Sante Messe in rito antico in Puglia

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venerdì 10 aprile 2020

Il sogno di Claudia

In questo Venerdì Santo rilanciamo questo contributo, che si interroga sul sogno misterioso di Claudia Procula. Sul tema, v. S. Mann, What Did Pilate’s Wife See in Her Dream?, in National Catholic Register, April 10, 2017.

Il sogno di Claudia

di Giuliano Zoroddu

Alphonse Franois - Gustave Doré, Il sogno della moglie di Pilato (Le Rêve de la femme de Pilate), 1879, The National Gallery of Victoria, Melbourne

Suor Agnes Berchman, The Vision of Pontius Pilate’s Wife, 1920 circa

Charles Camille Chazal, Il sogno della moglie di Pilato, XIX sec.

San Matteo nel suo racconto della Passione ci riferisce di una moglie premurosa che si cura del buon operato del marito:

“Mentre intanto egli se ne stava seduto in tribunale, sua moglie gli mandò a dire: Non aver nulla da fare con quel giusto, perché oggi in sogno ho dovuto soffrire tante ansie per via di lui!” (XXVII, 19)

Come tutti avrete capito il marito è Pilato e la moglie è quella che la tradizione ha chiamato Claudia Procula.
Su questa donna non sappiamo molto e a tal lacuna sopperirono nel corso dei secoli i vangeli apocrifi, specialmente quello detto “di Nicodemo”, che ce la presenta come donna virtuosa e pia. Al di là della fantasiosità più che evidente di queste testi tardi rispetto ai Vangeli canonici, valga la notazione di Cornelio a Lapide nel suo Commento a Matteo: “Quod licet apocryphum, multa tamen vera probaque continet“.
I Padri della Chiesa e gli esegeti si concentrarono prevalentemente sul sogno. Sebbene alcuni, come San Bernardo e Rabano Mauro, vollero vederci un tentativo del Diavolo di impedire la Morte salvifica del Redentore; la più antica tradizione ecclesiastica – autori del calibro di Origene, Sant’Ilario, Sant’Ambrogio, Sant’Agostino, San Giovanni Crisostomo – tuttavia non ha dubbi sull’origine divina del sogno.
Dio volle far conoscere a questa donna, proselite giudaica, qualcosa su quel Giusto che suo marito stava processando su istanza dei Giudei: ciò fu fatto per giustificazione di lei e perché suo ministero fosse in qualche modo dato inizio alla predicazione del Cristo ai Romani, onde san Girolamo definì quel sogno “fidei Gentilis populi praesagium“.
Non fu certo un praesagium felice per Pilato. Scettico come risultato dallo stesso Vangelo – Quid est veritas? –, il praefectus Iudaeae era sicuramente molto attento agli arcani segni, ai sogni, alle premonizioni: era un tradizione romana e come dice Ricciotti “sapeva benissimo che Giulio Cesare avrebbe evitato le 23 pugnalate delle fatali Idi di marzo se avesse dato retta alla mogli Calpurnia che lo aveva pregato di non recarsi quel giorno nella Curia, perché essa nella notte precedente lo aveva visto in sogno trafitto da molte ferite“. Un buon incentivo ad adoperarsi per l’assoluzione del Nazzareno.
Ma che ne fu di questa donna dopo i fatti narrati? Priva di fondamento la teoria della sua presenza in seno alla Chiesa Romana basata sulla identificazione di Claudia Procula con la Claudia che San Paolo (che alla moglie di Pilato per certi apocrifi amministrò il battesimo) menziona alla fine della Seconda Lettera a Timoteo. Certamente abbracciò la fede cristiana e la applicò nella sua vita: i Greci e gli Etiopi la venerano come Santa.
La sua figura è stata in tempi recenti presentata al grande pubblico dal Mel Gibson nel suo a tutti noto The Passion of the Christ. Nel film Claudia, interpretata da Claudia Gerini, non è un personaggio del tutto defilato (così ce lo presenta San Matteo del resto): al contrario fa pressione sul marito – “sanctus est!” gli dice – e compatisce i dolori di Gesù e di Maria tanto da donare alla Vergine dei panni di lino finissimo. Particolari che fanno parte delle visioni dell’estatica tedesca Caterina Emmerich, cui però si può dare fede meramente umana.
Quasi nulla quindi sappiamo di questa pia mulier; quasi nulla a parte quell’unum necessarium: l’aver pubblicamente attestata l’innocenza del processato Redentore al cospetto della superba Roma e della infedele Gerusalemme.

Fonte: Radiospada, 10.4.2020

domenica 27 ottobre 2019

Due aforismi nella Festa di Cristo Re dell'Universo

Mentre a Roma si divertono e dilettono a giocare con le divinità pagane, i cattolici celebrano la festa di Cristo Re dell'Universo







Fonte: G. Zoroddu (a cura di), La festa di Cristo Re (del Card. Schuster), in Radiospada, 27.10.2019;
“Te sæculorum Principem”. L’inno della Regalità Sociale di Cristo, ivi, 26.10.2019
Nostro Signore Gesù Cristo Re: Re delle anime e Re della società civile, in Sardinia Tridentina, 29.10.2017.

venerdì 19 aprile 2019

L’anello di Pilato, l’uomo che crocefisse il Re dei Giudei

In questo Venerdì Santo, vogliamo rilanciare una scoperta, che risale allo scorso autunno: l’anello di Ponzio Pilato. Forse, quello stesso anello con il quale il prefetto di Giudea aveva “firmato” la condanna a morte di Gesù. Per la verità, l’anello era stato scoperto, quasi un cinquantennio fa, nei pressi di Betlemme, all’Herodium. Tuttavia, solo l’anno scorso ne è stata decifrata la scritta, identificando così il suo proprietario: Pilato, appunto.
La notizia ha avuto ampio risalto sulla stampa: Amanda Borschel-Dan, 2,000-year-old ‘Pilate’ ring just might have belonged to notorious Jesus judge, in The Time of Israel, Nov. 29, 2018; World Israel News Staff, Pontius Pilate’s ring discovered from site near Bethlehem, in WIN News, Nov. 29, 2018; Palko Karasz, Pontius Pilate’s Name Is Found on 2,000-Year-Old Ring, in The New York Times, Nov. 30, 2018; Nick Squires, Bronze ring found in ancient fortress near Bethlehem may have belonged to Pontius Pilate, in The Telegraph, Nov. 30, 2018; Nir Hasson, Ring of Roman Governor Pontius Pilate Who Crucified Jesus Found in Herodion Site in West Bank, in Haaretz, Dec. 2, 2018; Robert Cargill, Was Pontius Pilate’s Ring Discovered at Herodium?, in Biblical Archeology Society, Dec. 4, 2018; Dorothy Cummings McLean, Archaeologists uncover ring bearing seal of Roman governor who ordered Jesus’ death, in Lifesitenews, Dec. 13, 2018; G. W. Thielman, Archaeologists Discover Pontius Pilate Reference On Ancient Ring, in The Federalist, Dec. 26, 2018; Mezzo secolo dopo la scoperta decifrato il nome del prefetto romano, in L’Osservatore Romano, 29.11.2018; Paolo Rodari, Israele, ritrovato l’anello di Ponzio Pilato, in La Repubblica, 30.11.2018; Andrea Tornielli, Pilato, a 57 anni dalla scoperta della lapide ritrovato un anello col suo nome, in La Stampa, 1.12.2018; Franca Giansoldati, L’anello di Ponzio Pilato trovato a Betlemme: il nome decifrato grazie a una tecnica fotografica, in Il Messaggero, 1.12.2018; Christophe Lafontaine, L’enigma di un antico anello: appartenne a Pilato?, in Terra Santa.net, 1.12.2018; Scoperto l’anello di Ponzio Pilato, un’altra prova della storicità del prefetto dei Vangeli, in Chiesa e postconcilio, 4.12.2018.
L’odierna ricorrenza, dunque, ci sembra quantomeno opportuna per rilanciare questo contributo.

Antonio Ciseri, Ecce homo, 1880 circa, Museo Cantonale d'Arte, Lugano



L’anello di Pilato, l’uomo che crocefisse il Re dei Giudei

La scritta impressa su un anello di bronzo con sigillo, rinvenuto circa 50 anni fa durante degli scavi archeologici presso il sito dell’Herodion, a pochi chilometri da Betlemme, è stata recentemente decifrata dagli studiosi, che vi hanno identificato un nome significativo: Pilato.


La scritta impressa su un anello di bronzo con sigillo, rinvenuto circa 50 anni fa durante degli scavi archeologici presso il sito dell’Herodion, a pochi chilometri da Betlemme, è stata recentemente decifrata dagli studiosi, che vi hanno identificato un nome significativo: Pilato. L’anello era stato ritrovato, insieme a migliaia di altri reperti risalenti al I secolo, grazie agli scavi guidati nel 1968-69 dal professor Gideon Foerster dell’Università Ebraica di Gerusalemme, eseguiti in vista dell’apertura dell’Herodion ai visitatori. L’Herodion è la collina su cui Erode il Grande fece costruire un palazzo-fortezza sul finire del I secolo a.C. che venne poi distrutto dai Romani intorno al 71 d.C., a seguito della prima guerra giudaica.

L’attuale squadra che lavora presso il sito archeologico, guidata da Roi Porath, anch’egli dell’Università Ebraica, è riuscita a discernere, dopo aver accuratamente pulito l’anello e grazie all’uso di una speciale fotocamera messa a disposizione dai laboratori dell’Autorità israeliana per le Antichità, il nome in greco impresso sull’anello e formato dalle lettere «ΠΙΛΑΤΟ», equivalenti appunto a «Pilato». I dettagli della ricerca sono stati pubblicati in un articolo sull’Israel Exploration Journal (vol. 68/2). La scritta circonda l’immagine di quel che sembra un recipiente per il vino. Dopo la decifrazione del nome i ricercatori lo hanno collegato al Ponzio Pilato di cui parlano tutti e quattro i Vangeli, dove è menzionato come il governatore della Giudea che acconsentì, pur riluttante, alla crocifissione di Gesù. Un nome che noi cristiani ripetiamo ogni volta che pronunciamo il Credo, ricordando che Nostro Signore patì «sotto Ponzio Pilato».

Oltre che dai quattro evangelisti, Pilato è menzionato negli scritti di altri autori a lui contemporanei, cioè lo storico d’origine ebraica Flavio Giuseppe (ca 37-100) e l’erudito Filone d’Alessandria (ca 20 a.C.-45 d.C.), nonché in un brano di Tacito (ca 55-120) risalente al 116 circa. La storia ce lo indica come il quinto governatore della Giudea romana, che resse tra il 26 e il 36. Non si conoscono altri personaggi dell’epoca aventi il suo stesso nome, che come ha spiegato il professor Danny Schwartz era più che una rarità in Israele: «Non conosco nessun altro Pilato del periodo e l’anello mostra che era una persona di levatura e ricchezza», ha detto Schwartz, citato dal quotidiano israeliano Haaretz.

Per gli studiosi, inoltre, un anello di questo tipo rivela lo status dei membri della cavalleria romana del tempo, cui lo stesso Pilato apparteneva. Il suo nome era stato ritrovato dal professor Foerster negli anni Sessanta anche su una pietra dell’Herodion, che dopo la morte di Erode continuò a servire come base dei funzionari romani ed è dunque verosimile che anche Pilato se ne servì come una sorta di quartier generale. Tornando all’anello con sigillo, i ricercatori ritengono che possa essere stato usato da Pilato nel suo lavoro quotidiano e, dunque, potrebbe averlo avuto al dito quando diede il suo via libera, preceduto dal gesto di lavarsi le mani, alla crocifissione di Gesù. Poco prima, riferisce san Giovanni Evangelista, il governatore romano aveva avuto il famoso dialogo con Gesù, che gli disse di essere venuto nel mondo «per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce». E Pilato aveva poi chiesto: «Che cos’è la verità?» (Quid est veritas? Curiosamente, questa frase latina anagrammata contiene già in sé la risposta…).


NON SOLO INRI. PILATO E LA SCRITTA SULLA CROCE

Questa interessante ricerca contemporanea ci dà lo spunto per ricordare un altro fatto che riguarda Pilato e Gesù, relativamente poco noto, specie se considerato nella sua portata più ampia e rivelatrice. È risaputo che sopra la santa Croce il politico romano aveva fatto porre l’iscrizione - il cosiddetto titulus crucis - recante il motivo della condanna di Cristo: Iesus Nazarenus [1] Rex Iudaeorum(«Gesù nazareno, il re dei Giudei»), le cui iniziali ci restituiscono la celebre sigla INRI. L’iscrizione, tuttavia, non era solo in latino. San Giovanni Evangelista, autore del quarto e ultimo Vangelo, ci informa infatti che la scritta era in ebraico, latino e greco. Un dettaglio irrilevante? Non proprio. Per capire perché facciamo un passo indietro nella Scrittura.

Nella teofania del roveto ardente, narrata nel libro dell’Esodo, Dio si rivela a Mosè ordinandogli di tornare in Egitto per liberare il suo popolo, Israele. Quando Mosè, domandosi in che modo gli Israeliti avrebbero mai potuto dargli retta, chiede a Dio di manifestargli il suo Nome, si sente rispondere: «Io Sono colui che Sono!». E poi: «Dirai agli Israeliti: Io-Sono mi ha mandato a voi» (Es 3,14). Il sacro tetragramma corrispondente al Nome divino, che molti ebrei non osano pronunciare e rendono con il termine Adonai (Signore), è YHWH. Torniamo al racconto evangelico. Nel pieno della sua attività pubblica, mentre rivela la sua consostanzialità al Padre, Gesù fa una profezia a quei Giudei che stentano a riconoscerlo: «Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora conoscerete che Io Sono» (Gv 8,28), dove l’innalzamento indica la sua crocifissione. Ma in che modo questa profezia si lega al titulus crucis?

Sempre Giovanni, nello stesso brano in cui ci informa della scritta eseguita in tre lingue, riferisce che «molti Giudei lessero questa iscrizione, perché il luogo dove Gesù fu crocifisso era vicino alla città». Da lì i capi dei sacerdoti dei Giudei protestarono con Pilato: «Non scrivere: Il re dei Giudei, ma: Costui ha detto: Io sono il re dei Giudei». Certo, si può pensare che già da sola l’espressione re dei Giudei desse fastidio a chi non aveva accettato Gesù Cristo, ma c’è molto di più: ricordiamo che - quando Nostro Signore fu condotto davanti al sinedrio - il sommo sacerdote si stracciò le vesti, accusandolo di bestemmia, solo dopo che Gesù aveva confermato di essere il Figlio di Dio. Era questa infatti la vera inconcepibile «colpa» di Gesù per i suoi carnefici, essere uomo ma «farsi» Dio.

In definitiva: sappiamo della scritta in latino, ma com’era resa in ebraico? Lo scrittore Henri Tisot (1937-2011) si è rivolto a diversi rabbini per sapere quale fosse l’esatta trascrizione in ebraico di «Gesù nazareno, re dei Giudei» e ha scoperto che le lettere corrispondenti dovevano essere «שוע הנוצרי ומלך היהודים», le quali - traslitterate, vocalizzate e tenendo presente la lettura da destra verso sinistra - ci danno come risultato: Yeshua Hanotsri Wemelek Hayehudim. Le iniziali non sono altro che il tetragramma sacro: YHWH. Cioè il Nome di Dio rivelante l’Essere eterno e perfetto: Io-Sono. La profezia di Gesù era compiuta.

I Giudei che protestarono con Pilato si videro quindi improvvisamente davanti agli occhi - nel modo più impensabile - la Verità incarnata, il Dio fatto uomo, che avevano rifiutato e messo in croce. Ecco perché si rivela in tutto il suo significato l’iscrizione composta da Pilato e con essa la replica del governatore, ancora riferita da san Giovanni Evangelista, di fronte alla richiesta di quei Giudei: «Quel che ho scritto ho scritto» (Gv 19,22). Come una sentenza, un sigillo che ci ricorda Chi è quel Bambino che festeggiamo a Natale e venuto in mezzo a noi per offrirci la salvezza.

[1] “Nazarinus”, secondo il frammento di tavoletta custodito a Roma nella basilica di Santa Croce in Gerusalemme e che corrisponderebbe alla forma corretta del latino nel I secolo.

venerdì 14 aprile 2017

"Il suo sangue ricada su noi e sui nostri figli!" in un aforisma dell'abate Ricciotti


Cfr. Il testo delle preghiere da recitare il Venerdì Santo, in Radiospada, 1.4.2015

Le preghiere del Venerdì Santo per gli scismatici (opposte al bergoglismo), ivi, 30.11.2014

Prepararsi al Venerdì Santo. Colore nero, niente S. Messa, niente campane, preghiere per la conversione di idolatri, ebrei, eretici, pagani e altri, ivi, 17.4.2014

venerdì 25 marzo 2016

Il luogo del processo di Gesù dinanzi a Pilato

È stato scoperto il luogo dove Gesù fu processato da Pilato?
A questo interrogativo nel dicembre 2014, forse, si è data una risposta, venendo resa nota la scoperta dei resti del palazzo di Erode, nel quale Gesù fu processato da Pilato. La notizia è stata diffusa in Italia ed all’estero nei primi giorni del 2015 (cfr. Gerusalemme, gli archeologi scoprono il luogo del processo a Gesù, in La Stampa, 5.1.2015; Ivan Francese, Scoperto il palazzo di Erode: qui venne processato Gesù?, in Il Giornale, 5.1.2015; F.Q., “Gesù fu processato qui?”. Per gli archeologi Usa trovato il palazzo di Erode, in Il Fatto quotidiano, 5.1.2015; Mario Iannacone, Il luogo del processo a Gesù: nuove ipotesi, in Avvenire, 6.1.2015. Cfr. anche Site of Jesus’ trial unearthed? Archaeologists believe they have found remains of Herod’s palace in Jerusalem, under former Turkish prison near Tower of David Museum, in The Columbian, Jan. 9th 2015; Ruth Eglash, Archaeologists find possible site of Jesus’s trial in Jerusalem, in The Washington Post, Jan 4th, 2015; Robin Ngo, Tour Showcases Remains of Herod’s Jerusalem Palace—Possible Site of the Trial of Jesus, in Bible History Daily, Oct. 12, 2015).

«Questo è il luogo dove Gesù è stato processato»

di Chiara Rizzo

Da pochi giorni sono visitabili i resti del palazzo di Erode a Gerusalemme. Intervista all’archeologo statunitense Shimon Gibson, che ci spiega cosa spinge gli studiosi a ritenerlo il luogo del processo a Cristo
Da neanche una settimana nella città vecchia di Gerusalemme, accanto alla porta di Giaffa, sono visibili al pubblico per la prima volta i resti del palazzo di Erode il Grande, scoperti nel 2000 durante gli scavi alla Torre di David. Avvolto per anni nel mistero, quel palazzo (costruito nel 25 a.C.) sarebbe stato occupato all’epoca in cui visse Gesù dal procuratore romano a Gerusalemme Ponzio Pilato, e proprio qui Cristo potrebbe essere stato processato e condannato alla crocifissione. Ne è convinto per esempio l’archeologo statunitense Shimon Gibson, da anni impegnato a Gerusalemme in diversi scavi: «Mancano le iscrizioni che confermino con certezza cosa sia successo in quel luogo, ma tutti gli indizi, archeologici, storici ed evangelici, fanno pensare che fosse proprio questo il luogo del processo a Gesù», dice. Gibson, docente di Archeologia all’Università del North Carolina e capo del dipartimento archeologico dell’Università della Terra Santa, racconta a tempi.it il lungo lavoro con cui ha unito uno per uno, in quindici anni, i tasselli della ricerca storica fino a convincersi che il palazzo di Erode «sia il luogo dove Gesù è stato processato».

Lei ha svolto un’ampia indagine, incrociando testi evangelici e di storici. Quali indizi l’hanno convinta?
Tito Flavio Giuseppe (37-100 d.C.), uno storico romano di origine ebraica, nel 70 d.C. scriveva: «Pilato, dopo aver sentito che costui (Gesù) era accusato dagli uomini di più alto rango, lo aveva condannato». Il più celebre Tacito, intorno al 115 d.C., cioè 80 anni circa dopo la morte di Cristo conferma: «Cristo era stato condannato alla pena di morte durante il regno di Tiberio, per sentenza del procuratore Ponzio Pilato, e la rovinosa superstizione (il cristianesimo, ndr) fu momentaneamente soffocata». Passiamo alla descrizione nei documenti dei luoghi di questa condanna. Anzitutto sappiamo, da tutti i Vangeli, che dopo l’arresto al Getsmani Gesù fu portato nella casa del sacerdote Caifa per essere interrogato. Nel vangelo di Giovanni (18; 15-19) si apprende che «lo condussero prima da Anna: egli era infatti suocero di Caifa, che era sommo sacerdote quell’anno». L’esatta locazione della casa di Caifa non è nota: tuttavia, la tarda tradizione bizantina l’ha collocata nella zona occidentale della città, proprio non lontano dai resti del palazzo abitato dall’allora governatore romano. Il vangelo di Marco non dice molto sul luogo in cui si tenne il processo, se non che la folla «accorse» da Pilato, «mentre egli sedeva in tribunale» (Mc, 15; 8). Matteo aggiunge però che Pilato «sedeva sul suo scranno in tribunale», in greco il “bema”. È un primo indizio. Lo scranno di Pilato potrebbe essere della stessa specie di quello usato dal figlio di Erode il Grande, il tetrarca Filippo, descritto dallo storico romano Flavio Giuseppe che raccontava si trovasse nel palazzo di Erode: «Il trono su cui sedeva quando emetteva giudizi lo seguiva ovunque egli andasse».

Una cartina elaborata dal professor Gibson
mostra sull’angolo a sinistra l’area del palazzo di Erode,
comprendente un 
praetorium.
Con i trattini viene indicato il
probabile percorso della via verso il Golgota

Passiamo al secondo indizio.
Nel Vangelo di Marco si ha l’impressione che il processo a Gesù si sia tenuto in un’area all’aperto, dato che leggiamo: «Allora i soldati lo condussero dentro il cortile, cioè nel pretorio, e convocarono tutta la corte» (Mc 15; 16). La stessa impressione si ha nel testo di Matteo: «Allora i soldati condussero Gesù nel pretorio, e radunarono attorno tutta la coorte» (Mt 27; 27). Alcuni studiosi hanno in passato ritenuto che il pretorium fosse un edificio interno. Ma una coorte romana in media raggruppava 600 soldati e sarebbe servito un luogo più ampio, aperto. In effetti, secondo Flavio Giuseppe il palazzo di Erode aveva un’area residenziale verso nord, protetta da tre alte torri (i resti di una delle quali sono oggi stati recuperati) e da un muro di difesa, con un largo e meraviglioso giardino, e un accampamento militare, cioè proprio un “praetorium”. Accanto al palazzo sono stati ritrovati i resti di una porta, che io ritengo essere quella “degli Esseni”: una porta che avrebbe rappresentato una via d’accesso speciale per il re Erode, poi per il Governatore, e per i soldati e accanto alla quale sono stati ritrovati i resti di un’ampia corte dove potrebbe essersi radunata la folla all’epoca del processo. Il palazzo consisteva di due ali gemelle, cioè due palazzi squadrati. Le zone di servizio, come le cucine o i magazzini, si trovavano a nord del palazzo nell’area attualmente occupata dalla corte della cittadella e corrispondono con i resti visibili oggi. Il palazzo era elevato proprio su un imponente piattaforma, parte della quale ora è stata scoperta con gli scavi archeologici sotto il Giardino Armeno. Si tratta di un terzo importante indizio.

Perché?
I governatori romani, nei territori controllati, dispensavano la giustizia in un’arena pubblica, come una corte, o una piazza adiacente il praetorium, con uno scranno del giudice posto su una piattaforma rialzata, cui si accedeva da una scalinata. È questo che in latino viene definito “tribunale”, con la stessa parola usata nei vangeli. Il palazzo di Erode calzerebbe perfettamente a questa descrizione del tribunale, ma anche a quella evangelica. Il vangelo di Giovanni offre infatti ulteriori informazioni sul luogo in cui si è tenuto il processo: «Allora condussero Gesù dalla casa di Caifa nel pretorio. Era l’alba ed essi (i sacerdoti, ndr) non vollero entrare per non contaminarsi. Uscì dunque Pilato verso loro»; «Pilato allora rientrò nel pretorio» (Gv 18; 28-29). Ci suggerisce che il processo ebbe luogo in uno spazio aperto dove si trovava la folla dei Giudei infiammata, con Pilato che interrogava Gesù all’interno del palazzo, al piano del pretorio, dove Cristo fu anche flagellato. Poi Giovanni aggiunge: «Pilato fece condurre fuori Gesù e sedette nel tribunale (in greco “bema”, cioè lo scranno), nel luogo chiamato Litòstroto, in ebraico Gabbatà». Gabbatà, secondo lo storico Flavio Giuseppe, in aramaico significava “luogo elevato”, ed è così che egli descriveva il tribunale usato dai romani proprio in una parte del palazzo di Erode. Uno strato di roccia su una parte del sito corrisponde esattamente al luogo elevato descritto come tribunale dallo storico e dall’evangelista Giovanni. Litòstroto in greco significa invece pavimento lastricato di pietre. Il luogo scoperto oggi contiene proprio una corte interna pavimentata in pietre. In effetti il palazzo sarebbe stato il luogo ideale per condurre un processo pubblico, seppur sommario, perché l’accampamento militare o “praetorium” e le tre torri consentivano ai romani di monitorare la folla accalorata radunata nella vicina corte. Molto probabilmente Gesù fu caricato della croce nel praetorium accanto al palazzo, e da lì condotto verso la Porta Gennath o del Giardino, da cui fu fatto salire al Golgota.

Tuttavia nella via crucis attuale, sin dal medioevo si considera come tribunale il luogo chiamato “Fortezza Antonia”. Perché secondo lei non sarebbe quello giusto?
È molto difficile che fosse quello dal momento che serviva principalmente come torre di osservazione militare. Si affacciava sul Monte Tempio, l’attuale spianata delle moschee, e i soldati potevano da lì tenere sempre d’occhio la folla dei fedeli, per evitare insurrezioni o proteste. La torre era sì elevata, ma era troppo stretta per servire da residenza del governatore e da quartier generale dei soldati. Della struttura non è sopravvissuto quasi nulla se non la base in roccia, che ho misurato personalmente: 90 metri per 40, contro i 140 metri per 140 del palazzo di Erode che hanno convinto maggiormente la quasi unanimità degli archeologi.

Fonte: Tempi, 12.1.2015

giovedì 24 marzo 2016

Perché fu ucciso Gesù?




Rino Cammilleri, dopo essersi soffermato sulle gravi irregolarità del processo di Gesù (v. qui e qui), si sofferma oggi su interrogativo ancora attuale: perché fu ucciso il Divin Maestro? (v. anche qui per una risposta teologica).

Perché fu ucciso Gesù?

di Rino Camilleri

Amara ironia: ma sì, dormite pure; tanto, eccoli qui quelli che vi sveglieranno. I poveri Apostoli avevano bevuto le quattro coppe di vino rituali e forse qualche altra, e non erano neanche abituati a fare le ore piccole. Gesù, per farli scappare, dicendo solo il suo nome (Jahwè: «Io sono»), sbatte a terra la coorte venuta ad arrestarlo. Non è vero che Pietro poi lo rinnega, non è un vile: è il solo che ha tirato fuori la spada e l’ha data in testa al capobranco Malco.

Segue Gesù per vedere se può essergli d’aiuto in qualche modo. Ma una schiava pettegola e intrigante, per arruffianarsi il padrone, fa di tutto per incastrarlo. Lui nega di essere discepolo del Nazareno perché finirebbe preso, inutilmente, anche lui. Lo sguardo di Gesù gli ricorda la profezia e scappa fuori a piangere, ma per la disperazione e l’impotenza: non ci capisce più niente; il suo Maestro fa miracoli e profezie, però si è fatto arrestare senza opporre resistenza. Pietro non sa più che fare, si perde nella notte.

Il processo-farsa, in totale dispregio della rigorose procedure previste dalla Legge, serve solo a spedire Gesù da Pilato con questa accusa: non vogliamo che costui venga a regnare su di noi perché non abbiamo altro re che Cesare, e se non lo crocifiggi platealmente andremo a dirlo a Tiberio, il quale, sapendoti protetto dal traditore Seiano, non aspetta altro per destituirti. Ora, chi conosce la storia sa che quello era, per Israele, il tempo dell’arrivo del Messia, secondo la profezia delle «settanta settimane» di Daniele. E vari Messia spuntavano qua e là, prima e dopo Gesù, regolarmente repressi dai Romani.

Uno, addirittura, (Bar Kokhba) sarà ufficialmente riconosciuto dal Sinedrio e sarà il disastro finale. Invece, Gesù è l’unico per il quale i sinedriti imbastiscono un complotto teso non solo a ucciderlo, ma a farlo giustiziare dai Romani. Perché? Uno potrebbe dire: ma come, con tutti i miracoli che faceva? Ma è proprio il più strepitoso, la resurrezione di Lazzaro, che determina il Sinedrio a chiudere la questione una buona volta. E subito. Gesù è stato acclamato nella Domenica delle Palme mentre a Gerusalemme c’erano almeno un milione di ebrei venuti da ogni dove per la Pasqua.

E i Romani, a ogni Pasqua, facevano affluire truppe in città perché il fervore religioso della festa principale portava sovente a insurrezioni. Quel sedicente Messia aveva un seguito strabocchevole e già altre volte non era stato possibile arrestarlo. Questa è la volta buona, perché Giuda si è messo a disposizione. Gesù lo sa e ricorre a una complicata manovra per non far sapere a Giuda l’indirizzo dell’Ultima Cena prima che sia stata istituita l’Eucarestia («vi verrà incontro un uomo che porta una brocca d’acqua, seguitelo», dice a due discepoli, malgrado sia Giuda quello incaricato della cassa comune).

I Romani si erano riservati la pena di morte, sì, ma solo ufficialmente: in pratica, i sinedriti potevano far lapidare chi volevano (come l’episodio evangelico dell’adultera trascinata davanti a Gesù dimostra).

Solo che il Nazareno doveva essere giustiziato da loro, e in modo ben visibile. Perché? Perché con i suoi miracoli si era procurato, sì, un grandissimo seguito, ma non era l’Atteso che li avrebbe liberati dall’occupazione dei pagani («date a Cesare quel che è di Cesare») e procurato a Israele il dominio mondiale, sennò i sinedriti sarebbero stati primi a sostenerlo. Per giunta, faceva apposta a non rispettare il sabato e le miriadi di prescrizioni rituali, non mancando di additare la classe dirigente al disprezzo del popolo. Un falso Messia ma di vastissima popolarità: i Romani avrebbero distrutto la nazione e il Tempio. Era lo stesso dilemma di Giuda, che perciò aveva cercato di forzare gli eventi costringendo Gesù a chiarire la sua posizione davanti alla massima autorità religiosa e politica, il Sinedrio.

Solo quando si rese conto di essere stato usato come esca per un piano già scritto capì che l’avevano fregato. E, anziché scusarsi con Gesù, si suicidò. I sinedriti, furbi fabbricanti di pentole senza coperchi, vollero Cesare come re e Cesare distrusse davvero la loro nazione e il Tempio. Gesù, invece, rese davvero Gerusalemme il centro del mondo, davvero trionfò sui Romani e davvero divenne il Re di tutte le nazioni. 

Fonte: La nuova bussola quotidiana, 24.3.2016

martedì 22 marzo 2016

LA PASSIONE DI CRISTO – Secondo il Vangelo di Luca (quarto episodio)

(Cliccare sull'immagine per il video)

Nikolay Kornilovich Bodarevsky, Gesù dinanzi a Pilato, Chiesa della Resurrezione (del Sangue Versato), San Pietroburgo

Henry Coller, Cristo dinanzi a Pilato, XX sec.,collezione privata


Ignazio Jacometti, Ecce Homo, XIX sec., atrio, Scala Santa, Roma


Corrado Giaquinto, Flagellazione di Gesù, XVII sec.

venerdì 27 marzo 2015