Sante Messe in rito antico in Puglia

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lunedì 16 maggio 2022

Il famoso indulto "Agatha Christie" del 5.11.1971

Ecco il famoso indulto del 1971, noto come "indulto Agatha Christie", firmato dall'allora Mons. Bugnini e che l'attuale prefetto della Congregazione per il Culto Divino, mons. Roche, afferma che non si troverebbe negli archivi della Congregazione, ops Dicastero vaticano.
Ringraziamo i nostri amici per avercene fornita una fotografia.


 

giovedì 9 aprile 2020

Carattere della liturgia della Settimana santa

Sebbene in quest’anno 2020 i riti della Settimana Santa siano stati ridotti e, comunque, resi non partecipati da parte dei fedeli, ecco, una bellissima meditazione sui riti preriformati della Settimana Santa (per ragguagli su questi, rinviamo a S. Carusi, La riforma della settimana santa negli anni 1951-1956, in Disputationes Theologicae, 28.3.2010) dell’insigne liturgista l’abate benedettino dom Emanuele Caronti. E si capisce perchè il mondo della Tradizione – a giusta ragione – non ha mai gradito, anzi ha stigmatizzato tutte le riforme pre e post-conciliari della Settimana Santa: colpendo questa si è voluto colpire al cuore la liturgia stessa della Chiesa, che, nelle parole del Caronti, “ha la sua massima applicazione nella settimana santa: si direbbe che ne è l’anima e la vita”. A dircelo è lo stesso Paolo VI nella sua Costituzione Apostolica Missale Romanum del 3 aprile 1969 (vqui), affermando: «Si è sentita l’esigenza che le formule del Messale Romano fossero rivedute e arricchite. Primo passo di tale riforma è stata l’opera del Nostro Predecessore Pio XII con la riforma della Veglia Pasquale e del Rito della Settimana Santa, che costituì il primo passο dell’adattamento del Messale Romano alla mentalità contemporanea». Il sospetto fondato è che la riforma liturgica solo a parole abbia voluto che “l’anno liturgico sia riveduto in modo che, conservati o restaurati gli usi e gli ordinamenti tradizionali dei tempi sacri secondo le condizioni di oggi, venga mantenuto il loro carattere originale per alimentare debitamente la pietà dei fedeli nella celebrazione dei misteri della redenzione cristiana, ma soprattutto nella celebrazione del mistero pasquale” (SC 107). Ma nei fatti si è trattato di una vera e propria opera di ristrutturazione. E c’è una bella differenza tra il restauro e la ristrutturazione: il primo è fondamentalmente conservativo e integrativo; la seconda è quasi esclusivamente innovativa: dell’antico si conserva solo qualche vestigia. Un particolare questo che non sfugge nemmeno a chi tradizionalista non è, come Domenico Pezzini: «Oggi, anche a partire da delusioni sempre più frequenti e dichiarate circa certi esiti della riforma liturgica, qualcuno sta accorgendosi che nella foga e nell’entusiasmo della purificazione postconciliare forse abbiamo buttato via il bambino con l’acqua sporca. Da questo punto di vista la liturgia della Settimana santa è probabilmente il luogo più emblematico per evidenziare i problemi, proprio perché vi si celebrano eventi che sono insieme di denso contenuto emotivo e di profondo significato teologico, due aspetti della questione che invece di integrarsi rischiano di contrapporsi e di disintegrarsi. Il problema non è per niente teorico, e la storia della pietà cristiana è lì a dimostrarne l’intrinseca difficoltà […] Quando la liturgia era in latino, la gente vi partecipava certamente in forza di un precetto, ma non era questa la sola ragione, e non è neanche detto che non ne ricavasse niente, anzi. E questo proprio perché il muro costituito dal latino aveva di fatto stimolato la creazione di segni che fossero comprensibili per sé, che trasmettessero un messaggio senza che ci fosse bisogno di passare per la mediazione della parola. Tali erano, per esempio, il diverso colore dei paramenti, inventato per segnalare i diversi sentimenti che accompagnano lo svolgersi dell’anno liturgico, […] la velatura delle immagini durante la Quaresima a indicare un atteggiamento penitenziale, e altro ancora, cose che non avevano certo la finezza e l’articolazione delle spiegazioni verbali, ma che non erano meno importanti, in quanto erano dei metamessaggi che trasmettevano in modo globale e visibile un’idea, e suggerivano la risposta emotiva corrispondente. Ho l’impressione che una delle ricadute non felici della riforma liturgica sia stata l’alluvione di parole e il prosciugamento dei segni» (vqui).
Ed ecco perché io ho salutato felicemente l’indulto concesso dalla Santa Sede a celebrare i solenni riti della Settimana Santa e della Quaresima in generale con le cosiddette Rubriche del ’52… facendo gli scongiuri che non venga ritirato, ma anzi confermato in via definitiva al termine di questo quinquennio dato “ad experimentum”. Ne gioirebbe lo stesso Abate Caronti, che quelle riforme, da buon benedettino e da fedele servitore della Chiesa, accettò in spirito di obbedienza, ma che mal gradì.


Carattere della liturgia della Settimana santa

Abate dom Emanuele Caronti O.S.B.

Chiunque vorrà leggere con mente scevra da pregiudizi l’ufficio della settimana santa, sarà meravigliato e incantato del gusto squisito, dell’armonia e nobiltà di sentimenti che regna dovunque, come se il genio dell’elegia sacra avesse presieduto alla sua composizione. Difatti l’ufficio si compone in gran parte di testi scritturali che fanno allusione alla passione, e questo solo è già abbastanza per darne un’altissima idea. Ma inoltre la scelta e l’unione dei diversi testi per formare un tutto organico, sono ciò che si può immaginare di più felice e di più armonioso.
Il carattere dominante della liturgia è il drammatico, nel senso più nobile della parola. Essa più che descrittiva, è rappresentativa, e questo non solo quando si compone di azioni, ma anche quando si riduce semplicemente ad un testo. Trasporta l’immaginazione e l’anima alle scene di cui altri sono stati testimoni per eccitare le medesime impressioni che avremmo sperimentato se fossimo stati presenti. In ciò fare, la liturgia, lungi dall’arte fittizia del teatro, mette in azione una verità della fede che dà al culto il valore di una realtà sempre nuova e sempre vivente.
Infatti l’arte più abile e più squisita del teatro nel trattare un soggetto. determinato si propone di presentarlo al pubblico in modo che questi ne rimanga interessato, seguendo lo svolgersi delle scene con pietà, compassione, orrore ed amore, a seconda delle circostanze. Ma è sempre l’artificio che deve agire e dove questo cessa, ogni comunicazione tra la scena e l’uditorio è fatalmente compromesso. Nel dramma liturgico invece, l’interesse degli assistenti al soggetto rappresentato non dipende dall’artificio, ma dal fatto che il soggetto stesso è una realtà intimamente connessa colla loro vita religiosa, che tende ad appropriarsi ciò che viene drammaticamente rappresentato. Certo che saranno utilizzate le risorse dell’arte, ma solo allo scopo di stimolare maggiormente, perchè la verità religiosa venga con più efficacia assimilata.
Questo principio che ispira generalmente la liturgia della Chiesa ha la sua massima applicazione nella settimana santa: si direbbe che ne è l’anima e la vita.
Il quadro esteriore è sublime. La processione delle palme, il dialogo musicale della passione, lo squallore e la desolazione del tempio, le prostrazioni, l’incenso, il fuoco, la luce. Geremia che dopo tanti secoli piange sopra Gerusalemme, come se la misura della sua iniquità non fosse compiuta e fosse ancora possibile stornare il castigo che ha cagionato la sua rovina. Il Salvatore stesso si rivolge agli Ebrei, come se fossero ancora il suo popolo, per rimproverare loro l’ingratitudine colla quale hanno risposto ai suoi benefici e come se essi attualmente esercitassero sopra di Lui la loro barbarie. La chiesa si abbandona al dolore, come se il suo Sposo divino attualmente subisse la sua sorte crudele.
In tutto questo quadro la liturgia opera una sostituzione di persone. Il pianto di Geremia è il pianto dei nostri delitti che hanno determinata la morte di Gesù Cristo e la rovina spirituale dell’anima nostra: i suoi accenti patetici sono inviti pressanti al dolore ed alla compunzione. Attraverso al rimprovero che muove agli Ebrei increduli e ribelli, Gesù Cristo colpisce le durezze ostinate del nostro cuore. Il suo sacrificio stesso, la sua agonia, la sua morte, oltre al loro valore di ricordo storico, hanno un valore reale per ognuno di noi, sia perchè quella tragedia è conseguenza delle nostre colpe, sia perchè quella passione e quella morte è la passione e la morte nostra. E così il dramma è perennemente vivo e perennemente reale, con un ripetersi dei medesimi sentimenti e un succedersi di effetti dipendenti dall’oggetto o dal mistero celebrato.

Tratto da La Settimana Santa e La Settimana di Pasqua, ed. L.I.C.E., Torino 1922, pp. 10-11.

venerdì 27 marzo 2020

Quo magis, Cum sanctissima, Cui prodest…

Con due decreti la Congregazione per la dottrina della fede (organo che ha assorbito le competenze della Commissione Ecclesia Dei), pubblicati entrambi in data 25.3.2020, sono stati approvati, con uno, sette nuovi prefazi nel rito Vetus Ordo e, con l’altro, si annuncia l’ingresso, sempre nel calendario Vetus, di nuovi santi, canonizzati dopo il 1960, e si indicano circa settanta santi di maggiore importanza del calendario del 1962, che avranno diritto di precedenza sui “nuovi” (che dovessero cadere nello stesso giorno).
Che dire di questi due provvedimenti?
Con riguardo al primo, ci informa il blog Messa in Latino «(ci risultano quelli per: il SS. Sacramento, Ognissanti (si usa anche per il S. Patrono), la Dedicazione della chiesa - che già erano inseriti nell'appendice del Messale Romano del 1962, edizione francese -, i Martiri, gli Angeli, S. Giovanni Battista, e le Nozze) di cui per ora non è ancora stato pubblicato il testo». Sempre lo stesso blog esprime comunque un apprezzamento per «il prefazio De Nuptiis, tratto dalle stesse antiche fonti della tradizionale benedizione nuziale degli sposi».
Con riferimento al secondo decreto, che per la verità lo stesso blog aveva anticipato sin dal dicembre scorso (vqui), ancora Messa in latino, ci precisa che «[l]a memoria dei Santi “nuovi” è facoltativa e qualora cadesse nello stesso giorno di un altro santo del 1962 senza precedenza, si  farà doppia commemorazione nel caso che si festeggi il nuovo santo».
Due considerazioni ci viene di porgere al di là dei concreti contenuti dei due decreti. La prima considerazione è che la c.d. riforma della riforma, o forse sarebbe più corretto dire riforma della riforma della riforma, viene a toccare, inspiegabilmente, solo e soltanto il messale del 1962 e non quello del 1969-70. Che fretta c’era di toccare solo quel messale e non prima l’altro? Gli abusi, forse, non si son verificati principalmente con il secondo anziché col primo? E quindi era quello del ’69-’70 da correggere per primo per evitare o limitare gli abusi, non quello del ’62. Quindi, se fosse stato sincero l’intendimento dei riformatori della riforma, avrebbero pensato prima a “raddrizzare” il rito ordinario e poi, eventualmente, pensare alla forma straordinaria. C'è dietro dell'altro?
La seconda considerazione concerne propriamente l’inserzione dei nuovi santi. Non sappiamo chi verrà inserito. Per molte canonizzazioni post 1960 non ci sono problemi di sorta (si pensi, per es., a S. Pio da Pietrelcina o a S. Massimiliano M. Kolbe) di cui il popolo cristiano non dubita. Invece, per altre, qualche problema potrà esservi, sussistendo molti dubbi su quelle canonizzazioni (v. per es. lo studio di Mons. Gherardini, qui).
Pubblichiamo volentieri, comunque, riguardo a questi due provvedimenti il commento del nostro amico Franco Parresio.

Quo magis, Cum sanctissima, Cui prodest…

di Franco Parresio

Sono di ieri i due decreti della Congregazione per la Dottrina della Fede, che lasciano molto il tempo che trovano: il Quo (re) magis (qui) e il Cum (mamma) sanctissima (qui): due provvedimenti atti a riformare il Messale del 1962 con l’introduzione di nuovi sette prefazi e dei «santi canonizzati dopo il 26 luglio 1960 (data dell’ultimo aggiornamento del Martirologio della forma extraordinaria)», come si legge nella Nota della medesima Congregazione «circa la celebrazione liturgica in onore dei santi nella forma extraordinaria del Rito Romano» (qui).
Peccato che manchi un terzo decreto: Cui prodest.
A chi giova, infatti, tutto questo? A nessuno!
Eppoi, a che pro? A confondere soltanto le idee e gli animi, innanzitutto e soprattutto degli stessi seguaci dell’Usus Antiquior: già numericamente esigui e divisi, nonché contrapposti tra di loro; ma accomunati tutti dalla diffamante definizione di “tradizionalisti”.
Infatti, sibillina è la frase che leggiamo nella Nota della Congregazione per la Dottrina della Fede circa «i sette nuovi prefazi eucaristici per la forma extraordinaria del Rito Romano» (qui): «L’uso o meno, nelle relative circostanze, dei prefazi nuovamente approvati rimane una facoltà ad libitum. Ovviamente, si fa appello, al riguardo, al buon senso pastorale del celebrante».
Sembra di leggere i prenotanda del Messale di Paolo VI.
E così la “riforma della riforma” da riguardare quest’ultimo (oramai in caduta libera), va ad interessarsi – guarda caso – del solo Messale del ’62!
Forse per «affermare con sicurezza e con autorità magisteriale che la riforma liturgica è irreversibile», secondo il diktat bergogliano del 2017 (vqui)?
Ma anche secondo quello benedettiano, che – suadentemente – per dimostrare che «non c’è nessuna contraddizione tra l’una e l’altra edizione del Missale Romanum», stabilisce che «nel Messale antico potranno e dovranno essere inseriti nuovi santi e alcuni dei nuovi prefazi» (qui).
E, invece, la contraddizione c’è ed è sotto gli occhi di tutti!
Falso, infatti, appare il principio secondo cui «le due forme dell’uso del Rito Romano possono arricchirsi a vicenda» – semmai il contrario! –, dal momento che l’influenza è a senso unico.
Il sospetto fondato è che si voglia, con fare «insensibile, sottile, leggermente, dolcemente» (per dirla con un’aria molto famosa del Barbiere di Siviglia), aggiustare, corrompendola, «l’ultima stesura del Missale Romanum, anteriore al Concilio, che è stata pubblicata con l’autorità di Papa Giovanni XXIII nel 1962 e utilizzata durante il Concilio”, adeguandola vieppiù al “Messale, pubblicato in duplice edizione da Paolo VI e poi riedito una terza volta con l'approvazione di Giovanni Paolo II». E questo partendo proprio dall’uniformare, in tutto e per tutto, il «Martirologio della forma extraordinaria» a quello della forma ordinaria; facendo poi il resto. I nuovi prefazi non sono, per caso, un preludio ad un successivo recepimento delle altre preghiere eucaristiche diverse dal Canone Romano? Staremo a vedere. Ma una cosa è certa: i tradizionalisti non in comunione con Roma (lefebvriani e sedevacantisti) rafforzeranno il loro aperto scetticismo verso il Summorum Pontificum, tenendosi alla larga da un eventuale pieno rientro nell’ovile romano; e quelli già nell’ovile – mai del tutto persuasi dalle rassicurazioni curiali – pronti a scappare. Mi auguro di sbagliarmi.

lunedì 17 dicembre 2018

Introduzione alla "Sacrosanctum concilium" di Mons. Nicola Bux in occasione dell'inizio delle Antifone Maggiori

Oggi, 17 dicembre, iniziano le Antifone Maggiori, dette anche Antifone “O” dall’esclamazione di meraviglia con cui si aprono.
La prima inizia con “O Sapientia”.






In questi giorni delle Antifone e di Novena al Santo Natale, pubblicheremo ogni giorno un contributo dei membri della Scuola Ecclesia Mater dedicato ognuno all’esame di un capitolo della Costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium, solennemente promulgata nel dicembre 1963.
Questi interventi sono stati tenuti, in occasione degli incontri formativi, a Bari, della Scuola nell’arco temporale dal 2014 al 2016.
Cominciamo con il commento al Proemio da parte di don Nicola Bux.

COMMENTO AL PROEMIO DELLA COST. SACROSANCTUM CONCILIUM

di Nicola Bux

Nella versione italiana del Proemio della Sacrosanctum Concilium (§§ 1-4), si notano alcune alterazioni di carattere teologico e filologico. Innanzitutto, l’uso improprio (presente in alcune versioni ufficiali, soprattutto quella presente sul sito del Vaticano - qui citata) del minuscolo: “Liturgia”, tradotto “liturgia”; “Eucharistiae Sacrificio”, “sacrificio dell’eucaristia” (SC n. 2).
Si concorda sulla necessità “di favorire ciò che può contribuire all’unione di tutti i credenti in Cristo; di rinvigorire ciò che giova a chiamare tutti nel seno della Chiesa” (SC n. 1), ma si rimane perplessi quando si vuole mettere la Liturgia, che ha «la caratteristica di essere nello stesso tempo umana e divina (SC n. 2), alla stregua di tutte “quelle istituzioni che sono soggette a mutamenti [instutiones quae mutationibus obnoxiae sunt]» (SC n. 1).
Dobbiamo, pertanto, comprendere l’esatto significato della frase: «Il sacro Concilio [...] ritiene quindi di doversi occupare in modo speciale anche della riforma e della promozione della liturgia [Sacrosanctum Concilium [...] suum esse arbitratur peculari ratione etiam instaurandam atque fovendam Liturgiam curare]» (SC n. 1). Che la Liturgia sia ognora da ‘promuovere’ (fovendam), incrementandola presso «i fedeli [affinché] esprimano nella loro vita e manifestino agli altri il mistero di Cristo e la genuina natura della vera Chiesa» (SC n. 2), è fuori di dubbio; non altresì quando si dice di essa che sia da ‘riformare’, traducendo in tal modo il gerundio latino instaurandam. Quantunque si parli nei testi magisteriali di «riforma liturgica del Concilio [liturgica Concilii reformatio]» (Istruzione Redemptionis Sacramentum, n.4; Enciclica Ecclesia de Eucharistia, n. 10), il verbo ‘instaurare’ - in latino e in italiano - va inteso come restaurare (cfr. Devoto-Oli, Dizionario della lingua italiana) e non già come trasformare. È quanto si legge nel testo in francese: «A la restauration et au progrès de la liturgie». D’altro canto, lo stesso verbo latino ‘reformare’ si traduce con ‘restaurare’ (cfr. Castiglioni-Mariotti, Vocabolario della lingua latina, ed. Loescher, Torino 1966). ‘Instaurare’, allora, può significare: ‘ritornare ai fondamenti’.
Bisogna, infine, parlare di ‘sana Tradizione’, distinguendo tra Tradizione divina e tradizione umana.

sabato 19 maggio 2018

Beato Angelico, la potenza dello Spirito

La Chiesa, nell’odierna Vigilia, attende l’effusione dello Spirito Santo e ricorda la Vergine e gli Apostoli congregati nel Cenacolo in orazione. La liturgia tradizionale canta il regno dello Spirito Santo nei battezzati, rinnovati nelle acque del battesimo, e la continua assistenza dello Spirito Santo nei confronti della Chiesa. Questa vigilia, che noi celebriamo seguendo l'antico calendario della Chiesa, non ha nulla di penitenziale, ma tutto è festoso.
Il messale, promulgato da Paolo VI, il 3 aprile 1969, va ricordato, sopprimeva praticamente l’antico uso delle vigilie e delle ottave per le grandi feste dell’anno. Le ottave erano ormai limitate a Pasqua ed a Natale. Quanto alle vigilie, per alcune feste, non esiste, nel rito montiniano, che una “messa della vigilia” a sera, che spesso passa inosservata. Si tratta, di fatto, di un’anticipazione della festa e non più di una giornata di digiuno e di preparazione a questa come avveniva in passato.
La messa di vigilia della Pentecoste è un caso particolare. Essa è dotata di una scelta di quattro testi per la prima lettura. Si tratta di testi dell’Antico Testamento, che preparano al dono dello Spirito santo. Questo è tutto ciò che esiste dell’antica e ricca liturgia della vigilia di Pentecoste, che ricalcava, come struttura, quella del Sabato santo, ad eccezione della benedizione del fuoco e del cero pasquale. Il suo depauperamento è avvenuto in due tempi. La vigilia cadde nella riforma degli anni ’50 del secolo scorso e l’ottava con la promulgazione del nuovo messale. Sulla struttura della Vigilia di Pentecoste, cfr. Abbé Jean-Pierre Herman, La Pentecôte – Fête élaguée ou restaurée ? La suppression de l’antique vigile baptismale de la Pentecôte, in Schola Sainte Cécile, 2 juin 2014; Gregory Dipippo, The Suppression of the Ancient Baptismal Vigil of Pentecost, in New Liturgical Movement, May 18, 2018 ed in Canticum Salomonis, May 18, 2018.
Sono note le “lacrime di coccodrillo” di papa Montini, che faceva il finto tonto, per la soppressione dell’ottava di Pentecoste. Ecco l’aneddoto. Siamo nel 1970, lunedì (secondo altri domenica dell’ottava) di Pentecoste. La riforma liturgica era entrata in vigore da pochi mesi. Paolo VI si avviava la mattina presto verso la sua cappella per celebrare la Messa. Con sorpresa, trovò preparati i paramenti verdi anziché quelli rossi, di Pentecoste, e della sua ottava. Interrogati i cerimonieri, questi gli risposero: «Ma Santità, ormai è tempus per annum, il colore è verde. L'ottava di Pentecoste è abolita». «Verde, ma come? Chi ha abolito l'ottava?», domandò concitato il finto tonto Montini. «Lei, Santo Padre ...». E Paolo VI pianse (Le lacrime di Paolo VI e l'ottava di Pentecoste, in blog MiL, 31.5.2010; John Zuhlsdorf, A Pentecost Monday lesson: “And Paul VI wept”, in Fr. Z’blog, 5 june 2017. Cfr. Paolo VI e la “riforma della riforma”, in Antiquo robore, 11.5.2018). Almeno così si dice. Montini, avvertendo il disagio di trovarsi, quindi, ex abrupto, nel tempo ordinario, ne scriveva, con biglietto autografo e confidenziale, all’allora P. Bugnini, chiedendogli di fare qualcosa per «ripensarvi, e trovare il modo di ristabilire un culto liturgico che contiene in se’ la profonda radice di tutte le altre sue manifestazioni nella Chiesa di Dio, animata dallo Spirito Santo» (il testo è riportato in nota a Ildebrando Scicolone, Paolo VI, “interprete” della riforma liturgica, in Ecclesia Orans, vol. 30 (2013), pp. 335-362, partic. pp. 356-358 concernente la soppressione dell’Ottava di Pentecoste, riportato anche in Paolo VI e la riforma liturgica. Dalla beatificazione una nuova luce, in blog Sacramentum futuri, 15.10.2014). A questo rispose lo stesso Bugnini con un promemoria, visto che la memoria di Montini andava aiutata, giacché non rammentava ciò che egli stesso aveva compiuto e di cui si era convinto.
Pare inverosimile, a nostro avviso, pensare ad un Montini, quasi fosse un neo smemorato di Collegno …, che non avesse presente la sua stessa “riforma” o che ignorasse la soppressione dell’Ottava avvenuta con la Costituzione apostolica Mysterii paschalis del 14 febbraio 1969 e la spiegazione delle motivazioni di tale soppressione, data nel Commentarius: «Octava Pentecostes, ut dictum est, supprimitur; attamen feriae currentes inter sollemnitatem Ascensionis et sollemnitatem Pentecostes peculiare momentum acquirunt formulariis enim propriis ditantur quibus in mentem revocantur promissiones Christi relate ad effusionem Spiritus Sancti» (Calendarium romanum ex decreto sacrosancti oecumenici concilii Vaticani II instauratum auctoritate Pp. Pauli VI promulgatum, Città del Vaticano 1969, p. 57)!
Ci riesce davvero difficile immaginare tutto ciò come anche immaginare un Montini che non fosse consapevole di ciò che faceva o non si preoccupasse di leggere e meditare ciò che gli veniva sottoposto per la firma. La verità è che Montini era perfettamente consapevole di ciò che stava facendo e quelle lacrimucce postume erano solo un’invereconda sceneggiata “napoletana”, per accreditare l’idea, presso il grande pubblico, di una sua buona fede, che non ci sembra – con tutta onestà – vi fosse; pena il ritenerlo del tutto incapace ed inconsapevole di ciò che stava compiendo alla Chiesa.
Ad ogni buon conto, per ricordare e celebrare questa Vigilia, ci sembra quanto più adatto rilanciare il seguente contributo, che ci serva quantomeno come meditazione per questa ricorrenza vigiliale.

Beato Angelico, la potenza dello Spirito

di Margherita del Castillo

Nella pittura, come nella poesia, l’accento della Pentecoste è posto sull’Universalità del messaggio cristiano, che sfonda l’ambiente chiuso in cui si ritrovavano i primi apostoli per diffondersi in tutto il mondo grazie alla potenza del fuoco dello Spirito. Come dimostra la Pentecoste del Beato Angelico di Firenze.

Beato Angelico, Pentecoste, Museo di San Marco, Firenze

Mentre stava per compiersi il giorno di Pentecoste si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte gagliardo e riempì tutta la casa dove si trovavano.  At, 2, 2

La Pentecoste ebraica, o festa delle Sette Settimane in riferimento al tempo che la separava dalla Pasqua, segnava l’inizio della mietitura del grano ed era la festa di ringraziamento a Dio per i frutti della terra, celebrata in memoria del dono più grande che il popolo ebraico, allora guidato da Mosè, aveva ricevuto: le tavole della legge sul Monte Sinai. Noi cristiani ricordiamo la discesa dello Spirito Santo che, essendo una delle festività portanti del nostro credo, è stata, naturalmente, più volte rappresentata.

La terza persona della Santissima Trinità, nell’arte, può comparire sotto forma di colomba – nell’iconografia del Battesimo di Gesù - di nube luminosa – nella Trasfigurazione – o di lingue di fuoco, come, appunto, nel caso in oggetto. Per amore di completezza aggiungiamo che il Vangelo di Giovanni parla dello Spirito Santo come di un soffio e chissà, forse in altri dipinti, lo incontreremo così!

Il fuoco è, come l’acqua, simbolo di vita e, in questo senso Beato Angelico lo utilizza nella sua interpretazione del tema, sia nella versione del Trittico della Galleria Corsini di Roma, sia in quella, più o meno contemporanea, del celebre Armadio degli Argenti, i cui pannelli sono ora conservati al Museo Nazionale di san Marco a Firenze.

A metà del XV secolo Piero de Medici commissiona a Guido di Pietro, ordinato poi col nome di fra’ Giovanni ma ben più noto come Beato Angelico, una porta per la chiesa della Santissima Annunziata di Firenze. Il progetto di Piero prevedeva la creazione di un oratorio familiare tra il tempio mariano e la biblioteca del convento: è qui che il prezioso armadio sarebbe stato custodito.  Uno dei suoi pannelli, che raccontano le storie di Cristo, a partire dalla Fanciullezza fino alla Resurrezione, riproduce la discesa del Paraclito e, così come gli altri, è una tempera su tavola.

Mentre stava per compiersi il giorno di Pentecoste si trovavano tutti insieme nello stesso luogo.

Il luogo in questione è il Cenacolo, la “camera alta”, quella stessa dell’ultima cena. Maria ha sostituito Gesù e compare, in preghiera, ieratica, frontale, in piedi al centro della scena. I Dodici, nel frattempo, sono diventati ventisei, distribuiti dal pittore in posizione simmetrica rispetto alla Vergine, le aureole incendiate dalla potenza dello Spirito.

A Maria, al piano inferiore, corrisponde una porta chiusa, che rimanda a Lei quale ianua coeli attorno alla quale si radunano, curiosi, degli uomini i cui indumenti, soprattutto i copricapi, inducono a pensare a loro diverse provenienze.  Sono, infatti, i Parti, i Medi, gli Elamiti, gli abitanti della Mesopotamia, della Giudea, della Cappadocia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfilia che, stupiti e perplessi, come ci riferiscono gli Atti degli Apostoli, così dicono tra loro: 

“li udiamo annunziare nelle nostre lingue le grandi opere di Dio. Che significa questo?”

La grazia, l’eleganza della pittura del Beato Angelico impreziosiscono ulteriormente la scena. Ai suoi colori luminosi sembra alludere la similitudine che troviamo nella Pentecoste, l’ultimo degli Inni Sacri composti da Alessandro Manzoni
Come la luce rapida
Piove di cosa in cosa,
E i color vari suscita
Dovunque si riposa;
Tal risonò moltiplice
La voce dello Spiro:
L’Arabo, il Parto, il Siro
In suo sermon l’udì.

Nella pittura, come nella poesia, l’accento è posto sull’Universalità del messaggio cristiano, che sfonda l’ambiente chiuso in cui si ritrovavano i primi apostoli per diffondersi in tutto il mondo grazie alla potenza del fuoco dello Spirito.

lunedì 20 novembre 2017

20 novembre 1947 - 2017 - 70° anniversario della "Mediator Dei" di S.S. Pio XII

Settant'anni fa, il 20 novembre 1947 Pio XII pubblicava l'Enciclica "Mediator Dei", monumento del magistero papale sulla Sacra Liturgia, condanna delle aberrazioni liturgiche oggi trionfanti.

Fonte: Pio XII, enc. Mediator Dei, 20.11.1947









mercoledì 27 settembre 2017

Magnum principium vs Summorum Pontificum?

All’inizio di questo mese è stato pubblicato il m.p. Magnum principium, che, unitamente al discorso, di pochi giorni prima, del Vescovo di Roma in occasione della LXVIII Settimana liturgica nazionale (cfr. Enrico Lenzi, Udienza. Papa Francesco: la riforma liturgica è irreversibile, in Avvenire, 24.8.2017), dovrebbe costituire uno dei pilastri che rendano la c.d. riforma, elaborata a seguito del Concilio Vaticano II, un fatto definitivo e, quasi, potremmo dire, di fede. Sì, una fede, lontana da quella della Catholica, ma tutta impregnata di giansenismo o neo-giansenismo, che altro non sarebbe che la versione “cattolica” del calvinismo, e di gallicanesimo; mali questi da cui può dirsi affetta la Chiesa cattolica (di giansenismo ne parla anche don Alfredo Morselli, «Summa familiae cura»: la grazia di sempre e “le forme e modelli del passato”, in MiL, 21.9.2017).
Del resto, non è un mistero che il Vescovo di Roma riprenda a piene mani le tesi di alcuni maîtres à penser, che in anni passati si erano pur espressi in termini assolutamente analoghi, come il prof. Andrea Grillo (cfr. l’intervista allo stesso, Concilio e la Riforma irreversibile. Intervista al prof. Grillo, ivi, 7.3.2012). Non è difficile, dunque, immaginare chi siano stati gli autori ai quali l’Augusto abbia inteso ispirarsi. Il problema è, però, la scarsa lungimiranza di questi personaggi; una sostanziale incapacità di saper vedere lontano e di cogliere i “segni dei tempi”, come, ad es., la circostanza che, come è stato notato anche alla luce del recente Pellegrinaggio Summorum Pontificum, non ci sia «niente di più giovane del rito antico» (così Valerio Pece, Non c’è niente di più giovane del rito antico. A dieci anni dalla Summorum Pontificum, in Tempi, 12.9.2017), tanto da far dire all’abbé Claude Barthe, animatore di quel pellegrinaggio, che sia piuttosto il processo innestato dal Summorum Pontificum ad essere irreversibile e non già la c.d. riforma conciliare! (cfr. Summorum Pontificum est « irréversible », in Riposte Catholique, 21 sept. 2017).
Per questo, non possiamo che cogliere l’invito rivolto da Franco Parresio: diamo tempo al tempo. Sì, lasciamo sia il tempo a decidere quali siano le foglie secche destinate a cadere … .
Nella festa dei santi Anargiri e martiri, Cosma e Damiano, rilanciamo, perciò, questo contributo.









Magnum principium vs Summorum Pontificum?

di Franco Parresio

È la domanda che sicuramente molti si staranno facendo: il Magnum principium contro il Summorum Pontificum?
Un interrogativo legittimo se si considera che il motu proprio Magnum principium è stato pubblicato il 3 settembre scorso: esattamente undici giorni prima del decennale dell’entrata in vigore del motu proprio Summorum Pontificum (14 settembre 2007).
Una provocazione?
Così sembrerebbe alla luce del Discorso ai partecipanti alla 68.ma settimana liturgica nazionale, tenuto da Francesco il 24 agosto 2017, nell’Aula Paolo VI (v. qui), col quale egli, atteggiandosi a Pontifex Maximus, ha solennemente definito (si noti il plurale maiestatico):
«Possiamo affermare con sicurezza e con autorità magisteriale che la riforma liturgica è irreversibile».
Frase che, seppur sibillina, suona come una sorta di “definizione ex cathedra”.
Dico “sibillina” perché davvero poco chiara e piena di ambiguità: e in chiave progressista, secondo cui “usare i sacri edifici per arbitrari esperimenti” non solo è lecito ma doveroso, in barba a quanto invece prescrive la Mediator Dei, e in chiave tradizionalista, secondo cui “la riforma liturgica è irreversibile”… esattamente come il coma.
Ed è proprio questo stato comatoso profondo nel quale è caduto miseramente la riforma liturgica a farci serenamente dire – contrariamente a quanto si possa pensare – che il Magnum principium non solo non osteggia il Summorum Pontificum, ma addirittura lo promuove.
Può sembrare un paradosso. Invece non lo è!
Non lo è perché il Magnum principium – a sua insaputa e per sua disgrazia – avvalora e dà forza a quanto denunciato dieci or sono da Galimberti, che a pagina 23 de L’ospite inquietante (ed. Feltrinelli) scrive: «Malato è anche il lógos frantumato in lingue regionali quando dovrebbe portare con sé, come dice il suo nome, l’unità della ragione». Esattamente come la lingua latina.
Ma quel che è peggio è che il Magnum principium fa risorgere il gallicanesimo e con esso riabilita, richiamandolo dalle sue ceneri, il mai sopito giansenismo: quello di bassa lega (ce ne fossero di giansenisti del calibro di Pascal!) con le rivendicazioni per la creazione di chiese nazionali. Invero il Magnum principium fa, de facto, delle Conferenze Episcopali nazionali delle vere e proprie chiese nazionali!
Su queste basi e con questi principi il Summorum Pontificum non potrà che prosperare, grazie proprio ai suoi detrattori i quali, ammalati di creatività, non fanno altro che contribuire «a deformazioni della Liturgia al limite del sopportabile» (Benedetto XVI, Lettera di accompagnamento del motu proprio).
Tempo al tempo!

sabato 8 luglio 2017

Il decennale del Summorum Pontificum… nel nascondimento

Sono passati i tempi cupi in cui la Messa Romana era proibita perché, come disse Paolo VI nel Concistoro del 24 maggio 1976 «L’adozione del nuovo “Ordo Missae” non è lasciata certo all’arbitrio dei sacerdoti o dei fedeli: e l’Istruzione del 14 giugno 1971 ha previsto la celebrazione della Messa nell’antica forma, con l’autorizzazione dell’Ordinario, solo per sacerdoti anziani o infermi, che offrono il Divin Sacrificio sine populo. Il nuovo Ordo è stato promulgato perché si sostituisse all’antico … . Non diversamente il nostro santo Predecessore Pio V aveva reso obbligatorio il Messale riformato sotto la sua autorità, in seguito al Concilio Tridentino» (FONTE). E la sostituzione equivaleva all’abrogazione (quantomeno tacita) (sul punto, cfr. Ci fu abrogazione?, in Unavox, ott. 2008; Il Novus Ordo è stato imposto illegalmente da Paolo VI?, in Le pagine di don Camillo; Davanti alla storia – La liberalità di san Pio V e l’intransigenza di Paolo VI, in Chiesa e postconcilio, 5.9.2013)!
Oggi tutti sono per la Messa Romana e ne ringraziamo il buon di Dio.
Tuttavia non è tutto oro quello che luccica perché il rito non è per sé stesso garanzia di fede ortodossa. Infatti la Messa Romana rischia sempre più di trasformarsi modernisticamente in un vuoto contenitore ora di questa ora di quella istanza “sentimentale”. Non di rado, in effetti, si son visti e si vedono modernisti sin nel midollo, complici dell’attuale demolizione e protestantizzazione della Chiesa, celebrare l’antico rito con ogni fasto e con ogni plauso, essendo però al contempo totalmente avulsi dalla Verità cattolica che quel rito contiene, esprime e trasmette.
Si tratta in quel caso di vero e proprio paganesimo delle forme!
Possa il felice anniversario aiutare a far comprendere che non la lex orandi esprime sempre la lex credendi e se manca questa, il rispetto della prima si riduce vieppiù a parata storico-nostalgica.
Nel decennale del m.p. pubblichiamo questo contributo di don Giuliano della Rovere (alias don Giuseppe Laterza), con una premessa del prof. Vito Abbruzzi.

Il decennale del Summorum Pontificum… nel nascondimento

di Vito Abbruzzi

Non c’è titolo migliore di questo per celebrare oggi il decennale del Summorum Pontificum, “ma di nascosto per timore” (Gv 19, 38) di critiche feroci e insulse di chi non si è mai sforzato di capirne le ragioni.
Ma pur nel nascondimento, noi celebriamo comunque questo primo decennio di vita del Summorum, che, ad onta delle continue opposizioni, non ha smesso di crescere! E lo facciamo proprio mediante il rendimento di grazie per antonomasia: il Sacrificio Eucaristico secondo la forma extraordinaria del Rito Romano.
Nell’articolo di Don Giuseppe Laterza c’è un richiamo a San Michele Arcangelo: fa bene a farlo perché – non dimentichiamolo, anzi teniamolo ben a mente! – il 7 luglio è oramai anch’essa una data micaelica. Il 7.7.7 (7 luglio 2007) non è affatto casuale: è il numero di Michele! Ed è il numero del Vincente! Lo sanno benissimo i figli spirituali della Serva di Dio Francesca Lancellotti, che oggi festeggiano i cento anni della nascita di lei, e – cosa ancora più importante – l’apparizione di San Michele, avvenuta nella sua casa di Oppido Lucano (PZ) il 7 luglio 1956. L’Arcangelo destinava Francesca a Roma, dove fu avvicinata da importantissime personalità, comprese quelle di Curia. Tra queste il Card. Oddi, suo amico e confidente, non a caso primo presidente della Pontificia Commissione Ecclesia Dei.
E sempre non a caso, il Summorum Pontificum è pubblicato alla pagina 777 degli Acta Apostolicae Sedis: anno 2007, volume 99. Tutto ciò a ribadire che il Summorum non è opera nostra! È opera di Dio! Bando, dunque, agli scoramenti, facendo nostra l’esortazione dell’Apostolo: “Confortate i pusillanimi, sostenete i deboli, siate pazienti con tutti” (1 Ts 5, 14).



La battaglia per la Tradizione liturgica. Uno scritto di don Giuseppe Laterza per il X Anniversario del Summorum Pontificum


di Don Giuliano della Rovere

Per ricordare il decimo anniversario del Motu Proprio Summorum Pontificum pubblichiamo qui di seguito le riflessioni di don Giuseppe Laterza che hanno il merito di individuare, con immediatezza di giudizio, i buoni frutti di un buon albero radicato nella Tradizione della Chiesa e nell’opera della Redenzione, e di indicare ciò che alla sua crescita oggi si oppone. Ben si comprendono le parole del Sacerdote pugliese, se si tiene costantemente presente che il Summorum Pontificum deve essere contemplato non tanto come un’autorizzazione a celebrare a determinate condizioni un Rito “straordinario” (tutto ciò, se negli articoli del documento è rinvenibile, appartiene più al compromesso con Conferenze episcopali e altri potentati ecclesiastici che alla sostanza del pronunciamento), ma come il riconoscimento da parte di un Pontefice, che così si pronunciò autorevolmente sulla Liturgia della Chiesa, della non abrogabilità della “forma antica” della Messa.

07/07/07 - 07/07/17 sono passati 10 anni dal Summorum Pontificum, legge di Benedetto XVI che, istituita non per riavvicinare i preti della Fraternità San Pio X, prevede la ripresa della celebrazione della Messa di San Pio V. Istituita per riprendere l’uso di un messale mai abolito e che ha nutrito per secoli la cattolicità; sdoganare i preti che volessero usare questo messale dalle richieste a vescovi e superiori, che spesso hanno negato nei tempi questi uso. Sono sorte molte messe in Europa e nel Mondo, molti giovani frequentano il rito di San Pio V, pochi anziani... molte vocazioni al sacerdozio. Ringraziamo Dio per quanto opera nella sua Chiesa.
Al contempo vogliamo anche notare gli aspetti negativi di quanto succede: tanti sacerdoti sono perseguitati e messi al margine delle loro realtà perché hanno scelto di usare questo messale e celebrano. Privati di incarichi parrocchiali e della possibilità di sostentarsi sono messi alle strette, obbligati a non seguire il motu proprio che è una legge della Chiesa. Vescovi che parlano di “pastorale” non si curano delle esigenze di una piccola porzione del loro gregge, ma fanno di tutto per estinguere con la forza il nascere e il conoscere questo rito, quasi come Erode si prodigò nel cercare il Fanciullo divino per farlo morire e come il Sinedrio si adoperò per evitare la predicazione Apostolica. Oh! Che temi Erode? Colui che viene non toglie regni umani! Che temete, Eccellenze Serenissime? Forse una Messa non santifica quanto l’altra? Forse una Messa vale più dell’altra? Forse temete venga meno qualcosa?
Ciò che Cristo ha unito nessuno divida: il popolo è di Dio e al sacerdozio ne spetta la guida e l’istruzione con ogni mezzo possibile. Non vorremmo combattere contro Dio nel far guerra alla Messa che per secoli è stata celebrata nelle chiese del mondo! Non vogliamo trovarci ad affrontare Dio e San Michele Arcangelo negando alla gente di nutrirsi intorno all’altare... e ai preti di celebrare! Se si danno le chiese ai musulmani per pregare, se si tollerano spettacolini durante le messe, messe aperitivo, balletti e coreografie varie, perché non permettere anche la Messa in Latino? Perché su questo tasto ci si divide in casa? Non si dialoga e non ci si ama? Non ha forse detto Gesù che l’amore è il principio vitale del Cristianesimo? Forse il Concilio Vaticano II non ha spinto il sacerdozio a guardare le nuove sfide pastorali?
Forse ci preoccupiamo troppo di cose umane, di mantenere un potere inutile e di evitare problemi... ma la vera via per il Regno passa solo attraverso un indicare la croce, un amore per l’altro che, discendendo dal nostro amore per Dio, può aprirsi al fratello. Ed il fratello non è il lontano, ma l’uomo che è affidato alle cure pastorali del sacerdozio. Quando qualcosa viene da Dio, più la si opprime è più cresce, perché lo Spirito che è nel cuore dell’uomo riconosce nella oppressione l’intervento diabolico che vuole ostacolare la Verità, che non vuole anime vicine a Dio. Fu così ai tempi degli Apostoli, più li opprimevano e più erano felici e più crescevano di numero! Sara così anche ai giorni nostri, perché più si vuol eliminare qualcosa e, se viene da Cristo, più si fortifica, perché lui è il vero Sacerdote, noi siamo solo partecipazione al suo Sacerdozio. Lui è lo Sposo, noi gli amici dello Sposo. Nell’oppressione la forza, perché in noi agisca la morte ed in voi la vita!
Riflettiamo, Chiesa e anime sono di Dio e non nostre, la Messa è opera di Dio che rinnova in modo incruento il sacrificio di Cristo e non un palcoscenico per soubrette mal riuscite, non un palco dove una comunità viene privata della trascendenza e del sacro. Dio ce ne chiederà conto... e sarà molto severo perché con Lui non si scherza...

Fonte: Vigiliae Alexandrinae, 7.7.2017