Sante Messe in rito antico in Puglia

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venerdì 10 aprile 2020

Il sogno di Claudia

In questo Venerdì Santo rilanciamo questo contributo, che si interroga sul sogno misterioso di Claudia Procula. Sul tema, v. S. Mann, What Did Pilate’s Wife See in Her Dream?, in National Catholic Register, April 10, 2017.

Il sogno di Claudia

di Giuliano Zoroddu

Alphonse Franois - Gustave Doré, Il sogno della moglie di Pilato (Le Rêve de la femme de Pilate), 1879, The National Gallery of Victoria, Melbourne

Suor Agnes Berchman, The Vision of Pontius Pilate’s Wife, 1920 circa

Charles Camille Chazal, Il sogno della moglie di Pilato, XIX sec.

San Matteo nel suo racconto della Passione ci riferisce di una moglie premurosa che si cura del buon operato del marito:

“Mentre intanto egli se ne stava seduto in tribunale, sua moglie gli mandò a dire: Non aver nulla da fare con quel giusto, perché oggi in sogno ho dovuto soffrire tante ansie per via di lui!” (XXVII, 19)

Come tutti avrete capito il marito è Pilato e la moglie è quella che la tradizione ha chiamato Claudia Procula.
Su questa donna non sappiamo molto e a tal lacuna sopperirono nel corso dei secoli i vangeli apocrifi, specialmente quello detto “di Nicodemo”, che ce la presenta come donna virtuosa e pia. Al di là della fantasiosità più che evidente di queste testi tardi rispetto ai Vangeli canonici, valga la notazione di Cornelio a Lapide nel suo Commento a Matteo: “Quod licet apocryphum, multa tamen vera probaque continet“.
I Padri della Chiesa e gli esegeti si concentrarono prevalentemente sul sogno. Sebbene alcuni, come San Bernardo e Rabano Mauro, vollero vederci un tentativo del Diavolo di impedire la Morte salvifica del Redentore; la più antica tradizione ecclesiastica – autori del calibro di Origene, Sant’Ilario, Sant’Ambrogio, Sant’Agostino, San Giovanni Crisostomo – tuttavia non ha dubbi sull’origine divina del sogno.
Dio volle far conoscere a questa donna, proselite giudaica, qualcosa su quel Giusto che suo marito stava processando su istanza dei Giudei: ciò fu fatto per giustificazione di lei e perché suo ministero fosse in qualche modo dato inizio alla predicazione del Cristo ai Romani, onde san Girolamo definì quel sogno “fidei Gentilis populi praesagium“.
Non fu certo un praesagium felice per Pilato. Scettico come risultato dallo stesso Vangelo – Quid est veritas? –, il praefectus Iudaeae era sicuramente molto attento agli arcani segni, ai sogni, alle premonizioni: era un tradizione romana e come dice Ricciotti “sapeva benissimo che Giulio Cesare avrebbe evitato le 23 pugnalate delle fatali Idi di marzo se avesse dato retta alla mogli Calpurnia che lo aveva pregato di non recarsi quel giorno nella Curia, perché essa nella notte precedente lo aveva visto in sogno trafitto da molte ferite“. Un buon incentivo ad adoperarsi per l’assoluzione del Nazzareno.
Ma che ne fu di questa donna dopo i fatti narrati? Priva di fondamento la teoria della sua presenza in seno alla Chiesa Romana basata sulla identificazione di Claudia Procula con la Claudia che San Paolo (che alla moglie di Pilato per certi apocrifi amministrò il battesimo) menziona alla fine della Seconda Lettera a Timoteo. Certamente abbracciò la fede cristiana e la applicò nella sua vita: i Greci e gli Etiopi la venerano come Santa.
La sua figura è stata in tempi recenti presentata al grande pubblico dal Mel Gibson nel suo a tutti noto The Passion of the Christ. Nel film Claudia, interpretata da Claudia Gerini, non è un personaggio del tutto defilato (così ce lo presenta San Matteo del resto): al contrario fa pressione sul marito – “sanctus est!” gli dice – e compatisce i dolori di Gesù e di Maria tanto da donare alla Vergine dei panni di lino finissimo. Particolari che fanno parte delle visioni dell’estatica tedesca Caterina Emmerich, cui però si può dare fede meramente umana.
Quasi nulla quindi sappiamo di questa pia mulier; quasi nulla a parte quell’unum necessarium: l’aver pubblicamente attestata l’innocenza del processato Redentore al cospetto della superba Roma e della infedele Gerusalemme.

Fonte: Radiospada, 10.4.2020

venerdì 19 aprile 2019

L’anello di Pilato, l’uomo che crocefisse il Re dei Giudei

In questo Venerdì Santo, vogliamo rilanciare una scoperta, che risale allo scorso autunno: l’anello di Ponzio Pilato. Forse, quello stesso anello con il quale il prefetto di Giudea aveva “firmato” la condanna a morte di Gesù. Per la verità, l’anello era stato scoperto, quasi un cinquantennio fa, nei pressi di Betlemme, all’Herodium. Tuttavia, solo l’anno scorso ne è stata decifrata la scritta, identificando così il suo proprietario: Pilato, appunto.
La notizia ha avuto ampio risalto sulla stampa: Amanda Borschel-Dan, 2,000-year-old ‘Pilate’ ring just might have belonged to notorious Jesus judge, in The Time of Israel, Nov. 29, 2018; World Israel News Staff, Pontius Pilate’s ring discovered from site near Bethlehem, in WIN News, Nov. 29, 2018; Palko Karasz, Pontius Pilate’s Name Is Found on 2,000-Year-Old Ring, in The New York Times, Nov. 30, 2018; Nick Squires, Bronze ring found in ancient fortress near Bethlehem may have belonged to Pontius Pilate, in The Telegraph, Nov. 30, 2018; Nir Hasson, Ring of Roman Governor Pontius Pilate Who Crucified Jesus Found in Herodion Site in West Bank, in Haaretz, Dec. 2, 2018; Robert Cargill, Was Pontius Pilate’s Ring Discovered at Herodium?, in Biblical Archeology Society, Dec. 4, 2018; Dorothy Cummings McLean, Archaeologists uncover ring bearing seal of Roman governor who ordered Jesus’ death, in Lifesitenews, Dec. 13, 2018; G. W. Thielman, Archaeologists Discover Pontius Pilate Reference On Ancient Ring, in The Federalist, Dec. 26, 2018; Mezzo secolo dopo la scoperta decifrato il nome del prefetto romano, in L’Osservatore Romano, 29.11.2018; Paolo Rodari, Israele, ritrovato l’anello di Ponzio Pilato, in La Repubblica, 30.11.2018; Andrea Tornielli, Pilato, a 57 anni dalla scoperta della lapide ritrovato un anello col suo nome, in La Stampa, 1.12.2018; Franca Giansoldati, L’anello di Ponzio Pilato trovato a Betlemme: il nome decifrato grazie a una tecnica fotografica, in Il Messaggero, 1.12.2018; Christophe Lafontaine, L’enigma di un antico anello: appartenne a Pilato?, in Terra Santa.net, 1.12.2018; Scoperto l’anello di Ponzio Pilato, un’altra prova della storicità del prefetto dei Vangeli, in Chiesa e postconcilio, 4.12.2018.
L’odierna ricorrenza, dunque, ci sembra quantomeno opportuna per rilanciare questo contributo.

Antonio Ciseri, Ecce homo, 1880 circa, Museo Cantonale d'Arte, Lugano



L’anello di Pilato, l’uomo che crocefisse il Re dei Giudei

La scritta impressa su un anello di bronzo con sigillo, rinvenuto circa 50 anni fa durante degli scavi archeologici presso il sito dell’Herodion, a pochi chilometri da Betlemme, è stata recentemente decifrata dagli studiosi, che vi hanno identificato un nome significativo: Pilato.


La scritta impressa su un anello di bronzo con sigillo, rinvenuto circa 50 anni fa durante degli scavi archeologici presso il sito dell’Herodion, a pochi chilometri da Betlemme, è stata recentemente decifrata dagli studiosi, che vi hanno identificato un nome significativo: Pilato. L’anello era stato ritrovato, insieme a migliaia di altri reperti risalenti al I secolo, grazie agli scavi guidati nel 1968-69 dal professor Gideon Foerster dell’Università Ebraica di Gerusalemme, eseguiti in vista dell’apertura dell’Herodion ai visitatori. L’Herodion è la collina su cui Erode il Grande fece costruire un palazzo-fortezza sul finire del I secolo a.C. che venne poi distrutto dai Romani intorno al 71 d.C., a seguito della prima guerra giudaica.

L’attuale squadra che lavora presso il sito archeologico, guidata da Roi Porath, anch’egli dell’Università Ebraica, è riuscita a discernere, dopo aver accuratamente pulito l’anello e grazie all’uso di una speciale fotocamera messa a disposizione dai laboratori dell’Autorità israeliana per le Antichità, il nome in greco impresso sull’anello e formato dalle lettere «ΠΙΛΑΤΟ», equivalenti appunto a «Pilato». I dettagli della ricerca sono stati pubblicati in un articolo sull’Israel Exploration Journal (vol. 68/2). La scritta circonda l’immagine di quel che sembra un recipiente per il vino. Dopo la decifrazione del nome i ricercatori lo hanno collegato al Ponzio Pilato di cui parlano tutti e quattro i Vangeli, dove è menzionato come il governatore della Giudea che acconsentì, pur riluttante, alla crocifissione di Gesù. Un nome che noi cristiani ripetiamo ogni volta che pronunciamo il Credo, ricordando che Nostro Signore patì «sotto Ponzio Pilato».

Oltre che dai quattro evangelisti, Pilato è menzionato negli scritti di altri autori a lui contemporanei, cioè lo storico d’origine ebraica Flavio Giuseppe (ca 37-100) e l’erudito Filone d’Alessandria (ca 20 a.C.-45 d.C.), nonché in un brano di Tacito (ca 55-120) risalente al 116 circa. La storia ce lo indica come il quinto governatore della Giudea romana, che resse tra il 26 e il 36. Non si conoscono altri personaggi dell’epoca aventi il suo stesso nome, che come ha spiegato il professor Danny Schwartz era più che una rarità in Israele: «Non conosco nessun altro Pilato del periodo e l’anello mostra che era una persona di levatura e ricchezza», ha detto Schwartz, citato dal quotidiano israeliano Haaretz.

Per gli studiosi, inoltre, un anello di questo tipo rivela lo status dei membri della cavalleria romana del tempo, cui lo stesso Pilato apparteneva. Il suo nome era stato ritrovato dal professor Foerster negli anni Sessanta anche su una pietra dell’Herodion, che dopo la morte di Erode continuò a servire come base dei funzionari romani ed è dunque verosimile che anche Pilato se ne servì come una sorta di quartier generale. Tornando all’anello con sigillo, i ricercatori ritengono che possa essere stato usato da Pilato nel suo lavoro quotidiano e, dunque, potrebbe averlo avuto al dito quando diede il suo via libera, preceduto dal gesto di lavarsi le mani, alla crocifissione di Gesù. Poco prima, riferisce san Giovanni Evangelista, il governatore romano aveva avuto il famoso dialogo con Gesù, che gli disse di essere venuto nel mondo «per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce». E Pilato aveva poi chiesto: «Che cos’è la verità?» (Quid est veritas? Curiosamente, questa frase latina anagrammata contiene già in sé la risposta…).


NON SOLO INRI. PILATO E LA SCRITTA SULLA CROCE

Questa interessante ricerca contemporanea ci dà lo spunto per ricordare un altro fatto che riguarda Pilato e Gesù, relativamente poco noto, specie se considerato nella sua portata più ampia e rivelatrice. È risaputo che sopra la santa Croce il politico romano aveva fatto porre l’iscrizione - il cosiddetto titulus crucis - recante il motivo della condanna di Cristo: Iesus Nazarenus [1] Rex Iudaeorum(«Gesù nazareno, il re dei Giudei»), le cui iniziali ci restituiscono la celebre sigla INRI. L’iscrizione, tuttavia, non era solo in latino. San Giovanni Evangelista, autore del quarto e ultimo Vangelo, ci informa infatti che la scritta era in ebraico, latino e greco. Un dettaglio irrilevante? Non proprio. Per capire perché facciamo un passo indietro nella Scrittura.

Nella teofania del roveto ardente, narrata nel libro dell’Esodo, Dio si rivela a Mosè ordinandogli di tornare in Egitto per liberare il suo popolo, Israele. Quando Mosè, domandosi in che modo gli Israeliti avrebbero mai potuto dargli retta, chiede a Dio di manifestargli il suo Nome, si sente rispondere: «Io Sono colui che Sono!». E poi: «Dirai agli Israeliti: Io-Sono mi ha mandato a voi» (Es 3,14). Il sacro tetragramma corrispondente al Nome divino, che molti ebrei non osano pronunciare e rendono con il termine Adonai (Signore), è YHWH. Torniamo al racconto evangelico. Nel pieno della sua attività pubblica, mentre rivela la sua consostanzialità al Padre, Gesù fa una profezia a quei Giudei che stentano a riconoscerlo: «Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora conoscerete che Io Sono» (Gv 8,28), dove l’innalzamento indica la sua crocifissione. Ma in che modo questa profezia si lega al titulus crucis?

Sempre Giovanni, nello stesso brano in cui ci informa della scritta eseguita in tre lingue, riferisce che «molti Giudei lessero questa iscrizione, perché il luogo dove Gesù fu crocifisso era vicino alla città». Da lì i capi dei sacerdoti dei Giudei protestarono con Pilato: «Non scrivere: Il re dei Giudei, ma: Costui ha detto: Io sono il re dei Giudei». Certo, si può pensare che già da sola l’espressione re dei Giudei desse fastidio a chi non aveva accettato Gesù Cristo, ma c’è molto di più: ricordiamo che - quando Nostro Signore fu condotto davanti al sinedrio - il sommo sacerdote si stracciò le vesti, accusandolo di bestemmia, solo dopo che Gesù aveva confermato di essere il Figlio di Dio. Era questa infatti la vera inconcepibile «colpa» di Gesù per i suoi carnefici, essere uomo ma «farsi» Dio.

In definitiva: sappiamo della scritta in latino, ma com’era resa in ebraico? Lo scrittore Henri Tisot (1937-2011) si è rivolto a diversi rabbini per sapere quale fosse l’esatta trascrizione in ebraico di «Gesù nazareno, re dei Giudei» e ha scoperto che le lettere corrispondenti dovevano essere «שוע הנוצרי ומלך היהודים», le quali - traslitterate, vocalizzate e tenendo presente la lettura da destra verso sinistra - ci danno come risultato: Yeshua Hanotsri Wemelek Hayehudim. Le iniziali non sono altro che il tetragramma sacro: YHWH. Cioè il Nome di Dio rivelante l’Essere eterno e perfetto: Io-Sono. La profezia di Gesù era compiuta.

I Giudei che protestarono con Pilato si videro quindi improvvisamente davanti agli occhi - nel modo più impensabile - la Verità incarnata, il Dio fatto uomo, che avevano rifiutato e messo in croce. Ecco perché si rivela in tutto il suo significato l’iscrizione composta da Pilato e con essa la replica del governatore, ancora riferita da san Giovanni Evangelista, di fronte alla richiesta di quei Giudei: «Quel che ho scritto ho scritto» (Gv 19,22). Come una sentenza, un sigillo che ci ricorda Chi è quel Bambino che festeggiamo a Natale e venuto in mezzo a noi per offrirci la salvezza.

[1] “Nazarinus”, secondo il frammento di tavoletta custodito a Roma nella basilica di Santa Croce in Gerusalemme e che corrisponderebbe alla forma corretta del latino nel I secolo.

lunedì 12 marzo 2018

Un aforisma di S. Gregorio Magno nel giorno della sua festa sui pastori silenti, che non condannano gli errori


..... Intelligenti pauca ....

Fonte: In occasione della sua festa (12 marzo), leggiamo cosa dice san Gregorio Magno sui sacerdoti che fanno silenzio e non condannano gli errori, in Il cammino dei Tre sentieri, 11.3.2018

Il testo è riportato per intero, in traduzione italiana, qui