domenica 12 aprile 2020
A conclusione del Santo Giorno di Pasqua, il canto del Magnificat
Auguri pasquali .... alle falangi del Divino Risorto
Nel porgere i nostri auguri pasquali di Resurrezione per questa Pasqua 2020, ci piace farli ricordando un celebre messaggio augurale del venerabile pontefice Pio XII, traendoli da una bella iniziativa di Radiospada, la quale riproporrà durante l'Ottava i messaggi augurali di quel grande Papa.
Le falangi del
Risorto’. Il radiomessaggio di Pio XII per la Pasqua del 1952
“Abbiate memoria dei vostri prelati, i quali vi
annunziarono la parola di Dio”. Prendendo spunto da questo invito fatto da
San Paolo agli Ebrei, riproponiamo per l’Ottava di Pasqua alcuni radiomessaggi
pasquali di Pio XII, utilissimi per contemplare il glorioso mistero della
Resurrezione del Signore ed applicarlo con frutto alle nostre vite.
MESSAGGIO URBI ET ORBI
DI SUA SANTITÀ PIO XII
Domenica, 13 aprile 1952
Romani! Ospiti pasquali della Città eterna! Diletti figli e figlie di tutto il mondo! Ancora una volta, giubilante e trionfante, è risonato sulla terra l’annunzio dell’Angelo della Pasqua, che invita le anime alla santa letizia: Surrexit! Gesù è risorto! Alleluia!
Fedeli cristiani, voi avete ben ragione di esultare, celebrando il radioso giorno della Risurrezione: in esso, Gesù ritornò alla vita; in esso la sua divina missione, che agli occhi dei pavidi sembra offuscarsi nell’ora della Passione, rifulse di con fermato splendore. Egli resterà l’eterno dominatore della morte, l’eterno possessore della vita. Ieri, oggi, nei secoli, come nella prima Pasqua, Cristo è vivo e vincitore.
Ma la vita indistruttibile di Cristo si comunica al suo Corpo mistico. Perciò vi diciamo: Vivete, vivete, diletti figli. Voi avete già tante ansie per assicurare il sostentamento della vostra vita materiale; voi lavorate o cercate lavoro, perchè non manchi il pane e una conveniente dimora ai vostri cari; giusta e doverosa sollecitudine! Ma — aggiungeremo con le parole stesse di Gesù, il divino Maestro dell’eroismo — «che giova all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde l’anima sua? Ovvero, che può dar l’uomo in cambio della sua anima?» (Matth. 16-26). Ora l’anima non può vivere senza respirare, non può vivere senza nutrirsi; e il respiro dell’anima è la preghiera, il suo nutrimento è l’Eucaristia.
Tuttavia non basterebbe che voi stessi foste risoluti a vivere sempre più intensamente, se rimaneste insensibili a che altri muoia intorno a voi. Perciò Noi ameremmo che, in questa piazza, da migliaia e migliaia di cuori si levasse come un grido solenne: «vogliamo far vivere anche i nostri fratelli: ovunque incontreremo la morte, vogliamo arrecare la vita!» Noi ameremmo che sorgessero immense falangi di apostoli, simili a quelli che la Chiesa conobbe ai suoi albori. Parlino i sacerdoti dai pulpiti, per le vie e per le piazze, ovunque è un’anima da salvare; e accanto ai sacerdoti, parlino i laici, che hanno appreso a penetrare con la parola e con l’aurore le menti e i cuori. Si, penetrate, portatori di vita, in ogni luogo, nelle fabbriche, nelle officine, nei campi, ovunque Cristo ha diritto di entrare. Offritevi, riconoscetevi fra voi, nei diversi centri del lavoro, nelle medesime case, uniti tutti, strettamente, in un solo pensiero e in una sola brama. E poi aprite grandi le braccia ad accogliere quanti verranno a voi, ansiosi di una parola soccorritrice e rasserenatrice in quest’atmosfera di tenebra e di sconforto. Contro gl’industriali del peccato mettetevi all’opera voi, edificatori della casa di Dio! In tal guisa la vittoria della fede, della virtù e dell’amore, che auspichiamo nel più vasto e compiuto significato, accrescerà in voi la letizia cristiana, estenderà salutarmente i suoi frutti anche al monda ignaro o dimentico di Cristo, stabilendo e assicurando quella pace, per la quale incessantemente leviamo le Nostre suppliche.
O Gesù risorto, gloriosamente vivo nella Tua umanità, Ti rendiamo grazie per il dono di vita che con la Tua risurrezione hai comunicato alle nostre anime e alla tua Chiesa. Fa’ che questi Tuoi figli, qui devotamente adunati, con indefessa perseveranza l’alimentino in sé, rimanendo a Te uniti, praticando i Tuoi precetti. Concedi che la luce pasquale della Tua grazia rischiari la via che deve ricondurre gli animi smarriti e randagi alla casa del Padre Tuo. Risolleva a virtù coloro, che portano il Tuo nome, ma sono immemori di ciò che esso esige; apri al Tuo lume e al Tuo amore le menti e i cuori di quanti prestano orecchio alle voci del dubbio, della negazione, della opposizione al Tuo messaggio salvifico, o che si lasciano sedurre dai vani e ingannevoli allettamenti terreni. Rinnova la letizia della Tua Chiesa, e asciuga le lacrime dei suoi membri sofferenti, addolorati, angustiati, perseguitati per la verità e la giustizia. E trovi eco sincera in tutti gli uomini il saluto che Tu, risorto, rivolgevi ai discepoli: Pax vobis! La pace sia con voi. Cosi sia.
Fonte: Radiospada,
12.4.2020
venerdì 10 aprile 2020
La “Sinagoga bendata”
Abbiamo già parlato
sul nostro blog delle conferme talmudiche circa la divinità e messianicità di
Cristo e che solo con il suo Sacrificio venne la Redenzione (v. qui). Ora, in questo Venerdì
santo, rilanciamo quest’ulteriore contributo in tema.
![]() |
| Giovanni Gasparro, Arma Christi, cimasa per l'altare della Pietà, Basilica di S. Giuseppe Artigiano, 2011, L'Aquila |
La
“Sinagoga bendata”
di
Carlo Codega
Pochi
sanno quanto accadde, a partire dall’anno della morte di Cristo, nel Tempio di
Gerusalemme lungo i 40 anni che precedettero la sua distruzione. Dopo il
Sacrificio del Golgota, i sacrifici di culto antichi perdono valore. Si
avverano le parole di Cristo alla samaritana: «Viene l’ora — ed è questa — in
cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità» (Gv 4, 23).
Non è raro trovare
all’interno delle grandi cattedrali medievali l’immagine di due donne – l’una a
fianco dell’altra oppure contrapposte – raffigurate con caratteristiche
antitetiche: una giovane donna avvenente e in piena salute, con in testa una
corona e in mano un calice e, talvolta, uno scettro, spesso a cavallo di un
destriero. Dall’altra parte una donna malridotta e cenciosa, talora a cavallo
di un asino o sdraiata a terra, ma la cui caratteristica più particolare è
quella di essere bendata. Se nella prima donna si deve scorgere la Chiesa, con
il potere conferitogli da Cristo (lo scettro) e i Sacramenti di cui è
dispensatrice (il calice), la seconda è senza dubbio la “Sinagoga bendata”. Con
ciò gli artisti tentavano di riprodurre il complesso ma chiaro rapporto
esistente tra il “resto d’Israele”, la Chiesa, e ciò che rimaneva di
quell’Israele etnico o religioso, che ostinatamente si rifiutava di vedere in
Cristo il Messia promesso. Questa “Sinagoga bendata” è quel giudaismo rabbinico
che è, certo, in continuità con molti aspetti della rivelazione dell’Antico
Testamento e dell’ebraismo classico, ma anche innovatore e profondo
modificatore di questo.
Tra
Antico e Nuovo Testamento
Dobbiamo prima di tutto
cogliere bene questa prospettiva, la quale non sembra molto chiara al giorno
d’oggi, ma che dovrebbe essere patrimonio saldo di chi si professa realmente
cristiano. La prospettiva che c’interessa non è primariamente quella storica
dove può anche darsi – ma la cosa è da dimostrarsi storicamente – che si possa
ammettere che la Chiesa Cattolica e il Cristianesimo siano assimilabili a un
movimento deviato dell’ebraismo veterotestamentario, a un rampollo fuoriuscito
da un ramo che, d’altronde e nonostante ciò, continua la sua crescita nella
stessa direzione. Da una prospettiva teologica dobbiamo invece ammettere che
l’Antico Testamento si compie in Gesù Cristo, il quale non è un qualsiasi
predicatore, ma il Messia promesso, il Figlio di Dio venuto per salvare il suo
popolo, adempiere le profezie e dare compimento alle promesse. In altre parole
il tronco dell’ebraismo veterotestamentario non continua al di fuori di Cristo,
ma germoglia e fiorisce in Cristo, mentre gli altri rami se ne distaccano e,
così, perdono il contatto con la linfa e periscono. Oppure, secondo il
linguaggio di san Paolo, dobbiamo dire che l’unico modo per salvare quella
pianta vetusta ma ammalata dell’ebraismo fosse quello di innestare sulla radice
dell’ebraismo veterotestamentario i rampolli nuovi provenienti dalle “genti” –
cioè dai non ebrei convertiti al Cristianesimo – affinché la pianta
sopravvivesse, nonostante gli altri rami per la loro infedeltà dovettero essere
recisi (cf. Rm 11,16-21). Tutto ciò appunto per rappresentare tramite immagini
naturalistiche una verità teologica che dobbiamo avere per certa: Cristo è
venuto a compiere le promesse di Dio date al popolo d’Israele e ha trasfuso una
nuova vita – la vita divina della grazia – facendo sì che leggi e cerimonie,
che fino ad allora vigevano come immagini, si compissero come realtà nella sua
persona e nella Chiesa da Lui fondata, in quanto prolungamento “mistico” della
sua persona.
Al contempo ciò comportò
l’abbandono del particolarismo etnico in favore dell’universalismo, già
adombrato nei grandi profeti come Isaia: non è più dunque questione di essere
figli di Abramo secondo il sangue ma secondo lo spirito e la fede, perché la
salvezza non è promessa solo ai discendenti di Abramo secondo la carne ma a
tutti gli uomini della terra. In ciò il particolarismo etnico – cioè il fatto
che Dio avesse scelto un popolo tra tanti e lo avesse segregato dagli altri –
va visto come una disposizione transitoria in una determinata fase storica, per
la quale la sapienza divina riteneva necessaria questa separazione, sapendo che
un eccessivo contatto con altri popoli politeisti e pagani avrebbe messo a
rischio l’alleanza siglata con Lui.
Dall’ebraismo
veterotestamentario al giudaismo rabbinico
In questo processo di passaggio dalla promessa all’adempimento, dal culto
secondo la carne a quello «secondo spirito e verità» (Gv 4,23), dal
particolarismo etnico di Israele all’universalismo salvifico e spirituale, dal
“tipo” e “figura” delle leggi e delle cerimonie ebraiche alla verità di quelle
cristiane, evidentemente qualcosa si oppose a una piena adesione di tutto il
popolo d’Israele alla rivelazione definitiva di Cristo, così che la Chiesa
Cattolica rimase “il resto d’Israele”: «Così al presente c’è un resto, conforme
a un’elezione per grazia» (Rm 11,5). Non è qui importante determinare cioè se
il passaggio da ebraismo a cristianesimo coinvolgesse o meno la maggioranza
degli ebrei etnici, ma importante è sottolineare che questo “resto” – al pari
di quel resto dei tempi dell’esilio babilonese (Is 11,11-16; 46,3; Mic 2,12;
Ger passim) – è quello destinato a portare avanti l’alleanza con Dio. Al
di là di questo resto, invece, vale quanto perentoriamente scritto da san
Paolo: «Che dire dunque? Israele non ha ottenuto quello che cercava; lo hanno
ottenuto invece gli eletti; gli altri sono stati induriti» (Rm 11,7-8).
“Induriti”, bendati o ciechi... in qualsiasi modo si voglia definire, ci si
trova davanti al rifiuto del Rivelatore definitivo, all’indifferenza di fronte
al Messia e Salvatore promesso, all’uccisione del Figlio di Dio stesso,
conformemente a quanto preannunciato da Gesù stesso nella parabola dei
vignaioli omicidi (Mt 12,1-12).
Ciò che ci interessa qui
però è come avvenne questo rifiuto. Normalmente si dice che in effetti il
giudaismo rabbinico, che continua la linea dei farisei, sia una conseguenza degli
eventi del 70 d.C.: in quell’anno infatti, come già preannunciato da Gesù («Non
rimarrà pietra su pietra», Lc 21,6) il Tempio venne distrutto e con esso finì
anche il culto veterotestamentario. La diaspora poi seguita a questo, alla
successiva ribellione ebraica di Simone Bar Kochba (135 d.C.) e alla violenta
repressione romana, comportò anche la fine della linea sacerdotale ebraica,
che, come è noto, era ereditaria. Dunque, l’ebraismo che non aveva aderito al
Cristianesimo, si trovava nel II secolo senza possibilità di culto – il quale
era lecito solo nel Tempio di Gerusalemme, distrutto e soppiantato da un tempio
pagano – e senza sacerdoti... si trovava dunque a doversi riorganizzare fuori
dalla Terra Promessa, nella diaspora, e senza un successore della monarchia
davidica: in questa situazione era impossibile una vera continuità con
l’ebraismo veterotestamentario. Prevalse dunque la linea farisaica che
d’altronde non era mai stata troppo legata al sacerdozio e al culto, in
prevalenza prerogativa degli avversari sadducei, e questa era proprio
rappresentata dai “rabbini”, i dotti studiosi della Legge. Ora questi
rimanevano gli unici rappresentanti ufficiali delle comunità e gli unici in
grado di dirimere le questioni legali, soprattutto quelle nuove, legate alla
convivenza con stranieri in terra straniera. Inoltre spettò ad essi introdurre
un nuovo culto non più legato a Gerusalemme e non più basato su sacrifici –
dato che erano possibili solo nel Tempio – ma che, modellato sul culto del
periodo dell’esilio, si basava su preghiera orale e spiegazione della Scrittura
e della Legge all’interno delle sinagoghe. A una religione del culto del Tempio
si sostituiva una religione della Legge.
La
Sinagoga bendata e la nuova religione rabbinica
Proprio dopo la distruzione
del Tempio infatti l’influente scuola farisaico-rabbinica di Jabna (oggi Yavne)
prese il sopravvento all’interno delle varie fazioni ebraiche, incapaci di
spiegare ciò che era successo nel 70 d.C., con la distruzione del Tempio da
parte dell’imperatore Tito. Anche se si discute circa il presunto “Concilio di
Jabna” – che avrebbe fissato il canone ebraico dei libri veterotestamentari –
ciò che certamente avvenne fu la redazione da parte delle scuole rabbiniche
della diaspora della Legge orale. Secondo i farisei e i rabbini infatti Dio
sull’Oreb non avrebbe consegnato a Mosè solo la Torah, la legge scritta del
Pentateuco, ma avrebbe anche rivelato una “Legge orale”, che oralmente era
stata trasmessa e di cui gli ultimi depositari erano proprio i rabbini, che in
questo momento (tra I e II secolo) la misero per iscritto. Siamo agli albori di
quel processo che porterà nei secoli successivi (III-V secolo) alla redazione
del Talmud, nelle sue due versioni babilonese e gerosolimitana.
Ma perché abbiamo deviato
il discorso sui rabbini e la redazione della Legge orale e del Talmud? Perché
proprio qui – secondo alcuni studi recenti – si potrebbero trovare degli indizi
che dimostrerebbero ancor più quanto la “Sinagoga” si sia dimostrata “bendata”,
anzi ancor più cieca e indurita di fronte alla verità del Cristianesimo e come
– almeno per quanto riguarda i capi – si sia trovata di fronte a
un’alternativa: accettare il Cristianesimo come compimento dell’Antico
Testamento, oppure costruire una nuova religione solo apparentemente legata
alla rivelazione veterotestamentaria, ma in realtà privata proprio di ciò che
era il fulcro e il nucleo di quella: i sacrifici nel Tempio di Gerusalemme.
Certo per il giudaismo tutto ciò non è del tutto abbandonato, ma rimandato a un’aspettativa
futura quando verrà riconquistata la Terra Promessa, ricostruito il Tempio e
ritrovata la linea sacerdotale. Tuttavia ciò che si vuole dire è comunque che
nel Talmud ci sarebbe la testimonianza di come, ancor prima della distruzione
del Tempio di Gerusalemme da parte di Tito (70 d.C.), Dio avrebbe dato
abbondantemente prova di come fosse venuta meno la necessità del culto del
Tempio, non perché Dio non volesse più sacrifici e atti di culto, ma perché i
sacrifici dell’Antico Testamento si erano ormai compiuti nell’unico e vero
Sacrificio: il Sacrificio di Cristo sulla Croce, l’unico veramente degno di
Dio.
Gesù stesso infatti nel
suo magistero pubblico aveva più volte fatto capire come il centro e il fulcro
non fosse più il tempio ma la sua persona, segnalando – davanti alla sorpresa
di chi non poteva ancora capire – come il vero “Tempio”, cioè il suo corpo, Lui
lo avrebbe ricostruito in tre giorni, con chiara allusione cioè alla sua
Risurrezione. Dio avrebbe cercato quindi di far capire questo ai rappresentanti
dell’ebraismo di allora, attraverso quattro miracoli di cui il Talmud dà
testimonianza, ma che purtroppo non sono stati ascoltati dagli orecchi induriti
né visti dagli occhi bendati di coloro che avevano messo a morte Gesù.
1°
segno: la sorte sinistra
Si legge nel Talmud
babilonese: «I nostri rabbini insegnarono: Nel corso degli ultimi quaranta anni
prima della distruzione del Tempio il sorteggio [“per il Signore”] non venne su
con la mano destra, né il cinturino color cremisi divenne bianco, e la lampada
occidentale non ha più brillato di lucentezza, e le porte del Hekel [Tempio]
si sarebbero aperte da sole» (Soncino versione, Yoma 39b).
Sostanzialmente la stessa cosa è riportata nella versione del Talmud di
Gerusalemme, ma questi passaggi risultano oscuri per chi non abbia pratica con
il culto veterotestamentario.
Il primo di questi quattro eventi straordinari verificatisi dal 30 al 70 dopo Cristo – cioè precisamente dalla morte e risurrezione di Gesù alla distruzione del Tempio per mano dei romani – riguarda una delle principali festività ebraiche, lo Yom Kippur (giorno dell’espiazione). In questo giorno si ricordava il peccato di Israele ai piedi del Sinai, e la successiva espiazione operata tramite penitenza e digiuno, al termine del quale Mosè scese dal monte con le tavole della Legge. Era un giorno importantissimo nella ritualità ebraica, in quanto era l’unico giorno in cui il Sommo Sacerdote poteva pronunciare il nome sacro di Jahvè ed entrava nel Sancta Sanctorum, la parte più sacra del Tempio, per compiere un rito espiatorio in nome di tutto il popolo. Prima di tutto però doveva compiere un altro rito, che consisteva in un’estrazione a sorte: gli venivano portati due capri, sui quali doveva gettare la sorte, perché uno sarebbe stato il capro espiatorio e l’altro, il secondo, il capro emissario, che doveva essere “caricato” dei peccati di Israele e portato nel deserto a dodici chilometri da Gerusalemme. Ben più importante era però il primo capro, quello espiatorio, perché veniva sacrificato sull’altare degli olocausti e poi con il suo sangue il Sommo Sacerdote aspergeva il Sancta Sanctorum. L’evento straordinario e luttuoso riferito dal Talmud riguarda proprio l’estrazione: questa avveniva tramite due sassi, uno nero e uno bianco. Ora per 40 anni avvenne che il sacerdote estrasse sempre il sasso nero (cioè la “mano sinistra”), il che fu considerato evento infausto, perché durante il sacerdozio del grande sacerdote Simone il Giusto si verificò esattamente il contrario, e questo era stato considerato un segno dell’accettazione da parte di Dio del rito espiatorio, e quindi del perdono dei peccati del popolo.
Il primo di questi quattro eventi straordinari verificatisi dal 30 al 70 dopo Cristo – cioè precisamente dalla morte e risurrezione di Gesù alla distruzione del Tempio per mano dei romani – riguarda una delle principali festività ebraiche, lo Yom Kippur (giorno dell’espiazione). In questo giorno si ricordava il peccato di Israele ai piedi del Sinai, e la successiva espiazione operata tramite penitenza e digiuno, al termine del quale Mosè scese dal monte con le tavole della Legge. Era un giorno importantissimo nella ritualità ebraica, in quanto era l’unico giorno in cui il Sommo Sacerdote poteva pronunciare il nome sacro di Jahvè ed entrava nel Sancta Sanctorum, la parte più sacra del Tempio, per compiere un rito espiatorio in nome di tutto il popolo. Prima di tutto però doveva compiere un altro rito, che consisteva in un’estrazione a sorte: gli venivano portati due capri, sui quali doveva gettare la sorte, perché uno sarebbe stato il capro espiatorio e l’altro, il secondo, il capro emissario, che doveva essere “caricato” dei peccati di Israele e portato nel deserto a dodici chilometri da Gerusalemme. Ben più importante era però il primo capro, quello espiatorio, perché veniva sacrificato sull’altare degli olocausti e poi con il suo sangue il Sommo Sacerdote aspergeva il Sancta Sanctorum. L’evento straordinario e luttuoso riferito dal Talmud riguarda proprio l’estrazione: questa avveniva tramite due sassi, uno nero e uno bianco. Ora per 40 anni avvenne che il sacerdote estrasse sempre il sasso nero (cioè la “mano sinistra”), il che fu considerato evento infausto, perché durante il sacerdozio del grande sacerdote Simone il Giusto si verificò esattamente il contrario, e questo era stato considerato un segno dell’accettazione da parte di Dio del rito espiatorio, e quindi del perdono dei peccati del popolo.
2°
segno: il cinturino cremisi non diventa bianco
La seconda delle
indicazioni dateci dal Talmud però spiega meglio la prima: essa si riferisce
sempre al rito espiatorio dello Yom Kippur, seppure relativamente a un rituale
non ricordato dalla Bibbia (in particolare assente dal cerimoniale in Lev 16)
ma ampiamente presente negli altri testi ebraici. Sul secondo capro – quello su
cui il sacerdote imponeva le mani per scaricare i peccati del popolo e che poi
veniva mandato nel deserto – si appendeva una striscia color rosso cremisi che,
prima del rito espiatorio di aspersione del sangue dell’altro capro, veniva
rimossa e legata alla porta del Tempio. Ciò che generalmente si produceva era
che il panno cremisi diveniva, dopo il rito espiatorio nel Sancta Sanctorum,
bianco come la neve, ricordando così le parole di Isaia («Se i vostri peccati
fossero come lo scarlatto [cremisi], diventeranno bianchi come la neve, anche
se fossero rossi come porpora, diventeranno [bianchi] come lana», Is 1,18). Ora
il significato di questo rito, che comportava l’intervento miracoloso di Jahvè,
è chiaro: quel panno che da rosso diveniva bianco, era il segno dell’accettazione
da parte di Dio della richiesta di perdono da parte del popolo, oltre che
dell’effettiva purificazione di esso. Ora tale miracoloso effetto non sempre si
produceva, ma per 40 anni dopo la morte di Gesù mai si produsse. Non è
difficile intuirne il significato, e la Lettera agli Ebrei viene
in nostro soccorso. Al capitolo 9 rammenta il rito dello Yom Kippur, ma
sottolinea come esso sia stato superato dal Sommo Sacerdote della Nuova
Alleanza, Cristo: «Non con sangue di capri e di vitelli, ma con il proprio
sangue entrò una volta per sempre nel santuario, procurandoci così una
redenzione eterna. Infatti, se il sangue dei capri e dei vitelli sparsi su
quelli che sono contaminati, li santificano, purificandoli nella carne, quanto
più il sangue di Cristo, che con uno Spirito eterno offrì se stesso senza
macchia a Dio, purificherà la nostra coscienza dalle opere morte, per servire
il Dio vivente?» (Eb 9,12-14). È evidente dunque quello che avvenne: il rito
dello Yom Kippur era solo una figura di ciò che doveva avvenire con il
Sacrificio di Cristo sulla croce. Gesù, vero Agnello innocente e senza macchia,
ricondusse a sé il rito di espiazione allo stesso tempo caricandosi dei peccati
del popolo – come il capro emissario – e lavando con il suo Sangue i peccati
degli uomini. Dopo un tale Sacrificio, che procurò una «redenzione eterna», il
rito di purificazione dello Yom Kippur perse qualsiasi valore anche se,
purtroppo, non tutti gli ebrei lo capirono.
3°
segno: la lampada occidentale si spegne
Come è noto la Menorah
del Tempio – la tipica lampada ebraica – aveva sette braccia, ma le lampade non
rimanevano sempre accese secondo il cerimoniale: le 2 lampade orientali
rimanevano accese di giorno ma non di notte, mentre le 4 centrali venivano
accese al tramonto e lo rimanevano fino all’alba. Queste comunque dovevano
essere accese dalla fiamma della lampada più importante, quella occidentale,
che in effetti era perenne: essa segnalava la presenza di Dio nel Tempio di
Gerusalemme, e quindi proprio in mezzo al suo popolo. Un suo eventuale
spegnimento era considerato una sciagura, e per questo i leviti erano
incaricati di vegliare perché fosse sempre ben rifornita di olio e una
negligenza in ciò era considerata un peccato gravissimo.
Ora cosa avvenne tutte
le notti a partire dall’anno 30 all’anno 70 d.C.? Per tutte le notti di
quaranta anni di fila la lampada occidentale si spegneva spontaneamente,
segnalando così che Dio aveva definitivamente lasciato quel luogo. Il Tempio
aveva sostituito la Tenda dell’incontro in cui negli anni di cammino nel
deserto risiedeva la Shekinah, la Presenza divina che accompagnava
il suo popolo. Il Tempio di Gerusalemme così non era più il luogo della
Divinità, non era più la dimora di Dio tra gli uomini. Ciò perché – come
segnala sempre la Lettera agli Ebrei – dall’Incarnazione di
Cristo vi è “una tenda più grande e più perfetta, non costruita da mano di
uomo”: è Cristo stesso, in quanto Dio incarnato, a rappresentare la presenza
più perfetta di Dio tra gli uomini. Ed è la sua permanenza sacramentale
nell’Eucaristia ad assicurare questa presenza sostanziale, così come la Chiesa
– suo Corpo mistico – assicura a sua volta la presenza mistica di Cristo tra
noi. La luce occidentale della Menorah può così spegnersi mentre è la luce del
Tabernacolo nelle nostre chiese che segnala ormai che Dio è tra di noi.
4°
segno: la porta spontaneamente aperta
Un ultimo segno
straordinario che i cronisti ebrei non mancarono di segnalare è quello della
porta del Tempio, che tutte le sere si spalancava spontaneamente. Anche questo
si verificò per ben quarant’anni, a partire dal 30 d.C. Non sappiamo
precisamente a quale porta si riferisca, pertanto non possiamo con certezza
identificarla con la “Porta aurea” o “Porta speciosa”. Se fosse questa infatti
il significato messianico dell’evento sarebbe chiaro: secondo gli ebrei dalla
Porta aurea transitava nel Tempio la presenza divina (Shekinah) e, al
compimento dei tempi, da lì sarebbe entrato anche il Messia. Se fosse questa la
porta in questione, sarebbe chiaro che la sua apertura significherebbe la
venuta del Messia, che al contempo porta con sé la presenza divina. Ovvero
sarebbe un chiaro segno della messianicità e della divinità di Gesù. Tuttavia
va detto che la “Porta aurea” non è proprio una porta del Tempio, quanto
piuttosto essa si apre nelle mura del Tempio. Nell’impossibilità di dirimere la
questione, possiamo comunque riferire l’opinione di rabbi Yohanan Ben Zakkai,
il principale rabbino dopo il 70 d.C. e guida della comunità di Jamna, che
segnalò come questo evento fosse stato interpretato come un segnale della
prossima distruzione del Tempio. E così si compì... senza però che rabbi
Yohanan ne traesse motivo per scovarvi la verità del Cristianesimo.
Il
mistero della “Sinagoga bendata”
È evidente come il mistero
del mancato riconoscimento del Messia e del Salvatore in Gesù sia uno degli
avvenimenti al contempo più dolorosi e più misteriosi della storia dell’umanità
(cf. Rm 11,25-32). Il fatto che il popolo eletto abbia rinunciato alla sua
elezione, rifiutandosi di vederla compiuta e perfezionata in Gesù Cristo, è
qualcosa che interroga profondamente la nostra visione storica e religiosa. Non
si può tacere l’unilateralità odierna nel presentare la “fedeltà di Dio” nelle
sue promesse, fino a dimenticarsi che in effetti gli ebrei hanno «urtato contro
la pietra d’inciampo» (Rm 9,33), hanno rifiutato la giustizia di Dio per
imporne una propria (cf. Rm 10,3) e quindi solo un resto – che è la Chiesa – è
rimasto fedele all’alleanza: «Che dire dunque? Israele non ha ottenuto ciò che
cercava: lo hanno ottenuto invece gli eletti» (Rm 11,7). Il mistero della
mancata corrispondenza di Israele si apre però a una prospettiva provvidenziale
ed escatologica che non si può dimenticare e che anche san Paolo ricorda (cf.
Rm 11,25-32). Allo stesso tempo non va dimenticato come la cecità di questa
“sinagoga bendata” rimane per noi tutti un monito: il ramo tagliato e morto –
ma che la potenza di Dio potrebbe rinnestare nel tronco – è per noi un monito
salutare a essere corrispondenti alla grazia della fede che abbiamo ricevuto da
Gesù Cristo nostro Redentore.
Il sogno di Claudia
In questo Venerdì Santo
rilanciamo questo contributo, che si interroga sul sogno misterioso di Claudia
Procula. Sul tema, v. S.
Mann, What Did
Pilate’s Wife See in Her Dream?, in National Catholic Register, April 10, 2017.
Il sogno di Claudia
di Giuliano
Zoroddu
![]() |
| Alphonse Franois - Gustave Doré, Il sogno della moglie di Pilato (Le Rêve de la femme de Pilate), 1879, The National Gallery of Victoria, Melbourne |
![]() |
| Suor Agnes Berchman, The Vision of Pontius Pilate’s Wife, 1920 circa |
![]() |
| Charles Camille Chazal, Il sogno della moglie di Pilato, XIX sec. |
San Matteo nel suo racconto della Passione ci riferisce di una moglie premurosa che si cura del buon operato del marito:
“Mentre
intanto egli se ne stava seduto in tribunale, sua moglie gli mandò a
dire: Non aver nulla da fare con quel giusto, perché oggi in sogno ho
dovuto soffrire tante ansie per via di lui!” (XXVII, 19)
Come tutti avrete capito il marito è Pilato e la moglie è quella che la tradizione ha chiamato Claudia Procula.
Su questa
donna non sappiamo molto e a tal lacuna sopperirono nel corso dei secoli i
vangeli apocrifi, specialmente quello detto “di Nicodemo”, che ce la presenta
come donna virtuosa e pia. Al di là della fantasiosità più che evidente di
queste testi tardi rispetto ai Vangeli canonici, valga la notazione di Cornelio
a Lapide nel suo Commento a Matteo: “Quod licet apocryphum, multa tamen vera
probaque continet“.
I Padri della
Chiesa e gli esegeti si concentrarono prevalentemente sul sogno. Sebbene
alcuni, come San Bernardo e Rabano Mauro, vollero vederci un tentativo del
Diavolo di impedire la Morte salvifica del Redentore; la più antica tradizione
ecclesiastica – autori del calibro di Origene, Sant’Ilario, Sant’Ambrogio,
Sant’Agostino, San Giovanni Crisostomo – tuttavia non ha dubbi sull’origine
divina del sogno.
Dio volle far
conoscere a questa donna, proselite giudaica, qualcosa su quel Giusto che suo
marito stava processando su istanza dei Giudei: ciò fu fatto per
giustificazione di lei e perché suo ministero fosse in qualche modo dato inizio
alla predicazione del Cristo ai Romani, onde san Girolamo definì quel sogno “fidei
Gentilis populi praesagium“.
Non fu certo
un praesagium felice per Pilato. Scettico come risultato dallo
stesso Vangelo – Quid est veritas? –, il praefectus Iudaeae era
sicuramente molto attento agli arcani segni, ai sogni, alle premonizioni: era
un tradizione romana e come dice Ricciotti “sapeva benissimo che Giulio
Cesare avrebbe evitato le 23 pugnalate delle fatali Idi di marzo se avesse dato
retta alla mogli Calpurnia che lo aveva pregato di non recarsi quel giorno
nella Curia, perché essa nella notte precedente lo aveva visto in sogno trafitto
da molte ferite“. Un buon incentivo ad adoperarsi per l’assoluzione del
Nazzareno.
Ma che ne fu
di questa donna dopo i fatti narrati? Priva di fondamento la teoria della sua
presenza in seno alla Chiesa Romana basata sulla identificazione di Claudia Procula
con la Claudia che San Paolo (che alla moglie di Pilato per certi apocrifi
amministrò il battesimo) menziona alla fine della Seconda Lettera a Timoteo.
Certamente abbracciò la fede cristiana e la applicò nella sua vita: i Greci e
gli Etiopi la venerano come Santa.
La sua figura
è stata in tempi recenti presentata al grande pubblico dal Mel Gibson nel suo a
tutti noto The Passion of the Christ. Nel film Claudia,
interpretata da Claudia Gerini, non è un personaggio del tutto defilato (così
ce lo presenta San Matteo del resto): al contrario fa pressione sul marito – “sanctus
est!” gli dice – e compatisce i dolori di Gesù e di Maria tanto da donare
alla Vergine dei panni di lino finissimo. Particolari che fanno parte delle
visioni dell’estatica tedesca Caterina Emmerich, cui però si può dare fede
meramente umana.
Quasi nulla
quindi sappiamo di questa pia mulier; quasi nulla a parte quell’unum
necessarium: l’aver pubblicamente attestata l’innocenza del processato
Redentore al cospetto della superba Roma e della infedele Gerusalemme.
Fonte: Radiospada, 10.4.2020
Fonte: Radiospada, 10.4.2020
Immagini da meditare per il Venerdì Santo in tempo di Covid-19
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| Wenceslas Cobergher, Ecce Homo, 1576 circa, Musée des Augustins, Tolosa |
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| Ambito di Guido Reni, Ecce Homo, XVII sec., Università, Edimburgo |
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| Ignoto cavaraggesco, Ecce Homo, XVII sec., collezione privata |
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| Torri Flaminio, Ecce Homo, XVII sec., collezione privata |
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| Alessandro Tiarini, Ecce Homo o Cristo deriso, XVII sec., collezione privata |
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| Rutilio Manetti, Ecce Homo, 1620-30, Museo di arte sacra della Val d'Arbia, Buonconvento |
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| Andrea Ansaldo, Ecce Homo, 1620 circa, collezione privata |
| Anthony van Dyck, Ecce Homo, 1625-26, collezione privata |
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| Gioacchino Assereto, Ecce Homo, 1640-45, collezione privata |
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| Gaspar de Crayer, Ecce Homo, 1649-56, Kunsthistorisches Museum, Vienna |
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| Francesco Hayez, Ecce Homo, 1875, Galleria dell'Accademia Tadini, Lovere |
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| Francesco Hayez, Ecce Homo, 1829 circa, collezione privata |
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| Demostene Maggio, Ecce Homo, XIX sec., collezione privata |
giovedì 9 aprile 2020
Immagini per meditare in questo Giovedì Santo ai tempi del covid-19
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| Messa crismale al Laterano all'inizio del secolo scorso |
Carattere della liturgia della Settimana santa
Sebbene in quest’anno 2020 i riti della Settimana Santa siano stati ridotti e, comunque, resi non partecipati da parte dei fedeli, ecco, una bellissima meditazione sui riti preriformati della Settimana Santa (per ragguagli su questi, rinviamo a S. Carusi, La riforma della settimana santa negli anni 1951-1956, in Disputationes Theologicae, 28.3.2010) dell’insigne liturgista l’abate benedettino dom Emanuele Caronti. E si capisce perchè il mondo della Tradizione – a giusta ragione – non ha mai gradito, anzi ha stigmatizzato tutte le riforme pre e post-conciliari della Settimana Santa: colpendo questa si è voluto colpire al cuore la liturgia stessa della Chiesa, che, nelle parole del Caronti, “ha la sua massima applicazione nella settimana santa: si direbbe che ne è l’anima e la vita”. A dircelo è lo stesso Paolo VI nella sua Costituzione Apostolica Missale Romanum del 3 aprile 19 69 (v. qui), affermando: «Si è sentita l’esigenza che le formule del Messale Romano fossero rivedute e arricchite. Primo passo di tale riforma è stata l’opera del Nostro Predecessore Pio XII con la riforma della Veglia Pasquale e del Rito della Settimana Santa, che costituì il primo passο dell’adattamento del Messale Romano alla mentalità contemporanea». Il sospetto fondato è che la riforma liturgica solo a parole abbia voluto che “l’anno liturgico sia riveduto in modo che, conservati o restaurati gli usi e gli ordinamenti tradizionali dei tempi sacri secondo le condizioni di oggi, venga mantenuto il loro carattere originale per alimentare debitamente la pietà dei fedeli nella celebrazione dei misteri della redenzione cristiana, ma soprattutto nella celebrazione del mistero pasquale” (SC 107). Ma nei fatti si è trattato di una vera e propria opera di ristrutturazione. E c’è una bella differenza tra il restauro e la ristrutturazione: il primo è fondamentalmente conservativo e integrativo; la seconda è quasi esclusivamente innovativa: dell’antico si conserva solo qualche vestigia. Un particolare questo che non sfugge nemmeno a chi tradizionalista non è, come Domenico Pezzini: «Oggi, anche a partire da delusioni sempre più frequenti e dichiarate circa certi esiti della riforma liturgica, qualcuno sta accorgendosi che nella foga e nell’entusiasmo della purificazione postconciliare forse abbiamo buttato via il bambino con l’acqua sporca. Da questo punto di vista la liturgia della Settimana santa è probabilmente il luogo più emblematico per evidenziare i problemi, proprio perché vi si celebrano eventi che sono insieme di denso contenuto emotivo e di profondo significato teologico, due aspetti della questione che invece di integrarsi rischiano di contrapporsi e di disintegrarsi. Il problema non è per niente teorico, e la storia della pietà cristiana è lì a dimostrarne l’intrinseca difficoltà […] Quando la liturgia era in latino, la gente vi partecipava certamente in forza di un precetto, ma non era questa la sola ragione, e non è neanche detto che non ne ricavasse niente, anzi. E questo proprio perché il muro costituito dal latino aveva di fatto stimolato la creazione di segni che fossero comprensibili per sé, che trasmettessero un messaggio senza che ci fosse bisogno di passare per la mediazione della parola. Tali erano, per esempio, il diverso colore dei paramenti, inventato per segnalare i diversi sentimenti che accompagnano lo svolgersi dell’anno liturgico, […] la velatura delle immagini durante la Quaresima a indicare un atteggiamento penitenziale, e altro ancora, cose che non avevano certo la finezza e l’articolazione delle spiegazioni verbali, ma che non erano meno importanti, in quanto erano dei metamessaggi che trasmettevano in modo globale e visibile un’idea, e suggerivano la risposta emotiva corrispondente. Ho l’impressione che una delle ricadute non felici della riforma liturgica sia stata l’alluvione di parole e il prosciugamento dei segni» (v. qui).
Ed ecco perché io ho salutato felicemente l’indulto concesso dalla Santa Sede a celebrare i solenni riti della Settimana Santa e della Quaresima in generale con le cosiddette Rubriche del ’52… facendo gli scongiuri che non venga ritirato, ma anzi confermato in via definitiva al termine di questo quinquennio dato “ad experimentum”. Ne gioirebbe lo stesso Abate Caronti, che quelle riforme, da buon benedettino e da fedele servitore della Chiesa, accettò in spirito di obbedienza, ma che mal gradì.
Carattere della liturgia della Settimana santa
Abate dom Emanuele Caronti O.S.B.
Chiunque vorrà leggere con mente scevra da
pregiudizi l’ufficio della settimana santa, sarà meravigliato e incantato del
gusto squisito, dell’armonia e nobiltà di sentimenti che regna dovunque, come
se il genio dell’elegia sacra avesse presieduto alla sua composizione. Difatti
l’ufficio si compone in gran parte di testi scritturali che fanno allusione
alla passione, e questo solo è già abbastanza per darne un’altissima idea. Ma
inoltre la scelta e l’unione dei diversi testi per formare un tutto organico,
sono ciò che si può immaginare di più felice e di più armonioso.
Il carattere dominante della liturgia è il
drammatico, nel senso più nobile della parola. Essa più che descrittiva,
è rappresentativa, e questo non solo quando si compone di azioni, ma
anche quando si riduce semplicemente ad un testo. Trasporta l’immaginazione e l’anima
alle scene di cui altri sono stati testimoni per eccitare le medesime
impressioni che avremmo sperimentato se fossimo stati presenti. In ciò fare, la
liturgia, lungi dall’arte fittizia del teatro, mette in azione una verità della
fede che dà al culto il valore di una realtà sempre nuova e sempre vivente.
Infatti l’arte più abile e più squisita del teatro
nel trattare un soggetto. determinato si propone di presentarlo al pubblico in
modo che questi ne rimanga interessato, seguendo lo svolgersi delle scene con
pietà, compassione, orrore ed amore, a seconda delle circostanze. Ma è sempre l’artificio
che deve agire e dove questo cessa, ogni comunicazione tra la scena e l’uditorio
è fatalmente compromesso. Nel dramma liturgico invece, l’interesse degli
assistenti al soggetto rappresentato non dipende dall’artificio, ma dal fatto
che il soggetto stesso è una realtà intimamente connessa colla loro vita
religiosa, che tende ad appropriarsi ciò che viene drammaticamente
rappresentato. Certo che saranno utilizzate le risorse dell’arte, ma solo allo scopo
di stimolare maggiormente, perchè la verità religiosa venga con più efficacia
assimilata.
Questo principio che ispira generalmente la
liturgia della Chiesa ha la sua massima applicazione nella settimana santa: si
direbbe che ne è l’anima e la vita.
Il quadro esteriore è sublime. La processione delle
palme, il dialogo musicale della passione, lo squallore e la desolazione del
tempio, le prostrazioni, l’incenso, il fuoco, la luce. Geremia che dopo tanti
secoli piange sopra Gerusalemme, come se la misura della sua iniquità non fosse
compiuta e fosse ancora possibile stornare il castigo che ha cagionato la sua
rovina. Il Salvatore stesso si rivolge agli Ebrei, come se fossero ancora il
suo popolo, per rimproverare loro l’ingratitudine colla quale hanno risposto ai
suoi benefici e come se essi attualmente esercitassero sopra di Lui la loro
barbarie. La chiesa si abbandona al dolore, come se il suo Sposo divino
attualmente subisse la sua sorte crudele.
In tutto questo quadro la liturgia opera una
sostituzione di persone. Il pianto di Geremia è il pianto dei nostri delitti
che hanno determinata la morte di Gesù Cristo e la rovina spirituale dell’anima
nostra: i suoi accenti patetici sono inviti pressanti al dolore ed alla
compunzione. Attraverso al rimprovero che muove agli Ebrei increduli e ribelli,
Gesù Cristo colpisce le durezze ostinate del nostro cuore. Il suo sacrificio
stesso, la sua agonia, la sua morte, oltre al loro valore di ricordo storico,
hanno un valore reale per ognuno di noi, sia perchè quella tragedia è
conseguenza delle nostre colpe, sia perchè quella passione e quella morte è la
passione e la morte nostra. E così il dramma è perennemente vivo e perennemente
reale, con un ripetersi dei medesimi sentimenti e un succedersi di effetti
dipendenti dall’oggetto o dal mistero celebrato.
Tratto da La Settimana Santa e La Settimana di
Pasqua, ed. L.I.C.E., Torino 1922, pp. 10-11.
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