sabato 25 aprile 2015
venerdì 24 aprile 2015
A che serve il Battesimo? Ovvero la vera fratellanza in Cristo ed il battesimo di sangue
Due
fatti di cronaca recente hanno posto l’attenzione su chi debba intendersi come
“fratello della fede e figlio di Dio”.
Cominciamo
dal fatto più recente.
Il
22 aprile, il vescovo di Bari si è incontrato con alcuni copti ed islamici per
meditare, o pregare, per le vittime del naufragio poco al largo delle coste
libiche lo scorso sabato notte (cfr. Corriere del mezzogiorno, 22.4.2015).
Il
vescovo barese, parato da serioso impiegato, non è nuovo a simili iniziative,
in stile media-ecumenical (v. qui).
Non
è questo, però, il punto.
Non
si sta facendo una questione del suo stile … . Ma del fatto che, intervistato
al TG3 Regionale della Puglia, si sia spinto ad affermare che i musulmani «sono
nostri fratelli e figli di Dio». In una precedente ed analoga occasione dell'ottobre scorso aveva affermato che cristiani e musulmani sono «fratelli nella
fede e figli dello stesso Dio».
Ci
stupisce che un vescovo ignori che la Rivelazione e cioè che la figliolanza di
Dio, propriamente detta, non venga né dalla carne né dal sangue, ma sia una
grazia di Dio, richiedendo che sia ricevuta il battesimo. Basta soffermarsi al
celebre Prologo di Giovanni per rendersi conto di questa Verità, giacché
l’Evangelista afferma «quotquot autem receperunt eum, dedit eis potestatem
filios Dei fieri, his qui credunt in nomine eius» (Johan. 1, 12). Per
cui, asserire che cristiani e musulmani siano figli dello stesso Dio è
quantomeno temerario.
A
meno che non avesse voluto intendere – in maniera infelice – che i cristiani ed
i musulmani in quanto uomini e, dunque, creature, abbiamo un medesimo Creatore.
Ma se era questo il senso, allora l’espressione, a nostro avviso, andava detta
meglio dal Pastore barese.
Riguardo
all’altra, cioè “fratelli nella fede” l’espressione anche qui è equivoca.
Pure
qui non avremmo avuto nulla da obiettare se l’espressione fosse riferita non
alla fede, ma volesse indicare la generica fraternità
universale, che deriva direttamente dalla comune discendenza di tutti gli
uomini da Adamo ed Eva.
Se così non fosse e cioè se il vescovo barese avesse voluto
intendere in senso proprio l’espressione “fraternità di fede”, le cose
cambiano.
Se
non erriamo, i Padri della Chiesa avevano affermato che potevano definirsi fratelli
nella fede solo quelli che facevano professione di fede nella stesso Dio
(Triuno) e potevano recitare il “Padre nostro”.
Spiegava S. Agostino che se siamo fratelli (nella fede), «invochiamo
uno stesso Dio, crediamo in uno stesso Cristo, sentiamo lo stesso Vangelo,
cantiamo gli stessi salmi, rispondiamo lo stesso Amen, ascoltiamo lo stesso
Alleluia e celebriamo la stessa Pasqua» (En. in Ps. 54, 16).
Aggiungeva
S. Cipriano, con riferimento alla preghiera del Pater: «Il Padre Nostro è per noi una
preghiera pubblica e comune e, quando preghiamo, non preghiamo per uno
soltanto, ma per tutto il popolo, perché tutto il popolo è uno» (De
Oratione Dominica, 8). Significativamente l'Istruzione del Sant’Offizio del
20 dicembre 1949 all'episcopato cattolico sul “movimento ecumenico” affermava:
«Benché in tutte queste riunioni e conferenze si debba evitare qualsiasi communicatio
in sacris, però non è proibita la recita comune del Padre
Nostro, o di una preghiera approvata dalla Chiesa cattolica con cui le
stesse riunioni vengono aperte e chiuse» (A.A.S., 1950, pp. 142 ss).
In effetti,
il santo Dottore d’Ippona chiamava gli eretici donatisti "fratelli",
perché confessavano «l'unico Cristo» e si trovavano, loro malgrado, «in un solo
corpo, sotto un unico capo», facendo parte dell'unica Chiesa indivisibile,
nonostante i limiti e le divisioni della Chiesa visibile. Per cui, concludeva
S. Agostino, parlando dei “fratelli donatisti”, che questi «Cesseranno
di essere nostri fratelli, allorché avranno cessato di dire: Padre nostro» (En. in Ps. 32, 3, 29, en.
2).
Dunque, il vescovo barese avrebbe dovuto domandarsi – se avesse
inteso riferirsi ad una fratellanza nella fede – se gli appartenenti all’islam
invochino Dio con la preghiera del Padre nostro. Oppure egli avrà pensato che l’islam
sia una sorta di appendice eretica del Cristianesimo così com’era intesa nel
Medioevo. Non a caso Dante pone nella sua Commedia la figura di Maometto
tra gli scismatici, rappresentando l’islam come un’eresia del Cristianesimo. Ma
si tratta di una visione ampiamente superata dalla storiografia … .
Il secondo episodio a cui vorremmo far riferimento è correlato al
martirio dei cristiani etiopi di cui abbiamo già parlato alcuni giorni fa.
Si è appreso che, tra gli stessi, vi sarebbe stato un musulmano.
Questi avrebbe accettato di unirsi – nella morte – con i cristiani, morendo da
apostata dell’islam.
Abbiamo detto “musulmano” (ed i media buonisti hanno parlato di “giusto
nell’islam”, sic!), ma in verità avremmo dovuto parlare di un vero e proprio
cristiano, che, con la sua morte, ha ricevuto il suo battesimo di sangue (cfr.
Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1258). Infatti, questa persona sarebbe
morta da “apostata dall’islam”, per i cristiani, con i cristiani, per la stessa
ragione dei cristiani, a causa dei cristiani e nello stesso contesto dei
cristiani. Non consta che, morendo, abbia fatto professione di fede nell’islam.
Per cui, possiamo ritenere – in base alle circostanze – che egli sia morto da
martire cristiano, conseguendo la corona incorruttibile, così come morirono,
durante l’epoca delle persecuzioni, alcuni martiri – che oggi noi veneriamo – i
quali, pagani, all’ultimo momento, si aggregavano al gruppo di cristiani votati
a morire, decidendo di morire con loro, per loro e nello stesso loro contesto.
Questa è la vera
fratellanza. Nella fede, per la quale la Chiesa canta: «Hæc est vera fratérnitas, quæ vicit mundi
crímina: Christum secúta est, ínclita tenens regna cæléstia». Né vale affermare che il presente caso sia analogo a quello del
prof. Mahmoud Al ‘Asali, poiché – in quest’ultima
vicenda – proprio le circostanze non consentono di affermare che lo stesso sia
stato ucciso con i cristiani, nello stesso contesto dei cristiani e quale
apostata dall’islam!
Il titolo dell'articolo, che riporta la notizia, perciò suona alquanto discutibile.
È musulmano, ma sceglie di morire con i cristiani
Tra
gli etiopi uccisi in Libia dall’Is c’era anche Jamal Rahman: si sarebbe offerto
come ostaggio per non abbandonare un amico. Lo racconta il Pime
DOMENICO
AGASSO JR
ROMA. Era anche lui tra i 28 etiopi
uccisi (decapitati) dall’Isis in Libia e mostrati nell’ennesimo video dell’orrore
di Al Furqan, la macchina della propaganda del califfato. È stato ucciso pure
lui, Jamal Rahman, migrante, sebbene fosse di famiglia musulmana. Perché?
Perché si sarebbe offerto come ostaggio per non lasciare solo un amico
cristiano.
È una storia raccontata da Giorgio Bernardelli su MissionLine, rivista
del Pontificio Istituto Missioni estere (Pime). A confermare la notizia «è stata una fonte del
tutto insospettabile: un miliziano degli al Shabab, i fondamentalisti islamici
della Somalia».
Su questa vicenda ci sono due
versioni di spiegazione: una riferita da «un quotidiano on-line del
Somaliland»: sostiene la «stranezza» dicendo che «si era convertito al
cristianesimo durante il viaggio»; l’altra, che il Pime ritiene «molto più
verosimile, raccolta sempre in ambienti jihadisti: il musulmano Jamaal “follemente”
si sarebbe offerto come volontario ai jihadisti come ostaggio, per solidarietà
con l’amico cristiano con cui stava compiendo il viaggio. Forse pensava che la
presenza di un musulmano nel gruppo avrebbe perlomeno salvato la vita alle
altre persone»; così non è avvenuto: è stato assassinato anche Jamal, «come un
apostata».
La storia e la scelta di Jamal Rahman richiamano quelle di Mahmoud Al ‘Asali, il docente universitario musulmano che la scorsa estate a Mosul «si era schierato pubblicamente contro la persecuzione nei confronti dei cristiani della città». Anche lui ha pagato questo comportamento con la morte.
La storia e la scelta di Jamal Rahman richiamano quelle di Mahmoud Al ‘Asali, il docente universitario musulmano che la scorsa estate a Mosul «si era schierato pubblicamente contro la persecuzione nei confronti dei cristiani della città». Anche lui ha pagato questo comportamento con la morte.
“Deíparæ Vírginis et rosárii cultor exímius, illíus præcípue aliorúmque Sanctórum patrocínio a Deo postulávit, ut in cathólicæ fídei obséquium vitam sibi et sánguinem fúndere licéret” (Lect. VI – II Noct.) - SANCTI FIDELIS A SIGMARINGA, MARTYRIS
Oggi avanza, con la palma in mano, un umile figlio del Poverello di Assisi, il protomartire della nuova riforma dei Minori Cappuccini, che, in circostanze molto simili a quelle che incontrò san Bonifacio, apostolo della Germania, fecondò nuovamente del suo sangue questa terra sterilizzata dall’eresia.
Fu martirizzato nel
1622. Tra il febbraio e l’aprile di quell’anno il nostro Santo, per incarico
del Nunzio di Lucerna e del suo ministro provinciale, operava come missionario
apostolico nella regione del Prättigau (Pretigovia), politicamente soggetta all’Austria,
dove però la popolazione era in buona parte passata alla fede zwingliana. In
una fase di gravissime tensioni, aggravate dalle ingerenze di potenze estere,
come Francia, Spagna e Repubblica Veneta, l’arciduca Leopoldo V d’Austria fece
occupare la regione dall’esercito, sotto la guida del colonnello Luigi de
Baldirone, provocando l’ira del popolo con una serie di azioni di violenza. In
questa situazione esplosiva, Fedele continuava a esporre la fede cattolica con
prediche, dispute e colloqui, nonostante l’opposizione e la quasi totale
chiusura al suo annunzio. Conoscendo il grande peso dell’azione sotterranea dei
predicatori zwingliani e prevedendo con chiarezza il suo martirio, redasse il
cosiddetto Mandato di punizione
o I Dieci articoli
della religione, con cui - tra l’altro - l’autorità civile proibiva
il culto protestante, mandava in esilio i suoi ministri e obbligava tutti i
cristiani a partecipare, nei giorni domenicali e festivi, alla predica
cattolica. Di esso sorprendeva il punto 6, secondo cui nessuno poteva essere
costretto ad accogliere la fede cattolica, a confessarsi e a partecipare alla
messa.
La pubblicazione del Mandato, il 19 aprile, fece l’effetto
di un segnale per la sollevazione generale del popolo. Il 23 aprile Fedele
celebrò la Messa e salì sul pulpito nella chiesa di Grüsch, dove gli giunse l’invito
a predicare il giorno successivo, la domenica 24 aprile, a Seewis. Ma non era
che un pretesto, per eliminare il temibile protagonista dell’azione
controriformistica. Salito sul pulpito della chiesa di quel luogo, trovò un
biglietto che gli preannunciava che quella sarebbe stata la sua ultima predica.
Era consapevole che sarebbe stato ucciso, ma tenne ugualmente il suo sermone.
Mentre iniziava la predica - secondo una tradizione egli spiegava il passo di
Ef 4, 5-6 - scoppiarono vivaci reazioni nell’uditorio e qualcuno fece perfino
fuoco verso il predicatore senza colpirlo. Fedele discese dal pulpito, s’inginocchiò
davanti all’altare maggiore e lasciò la chiesa per una porta laterale, per
dirigersi a Grüsch. Dopo pochi metri, si vide accerchiato da un gruppo di
rivoltosi, circa venticinque, che gli chiesero se era disposto ad accogliere la
loro fede. Rispose che certo non per tale motivo era venuto in quella valle, ma
per la speranza che un giorno avrebbero aderito alla sua fede. Dopo un momento
di esitazione, uno dei ribelli colpì il suo capo con la spada. Il martire,
cadendo con la testa spaccata in ginocchio, esclamò: “Gesù, Maria. Vieni in mio
aiuto, o Dio!”. Solo un enorme fanatismo spiega l’inaudita ferocia con cui gli
assassini infierirono sul suo corpo con forconi, mazze ferrate e bastoni.
Il giorno successivo,
festa di san Marco, il sagrestano Giovanni Johanni seppellì il cadavere. Mentre
il capo del martire nell’ottobre del 1622 fu esumato e portato nella chiesa dei
cappuccini di Feldkirch, il resto del corpo venne solennemente tumulato nella
cripta del duomo di Coira il 5 novembre dello stesso anno. Fu canonizzato nel
1746 da papa Benedetto XIV. Il 16 febbraio del 1771 la sua festa fu estesa alla
Chiesa universale da un altro figlio di san Francesco divenuto pontefice, papa
Clemente XIV, con rito doppio. Di III classe dal 1960. È patrono della regione
di Hohenzollern e dei giuristi. I suoi attributi sono la mazza, la spada e la
palma.
San
Fedele, il martire, con i santi Veronica Giuliani, la mistica stigmatizzata, e
Lorenzo da Brindisi, il dottore della Chiesa, forma la triplice corona più
recente del grande ordine francescano, quello dei Cappuccini, fondato nel 1517.
Roma cristiana ha
dedicato a quest’insigne martire una chiesa nel 1973 nel quartiere Pietralata (Chiesa
di San Fedele da Sigmaringa).
La messa è tratta dal
Comune dei Martiri, ma la prima colletta è propria e con la lettura evangelica
già assegnata alla festa dei martiri Tiburzio, Valeriano e Massimo.
Fuori del tempo pasquale, la messa è quella In virtute. Tuttavia le orazioni sono
quelle indicate.
La grazia del martirio non è il privilegio delle
prime generazioni cristiane, poiché Dio l’accorda in tutti i tempi. Generalmente,
essa suppone una virtù consumata ed una fedele corrispondenza ad un’altra
catena di grazie, che, nei disegni di Dio, devono servire di preparazione a
questa grazia finale che immola a Dio, nello spargimento del sangue, il
sacrificio totale dell’essere.
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| Ambito toscano, S. Fedele incoronato dalla fede, XVIII sec., Museo diocesano, Volterra |
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| Fedele da San Biagio, Martirio di S. Fedele, XVIII sec., chiesa di S. Maria Assunta, San Lorenzo Nuovo |
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| Giovanni Battista Tiepolo, SS. Fedele da Sigmaringen e Giuseppe da Leonessa, che abbattono l’eresia, 1752-58 circa, Galleria Nazionale, Parma |
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| Pascalis Kehrer e Rudhart Fidelis, Altare con martirio di S. Fedele e reliquiario del capo del santo, 1911, Chiesa dei Cappuccini, Feldkirch |
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| Reliquia del teschio di S. Fedele, Chiesa dei Cappuccini, Feldkirch |
![]() |
| Reliquie di S. Fedele, Cripta, Cattedrale, Cur |
Le Antifone mariane
Nell'approssimarci della festa della Vergine Maria, madre del Buon Consiglio, venerata nel santuario a Lei dedicato nella città di Genazzano, volentieri lancio questo contributo che abbiamo ricevuto.
Le
Antifone mariane
di Giannicola D'Amico
Nella prassi delle nostre parrocchie, chi si
occupa del servizio musicale, pur quando rispettoso di certi “canoni”
liturgici, ha un momento di esaltante libertà nel c.d. canto finale.
Anche i più scrupolosi, infatti, si sentono
autorizzati in quel punto della Messa a comportarsi più a briglia sciolta: si
passa dall’organista serio che si diverte un po’ con Provesi, p. Davide da
Bergamo o qualche trascrizione di Wagner, fino alla canzone di Vasco Rossi
all’uscita del feretro, nel funerale di qualche povero giovane morto
tragicamente o un’Ave Maria di Shubert mentre sortisce di chiesa la bara della
vecchia zia (“perché le piaceva tanto!”), passando attraverso sviamenti più
“raffinati” come quello ascoltato qualche tempo fa
quando, in una fedelissima città del Nord-est, al termine di una celebrazione nella
festa di Maria Regina, si è cantato il “Regina Caeli”.
Un tempo il canto finale, o per la “Recessione”,
era un punto fermo e solitamente non creava imbarazzi né ai musicisti nella
scelta, né ai fedeli nel sentirsi propinare canti impropri, e in più
contribuiva a dare una nota ulteriore di cattolicità alla celebrazione (cosa
che non guasta, soprattutto oggigiorno): in tutto l’anno liturgico, infatti, a
fine Messa si usavano le Antifone mariane (dette anche maggiori).
Qualcuno le ricorderà: Alma Redemptoris Mater, Ave
Regina coelorum, Regina coeli e Salve Regina.
Si sapeva con certezza “dottrinale” che la prima
si impiegava dall’Avvento fino alla Purificazione, la seconda serviva fino al
Sabato Santo, la terza era peculiare del tempo di Pasqua e l’ultima si cantava dalla
Ss.ma Trinità in avanti (il c.d. tempo ordinario).
Nulla vieta di eseguirle anche oggi. Anzi!
Scolorite dall’ingiusto oblio in cui sono cadute
(soprattutto le prime due), a volte è sufficiente rimetterle in esercizio per
poco: i fedeli anziani le ricordano ancora e i giovani possono impararle
presto.
Si tratta infatti di forme antifonali semplici,
prive di salmo: in pratica di preghiere alla Vergine – in un latino facilissimo
- messe in canto e inoltre quelle
consacrate dall’uso comune, nella forma semplice (esistono le versioni nel c.d.
tono solenne), sono state per secoli dei veri cavalli di battaglia del nostro
popolo.
Dico secoli, ma ormai potrei dire “un millennio”
e anche più, perché queste quattro piccole perle di sapienza liturgico-musicale
ci giungono dai recessi più affascinanti del Medioevo cristiano.
| Josef Ferdinand Fromiller, La Vergine appare al beato Ermanno, XVIII sec., Monastero, Ossiach |
| Johann Baptist Straub, Beato Ermanno lo storpio, 1751 circa, chiesa abbaziale, Andechs |
L’antifona per l’Avvento e il tempo di Natale, “Alma
Redemptoris”, è attribuita al beato Ermanno di Reichenau (Ermanno il contratto), ovvero uno dei più grandi melografi e musicisti del Medioevo, vissuto subito
dopo il Mille e di cui proprio nel 2013 celebrammo il millennio della nascita, e, probabilmente autore anche della “Salve Regina”.
Alcuni propendono per assegnare a S. Bernardo la
paternità di quest’ultima antifona, ma – come si può vedere – è comunque un
campionario di tutto rispetto!
Una certa tradizione vuole, invece, risalente addirittura
allo stesso S. Gregorio Magno il “Regina coeli” che si canta da Pasqua a
Pentecoste e, dai tempi di Benedetto XIV, sostituisce anche l’Angelus nello
stesso periodo, mentre “Ave Regina coelorum”, di composizione più tarda, resta
l’antifona della Quaresima, ma in verità essa copre il periodo dell’anno
liturgico che segue la festa della Candelora, ovvero dalla Settuagesima sino a
Pasqua.
Ognuna di esse medita una particolare
“caratteristica” mariana, connessa strettamente con il periodo liturgico,
pertanto è bene evitare di spostarle dalla collocazione che la tradizione ha
loro assegnato: in Avvento si invoca Maria che partorisce il Santo Genitore (“Figlia
del tuo Figlio”), mentre dopo la Purificazione si saluta la Vergine quale
“porta attraverso cui la Luce è sorta nel mondo”, poi con la Resurrezione si
invita la Madonna, Regina del cielo, a rallegrarsi perché il divin Figlio “è
risorto, come aveva detto!” ed infine con la “Salve Regina” le si chiede aiuto
ed intercessione misericordiosa.
Reintrodurre stabilmente questi quattro brevi
brani in canto gregoriano a servizio della liturgia, come si può vedere, è
opera meritoria, ma in questi auspici ci sono illustri precedenti.
Solo per citarne uno fra i tanti: mons. Elia
dalla Costa, indimenticato arcivescovo a Firenze, quando era vescovo a Padova
negli anni Trenta, nelle sue lettere pastorali invitava preti e musicisti a
deporre canti melensi ed insignificanti per far luogo alle antifone gregoriane,
considerate di sicura aderenza liturgica.
La storia si ripete, ma con due differenze.
La prima è che i canti da bandire oggi non sono più
solo insignificanti come cent’anni fa, ma a volte, oltre che musicalmente
brutti, proprio dottrinariamente e liturgicamente perniciosi.
La seconda è che i vescovi si occupano di meno
di queste cose. Molto meno. Purtroppo…..
giovedì 23 aprile 2015
“Protexísti me, Deus, a convéntu malignántium, allelúja: a multitúdine operántium iniquitátem” (Ps. 63, 3 – Intr.) - SANCTI GEORGII, MEGALOMARTYRIS, DRACONEM NECANTIS
Oggi
non è un santo romano, ma un martire orientale, che, con la sua palma e la sua
corona, viene a rendere più splendido il trionfo del Redentore resuscitato dai
morti.
Il
culto di san Giorgio ha l’Oriente per patria, ma fu importato a Roma durante il
primo periodo bizantino.
La
leggenda ha cinto dei suoi veli la storia del Megalomartire, che sarebbe
appartenuto, si crede, alla città di Lydda (l’odierna Lod) o Diospolis di
Palestina, nei pressi dell’attuale Aeroporto Internazionale di Tel Aviv Ben
Gurion (già noto come Aeroporto di Lod), in cui, nel 303, egli avrebbe trovato
la morte per aver lacerato gli editti di persecuzione contro i cristiani. Da
quando Costantino vinse il pagano Licinio, san Giorgio fu soprattutto celebrato
in Oriente come difensore armato della Chiesa, come il suo τροπαιοφόρος,
tropaiophóros, vale a dire colui che
porta il trofeo della vittoria riportata contro il nemico, come san Lorenzo e
san Sebastiano a Roma. Non soltanto il culto di san Giorgio riempì quest’immensa
regione che oggi ancora prende dal lui il suo nome, la Georgia, ma penetrò
nelle liturgie etiopiche, copte, siriache e latine. In Europa, san Giorgio
divenne uno dei santi più popolari nel Medioevo, e l’Inghilterra lo venera
ancora come suo celeste patrono.
Il
Geronimiano annuncia la passione di san Giorgio il 25 aprile ed i Copti
celebrano la sua festa il 18. Ma il sinassario ed il typicon bizantini lo commemorano il 23. Questo
è il giorno che san Giorgio è festeggiato a Roma da quando il papa Leone II
(682-683) gli dedicò una basilica al Velabro su cui diremo (L. Duchesne, Le Liber Pontificalis, tomo I, Paris 1886, p. 360).
A
Roma, sin dall’alto Medioevo, si elevarono delle chiese e degli altari in onore
di san Giorgio, in Vaticano, presso il mausoleo di Augusto (cfr. Mariano Armellini,
Le chiese di Roma dal
secolo IV al XIX, Tipografia Vaticana, Roma 18912, p. 325;
Ch. Huelsen, Le Chiese di Roma nel medio
evo, Firenze 1927, p.
254); appunto al Velabro (Mariano Armellini, op. cit., pp. 630-632;
Ch. Huelsen, op. cit., pp. 255-256), ed altrove.
Quando,
nel VI sec., Belisario restaurò le mura di Roma, piazzò sulla porta di San
Sebastiano un’iscrizione con la quale la protezione di questo luogo era
affidata ai martiri orientali Conone e Giorgio (Per grazia di Dio ai santi Conone
e Giorgio):
![]() |
| Calco della pietra di volta della Porta di San Sebastiano, Roma |
Tuttavia
il santuario più famoso, in cui il popolo veniva più volentieri per implorare
il patronato del Megalomartire e che poteva vantare un’importante reliquia del
santo (il cranio), fu sempre, durante tutto il Medioevo, la basilica Sancti Georgii in
Velabro;
fu per questo che Gregorio II vi istituì la messa stazionale il giovedì di
Quinquagesima. Le origini di questa basilica sembrano anteriori al V sec.,
poiché, in un’iscrizione del 482, si fa già menzione di un lector de Belabru. La sua dedicazione
definitiva ai martiri soldati, Giorgio e Sebastiano, però, data soltanto ai
tempi di Leone II (682-683) (Cfr. Mariano
Armellini, op. cit., pp. 630-632; Ch. Huelsen, op. cit., pp. 255-256).
In
questa chiesa si conserva la reliquia della testa di san Giorgio.
Proprio
questa veneranda chiesa fu funestata da uno degli attentati mafiosi nel luglio
1993, che provocarono il crollo del porticato antistante l’edificio sacro. Esso
però è stato ricostruito.
Una
chiesa dedicata al nostro martire è stata edificata negli anni ‘60 del XX sec.
nella zona Acilia sud.
La
messa di oggi è quella dei Martiri nel tempo pasquale.
Il
Sacramentario Leoniano contiene anch’esso la messa di san Giorgio con le
collette ed il prefazio propri.
Durante
il periodo bizantino, in cui, a Roma, le letture si succedevano in greco ed in
latino, il passo del Vangelo, letto in questo giorno – simile a quello del 14
aprile – in cui Gesù si paragona ad una vigna e suo Padre è paragonato ad un agricoltore
(in greco γεωργός, geôrgós), ricorda molto graziosamente il nome del martire
eponimo della festa.
Fuori del tempo pasquale, la messa è dal Comune:
In virtute, ma le collette sono proprie.
Nessuno stato, nessuna
condizione è lontana da Dio e dal paradiso. Alla scuola della perfezione
cristiana, si può passare dalla caserma al martirio, dal servizio delle armi
agli onori degli altari, perché la virtù è indipendente dalle circostanze
esterne della vita sociale. È santo, infatti, colui che serve Dio con
perfezione nello stato dove la Provvidenza divina l’ha posto.
![]() |
| Pavel Ryzhenko, Egli ha scelto la Fede! ovvero Martirio di S. Giorgio, 2002 |
![]() |
| Paolo Veronese, Martirio di S. Giorgio, 1564 circa, Chiesa di San Giorgio in Braida, Verona |
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| Pieter Pauwel Rubens, S. Giorgio ed il dragone, 1606-08, Museo del Prado, Madrid |
![]() |
| Pieter Pauwel Rubens, Martirio di S. Giorgio, Musée des Beaux-Arts, Bordeaux |
![]() |
| Marteen de Vos, Cristo trionfante sulla morte e sul peccato con i SS. Giorgio, Pietro, Paolo e Caterina d'Alessandria, 1590 circa |
![]() |
| Mattia Preti, S. Giorgio a cavallo, 1658 circa, Chiesa conventuale di S. Giovanni, La Valletta, Malta |
![]() |
| Mattia Preti, Martirio di S. Giorgio, Chiesa di S. Giorgio, Qormi, Malta |
![]() |
G. Pagliarini, Martirio
di S. Giorgio, 1844, Duomo, Pirano
|
mercoledì 22 aprile 2015
“Et ipse Jesus erat incípiens quasi annórum trigínta, ut putabátur, fílius Joseph” (Luc. 3, 23 - Ev.) - IN SOLLEMNITATE S. JOSEPH SPONSI B. M. V. CONFESSORIS ET ECCLESIÆ UNIVERSALIS PATRONI
Questa festa, istituita
da Pio IX – estendendo a tutto il rito romano la Festa del Patronato di san Giuseppe, che era di origine carmelitana
– all’inizio del suo pontificato, nel 1847, fu più tardi resa obbligatoria per
tutta la Chiesa, all’epoca in cui, dopo l’occupazione di Roma dalle truppe di
Vittorio Emanuele II, il Pontefice dichiarò san Giuseppe patrono della famiglia
cattolica oppressa, e affidò al suo patronato la difesa della Chiesa.
L’oggetto di questa
solennità è la funzione speciale, misteriosamente affidata al purissimo Sposo
di Maria, in virtù della quale, come egli teneva il posto dell’eterno Padre all’interno
della santa Famiglia di Nazaret e ne esercitava la patria potestas su Gesù e Maria, circonda ora delle sue cure
paterne la Chiesa cattolica, estensione e continuazione della società domestica
di Betlemme e di Nazaret. In altri termini, il decreto della sacra
Congregazione dei Riti datato 8 dicembre 1870, Quemadmodum Deus, in cui san Giuseppe è dichiarato
Patrono della Chiesa universale, non è tanto una libera elezione di Pio IX,
come talvolta avvenuto per altri santi, scelti come patroni di città o di
istituti, quanto piuttosto il riconoscimento autentico di un mistero evangelico
e di una disposizione ineffabile di Dio verso la famiglia cattolica.
La festa del patronato
di san Giuseppe fu dapprima fissata nella III Domenica dopo Pasqua, ma quando,
all’epoca della riforma liturgica di san Pio X, nel 1913, si volle restituire
all’ufficio dominicale la prevalenza su quello dei santi, liberando le
domeniche perpetuamente impedite da una festa di santo, quella di san Giuseppe
dové anche cedere il suo posto e la si fissò nel mercoledì precedente (il
mercoledì essendo il giorno specialmente consacrato a san Giuseppe nella
devozione). In compenso, nel 1911, lo stesso san Pio X ne cambiò l’intitolazione
in Solennità
di san Giuseppe, patrono della Chiesa universale e la festa fu elevata all’onore
di solennità di I classe seguita da un’ottava comune.
L’insuccesso della
cristianizzazione della festa del lavoro del 1° maggio, essendo evidente dopo
più di 50 anni dopo ed il calendario riformato del 1969, avendo ridotto la
festa di san Giuseppe artigiano a semplice memoria (facoltativa!), suggeriscono
che, ancora oggi, si continui a celebrare questo patronato di san Giuseppe.
La composizione della
messa odierna è moderna e la si vede agevolmente dalla sua struttura, poiché l’antifona
è tratta dal Sal. 33 (32) ed il versetto seguente dall’80 (79).
Nella colletta si indica
con una precisione luminosa la ragione dell’immensa santità e potenza di san
Giuseppe, ragione che deve essere cercata nelle funzioni che gli furono
attribuite in seno alla santa Famiglia.
La lettura è tratta
dalla Genesi (49, 22-26) e si riferisce alle benedizioni di Giacobbe morente al
suo figlio beneamato Giuseppe. Il viceré del faraone è il simbolo di un altro
Giuseppe sulla testa del quale dovevano concentrarsi tutte le benedizioni
messianiche un tempo accordate ai Patriarchi ed ai Profeti e che, elevato all’onore
di essere chiamato nel Vangelo come Padre di Gesù, le trasmise a sua volta all’unico
e vero erede dell’eterno Padre, Gesù Cristo.
Dei due versetti
alleluiatici, il primo è tratto da un’antifona d’ingresso assegnata
originariamente alla XIX Domenica dopo la Pentecoste. Il testo non si trova
nella Vulgata, anche se è da pensare
che era tratto dall’Itala, ovvero la
versione latina della Bibbia anteriore alla stessa Vulgata (di cui si hanno in realtà non una, ma varie ed incomplete
versioni). Il secondo versetto è un distico dedicato a san Giuseppe.
La lettura evangelica è
tratta da san Luca (Lc 3, 21-23) e concerne la doppia generazione di Gesù.
Mentre l’eterno Padre proclama dall’alto del Cielo che quegli è il suo Figlio
prediletto che si umilia e si immerge nelle acque del Giordano, sotto l’autorità
del Battista, lo Spirito Santo guida il pensiero e la frase dell’Evangelista
per attestare che lo stesso Gesù è davvero il figlio di Maria, sposa di
Giuseppe, e dunque è figlio di Davide, di Abramo e di Adamo.
Il prefazio è di fattura
recente: il classico corso romano qui fa difetto; tuttavia le glorie e la
dignità di san Giuseppe sono accuratamente espressi.
L’antifona per la
Comunione del popolo, contrariamente alle antiche regole, è tratta da un testo
evangelico differente da quello assegnato alla messa di questo giorno (Mt 1,
16). L’appellativo di Cristo, cui fa cenno il testo, Gesù l’ottiene da Dio, che
unisce la sua santa umanità alla natura del Verbo divino nell’unità della
persona, e lo costituisce capo degli angeli e degli uomini, Salvatore del
genere umano e primizia di tutta la creazione.
Nella sua liturgia, la
Chiesa attribuisce a san Giuseppe una grazia speciale d’intercessione in favore
degli agonizzanti. Il santissimo Patriarca ebbe, nella sua agonia, per
assisterlo, Gesù e Maria, tra i quali rese la sua anima a Dio. Questa morte
privilegiata, dovuta piuttosto alla veemenza del suo amore che all’opera della
malattia, gli valse la gloria di essere costituito dal Signore patrono ed
avvocato dei fedeli che si affidano a lui in questo momento terribile a quo pendet æternitas.
| Giuseppe Rollini, S. Giuseppe patrono della Chiesa, XIX sec., Basilica del Sacro Cuore, Roma |
martedì 21 aprile 2015
Card. Brandmüller: “Chi vuole cambiare la dottrina o pretende sia fatto è eretico”.
Cardinali-contro.
Potremmo intitolare così questo nostro post. Già alcuni mesi prima dello scorso
sinodo si annunciava una grande battaglia tra prelati. E difatti vi è stata,
con un crescendo di toni accesi.
Oggi, a
circa sei mesi prima del sinodo – quello ordinario – decisivo, la battaglia si
ripropone. Il card. Brandmüller, in una lunga intervista a Life Site News,
senza mezzi termini definisce eretico chiunque pensasse di portare ad una modifica
della prassi pastorale rispetto alla dottrina, le quali cose non possono andare
disgiunte. Afferma il presidente emerito della Pontificia Accademia di Scienze
Storiche: “Un cambiamento della dottrina, del dogma, è impensabile. Chi tuttavia
lo fa consapevolmente, o invoca con insistenza che venga fatto, è un eretico,
anche se indossa la porpora romana” (v. Il Timone). Anche il card. Müller si era espresso in
termini non diversi da quelli di Brandmüller (v. qui). Il
riferimento – non detto – è al card. Kasper. Cfr. l’articolo di Lorenzo Bertocchi, Due cardinali avvisano Kasper: la dottrina non si discute.
Vedremo
se ci sarà dalla controparte una reazione.
Cardinal Brandmüller: Advocates
for changing Catholic teaching on marriage are ‘heretics’ – even if they are
bishops
April 14, 2015 (LifeSiteNews.com) - Cardinal Walter
Brandmüller has been among the leading voices critical of proposals stemming
from the Vatican’s Synod on the Family that risk subverting Catholic teaching
on the sacraments and morality. He was one of five cardinals who contributed to
the book Remaining in the Truth of Christ, which focused on
criticizing Cardinal Walter Kasper’s proposal to open up Communion to those in
irregular sexual unions.
LifeSiteNews contributor Dr. Maike Hickson interviewed
Cardinal Brandmüller last month.
LifeSiteNews: Could you present once more for our
readers clearly the teaching of the Catholic Church, as it has been
consistently taught throughout centuries concerning marriage and its
indissolubility?
Cardinal: The answer is to be found in the Catechism
of the Catholic Church no. 1638-1642.
Can the Church admit remarried couples to Holy
Communion, even though their second marriage is not valid in the eyes of the
Church?
That would be possible if the concerned couples would
make the decision to live in the future like brother and sister. This solution
is especially worth considering when the care for children disallows a
separation. The decision for such a path would be a convincing expression of
the penance for the previous and protracted act of adultery.
Can the Church deal with the topic of marriage in a
pastoral manner that is different from the continual teaching of the Church?
Can the Church at all change the teaching itself without falling herself into
heresy?
It is evident that the pastoral practice of the Church
cannot stand in opposition to the binding doctrine nor simply ignore it. In the
same manner, an architect could perhaps build a most beautiful bridge. However,
if he does not pay attention to the laws of structural engineering, he risks
the collapse of his construction. In the same manner, every pastoral practice
has to follow the Word of God if it does not want to fail. A change of the
teaching, of the dogma, is unthinkable. Who nevertheless consciously does it,
or insistently demands it, is a heretic – even if he wears the Roman Purple.
Is not the whole discussion about the admittance of
remarried to the Holy Eucharist also an expression of the fact that many
Catholics do not believe any more in the Real Presence and rather think that
they receive in Holy Communion anyway only a piece of bread?
Indeed, there is an indissoluble inner contradiction
in someone who wants to receive the Body and Blood of Christ and to unite
himself with Him, while in the same time he disregards consciously His Commandment.
How shall this work? St. Paul says about this matter: ‘Who eats and drinks
unworthily, is eating and drinking his judgment...’ But: You are right. By far
not all Catholics believe in the Real Presence of Christ in the consecrated
host. One can see this fact already in the way many – even priests – pass the
tabernacle without genuflection.
Why is there nowadays such a strong attack on the
indissolubility of marriage within the Church? A possible answer could be that
the spirit of relativism has entered the Church, but there must be more
reasons. Could you name some? And are not all these reasons a sign of the
crisis of Faith within the Church herself?
Of course, if certain moral standards that have been
valid generally, always, and everywhere are not any more recognized, then
everybody makes himself his own moral law. That has as a consequence that one
does what one pleases. It can be added the individualistic approach to life
which regards life as a single chance for self-actualization – and not as a
mission of the Creator. It is evident that such attitudes are the expression of
a deeply rooted loss of Faith.
In this context, one can state that there was little
talk in the last decades about the teaching about the Fallen Human Nature. The
dominant impression was that man, all in all, is good. In my view, this has led
to a lax attitude toward sin. Now, that we see the result of such a lax
attitude – an explosion of inhuman conduct in all possible areas of human life
– should this not be a reason for the Church to see that the teaching on the
Fallen Human Nature has been confirmed and to therefore proclaim it again?
That is true, indeed. The topic ‘Original Sin’ with
its consequences, the necessity for Redemption through the suffering, death and
Resurrection of Christ has been largely suppressed and forgotten for a long
time. However, one cannot understand the course of the world – and one’s own
life – without these truths. It is unavoidable that this ignoring of essential
truths leads to moral misconduct. You are right: one should finally preach
again about this topic, and with clarity.
The high numbers of abortion especially in the West
have done great harm, not only for those killed babies, but also for the women
(and men) who decided to kill their child. Should the prelates of the Church
not take a strong stance about this terrible truth and try to shake the
consciences of those women and men, also for the sake of their salvation? And
does not the Church have a duty to defend with insistence the Little Ones who
cannot defend themselves because they are not even allowed to live? “Let the
Little Ones come to Me....”
Here one can say that the Church, especially under the
last popes as well as under the Holy Father Francis did not leave any room for
doubt about the despicable character of the killing of unborn children in the
womb. This applies no doubt also to all bishops. However, another question is,
whether and in which form the teaching of the Church has been witnessed and
presented in the public realm. That is where the hierarchy certainly could do
more. One only has to think of the participation of cardinals and bishops at
pro-life marches.
Which steps would you recommend for the Church to
strengthen the call to holiness and to show the path how to attain it?
One certainly has to witness to the Faith in a way
that is fitting for the specific situation. In which form this can happen,
depends upon the specific circumstances. There opens up a whole field for
creative imagination.
What would you say about the recent statements of
Bishop Franz-Josef Bode that the Catholic Church has to adapt increasingly to
the “life realities” of the people of today and adjust accordingly her moral
teaching? I am sure that you as a Church historian have in front of your eyes other
examples from the history of the Church, where she was pressured from outside
to change the teaching of Christ. Could you name some, and how did the Church
in the past respond to such attacks?
It is completely clear and also not new that the
proclamation of the teaching of the Church has to be adapted to the concrete
life situations of society and of the individual, if the message shall be
heard. But this applies only to the way of the proclamation, and not at all to
its inviolable content. An adaptation of the moral teaching is not acceptable. ‘Do
not conform to the world,’ said the Apostle St. Paul. If Bishop Bode teaches
something different, he finds himself in contradiction to the teaching of the
Church. Is he conscious of that?
Is the German Catholic Church permitted to go her own
paths in the question of the admittance of remarried couples to the Holy Eucharist
and thereby decide independently of Rome, as Reinhard Cardinal Marx pronounced
after the recent meeting of the German Bishops Conference?
The well-known statements of Cardinal Marx are in
contradiction with the dogma of the Church. They are irresponsible in a
pastoral respect, because they expose the faithful to confusion and doubts. If
he thinks that he can take nationally an independent path, he puts the unity of
the Church at risk. It remains: the binding standard for all of the teaching
and practice of the Church are her clearly defined doctrines.
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