Sante Messe in rito antico in Puglia

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lunedì 25 dicembre 2017

Il nostro augurio di Santo Natale non allineato .....

Un nostro amico ci ricorda che la Regalità sociale del Cristo si manifesta visibilmente il giorno di Natale, quando si adora il mistero dell'Essere sussistente in se stesso, Atto purissimo e Pensiero di pensiero, che si fa Carne, che si fa Bimbo, ricevendo dal Padre ogni potestà in cielo e in terra. La Provvidenza stabilì dunque che il 25 dicembre 390 Teodosio Magno facesse pubblica ammenda davanti a sant'Ambrogio; che il 25 dicembre 496 Clodoveo col battesimo cattolico immettesse il suo regno nel Regno del Cristo (e ricevesse l'unzione regale, secondo la testimonianza di Incmaro di Reims, con il crisma portato a S. Remigio da una angelica colomba, custodito nella c.d. Santa Ampolla, e che da allora servì a consacrare i Re di Francia); che infine il 25 dicembre 800 san Leone III incoronasse Sacro Romano Imperatore Carlo Magno. Il Verbo che ha preso una carne materiale e visibile vuole che per mezzo della sua Chiesa Romana si incarni nella società civile la sua Rivelazione: ecco la Christianitas.
Facciamo nostre le ispirate parole di san Leone Magno sulla dignità del cristiano, oggi dimenticata ed oscurata, diluita com'è nell'umanismo e nell'indifferentismo: "Riconosci, o Cristiano, la tua dignità: e, divenuto partecipe della divina natura, non volere con un'indegna condotta ritornare all'antica abiezione. Ricorda di qual capo e di qual corpo sei membro. Rifletti, che strappato alla potestà delle tenebre, sei stato trasferito nella luce e nel regno di Dio" (Disc. 1 per il Natale, 1-3, in PL 54, 190-193).
La dignità del cristiano, ricevuta col Battesimo, rende quella persona superiore a qualsiasi altro essere umano, pagano, non credente, musulmano, giudeo, ecc. La sua dignità è incommensurabile, perché è di origine soprannaturale, a differenza di quella "naturale", macchiata dalla colpa originale e ferita dal peccato degli altri esseri umani. Continuava sempre S. Leone Magno: "Con il sacramento del battesimo sei diventato tempio dello Spirito Santo! Non mettere in fuga un ospite così illustre con un comportamento riprovevole e non sottometterti di nuovo alla schiavitù del demonio. Ricorda che il prezzo pagato per il tuo riscatto è il sangue di Cristo".
Auguri di Santo Natale a tutti i nostri lettori, con l'auspicio che tutti i cristiani, dinanzi al mondo, riconoscano la loro dignità!







  
José Campeche y Jordan, La Natività, 1799 circa, Smithsonian American Art Museum, Washington, D.C.,

Giovanni Gasparro, Sacra Famiglia, 2016, collezione privata, Valenzano

Natività, 2017, Casa Parroquial, Campillos (Málaga)

Testone in argento detto "del presepe" di Papa Gregorio XIII (1572-1585), coniato in Roma, ultimo quarto del XVI secolo

giovedì 7 dicembre 2017

La Religione dell’Incarnazione: un fatto, un luogo, dei volti – Editoriale di dicembre 2017 di “Radicati nella fede”

Nella festa di S. Ambrogio di Milano, vero esempio e modello di vescovo cattolico, rilanciamo l’editoriale di Radicati nella fede del mese di novembre 2017, ripreso da Riscossa cristiana e da Chiesa e postconcilio.

«Io dichiaro di aver dato alle fiamme la sinagoga, sì, sono stato io che ho dato l'incarico, perché non ci sia più nessun luogo dove Cristo venga negato» (S. Ambrogio, Epistulae variae, 40, 11)

Allelúia, allelúia. Diréctus est vir ínclitus ut Aríum destrúeret, splendor Ecclésiæ, cláritas vatum, ínfulas dum gerit sǽculi acquisívit Paradísi. Allelúia.

Giuseppe Marzorati, S. Ambrogio a cavallo scaccia gli ariani, 1786, Pavia

Giovanni Ambrogio Figino, S. Ambrogio scaccia gli ariani, 1590 circa, Castello Sforzesco, Milano

Giuseppe Sansone Marchesi, S. Ambrogio respinge l'imperatore Teodosio, XVIII sec., Bologna

Angelo Da Campo, S. Ambrogio rifiuta l'ingresso in chiesa all'imperatore Teodosio, 1786, Verona

Gebhard Fugel, S. Ambrogio rifiuta l'ingresso in chiesa all'imperatore Teodosio, 1897, chiesa di S. Ambrogio, Hergensweiler

Luigi Galizzi, S. Ambrogio respinge l'imperatore Teodosio, 1893, Bergamo

Antonio Sibella, S. Ambrogio respinge l'imperatore Teodosio, 1899, Bergamo

LA RELIGIONE DELL’INCARNAZIONE: UN FATTO, UN LUOGO, DEI VOLTI


Editoriale di “Radicati nella fede”
Anno X n. 12 - Dicembre 2017

Il grande Cardinale Newman ha scritto che se gli avessero domandato di scegliere una dottrina come base della nostra fede cattolica, avrebbe senz’altro scelto la dottrina dell’Incarnazione:
Io direi, per quanto mi riguarda, che l’Incarnazione è al cuore del Cristianesimo; è di là che procedono i tre aspetti essenziali del suo insegnamento: il sacramentale, il gerarchico e l’ascetico.
Il Figlio di Dio ha unito la sua natura divina alla nostra natura umana affinché, come dice la preghiera dell’offertorio della messa, “possiamo divenire partecipi della sua divinità”.
In questo “divenire partecipi della sua divinità” c’è tutta la vita cristiana. Siamo stati chiamati alla vita, siamo stati afferrati dalla Grazia Santificante dal giorno del nostro Battesimo, ci impegniamo in una vita ascetica per seguire la volontà di Dio, proprio per “divenire partecipi della sua divinità”: è la vita soprannaturale; è questo il dono di Dio per noi, è questo il nostro destino.
Dobbiamo proprio comprendere che il Cristianesimo è fondato sulla realtà dell’Incarnazione, per poi comprendere la nostra vita con lo scopo che ha dentro: divenire partecipi della sua divinità. Se si toglie questa realtà non resta più niente del Cristianesimo.
L’Incarnazione poi è un fatto storico, non è innanzitutto un concetto, un’idea.
L’Incarnazione è il fatto storico che, a un certo momento del tempo, il Verbo di Dio ha preso su di sé la nostra umanità, la nostra povertà, il nostro nulla, per donarci il potere di diventare figli di Dio. Questo è il fatto più sconvolgente della storia e per questo contiamo gli anni dalla notte di Betlemme.
Tutte le eresie sono nemiche di questo fatto, lo negano nella sua pienezza, lo reinterpretano fino ad annullarlo nella sua sconvolgente verità.
Tutte le eresie sorte dentro il Cristianesimo vanno contro quest’unico fondamento della religione cristiana, e così fa il Modernismo che è la somma di tutte le eresie. Il Modernismo ha come nemico principale la realtà dell’Incarnazione, e trasforma il cristianesimo in una religione che nasce dal di dentro dell’uomo, dalla sua psicologia profonda. Invece tutto nasce da un fatto, un fatto fuori dell’uomo che trasforma dentro l’uomo: Dio si è fatto uomo.
Trasforma l’uomo – diventiamo partecipi della sua divinità – ma è un fatto fuori dell’uomo.
E ci trasforma proprio perché non è dentro l’uomo, ma entra nell’uomo con il potere della Grazia di Cristo.
Da qui discende tutto.
Dal fatto che è un fatto - che come ogni fatto è fuori di noi, è difronte a noi - discende tutto il potere  salvifico del Cattolicesimo:
L’Incarnazione è l’antecedente della dottrina della mediazione; essa è l’archetipo del principio sacramentale e dei meriti dei santi. Dalla dottrina della mediazione derivano la salvezza, la Messa, i meriti dei martiri e dei santi, le invocazioni e il culto loro indirizzato. Dal principio sacramentale provengono i sacramenti propriamente detti, l’unità della Chiesa e la Santa Sede (…), l’autorità dei concili; la santità dei riti; la venerazione con cui si circondano i luoghi sacri, le tombe dei santi, le immagini, i mobili, gli ornamenti e i vasi sacri... Bisogna o prendere tutto o rigettare tutto; attenuare non è che indebolire; amputare è mutilare”.
Grande Newman! Bisogna accettare tutto del Cattolicesimo! E tutto, come il fatto dell’Incarnazione, è qualcosa di esterno che entra dentro, per trasformarti dentro.
Il male è proprio qui. Il terribile male che sta sfigurando la Chiesa Cattolica e la vita di una moltitudine di cristiani consiste nell’attenuare questo fatto esterno che, abbracciato, ci salva.
È il male orribile di trasformare il Cristianesimo nella religione delle idee e dei valori; di trasformarlo in un culto tutto interno all’uomo, in una religione psicologica e introspettiva: è la vittoria del Peccato Originale, è la vittoria del Demonio, che vuole chiudere l’uomo in se stesso per poi abbandonarlo alla propria disperazione.
Ma il Cristianesimo è un fatto esterno che nasce dal fatto dell’Incarnazione di Dio.
Il pericolo è di non ricordarlo sempre: bisogna prendere tutto o rigettare tutto... attenuare è indebolire... amputare è mutilare.
Dobbiamo ricordarlo sempre: Cristo ci raggiunge con un fatto esterno a noi.
Per questo non si può salvare nemmeno la Tradizione della Chiesa con le parole, ma aderendo a un fatto.
È aderendo a un luogo esterno, che ti ha riconsegnato la fede di sempre, che si salva la Tradizione.
È stando a quel fatto, stando a un luogo, stando a persone visibili con cui il Signore ti ha riconsegnato ad una fede integralmente cattolica, che tu potrai essere trasformato dentro.
La tentazione è sempre quella di volgersi alle idee, ai valori, alle parole, per rigettare o attenuare il fatto; e attenuarlo è rigettarlo!
Siamo a Natale. Quale domanda faremmo bene a porci? C’è ne una più urgente di tutte:
“Ma io, dove riconosco il fatto di Dio? Dov’è la mia grotta di Betlemme, dove andare ad adorare il  Signore; dov’è la grotta dove Dio nasce?”.
La risposta non può essere vaga, dovrà indicare un luogo concreto, un centro di messa tradizionale concreto, dei volti precisi a cui riferirsi, dei tempi e occasioni stabiliti in cui esserci.
Sì, lo sappiamo, la Chiesa è in crisi; ma tutta la crisi della Chiesa non impedirà ai sinceri di cuore il trovare questi fatti precisi, luogo di salvezza per l’anima stanca. Dio è fedele, e non fa mancare mai il suo soccorso, che è sempre un fatto.
Se ci ostineremo a cercare la salvezza dentro di noi, vorrà dire che siamo già parte dei peggiori modernisti, magari “tradizionali”.
Ma preghiamo che così non sia.
Buon Natale.

mercoledì 7 dicembre 2016

Immagini per meditare su .... S. Ambrogio di Milano

Napoleone Angiolini, S. Ambrogio, 1853, Chiesa parrocchiale di S. Ambrogio, Villanova di Castenaso

Giuseppe Riva, S. Ambrogio, 1896, Bergamo

Luigi Morgari, S. Ambrogio, 1896-97, Piacenza

Giuseppe Stuflesser, S. Ambrogio, 1934, Cuneo

Adolfo Mattielli, S. Ambrogio, 1940-50, Verona

mercoledì 4 maggio 2016

“Mónica, sancti Augustíni duplíciter mater, quia eum et mundo et cælo péperit, maríto mórtuo, quem senectúte conféctum Jesu Christo conciliávit, castam et opéribus misericórdiæ exércitam viduitátem agébat; in assíduis vero ad Deum oratiónibus pro fílio, qui in Manichæórum sectam incíderat, lácrimas effundébat. Quem étiam Mediolánum secúta est; ubi ipsum frequénter hortabátur, ut ad epíscopum Ambrósium se conférret. Quod cum ille fecísset, ejus et públicis conciónibus et privátis collóquiis cathólicæ fídei veritátem edóctus, ab eódem baptizátus est” (Lect. IV – II Noct.) - SANCTÆ MONICÆ, VIDUÆ, MATRIS SANCTI AUGUSTINI

La bella figura della madre di Agostino, tale come ci è descritta nel IX libro delle Confessioni, è ancora viva nella Chiesa e rappresenta uno dei più splendidi modelli di madre cristiana. Non bisogna dunque stupirsi se uno degli amici di Agostino, il console Anicio Basso l’anziano, pose sulla tomba della santa ad Ostia una targa di marmo la cui iscrizione fu ricopiata nelle antiche raccolte e che ricordava i suoi meriti alla posterità. Ecco il testo:

«Versus illustrissimæ memoriæ Bassi exconsule, scripti in tumulo sanctæ memoriæ Municæ matris Sancti Augustini»
HIC • POSVIT • CINERES • GENETRIX • CASTISSIMA • PROLIS
AVGVSTINE • TVIS • ALTERA • LVX • MERITIS
QVI • SERVANS • PACIS • CAELESTIA • IVRA • SACERDOS
COMMISSOS • POPVLOS • MORIBVS • INSTITVIS
GLORIA • VOS • MAIOR • GESTORVM • LAVDE • CORONAT
VIRTVTVM • MATER • FELICIOR • SVBOLIS.

Qui depose le sue ceneri la tua castissima madre,
O Agostino, lei che riflette come un nuovo splendore sui tuoi stessi meriti.
Tu, buon vescovo, assicura tra i popoli i sacri diritti della concordia
E, col tuo esempio, ammaestra quanti ti sono affidati.
Una gloria ben più grande è quella che vi incorona l’uno e l’altro: quella delle vostre opere.
O Madre davvero felice, che lo divenne ancor più per la virtù di un tale figlio!

Monica morì ad Ostia, forse di malaria, nel 387, all’età di cinquantasei anni, e l’ex console Basso compose quest’epitaffio quando Agostino governava ancora la Chiesa d’Ippona in Africa, vale a dire dopo il 395. Il terzo verso si riporta probabilmente alla celebre disputa nella solenne conferenza con i Donatisti tenutasi nel giugno 411.
La morte della Santa giunse in una data imprecisata, ma sicuramente dopo il battesimo del figlio Agostino, del nipote Adeodato e dell’amico Alipio, nella veglia pasquale del 23 aprile 387 (la liturgia ne celebra la festa il 24 aprile). Con il battesimo, Monica non ebbe altri obiettivi terreni: era pronta per il Paradiso! Poteva a ragione anche lei cantare il suo Nunc dimittis.
Il corpo di santa Monica restò ad Ostia sino al 1162; fu allora che un certo Gualtero o Walter o Valtero, priore dei canonici regolari d’Aroasia (Arrouaise), nell’Artois, nel nord della Francia, le rubò furtivamente e le trasportò nel suo monastero. Gli atti di questa traslazione, riportata dai Bollandisti, non sembra autorizzare alcun dubbio; d’altronde, la presenza delle reliquie di santa Monica in quel luogo è assicurata da più di sette secoli da diversi documenti.
Tuttavia alcuni autori ritengono che le cose non siano andate in quel modo (cfr. Alban Butler, Vite dei padri, dei martiri e degli altri principali santi tratte dagli atti originali e da più autentici documenti con note istoriche e critiche, tomo VI, Maggio, Venezia 1824, p. 85; Id., Florilegio di vite de’ Santi con note istoriche e critiche, e recate in Italiano sulla libera versione francese, vol. II, parte I, Monza 1834, p. 74). Il priore Gualtero, infatti, nel suo racconto, incorre in errori marchiani, che fanno dubitare della sua attendibilità, come ad es., il ritenere che trafugasse le ossa di santa Monica, che sarebbe stata chiamata Prima presso i Latini (in realtà, il nome Monica, in greco, significa non Prima, ma Unica o Solitaria) ed inoltre, tra l’altro, che all’epoca il papa Adriano sarebbe morto 1161 (laddove, invece, questi sarebbe morto nel 1159 e gli sarebbe succeduto quello stesso anno Alessandro III). È verosimile pensare, dunque, che il trafugatore, in realtà, abbia portato in Francia le reliquie di una santa Prima e non già quelle di santa Monica, le quali, invece, furono trasportate a Roma il 9 aprile 1430 da papa Martino V, riponendole prima nella chiesa di san Trifone e, quindi, in quella di Sant’Agostino. Tale data è ricordata dal Martirologio romano (così Ludovico Gatto, Le grandi donne del Medioevo, Newton Compton Editori, Roma 2011, passim). Questo papa non mancò di raccontare, in un suo sermone, il trasporto delle reliquie ed i numerosi miracoli verificatisi durante quest’evento per intercessione della santa (cfr. Martinus V, Serm. Ad Frates Augustinienses, De translatione corporis sanctæ Monicæ Ostia Romam, Romæ 1586).
In ogni caso, siccome si ignora, come detto, il giorno del trapasso di santa Monica (forse pochi giorni prima del 13 novembre di quell’anno 387), i canonici d’Aroasia, che celebravano già il 5 maggio la conversione di sant’Agostino, dedicano alla solennità di sua madre il giorno precedente. Da quel monastero, il culto di santa Monica si diffuse in Belgio, in Germania ed in Francia, sebbene la festa del 4 maggio entrasse poco a poco nell’uso liturgico generale, e ciò, potremmo dire, anche in maniera logica, essendo stata la nostra Santa lo strumento del cambiamento del figlio, che gli eremiti di Sant’Agostino celebrano ancor oggi, appunto, il 5 maggio. All’epoca in cui il riconoscimento del culto liturgico da rendere ai santi apparteneva ancora ai vescovi, va ricordato che il IX libro delle Confessioni di sant’Agostino aveva il valore di una bolla di canonizzazione.
La festa di Santa Monica si sviluppò, dunque, nel XV secolo. Fu san Pio V che l’iscrisse nel calendario romano nel 1568 come festa semplice. Clemente IX ne fece una festa semidoppia nel 1669 e Clemente XII la elevò al rango di doppia nel 1730. Con la riforma di Paolo VI, la sua festa fu fissata al 27 agosto, il giorno prima di quella del suo grande figlio vescovo di Ippona, sant’Agostino, morto il 28 agosto 430.
La messa è quella del Comune delle sante Donne, come per la festa di santa Francesca Romana, il 9 marzo. La prima colletta, però, è propria.
L’epistola dal Comune (2 Tim. 5, 3-10) è riservata alle feste delle sante vedove, perché vi si descrivono i loro doveri verso Dio, verso la loro famiglia e verso la comunità cristiana. San Paolo non parla qui tuttavia delle vedove in generale, ma delle diaconesse che precisamente per il loro stato di vedovanza, la loro età avanzata e la loro esperienza di vita, erano di grande aiuto per il clero nella distribuzione delle elemosine, nell’assistenza dei malati, dei poveri e delle giovani. In una parola, esse facevano quello che fanno attualmente un così gran numero di congregazioni religiose, ma esse non vivevano in comune e dovevano essere dell’età di almeno sessant’anni. Quest’ultima esigenza, come anche quella della vedovanza, era imposta per le condizioni morali particolari della società dell’età apostolica. In seguito, quando nacquero le prime compagnie di Vergini, senza che queste costituissero, del resto, delle vere comunità religiose, la Chiesa adottò per esse, in parte, le prescrizioni dell’Apostolo relative alle diaconesse, e san Leone I prescrisse che nessuna fosse ammessa a consacrare solennemente a Dio la sua verginità prima di aver raggiunto i sessant’anni.
Il versetto alleluiatico è tratto dal Sal. 45 (44) e ci ricorda che la vita cristiana è un combattimento; la fede è il nostro scudo, le nostre armi sono le virtù, Dio è la corona e la ricompensa.
Il Vangelo (Lc 7, 11-16), il cui soggetto è la resurrezione del figlio della vedova di Naim, fa allusione alla conversione di Agostino, ottenuta per le lacrime di Monica. Il ritorno di un’anima a Dio è l’effetto della sola grazia; i ragionamenti umani non possono essere di molto aiuto. Bisogna incontrare Gesù, che ordina alle passioni che ci trascinano alla tomba eterna di fermarsi. Per mezzo della calma, l’anima si mette nelle condizioni volute per ascoltare la parola di Dio: Adolescens, tibi dico, surge. A questa parola onnipotente, che opera ciò che esprime, l’anima si sente svegliata dalla sua letargia mortale e ritorna alla vita.

Ambito lombardo, S. Monica, XVIII sec., museo diocesano, Como

Francesco Soderini, Vergine col Bambino che consegna la sacra cintola a S. Agostino e S. Monica, 1703 circa, chiesa di S. Maria di Candeli, Firenze

Pietro Maggi, Apparizione dell'angelo a S. Monica, 1714, chiesa di S. Marco, Milano

Alexandrea Cabanel, S. Monica in un paesaggio, 1845, collezione privata


Ponziano Loverini - Vittorio Bernardi, L'estasi di Ostia dei SS. Monica ed Agostino, 1900, abside, basilica di San Pietro in Ciel d'Oro, Pavia

lunedì 2 maggio 2016

Tre Leoni nel secolo degli ariani

Nella festa di S. Atanasio, che vinse il mondo ariano con la forza della fede e della Verità (cfr. Corrado Gnerre, Quando Atanasio si ritrovò solo in «un mondo ariano». e vinse con la forza della fede e della verità, in Il Timone, 21.4.2016) rilancio volentieri questo contributo. L'articolo è anche riportato da Chiesa e postconcilio.

Tre Leoni nel secolo degli ariani

di Carlo Codega

Tre figure di Vescovi coraggiosi, che hanno lottato fino all’ultimo per custodire intatto il deposito della Fede, si sono susseguiti nel secolo degli ariani; secolo in cui nuovamente e misticamente, il Verbo Incarnato è passato dalla morte alla vita...

«Ingemuit totus orbis et Arianum se esse miratus est» (Il mondo intero gemette sbalordendosi di essere diventato ariano): con queste significative parole san Girolamo descrisse lo stato ecclesiastico della metà del IV secolo quando l’eresia ariana, ben sostenuta dall’Imperatore Costanzo II, sembrava aver ormai abbattuto i difensori della vera Fede, sedotto i deboli e corrotto gli opportunisti. Quella croce gloriosa che, apparendo a Costantino prima della battaglia di Ponte Milvio nel 312, aveva segnato il trionfo di Cristo sull’Impero Romano, passato in pochi anni dalla persecuzione verso i Cristiani al loro pubblico riconoscimento, ora veniva utilizzata, nella sua “apparente” debolezza, da Sacerdoti e Vescovi, ben introdotti alla corte di Costanzo II (figlio del medesimo Costantino) per mostrare l’inferiorità di Gesù rispetto al Padre. Strana parabola della Chiesa in questo secolo emblematico: dalla persecuzione al trionfo, dal trionfo all’autodistruzione per infine celebrare la sua silenziosa “risurrezione”, e tutto nel segno della Croce, «scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani» (1Cor 18,23). È sempre il mistero della Croce di Cristo, Capo mistico, che si prolunga nelle membra mistiche a segnare il corso della Chiesa nella storia.

I nemici di Cristo

Con poche ma significative parole il grande sant’Atanasio seppe descrivere i suoi grandi avversari ariani: “Christomakoi” (nemici di Cristo). Tale giudizio duro e tagliente non è però senza ragione, considerando che sant’Alessandro d’Alessandria, il primo nemico dell’eresiarca Ario, fin dall’inizio denunciò la malvagità di quest’eresia con una lettera ai Vescovi cattolici: «Mettendo in discussione ogni pia ed apostolica dottrina, gli ariani hanno costruito un’officina per far la guerra a Cristo, alla maniera dei giudei, attaccare la divinità del nostro Salvatore e predicare che egli è semplicemente uguale a chiunque altro». Dal punto di vista teorico infatti l’arianesimo non fu altro che una rilettura razionalista della Fede cattolica, incapace di accettare i misteri della Rivelazione (Unità e Trinità di Dio, Incarnazione), per proporre una fede “a portata d’uomo”, una fede in cui Dio ha bisogno di un intermediario, “divino” (in un certo senso) ma non Egli stesso “Dio”, per comunicare con il mondo. Quest’intermediario non è altro che Gesù Cristo, il Logos, il quale ha certo in sé una scintilla del divino ma in alcun modo è Dio: Egli fu generato dal Padre dal nulla, al pari di noi, e vi fu un tempo in cui non era, quindi non è né l’origine assoluta né eterno, e, di conseguenza, non è Dio. I passi della Sacra Scrittura in cui si parla della vera umanità del Cristo vengono poi forzati e utilizzati per asserire in Lui l’assenza della Divinità. 
Tale teoria che subordinava il Figlio al Padre e, soprattutto, gli negava l’essenza divina, trovò però una solenne condanna al Concilio di Nicea (325), convocato dall’Imperatore Costantino: l’Assise fu quasi unanime (solo tre Vescovi rifiutarono di firmare) nel proclamare l’omousia (consustanzialità) del Padre e del Figlio, ovvero il Figlio è Dio tanto quanto il Padre. Contro il baluardo dottrinale di Nicea ben presto gli ariani montarono la loro “officina”, ovvero le arti politiche di alcuni dei loro esponenti, come Eusebio di Nicomedia ed Eusebio di Cesarea, che, ben introdotti alla corte di Costantino, riuscirono a ribaltare “politicamente” la sentenza di Nicea. Costantino, che molto apprezzava gli adulatori, approvò l’azione di questi Vescovi ariani, confermando la deposizione e l’esilio dei Vescovi difensori di Nicea, e lasciò che persuadessero gran parte dell’Episcopato orientale, più preoccupato che convinto, a passare dalla loro parte. Addirittura Eusebio di Nicomedia arrivò a convincere Costantino a riabilitare l’eresiarca Ario: appena arrivato a Costantinopoli, poco prima della pubblica reintegrazione nel Clero, Ario morì però in una pubblica latrina, ancora scomunicato. Una fine immonda per chi aveva sparso la sua immonda dottrina per l’orbe cattolico!

Sant’Atanasio di Alessandria: la forza del leone

In questo contesto inizia la vicenda di sant’Atanasio, già collaboratore e Diacono di sant’Alessandro, partecipe al Concilio di Nicea e, poi, successore del Patriarca di Alessandria nel 328. Se c’è qualcuno che possa, come san Paolo, “vantarsi della sua debolezza” (cf. 2Cor 11,30) nella quale si manifesta la forza di Cristo questi è proprio sant’Atanasio. Anch’egli, come l’Apostolo delle genti, avrebbe potuto elencare le numerose vicissitudini dei trent’anni di tribolazione: cinque volte deposto, due volte portato davanti ai tribunali come malfattore, due volte in esilio lontano dalla patria, una fuga nel deserto per scappare alla morte, una reclusione nella sua casa di campagna, una presso la tomba del padre e, proprio al pari di san Paolo, «oltre a tutto questo, l’assillo quotidiano, la preoccupazione per tutte le Chiese» (cf. 2Cor 11,23-30), per la sua Chiesa a lui fedele, costretta a soffrire insieme a lui. Tempra di leone e cuore di pastore, la fortezza rifulge in tutta la sua vicenda umana quale sua dote eminente: fortezza che lo fece resistere, saldo e incrollabile, durante i difficili trenta anni di persecuzione subiti non tanto dall’Imperatore quanto dai confratelli Vescovi, senza punto perdere confidenza verso quella Chiesa che sentiva come madre, affidando anzi a Dio tutta la sua sorte. «La tempesta passerà e tornerà il sereno», era la sua risposta abituale a chi ne compiangeva le sofferenze. Soprattutto poi quella passione per Gesù Cristo, per la difesa della sua Divinità e della sua Opera redentrice, che lo animava fin nel profondo, fino quasi a renderlo incrollabile, “immortale”, proprio ciò che il suo nome significa (athanatos = privo di morte): «Meglio morire per Dio che tradire la verità», scrisse al Vescovo Osio di Cordova, ortodosso ma, forse, caduto per debolezza.
Le sue traversie iniziarono nel 335 quando la sua intransigente difesa del Concilio di Nicea di fronte al diffondersi dell’arianesimo “cortigiano” e il rifiuto di riaccogliere Ario in comunione, gli costò la prima convocazione, davanti al Concilio di Tiro. Non avendo niente di oggettivo di cui accusarlo, le più svariate imputazioni vennero scagliate contro di lui: violenze contro un Prete, profanazione di un Calice e di un Altare, immoralità con una donna e, addirittura, l’uccisione di un Vescovo scismatico, a cui avrebbe addirittura tagliato un braccio – che i nemici potevano ben esibire – per compiere atti magici. Le scarse prove che si presentavano erano false e tendenziose, il che rendeva abbastanza facile a sant’Atanasio provare la sua innocenza: davanti all’accusa di omicidio, seppe scovare e presentare al Concilio il Vescovo Arsenio e, mostrando l’integrità dei suoi arti, domandò all’insigne Sinodo se «pensasse che l’Onnipotente possa dare ad un uomo più di due braccia»! Nonostante ciò la via per condannare il Patriarca di Alessandria si trovò lo stesso: l’astuto Eusebio di Nicomedia, facendo leva sui sospetti politici di Costantino, fece credere all’Imperatore che sant’Atanasio trattenesse derrate di grano egiziano dirette a Costantinopoli, per affamare la popolazione e spingerla alla ribellione. Conquistato l’animo dell’Imperatore la soluzione fu veloce: sant’Atanasio fu deposto dal Concilio di Tiro ed esiliato da Costantino a Treviri!
Primo dei cinque esili, e prima delle molte sofferenze, in cui a quelle fisiche si sommavano quelle morali: dopo la morte di Costantino (337) – in seguito alla quale poté rientrare ad Alessandria – il secondo esilio fu deciso nuovamente dai Vescovi orientali spinti da Costanzo II, figlio di Costantino e suo successore in Oriente. In questo secondo esilio (339-’42), che lo portò a Roma, almeno ebbe dalla sua parte Papa Giulio, l’Imperatore d’Occidente Costante e tutto l’Episcopato occidentale. Non sarebbe stato così in seguito: dopo la morte di Costante e la riunificazione dell’Impero nelle mani dell’ariano Costanzo (350), ecco che il Patriarca di Alessandria dovette subire anche il terzo esilio, forse il più doloroso. Più doloroso perché il Vescovo nominato al suo posto, l’empio Giorgio di Cappadocia – forse un ex-soldato radiato dall’esercito per immoralità – versò più volte il sangue dei fedeli, che mal accettavano il suo episcopato, mentre il Santo, protetto dal suo Clero, riuscì a scappare e prendere la via del deserto, dove trascorse ben sei anni (356-’62); più doloroso perché l’intero Episcopato occidentale, con solo poche eccezioni, cedette alle pressioni di Costanzo scomunicando il Patriarca; più doloroso ancora perché lo stesso Papa Liberio, estenuato dalle violente lusinghe imperiali, finì pro bono pacis per rifiutare la comunione al Vescovo perseguitato; ancor più doloroso perché i Vescovi occidentali e orientali, nei Sinodi gemelli di Rimini e Seleucia (359), finirono per rifiutare il Concilio di Nicea e proporre una formula dogmatica che, pur senza negarla, occultava la Divinità di Cristo: è proprio questo il momento in cui l’intero mondo sembrava diventato ariano e in cui maggiormente il cuore del Santo soffriva per la sorte della sua amata Chiesa.
Eppure la morte di Costanzo e l’avvento al trono di Giuliano (362) permisero al partito cattolico di risorgere e riconquistare, con la credibilità della Dottrina e la forza dell’esempio, piano piano le diocesi. Gli ultimi due esili del leone di Alessandria – voluti dal pagano Giuliano nel 362 e dall’ariano Valente nel 364 – tutto sommato, furono brevi e non impedirono al Patriarca di esercitare, finalmente dopo trent’anni di difficoltà, il suo ministero pastorale, rischiarando le menti con la sana Dottrina, svegliando le coscienze intorpidite dall’eresia e porgendo la mano anche a coloro che erano caduti per debolezza e ingenuità nella trappola dell’arianesimo. La fortezza di questo leone, a ben vedere, non sta tanto nella forza con cui seppe trionfare quanto nella pazienza con cui seppe attendere e pazientare il trionfo di Cristo, sfruttando sempre le circostanze infelici per fare del bene (a Treviri e a Roma il Santo “importò” il monachesimo egiziano), infatti, come dice il libro dei Proverbi, «l’uomo paziente vale più dell’uomo forte, e chi domina l’animo vale più di un espugnatore di città» (16,32). 

Sant’Ilario di Poitiers: il coraggio del leone

Al leone d’Oriente si affianca il leone di Poitiers, detto anche l’Atanasio d’Occidente: sant’Ilario. Di una generazione successiva, sant’Ilario non vide i primordi dell’arianesimo e gli anni di Costantino ma incominciò a operare e a combattere proprio nei momenti dell’illusorio trionfo dell’arianesimo su tutta la Chiesa, per poi essere tra i primi a cooperare alla ricostruzione del vero Cattolicesimo. Nato nel paganesimo Ilario arrivò al Cristianesimo per una via filosofica: fu in particolare, come narra nelle vibranti pagine del libro I del De Trinitate, il dogma della Santissima Trinità e della consustanzialità del Padre e del Figlio a illuminargli il cammino verso la conversione. Il prologo del Vangelo di san Giovanni aprì il suo intelletto all’accettazione del Cristianesimo: «Lì la mente già trepida e ansiosa ritrova più speranza, di quanto ne avrebbe aspettata. In primo luogo viene imbevuta della cognizione di Dio Padre. E ciò che prima conosceva per ragione dell’eternità, dell’infinità e della natura del suo Creatore, ora lo considera come proprio anche dell’Unigenito di Dio [...]. È poi rarissima la fede in questa conoscenza, ma comporta il massimo premio: poiché “anche i suoi non lo hanno accettato” mentre coloro che lo hanno accettato sono stati elevati a figli di Dio non per una generazione della carne ma della fede». Questo splendido mistero della Trinità che gli aveva dischiuso gli scrigni della Verità, ora veniva distrutto, con particolare attenzione alla Divinità di Cristo, da quest’arrogante setta che, sotto la protezione del potere imperiale, s’imponeva con la violenza anziché con la forza della verità sui Pastori della Chiesa. Lo stesso sant’Ilario, divenuto Vescovo negli anni ’50, dovette assistere al terribile spettacolo del Concilio di Milano del 355, quando i Vescovi occidentali furono costretti dai funzionari imperiali con la violenza a rompere la comunione con sant’Atanasio. Solo san Dionigi di Milano, sant’Eusebio di Vercelli e Lucifero di Cagliari seppero opporsi e pagarono questa loro scelta con la medesima pena del Patriarca di Alessandria, l’esilio, spesso in mezzo a violenze e umiliazioni. Nel 356 lo stesso triste destino sant’Ilario dovette subirlo sulla sua pelle: in un Sinodo convocato ad Arles – da lui chiamato «sinodo dei falsi apostoli» – sotto la presidenza di Saturnino, longa manus dell’Imperatore Costanzo II, egli solo, insieme al Vescovo di Marsiglia, si oppose e fu condannato all’esilio in Asia Minore. Qui, come in tutta la sua vita, diede prova di ciò che poi avrebbe scritto all’Imperatore: «Io sono cattolico e non voglio essere eretico; sono cristiano, e non sono ariano: preferisco morire in questo mondo piuttosto che lasciar corrompere dal dominio d’un uomo la purezza immacolata della verità».
Anziché fiaccarlo o sconfortarlo, l’esilio, colto come un’occasione della Provvidenza, lo accrebbe nella forza e nel coraggio: in Asia Minore, con lo studio dell’arianesimo e dei sottili sofismi che avevano ingannato molti Vescovi e presbiteri in buona fede, svolse una preziosissima opera di avvicinamento tra l’Episcopato occidentale e orientale, che lo portò a scrivere il suo celebre De Trinitate. Soprattutto sant’Ilario fu l’anima della resistenza “nicena” al Concilio di Seleucia (359), coinvolgendo anche gli ariani moderati (i cosiddetti semiariani od omeusiani) contro l’empia eresia anomea (gli ariani più estremi che negavano qualsiasi somiglianza tra Gesù e il Padre). Purtroppo l’Imperatore, avvedutosi dei consensi che stava raccogliendo attorno a sé Ilario anche tra l’Episcopato orientale, trasferì il Concilio a Costantinopoli, perché avesse un esito simile a quello gemello di Rimini (359), dove l’Episcopato occidentale aveva ceduto a firmare una professione di Fede lacunosa, anche se non apertamente eretica. Nonostante la delusione per questa terribile notizia, sant’Ilario non dubitò che, nonostante la debolezza dei Vescovi in Oriente e in Occidente, la Fede cattolica sopravvivesse nei cuori dei fedeli: «Spesso le orecchie dei fedeli sono più pure delle labbra dei pastori», come ebbe a scrivere in quest’occasione. Ciò lo spronò a continuare a lottare con cuore impavido per la retta Fede: trasferitosi a Costantinopoli, in preparazione del Concilio, scrisse più volte all’Imperatore Costanzo perché autorizzasse una pubblica disputa col suo grande accusatore, Saturnino di Arles. Da buon “pastore” ariano, ben più avvezzo alla politica che alla Teologia, questi si guardò bene dall’accettare la sfida, anzi sollecitò il suo patrono imperiale ad una scelta singolare: sant’Ilario venne infatti rimandato in patria, apparentemente come “perdono” ma in realtà per allontanarlo dal Concilio che doveva avere nei piani ariani un esito identico a quello di Rimini. Pur accettando la decisione imperiale, sant’Ilario rispose alla cabala tra Imperatore e ariani con un atto di coraggio, degno di un vero difensore del Verbo Incarnato di fronte all’arroganza dei nemici di Cristo. Nel libello Contra Costantium il Santo sfidò frontalmente l’Imperatore accusandolo di attentare alla Chiesa molto più che gli antichi persecutori pagani Nerone e Decio: «È giunto il tempo di parlare, perché è finito il tempo di tacere. [...]. Oggi dobbiamo combattere contro un persecutore mascherato, contro un nemico che ci lusinga, contro l’Anticristo Costanzo che ha per noi non colpi mortali ma carezze, che non proscrive le sue vittime per dare loro la vera vita, ma le colma di carezze per dar loro la morte, che non dà la libertà delle prigioni oscure, ma una servitù di onori nei propri palazzi, che non lacera i fianchi, ma invade i cuori, che non stacca la testa con la spada, ma uccide l’anima con l’oro, che non pubblica editti per condannare al fuoco, ma accende per ciascuno il fuoco dell’inferno. Non discute, per timore di essere sconfitto, ma lusinga per dominare, confessa Cristo per rinnegarlo, procura una falsa unità perché non vi sia affatto la pace, infierisce contro alcuni errori per meglio distruggere la dottrina di Cristo, onora i Vescovi, perché cessino di essere Vescovi, costruisce chiese, mentre va distruggendo la fede».
L’effimero trionfo ariano dei due Concili gemelli, lasciò spazio, con la morte di Costanzo II (361), alla possibilità di rinascita della Fede cattolica, così come stabilita al Concilio di Nicea. Accettato dai Vescovi francesi, divenne il trascinatore carismatico di questi, favorendo i buoni senza respingere coloro che erano caduti per debolezza più che per malizia. Mentre combatteva a spada tratta con Aussenzio di Milano, celebre Vescovo ariano, egli ricostruì passo dopo passo la cattolicità in Gallia, unendo, come ha detto Benedetto XVI, «la fortezza nella fede alla mansuetudine nei rapporti interpersonali» (Catechesi del 10.10.2007), il tutto esito di una comprensione singolare della Rivelazione e delle Sacre Scritture. Il coraggio di cui diede prova sant’Ilario in tutta la sua vita contro quel “mondo” che sembrava tutto coalizzato contro i veri Cristiani, non fu altro che una risposta fiduciosa a Colui che per primo aveva detto ai suoi Discepoli: «Abbiate coraggio! Io ho vinto il mondo» (Gv 16,33).

Sant’Ambrogio di Milano: una leonessa per curare i cuccioli feriti

Un altro salto generazionale, rimanendo nel mondo occidentale, ci conduce invece all’epoca di sant’Ambrogio di Milano. Con la morte dell’Imperatore Costanzo l’arianesimo perse il suo grande sostegno politico e, di fatto, perse gran parte della sua consistenza, lasciando però una Chiesa lacerata dalla contesa interna e un clero “cortigiano” privo di profondità dottrinale e senza alcuna spinta verso la perfezione, se non immerso nell’immoralità vera e propria. Avendo suscitato ben poche vocazioni autentiche, spesso gli ariani riempivano i ranghi del clero con personaggi discutibili e ambiziosi, più carrieristi che pastori. Il successore di Costanzo II, Giuliano, passato alla storia come l’Apostata per il suo tentativo di far rivivere il paganesimo e annientare “dolcemente” il Cristianesimo, nonostante avesse avuto come precettore un Vescovo ariano, non favorì il partito eretico ma preferì, ambiguamente, permettere il ritorno dei Vescovi cattolici, così da fomentare la discordia interna e indebolire la Chiesa, sua prima nemica. Vero è che la fine del suo breve regno (365) riportò nella pars orientale dell’Impero un fazioso ariano, Valente, che per una decina di anni fece rivivere la politica di Costanzo, anche se con minor efficacia. 
Insomma, l’arianesimo recedeva ovunque, in Occidente più che in Oriente, ma rimanevano ampie sacche di resistenza, soprattutto dove meno giungeva l’influenza del Papa. Una di queste sacche fu Milano, governata dal 355 al 374 dall’ariano Aussenzio, nominato Vescovo dall’Imperatore dopo l’esilio di san Dionigi, che non aveva voluto sottoscrivere la condanna di sant’Atanasio. «Più immorale di un giudeo», secondo sant’Ambrogio, questi nei venti anni di Episcopato provocò la decadenza morale e religiosa della città e del Clero, dove sopravvivevano comunque alcuni buoni Sacerdoti come il dotto san Simpliciano, maestro e successore di sant’Ambrogio. Ambrogio, proveniente da una nobile famiglia romana di funzionari e cresciuto a stretto contatto con la Chiesa di Roma, era asceso a importanti cariche politiche, fino a quella di consolare dell’Italia Occidentale. Nel 374, alla morte di Aussenzio, mentre egli cercava di guidare pacificamente e con equilibrio l’elezione del successore, turbata dai contrasti tra ariani e cattolici, finì per venire egli stesso eletto, nonostante non avesse ancora ricevuto il Battesimo (cosa abbastanza comune allora): un bambino, mentre si discuteva accanitamente, ispirato da Dio, incominciò a gridare “Ambrogio Vescovo”, riscuotendo i plausi e l’accordo di tutta la folla.
Nonostante potesse sembrare l’elezione di un moderato, a metà strada tra Cattolici niceni e ariani, sant’Ambrogio era sicuramente di schietta fede cattolica, tanto è vero che come prima decisione dispose il ritorno delle spoglie mortali di san Dionigi. Il Santo però, da abile “politico”, comprese la difficile situazione, e, sotto la guida di san Simpliciano, adottò, al pari di sant’Atanasio e sant’Ilario, una politica ecclesiastica di pacificazione: più che perseguitare o cacciare i Sacerdoti e fedeli ariani, che costituivano gran parte del suo gregge, tentò di riconquistarne i cuori e d’illuminarne le menti, anche attraverso un solerte programma di moralizzazione, a cui sono dedicati gran parte delle sue prediche e dei suoi commentari biblici. Non che si rifiutasse pavidamente di lottare contro la fazione ariana, ancora fortemente radicata a corte (che era proprio a Milano), come testimonia la celebre disputa delle Basiliche del 386. Nei primi mesi del 386, infatti, il Vescovo ariano Mercurino, che aveva adottato il soprannome di Aussenzio in onore del predecessore di sant’Ambrogio, era stato invitato a Milano dall’Imperatrice madre Giustina (che governava al posto del fanciullo Valentiniano II) per prendere la guida dei fedeli ariani, creando così uno scisma di fatto. La protervia di Giustina arrivò a imporre, attraverso una legge ad hoc, a sant’Ambrogio di cedere a Mercurino la Basilica Porziana (l’odierna San Vittore), col pretesto del fatto che i Cattolici avevano appena costruito una nuova Basilica e che anche gli ariani avessero diritto a celebrare i riti della Settimana Santa in un luogo sacro. Senza volerne sentire ragione, il Santo chiamò a raccolta il popolo cristiano che la notte della Domenica delle Palme si asserragliò nella Basilica Porziana, mentre la guardia imperiale con minacciose torce circondava la Basilica. La pacifica resistenza dei Cattolici milanesi, spronati dal loro Pastore, che in quell’occasione adottò per la prima volta il canto degli inni sacri, per tenere svegli e rincuorare i fedeli nel grande pericolo, ebbe alla fine la meglio sulla superbia di Giustina.
Come dicevamo però l’opera pastorale di sant’Ambrogio non fu tanto una polemica e un’opposizione frontale contro l’arianesimo quanto un tentativo di conquista e di risanamento: come una leonessa non mancò di proteggere con coraggio e forza i suoi cuccioli dalle fiere eretiche ma, allo stesso tempo, da vera madre, curò le loro ferite morali e dottrinali di venti anni di “pastorale” ariana con la sua lingua melliflua, proprio come una leonessa avrebbe fatto verso i cuccioli vulnerati.
La sua predicazione risanatrice poi, come ammettono tutti gli studiosi, fu dominata dalla figura di Cristo, proprio quella che la propaganda pseudo-teologica ariana colpiva a morte. «Omnia est Christus nobis» (Cristo è tutto per noi), questa è la parola d’ordine del Santo Vescovo di Milano, precursore, nell’epoca patristica, di quel sano cristocentrismo che risuona in tutte le sue opere: Cristo, l’Unigenito del Padre, è «il principio della Creazione, il seme di tutto», attraverso cui Dio ha creato tutte le cose; è «l’eterno splendore dell’anima» che è stato mandato dal Padre «per darci la possibilità di contemplare, nella luce del suo volto, le realtà eterne e celesti»; ma soprattutto è il Salvatore di tutti, «la sorgente della vita» tanto che «nel Redentore di tutti non entrava un solo uomo, ma tutto quanto il mondo». Pertanto tutti gli uomini, qualsiasi sia il loro stato e le ferite che indeboliscono la loro anima, devono rivolgersi con fiducia a Cristo: «Se vuoi curare una ferita, egli è medico; se sei riarso dalla febbre, è fontana; se sei oppresso dall’iniquità, è giustizia; se hai bisogno di aiuto, è forza; se temi la morte, è vita; se desideri il cielo, è via; se fuggi le tenebre, è luce; se cerchi cibo, è alimento». L’appello ad accogliere Cristo nei propri cuori che sant’Ambrogio rivolge a tutti i Cristiani è il più bel suggello alla storia di questo secolo, dove nuovamente e misticamente, il Verbo Incarnato è passato dalla morte alla vita, per dare a tutti la vita: «Entri nella tua anima Cristo, abbia dimora nei tuoi pensieri Gesù, per precludere ogni spazio al peccato nella sacra tenda della virtù».