Sante Messe in rito antico in Puglia

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domenica 8 maggio 2022

8 maggio: festa della Beata Vergine Maria del Rosario di Pompei e dell'Apparizione di S. Michele sul Monte Gargano









"Io sono l’Arcangelo Michele e sto sempre alla presenza di Dio. La grotta è a me sacra. E poiché ho deciso di proteggere sulla terra questo luogo ed i suoi abitanti, ho voluto attestare in tal modo di essere di questo luogo e di tutto ciò che avviene patrono e custode. Là dove si spalanca la roccia possono essere perdonati i peccati degli uomini. Quel che sarà qui chiesto nella preghiera sarà esaudito".






mercoledì 5 maggio 2021

Orazione a san Pio V per per impetrare il suo aiuto in ogni bisogno

Nella festa di S. Pio V, ricordando la sua intercessione presso Dio, tanto da fargli compiere innumerevoli miracoli (cfr. G. Zoroddu (a cura di), Dieci miracoli di San Pio V, in Radiospada, 5.5.2019), come ci racconta il suo biografo Paolo Alessandro Maffei, non possiamo non far ricorso al suo patrocinio, specie in questi tempi funesti per la Chiesa di Dio.



Tavole tratte da Paolo Alessandro Maffei, Vita di San Pio V Sommo Pontefice, dell'Ordine dei Predicatori, 1712

Degnissimo Successore di San Pietro, colonna stabile della fede, difensore zelantissimo della Chiesa, Pio non meno di fatti, che di nome Beatissimo. A voi ricorro devoto per implorare col mezzo del vostro potentissimo patrocinio, ajuto efficace nelle mie necessità. Voi che vivendo qua giù nel Mondo, foste vero Padre de’ Poveri, rifugio de’ Miserabili, Protettore degl’ Infelici, ora che vivete colassù in Cielo riguardate, vi prego, con occhi di pietà l’infelice stato di questo miserabile peccatore. Per quella purità ed innocenza, con cui lontano da ogni macchia dimoraste qua giù qual Angelo in carne, per quel zelo ardente di cui specialmente nelle materie della Fede avvampò il vostro cuore qual novello Elia; per quell’amore intensissimo, per cui Serafino del Cielo sprezzando ogni cosa terrena, tenevate unito sempre il vostro spirito con Dio; impetratemi, vi supplico, purità di pensieri contro gli allettamenti del senso, costanza immobile nella confessione della SS. Fede contro le tentazioni diaboliche, e vivo ardore di Carità contro gl’inganni del Mondo, acciò col vostro ajuto, Pastore SS. della Chiesa, vinti questi tre potentissimi nemici Mondo, Carne e Demonio, possa questa Pecorella dell’Anima mia, protetta e guidata dal vostro patrocinio ricovrarsi nell’ovile celeste della eterna beatitudine. Amen.

Pater. Ave. Gloria.

ANTIPHONA. Pie, pastor mirifice, tuarum memor ovium, sta coram summo Iudice pro partibus fidelium.


V. Ora pro nobis Beate Pie.
R. Ut digni efficiamur promissionibus Christi.

OREMUS. Deus, qui ad conterendos Ecclesiae tuae hostes, et ad Divinum cultum reparandum, Beatum Pium Pontificem Maximum eligere dignatus es: fac nos ipsius defendi praesidiis, et ita tuis inhaerere obsequiis, ut omnium hostium superatis insidiis, perpetua pace laetemur. Per Dominum nostrum Iesum Christum, Fílium tuum: qui tecum vivit et regnat in unitate Spíritus Sancti Deus, per Omnia saecula saeculorum. Amen.


domenica 16 giugno 2019

Oltre la linea ci salva la Verità

Nell’odierna festa della SS. Trinità rilanciamo questo contributo di riflessione di Alessandro Gnocchi.




















Oltre la linea ci salva la Verità





Non so se vi sia più arroganza e compiacimento del potere sotto i girocollo blu e le croci a Tau dei preti postcristiani o sotto le grisaglie e i pantaloncini a tubo dei finanzieri postcapitalisti. Gli uni e gli altri spietatamente postmisercordiosi, a seconda dell’ufficio proprio, nel negare la comunione a chi si inginocchia davanti a divino sacramento oppure il mutuo a chi crede ancora nell’avvenire dei figli. Gli uni e gli altri uniti dalla medesima incomprensione per gli elementi minimi di umanità. Il potere comanda e loro eseguono.
Per descrivere questi miserevoli funzionari del Nulla non c’è di meglio che il passo di Arcipelago Gulag in cui Aleksàndr Solženicyn descrive i giudici istruttori che mandavano al macello i dissidenti sovietici: «Il loro mestiere non esige che siano persone istruite, di cultura e vedute larghe, e tali non sono. Il loro mestiere non esige che pensino logicamente, e non lo fanno. Il loro mestiere esige unicamente una precisa esecuzione delle direttive e che siano insensibili verso le sofferenze altrui: e questo sì, lo fanno. Noi che siamo passati attraverso le loro mani li sentiamo, con un senso di soffocamento, come blocco di esseri totalmente privo di concetti umani. (…) Capivano che le accuse erano fasulle eppure lavoravano anno dopo anno. Come mai? O si costringevano a non pensare (e questa è la distruzione dell’uomo) o, semplicemente, si dicevano: così deve essere. Chi scrive le direttive non può sbagliare».

La banalità del male, alla quale si può opporre solo l’evidenza del vero, l’unica arma che neanche il funzionario più solerte può sequestrare. Alla lunga, il potere iniquo può solo essere eroso dalla resistenza condotta nella verità. È ancora Arcipelago Gulag il luogo in cui si mostra cosa accade quando un uomo oppresso dice a se stesso: «Rimangono importanti e a me cari soltanto il mio spirito e la mia coscienza». Allora, «davanti a un simile detenuto vacillerà l’istruttoria. Vincerà solo chi avrà rinunziato a tutto. (…) al momento del processo, sono riusciti a trasformare in marionette la cerchia di Berdjaev, ma non lui medesimo. Lo volevano processare, fu arrestato due volte, lo portarono a un interrogatorio notturno da Dzeržinskij, dove c’era anche Kamenev. Ma Berdjaev non si umiliò, non si profuse in suppliche: espose con fermezza i principi religiosi e morali in virtù dei quali non accettava il potere che si era instaurato in Russia, e non solo fu riconosciuto inutile processarlo, ma lo liberarono. L’uomo aveva un punto di vista proprio!

«N. Stoljarova ricorda una sua vicina nella prigione di Butyrki nel 1937, una vecchina. La interrogavano ogni notte. Due anni prima un metropolita fuggito dalla deportazione, di passaggio a Mosca, aveva pernottato da lei. “Mica un ex metropolita, macché, uno vero! Sì, avete ragione, ho avuto l’onore di ospitarlo”. “Bene e da chi andò poi, partendo da Mosca?”. “Lo so. Ma non lo dirò”. (Il metropolita era fuggito in Finlandia con l’aiuto di una catena di fedeli). I giudici istruttori si alternavano, si riunivano a gruppi, minacciavano la vecchina coi pugni, e lei: “È inutile, non mi farete dire nulla, anche se mi faceste a pezzi. Voi avete paura della autorità, avete paura l’uno dell’altro, avete perfino paura di ammazzare me [avrebbero perduto la “catena”]. Io invece non ho paura di nulla. Sono pronta a presentarmi davanti al Signore anche subito!”».

In questo consiste il «Non abbiate paura». Con il leviatano anticristico, in girocollo blu o in grisaglia, non è possibile collaborare. Non si mediterà mai abbastanza sull’ammonimento di Hanna Arendt: «Abbiamo la responsabilità della nostra obbedienza». Siamo chiamati a scegliere, ma questo non è solo un dovere di nostri giorni, l’uomo lo deve fare sempre. Oggi è più urgente, più drammatico e più doloroso poiché il terreno su cui ci si illude di trovare una mediazione onorevole si va sgretolando ed esaurendo. Cosicché, paradossalmente, la scelta, mostrandosi inevitabile, diventa più facile.

Ernst Jünger, nel Trattato del Ribelle, definisce la decisione di opporsi radicalmente alla tirannia della modernità con l’evocativa immagine del «passaggio al bosco». L’immagine del bosco dà forma al concetto di libertà intimamente radicato nell’essere e, dice Jünger, «è ben diverso dalla semplice opposizione, e non si trova neppure mediante la fuga. (…) Qui sono a disposizione mezzi diversi oltre al semplice “no” da scrivere in una in una determinata casella. (…) Si può anche dire che nel bosco l’uomo dorme. Non appena aprendo gli occhi riconosce il proprio potere, l’ordine è ristabilito. (…) catturati nel gioco di potenti illusioni ottiche, siamo abituati a considerare l’uomo, se confrontato con le sue macchine e con l’arsenale della sua tecnica, un granello di sabbia. Ma queste illusioni sono e rimangono i fondali di una immaginazione gregaria».

L’uomo non è un granello di sabbia, appartiene, meglio apparteneva, a un “popolo”. Ma il “popolo” è un’entità che non va più di moda: avvolto in malinconiche bandiere rosse è stato seppellito assieme alla suo passato e al suo futuro, la sua Tradizione. Si sono inventati il popolo-di-Dio e l’hanno presto trasformato in popolo-del-dio-Danaro, l’uno e l’altro odiato e vessato dai kommissari postcristiani e postcapitalisti perché il “popolo”, persino quello artificiale, mette a disagio il potere. Raramente si percepisce tanto disprezzo nei suoi confronti come nelle liturgie che vanno in scena nelle chiese postcristiane o nelle banche postcapitaliste. Non c’è nulla di buono in quei templi e in quelle religioni, rispetto ai quali siamo chiamati a essere profani. Lo dice ancora Jünger quando parla del «nichilismo cristiano che si rende il compito un po’ troppo facile. Non posiamo limitarci a immaginare il vero e il buono ai piani nobili, mentre in cantina stanno scorticando vivi i nostri confratelli. Non sarebbe lecito neanche se ci trovassimo, spiritualmente intendo, in una posizione non soltanto più sicura ma addirittura superiore – poiché la sofferenza inaudita di milioni di schiavi grida comunque vendetta al cospetto del cielo. Le esalazioni che emanano dagli scorticatoi continuano ad appestarci. Non sono situazioni che si possono aggirare con qualche mezzuccio».

Ma il “bosco”, se vogliamo mantenere questo nome per il luogo in cui esercitare fino al fondo la grazia della fede e la virtù del vivere civile, non è fatto per ospitare i grandi agglomerati. Non può ospitare movimenti, partiti e manifestazioni di massa, piccoli o grandi che siano, neanche quando sono frutto di buone intenzioni. Un amico mi ha rammentato alcuni passi una splendida opera di Simone Weil che si intitola Manifesto per la soppressione dei partiti politici. Sono tragicamente inoppugnabili: «Quando in un Paese esistono i partiti, ne risulta prima o poi uno stato delle cose tale che diventa impossibile intervenire efficacemente negli affari pubblici senza entrare a far parte di un partito e stare al gioco. (…) I partiti sono un meraviglioso meccanismo in virtù del quale, in tutta l’estensione di un Paese, non uno spirito dedica la sua attenzione allo sforzo di discernere, negli affari pubblici, il bene, la giustizia, la verità. Ne risulta che – eccezion fatta per un piccolo numero di coincidenze fortuite – vengono decise ed intraprese soltanto misure contrarie al bene pubblico, alla giustizia e alla verità. Se si affidasse al diavolo l’organizzazione della vita pubblica, non si saprebbe immaginare nulla di più ingegnoso».

E poi ancora: «È desiderando la verità a mente sgombra e senza tentare di indovinarne in anticipo il contenuto che si riceve la luce. A questo si riduce l’intero meccanismo dell’attenzione. È impossibile esaminare i problemi spaventosamente complessi della vita pubblica prestando attenzione contemporaneamente da un lato a discernere la verità, la giustizia e il bene pubblico, dall’altro a conservare l’atteggiamento che si conviene a un membro di un certo raggruppamento. La facoltà d’attenzione umana non è capace di rispondere simultaneamente a queste due preoccupazioni. In effetti, chiunque si dedichi a una di esse, abbandona l’altra. Ma nessuna sofferenza attende chi si abbandona alla giustizia e alla verità, mentre il sistema dei partiti comporta le penalità più severe per l’indocilità. Penalità che toccano quasi tutto: carriera, sentimenti, amicizie, reputazione, onore, talvolta addirittura la vita di famiglia. Il partito comunista ha portato questo sistema alla perfezione».

Ma Simone Weil non fece in tempo a vedere la chiesa postcristiana e la finanza postcapitalista, che hanno saputo fare di più e meglio rispetto all’orrore comunista. Quello si spingeva sino alla distruzione dei corpi, ma poteva lasciare intatte le anime. Qui e ora, invece, è in gioco molto più che la salvezza terrena, poiché si decide di quella eterna. 

Come ieri non era possibile salvare l’integrità del proprio corpo e del proprio pensiero entrando anche con riserva mentale nel meccanismo comunista, così oggi non è possibile salvare l’integrità della propria fede e della propria anima esercitando tale riserva per entrare nella pancia del leviatano postmoderno. Tutti coloro che ci hanno provato, pensando di “fare almeno un po’ di bene”, si sono persi. Quando ci si costringe all’ossequio per l’autorità iniqua nell’illusione di rivolgersi solo alla piccola porzione di buono che nonostante tutto permane, si compie un gesto naturale che perverte quello spirituale creando abitudine al male.

Nella sua parte del saggio Oltre la linea, firmato con Heidegger, Jünger descrive nel 1949 la capacità di contagio del Nulla in pagine che paiono il ritratto della chiesa e del mondo di oggi: «Il nichilismo può effettivamente armonizzarsi con sistemi d’ordine di estese dimensioni, e (…) per diventare attivo su larga scala, deve addirittura ricorrere a essi. Il caos diventa visibile solo nel momento in cui il nichilismo comincia a venire meno in una delle sue combinazioni. È istruttivo vedere che perfino nelle catastrofi le componenti d’ordine sono presenti, addirittura sino alla fine o quasi. È chiaro perciò che l’ordine non solo è ben accetto al nichilismo, ma fa parte del suo stile. (…) Perfino nei luoghi nei quali il nichilismo mostra i suoi tratti più inquietanti, come nei grandi luoghi di sterminio fisico, regnano sovrani la sobrietà, l’igiene, l’ordine rigoroso».

Un’analisi inquietante che mostra come, nella sua componente umana, la Mater et Magistra possa insegnare istituzionalmente e magistralmente ai suoi figli le vie della perdizione. E spiega anche perché, nella corsa verso il Nulla, con la sua formalistica difesa dell’ordine, sia in grado di sedurre i cristiani dediti alla conservazione intesa come metodo, sganciata dal contenuto. Per il fariseo, non vi è niente di più irresistibile di una forma riempita di nulla. 

Si potrà anche gridare all’ossimoro, ma, ai tempi della svolta linguistica nichilista, questa è triste realtà. E così «Nascono religioni sostitutive in numero incalcolabile. Si può anzi dire che con lo spodestamento dei valori supremi qualsiasi cosa può acquisire un’illuminazione e un significato liturgici. Non solo le scienze della natura assumono questo ruolo; prosperano le visioni del mondo e le sette; è un’epoca di apostoli senza missione. (…) Ciò genera l’impressione di un eremo disseminato di mulini deputati alla preghiera e che ruota sotto il cielo stellato. Ininterrottamente, diventa più importante la quantificabilità di tutti i rapporti. Si continua a consacrare, benché non si creda più nell’eucarestia. Allora, per renderla più comprensibile, la si interpreta diversamente».

Rimane la preghiera, e non è poco. È tutto. Hugo Ball, in Cristianesimo bizantino, nella capitolo dedicato a San Giovanni Climaco scrive: «La preghiera è aristocrazia della povertà. In essa si tocca tutto ciò che è esclusivo nel cielo e nella terra. Solo colui che qui è emarginato è là benvenuto e solo colui che qui è imprigionato là si libera. Nessun intelletto penetra con uno scopo o un tornaconto in questo luogo santo. La meditazione può infiammare, ma solo la preghiera illumina. Essere assorti nel proprio cuore è già molto. Ma cosa ben diversa è “che lo spirito visiti il cuore come un principe vescovo e intanto offra ostie a Cristo, suo ospite”. Allora più nessuna immagine tocca i sensi. Una ‘pia tirannia di Dio’ prende possesso. La preghiera e il pensiero della morte si fondono. Lo scioglimento del dubbio, la rivelazione certa di ciò che è incerto è per Giovanni il segno che siamo esauditi».

sabato 27 ottobre 2018

Atto di Consacrazione del genere umano a Cristo Re del Sommo Pontefice Leone XIII

Nella festa di Cristo, Re dell’Universo, rilanciamo questo Atto di consacrazione del genere umano a Cristo Re, dettato dal Sommo Pontefice Leone XIII.




Leone XIII
Atto di Consacrazione del genere umano a Cristo Re

Nell'Anno Liturgico dell'Ordo Antiquior, e a coronamento di esso, la festa di Cristo Re è assegnata all'ultima domenica di ottobre, ultima Domenica prima della Festa di Tutti i Santi, che tali sono in virtù di Lui, mentre il Messale romano riformato, approvato da Paolo VI nel 1969, la colloca all'ultima domenica dell'anno liturgico. Dunque comunemente la si celebra oggi. 
Vi invito a leggere un articolo collocato tra le 'pagine fisse' del blog : La festa di Cristo Re nella storia, nella liturgia, nella teologia [qui] che ricostruisce la genesi storica della festa di Cristo Re, delineandone la portata teologica, e dimostrando perché lo spostamento in questione è tutt'altro che irrilevante.
Colgo l'occasione per proporre l'Atto di Consacrazione del genere umano all'universorum Rex. Re di tutti e di tutte le cose e non soltanto genericamente Re dell'universo, come l'ha declassato la Festa di Cristo Re del nuovo Ordinamento liturgico, che indebolisce la dimensione storica, immanente del Regno... 
Inserisco, di seguito, l'Inno Te sæculórum Príncipem, preceduto dall'indicazione delle strofe inopinatamente soppresse (nel Mattutino e nelle Lodi) e quindi non più né pregate né meditate sui nuovi breviari... Poi dicono che non è cambiato nulla? 

Leone XIII - Atto di Consacrazione del genere umano a Cristo Re

«O Gesù dolcissimo, o Redentore del genere umano, guarda a noi umilmente prostrati innanzi a te. Noi siamo tuoi, e tuoi vogliamo essere; e per vivere a te più strettamente congiunti, ecco che ognuno di noi, oggi spontaneamente si consacra al tuo sacratissimo Cuore.

«Molti, purtroppo, non ti conobbero mai; molti, disprezzando i tuoi comandamenti, ti ripudiarono. O benignissimo Ge­sù, abbi misericordia e degli uni e degli altri e tutti quanti attira al tuo sacratissimo Cuore.

«O Signore, sii il Re non solo dei fe­deli, che non si allontanarono mai da te, ma anche di quei figli prodighi che ti abbandonarono; fa' che questi, quanto prima, ritornino alla casa paterna, per non morire di miseria e di fame. Sii il Re di coloro, che vivono nell'inganno e nell'errore, o per discordia da te separati: ri­chiamali al porto della verità, all'unità della fede, affinché in breve si faccia un solo ovile sotto un solo pastore.

«Largisci, o Signore, incolumità e liber­tà sicura alla tua Chiesa, concedi a tutti i popoli la tranquillità dell'ordine: fa' che da un capo all'altro della terra risuoni quest'unica voce: Sia lode a quel Cuore divino, da cui venne la nostra salute; a lui si canti gloria e onore nei secoli dei secoli. Amen».

* * *

Inno Te sæculórum Príncipem

Nel Breviario non riformato, l'inno dei Vespri afferma: "Te nationum praesides / Honore tollant publico, / Colant magistri, iudices, / Leges et artes exprimant. // Submissa regum fulgeant / Tibi dicata insignia: / Mitique sceptro patriam / Domosque subde civium". "Te i governanti delle nazioni esaltino con pubblici onori, te onorino i maestri, i giudici, te esprimano le leggi e le arti. Risplendano, a te dedicate e sottomesse, le insegne dei re: sottometti al tuo mite scettro la patria e le dimore dei cittadini").
Nell'inno del Mattutino si legge: "Cui iure sceptrum gentium / Pater supremum credidit" ("A te [Redentore] il Padre ha consegnato, per diritto, lo scettro dei popoli"). E ancora "Iesu, tibi sit gloria, qui sceptra mundi temperas" ("A te, o Gesù, sia gloria, che regoli gli scettri [= le autorità] del mondo").
Stessi concetti ribaditi dall'inno delle Lodi: "O ter beata civitas / Cui rite Christus imperat, / Quae iussa pergit exsequi / Edicta mundo caelitus!" ("O tre volte beata la società, cui Cristo legittimamente comanda, che esegue gli ordini che il cielo ha impartito al mondo!").
La festa di Cristo Re fu istituita da Pio XI l'11 dicembre 1925 mediante l'enciclica Quas primas. Se la festa è di nuova istituzione non è per nulla nuova l'idea della regalità attribuita alla figura di Cristo, che non soltanto la Scrittura, i Padri e i teologi, ma anche l'arte sacra e il senso comune dei fedeli concordemente affermano. L'istituzione di una ricorrenza specifica dedicata a questo mistero risulta chiara dal testo dell'enciclica:
[...] "Se comandiamo che Cristo Re venga venerato da tutti i cattolici del mondo, con ciò Noi provvederemo alle necessità dei tempi presenti, apportando un rimedio efficacissimo a quella peste che pervade l'umana società". Papa Pio IX si riferisce al laicismo (non alla laicità): "La peste della età nostra è il così detto laicismo coi suoi errori e i suoi empi incentivi; e voi sapete, o Venerabili Fratelli, che tale empietà non maturò in un solo giorno ma da gran tempo covava nelle viscere della società. Infatti, si cominciò a negare l'impero di Cristo su tutte le genti; si negò alla Chiesa il diritto — che scaturisce dal diritto di Gesù Cristo — di ammaestrare, cioè, le genti, di far leggi, di governare i popoli per condurli alla eterna felicità. E a poco a poco la religione cristiana fu uguagliata con altre religioni false e indecorosamente abbassata al livello di queste [...]


Te sæculórum Príncipem,
Te, Christe, Regem Géntium,
Te méntium te córdium
Unum fatémur árbitrum.

Scelésta turba clámitat :
Regnáre Christum nólumus :
Te nos ovántes ómnium
Regem suprémum dícimus.(soppressa!)

O Christe, Princeps Pácifer,
Mentes rebélles súbjice:
Tuóque amóre dévios,
Ovíle in unum cóngrega. (soppressa!)

Ad hoc cruénta ab árbore
Pendes apértis bráchiis,
Diráque fossum cúspide
Cor igne flagrans éxhibes.


Ad hoc in aris ábderis
Vini dapísque imágine,
Fundens salútem fíliis
Transverberáto péctore.


Te natiónum Præsides
Honóre tollant público,
Colant magístri, júdices,
Leges et artes éxprimant. (soppressa!)

Submíssa regum fúlgeant
ibi dicáta insígnia:
Mitíque sceptro pátriam
Domósque subde cívium.(soppressa!)

Jesu tibi sit glória,
Qui sceptra mundi témperas,
Cum Patre, et almo Spíritu,
In sempitérna sæcula. Amen.
Te, Principe dei secoli
Te, Cristo, Re delle genti
Te, delle menti, Te dei cuori,
confessiamo unico Sovrano.

La turba scellerata urla:
«Non vogliamo che Cristo regni»
Ma noi, acclamando, di ogni cosa
Ti dichiariamo Re supremo.


Cristo, Principe Portatore di pace,
assoggetta le anime ribelli;
e, con il tuo amore, gli erranti
raduna in un solo ovile.

Per questo dall'albero sanguinante
pendi con le braccia stese,
e, dalla crudele punta perforato,
il cuore, di fuoco flagrante, manifesti.


Per questo sugli altari ti tieni nascosto
di vino e di cibo nell'immagine
effondendo la salvezza sui figli
dal petto transverberato.

Te delle nazioni i principi
manifestino [Re] con pubblico onore
[Te] adorino i maestri, i giudici
[Te] le leggi e le arti esprimano.


Le sottomesse insegne dei re
[a Te] dedicate vi rifulgano:
e con mite scettro la Patria
e le case dei cittadini assoggetta.


Gesù, a Te sia gloria,
che reggi gli scettri del mondo,
con il Padre, e l'almo Spirito
per i secoli sempiterni. Amen.

Fonte: Chiesa e postconcilio, 20.11.2016

giovedì 4 ottobre 2018

L’orazione e la liturgia in San Francesco d’Assisi

Rilanciamo questo contributo nella festa del Santo di Assisi.

Bernardo Strozzi, S. Francesco in meditazione, 1610-15 circa, Museum Boijmans Van Beuningen, Rotterdam


Guercino, S. Francesco in adorazione del Crocifisso, 1645, Chiesa di S. Giovanni in Monte, Bologna

L’orazione e la liturgia in San Francesco d’Assisi

Nella festa di S. Francesco d’Assisi, pubblichiamo un ampio stralcio dello studio “Francesco d’Assisi e la tradizione ascetica bizantina: alcune fondamentali convergenze”, realizzato da Pietro Chiaranz nel 2015. Il brano è volto a sottolineare le vicinanze tra la prassi ascetica del francescanesimo originario e la tradizione monastica orientale, che vanno a esprimere in fondo la tradizione orante e liturgica della Chiesa indivisa. 
Tratto da: Pietro Chiaranz, Francesco d’Assisi e la tradizione ascetica bizantina: alcune fondamentali convergenze.

La fuga dal rumore e dai traffici mondani è finalizzata al ritiro della propria mente nel cuore, luogo dell’incontro con Dio, secondo i famosi passi evangelici per cui: “il Regno di Dio è dentro di voi” (1) (Lc 17, 21), e “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14, 23). La scoperta della presenza di Dio non avviene, però, senza che non vi sia, da parte umana, una disposizione data dalla preghiera. La preghiera, secondo l’antica prassi patristica, non è un modo per attirarsi la benevolenza di Dio, né è necessaria a Dio dal momento che, come recita il salmo, “la mia parola non è ancora sulla lingua e tu, Signore, già la conosci tutta” (Sl. 138, 4). La preghiera, piuttosto, favorisce l’orientamento dello spirito umano verso Dio e ne allontana l’oblio. Per questo è indispensabilmente unita alla fuga mundi. San Paolo, nei riguardi della preghiera, è perentorio: “Pregate inoltre incessantemente con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito, vigilando a questo scopo con ogni perseveranza” (Ef 6, 18).
Francesco d’Assisi ha presente questo tipo di tradizione fino a divenire un uomo fatto preghiera: “Spesso senza muovere le labbra, meditava a lungo dentro di sé e, concentrando all’interno le potenze [le forze] esteriori, si alzava con lo spirito al cielo. In tal modo dirigeva tutta la mente e l’affetto a quell’unica cosa che chiedeva a Dio: non era tanto un uomo che prega, quanto piuttosto egli stesso tutto trasformato in preghiera vivente” (2). E ancora: “Quando, invece, pregava nelle selve e in luoghi solitari, riempiva i boschi di gemiti, bagnava la terra di lacrime, si batteva con la mano il petto; e lì, quasi approfittando di un luogo più intimo e riservato, dialogava spesso ad alta voce col suo Signore: rendeva conto al Giudice, supplicava il Padre, parlava all’Amico, scherzava amabilmente con lo Sposo” (3). Lo stile di Francesco passò inevitabilmente ai suoi primi discepoli. Tommaso da Eccleston dichiara che i frati dei primi tempi erano così fervorosi nella preghiera che “alcuni si trovavano sempre nella cappella a pregare a qualsiasi ora anche della notte” (4). La preghiera del Poverello era notevole non solo quantitativamente ma pure qualitativamente. In essa doveva applicarsi la fuga mundi, come sopra ricordato, ossia doveva essere praticata senza distrazioni, nel senso che il pensiero non doveva disperdersi nella molteplicità della realtà esteriore ma servire solo l’Unico necessario. Perciò, egli “credeva di peccare gravemente, se mentre pregava era disturbato da vani fantasmi. Quando ciò capitava, ricorreva alla confessione per accusarsene subito. L’aveva resa così abituale questa premura, che molto raramente era tormentato da questo genere di ‘mosche’” (5). Tommaso da Celano racconta che una volta Francesco, mentre pregava, fu momentaneamente distratto dalla presenza di un vaso da lui stesso realizzato. Al termine della preghiera se ne dolse talmente che decise di distruggerlo (6). Quel vaso era stato la causa di una momentanea fuga della sua mente dal cuore in cui risiede la presenza divina, per dirla con linguaggio esicasta (7).
È utile anche accennare che la preghiera per Francesco non era un’attività senza rapporto con il corpo, dal momento che anche il corpo doveva accompagnare l’adorazione dello spirito. Comunemente alla prassi fino ad allora seguita anche nella Chiesa latina (8), è assai probabile che Francesco accompagnasse la sua preghiera con profonde prostrazioni, come si faceva e si fa ancora oggi nella Chiesa orientale. D’altronde, egli raccomandava: “Udendo il nome del Quale, adoratelo con reverente timore proni verso terra: Signore Gesù Cristo, Figlio dell’Altissimo è il suo nome, che è benedetto nei secoli” (9).
Quanto detto fino ad ora per l’orazione personale di Francesco, si può ritrovare anche nella tradizione ascetica bizantina. In particolare, per quanto riguarda la preghiera continua o ininterrotta san Gregorio Nazianzeno scrive: “Bisogna ricordarsi di Dio più spesso di quanto respiriamo, e, se è possibile dirlo, non bisogna fare altro che questo. Anche io sono tra quelli che approvano le parole che prescrivono di ‘esercitarsi giorno e notte’, di ‘raccontarlo a sera, al mattino e a mezzogiorno’ e di ‘benedire il Signore in ogni circostanza’; se bisogna anche ripetere le parole di Mosè, ‘quando riposiamo a letto, quando ci alziamo e quando siamo in viaggio’ mentre facciamo qualunque altra cosa, conformandosi alla purezza ricordandoci di Lui” (10). Successivamente al Nazianzeno, questa raccomandazione - che non fa altro che riprendere il passo paolino suaccennato e la prassi dei Padri del deserto -, è ripetuta da molti altri. San Giovanni il Climaco, ad esempio, dice: “L’anima che di giorno si occupa senza interruzione del pensiero di Dio, ne ha familiare il ricordo durante il sonno” (11). Il dottore esicasta, san Gregorio Palamas, vissuto posteriormente a Francesco d’Assisi, riprende tutta la grande tradizione ascetica bizantina e la sistematizza. Riguardo alla preghiera continua egli così esorta i fedeli: “Affrettiamoci, fratelli, […] a ricambiare la divina adorazione con l’amore per Dio […], liberandoci da tutte le cose terrene, con una continua preghiera, la salmodia e con un impegno costantemente partecipe” (12).
Abbiamo visto che Francesco, mentre pregava, piangeva. Le lacrime di compunzione esistono anche nella tradizione ascetica bizantina, che segue, come già accennato, la linea stabilita dai Padri del deserto. Queste lacrime non devono essere intese in senso sentimentale, bensì nel modo specificato dagli antichi scritti ascetici: esse esprimono la gioia e la dolcezza della presenza del Signore così come l’angoscia per la distanza dell’uomo da Dio. La Scrittura, d’altronde, ricorda che “uno spirito contrito è sacrificio a Dio, un cuore affranto e umiliato, Dio, tu non disprezzi” (13) mentre il salmista scrive d’inondare ogni notte di pianto il suo giaciglio (cfr. Sl. 6, 7). Facendo eco a ciò, i Padri ripetono l’esperienza biblica raccomandandola. In Occidente nella Regula Sancti Benedicti è scritto: “Sappiamo inoltre che non ci faranno esaudire le molte parole, ma la purezza del cuore e la compunzione del pianto”(14). Gregorio Nazianzeno parla delle lacrime come di un quinto battesimo, dopo quello allegorico, avvenuto nell’acqua del Mar Rosso, di Mosè (cfr. 1 Cor 10,2), quello solamente penitenziale di Giovanni Battista, quello di Cristo avvenuto nello Spirito Santo e quello dei martiri che avviene nel sangue: il battesimo delle lacrime “è un battesimo più impegnativo, perché è quello che bagna ogni notte di lacrime il proprio letto e il proprio giaciglio” (15). Questa tradizione giunge fino ai nostri giorni. San Silvano l’Atonita (1866-1938) pregava per il mondo intero piangendo con lo spirito degli antichi asceti. Lo possiamo capire da queste righe che riflettono la sua esperienza: “[Il Signore] a volte fa il dono all’anima di amare il mondo. Allora, essa piange per il mondo intero e implora il Maestro buono e misericordioso di diffondere la Sua grazia su ogni anima avendo pietà di essa” (16). In una sua poesia si trova scritto: “La mia anima ha sete del Signore / e con lacrime io Lo cerco” (17).
Pure l’attenzione alla preghiera, che abbiamo visto caratterizzare Francesco d’Assisi, è fortemente raccomandata dai Padri (18). Questo è ancora ben presente nel mondo religioso bizantino odierno. Un esempio odierno ci è fornito dall’Anziano Paisios del Monte Athos (1924-1994) il quale era solito raccomandare di tenere la testa “nel frigorifero”, ossia in un modo da congelare tutti i pensieri che possono disturbare la vita religiosa e la preghiera. Egli raccomandava: “Non dobbiamo trascurare la preghiera [continua del nome] di Gesù. Quando abbiamo l’occasione, la dobbiamo recitare. La nostra mente non deve disperdersi inutilmente. Con questa preghiera l’intelletto si riposa e gioisce” (19).
Per quanto riguarda la preghiera comunitaria, Francesco dispose che i suoi seguissero la liturgia in uso nella Chiesa di Roma (20), sia per la Messa che per il Breviario, differenziandosi così dagli usi e dalle liturgie locali di allora. Qui è importante notare il modo in cui veniva eseguita questa liturgia nelle prime comunità francescane. Oltre a contraddistinguersi per pietà ed attenzione, essa aveva alcune modalità molto simili a quelle bizantine. La prassi liturgica dell’ordine in Inghilterra, durante le Veglie notturne nelle solennità, può benissimo essere paragonata ad una agripnia (veglia) bizantina odierna.
Tommaso da Eccleston descrive con gioia e meraviglia il fervore dei frati nella recita dell’Ufficio divino: “Nelle principali feste dell’anno cantavano l’ufficio con tanto fervore, che le veglie si prolungavano qualche volta per tutta la notte; e quando non erano che tre o quattro o al massimo sei, cantavano con solennità e con accompagnamento musicale” (21). Si tratta, dunque, di un ufficio notturno cantato. Chi ha pratica della vita liturgica tradizionale, laddove essa viene ancora eseguita, sa quanto sia difficile mantenere delle ufficiature cantante, dal momento che richiedono una certa applicazione e una particolare specializzazione musicale. Per questo oggi è piuttosto raro trovare delle comunità religiose in cui questa consuetudine sia praticata. E se è difficile trovare chi esegua in canto le ufficiature diurne, è quasi impossibile incontrare chi canti quelle notturne. Alla luce di ciò, la testimonianza di Tommaso da Eccleston è particolarmente significativa. Non solo egli ravvisa un notevole fervore, da parte dei frati, ma nota pure la capacità, addirittura nel caso in cui ci siano solo tre religiosi, di far rivivere l’antica tradizione di un’ufficiatura notturna cantata. Perciò, sotto tale aspetto, questi primi discepoli di Francesco possono essere benissimo paragonati con il mondo monastico bizantino.
Inoltre, Tommaso da Eccleston ci fa sapere che i frati recitavano l’ufficio sempre in piedi e ricorda un ministro provinciale che rimproverò aspramente un frate seduto durante la recita delle ore canoniche(22). Questa modalità di celebrare la liturgia delle ore, era una consuetudine praticata dallo stesso Francesco (23). Ciò riporta alla mente quanto dice, a tal proposito, san Giovanni Climaco: “Chi intende stare sensibilmente alla presenza del Signore nell’intimo del cuore pregherà certo in posizione eretta ed immobile come una colonna, senza mai farsi illudere da qualcuno di tali demoni [dello sbadiglio e del riso durante la preghiera]” (24). Questo genere di raccomandazioni hanno trovato sempre degli esecutori nel mondo bizantino e ve ne sono anche ai giorni nostri. Ricordo chiaramente come, durante una veglia notturna di alcuni anni fa’ in un monastero del Monte Athos, mi fu indicato un monaco molto anziano giunto nel katholikon (25) per un panighiri (26). Quell’anziano aveva la caratteristica di rimanere in piedi per tutta la preghiera, incurante della sua veneranda età. Così, mentre io ad un certo punto mi coricai, lui era ancora là e là lo ritrovai alcune ore dopo, verso le sette, in occasione della Divina Liturgia. Egli era visibilmente stremato, ma tenacemente eretto. Dunque questa consuetudine, che si riscontra nelle testimonianze relative a Francesco d’Assisi e ai suoi primi discepoli, è propria pure al mondo religioso bizantino.
Nella storia iniziale del movimento francescano, si può trovare un ultimo particolare degno di nota: l’esistenza di un frate cantore (27), il cui compito doveva consistere nell’eseguire in modo appropriato l’Ufficio divino. È un poco quanto avviene nelle comunità monastiche bizantine in cui esiste il cosiddetto protopsaltis (28) che svolge il medesimo compito.
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NOTE dell’autore

1. Il passo segue la traduzione del vangelo in uso nella Chiesa bizantina dove il termine ἐντὸς significa “dentro” (di voi), non “in mezzo” (a voi), com’è invece possibile trovare in molte traduzioni odierne (vedi, ad es., la traduzione CEI della Bibbia di Gerusalemme).
2. Tommaso da Celano, Vita seconda, 95, in FF, p. 630.
3. Ibid.
4. Tommaso da EcclestonL’approdo dei frati minori in Inghilterra, V, Edizioni O.R., Milano 1979, p. 37.
5. Tommaso da CelanoVita seconda, 97, in FF, p. 630-631.
6. Cfr. Ibid. p. 632. Tommaso da Celano aggiunge che il vaso fu fatto da Francesco nei “ritagli di tempo e per non perdere neanche un istante”. In questo fugace appunto si nota il senso del lavoro per il Poverello: obbligare la mente ad un impegno per non disperdersi inutilmente. Siamo ben lungi da quella mentalità che considera il lavoro quale valore per se stesso.
7. L’Esichìa, o quiete, era ricercata da coloro che, fuggendo dal mondo, si ritiravano in eremi e monasteri. Nel mondo bizantino si creò un vero e proprio movimento esicasta il cui personaggio di spicco fu san Gregorio Palamas (1296-1359).
8. Vedi, a tal proposito, Schmitt J.C., Il gesto nel Medioevo, Laterza, Roma-Bari 1991, pp. 275-282.
9. Francesco d’AssisiLettera al Capitolo generale e a tutti i frati, in FF, p. 162.
10. Gregorio NazianzenoOrazione 27, in Id., Tutte le Orazioni, a cura di Claudio Moreschini, Bompiani, Milano 2000, p. 647.
11. Giovanni ClimacoLa scala del Paradiso. Ventesimo discorso, p. 220.
12. Gregorio PalamasOmelia 47, in Id., Che cos’è l’Ortodossia. Capitoli, Scritti ascetici, Lettere, Omelie, Bompiani, Milano 2006, p. 1454.
13. Sl. 50, 19.
14. Regula sancti Benedicti 20, 8, in Gregorio MagnoVita di san Benedetto e La Regola, p. 187.
15. Cfr. Gregorio NazianzenoOrazione 39, p. 917. Si noti come Gregorio riprende alla lettera il salmo succitato.
16. Cfr. Larchet J.-C., Saint Silouane de l’Athos, Éditions du Cerf, Paris 2001, p. 167.
17. Sofronio, Archimandrita, Ascesi e contemplazione, Servitium-Interlogos, Sotto il Monte-Schio 1998, p. 61.
18. Si veda a titolo di puro esempio: Giovanni ClimacoLa scala del Paradiso, 118, Cittanuova, Roma 1995, p. 217; Regula sancti Benedicti 19, 7 in Gregorio MagnoVita di san Benedetto e La Regola, p. 187; Isacco di NiniveGrammatica di vita spirituale, Discorso 7, San Paolo, Roma 2009, pp. 162-169.
19. Tatsis D., Non cercate una santità a buon mercato, Edizioni Dehoniane, Roma 1995, p. 68.
20. La liturgia romana, in quel tempo, aveva molti elementi in comune con il mondo cristiano orientale. Ne accenniamo solamente due: il battesimo era ancora effettuato esclusivamente per immersione e il segno della croce avveniva non con la mano distesa, ma in modo simile a quello bizantino, per indicare la confessione dell’unità nella trinità divina. Vedi Righetti M., Storia Liturgica, 1, Marietti, Torino, pp. 369-370; Ibid., 4, p. 109.
21. Tommaso da EcclestonL’approdo dei frati minori in Inghilterra, V, pp. 37-38.
22. Id.L’approdo dei frati minori in InghilterraIbid., XIV, p. 88.
23. Id.Vita seconda di san Francesco d’Assisi, 62, in FF., p. 631.
24. Giovanni ClimacoLa scala del Paradiso, Cittanuova, Roma 1995, p. 217.
25. La chiesa principale del monastero.
26. Solennità liturgica.
27. Cfr. Esser K., Origini e inizi del movimento e dell’ordine francescano, p. 132.
28. Letteralmente: “primo cantore” o “cantore principale”.