Giovane Provveduto; e si prometteva intanto un apposito libro nuovo che egli stava scrivendo. Questo avrebbe per iscopo di mettere in guardia le anime contro le insidie ereticali, di ammaestrarle nelle verità più necessarie a sapersi, di svelare l’errore dei seduttori, di arrestarne la mala influenza e così confermare nella fede i cattolici. Era il libro che ebbe per titolo: Il Cattolico istruito nella sua religione.
Degli Avvisi ai Cattolici fu straordinario lo spaccio; in soli due anni se ne diffusero oltre a duecento mila esemplari. Ma se questa operetta tornò gradevolissima a tutti i buoni, inasprì i Protestanti e li fece montare in sulle furie. Mentre si credevano di poter a loro bell’agio devastare, a guisa degli antichi Filistei, il campo del Signore, si vedevano venire innanzi un novello Sansone a scoprire le loro arti, a rompere le loro file, a scompigliare le loro schiere in difesa del popolo di Dio.
Con questa pubblicazione e con le altre molte che la seguirono, D. Bosco indicava al secolo l’arma più potente per combattere i nemici della religione e segnava la strada a quanti volessero correre in difesa della società cristiana minacciata. In questi anni tutto pareva morto nel campo cattolico, e D. Bosco lo risvegliò in Torino.