Sante Messe in rito antico in Puglia

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lunedì 6 gennaio 2025

PVBLICATIO FESTORVM A.D. 2025

Adorazione dei magi, disegno dall'altorilievo della Porta Nord (detta Porta della Croce, a Nord), Battistero, di Lorenzo Ghiberti


Novéritis, fratres caríssimi, quod annuénte Dei misericórdia, sicut de Nativitáte Dómini Nostri Jesu Christi gravísi sumus, ita et de Resurrectióne ejúsdem Salvatóris nostri gáudium vobis annuntiámus.

Die décima sexta Februárii erit Domínica in Septuagésima.

Quinta Mártii dies Cínerum, et inítium jejúnii sacratíssimæ Quadragésimæ.

Vigésima Aprílis sanctum Pascha Dómini nostri Jesu Christi cum gáudio celebríbitis.

Vigésima nona Máii erit Ascénsio Dómini nostri Jesu Christi.

Octáva Júnii Festum Pentecóstes.

Décima nona ejúsdem Festum sacratíssimi Córporis Christi.

Trigésima Novémbris Domínica prima Advéntus Dómini nostri Jesu Christi, cui est honor et glória, in sæcula sæculórum. Amen.


Rito romano

Nel rito parigino così come in quello ambrosiano è annunciata semplicemente la data della Pasqua:

Rito parigino

Rito ambrosiano

Fonte: blog Schola Sainte Cécile, 1 jan. 2025

sabato 6 gennaio 2024

Le reliquie dei doni dei Santi Magi. Oro, incenso e mirra, sul Monte Athos

Molti si potrebbero chiedere se esistano reliquie dei doni dei Santi Magi. Ebbene sì. Esistono e si conservano in Grecia, sul Monte Athos. Per informazioni al riguardo, rilanciamo un contributo dell’Avv. Francesco Patruno, che ringraziamo, risalente a ormai due anni fa. Buona lettura.

Reliquie dei doni dei Santi Magi, Monastero di S. Paolo, Monte Athos 







Joseph Georg Witwer, I Santi Re Magi, 1774, Chiesa parrocchiale, Elmen, Tirolo

Le reliquie dei doni dei Santi Magi. Oro, incenso e mirra, sul Monte Athos

di Francesco Patruno

Giovanni Gasparro, Adorazione dei SS. Magi, particolare, 2021, collezione privata

«Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra».

Con queste parole, l’evangelista Matteo ci descrive, nel II capitolo del suo Vangelo, quanto i santi Magi, venuti dal misterioso Oriente, guidati da una stella altrettanto misteriosa, offrirono al santo Bambino, volendone sottolineare, allo stesso tempo, la divinità, la regalità e l’umanità.

Per molti, questi doni avrebbero solo una profonda valenza simbolica e teologica. San Leone Magno, nel suo Primo Sermone nella festa dell’Epifania, così commentava: «Offrono l’incenso a Dio, la mirra all’uomo, l’oro al re, venerando consapevolmente l’unione della natura divina e di quella umana, perché Cristo, pure essendo nelle proprietà delle due nature, non era diviso nella potenza» (qui). Del resto, presso i popoli antichi questi doni erano associati alla divinità (l’incenso, la cui raccolta, non a caso, coincideva proprio con l’inizio del segno solare del Leone), alla regalità (l’oro, costituendo il metallo regale per eccellenza ancora oggi) e l’umanità (la mirra, che era usata anche per le sue proprietà curative ed antisettiche per la cura di ferite, di piaghe e come antidoto per i morsi dei serpenti e degli scorpioni).

Ci si potrebbe interrogare se questi doni siano davvero reali, e non puramente simbolici, e se esistano delle reliquie di questi.

La nostra risposta non può che essere affermativa.

Tra i vari tesori e reliquie conservate sul Monte Athos, in Grecia, vi sono i doni che i Magi d’Oriente offrirono al divino Bambino. Sono conservati, in particolare, con estrema cura – visto il loro valore spirituale incalcolabile – nel tesoro del monastero di San Paolo e sono portate raramente al di fuori dei confini del Monte, ad esempio nel gennaio 2014, in occasione delle festività natalizie ortodosse furono portate in pellegrinaggio, lasciando per la prima volta la Grecia dal XV secolo, a Mosca, San Pietroburgo, Minsk e Kiev (qui e qui).

Come si presentano questi doni? L’oro è in forma di ventotto pezzi di monete accuratamente incise, di varie forme (rettangolari, trapezoidali, poligonali, ecc.) e misurano circa 5×7 centimetri. Ogni moneta ha un designo di arte diversa e complessa.

L’incenso e la mirra, invece, assumono la forma di misture di sessantadue grani grossolanamente sferici e delle dimensioni di una piccola oliva.

Come sono giunti sino a noi?

L’evangelista Luca, nel suo Vangelo, ci informa, per ben due volte, che Maria conservava «tutte queste cose, meditandole nel suo cuore» (Lc 2, 19.51). Letteralmente, la Vulgata non parlava di “cose”, ma di “parole” («Maria autem conservabat omnia verba haec conferens in corde suo. [….] Et mater eius conservabat omnia verba in corde suo»).

Senz’altro la Madre di Dio conservava le parole del Figlio suo, ma anche tutto ciò che riguardava la vita terrena del Signore, tra cui i preziosi doni ricevuti dai Magi. Se oggi veneriamo le reliquie della mangiatoia, delle fasce, ecc., lo dobbiamo principalmente a Maria, che deve averci conservato quei ricordi dell’Infanzia divina del Salvatore.

Orbene, secondo la tradizione orientale e gerosolomitana, prima della sua Dormizione ed Assunzione in Cielo, Maria avrebbe consegnato e affidato alla Chiesa di Gerusalemme le sante Fasce, la Sua Veste, il Suo Velo, la Sacra Cintura, i Doni dei Magi, ecc. Queste rimasero nella Città Santa, attraverso alterne vicende, sino al 400 d.C. A quell’epoca, l’imperatore bizantino Arcadio portò tutte quelle reliquie a Costantinopoli anche allo scopo di accrescere il prestigio della capitale dell’Impero romano d’Oriente. Lì rimasero sino al saccheggio crociato del 1204.

Per sottrarre al sacco di Costantinopoli le reliquie dei Santi Doni, queste, assieme ad altre, furono portate a Nicea, nella Bitinia, divenuta la capitale temporanea dell’impero di Bisanzio (sino al 1261). Qui rimasero per circa sessant’anni. Con la partenza dei crociati e la fine dell’impero latino sotto l’imperatore Michele VIII Paleologo, tutte le reliquie rimaste in Bitinia – compresi i Santi Doni – furono restituite a Costantinopoli e lì rimasero sino alla conquista turca del 1453.

Dopo la conquista turca, la devotissima Mara o Maria Branković, vedova cristiana del sultano Murad II detto il Grande (il quale regnò dal 1421 al 1451) e matrigna di Maometto II il Conquistatore, portò le reliquie dei Santi Doni personalmente al monastero di San Paolo sul Monte Athos. Questo luogo fu scelto perché il padre di Maria Branković, Đurađ Branković, despota di Serbia, aveva costruito il Katholicon, cioè la chiesa principale del monastero (corrispondente alla chiesa conventuale della cristianità occidentale), in onore del santo martire Giorgio. Questo monastero, che si trova nella parte occidentale dell’Athos, è dedicato alla Presentazione di Cristo al Tempio. Esso fu fondato, intorno al 980 d.C., dal santo monaco ed eremita Paolo di Xeropotamou, detto Il Giusto: il monastero sorse sul luogo in cui si era ritirato alla ricerca di un’ascesi più profonda. Il monastero assunse il nome di San Paolo solo dal 1108.

Secondo la tradizione athonita, mentre Maria Branković dal porto del monte Athos si portava al Monastero, la Santa Vergine le avrebbe impedito in modo soprannaturale di raggiungerlo, preservando così il divieto, tuttora vigente, di ingresso per le donne – tranne per la Madre di Dio – alla santa montagna dell’Athos. Compreso ciò, la pia vedova del sultano si rassegnò a consegnare i Santi Doni ai monaci e padri scesi incontro a lei. Sul luogo in cui sarebbe apparsa la Vergine, che avrebbe impedito l’accesso alla montagna, fu in seguito eretta una croce, esistente ancor oggi e chiamata “Croce della Regina”. Ancora oggi si conserva nel monastero di San Paolo il documento ufficiale del sultano con le informazioni circa la consegna avvenuta dei Sacri Doni.

Bisogna dire che da allora queste insigni reliquie sono state sempre conservate nel monastero, nonostante le diverse vicende storiche e le avverse fortune che si susseguirono, come ad esempio l’incendio del monastero nel 1902 e l’alluvione che lo colpì nel 1911. Non sono mai state eseguite, però, analisi che ne confermassero l’autenticità, tramandata essenzialmente per via orale.

Molti i miracoli che si sarebbero verificati dinanzi a questi Sacri Doni. Secondo molti, si sprigionerebbe un fortissimo aroma, talora continuamente e talora occasionalmente.

Tra i tesori del Monastero ci sono, oltre ai doni dei Re Magi, il piede di san Gregorio il Teologo, un pezzo della Vera Croce, vasi e paramenti sacri. La biblioteca del monastero contiene 494 manoscritti e più di dodicimila libri stampati. La comunità oggi è composta da circa trenta monaci.

Fonte: Full of Grace

Fonte: Blog di Aldo Maria Valli, Duc in altum, 6.1.2022

PVBLICATIO FESTORVM A.D. 2024

Adorazione dei magi, disegno da una scultura di Nicola Pisano

Novéritis, fratres caríssimi, quod annuénte Dei misericórdia, sicut de Nativitáte Dómini nostri Jesu Christi gavísi sumus, ita et de Resurrectióne ejúsdem Salvatóris nostri gáudium vobis annuntiámus.

Die vigésima octáva Januárii erit Domínica in Septuagésima.

Décima quarta Februárii dies Cínerum, et inítium jejúnii sacratíssimæ Quadragésimæ.

Trigésima prima Mártii sanctum Pascha Dómini Nostri Jesu Christi cum gáudio celebrábitis.

Nona Maji erit Ascénsio Dómini Nostri Jesu Christi.

Décima nona ejúsdem erit Festum Pentecóstes.

Trigésima ejúsdem Festum sacratíssimi Córporis Christi.

Prima Decémbris Domínica prima Advéntus Dómini Nostri Jesu Christi, cui est honor et glória, in sǽcula sæculórum. Amen.

Rito romano

Nel rito parigino così come in quello ambrosiano è annunciata semplicemente la data della Pasqua:

Rito parigino

Rito ambrosiano



venerdì 6 gennaio 2023

PVBLICATIO FESTORVM A.D. 2023

 

Novéritis, fratres caríssimi, quod annuénte Dei misericórdia, sicut de Nativitáte Dómini Nostri Jesu Christi gravísi sumus, ita et de Resurrectióne ejúsdem Salvatóris nostri gáudium vobis annuntiámus.

Die quinta Februárii erit Domínica in Septuagésima. 

Vigésima secúnda ejúsdem dies Cínerum, et inítium jejúnii sacratíssimæ Quadragésimæ. 

Nona Aprílis sanctum Pascha Dómini nostri Jesu Christi cum gáudio celebríbitis. 

Décima octáva Máii erit Ascénsio Dómini nostri Jesu Christi. 

Vigésima octáva ejúsdem Festum Pentecóstes. 

Octáva Júnii Festum sacratíssimi Córporis Christi. 

Tértia Décembris Domínica prima Advéntus Dómini nostri Jesu Christi, cui est honor et glória, in sæcula sæculórum. Amen.

Rito romano

Nel rito parigino così come in quello ambrosiano è annunciata semplicemente la data della Pasqua:

Rito parigino

Rito ambrosiano

Fonte: blog Schola Sainte Cécile, 6 jan. 2023

lunedì 6 gennaio 2020

L'Epifania in un aforisma di Chesterton. Santa Festa dell'Epifania ai nostri lettori


Fonte: I Tre Sentieri, 5.1.2020






Noveritis 2020


Rito romano

Nel rito parigino così come in quello ambrosiano è annunciata semplicemente la data della Pasqua:

Rito parigino

Rito ambrosiano

PVBLICATIO FESTORVM A.D. 2020

Noveritis, fratres carissimi, quod annuénte Dei misericordia, sicut de Nativitàte Domini nostri Jesu Christi gavisi sumus, ita et de Resurrectiòne ejùsdem Salvatoris nostri gaudium vobis annuntiàmus.

Die nona Febuàrii erit Dominica in Septuagésima.

Vigésima sexta ejùsdem dies Cinerum, et initium ieiunii sacratissimæ Quadragesimæ.

Duodécima aprilis sanctum Pascha Domini nostri Iesu Christi cum gaudio celebrabimus.

Vigésima prima Maji erit Ascensio Domini nostri Iesu Christi.

Trigésima prima ejùsdem Festum Pentecostes.

Undecima Junii Festum sanctissimi Còrporis Christi.

Vigesima nona Novémbris Dominica prima Adventus Domini nostri Iesu Christi, cui est honor et gloria, in sæcula sæculorum.

Amen.




domenica 6 gennaio 2019

Vennero dall’Oriente. Meditazione per l'Epifania

Oggi la Chiesa cattolica latina celebra la festa dell’Epifania del Signore. Nell’Antifona dei secondi vespri di questa giornata, è condensato il senso di questa festa: «Tre prodigi celebriamo in questo giorno santo: oggi la stella ha guidato i magi al presepio, oggi l'acqua è cambiata in vino alle nozze, oggi Cristo è battezzato da Giovanni nel Giordano per la nostra salvezza, alleluia» (v. Il significato e il termine Epifania, in Chiesa e postconcilio, 6.1.2019).
Celebriamo dunque questo triplice mistero e principalmente l’adorazione dei Magi al divino Infante, ricordando con S. Isacco di Ninive o il Siro, che «Il sole ha restituito l’adorazione: mediante i suoi Magi lo ha onorato, mediante i suoi adoratori lo ha adorato» (Inno della Natività. Cfr. Santa Epifania a tutti i nostri lettori, in Riscossa cristiana, 5.1.2019).
Per meditare su questa festa, rilanciamo il seguente contributo. Auguri di Santa Epifania ai nostri lettori.





























 Vennero dall’Oriente

di Paolo Risso

Presso gli orientali era nota l’attesa di un Messia da parte del popolo di Israele, forse perché gli ebrei della prima diaspora, dispersi per la deportazione da parte di assiri e babilonesi, avevano fatto conoscere le loro Scritture. Il compimento di questa attesa desta gioia e sottomissione nei Magi, i quali rappresentano coloro che lasciano le tenebre per giungere all’ammirabile Luce di Cristo.

«Nato Gesù a Betlemme di giudea, al tempo del re Erode, alcuni Magi vennero dall’Oriente a Gerusalemme e domandavano: “Dov’è il re dei giudei che è nato?”» (Mt 2,1-2ss). Così racconta l’evangelista Matteo, scrivendo con assoluta fondatezza storica e biblica. L’adorazione dei Magi a Gesù non è leggenda, non è un “genere letterario”, come si usa dire oggi, non è soltanto “una lettura teologica” della venuta di Gesù. È fatto storico, che con ogni probabilità, direi con certezza, Matteo ha raccolto da Maria Santissima per i suoi due primi capitoli, come Luca farà altrettanto per i suoi primi due capitoli, l’insieme dei “Vangeli dell’infanzia”, dove c’è tutto sul piccolo Gesù, presagio del “grande” Gesù.

Storia non leggenda

«Vennero dall’Oriente». L’Oriente per gli ebrei è la Mesopotamia e, più ancora, la lontana Persia, il cui re Ciro, alcuni secoli prima, aveva permesso agli ebrei deportati a Babilonia, di tornare nella loro terra, la piccola Palestina, crocevia delle genti.
Gli ebrei esuli a Babilonia, avevano diffuso, tra i “gentili” (i pagani), l’idea del loro Dio, purissimo Spirito, uno e unico Creatore e Legislatore dell’umanità, e insieme l’attesa di un suo Inviato, che essi attendevano. Prova ne sia la testimonianza di Tobia, un esule di Israele, molto pio e identitario, che in un suo cantico di lode afferma di far conoscere la gloria del vero Dio in un popolo straniero (cf. Tb 13,2-18). Altro segno è il salmo 136, in cui l’autore narra come nell’esilio a Babilonia, fosse loro chiesto di cantare i cantici di Sion e l’impossibilità di soddisfare la richiesta, poiché le cetre erano state appese, in segno di lutto, alle fronde dei salici!
Presso gli orientali della Mesopotamia e della Persia dunque, era nota l’attesa di un Messia, di un Inviato, di un Re, mai prima visto, da parte di Israele. Attesa nota, perché gli ebrei della prima diaspora, dispersi per la deportazione da parte di assiri e babilonesi, avevano fatto conoscere le loro Scritture, soprattutto tra i dotti, gli studiosi delle “stelle”, del cielo e della terra. Attesa nota, in ogni paese pagano, perché doveva esser pure stata conservata quella “rivelazione primigenia”, che risale a Dio al principio dell’umanità: «Porrò inimicizia tra te [il serpente, il diavolo, la potenza del male], la Donna, tra te e la sua discendenza. Ella ti schiaccerà il capo» (Gen 3,15). Relazione primigenia tradottasi nell’attesa di un Personaggio venuto dal Cielo, da Dio stesso.
«Alcuni Magi vennero dall’Oriente». A Gerusalemme dicono di aver visto il sorgere di una stella, la sua stella, annuncio della venuta di questo Re inedito, Re unico, tutto singolare. Allora sapevano che la sua venuta sarebbe stata preceduta da una stella, che i cieli stessi l’avrebbero fatto sapere, come dice il libro dei Numeri, 24,17. Sicuramente conoscevano qualcosa dell’Atteso da Israele, popolo così piccolo, ma segnato da una letteratura divina, le loro Scritture, con i Patriarchi, i Giudici, i Re, i Profeti, i Sapienti, tutti volti e anelanti a incontrarlo.
Facciamo una lettura fondamentalista della Parola di Dio? Ebbene che sia, sappiamo che quanto stiamo scrivendo, è la lettura che ne fa fondata cultura biblica e soprattutto il Magistero della Chiesa. E pertanto ne abbiamo l’anima in pace.

Cercatori di verità e vita

Alla domanda dei Magi, giunti a Gerusalemme: «Dov’è il re dei Giudei che è nato?», tutta la città sacra del Tempio di Dio, rimase sgomenta, primo tra tutti il re Erode, una reuccio vassallo di Roma, che temeva sempre di perdere il suo potere sul reame, fino al punto di fare assassinare i suoi figli, timoroso che attentassero al suo trono. Augusto, quando lo seppe, dichiarò che preferiva essere un «porco», che figlio di Erode – sottinteso – perché in Israele non si uccidevano né tanto meno si mangiava la carne di maiale!
Erode, dunque, sgomento, Gerusalemme sgomenta, non per la venuta dell’Atteso delle genti, che pure avrebbe dato lustro al loro popolo, ma sgomenti di stupore, di paura, di collera. «Erode, riuniti tutti i sommi sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo dove doveva nascere il Messia. Gli risposero: “A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta”». E gli citano Michea 5,1.
Notate: si radunano Erode, i sommi sacerdoti (quelli in carica e gli “emeriti”) e gli scribi del popolo. Gli stessi che si raduneranno dopo circa trent’anni, per processare Gesù! Quando Erode ha la risposta, dice ai Magi: «Andate a Betlemme, informatevi accuratamente del bambino e quando l’avrete trovato, fatemi sapere, perché anch’io venga ad adorarlo». Ma la sua “cura” era perfidia e scelleratezza, inizio di una congiura contro Gesù, che si illuderà di aver fine mandando Gesù alla croce, ma che continua ancora oggi, dove Gesù è rifiutato, perseguitato e crocifisso, su tutti i calvari della terra.
Pur conoscendo le Scritture, i vaticini dei profeti, riguardo al Re-Messia, nessuno di quei “signori” di Gerusalemme – neppure i sacerdoti – si mosse per andarlo a cercare a Betlemme. Anzi, dicono i Padri della Chiesa, che pure essi congiurarono con Erode nella strage di bambini dai due anni in giù, per eliminarlo.
Per restare unico re, Erode (e i suoi complici) sogna di spegnere la Luce nel sangue. I testimoni “obbligati” della Luce, i sacerdoti e i principi della nazione, non alzeranno la voce, contro l’iniquità. Il popolo sviato da quelli che avrebbero dovuto guidarlo alla verità, continuerà a ostinarsi nell’incuranza e nell’errore, nel rifiuto del suo Re-Messia. Infelice popolo, qualsiasi popolo, che abbandona il suo Dio. Sarà lui stesso abbandonato.
Sono brevi righe quelle di Matteo, capitolo 2, ma contengono una tragedia.
Ma io vado, noi andiamo a Betlemme, al seguito dei Magi e della stella riapparsa. Da quando sono entrati in Giudea, la folla si arresta ad ammirare la loro lunga carovana, i loro costumi pittoreschi, la stella che brilla alla testa del corteo. Ma nessuno comprende il segno di Dio e tutti se ne tornano dimentichi, incuranti, ai loro affari. Solo i Magi vincono l’indifferenza, l’ostilità e camminano, cercatori di verità e vita, al seguito della stella prodigiosa.
Giunti alla casa dove c’è il piccolo Gesù, non si distraggono neppure un istante, provano una grandissima gioia a vedere il Bambino Gesù con Maria sua Madre, che presenta il Figlio di Dio e suo alla loro adorazione. Sottolinea Matteo evangelista: «Essi, i Magi, prostratisi lo adorarono». Lo hanno riconosciuto non solo Re di Israele, ma Re del mondo, anzi Dio, degno Lui solo di adorazione con la faccia a terra. Altrettanto, si può pensare, fanno i loro servi.
È piccolo, Gesù, ma è il loro Re. È il nostro Re. È Lui, Gesù, il Sovrano, il Signore. “È lui che tiene in mano il Regno, la potenza e l’impero”. Sì, il nostro piccolo Re, ma è il Re cui nessuno potrà mai resistere, al quale è destinata la vittoria sul mondo e nell’eternità. I Magi offrono oro, incenso e mirra, e con loro tutti i secoli cristiani salutano e adorano il Capo, la Guida, la Vita nuova dell’umanità rigenerata da Lui.
Il Dio-bambino sorride e benedice i primi nati della sua Chiesa. Non solo l’Israele più umile, quello dei pastori della collina di Betlemme, ma “la gentilità” (i pagani) che comincia ad adorarlo nei suoi membri più illustri, quali erano i Magi, sapienti, forse sacerdoti e re pure loro, comunque guide, notabili dei loro popoli. Riconosciamolo, oggi si rivela il Salvatore – Epifania significa manifestazione –, oggi si innalza sui nostri orizzonti –  sugli orizzonti dei secoli e della storia – la Luce piena, totale, indefettibile, sovrana del piccolo Re, che è il Re dei re.
Felici noi che camminiamo nella sua luce. Felice il nostro tempo se tornerà a Gesù, diversamente è il tempo più infelice e più cupo della storia. Felici noi che crediamo in Gesù, come il Figlio di Dio fatto uomo. Pastori, Magi, i credenti in Gesù a duemila e due decenni dalla sua venuta, abbiamo superato la “gnosi” di una sapienza soltanto umana, per arrenderci a Gesù, oltre il Quale non è possibile andare, come spiega l’apostolo evangelista san Giovanni (cf. 1 Gv 4,2-3; 2 Gv 4-9), pena l’essere fuori dal progetto di Dio, anzi, diventare anti-cristi. A noi, in compagnia di Gesù e di sua Madre, come per i santi Magi, l’assoluta certezza, il completo possesso, la sicurezza della verità assoluta ed eterna.