Sante Messe in rito antico in Puglia

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giovedì 9 aprile 2020

Carattere della liturgia della Settimana santa

Sebbene in quest’anno 2020 i riti della Settimana Santa siano stati ridotti e, comunque, resi non partecipati da parte dei fedeli, ecco, una bellissima meditazione sui riti preriformati della Settimana Santa (per ragguagli su questi, rinviamo a S. Carusi, La riforma della settimana santa negli anni 1951-1956, in Disputationes Theologicae, 28.3.2010) dell’insigne liturgista l’abate benedettino dom Emanuele Caronti. E si capisce perchè il mondo della Tradizione – a giusta ragione – non ha mai gradito, anzi ha stigmatizzato tutte le riforme pre e post-conciliari della Settimana Santa: colpendo questa si è voluto colpire al cuore la liturgia stessa della Chiesa, che, nelle parole del Caronti, “ha la sua massima applicazione nella settimana santa: si direbbe che ne è l’anima e la vita”. A dircelo è lo stesso Paolo VI nella sua Costituzione Apostolica Missale Romanum del 3 aprile 1969 (vqui), affermando: «Si è sentita l’esigenza che le formule del Messale Romano fossero rivedute e arricchite. Primo passo di tale riforma è stata l’opera del Nostro Predecessore Pio XII con la riforma della Veglia Pasquale e del Rito della Settimana Santa, che costituì il primo passο dell’adattamento del Messale Romano alla mentalità contemporanea». Il sospetto fondato è che la riforma liturgica solo a parole abbia voluto che “l’anno liturgico sia riveduto in modo che, conservati o restaurati gli usi e gli ordinamenti tradizionali dei tempi sacri secondo le condizioni di oggi, venga mantenuto il loro carattere originale per alimentare debitamente la pietà dei fedeli nella celebrazione dei misteri della redenzione cristiana, ma soprattutto nella celebrazione del mistero pasquale” (SC 107). Ma nei fatti si è trattato di una vera e propria opera di ristrutturazione. E c’è una bella differenza tra il restauro e la ristrutturazione: il primo è fondamentalmente conservativo e integrativo; la seconda è quasi esclusivamente innovativa: dell’antico si conserva solo qualche vestigia. Un particolare questo che non sfugge nemmeno a chi tradizionalista non è, come Domenico Pezzini: «Oggi, anche a partire da delusioni sempre più frequenti e dichiarate circa certi esiti della riforma liturgica, qualcuno sta accorgendosi che nella foga e nell’entusiasmo della purificazione postconciliare forse abbiamo buttato via il bambino con l’acqua sporca. Da questo punto di vista la liturgia della Settimana santa è probabilmente il luogo più emblematico per evidenziare i problemi, proprio perché vi si celebrano eventi che sono insieme di denso contenuto emotivo e di profondo significato teologico, due aspetti della questione che invece di integrarsi rischiano di contrapporsi e di disintegrarsi. Il problema non è per niente teorico, e la storia della pietà cristiana è lì a dimostrarne l’intrinseca difficoltà […] Quando la liturgia era in latino, la gente vi partecipava certamente in forza di un precetto, ma non era questa la sola ragione, e non è neanche detto che non ne ricavasse niente, anzi. E questo proprio perché il muro costituito dal latino aveva di fatto stimolato la creazione di segni che fossero comprensibili per sé, che trasmettessero un messaggio senza che ci fosse bisogno di passare per la mediazione della parola. Tali erano, per esempio, il diverso colore dei paramenti, inventato per segnalare i diversi sentimenti che accompagnano lo svolgersi dell’anno liturgico, […] la velatura delle immagini durante la Quaresima a indicare un atteggiamento penitenziale, e altro ancora, cose che non avevano certo la finezza e l’articolazione delle spiegazioni verbali, ma che non erano meno importanti, in quanto erano dei metamessaggi che trasmettevano in modo globale e visibile un’idea, e suggerivano la risposta emotiva corrispondente. Ho l’impressione che una delle ricadute non felici della riforma liturgica sia stata l’alluvione di parole e il prosciugamento dei segni» (vqui).
Ed ecco perché io ho salutato felicemente l’indulto concesso dalla Santa Sede a celebrare i solenni riti della Settimana Santa e della Quaresima in generale con le cosiddette Rubriche del ’52… facendo gli scongiuri che non venga ritirato, ma anzi confermato in via definitiva al termine di questo quinquennio dato “ad experimentum”. Ne gioirebbe lo stesso Abate Caronti, che quelle riforme, da buon benedettino e da fedele servitore della Chiesa, accettò in spirito di obbedienza, ma che mal gradì.


Carattere della liturgia della Settimana santa

Abate dom Emanuele Caronti O.S.B.

Chiunque vorrà leggere con mente scevra da pregiudizi l’ufficio della settimana santa, sarà meravigliato e incantato del gusto squisito, dell’armonia e nobiltà di sentimenti che regna dovunque, come se il genio dell’elegia sacra avesse presieduto alla sua composizione. Difatti l’ufficio si compone in gran parte di testi scritturali che fanno allusione alla passione, e questo solo è già abbastanza per darne un’altissima idea. Ma inoltre la scelta e l’unione dei diversi testi per formare un tutto organico, sono ciò che si può immaginare di più felice e di più armonioso.
Il carattere dominante della liturgia è il drammatico, nel senso più nobile della parola. Essa più che descrittiva, è rappresentativa, e questo non solo quando si compone di azioni, ma anche quando si riduce semplicemente ad un testo. Trasporta l’immaginazione e l’anima alle scene di cui altri sono stati testimoni per eccitare le medesime impressioni che avremmo sperimentato se fossimo stati presenti. In ciò fare, la liturgia, lungi dall’arte fittizia del teatro, mette in azione una verità della fede che dà al culto il valore di una realtà sempre nuova e sempre vivente.
Infatti l’arte più abile e più squisita del teatro nel trattare un soggetto. determinato si propone di presentarlo al pubblico in modo che questi ne rimanga interessato, seguendo lo svolgersi delle scene con pietà, compassione, orrore ed amore, a seconda delle circostanze. Ma è sempre l’artificio che deve agire e dove questo cessa, ogni comunicazione tra la scena e l’uditorio è fatalmente compromesso. Nel dramma liturgico invece, l’interesse degli assistenti al soggetto rappresentato non dipende dall’artificio, ma dal fatto che il soggetto stesso è una realtà intimamente connessa colla loro vita religiosa, che tende ad appropriarsi ciò che viene drammaticamente rappresentato. Certo che saranno utilizzate le risorse dell’arte, ma solo allo scopo di stimolare maggiormente, perchè la verità religiosa venga con più efficacia assimilata.
Questo principio che ispira generalmente la liturgia della Chiesa ha la sua massima applicazione nella settimana santa: si direbbe che ne è l’anima e la vita.
Il quadro esteriore è sublime. La processione delle palme, il dialogo musicale della passione, lo squallore e la desolazione del tempio, le prostrazioni, l’incenso, il fuoco, la luce. Geremia che dopo tanti secoli piange sopra Gerusalemme, come se la misura della sua iniquità non fosse compiuta e fosse ancora possibile stornare il castigo che ha cagionato la sua rovina. Il Salvatore stesso si rivolge agli Ebrei, come se fossero ancora il suo popolo, per rimproverare loro l’ingratitudine colla quale hanno risposto ai suoi benefici e come se essi attualmente esercitassero sopra di Lui la loro barbarie. La chiesa si abbandona al dolore, come se il suo Sposo divino attualmente subisse la sua sorte crudele.
In tutto questo quadro la liturgia opera una sostituzione di persone. Il pianto di Geremia è il pianto dei nostri delitti che hanno determinata la morte di Gesù Cristo e la rovina spirituale dell’anima nostra: i suoi accenti patetici sono inviti pressanti al dolore ed alla compunzione. Attraverso al rimprovero che muove agli Ebrei increduli e ribelli, Gesù Cristo colpisce le durezze ostinate del nostro cuore. Il suo sacrificio stesso, la sua agonia, la sua morte, oltre al loro valore di ricordo storico, hanno un valore reale per ognuno di noi, sia perchè quella tragedia è conseguenza delle nostre colpe, sia perchè quella passione e quella morte è la passione e la morte nostra. E così il dramma è perennemente vivo e perennemente reale, con un ripetersi dei medesimi sentimenti e un succedersi di effetti dipendenti dall’oggetto o dal mistero celebrato.

Tratto da La Settimana Santa e La Settimana di Pasqua, ed. L.I.C.E., Torino 1922, pp. 10-11.

domenica 5 aprile 2020

I riti popolari della Settimana Santa al tempo del coronavirus

Rilanciamo volentieri questo contributo del nostro amico prof. Vito Abbruzzi sui riti popolari della Settimana Santa in tempo di Covid-19.

I riti popolari della Settimana Santa al tempo del coronavirus

di Vito Abbruzzi

Quest’anno l’emergenza coronavirus non risparmia nessuno… persino i sacrosanti riti della Settimana Santa, che, proprio a motivo della loro popolarità, metterebbero a rischio l’incolumità pubblica. E, allora, si preferisce soprassedere e accontentarsi di seguire i riti religiosi in diretta streaming, celebrati a porte chiuse e senza concorso di fedeli. E ciò in ottemperanza all’ultimo Decreto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti: In tempo di Covid-19 (II), emanato il 25 marzo scorso (v. qui), sostitutivo del precedente del 19 marzo (neppure più riprodotto nel sito vaticano), che stabilisce da una parte che «i Vescovi e i Presbiteri celebrino i riti della Settimana Santa senza concorso di popolo e in luogo adatto, evitando la concelebrazione e omettendo lo scambio della pace», dall’altra che «i fedeli siano avvisati dell’ora d’inizio delle celebrazioni in modo che possano unirsi in preghiera nelle proprie abitazioni. Potranno essere di aiuto i mezzi di comunicazione telematica in diretta, non registrata»; per quanto riguarda, poi, «le espressioni della pietà popolare e le processioni che arricchiscono i giorni della Settimana Santa e del Triduo Pasquale, a giudizio del Vescovo diocesano, potranno essere trasferite in altri giorni convenienti, ad esempio il 14 e 15 settembre».
Nel timore, però, che “passato il santo passata la festa”, in molti ci si sta ponendo il problema di come non far passare del tutto inosservate proprio “le espressioni della pietà popolare e le processioni che arricchiscono i giorni della Settimana Santa e del Triduo Pasquale”, e che caratterizzano tanto i nostri paesi. E, per non far sentire del tutto la loro assenza, si vorrebbe proporre alle autorità ecclesiastiche e civili di celebrarle comunque, sebbene in maniera minimale. Mi riferisco a quei paesi dove i riti popolari della Settimana Santa sono molto sentiti, e – guarda caso – sono strettamente legati al ricordo delle pestilenze, che li hanno maggiormente afflitti. Penso a Noicattaro, dei cui riti mi sono occupato negli anni passati (qui; qui e qui): comunità cittadina che evoca non poco, attraverso quei riti, il dramma da essa vissuto, poco più di due secoli fa, con l’ultimo caso di peste in Europa (v. qui). L’allora Noja pagò un prezzo altissimo in termini di vite umane: quasi un quinto della popolazione morì, seguendo la spietata legge della discutibilissima immunità di gregge. Sì, perché le autorità borboniche, per far rispettare le regole della quarantena imposte all’intera comunità nojana, non si limitarono alla sola istituzione del cosiddetto “cordone sanitario”, ma dovettero ricorrere alla legge marziale, applicando indistintamente la pena di morte. Persino un prete, accusato di aver passato un mazzo di carte ad un gruppo di soldati, venne giustiziato. E a Noicattaro i giustiziati, passati per la forca, vengono tristemente evocati dal rullante la sera del Giovedì Santo, nella piazza principale del paese, sotto la torre dell’orologio, dove certamente era posto il patibolo, suonando di continuo, sino alla mezzanotte, una melodia inquietante e sinistra, che mette i brividi, perché accompagna la esecuzione capitale: la condanna a morte di un intero paese, che appieno si identifica, attraverso quei riti profondamente e intimamente sentiti, col suo Signore, il quale, “maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca. Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo; chi si affligge per la sua sorte?” (Isaia 53, 7-8). Quei riti, per i Nojani tutti, sono più di una semplice espressione della propria pietà popolare: sono un vero e proprio memoriale. E il non poter in alcun modo esprimere quella loro struggente pietà, è per essi mortificante.
Lo stesso dicasi dei bravi Barlettani, mestamente rassegnati al fatto che, per l’emergenza covid-19, non vedranno questa volta sfilare la lunghissima processione eucaristico-penitenziale del Venerdì Santo (v. qui), tanto sentita dall’intera popolazione, che con essa fa memoria della terribile pestilenza del 1504. Forse non se ne dorranno quanti la trovano antiliturgica o, come qualcuno molto impropriamente l’ha definita, “illiturgica”. E, invece, essa è a pieno titolo liturgica, perché prolungamento, extra mœnia, della solenne processione eucaristica del Giovedì Santo sera, a conclusione della Messa in Cœna Domini. Infatti, come mi testimoniava un amico di Barletta, conoscitore da vicino di quella suggestiva processione, nonché memoria storica delle tradizioni barlettane, essa in origine si svolgeva la tarda serata del Giovedì Santo; solo dalla metà del ’600, per ordine pubblico – a motivo della mariuoleria, che si muoveva indisturbata, approfittando del buio e delle case lasciate incustodite –, essa fu spostata al primo pomeriggio del Venerdì Santo, esattamente in coincidenza con la pia pratica delle «Tre ore di Agonia di N.S.G.C.». Ma, non per questo, perdendo il carattere liturgico. Per essa, addirittura, l’allora arcivescovo titolare di Nazareth, Maffeo Barberini, futuro papa Urbano VIII, compose il lungo e struggente canto dell’Ante oculos, ancora oggi cantato dal clero, supportato dal popolo, che, in forma litanica, risponde: «Miserere nostri, Domine; miserere nostri». Questo mio amico, parlandomi del dolore suo e dei suoi concittadini della non effettuazione della processione il Venerdì Santo, si augurava che almeno un sacerdote, da solo, in quel giorno portasse processionalmente la pisside col Santissimo Sacramento, nascosto sotto il velo omerale. Sarebbe un segno forte della presenza in corpo, sangue, anima e divinità di Nostro Signore, il quale non abbandona il popolo dei suoi fedeli.
Ci sono dei particolari di quella plurisecolare processione che mi hanno da subito impressionato: innanzitutto i quattro giovani sacerdoti che portano a mano l’Urna contenente il Santissimo Sacramento: indossano delle dalmatiche settecentesche, davvero uniche nel loro genere: sono bicolore: rosso e nero: quasi un presagio dell’ultima riforma della Settimana Santa (anno 1969), che per il Venerdì Santo ha stabilito la mutazione dei colori liturgici: dal nero al rosso. Ma quel che colpisce di più è che questi quattro sacerdoti svolgono la loro funzione di urniferari, camminando per tutto il tragitto scalzi; e con essi i crociferi delle numerose arciconfraternite e confraternite di Barletta e i turiferari. È un segno forte della profonda devozione che tutti – ma proprio tutti – sentono… non solo il popolino. E questo dice perché mai Barletta abbia dato alla Chiesa tantissime vocazioni sacerdotali e religiose: tanto maschili, tanto femminili. Lo dico con cognizione di causa: sin da bambino ho frequentato a Conversano la chiesa e il monastero di San Cosma: una vera e propria enclave barlettana, le cui suore sono tutte figlie spirituali di Don Ruggero M. Caputo, vissuto e morto a Barletta in concetto di santità nel giugno 1980.






Fotografie tratte dalla processione del Venerdì santo del 2013. FONTE

Quello di vedere in processione anche il clero scalzo è un fatto a cui non si dà sufficiente risalto; quando, invece, andrebbe sottolineato. Esattamente come si fa per il Venerabile Mons. Giuseppe Di Donna (1901-1952), vescovo di Andria, il cui gesto di voler andare scalzo un anno alla processione del Venerdì Santo, in segno di riparazione a un grave delitto commesso proprio nella sua città episcopale, è rimasto famoso.
Il mio augurio è che tutte “le espressioni della pietà popolare e le processioni che arricchiscono i giorni della Settimana Santa e del Triduo Pasquale”, giustamente proibite in questo momento drammatico di pandemia, non solo non subiscano una diminuzione d’affetto, ma che ne escano ancor più rafforzate.
Con questo spirito, dunque, viviamo la Settimana di Passione e la Settimana Santa.
Buona Pasqua.




Apprendiamo con non assai soddisfazione che a Barletta la tradizionale processione eucaristico-pentenziale, seppur in forma minimale, si è svolta. Tutto è andato come ci si augurava: l'arciprete del Capitolo della Concattedrale Santa Maria Maggiore, can. Francesco Fruscio, in piviale con la pisside del Santissimo sotto il velo omerale. Ad accompagnarlo per tutto il tragitto: l'arcivescovo di Trani al suo fianco, che recitava a voce alta le preghiere, un vigile urbano e, dietro, il sindaco con la candela in mano, a testimoniare la fede schietta di una intera comunità cittadina, nel rispetto della laicità dello Stato. Per le foto, vBarletta Viva, 10.4.2020 e Barlettalive, 10.4.2020

sabato 6 aprile 2019

Noicattaro: per tre giorni Gerusalemme

Con i primi vespri di questa domenica comincia ufficialmente il Tempo di Passione, che ci condurrà alla Settimana Santa, che avrà il suo culmine nella Passione, Morte e Resurrezione di Nostro Signore.
Accostiamoci a questo grande mistero con la commemorazione e la meditazione dei dolori del Redentore, evitando di giungere al giorno dell’immolazione del divino Agnello, senza aver prima disposte le nostre anime alla compassione dei patimenti da Lui sofferti in nostra vece. Per questo la Chiesa è solita velare le croci e le immagini sacre in questo periodo.
Per introdurci degnamente in esso, pubblichiamo volentieri questo contributo del prof. Abbruzzi, che ci fa entrare in questo mistero di dolore e di amore attraverso i riti celebrati nella cittadina pugliese di Noicattaro.

Vasily Vereshchagin, Ecce homo, XIX sec.


Noicattaro: per tre giorni Gerusalemme

di Vito Abbruzzi

Non molti giorni fa sono stato contattato telefonicamente da un amico, nojano doc (non a caso crocifero), chiedendomi di scrivere un articolo sui suggestivi riti della Settimana Santa di Noicattaro: dal mio punto di vista, che tanto li apprezza, pur non essendo nojano. Anzi, è proprio a motivo di ciò che egli mi ha interpellato, cercando di cogliere aspetti che forse sfuggono ai suoi compaesani, cultori di quelle plurisecolari tradizioni.
Premetto che il mio apprezzamento non è scevro da pregiudizi passati; pregiudizi che ho superato grazie proprio ai miei amici crociferi, che mi hanno aperto la mente e il cuore a considerare i riti nojani della passione e morte di Nostro Signore come atti di religiosità profondamente sentiti dalla intera popolazione nojana, e non già come momenti di mera manifestazione folclorica.
I miei pregiudizi, poi, derivavano dal fatto che, in quanto conversanese (e conversanese doc), ero e sono intimamente legato alle processioni del Venerdì Santo del mio paese: Conversano (distante poco meno di quindici chilometri da Noicattaro), che, nella centralissima chiesa della Passione, conserva e custodisce i cosiddetti “Misteri”: statue in cartapesta di ottima fattura tardo-settecentesca, che impressionano non poco l’osservatore attento, per il pregnante messaggio biblico-teologico che ciascuna di esse trasmette. 
Non si è, infatti, di fronte alle solite raffigurazioni di Cristi sofferenti, vinti dal dolore e, perciò, patetici. Al contrario, ci si trova dinanzi ad immagini che, pur parlando dell’Uomo dei dolori che ben conosce il patire (Is 53,3), mettono in luce la maestà divina unita alla ieratica virilità del Cristo che liberamente si è offerto alla sua passione, del Cristo che morendo ha distrutto la morte.
Cos’è, dunque, che mi affascina della Settimana Santa di Noicattaro, oltre ai ben noti crociferi, di cui ho avuto modo lo scorso anno (v. qui) e due anni fa (v. qui) di parlare? La compostezza di una intera comunità cittadina, riflessa nel decoro di un borgo, che per tre giorni (dal Giovedì Santo al Sabato Santo) sembra essere Gerusalemme, la Città Santa, col suo dedalo di strade e stradine, ove si muovono i sacri simulacri portati in processione. 
Un insegnamento a tutti i paesi limitrofi che, per opportunità varie, hanno – già da tanti anni a questa parte – escluso dai percorsi delle processioni i centri storici: dimenticati dagli uomini, dimenticati da Dio.
È commovente, invece, vedere, pur tra mille difficoltà di carattere logistico, le statue sfilare per le strade dell’antica Noja: il borgo medievale di Noicattaro, che si sviluppa attorno alla Chiesa Madre, pregevole esempio di architettura romanico-pugliese.
È proprio in questa chiesa che si conserva l’Amore dei Nojani: la bellissima Vergine Addolorata, portata in processione nella notte tra il Venerdì Santo e il Sabato Santo; notte che per i Nojani è per antonomasia “la Nottata (‘a nәttәtә)”.
Ma io, che nojano non sono, preferisco come “nottata” quella precedente: quella tra il Giovedì Santo e il Venerdì Santo, quando, finita l’ondata di gente venuta anche da fuori per assistere allo “spettacolo” dei primi crociferi, la città finalmente si svuota e le strade sono quasi del tutto deserte: solo pochi crociferi in giro e qualche buon cristiano a vegliare, nelle chiese aperte, il “Sepolcro” (uno in particolare è quello della centralissima chiesa dell’Immacolata: oramai un unicum, addobbato con fiori e candele secondo i crismi).
È in quella circostanza che, una volta giunto in Chiesa Madre, mi dirigo senza indugi verso la Vergine Addolorata, la cui espressione, e nel volto e nelle mani, commuove. Quanto bene si adattano ad essa i versi del poeta Metastasio: «Sento l’amaro pianto / della dolente Madre, / che gira fra le strade / in traccia del suo Ben. / Sento l’amato Figlio, / che dice: “Madre, addio; / più fier del dolor mio, / il tuo mi passa il sen”».
Il dolore della Madre si legge nei volti dei suoi devoti, che l’accompagnano nella ricerca del divin Figlio, stringendosi attorno a Lei; ma anche a Lui, che, ormai schiodato dalla Croce, viene idealmente portato in processione verso il luogo della sepoltura, cullato dai portatori.
È la Naca.
Parliamo di un’opera davvero pregevole, sotto tutti i punti di vista, da poco restaurata e riportata all’antico splendore. Lo stile è quello neoclassico, che ricorda molto da vicino la preziosa “Culla del Re di Roma” (il figlio di Napoleone), esposta all’interno del palazzo imperiale di Vienna.
La Naca impressiona parecchio, perché il Cristo raffigurato non è affatto rilassato: ha la muscolatura tutta contratta, per gli atrocissimi dolori sopportati in croce. È la sua una morte davvero faticata! Come direbbe mia madre nel suo espressivo vernacolo conversanese, quando leggeva la sofferenza nel volto cadaverico di una persona a lei cara: «La morte se l’è faticata!». 
Sembra di ascoltare l’apostolo Pietro, che ci ammonisce: «Voi sapete che non a prezzo di cose corruttibili, come l’argento e l’oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta ereditata dai vostri padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, come di agnello senza difetti e senza macchia. Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce, perché, non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia; dalle sue piaghe siete stati guariti» (1Pt 1,18-19; 2,24-25).
L’invito, dunque, a partecipare ai riti della Settimana Santa di Noicattaro, in cui l’idea della passione e del sacrificio della Croce predomina in tutta la sua austera grandiosità. È il dramma della Redenzione. 
«Non corrisponderebbe certo alle intenzioni della Chiesa il cristiano che davanti allo spettacolo delle umiliazioni e della morte di un Dio, rimanesse indifferente e freddo. Ai nostri peccati sono da attribuirsi i rigori della giustizia divina che straziano l’umanità benedetta dell’innocente Gesù. E la condotta del Padre verso il suo unigenito Figliuolo deve ispirare a noi sentimenti di timore e stimolarci ad una vita penitente conforme al Vangelo e per non crocifiggere di nuovo nelle nostre membra il Salvatore e per evitare le estreme conseguenze della colpa» (E. Caronti).