Sante Messe in rito antico in Puglia

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lunedì 6 gennaio 2025

PVBLICATIO FESTORVM A.D. 2025

Adorazione dei magi, disegno dall'altorilievo della Porta Nord (detta Porta della Croce, a Nord), Battistero, di Lorenzo Ghiberti


Novéritis, fratres caríssimi, quod annuénte Dei misericórdia, sicut de Nativitáte Dómini Nostri Jesu Christi gravísi sumus, ita et de Resurrectióne ejúsdem Salvatóris nostri gáudium vobis annuntiámus.

Die décima sexta Februárii erit Domínica in Septuagésima.

Quinta Mártii dies Cínerum, et inítium jejúnii sacratíssimæ Quadragésimæ.

Vigésima Aprílis sanctum Pascha Dómini nostri Jesu Christi cum gáudio celebríbitis.

Vigésima nona Máii erit Ascénsio Dómini nostri Jesu Christi.

Octáva Júnii Festum Pentecóstes.

Décima nona ejúsdem Festum sacratíssimi Córporis Christi.

Trigésima Novémbris Domínica prima Advéntus Dómini nostri Jesu Christi, cui est honor et glória, in sæcula sæculórum. Amen.


Rito romano

Nel rito parigino così come in quello ambrosiano è annunciata semplicemente la data della Pasqua:

Rito parigino

Rito ambrosiano

Fonte: blog Schola Sainte Cécile, 1 jan. 2025

sabato 6 gennaio 2024

PVBLICATIO FESTORVM A.D. 2024

Adorazione dei magi, disegno da una scultura di Nicola Pisano

Novéritis, fratres caríssimi, quod annuénte Dei misericórdia, sicut de Nativitáte Dómini nostri Jesu Christi gavísi sumus, ita et de Resurrectióne ejúsdem Salvatóris nostri gáudium vobis annuntiámus.

Die vigésima octáva Januárii erit Domínica in Septuagésima.

Décima quarta Februárii dies Cínerum, et inítium jejúnii sacratíssimæ Quadragésimæ.

Trigésima prima Mártii sanctum Pascha Dómini Nostri Jesu Christi cum gáudio celebrábitis.

Nona Maji erit Ascénsio Dómini Nostri Jesu Christi.

Décima nona ejúsdem erit Festum Pentecóstes.

Trigésima ejúsdem Festum sacratíssimi Córporis Christi.

Prima Decémbris Domínica prima Advéntus Dómini Nostri Jesu Christi, cui est honor et glória, in sǽcula sæculórum. Amen.

Rito romano

Nel rito parigino così come in quello ambrosiano è annunciata semplicemente la data della Pasqua:

Rito parigino

Rito ambrosiano



domenica 31 dicembre 2023

"Te Deum Laudamus" al termine dell'anno

Al termine dell'anno civile è d'uopo cantare l'inno del Te Deum ed all'inizio di quello nuovo il Veni Creator Spiritus.
Riportiamo l'art. 26 dell'Enchiridion Indulgentiarum della Penitenzieria Apostolica, IV edizione 1999 (tratto dal Sito della S. Sede).

PAENITENTIARIA APOSTOLICA

ENCHIRIDION INDULGENTIARUM

CONCESSIONES

26

Preces supplicationis et gratiarum actionis 

§ 1. Plenaria indulgentia conceditur christifideli qui, in ecclesia vel oratorio, devote interfuerit sollemni cantui vel recitationi: 
1°  hymni Veni, Creator, vel prima anni die ad divinam opem pro totius anni decursu implorandam; vel in sollemnitate Pentecostes; 
2°  hymni Te Deum, ultima anni die, ad gratias Deo referendas pro beneficiis totius anni decursu acceptis.

* * * * * * * * * * *

Preghiere di supplica e ringraziamento:

§ 1. L'indulgenza plenaria è concessa al fedele che, in una chiesa o in un oratorio, partecipa devotamente al canto o alla recita solenne:

inno Vieni Spirito Creatore, o il primo giorno dell'anno per implorare l'aiuto divino per tutto il corso dell'anno o nella solennità di Pentecoste;

inno Te Deum, l'ultimo giorno dell'anno, per rendere grazie a Dio per i benefici ricevuti durante tutto l'anno.








domenica 13 giugno 2021

Inno in onore di S. Antonio da Padova (o da Lisbona): O dei miracoli

O dei miracoli inclito Santo,

dell’alma Padova tutela e vanto,

benigno guardami prono ai tuoi piè:

o sant’Antonio, prega per me!

 

Col vecchio il giovane a te sen viene,

e in atto supplice chiede ed ottiene;

di grazie arbitro Iddio ti fe’:

o sant’Antonio, prega per me!

 

Per te l’oceano si rasserena,

riprende il naufrago novella lena:

morte e pericolo fuggon per te:

o sant’Antonio, prega per me!

 

Per te riacquistansi beni ed onore;

i morbi cessano, cessa il dolore.

Ove tu vigili pianto non è:

o sant’Antonio, prega per me!

 

Sempre benefico ai tuoi devoti,

ne ascolti l’umili preghiere e voti:

fammi propizio il divin Re:

o sant’Antonio prega per me!






Francesco Trevisani, Predica ai pesci, XVIII sec.



lunedì 13 aprile 2020

Il ‘Regina coeli’: preghiera del tempo di Pasqua e della fine delle pestilenze

Secondo la tradizione questa antifona mariana, che sostituisce l’Angelus dal Sabato Santo al Sabato precedente la Domenica della Santissima Trinità, venne cantata dagli Angeli per annunziare a San Gregorio Magno che allora stava conducendo una processione penitenziale la cessazione di una fiera pestilenza (vedi qui). Già recitata nella Chiesa – basti pensare alla menzione che ne fa l’Alighieri nel XXIII canto del Paradiso – e copiosamente arricchita di sante indulgenze, fu consacrata come antifona del tempo pasquale da Benedetto XIV (così ci ricorda Radiospada, 12.4.2020).
Gregorio di Tours, nell’Historiae Francorum (liber X, 1) e Iacopo di Varazze, nella Legenda Aurea, in effetti, raccontano il memorabile prodigio della cessazione della peste del 590 d.C. all’epoca del grande S. Gregorio Magno in modo incalzante e accorato: «Durante la processione, in una sola ora erano morte ben ottanta persone, ma papa Gregorio non smetteva di incoraggiare ad andare avanti con fede. Man mano che il corteo si avvicinava a San Pietro, l’aria diventava più leggera e salubre. Giunti al ponte che collegava la città al Mausoleo di Adriano, allora chiamato Castellum Crescentii, d’improvviso scesero dal cielo schiere di angeli che cantavano quelle che sarebbero diventate le parole del Regina Coeli, l’antifona che in tempo pasquale sostituisce l’Angelus e saluta Maria Regina per la risurrezione del Salvatore: “Regina Coeli, laetare, Alleluja – Quia quemmeruisti portare, Alleluja – Resurrexit sicut dixit, Alleluja!”.
San Gregorio rispose: “Ora pro nobis rogamus, Alleluja!”. Gli angeli planarono ancora più in basso per galleggiare sulle teste dei presenti e infine circondare il dipinto di Maria. Gregorio guardò in alto e sulla cima del castello vide la grande figura armata dell’Arcangelo mentre asciugava la spada dal sangue e la riponeva nel fodero. La peste era finita» (M. Milvia Morciano, Quando san Michele arcangelo apparve a Roma e fermò la peste, in Vatican News, 20.3.2020).
Per nostra edificazione rilanciamo questo contributo del prof. De Mattei.






Pieter Paul Rubens, Cristo trionfante sulla morte e sul peccato, 1616, Musée des Beaux-Arts, Strasburgo

San Gregorio Magno e il Coronavirus del suo tempo

di Roberto de Mattei


Un alone di mistero avvolge il Coronavirus, o Covid-19, di cui non conosciamo né l’origine, né i reali dati di diffusione, né le possibili conseguenze. Ciò che però sappiamo è che le pandemie sono sempre state considerate nella storia come flagelli divini e che l’unico rimedio che la Chiesa ha opposto ad esse è stata la preghiera e la penitenza. Così accadde a Roma nell’anno 590, quando Gregorio della famiglia senatoriale della gens Anicia, fu eletto Papa con il nome di Gregorio I (540-604).
L’Italia era sconvolta da malattie, carestie, disordini sociali e dall’onda devastatrice dei Longobardi. Tra il 589 e il 590, una violenta epidemia di peste, la terribile luesinguinaria, dopo aver devastato il territorio bizantino ad Oriente e quello dei Franchi ad Occidente, aveva seminato morte e terrore nella penisola e si era abbattuta sulla città di Roma. I cittadini romani interpretarono questa epidemia come un castigo divino per la corruzione della città. La prima vittima mietuta a Roma dalla peste fu papa Pelagio II, che morì il 5 febbraio 590 e fu sepolto in San Pietro. Il clero e il senato romano elessero come suo successore Gregorio che, dopo essere stato praefectus urbis, viveva nella sua cella monacale sul monte Celio. Dopo essere stato consacrato il 3 ottobre 590, il nuovo Papa affrontò subito il flagello della peste. Gregorio di Tours (538-594), che fu contemporaneo e cronista di quegli eventi, racconta che in un memorabile sermone pronunciato nella chiesa di Santa Sabina, Gregorio invitò i romani a seguire, contriti e penitenti, l’esempio degli abitanti di Ninive: «Guardatevi intorno: ecco la spada dell’ira di Dio brandita sopra l’intero popolo. La morte improvvisa ci strappa dal mondo, senza quasi darci un minuto di tempo. In questo stesso momento, oh quanti son presi dal male, qui intorno a noi, senza neppure potere pensare alla penitenza».
Il Papa esortò quindi a sollevare lo sguardo a Dio, il quale permette tali tremendi castighi al fine di correggere i suoi figliuoli e, per placare la collera divina, ordinò una «litania settiforme», cioè una processione dell’intera popolazione romana, divisa in sette cortei, secondo il sesso, l’età e la condizione. La processione mosse dalle varie chiese di Roma verso la Basilica Vaticana, accompagnando il cammino con il canto delle litanie. È questa l’origine delle cosiddette Litanie maggiori della Chiesa, o rogazioni, con cui preghiamo Dio di difenderci dalle avversità. I sette cortei muovevano attraverso gli edifici dell’antica Roma, a piedi nudi, a passo lento, il capo coperto di cenere. Mentre la moltitudine percorreva la città, immersa in un silenzio sepolcrale, la pestilenza arrivò al punto tale di furore che, nel breve spazio di un’ora, ottanta persone caddero a terra morte. Ma Gregorio non cessò un attimo di esortare il popolo perché continuasse a pregare e volle che dinanzi al corteo fosse portato il quadro della Vergine conservata in Santa Maria Maggiore e dipinta dall’evangelista san Luca (Gregorio di Tours, Historiae Francorum, liber X, 1, in Opera omnia, a cura di J.P. Migne, Parigi 1849 p. 528).
La Leggenda aurea, di Jacopo da Varazze, che è un compendio delle tradizioni trasmesse dai primi secoli dell’era cristiana, racconta che man mano che la sacra immagine avanzava, l’aria diventava più sana e limpida ed i miasmi della peste si dissolvevano, come se non potessero sopportarne la presenza. Si era giunti al ponte che unisce la città al Mausoleo di Adriano, conosciuto nel Medioevo come Castellum Crescentii, quando improvvisamente si udì un coro di angeli che cantavano: «Regina Coeli, laetare, Alleluja – Quia quemmeruisti portare, Alleluja – Resurrexit sicut dixit, Alleluja!». Gregorio rispose ad alta voce: «Ora pro nobis rogamus, Alleluja!». Nacque così il Regina Coeli, l’antifona con cui nel tempo pasquale la Chiesa saluta Maria Regina per la risurrezione del Salvatore. Dopo il canto, gli Angeli si disposero in cerchio intorno al quadro della Madonna e Gregorio, alzando gli occhi, vide sulla sommità del Castello un Angelo che, dopo avere asciugato la spada grondante di sangue, la riponeva nel fodero, in segno del cessato castigo. «Tunc Gregorius vidi super Castrum Crescentii angelum Domini qui glaudium cruentatum detergens in vagina revocabat: intellexit que Gregorius quod pestisilla cessasset et sic factum est. Unde et castrum illud castrum Angeli deinceps vocatum est». Comprese Gregorio che la peste era finita e così avvenne: e quel castello fu d’allora in poi chiamato il Castello dell’Angelo (Iacopo da Varazze, Legenda aurea, Edizione critica a cura di Giovanni Paolo Maggioni, Sismel-Edizioni del Galluzzo, Firenze 1998, p. 90).
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Papa Gregorio I fu canonizzato e proclamato Dottore della Chiesa, ed entrò nella storia con l’appellativo di “Magno”. Dopo la sua morte i romani cominciarono a chiamare la Mole Adriana “Castel Sant’Angelo” e, a ricordo del prodigio, posero in cima al castello la statua di san Michele, capo delle milizie celesti, in atto di rinfoderare la spada. Ancora oggi nel Museo Capitolino è conservata una pietra circolare con le impronte dei piedi che, secondo la tradizione, sarebbero state lasciate dall’Arcangelo quando si fermò per annunciare la fine della peste. Anche il cardinale Cesare Baronio (1538-1697), considerato per il rigore della sua ricerca uno dei più grandi storici della Chiesa, conferma l’apparizione dell’Angelo alla sommità del castello (Odorico Ranaldi, Annali ecclesiastici tratti da quelli del cardinal Baronio, anno 590, Appresso Vitale Mascardi, Roma 1643, pp. 175-176).
Osserviamo solo che se l’Angelo, grazie all’appello di san Gregorio, rinfoderò la spada, vuol dire che essa era stata prima sguainata per punire i peccati del popolo romano. Gli Angeli sono infatti gli esecutori dei castighi divini dei popoli, come ci ricorda la drammatica visione del Terzo segreto di Fatima, esortandoci al pentimento: «un Angelo con una spada di fuoco nella mano sinistra; scintillando emetteva grandi fiamme che sembrava dovessero incendiare il mondo intero; ma si spegnevano al contatto dello splendore che Nostra Signora emanava dalla sua mano destra verso di lui: l’Angelo, indicando la terra con la mano destra, con voce forte disse: Penitenza, Penitenza, Penitenza!».
La diffusione del Coronavirus ha un qualche rapporto con la visione del Terzo Segreto? Il futuro ce lo dirà. Ma l’appello alla penitenza resta la prima urgenza della nostra epoca e il primo rimedio per assicurarci la nostra salvezza, nel tempo e nell’eternità. Le parole di san Gregorio Magno devono risuonare ancora nei nostri cuori: «Cosa diremo degli avvenimenti terribili di cui siamo testimoni se non che sono preannunci dell’ira futura? Pensate dunque fratelli carissimi, con estrema attenzione a quel giorno, correggete la vostra vita, mutate i vostri costumi, sconfiggete con tutta la vostra forza le tentazioni del male, punite con le lacrime i peccati compiuti» (Omelia prima sui Vangeli, in Il Tempo di Natale nella Roma di Gregorio Magno, Acqua Pia Antica Marcia, Roma 2008, pp. 176-177).
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È di queste parole, non del sogno dell’Amazzonia felix, che avrebbe oggi bisogno la Chiesa, che appare oggi come la descriveva san Gregorio ai suoi tempi: «Nave vetusta e terribilmente squarciata; dappertutto infatti entrano i flutti e le tavole marcite; squassate dalla violenta e quotidiana tempesta, fanno presagire il naufragio (Registrum I, 4 ad Ioann. episcop. Constantinop.)». Ma allora la Divina Provvidenza suscitò un nocchiero che, come afferma san Pio X, «tra l’imperversare dei marosi seppe non solo toccare il porto, ma anche mettere al sicuro la nave dalle tempeste future» (Enciclica Jucunda sane del 12 marzo 1904).

mercoledì 25 dicembre 2019

"Adeste Fideles" in Notre Dame, prima della distruzione

Per la prima volta, da 216 anni, non è stata celebrata la Notte Santa di Natale in Notre Dame, a Parigi, dopo la distruzione e la devastazione della celebre Cattedrale a seguito dell'incendio dello scorso 15 aprile (Pour la première fois en 216 ans, Notre-Dame va rester silencieuse le soir de Noël, in Le Monde, 24 déc. 2019; Pour la première fois depuis 1803, Notre-Dame ne connaîtra pas de messe de Noël, in L'Obs, 24 déc. 2019Pas de messe de Noël à Notre-Dame, une première depuis 1803, in RT France, 24 déc. 2019).
Ci sembra doveroso, perciò, ricordare la melodia natalizia di Adeste Fideles, che risuonava sotto le sue volte. Un tempo.



domenica 21 aprile 2019

Al termine del santo Giorno di Pasqua il "Magnificat"

Rendiamo grazie al Signore per le meraviglie che ha compiuto e per i misteri che ci ha fatto contemplare con il cantico della Vergine, il "Magnificat":







Sequenza pasquale "Victimae Paschali Laudes"




Dal celebre film di Franco Zeffirelli, "Fratello Sole, sorella luna":


La ricostruzione di Zeffirelli è, però, imprecisa. Infatti, non viene cantato il penultimo versetto, quello prima di "Scimus Christum" ecc., che recitava: 
"Credendum est magis
Soli Mariae veraci
Quam Judaeorum
Turbae fallaci"
(Si deve prestare maggior fede a Maria, la sola testimone della verità, più che alla folla ingannatrice dei Giudei). Questo versetto fu cancellato ai primi del '900 (non è più riportato dal Liber usualis del 1923).
Per cui, in una ricostruzione storica medievale, come quella fatta da Zeffirelli, andava cantato.

Bartolomeo Ramenghi, detto il Bagnacavallo, Noli ma tangere, 1520 circa, collezione privata

Gabriël Metsu, Noli me tangere, 1667, Kunsthistorisches Museum, Vienna

Adolphe o Dolphe Bracony, Noli me tangere, XVII sec., collezione privata

Carle van Loo, Noli me tangere, 1735, collezione privata