Sante Messe in rito antico in Puglia

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sabato 16 marzo 2024

La velazione (o velatura) delle croci e delle immagini nel Tempo di Passione

Con i primi Vespri della Domenica di questa sera inizia il periodo più intenso della Quaresima che è il c.d. Tempo di Passione, nel quale si velano le immagini sacre delle chiese. Un uso che continua a sopravvivere pur nell'odierna temperie teologica e liturgica.



Rilanciamo un contributo sul punto dello studioso Francesco Tolloi, pubblicato nel 2022 sulla rivista diocesana di Trieste:

Liturgia: L'uso tradizionale di coprire statue, pitture e crocifissi in Quaresima

La velatura delle croci e delle immagini

di Francesco Tolloi

La storia plurisecolare di un uso diversamente attestato nelle diverse Chiese particolari dal VII secolo in Gallia al Messale post-conciliare di San Paolo VI passando per la riforma tridentina e post-tridentina della liturgia romana

«Usus cooperiendi cruces et immagines per ecclesiam ab hac dominica [V di Quaresima, n.d.a.] servari potest, de iudicio Conferentiae Episcoporum»(1). Il Messale, con tale rubrica permissiva, attesta un uso che, pur limitatamente ad alcuni luoghi, si è conservato e che per secoli fu di diffusione generale. Ma da dove e quando si diffuse tale usanza? Quali sono i suoi significati? Non è facile rispondere con certezza: le testimonianze, specie quelle più antiche, sono frammentarie ed anzi attestano una scarsa uniformità della prassi, tuttavia, i dati disponibili, consentono perlomeno di intuire dei percorsi di ricerca e, talvolta, di formulare prudentemente delle ipotesi, spesso ponendo nuovi quesiti. Il Messale che promulgò nel 1570 papa San Pio V secondo le indicazioni del Concilio di Trento, non menziona la prassi, per contro, trent’anni dopo l’editio princeps del Caeremoniale episcoporum, promulgata da Clemente VIII, ne fa esplicito riferimento(2). Questo stato di cose potrebbe suggerire l’ipotesi che nella prima epoca post tridentina si tentò di uniformizzare il costume della velatura, che si era mantenuto fino ad allora differenziato sia sotto il profilo geografico che temporale. La Francia, notoriamente refrattaria nell’accoglimento dei dettami tridentini, mantenne – nella lussureggiante galassia dei riti neogallicani (meglio sarebbe definirli usi propri diocesani) – una marcata differenziazione, destinata a perdurare fino alla seconda metà del XIX secolo, per questo ordine di motivi la sua osservazione è particolarmente utile ed interessante. A darcene autorevole testimonianza è Jean-Baptiste Le Brun des Marette, che a principio del Settecento viaggiò attraversò il regno di Francia annotando, con accurata meticolosità e dovizie di dettagli, gli usi liturgici esistenti nel territorio sia nelle diocesi che tra Ordini e congregazioni di religiosi, registrando, anche in questa fattispecie, consuetudini diversificate(3). Il Le Brun attesta in molte chiese francesi una copresenza di velature – che poi vedremo testimoniate anche al di fuori della Francia – di diverso tipo: delle tende vengono tirate per separare l’altare dal coro, oppure per separare del tutto la navata, altre volte sussistono entrambe, il più delle volte convivono con i veli che coprono le immagini e le croci. Diverso è anche il momento in cui queste coperture vengono poste: spesso ciò avviene appena alla conclusione dell’Ufficio della I domenica di Quaresima (dopo Compieta) venendo a marcare l’inizio del tempo quaresimale e con esso del digiuno che lo caratterizza. Un tanto deporrebbe circa la vetustà della prassi, in considerazione del fatto che la Quaresima, anticamente, si faceva iniziare in tale giorno (come avviene ancora presso gli orientali col lunedì puro) mentre solo più tardi, per far coincidere al numero di quaranta le giornate effettivamente destinate al digiuno, si aggiunsero i giorni che vanno dal mercoledì delle ceneri alla Feria II (lunedì) dopo la I domenica di Quaresima(4). La velatura di immagini e croci, di cui fa riferimento il Messale, potrebbe essere un lacerto, in qualche modo cristallizzato, di queste particolari coperture realizzate, in epoca più remota come segno esteriore della Quaresima? E se così fosse l’uso V domenica di Quaresima potrebbe essere un momento più ritardato o un punto di arrivo raggiunto nel tempo cui, infine, si è data una struttura normativa? Si tratta di quesiti che, innanzi alle testimonianze qui brevemente accennate, sorgono spontanei. Circa l’antichità il Braun opina che l’uso si diffuse proprio in Gallia già nel VII secolo, nella penisola italiana si attesta intorno al Mille (Consuetudines dell’abbazia di Farfa, di matrice cluniacense), per divenire di uso generalizzato nel basso Medioevo(5).

Il celebre canonista Guglielmo Durando, Vescovo di Mende, ci tramanda che nel XIII secolo, epoca in cui visse, alla I domenica di Quaresima si coprono le croci e si tira il velo innanzi all’altare e riferisce che ciò in alcune chiese si compie la domenica di Passione (V di Quaresima)(6). L’Autore ravvisa dunque un legame tra le due azioni, così come parrebbe ritenerlo, sostanzialmente, anche il Martène sostenendo che, quanto si praticava alla sua epoca (tra XVII e XVIII secolo) la domenica di Passione, era un tempo d’uso generale compierlo la I domenica di Quaresima (dopo la Compieta della stessa, o dopo la celebrazione di Prima del lunedì immediatamente successivo)(7). Privare il fedele dalla vista delle cose sacre o persino dell’altare e dunque dell’azione sacra mediante la velatura si percepiva come segno esteriore di mestizia. Il citato Durando, estremamente significativo e rappresentativo di una modalità di interpretazione basata su suggestioni allegoriche che permea la speculazione dell’Età di mezzo, suggerisce che, mediante questo segno esteriore, il cristiano rivive una condizione di conoscenza imperfetta, dunque velata, al pari di quella degli uomini dell’antico testamento. Qualora la velatura sia limitata alle ultime due settimane prima di Pasqua, l’accento sarebbe posto sul nascondimento della natura divina: nella domenica di Passione, infatti, veniva proclamato il Vangelo di San Giovanni (8, 46-59) in cui i giudei vogliono lapidare Gesù, dopo un concitato e teso scambio verbale, tanto che egli si vede costretto ad uscire per nascondersi: Jesus autem abscóndit se, et exívit de templo(8). Ben diversa e non molto convincente, in questa circostanza, la spiegazione che dà Claude De Vert: l’Autore, celebre per ricondurre i gesti di culto e costumi liturgici a necessità materiali e concrete, ritiene che l’usanza possa derivare dall’uso arcaico di collocare la croce solo al momento della celebrazione ed anzi ritiene che essa, originariamente non veniva collocata affatto, come poté leggere e vedere in alcuni luoghi (ancora una volta nell’ambito degli usi neogallicani).

La croce sarebbe stata poi portata dal diacono o dallo stesso celebrante all’altare (es. a Reims) per rimanervi il tempo necessario: quando la comodità indusse a lasciarla sul posto, si prese l’abitudine di velarla, uso che sarebbe rimasto in questo specifico tempo(9). Mario Righetti, perito del Concilio Vaticano II, ritiene verosimile che la velatura di croci ed immagini la domenica di Passione sia una semplificazione tardiva delle velature quaresimali, in particolare opina poter derivare dall’hungertuch (letteralmente telo della fame) attestato inizialmente in area germanica a significare il tempo di digiuno(10). Particolarmente suggestiva ed articolata è l’ipotesi di Thurston: per l’Autore l’origine della velatura di croci ed immagini è riconducibile proprio ai teli che, anticamente, dal principio quaresima, celavano la sancta sanctorum. L’usanza andrebbe ricercata nell’allentamento e successivo abbandono della prassi canonica della pubblica penitenza. I penitenti, in capite quadragesimae, venivano allontanati dal tempio per poi essere riammessi e riconciliati il giovedì santo. Essi sarebbero stati dunque privati della vista delle cose sacre: mediante la velatura si produrrebbe una finzione giuridica che porterebbe tutti i fedeli, in un certo qual modo, alla condizione dei penitenti pubblici(11).

Note:

1. Cfr. Rubr. in Dom. V in Quadragesima, in Missale romanum, editio typica tertia, Città del Vaticano, Typis Vaticanis, 2002, pag. 255.

2. Cfr. Caeremoniale episcoporum, Romae, Typographia linguarum externarum, 1600, editio princeps, ristampa anastatica a cura di A. M. Triacca e M. Sodi, Città del Vaticano, LEV, 2000, Lib. II, cap. XX, pagg. 217 e s. (225 e s.).

3. S. De Moleon, Voyages liturgiques de France, Paris, Delaulne, 1718, passim. (De Moleon è lo pseudonimo del Le Brun des Marette).

4. In tal senso appare significativa l’Orazione secreta della I domenica di Quaresima del Messale c.d. tridentino che fa esplicito esordio del tempo quaresimale e con esso delle austerità, segno di conservazione di un elemento arcaico, di matrice gregoriana, a fronte delle modificazioni intervenute successivamente (cfr. Sacramentario Gregoriano. Testo latino-italiano e commento, a cura di M. Sodi e O.A. Bologna, Roma, Edizioni Santa Croce, 2021, pag. 63 al 223).

5. Cfr. G. Braun, I paramenti sacri. Loro uso storia e simbolismo, trad. it. G. Alliod, Torino, Marietti, 1914, pag. 209 e segg. Per l’Autore l’uso di velare il crocifisso va ricercato nel fatto che sino al XII secolo Cristo veniva rappresentato trionfante sulla croce, volendo sottolineare i contenuti della passione salvifica lo si sottraeva dalla vista coprendolo (idem, pag. 211).

6. Cfr. G. Durando, Rationale Divinorum Officiorum, Ludguni, Ravillii, 1612, lib. VI al 32, par. 12, pag. 303. L’uso della velatura già la I domenica di Quaresima lo si riscontra anche nel rito ambrosiano, qui però vengono velate le sole immagini e non i crocifissi (Cfr. V. Maraschi, Le particolarità del rito ambrosiano, Milano, Propaganda Libraria, 1938, pag. 81).

7. Cfr. E. Martene, De antiquis Ecclesiae Ritibus, Antverpiae, de la Bry, 1737, tomus tertius, pag. 186.

8. Cfr. G. Durando, Rationale Divinorum Officiorum, op. cit., lib. I, al III, par. 35, pag. 17. Proprio al Vangelo di tale domenica è legato l’uso della cappella papale attestato dal Cerimoniale apostolico. Dal testo si apprende che la velatura della croce avviene in questa domenica ed in particolare le immagini sono coperte con un velo, issato con delle carrucole attraverso cui passando le corde, per mezzo di alcuni chierici della cappella nel momento in cui termina la proclamazione del Vangelo; cfr. A. Patrizi Piccolomini, Sacrarum Cerimoniarum, Sive Rituum Ecclesiasticorum Sanctae Romanae Ecclesiae, Coloniae Agrippinae, 1572, liber secundus, fol. 224 r.

9. Cfr. C. De Vert, Explication simple, litterale et historique des Cérémonies de l’Eglise, Paris, Delaulne, 1713, Tome quatrieme, pagg. 30 e ss.

10. Cfr. M. Righetti, Manuale di storia liturgica, Milano, Ancora, 1969, Volume II, pag. 175 e s. Sull’hungertuch, la sua diffusione e sopravvivenza, si veda ancora: G. Braun, I paramenti sacri, op. cit., pag. 211.

11. Cfr. H. Thurston, Lent and Holy Week, London, Longmans Green, 1914, pag. 99 e ss. Il rito dell’espulsione e riconciliazione dei pubblici penitenti trovava posto nel Pontificale romanum fino agli anni Sessanta del Novecento (cfr. Pontificale romanum, Taurini, Marietti, 1941, V, pagg. 300 e ss. Per l’approfondimento di questi riti si rinvia a: J. Catalano, Pontificale romanum in tres partes distributum, Parisiis, Méquignon, Leroux et Jouby, 1852, Tomus III, pagg. 8 e ss.

Fonte: Rivista diocesana di Trieste, Il Domenicale di San Giusto, 3.4.2022, pp. 8-9.


domenica 31 dicembre 2023

"Te Deum Laudamus" al termine dell'anno

Al termine dell'anno civile è d'uopo cantare l'inno del Te Deum ed all'inizio di quello nuovo il Veni Creator Spiritus.
Riportiamo l'art. 26 dell'Enchiridion Indulgentiarum della Penitenzieria Apostolica, IV edizione 1999 (tratto dal Sito della S. Sede).

PAENITENTIARIA APOSTOLICA

ENCHIRIDION INDULGENTIARUM

CONCESSIONES

26

Preces supplicationis et gratiarum actionis 

§ 1. Plenaria indulgentia conceditur christifideli qui, in ecclesia vel oratorio, devote interfuerit sollemni cantui vel recitationi: 
1°  hymni Veni, Creator, vel prima anni die ad divinam opem pro totius anni decursu implorandam; vel in sollemnitate Pentecostes; 
2°  hymni Te Deum, ultima anni die, ad gratias Deo referendas pro beneficiis totius anni decursu acceptis.

* * * * * * * * * * *

Preghiere di supplica e ringraziamento:

§ 1. L'indulgenza plenaria è concessa al fedele che, in una chiesa o in un oratorio, partecipa devotamente al canto o alla recita solenne:

inno Vieni Spirito Creatore, o il primo giorno dell'anno per implorare l'aiuto divino per tutto il corso dell'anno o nella solennità di Pentecoste;

inno Te Deum, l'ultimo giorno dell'anno, per rendere grazie a Dio per i benefici ricevuti durante tutto l'anno.








domenica 5 febbraio 2023

Soppressione dell'Alleluia

Il calendario sta per commemorare i dolori di Cristo e le gioie della Risurrezione. Nove settimane ci separano da queste grandi solennità. È tempo che il cristiano disponga la sua anima alla nuova visita del Signore, che sarà più santa e decisiva di quella che si degna di farci con la sua Natività.

Intanto la santa Chiesa sente il bisogno di scuoterci dal nostro assopimento e vuole dare ai nostri cuori un potente impulso alle cose celesti. Perciò sopprime l'Alleluia, il canto celeste che ci associava ai cori degli Angeli. Siamo degli uomini fragili, peccatori sempre rivolti alla terra: come abbiamo potuto con la nostra bocca pronunciare quella parola di cielo? Fu l'Emmanuele, il divino conciliatore fra Dio e gli uomini, che ce la portò da lassù fra le gioie della sua nascita; e noi osammo ripeterla. La ripeteremo ancora con rinnovato entusiasmo fra le allegrezze della sua Risurrezione; ma per cantarla degnamente dobbiamo aspirare al soggiorno donde essa discese la prima volta. Alleluia non è una parola vuota di significato, o una profana melodia: è il ricordo della patria nell'esilio e lo slancio verso il ritorno.


Significato della parola Alleluia.


La parola significa Lodate Iddio. Ma il suo accento è tale, che la Chiesa, per non potersi sottrarre al compito di lodare il Signore per ben nove settimane, la sostituirà con un'altra espressione: Laus tibi Domine, Rex aeternae gloriae! Lode a Te, Re dell'eterna gloria! Ma questa è una lode che nasce dalla terra, mentre l'altra discese dal cielo.

"La parola Alleluia, dice il pio Ruperto, è una goccia di quella gioia suprema di cui trasalì la Gerusalemme celeste. I Patriarchi e i Profeti la custodirono in fondo al cuore, finché non la emise lo Spirito Santo con maggiore pienezza sulle labbra degli Apostoli. Significa l'eterno festino degli Angeli e delle anime beate che lodano Dio, contemplano senza fine la sua faccia e cantano senza mai stancarsi le sempre nuove infinite meraviglie. La nostra limitatezza di viatori non arriva a gustare tale festino; solo possiamo partecipare alle gioie dell'attesa e sentirne la fame e la sete. Forse per questo la misteriosa parola Alleluia non fu mai tradotta dall'originale ebraico, quasi a significare, nell'insufficienza di riprodurla, ch'è un'allegrezza molto estranea alla nostra vita presente" (Des divins offices L. I, c. 35).


Austerità della Settuagesima.


Durante i giorni che dobbiamo sentire l'asprezza dell'esilio, se non vogliamo essere abbandonati come disertori in seno a Babilonia, è necessario essere premuniti contro gli allettamenti del pericoloso soggiorno nella terra della cattività. Ecco perché la Chiesa, preoccupata delle illusioni e pericoli che corriamo, ci viene incontro con un provvedimento così solenne. Togliendoci il grido della gioia, ci esorta a purificare le nostre labbra; se vogliamo un giorno tornare a ripetere la parola degli Angeli e dei Santi, dobbiamo purificare col pentimento i nostri cuori, contaminati dal peccato e dall'affetto ai beni terreni. Quindi svolge sotto ai nostri occhi il triste spettacolo della caduta originale, da cui scaturirono tutte le disgrazie, e ci fa rilevare la necessità d'una redenzione. Piange per noi e vuole che anche noi piangiamo insieme a lei.

Accettiamo dunque la legge che ci viene imposta. Sospese per breve tempo le sante gioie, comprendiamo ch'è ora di smetterla con le frivolezze del mondo. Soprattutto liberiamoci dal peccato, che ha regnato tanto tempo in noi. Cristo s'avvicina con la sua Croce e viene a riparare ogni nostro danno col frutto sovrabbondante del suo Sacrificio. Non permetteremo, no, che il suo sangue, a guisa di rugiada mattutina che piove sulla calda sabbia del deserto, cada invano sulle nostre anime. Confessiamo umilmente la nostra condizione di peccatori, e come il pubblicano del Vangelo che non osava alzar lo sguardo, riconosciamo che è giusto, almeno per poche settimane, non accennare a quei canti che furono troppo familiari alla nostra lingua di peccato, né presumere eccessivamente di quella fiducia che molte volte distrusse in noi il santo timor di Dio.

Purtroppo, la negligenza delle norme liturgiche è l'indice manifesto dell'affievolimento nella fede, in una cristianità. Eppure ce n'è tanta intorno a noi, che anche molti dei cristiani abituati a frequentare la chiesa ed i Sacramenti, si accorgono ben poco e con molta indifferenza della sospensione dell'Alleluia. A stento parecchi di loro vi prestano una leggera attenzione, imbevuti come sono d'una pietà affatto privata, e forse estranea al pensiero della Chiesa. Se cadranno queste righe sotto ai loro occhi, ci auguriamo che servano a farli riflettere sulla sovrana autorità e saggezza della Chiesa, Madre comune, la quale effettivamente considera la sospensione dell'Alleluia come uno dei fatti più gravi e solenni dell'Anno Liturgico.

A tale proposito presentiamo due belle Antifone, che pare siano di origine romana, e che noi attingiamo nell'antifonario di san Cornelio di Compiègne, pubblicato da Dom Dionigi di S. Marta:


Ant.
- Il buon Angelo del Signore t'accompagni, Alleluia.

E ti faccia fare un prospero viaggio, affinché ritorni con noi nella gioia, Alleluia, Alleluia.


Ant.
- Alleluia. Resta con noi anche oggi; domani partirai, Alleluia.

Quando si farà giorno ti metterai in cammino, Alleluia, Alleluia, Alleluia.


Le Chiese di Francia, nel XIII secolo e oltre, ai Vespri del sabato di Settuagesima cantavano quest'Inno commovente, conservato in un manoscritto del X secolo:

INNO

Alleluia è un canto di dolcezza, una voce d'eterna gioia.

Alleluia è il canto melodioso che i celesti cori non cessano di far risuonare nella casa di Dio.

Alleluia! celeste Gerusalemme, madre beata, patria alla quale abbiamo diritto di cittadinanza.

Alleluia! è il grido dei tuoi abitatori fortunati; ma noi esiliati sulle rive dei fiumi di Babilonia, non abbiamo altro che lacrime.

Alleluia! non siamo sempre degni di cantarlo. Alleluia! i nostri peccati ci obbligano a sospenderlo, perché è l'ora di piangere le nostre colpe.

Accogliete dunque, o Beata Trinità, questo canto per il quale vi supplichiamo di farci assistere un giorno alla Pasqua celeste, dove a gloria vostra, in seno alla felicità, canteremo l'eterno Alleluia. Amen.

Nell'attuale Liturgia l'addio all'Alleluia che fa la Chiesa è più semplice, e consiste nel farci ripetere quattro volte la misteriosa parola alla fine dei Vespri del Sabato:

Benediciamo il Signore, Alleluia, Alleluia.

Rendiamo grazie a Dio, Alleluia, Alleluia.

D'ora in poi, a partire dalla seguente Compieta, non sarà più udito quel canto celeste fino a quando esploderà sulla terra il grido della Risurrezione.

Fonte: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 424-426.



I monaci di Norcia seppelliscono l'Alleluia prima della Settuagesima del 2023.
Fonte Facebook

Il Tempo di Settuagesima

Le tre domeniche precedenti la Quaresima sono la Settuagesima, la Sessagesima e la Quinquagesima e formano il tempo liturgico di tre settimane della Settuagesima. È come un prolungamento o preparazione della Quaresima, poiché ne assume quasi tutti i caratteri: il colore viola dei paramenti, la soppressione del Gloria, dell'Ite Missa est e dell'Alleluja e l'introduzione del Tratto e del motto Laus tibi, Domine. La Chiesa Romana, adottando questo tempo, che veniva dall'oriente, non impose mai l'obbligo del digiuno. La Settuagesima con le sue 7 settimane starebbe a significare i 70 anni di schiavitù che precedettero la liberazione dall'Egitto per gli ebrei e per i cristiani il lungo periodo di schiavitù che precedé il riscatto prima della Redenzione operata da Cristo nella Pasqua. Gli estremi della Settuagesima vanno dal 18 gennaio al 22 febbraio e vengono chiamati chiavi dell'Alleluja.

lunedì 15 agosto 2022

Elementi corredenzionisti nelle Messe e negli Uffici in onore dell'Assunta

 

La Cappella Papale dell’Assunta

 Rilanciamo questo contributo del dott. Giuliano Zoroddu:

La Cappella Papale dell’Assunta



di Giuliano Zoroddu


La festa dell’Assunzione di Maria Santissima fu fin da antico solennissima in Roma. L’introdusse Sergio I (687-701) e Leone IV (847-855) la dotò di ottava. Il Pontefice celebrava la messa in Santa Maria Maggiore, dopo aver preso parte alla fastosissima processione della notte precedente.

I rituali avevano inizio la mattina del 14 agosto, quando il Papa si recava nell’oratorio di san Lorenzo nel Patriarchio, ove fatte sette genuflessioni all’immagine acheropita del Salvatore, ne baciava i piedi e scopriva il volto al canto del Te Deum.

Portata dai Cardinali Diaconi e scortata da dodici ostiari coi ceri accesi, seguiti dal suddiacono regionario colla croce stazionale, dal clero palatino, dal primicerio con la schola cantorum, dal Praefectus Urbi con dodici romani (sei con la barba e sei sbarbati) in rappresentanza del Senato, e dal popolo tutto, l’icona attraversava la Via Sacra fino alla chiesa di Santa Maria Nuova, sotto il cui portico in atto di adorazione i piedi del Salvatore venivano lavati con aromi, e di qui a Sant’Adriano, dove riceveva un’ulteriore lavanda.

Tappa finale era la Basilica Liberiana per la celebrazione della messa stazionale da parte del Pontefice.

Queste cerimonie, sentitissime dal popolo romano, subirono nel corso del Medioevo, vari arricchimenti da un lato, ma non mancarono gli abusi, soprattutto a motivo delle turbolenze che scossero Roma segnatamente durante la permanenza della Santa Sede ad Avignone. Così san Pio V pensò bene di abolire la processione.

Rimase solamente la solenne messa in Santa Maria Maggiore, poi sanzionata da Sisto V nella sua costituzioni sulle riorganizzazione delle stazioni.

La celebrazione della messa spettava al Cardinale Arciprete.

Il Sommo Pontefice vi assisteva al trono in manto bianco, contornato dal Sacro Collegio.

La predica fino al 1828 era tenuta dal Procurato dell’Ordine di Santa Maria della Mercede, come stabilito da Clemente XI nel 1718. Leone XII però trasferì questo onore ad un convittore del Collegio dei Nobili (istituito dai Padri Gesuiti sotto il suo pontificato), il quale teneva il sermone in berretta e cappa con fodera di seta cremisi.

Alla fine della messa, che non prevedeva particolarità, il Pontefice e i Cardinali versavano rispettivamente cinquanta e uno scudo d’oro alla Confraternita del Gonfalone per il riscatto degli schiavi.

Questa Cappella Papale, per volontà di Benedetto XIV, era seguita dalla benedizione del popolo dalla loggia della Basilica, che era stata fatta costruire dal medesimo Pontefice nel 1741.

I diari dei cerimonieri ci tramandano alcune date: Giulio II tenne Cappella Papale alla Liberiana il 15 agosto 1509; così pure Paolo III nel 1538 e Gregorio XIII nel 1572 e nel 1573. Benedetto XIII nel 1724 celebrò messa egli stesso nella Cappella Borghesiana. Clemente XII, nel 1732, ordinò che vi si cantasse il Te Deum a motivo della presa di Orano in Algeria operata da Filippo V di Spagna. Leone XII stabilì che la cerimonia dovesse svolgersi nuovamente all’altare papale.

L’ultimo Pontefice a tenere la Cappella Papale dell’Assunzione in Santa Maria Maggiore fu Pio IX nel 1869.

L’ingresso delle truppe italiane in Roma il 20 settembre dell’anno seguente, segnarono la fine del secolare rito, il cui svolgimento si spostò nella Cappella Palatina.


Riferimenti bibliografici: G. MORONI, Le cappelle pontificie, cardinalizie e prelatizie, Venezia, 1841; A. I. SCHUSTER, Liber Sacramentorum. Note storiche e liturgiche sul Messale Romano. Vol. VIII. I Santi nel Mistero della Redenzione (Le Feste dei Santi dall’Ottava dei Principi degli Apostoli alla Dedicazione di S. Michele), Torino-Roma, 1932.


Immagine: Proclamazione del dogma dell’Assunzione in Piazza San Pietro il 1° novembre 1950 

[fonte: caeremonialeromanum.com].


Fonte: Radiospada, 14.8.2021

domenica 28 marzo 2021

Egeria e la festa dei rami di ulivo

Con la Domenica delle Palme, inizia la Settimana Santa, la “Grande Settimana” come veniva chiamata sin dal IV sec.

Per entrare in sintonia con i misteri che mediteremo in questo periodo, rilanciamo questo contributo storico sulla testimonianza storica della pellegrina Egeria intorno alla commemorazione dell'ingresso trionfale di Gesù nella Città Santa, Gerusalemme, celebrata nell’odierna domenica.

Una testimonianza su come si celebrava la Domenica delle palme a Gerusalemme

Egeria e la festa dei rami di ulivo

di Fabrizio Bisconti



La nobildonna Egeria, o Silvia, o Eteria, probabilmente originaria della Galizia, ci ha lasciato uno dei più dettagliati e preziosi Diari di viaggio in Terra Santa, riferibile al 381-384 d.C. Il suo celebre Itinerarium o Peregrinatio ad loca sanc-ta si propone come una sorta di lettera indirizzata alle consorelle per raccontare, in maniera puntuale e suggestiva, il percorso e le tappe salienti del suo viaggio, che interessò l’Egitto e la Palestina, la Mesopotamia e Costantinopoli.

L’opera è conservata per circa un terzo ed è stata tramandata da un unico manoscritto dell’undicesimo secolo, redatto nell’Abbazia di Montecassino e rinvenuto ad Arezzo nel 1884 da Gian Francesco Gamurrini, che lo pubblicò nel 1887.

Il nome dell’autrice — come si diceva — è incerto e, a seconda delle versioni del testo, viene definita Aetheria o Egeria, ma alcuni indizi sull’identità della nobildonna vengono dal monaco Valerio, che, nel settimo secolo scrisse una lettera, che (insieme ad altri testi) completa il manoscritto aretino.

Da tutti questi elementi, che lasciano indefinito il ruolo della donna, sicuramente di altissimo rango, di elevato potenziale economico e di grande cultura, tanto da potersi permettere un viaggio lungo e costoso, ma difficilmente compatibile con una monaca, si evince che la «eccezionale pellegrina» si trattiene per più di tre anni a Gerusalemme, tanto da venire a conoscenza di tutte le celebrazioni della Settimana santa nella città santa, con le relative manifestazioni liturgiche.

La pellegrina spagnola ricorda — tra l’altro — la festosa celebrazione della Domenica delle palme: «La domenica in cui si entra nella settimana pasquale […] tutto il popolo sale sul monte degli olivi […] e quando arriva l’ora undicesima (cioè le cinque del pomeriggio) si legge quel passo del vangelo, dove i fanciulli vanno incontro al Signore con rami di olivo o palme […]. Allora il vescovo si alza in piedi e con lui tutto il popolo. Di là, ossia dalla sommità del monte degli olivi, si fa tutto il percorso a piedi mentre il popolo, procedendo dinanzi al vescovo, al canto di inni e antifone, risponde continuamente: Benedetto colui che viene nel nome del Signore. E tutti quanti i bambini di quei luoghi, anche coloro che non possono camminare per la tenera età e sono tenuti sulle spalle dai loro genitori, tengono in mano dei rami, chi di palma e chi di olivo, nello stesso modo con cui fu accompagnato il Signore, così viene festeggiato anche il vescovo. Dalla cima del monte si va fino alla città e, poi, attraverso la città fino all’Anastasi» (Diario di viaggio XXXI , 1-4).

La festosa processione, che è giunta sino ai nostri giorni, rievoca il momento in cui il Cristo, proveniente da Betania, entra trionfalmente in Gerusalemme, secondo il racconto dei quattro vangeli canonici (Matteo 21, 1-11; Marco 11, 1-11; Luca 19, 28-44; Giovanni 12, 12-19). Il Cristo si ferma nel piccolo villaggio di Betfage che, in aramaico, significa “casa dei fichi verdi” o “dei frutti verdi”, alludendo alla maledizione che Gesù pronunciò il giorno dopo, prima di cacciare i mercanti dal Tempio.

Il piccolo villaggio doveva situarsi sul versante orientale del monte degli olivi, proprio sulla strada, che conduceva a Betania e dove si ambienta l’incontro di Gesù con Marta e Maria, prima della risurrezione del loro fratello Lazzaro. Il fortuito ritrovamento nel 1876 da parte di un contadino di un brano di affresco medievale con le scene della resurrezione di Lazzaro e dell’ingresso di Cristo a Gerusalemme spinse la Custodia di Terra Santa ad acquistare il terreno in corrispondenza del villaggio, già nel 1883, e a commissionare all’architetto Antonio Barluzzi il restauro del piccolo santuario nel 1954.

La piccola chiesa rende memoria dei fatti raccontati dai vangeli. Nei sinottici, infatti, Gesù inviò due discepoli a prendere un asino. Matteo riferisce che portarono un puledro e un’asina; Marco e Luca che gli portarono solo il puledro; Giovanni, più succintamente, racconta che Gesù, trovato un asinello, vi sedette sopra.

Ma andiamo con ordine e ascoltiamo la narrazione di Marco: «Quando si avvicinarono a Gerusalemme, verso Betfage e Betania, presso il monte degli olivi, mandò due dei discepoli e disse loro: «Andate nel villaggio che vi sta di fronte e subito entrati in esso troverete un asinello legato, sul quale nessuno è mai salito. Scioglietelo e conducetelo e se qualcuno vi dirà: “Perché fate questo?”, rispondete: “Il Signore ne ha bisogno, ma lo rimanderà qui subito”. Andarono e trovarono un asinello legato vicino ad una porta, fuori sulla strada, e lo sciolsero. Ed alcuni dei presenti però dissero loro: “Che cosa fate sciogliendo questo asinello?” Ed essi risposero come aveva detto loro il Signore. E li lasciarono fare. Essi condussero l’asinello da Gesù e vi gettarono sopra i mantelli, ed egli vi montò sopra» (Marco 1, 1-7).

Ed ecco che il Cristo diede avvio all’ingresso trionfale in Gerusalemme, tra i discepoli e il popolo in festa. Persino i giovani e i bambini agitavano fronde di palma e di olivo ed alcuni salirono sugli alberi, tanto da ricordare il piccolo pubblicano ebreo che, a Gerico — secondo quanto riferisce Luca (19, 1-10) — salì sul sicomoro per avvistare il Cristo.

L’episodio dell’ingresso festoso in Gerusalemme va letto in chiave messianica, sottolineata dal richiamo profetico di Zaccaria (9, 9), relativamente al re pacifico, che entra nella sua capitale. Ma il tutto rimanda anche alla festa gioiosa delle capanne, celebrata in autunno al canto del Salmo 118, che rievoca la salvezza, con una processione di ringraziamento, per la salvezza operata inaspettatamente dal Signore.

Ebbene, l’ingresso di Cristo in Gerusalemme avviene montando un’asina, cavalcatura in tempo di pace, rispetto ai cavalli, che trainano i carri da guerra. Il Cristo, in questo senso, è come Salomone, che venne fatto salire sulla mula del re Davide al momento della sua incoronazione (1 Re 1, 38-40). E mentre il Cristo incedeva sull’umile asina, pura, in quanto mai cavalcata, venivano stesi mantelli, al suo passaggio, per renderlo ancora più regale, per sottolineare la valenza messianica e per aprire la Settimana della Passione con tutti i segni suggeriti dalle profezie.

Fonte: L’Osservatore romano, 27.3.2021, p. 7

domenica 31 gennaio 2021

INTRODUZIONE AL CICLO DI PASQUA E DISPENSA DI LITURGIA SUL TEMPO DI SETTUAGESIMA

IL CICLO PASQUALE

Comincia con i Primi Vespri della Domenica di Settuagesima e termina con Nona del Sabato delle Quattro Tempora di Pentecoste.

Esso si compone in questo modo:

·                     Il Tempo di Settuagesima (colore liturgico de tempore violaceo, 17 giorni in totale): le settimane di Settuagesima, Sessagesima, la Domenica di Quinquagesima con i due giorni seguenti

·                     Tempo di Quaresima (colore liturgico de tempore violaceo, rosa la IV Domenica; 32 giorni in totale):

o                  I giorni dal Mercoledì delle Ceneri al Sabato dopo le Ceneri: teoricamente appartengono alla Quaresima ma dal punto di vista prettamente liturgico sono un misto tra la liturgia della Settuagesima e quella quaresimale

o                  Le quattro settimane di Quaresima. Nella prima ricorrono le Quattro Tempora

·                     Il Tempo di Passione (colore liturgico de tempore violaceo, 13 giorni e mezzo in totale):

o                  La I Settimana di Passione

o                  La Settimana Santa:

§                La II Domenica di Passione o delle Palme, e i tre giorni seguenti fino a Compieta del Mercoledì Santo

§                Il Triduo Sacro comincia con l'Ufficio delle Tenebre del Giovedì Santo, che si canta nel tardo pomeriggio del Mercoledì Santo, e termina con la Vigilia Pasquale. Colore liturgico bianco il Giovedì Santo mattina alla Messa in Coena Domini, nero il Venerdì Santo mattina alla Messa dei Presantificati, violaceo il Sabato Santo mattina alla Vigilia Pasquale (tuttavia quando il Diacono o il Sacerdote porta l'arundine in processione e canta l'Exultet, lo fa con la dalmatica bianca)

·                     Il Tempo Pasquale (colore liturgico de tempore bianco, 56 giorni e mezzo in totale):

o                  Il Sabato Santo a partire dalla Messa (il Gloria in excelsis si intona verso mezzogiorno, e alla Messa seguono immediatamente i Vespri)

o                  La Domenica di Pasqua con la sua Ottava

o                  Le quattro Settimane di Pasqua e la quinta Domenica

o                  I tre giorni delle Rogazioni (colore violaceo alla Messa e alla processione)

o                  La Festa dell’Ascensione, la sua Ottava, e il susseguente Venerdì

o                  La Vigilia di Pentecoste (colore violaceo alla Vigilia e rosso alla Messa)

o                  La Festa di Pentecoste con la sua Ottava (colore liturgico rosso, 7 giorni in totale). Durante l’Ottava ricorrono le Quattro Tempora

Si arriva a un totale di 17 settimane nette ossia 119 giorni. Le prime tre settimane, cioè il Tempo di Settuagesima e i giorni dopo le Ceneri, si trovano nella parte invernale (pars hyemalis) del Breviario; le altre quattordici, cioè le quattro di Quaresima, il Tempo di Passione e quello di Pasqua, nella parte primaverile (pars verna). Terminata l’Ottava di Pentecoste con Nona del Sabato, a partire dai Vespri cominciano il Tempo dopo Pentecoste e la parte estiva (pars aestiva) del Breviario.

Il fulcro cronologico di tutto questo impianto è la Domenica di Pasqua, cioè la Domenica immediatamente seguente alla luna piena che cade durante o dopo l’equinozio di primavera. Non si considera l’equinozio dal punto di vista astronomico (e che dunque varia ogni anno), ma in una data convenzionalmente scelta e fissata al 21 marzo. Così la Domenica di Pasqua può cadere solo dal 22 marzo al 25 aprile, e tutto il ciclo si sposta con essa, non potendo né iniziare prima del 18 Gennaio né terminare oltre il 19 Giugno.

Come si vedrà più avanti, al Ciclo di Pasqua segue un lungo periodo liturgico intermedio di durata variabile (da 24 a 28 settimane, raramente 23) che lo separa dal successivo Ciclo di Natale: il Tempo dopo Pentecoste.

IL TEMPO DI SETTUAGESIMA

Caratteristiche generali

Il Tempo di Settuagesima costituisce una preparazione alla Quaresima, la quale è a sua volta preparazione alla Pasqua. Ne consegue che la Settuagesima è la preparazione remota alla Pasqua così come la Quaresima ne è la preparazione prossima, e il Tempo di Passione ne è la preparazione immediata.

Esso comincia con i Primi Vespri della Domenica di Settuagesima, la quale cade tra il 18 Gennaio (Cattedra di San Pietro a Roma) e il 21 Febbraio (giorno che precede la Cattedra di San Pietro ad Antiochia): né prima né dopo. Termina con la Compieta del Martedì di Quinquagesima, anche se, come detto prima, molti elementi propri del Tempo di Settuagesima proseguono fino a Nona del Sabato dopo le Ceneri, mescolati ad altri tipici della Quaresima. O piuttosto, per essere specifici, in questi quattro giorni dal Mercoledì delle Ceneri al Sabato dopo le Ceneri, l’Ufficio è quasi del tutto come nella Settuagesima (se si eccettuano la lettura del Vangelo a Mattutino, l’Antifona propria al Benedictus e l’aggiunta delle Preci Feriali), la Messa è interamente come in Quaresima, e infatti c’è una Messa propria per ciascun giorno, avente le caratteristiche della Quaresima (Orazioni pro diversitate Temporum assignatae diverse, Prefazio proprio ed Oratio super populum). La mia personale opinione è che la Chiesa abbia realizzato questa strana mescolanza per dare in qualche modo una forma conclusione alla settimana di Quinquagesima, che altrimenti resterebbe tronca al Martedì.

Le Domeniche sono Maggiori di II Classe che cedono solo alle Feste di rito Doppio di I Classe; le Ferie sono minori.

I connotati più facilmente distinguibili della Settuagesima sono il colore liturgico de tempore violaceo e la soppressione totale dell’Alleluia, che poi non si dice più, nemmeno alle Feste dei Santi. Tengo a specificare che l’Alleluia è omesso proprio ovunque nella liturgia, senza eccezione alcuna. Esso sarà poi ripreso durante la Messa del Sabato Santo.

Tuttavia il rigore quaresimale non è ancora pienamente cominciato: l’organo può continuare ad essere suonato così come l’Altare ornato di fiori; Diacono e Suddiacono indossano la dalmatica e la tunicella violacee, e non vi sono giorni di digiuno.

Se non lo si è fatto prima, è necessario ricordarsi entro il Martedì di Quinquagesima di bruciare le palme e i rami utilizzati alla Domenica delle Palme dell’anno precedente, per farne la cenere che si benedirà e imporrà il Mercoledì delle Ceneri.

Al Breviario

Terminati i Primi Vespri della Domenica di Settuagesima, al cui Benedicamus Domino e Deo gratias si aggiunge il doppio Alleluia, questo cessa. A partire dalla seguente Compieta al Deus in adjutorium e Gloria Patri l’Alleluia è sostituito da Laus tibi, Domine, rex aeternae gloriae; le altre volte in cui l'Alleluia normalmente ricorrerebbe, per esempio in certe Antifone, è completamente omesso. Alla Scrittura occorrente del Mattutino si interrompono le Lettere di San Paolo e comincia la lettura del Libro della Genesi. Le Domeniche non si dice il Te Deum ma il IX Responsorio. Viene introdotto lo Schema II delle Lodi (e del III Notturno del Mercoledì) tanto le Domeniche che le Ferie, e ovviamente, correlato ad esso, il quarto Salmo a Prima; non però le Preci Feriali da Lodi a Compieta, che cominciano solo con la Quaresima. 

Il resto è fondamentalmente come nel Tempo dopo l’Epifania, gli Inni si prendono dal Salterio fino a Nona del Sabato dopo le Ceneri, il Suffragio continua a essere recitato fino a Lodi del Sabato che precede la Domenica di Passione, e si dicono le Preci Domenicali nei giorni in cui non si celebrano o commemorano Feste di rito Doppio. Il Simbolo Atanasiano invece si omette, e verrà ripreso alla Festa della SS. Trinità e successivamente dalla IV Domenica dopo Pentecoste in poi.

Tuttavia le Domeniche vi sono Invitatorio, Antifone (diverse per Lodi e per le Ore minori, ma ai Vespri si usano quelle del Salterio), Capitoli e Versetti (a Vespri, Lodi e da Terza a Nona) e Responsori (da Terza a Nona) propri. Invece alle Ferie si prende tutto dal Salterio tranne l'Antifona al Magnificat che è propria per ogni giorno, mentre l'Orazione è quella della Domenica precedente, ecco perché le Ferie del Tempo di Settuagesima sono per certi versi assimilate alle Ferie per annum. Quanto all’Antifona al Magnificat delle Ferie, il Breviario manca di quelle del Venerdì di Settuagesima e del Giovedì e Venerdì di Sessagesima: in questi giorni si dice l’ultima Antifona al Magnificat dei giorni precedenti che è stata omessa – le Ferie di Settuagesima essendo Ferie minori non si commemorano – altrimenti, se sono state recitate tutte la si prende dal Salterio (cosa che a mio parere non ha più senso, perché dal 1568 al 1954 il calendario è stato talmente imbottito di Feste peggio di un tacchino ripieno del giorno del ringraziamento, che è praticamente impossibile trovare cinque giorni feriali consecutivi; probabilmente questa norma risale alle origini della riforma tridentina, quando il calendario era stato epurato dagli eccessi con dura acribia e c’erano moltissime Ferie: ma ai nostri giorni non credo esistano materialmente casi in cui queste Antifone si possano prendere dal Salterio).

L’Antifona finale delle Ore continua ad essere Alma Redemptoris Mater col Versetto Post partum e l’Orazione Deus qui salutis aeternae fino ai Vespri del 2 Febbraio: dalla successiva Compieta si recita l’Antifona Ave Regina caelorum col Versetto Dignare e l’Orazione Concede, che viene detta fino alla Compieta del Mercoledì Santo. Questo cambiamento avviene sempre al 2 Febbraio, anche qualora la Festa della Purificazione della Beata Vergine Maria dovesse essere traslata.

Da notare che il Mercoledì delle Ceneri essendo una Feria Maggiore Privilegiata, qualunque Festa non traslabile cada in esso è sempre commemorata a tutto l’Ufficio, Primi Vespri inclusi; se il Martedì di Quinquagesima vi è una Feria o una Festa di rito Semplice, i suoi Vespri sono feriali con la commemorazione della Festa dell’indomani. Ciò perché non ha senso celebrare i Primi Vespri di una Festa impedita. Nel caso in cui i Vespri del Martedì di Quinquagesima andrebbero normalmente divisi, si celebrano interamente della Festa precedente, con la commemorazione della seguente che viene semplificata.

Al Messale

Ci sono solo tre Messe proprie, quelle delle tre Domeniche di Settuagesima, Sessagesima e Quinquagesima. In esse il Gloria in excelsis è omesso, dunque alla fine della Messa si dice il Benedicamus Domino invece dell’Ite Missa est. L’Alleluia è rimpiazzato dal Tratto soltanto alle Messe delle Domeniche, delle Feste e a quelle Votive: alle Messe feriali non si dice nemmeno il Tratto, ma solo il Graduale. Le Orazioni pro diversitate temporum assignatae sono quelle di Natale fino al 2 Febbraio: la seconda è della Santa Vergine (Deus qui salutis aeternae) e la terza Pro Papa o Contra Persecutores Ecclesiae; dal 3 Febbraio ce ne sono di nuove fino al Martedì di Quinquagesima: la seconda Ad poscenda suffragia Sanctorum (A cunctis) e la terza ad libitum.

Si dicono ancora il Prefazio della SS. Trinità le Domeniche, e il Prefazio Comune alle Ferie, alle Feste e alle Messe Votive che non ne hanno uno proprio. I giorni feriali in cui non si volesse celebrare una Messa Votiva o di Requiem si celebra quella della Domenica precedente (come detto sopra, senza il Tratto).

Al Rituale

Il 3 Febbraio si possono celebrare due Benedizioni in onore di San Biagio Vescovo e Martire: quella del pane, vino, acqua e frutti contro le malattie della gola, e la Benedizione delle candele e delle gole.

All’Antifonale e al Graduale

I toni sono gli stessi del Tempo dopo l’Epifania: il Benedicamus Domino V le Domeniche e il VII le ferie, il Kyriale XI le Domeniche e il XVI le ferie.

Pratiche

Molti conservano la curiosa usanza di fare il “Funerale dell’Alleluia dopo i Primi Vespri della Domenica di Settuagesima: si porta in processione un catafalco con la coltre sopra recante un cartiglio o stendardo con scritto Alleluia, e il Sacerdote in piviale nero lo asperge e incensa come per l’Assoluzione al Tumulo.

È prassi diffusa celebrare, dalla Domenica al Martedì di Quinquagesima, le Solenni Quarantore in riparazione dei peccati commessi durante il carnevale e in preparazione alla Santa Quaresima. Esse sono normate dall’Istruzione Clementina del 1705 (le rubriche sulle Messe Votive Privilegiate delle Quarantore sono state modificate dalla Congregazione dei Riti nel 1927, vedesi AAS XIX pag. 192); il SS. Sacramento vi viene esposto per quaranta ore consecutive (se in questo lasso di tempo l’Augusto Sacramento viene riposto per qualsiasi ragione, allora non sono più delle Quarantore ma delle normali esposizioni solenni). Vigono le regole seguenti:

·                     Il SS. Sacramento si espone all’Altar Maggiore, e in esso si celebrano solo le Messe dell’esposizione e della riposizione, quest’ultima coram SS.mo Sacramento. Almeno, tali sono le rubriche scritte in tempi cattolici, quando veri Sacerdoti disponevano di vere chiese e vi celebravano la vera Messa; penso che oggi, se si dispone di quel solo Altare o se celebrando su un altro si rischia di dare le spalle al SS.mo, l’epikeia consenta di celebrare anche le altre Messe coram SS.mo. In ogni caso se si ripone il Sacramento anche solo per celebrare la Messa, le Quarantore cessano de jure.

·                     La Messa che precede l’esposizione può essere quella Votiva Privilegiata del SS. Sacramento con la commemorazione della Domenica (si può anche fare il contrario).

·                     Si dovranno utilizzare non meno di venti candele, che saranno continuamente accese e prontamente sostituite quando si spengono. Ciò dev’essere fatto dai Chierici poiché i laici non possono per nessuna ragione accedere al presbiterio durante l’esposizione.

·                     Se vi sono immagini o statue nei pressi dell’Altare dell’Adorazione, devono essere velate di bianco.

·                     Eccetto le donne a nessuno sarà mai consentito coprirsi la testa in presenza dell’Augustissimo Sacramento. Quindi non possono essere usati nemmeno i copricapi liturgici (zucchetto, berretta, mitria, galero). Anche i baciamani sono omessi.

·                     All’inizio e alla fine delle Quarantore si canteranno le Litanie dei Santi con i loro versetti e Orazioni.

·                     Nei giorni delle Quarantore, ad eccezione della Messa Conventuale laddove dev’essere celebrata, si celebrano, se possibile in altri Altari, Messe Votive Privilegiate del SS. Sacramento; tuttavia non nelle Domeniche, Feste di rito Doppio di I e II Classe, Ferie Maggiori Privilegiate, Vigilie Maggiori di I Classe, Ottave dell'Epifania, di Pasqua e Pentecoste. In ogni caso in tutte le Messe che si celebrano nella chiesa durante le Quarantore, saranno sempre dette le Orazioni del SS. Sacramento sub una conclusione.

·                     Il secondo giorno si celebrerà una Messa Votiva Privilegiata per la Pace e il terzo di nuovo quella del SS. Sacramento.

·                     Ricordo che le Messe Votive Privilegiate si celebrano con Gloria e Credo; in quelle del SS.mo Sacramento si dice il Prefazio di Natale (di Domenica quello della SS. Trinità o quello proprio) e, se le Quarantore si celebrano nell’Ottava del Corpus Domini, la Sequenza.

·                     Alle Messe celebrate durante l'esposizione non si suona la campanella.

·                     È sempre proibito distribuire la Comunione all’Altare in cui è esposto il SS. Sacramento.

·                     La Messa celebrata davanti al SS. Sacramento esposto segue un rito speciale le cui linee principali qui accenno:

o                  Il Sacerdote non può mai prendere i paramenti dall'Altare, e come detto sopra, non si copre la testa in nessun caso.

o                  La genuflessione doppia si fa solo in plano all’inizio e alla fine, cioè quando il Sacerdote giunge all'Altare la prima volta e quando lo lascia definitivamente. Quando il Sacerdote è sulla predella fa la genuflessione semplice.

o                  Si genuflette ogni singola volta che si arriva al centro dell’Altare e ci si allontana da esso, e quando ci si volge verso i fedeli, insieme alle volte in cui è prescritto come alla Messa normale. Sono arrivato a contare oltre trenta genuflessioni.

o                  Gli inchini al nome di Gesù e le genuflessioni, anche ai due Vangeli, si fanno rivolti al SS. Sacramento; si eccettua solo la genuflessione del Flectamus genua.

o                  Quando il Sacerdote si volge ai fedeli: se è al centro dell'Altare prima lo bacia, poi fa la genuflessione, si gira, si rigira e genuflette nuovamente. Se invece si posta per arrivare al centro dell'Altare, una volta giuntovi prima genuflette, poi lo bacia e si gira. In ogni caso quando il Sacerdote girandosi non da mai le spalle al SS. Sacramento, ma si ritira un po’ dal lato del Vangelo e si gira in senso orario fermandosi diagonalmente (come si fa normalmente al Misereatur della Comunione). Ciò vale anche per la Benedizione. Di conseguenza all’Orate fratres e all’ultimo Vangelo non ci si rigira in senso contrario completando il cerchio come si fa di solito, ma lo si fa per il lato dal quale ci si è volti, genuflettendo alla fine. Quando si scende dall’Altare ci si ritira un po’ dal lato del Vangelo e si procede diagonalmente.

o                  Il lavabo si fa oltre l’estremità del lato dell’Epistola, un po’ fuori dall’altare, col Sacerdote girato verso il popolo (facendo in questo modo non da le spalle al SS. Sacramento); la purificazione delle dita si fa nell'apposito vasetto restando al centro dell'Altare.

·                     Gli Uffici saranno celebrati possibilmente in piedi, ma ci si può comunque sedere.

·                     I Vespri Solenni davanti al SS. Sacramento sono molto simili a quelli normali (senza la berretta), ma con queste variazioni:

o                  Al Magnificat il Sacerdote e i ministri fanno la doppia genuflessione davanti l’Altare, ci si rialza, si infonde l’incenso nel turibolo senza tuttavia benedirlo, ci si inginocchia e si incensa il SS. Sacramento (tre colpi doppi). Rialzandocisi ci si avvicina all’Altare per incensarlo come al solito (genuflessione doppia passando al centro). Poi viene incensato il solo Sacerdote officiante.

·                     È del tutto proibito celebrare Messe e Uffici da Requiem, e Assoluzioni al Tumulo, nelle chiese in cui si celebrano le Quarantore, nemmeno per i funerali. Ciò è permesso esclusivamente per la Commemorazione di tutti i fedeli defunti il 2 Novembre: in tal caso tutte le Messe di Requiem si celebrano in un altro Altare e, unica eccezione in cui è previsto, sono celebrate con paramenti violacei, e il catafalco ha una coltre violacea.

Per ulteriori dettagli sulle rubriche del Tempo di Settuagesima: L. Stercky, Manuel de liturgie et Cérémonial selon le Rit Romain, Paris Lecoffre 1935, Tomo II, pag. 246-247.

Per la celebrazione della Messa della Purificazione della Santa Vergine:

Nelle chiese dotate di Clero numeroso, a norma del Missale Romanum e del Rituale Romanum: Manuel de liturgie... cit., Tomo II, pag. 235-246

Nelle piccole chiese con scarso Clero, a norma del Memoriale Rituum: Manuel de liturgie... cit., Tomo II, pag. 412-420

Celebrata pontificalmente, a norma del Caeremoniale Episcoporum: L. Stercky, Les Fonctions Pontificales selon le Rit Romain, Paris Lecoffre 1932, Tomo II, pag. 9-28.

Per le Solenni Quarantore:

Link per scaricare l'Instructio Clementina, che come detto sopra, contiene le rubriche e cerimonie per la celebrazione delle Quarantore: https://archive.org/details/instructio-clementina-pro-oratione-xl-horarum

Rubriche e cerimonie per le Messe Votive Privilegiate delle Quarantore: Manuel de liturgie... cit., Tomo I, pag. 415-417.

Rubriche e cerimonie per la Messa celebrata davanti al Santissimo Sacramento solennemente esposto: Manuel de liturgie... cit., Tomo I, per la Messa bassa pag. 542-546; per la Messa solenne pag. 636-665.

Dall'Anno Liturgico di Dom Guéranger sul Tempo di Settuagesima:

Storia del Tempo di Settuagesima: https://sensusfidelium.us/italiano/lanno-liturgico-di-dom-prosper-gueranger/tempo-di-settuagesima-lanno-liturgico-di-dom-prosper-gueranger/capitolo-i-storia-del-tempo-di-settuagesima/

Mistica del Tempo di Settuagesima: https://sensusfidelium.us/italiano/lanno-liturgico-di-dom-prosper-gueranger/tempo-di-settuagesima-lanno-liturgico-di-dom-prosper-gueranger/capitolo-ii-mistica-del-tempo-di-settuagesima/

Pratica del Tempo di Settuagesima: https://sensusfidelium.us/italiano/lanno-liturgico-di-dom-prosper-gueranger/tempo-di-settuagesima-lanno-liturgico-di-dom-prosper-gueranger/capitolo-iii-pratica-del-tempo-di-settuagesima/

Fonte: Loquere quae decent sanam doctrinam, 29.1.2021