Sante Messe in rito antico in Puglia

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sabato 8 dicembre 2018

Per Christum praeservata, per Franciscum defensa

Parafrasando Seneca de Maria numquam satis dicitur, cioè di e su Maria non si dirà mai abbastanza. In effetti, indagare sul mistero, che l’ha avvolta fin dal primo istante del suo Concepimento, significa sempre non dire mai a sufficienza, tanti sono gli aspetti che si dovrebbero tener presenti e la profondità stessa del mistero, che, alla fine, affonda in quello di Dio stesso e dei suoi disegni imperscrutabili.
Possiamo solo contemplare questo o quel mistero della Santa Vergine. Per questo i tentativi promossi dai modernisti - nel solco, ad es., di padre Congar (poi cardinale wojtyliano) di voler arginare, nella Chiesa, la febbre mariana! - di ridurre e minimizzare quel mistero, che avvolge Maria, escludendo o svilendo l’intervento del Soprannaturale nella sua esistenza a semplice accidente o ad aspetto marginale, sono, oltre che scandalosi, anche riduttivi, puerili e contrari alla Verità. La figura di Maria non può essere ridotta a quella di qualsiasi altra donna. Certo, ella è e rimane sempre una creatura, ma una creatura singolarmente privilegiata. Non possono attribuirsi alle altre donne appellativi come “Immacolata Concezione”, “Madre di Dio”, ecc., ma solo a Lei. Ella rimane quindi una creatura singolarissima ed irripetibile.
E proprio per rimarcare questa differenza tra quella Donna e le altre donne la Chiesa ha impegnato più volte, in duemila anni, il suo più alto magistero, proprio per esaltare quei privilegi. Tra questi, appunto quello del suo Immacolato Concepimento, celebrato nell’odierna festa. Privilegio affermato nella Chiesa a costo di lunghe lotte e dispute teologiche, che costituiscono anche un vanto per l’ordine francescano, essendosi contraddistinto, tra tutti gli ordini religiosi, per quello che più ha combattuto per il riconoscimento di tale prerogativa accordata a Maria da Dio.
Nell’odierna festa, perciò, rilanciamo quest’interessante contributo, sebbene risalente ad alcuni anni orsono.






























Medaglia annuale di papa Pio IX, A. XI. D/ PIVS IX PONT MAX ANNO XI. Busto a sinistra con berrettino, mozzetta e stola. R/ La proclamazione del dogma dell'Immacolata Concezione in San Pietro. In esergo, VI ID DEC AN CHR MDCCCLIV/ SINE LABE CONCEPTA. Bart. E. 856. AG. mm. 43.50 Inc. I. Bianchi. qFDC.

Medaglia del pontificato di Pio IX, Immacolata Concezione, 1854, AE (g 18,24 – h 42 mm) RR SPL

Per Christum praeservata, per Franciscum defensa

di Carlo Codega

La “causa dell’Immacolata” è il vero filo d’oro del Francescanesimo, tanto che essa meritò il nome di “tesi francescana”. Non a caso un adagio, quanto mai veritiero e puntuale, sosteneva che l’Immacolata era stata “preservata dal peccato originale da Cristo e difesa da san Francesco.

San Massimiliano Maria Kolbe, il “cavaliere dell’Immacolata” del XX secolo, guardando alla storia francescana in tutta la sua complicata trama di divisioni, riforme, innovazioni e liti vedeva un solo fattore che non solo aveva accomunato tutti i movimenti francescani, ma che addirittura conferiva loro una vera identità francescana: l’Immacolata. La “causa dell’Immacolata”, ovvero la difesa di questa sentenza quando ancora non era stata dogmatizzata dalla Chiesa, è il vero filo d’oro che dalle origini determina l’identità e la crescita del Francescanesimo, tanto che essa meritò il nome di opinio minorum o tesi francescana. 
Non a caso un diffuso adagio, quanto mai veritiero e puntuale, sosteneva che l’Immacolata era stata “per Christum praeservata, per Franciscum defensa”: preservata dal peccato originale da Cristo e difesa da san Francesco.

L’intuizione mistica di san Francesco

Senza ombra di dubbio san Francesco non fu certo un Teologo nel senso tecnico della parola, però l’edificio delle sue virtù costruito sul saldissimo fondamento dell’umiltà, gli consentì una penetrazione intuitiva dei misteri di Dio, superiore a qualsiasi altro: «La teologia di questo santo padre – come disse un Domenicano che lo aveva interrogato – portata sulle ali della purezza della contemplazione, è come un’aquila in volo. La nostra scienza, a paragone, striscia con il ventre per terra».
Arrivò con le ali della contemplazione il Serafico Padre alla verità luminosissima ma ancora abbagliante dell’Immacolata Concezione?
Secondo alcune notizie storiche dubbie san Francesco avrebbe eretto a Rovigo sin dal 1223 un altare dedicato all’Immacolato Concepimento di Maria. Sono del tutto silenziosi invece gli scritti e le fonti biografiche di san Francesco sull’Immacolato Concepimento di Colei che il Serafino d’Assisi aveva proclamato “avvocata” del suo ordine? Forse no, se, sforzandoci anche noi di penetrare con spirito mistico le preghiere di san Francesco, ne sappiamo cogliere il significato profondo. Nel celebre Saluto alla Vergine il Santo scrive: «Ave Signora, santa Regina, santa Madre di Dio, Maria, [...] nella quale fu ed è ogni pienezza di grazia ed ogni bene». Ora, l’Immacolata Concezione di Maria non dice solo l’estraneità della Vergine ad ogni peccato, anche a quello originale, bensì, nel suo aspetto positivo, vuole significare la pienezza di grazia santificante e di carità verso Dio (“pienezza di grazia e ogni bene”).
È poi senza senso questa duplicazione del verbo essere, al presente e al passato? È un mero elemento retorico? Pensiamo di no: il presente (“è”) indica la condizione stabile della Madre di Dio, la sua sconfinata pienezza di grazia, il suo essere ricolma di ogni bene e il suo perfetto amore verso Dio, ma il passato non può che indicare che tale condizione non è stata acquistata dalla Madonna o a Lei donata ad un certo punto ma c’è sempre stata sin dal suo apparire alla vita, cioè fin dal suo concepimento. 
La Teologia mistica e orante di san Francesco aveva già svelato al mondo la bellezza suprema dell’unica creatura concepita senza peccato e pertanto ripiena, sopra ogni misura, della grazia divina.  

I precursori dell’Immacolata

Non è dunque un caso che siano stati proprio i Francescani i grandi araldi dell’Immacolata Concezione: tale eredità, sorta spontaneamente nel ventre mistico del Serafico Padre, si è trasmessa “geneticamente” ai figli, che solo col passare del tempo ne hanno colto il significato e l’importanza.
Alla fine del XIII secolo però già due autori incominciano a difendere, seppur in mezzo a un ambiente piuttosto ostile, la sentenza dell’Immacolata Concezione. Preceduto forse già dal celebre Roberto Grossatesta, il maestro francescano Guglielmo di Ware († 1300 c.a.), fu tra i primi seguaci di san Francesco a proporre e a dimostrare la pia sentenza dell’Immacolata Concezione: per lui però l’esigenza prima era quella di difendere la festa liturgica, già ampiamente diffusa in Inghilterra da secoli, senza però penetrare profondamente nel significato teologico. 
Tuttavia, fu lo Ware l’autore del celebre potuit, decuit, ergo fecit (poteva, era conveniente, e dunque lo fece): Dio poteva creare Maria del tutto priva di peccato (possibilità), ciò risulta del tutto conveniente nell’economia della Salvezza e ciò basta per dimostrare il fatto che lo ha fatto effettivamente.
Non sappiamo se lo Ware abbia mai insegnato fuori dalla sua Patria: sicuramente fu così invece per l’irrequieto spirito speculativo-mistico del geniale Terziario francescano Raimondo Lullo († 1315), proclamato beato dalla Chiesa per il suo martirio in terra islamica. Il maiorchino difese a più riprese la verità dell’Immacolato Concepimento di Maria e, meno di una decina di anni prima di Scoto, osò sostenere tale sentenza tra le ostili mura della Sorbona, la celebre Università di Parigi, capitale della Teologia cattolica. Il Beato sostenne apertamente la sentenza immacolista nel suo Arbor Scientiae prima, e nel Commento alle sentenze di Pietro Lombardo, elaborato e proposto a Parigi poi.

Con il Lullo osserviamo una netta chiarificazione della questione: non si tratta di parlare di una “Santificazione” di Maria Santissima, ovvero di una purificazione di Maria dal peccato originale in un ipotetico momento (quello dell’infusione dell’anima) tra il concepimento (del corpo) e la nascita, bensì della Concezione stessa che sarebbe stata immacolata, ovvero, a differenza degli altri uomini, la legge divina della trasmissione del peccato originale nella natura umana sarebbe stata sospesa. 
Tra le motivazioni poi che il beato Lullo propone a sostegno della sua tesi vi è quella della “ri-creazione”, ovvero della redenzione dell’uomo da parte del Verbo Incarnato, che avrebbe ricalcato i passi della Creazione stessa; scrive il Lullo: «Come Adamo ed Eva furono nello stato di innocenza prima del peccato originale, così, quando incominciò la ri-creazione, [...] era necessario che l’Uomo e la Donna [ovvero Cristo e Maria] fossero nello stato di innocenza completamente e continuamente, dal principio fino alla fine. Altrimenti la ri-creazione non avrebbe potuto essere principio ma sarebbe stata essa stessa principiata». Maria, socia del Redentore, non avrebbe potuto partecipare all’opera della Redenzione se non fosse stata anch’essa, al pari del Verbo Incarnato, senza peccato sin dal suo inizio.

Il cavaliere vittorioso dell’Immacolata

I grandi Dottori della Sorbona, illustrata nel secolo XIII dalle menti di due Dottori come san Tommaso d’Aquino e san Bonaventura da Bagnoregio, rimanevano però ostili a questa sentenza, considerata certo “pia” ma difficilmente digeribile teologicamente.
Il punto che lasciava i grandi Dottori sospettosi verso la festa liturgica dell’Immacolata Concezione (che sempre più si diffondeva in Europa) era questo: se Maria fosse stata da sempre senza peccato originale, Ella non avrebbe avuto bisogno della Redenzione di Cristo; ciò però contrasterebbe con il Dogma, espresso a chiare parole nella lettera ai Romani («Tutti hanno peccato in Adamo», Rm 5,12), dell’universalità del peccato originale e di conseguenza dell’universale Redenzione di Cristo. In altre parole, se Maria fosse stata concepita Immacolata allora Essa non sarebbe stata redenta da Cristo in quanto non avrebbe avuto bisogno della Redenzione: per Lei Cristo sarebbe morto invano!
A risolvere la questione ci volle una speculazione intellettuale intrisa di devozione, attenta contemporaneamente ai dati della Tradizione e a quelli del sensum fidelium del popolo di Dio: tale fu quella del beato Giovanni Duns Scoto († 1308), a giusto titolo chiamato “Dottore Mariano” e “Dottore dell’Immacolata”. Tale titolo è ancor più legittimo se si pensa che lo stesso Beato sempre attribuì la prestanza del suo intelletto all’intervento miracoloso della Vergine Maria che lo avrebbe reso tutto d’un tratto incredibilmente intelligente, chiedendo una sola cosa in cambio: che ne facesse uso solo per la Sua gloria! È un fatto che la sentenza in favore dell’Immacolata, prima tenuta in ostilità alla Sorbona, divenne la sentenza comune dell’Università parigina dopo la celebre disputa del 1305, quando Scoto ebbe ragione sui Maestri domenicani dimostrando con profusione di argomenti come Maria fosse stata concepita senza peccato originale. 
L’abbondanza ma, soprattutto, la qualità e la profondità delle motivazioni apportate dal Beato francescano vinsero il riserbo delle menti e l’ostilità dei cuori di tanti teologi e uomini di Chiesa. In particolare, suo grande merito fu comprendere come l’Immacolata Concezione, anziché contrastare l’universalità della Redenzione di Cristo, la confermava e la rafforzava. Come? Non esiste solo la redenzione curativa, con la quale Cristo salvò tutti gli uomini macchiati dal peccato originale, anzi, perché Cristo fosse perfetto redentore, avrebbe dovuto realizzare almeno una volta una redenzione perfetta, cioè una redenzione preservativa. Ciò si realizzò nella Santissima Madre di Dio che non fu guarita dal peccato originale ma fu, per far risaltare ancor meglio la potenza di Dio, preservata completamente dal peccato originale, in vista dei meriti della Passione e Morte di Cristo. Se ciò è possibile e conveniente poi, dato che dobbiamo attribuire a Maria ciò che è più eccellente (a patto che non ripugni all’autorità della Chiesa e della Scrittura), allora Dio certamente lo fece: creò Maria senza macchia alcuna, non perché Lei fosse sottratta all’opera della Redenzione ma perché fosse la prima (pre)redenta, chiamata a collaborare a titolo specialissimo, come sua Madre e Alma socia, all’opera della Redenzione di tutti gli uomini.
Il beato Duns Scoto, vero cavaliere e difensore dell’Immacolata, fu senza dubbio colui che meglio penetrò il mistero dell’Immacolata unendo all’amore per la Santissima Vergine una precisione e chiarezza teologica che risolveva la contraddizione apparente: da lì in poi la sentenza dell’Immacolata divenne la bandiera dei figli di san Francesco che compresero il loro ruolo provvidenziale nel difenderla, tanto che essa divenne nota come l’opinio minorum.

La battaglia per l’Immacolata

La vittoriosa disputa della Sorbona tuttavia non fu la fine ma l’inizio di una vera e propria battaglia teologica attorno alla sentenza dell’Immacolata Concezione. Non senza qualche eccezione dall’una e dall’altra parte, i due schieramenti furono ben definiti: da una parte i figli di san Francesco orgogliosi nel voler difendere la perfetta santità della Madre di Dio fin dal suo concepimento, con il medesimo ardore cavalleresco del beato Duns Scoto; dall’altra i Domenicani e i seguaci di san Tommaso che vedevano nella posizione del Dottore Angelico, ostile all’Immacolata Concezione in ragione dell’universalità della Redenzione di Cristo, una norma da cui non distaccarsi.
Numerose furono le dispute pubbliche e le discussioni a colpi di libelli e trattati tra i due schieramenti: per primo il Minore francese Pietro Aureolo († 1322), grande discepolo di Scoto, intrattenne uno scambio libresco con il Domenicano Guglielmo Gannaco; nel 1325 diversi maestri Francescani e Domenicani disputarono davanti a Giovanni XXII alla corte di Avignone, risolvendosi in un parziale successo per la pia sentenza dell’Immacolata; poi, nel 1386 alla Sorbona i Francescani Giovanni Vital e Andrea da Novocastro ebbero ragione sul Domenicano Giovanni de Monzon, che in seguito si sarebbe talmente radicato nei suoi errori e nella sua caparbietà da finire scomunicato. Alle provocazioni di un Frate domenicano il beato Bernardino da Feltre (1439-’94), grande apostolo francescano del Nord Italia, rispose sfidando il suo oppositore alla “prova del fuoco”: «I sostenitori dell’Immacolata Concezione – disse il Beato – piuttosto preferirebbero morire bruciati, o di qualsiasi altra causa, piuttosto che desistere dal loro proposito». Al che il Domenicano desistette dal protrarre il dibattito. 
La disputa che però maggiormente ridondò a gloria della Santissima Madre di Dio fu quella che si svolse davanti al Pontefice Sisto IV (1471-’84), il secondo figlio di san Francesco ad ascendere al Soglio pontificio. Il Pontefice, venendo a conoscenza dell’ardore con cui si dibatteva intorno all’Immacolata, volle porsi ad arbitro di una pubblica disputa. Convocò il Domenicano Vincenzo Bandelli, il più acceso e intrigante oppositore dell’Immacolata, mentre per la difesa scelse il Ministro generale dei Frati Minori Conventuali, Fra Francesco Nani da Brescia. Nonostante le penetranti obiezioni del Bandelli costituissero come tante funi con cui avvolgeva il suo avversario, il Francescano seppe districarsi da tutte queste e sciogliere uno per uno i nodi del Domenicano tanto da convincere il Pontefice. Con arguzia questi concluse la disputa in favore del Francescano dicendo: «Tu sei il vero Sansone». Come Sansone con le sue braccia robuste aveva rotto le funi con cui i Filistei lo avevano legato, così Fra Francesco con la saldezza e la forza della sua Teologia aveva avuto ragione delle obiezioni contro l’Immacolata Concezione. Di lì in poi il Francescano sarebbe stato noto a tutti come Francesco “Sansone” da Brescia. 

Il Papa e il poeta dell’Immacolata

Una spinta verso la sempre maggior pubblicità del culto in onore dell’Immacolata Concezione, oltre che per la difesa della sua verità teologica, venne anche dal già citato Sisto IV (1471-84), al secolo Francesco della Rovere, ligure di nascita e divenuto lettore di Filosofia e Teologia, e poi Ministro generale dell’Ordine Francescano. Almeno due grandi meriti per il progresso della “Causa dell’Immacolata” vanno ascritti a Sisto IV: nel 1476 con la bolla Cum praecelsa, in ringraziamento per lo scampato pericolo di un’imminente e pericolosa inondazione del Tevere, approvò l’Ufficio della Concezione della Beata Vergine Maria scritta dal Canonico veneziano Leonardo de’ Nogarolis, nei quali risuonava chiaramente la dottrina immacolatista.
Con le due bolle Grave nimis del 1481 e del 1483 invece, per far tacere la petulante e chiassosa opposizione del già citato Domenicano Bandelli, imponeva sotto pena di scomunica che si rispettassero le sentenze pro e contro l’Immacolata, evitando accese e scandalose dispute, e che si rispettasse anche l’ormai secolare festa del Concepimento di Maria. La decisione moderata d’imporre il silenzio alle due parti, lasciando però ben aperta la porta al progresso della devozione in campo liturgico e teologico, significò comunque un non piccolo punto di vantaggio per il successo della Causa dell’Immacolata.
Il Papato di Sisto IV s’interseca poi con la grande attività apostolica e letteraria del beato Bernardino de’ Bustis (1450-1515), francescano milanese, convertito dalla Giurisprudenza alla vita serafica. Grande predicatore e animo poetico, il de’ Bustis compose numerosi sermoni, poesie e altri scritti per celebrare le grandezze di Maria: in particolare difese l’Immacolata Concezione. Riguardo a quest’ultima, gran parte dei sermoni che costituiscono il suo Mariale, sono dedicati a questo argomento.
Grande merito del de’ Bustis fu in particolar modo comporre l’Ufficio e la Messa per la festa dell’Immacolata Concezione, che ricevette l’approvazione di Sisto IV nel 1480. Infatti, nonostante il Sommo Pontefice avesse già approvato l’ufficio composto dal Canonico veneziano Nogarolis, il già citato Domenicano Vincenzo Bandelli si era subito opposto: in risposta aveva sostenuto che la Liturgia, culto pubblico della Chiesa, avrebbe potuto solo festeggiare la Santificazione di Maria (in un istante successivo alla Concezione) e per questo aveva composto sua sponte un Ufficio della Santificazione in cui poneva l’accento sull’universalità del peccato originale, che avrebbe contaminato anche Maria Santissima. L’anima serafica del Beato rispose invece con un altro Ufficio, usato per diversi secoli dai Francescani, in cui invece risultasse chiaro, con citazioni scritturistiche e dei Padri della Chiesa, il sublime Privilegio di Maria Santissima.

Vergini e mistiche dell’Immacolata

Mentre il beato Giovanni Duns Scoto e i suoi seguaci, da baldi cavalieri dell’Immacolata, difendevano con la penna e con la parola l’Immacolata Concezione, già l’Altissimo si degnava di dare una conferma e un conforto dall’alto all’impegno dei suoi apostoli. Fece questo attraverso le famose rivelazioni concesse alla mistica santa Brigida di Svezia (1303-’73), Regina del Paese scandinavo e Terziaria francescana prima, Fondatrice dell’Ordine del Santissimo Salvatore poi.
In ben nove rivelazioni alla Mistica svedese è affermato, più o meno chiaramente, l’eccelso Privilegio di Maria Santissima: «Maria – le svela l’Eterno Padre – fu vaso mondo, e non mondo: mondo perché fu tutta bella, né trovavasi in Lei tanto d’immondezza, che vi si potesse figgere una punta d’ago; fu non mondo, perché procedette dalla radice di Adamo, e nacque da peccatori; benché concepita senza peccato, affinché il mio Figliuolo nascesse da Lei senza peccato».
Maria Santissima stessa poi non mancò di rivelare a questa sua figlia prediletta anche il motivo per cui solo allora si cominciasse ad avere conoscenza di questa sua straordinaria prerogativa: «Sappi che la Concezione mia non fu nota a tutti perché così come volle Iddio, che avanti la legge scritta vi fosse la legge naturale e la scelta volontaria del bene e del male, e poi venisse la legge scritta che raffrenasse i moti disordinati; così piacque a Dio, che gli amici suoi piamente dubitassero della mia Concezione, e ciascuno mostrasse il suo zelo finché si rischiarasse la verità del tempo preordinato».
Nel secolo successivo invece l’ispirazione e la grazia di Dio toccò ancor più profondamente la vita di una giovane nobildonna portoghese, santa Beatrice da Silva (1424-’92). Dimorando alla corte di Spagna la giovane, di bell’aspetto e maniere delicate, venne notata dal Re, ma ciò suscitò l’ira della Regina che la fece chiudere per due giorni in una cassa: qui sopravvisse grazie all’apparizione della Regina del Cielo, vestita con un abito bianco e uno scapolare azzurro, il futuro abito delle Concezioniste. Confortata da un incontro con due Frati, che più tardi capì essere san Francesco e sant’Antonio, decise di lasciare il mondo e dimorò per trent’anni in un Monastero di Domenicane, senza prendere il velo. Spronata da aiuti celesti, comprese che la sua missione sulla terra fosse quella di radunare uno stuolo di vergini che dedicassero la loro vita a diffondere e aumentare in tutto il mondo la venerazione all’Immacolata Concezione, rivivendone nella pratica la sua purità e immacolatezza. Così, con l’aiuto della Regina Isabella di Spagna, fondò l’Ordine delle Concezioniste, assumendo un abito bianco-celeste cinto da un cordone francescano, tributo a coloro che erano da un secolo i difensori dell’Immacolata e a cui volle anche che il suo Ordine fosse affidato e sottomesso. 
Tra le numerose giovani che entrarono nei Monasteri delle Concezioniste nel corso dei secoli, desiderose di riprodurre l’Immacolata nella loro vita religiosa, vi fu anche una straordinaria anima mistica, la venerabile Maria di Gesù d’Agreda (1602-’65), autrice della celebre Mistica città di Dio, nella quale registra le sue esperienze e visioni sulla vita della Madonna. In questo meraviglioso affresco di “teologia narrativa” la Concezione Purissima di Maria (come si era soliti chiamarla in Spagna) è il fondamento di tutta la vita della Madonna, scrutata con gli occhi di Dio: Maria è la Mistica Città di Dio che come quella dell’Apocalisse, è misurata con una “canna d’oro”, ovvero con l’umanità santissima di Gesù, assunta dalla Persona divina del Verbo. In tal senso Maria è proporzionata e misurata a Gesù, in modo che «non le mancasse niente delle grazie e dei doni possibili, ed anzi questi  fossero di tale pienezza da non avere difetto alcuno»; tutti i privilegi e i doni di cui fu adorna però «dipendono e hanno origine dal suo essere Immacolata e piena di grazia nella sua Concezione Purissima». La capillare diffusione di questa biografia teologica mariana fu un potente veicolo per espandere la devozione all’Immacolata Concezione e per infiammare ancor più i cuori verso la Santissima Madre di Dio, adorna di questo Privilegio.

I Teologi dell’Immacolata

Il periodo barocco non fu solo un periodo d’immensa fioritura devozionale, esito dell’efficace pastorale proposta al Concilio di Trento, ma anche di una grandiosa e approfondita riflessione teologica, che meritò il nome di Seconda Scolastica.
Insieme alla diffusione popolare del culto dell’Immacolata, la Teologia di questo periodo, in cui il nome di Duns Scoto s’impose alla pari di quello di san Tommaso, approfondì e difese sistematicamente questa “divina” prerogativa della Vergine: nomi come quelli di Suarez e san Roberto Bellarmino, tra i Gesuiti, si affiancarono a celebri Teologi francescani quali Angelo Volpi, san Lorenzo da Brindisi, e Carlo del Moral, tutti uniti nella difesa dell’Immacolata Concezione. 
San Lorenzo da Brindisi (1559-1619), Frate Cappuccino, nonostante la sua poliedrica attività culturale, apostolica, ecclesiastica e politica, fu soprattutto un’anima ardente di amore per Gesù Bambino e per la Santissima Vergine, amore che riversò nelle dense pagine del suo Mariale, del quale ben dodici sermoni sono dedicati all’Immacolata Concezione. La Mariologia del Santo Cappuccino è limpida e chiara e trae in abbondanza dalle fonti della Sacra Scrittura, di cui san Lorenzo poteva vantare una conoscenza approfondita, anche nelle lingue originali, e si rafforza con la teologia del beato Giovanni Duns Scoto. 
Le ragioni del cuore, che lo portano ad attribuire a Maria Santissima quanto vi sia di più eccelso, sono però ben rafforzate da molti argomenti che la Sacra Scrittura offre: non è forse l’Angelo Gabriele a chiamare Maria Santissima “piena di grazia”? E ciò non significa, dal lato opposto, che Maria è del tutto priva di peccato? E perché porre limiti temporali all’affermazione dell’Angelo... Maria è sempre stata “piena di grazia”, perché da sempre ordinata a essere Madre di Dio e Tempio del Verbo Incarnato, e proprio per questo non conviene che Ella sia stata mai toccata dal peccato originale.
Accanto alla Mariologia “serena” di san Lorenzo da Brindisi non mancò quella dei redivivi cavalieri, ancora volenterosi di combattere la buona battaglia dell’Immacolata, senza risparmiare fatiche letterarie e asprezza di toni. In questo particolare campo si cimentò soprattutto il Francescano spagnolo Fra Pedro Alva Y Astorga (1602-’67): temperamento focoso, l’amore per il Privilegio mariano lo spinse ad ardite polemiche di cui sono testimonianza testi, peraltro di grande erudizione e impegno, come l’Armentarium Seraphicum, un prontuario “militare” di argomenti in difesa dell’Immacolata Concezione, e il testo Militia Immaculatae, una specie di enciclopedia di autori immacolisti. A causa della veemenza della sua polemica contro i Domenicani anti-immacolisti fu esiliato dalla Spagna per volontà del Re, trovando rifugio nei Paesi Bassi.

I missionari dell’Immacolata

La verità dell’Immacolata Concezione però, ben lungi dal rimanere una mera verità astratta, è una verità salvifica di primaria importanza: l’Immacolato Concepimento di Maria indica chiaramente il ruolo di corredentrice e di avversaria di satana e del peccato che Maria riveste, da Madre premurosa, per la salvezza eterna dei figli in tutta la storia dell’umanità. In altre parole la verità dell’Immacolata Concezione si deve tradurre in pratica, cioè diventare effettiva ed efficace opera di salvezza delle anime: ecco perciò che l’apostolato serafico non dimenticò di portare l’Immacolata nel Vecchio e nel Nuovo Mondo, per ottenere frutti ancora più grandi dalla predicazione e dall’evangelizzazione.
Straordinaria è la figura del neo-canonizzato san Junipero Serra (1713-’84), passato dalla cattedra di Teologia scotista in Spagna alle missioni nel Nuovo Mondo, dove divenne pioniere dell’evangelizzazione della California. Devotissimo alla “Purissima Concezione”, che aveva promesso di difendere fino alla morte e alla quale attribuì il merito della vocazione missionaria, ne diffuse la devozione tra gli indigeni del Messico e della California: dove la Croce di Cristo infatti non sortiva effetto, verificò che la figura materna dell’Immacolata sapeva far breccia nei cuori dei nativi americani, che spontaneamente omaggiavano e veneravano questa figura colma di misericordia, bontà e purezza. Davanti poi al successo di missioni ben avviate e al fervore dei neofiti, lo stesso Serra disse che nulla lo emozionava e lo commuoveva quanto sentirli intonare il Tota Pulchra alla Purissima Prelata.
Nelle “missioni” al di qua dell’Oceano, nelle missioni popolari, san Leonardo da Porto Maurizio (1676-1741), grande predicatore e apostolo, fece la medesima esperienza: quando il pentimento dei fedeli non arrivava alla vista della sofferenza patita da Cristo durante la sua Passione e Morte, ecco che i cuori si scioglievano a sentir parlare della bontà misericordiosa della Madonna, sempre pronta a riallacciare i legami della grazia tra i suoi figli e l’Eterno Padre.
Nessuno forse come san Leonardo si premurò di ottenere dal Papa il passo ultimo e definitivo: la definizione dogmatica dell’Immacolata Concezione, «il più grande affare, che doverebbe ultimarsi nel Mondo», affinché, come scrive al Cardinal Belmonte, «di quella Luna, che tiene sotto ai piedi, sene formasse un Diadema al Gran Mistero della sua Immacolatissima Concezione». Per ottenere ciò, su consiglio di Papa Clemente XIII, si premurò di sondare il sentimento dei Cardinali scoprendo che uno solo (tra l’altro morto pochi mesi dopo) fosse contrario a tale definizione dogmatica: «Che vogliamo di più? Facciamo dunque orazione, acciò lo Spirito Santo inspiri al Papa ad abbracciar con fervore un’Opera di sì grande rilievo, da cui dipende la quiete del Mondo, tenendo per certissimo che se si farà un sì grande onore alla Sovrana Imperatrice, si vedrà subito fatta la Pace universale, oh che gran bene, oh che gran Bene». 

Il Papa del Dogma

Nel 1821 un giovane Sacerdote, Terziario francescano, mentre si trovava in ritiro spirituale a san Bonaventura al Palatino a Roma, il Convento dove aveva dimorato e dove è sepolto san Leonardo, poté leggere, appesa alla parete della cella del Santo, questa lettera al Cardinal Belmonte: tale lettura non lo lasciò indifferente anzi... Giovanni Maria Mastai Ferretti, divenuto nel 1846 Sommo Pontefice con il nome di Pio IX (1846-’78), oggi beato per la Chiesa Cattolica, non dimenticò mai la lettura di questa lettera e, personalmente, era assolutamente convinto della verità dell’Immacolata Concezione.
Furono però i tragici avvenimenti della Rivoluzione Romana del 1848, con l’insediamento dei rivoluzionari al Governo e la conseguente fuga del Papa a Gaeta, a portarlo ad una decisione definitiva: nella Cappella Aurea della fortezza di Gaeta, mentre era in preghiera e pensava alle tempeste che stava attraversando la Chiesa, Pio IX, forse riportando alla mente quella lettera letta più di venti anni prima e con qualche aiuto celeste, capì che l’unica cosa che avrebbe potuto fare per salvare la Chiesa e il mondo sarebbe stata la proclamazione dogmatica dell’Immacolata Concezione, proprio come aveva profetizzato san Leonardo un secolo prima.
La lettera di san Leonardo indicò poi al Beato persino il modo con cui proclamare questo Dogma: non la convocazione di un Concilio Ecumenico, quasi impossibile in quegli anni di rivoluzioni e sommosse, bensì una consultazione scritta di tutti i Vescovi, i Sovrani, le Università, i Teologi e chiunque altro fosse ritenuto in grado di testimoniare la fede del popolo di Dio su questo punto. Ritornato a Roma, mise subito mano alla questione, nominando una commissione per lo studio della possibilità della proclamazione dogmatica. La “santa fretta” di Pio IX non fece comunque mancare alla prudenza e l’iter si concluse solo sei anni dopo: ben 546 su 603 consultati si erano dichiarati favorevoli alla proclamazione dogmatica.
L’8 dicembre 1854 nella Basilica di San Pietro Papa Pio IX con la bolla Ineffabilis Deus proclamava che «la dottrina che sostiene che la beatissima Vergine Maria nel primo istante della sua concezione, per una grazia ed un privilegio singolare di Dio onnipotente, in previsione dei meriti di Gesù Cristo Salvatore del genere umano, è stata preservata intatta da ogni macchia del peccato originale» era da ritenersi vera e rivelata: un raggio di luce, strano per quell’ora e per quella stagione, colpì proprio in quel momento Pio IX, segno della predilezione celeste per quello che sarebbe passato alla storia come il “Papa dell’Immacolata”.  

I nuovi cavalieri dell’Immacolata

È così terminata la “causa dell’Immacolata”? Quale sarà dunque ora la funzione provvidenziale dell’Ordine Serafico? È chiaro e radicale san Massimiliano Kolbe: la lotta per la proclamazione dogmatica è stata la prima pagina, quella introduttiva, ora siamo alla “seconda pagina” della Causa dell’Immacolata, «vale a dire seminare questa verità nei cuori di tutti coloro che vivono e vivranno sino alla fine dei tempi, e curarne l’incremento e i frutti di santificazione. Introdurre l’Immacolata nei cuori degli uomini, affinché Ella innalzi in essi il trono del Figlio Suo, li conduca alla conoscenza di Lui e li infiammi d’amore verso il Suo Sacratissimo Cuore» (SK 486).
La Causa dell’Immacolata continua nella diffusione popolare del significato dell’Immacolata Concezione, nell’apostolato e nella pastorale ma anche nella Teologia, comprendendo più profondamente questo Dogma e le sue conseguenze, per rendere più fulgida la corona della nostra Celeste Madre. E l’eredità dei grandi cavalieri e difensori dell’Immacolata è stata raccolta nel secolo XX da grandi Francescani come san Massimiliano Maria Kolbe (1894-1941), il servo di Dio Leone Veuthey (1896-1974), il grande Teologo Padre Carlo Balic (1899-1977), Padre Bonaventura Blattmann (1860-1942), il beato Gabriele Allegra (1907-’76), San Pio da Pietrelcina (1897-1968)... tutte esimie firme di questa seconda pagina che attende ancora numerosi e diligenti scrittori che la portino a compimento.

mercoledì 3 ottobre 2018

Il transito di san Francesco nella tradizione liturgica francescana

Riprendiamo un articolo un po' datato, ma assai utile per la data odierna.


Il transito di san Francesco nella tradizione liturgica francescana

Gli ultimi momenti di san Francesco

Volgeva ormai al termine la giornata del 3 ottobre del 1226 quando il diacono Francesco, profondamente indebolito nel corpo lacerato dalla malattia che vulnerò la sua vista, segnato indelebilmente con le Stigmate della Passione del Cristo alla cui sequela si era adoperato, rendeva la sua anima – temprata  dall’austerità di vita, forgiata dalla carità e alimentata dalla lode incessante  - al Signore.
Ma come si susseguirono quei momenti supremi nei quali il Serafico Padre si appressava ad andare incontro a “sora nostra morte corporale”  che si susseguivano alla Porziuncola? È infatti proprio alla Porziuncola che Francesco, percependo con nitore l’abbreviarsi del suo cammino terreno, il luogo che egli scelse di farsi portare dai suoi frati, quel piccolo e semplice  sacro luogo da lui stesso riparato e restaurato affidatogli dai benedettini  ove – tra le altre cose -   fondò, affidandola alla protezione della Madre di Dio, la famiglia dei Minori.

Giotto: Il Transito di san Francesco

San Bonaventura da Bagnoregio – il “doctor seraphicus” amico dell’Aquinate -  nella sua Legenda Major  ci restituisce un ampio e dettagliato resoconto che qui ritengo di fare cosa utile nel riportarlo.
«Finalmente, avvicinandosi il momento del suo transito, fece chiamare attorno  sè tutti i frati del luogo e, consolandoli della sua morte con espressioni carezzevoli, li esortò con profondo affetto all’amore di Dio.Si diffuse a parlare sulla necessità di conservare la pazienza, la povertà, la fedeltà alla santa Chiesa romana, ma ponendo sopra tutte le altre norme il santo Vangelo.Mentre tutti i frati stavano intorno a lui, stese sopra di loro le mani, intrecciando le braccia in forma di croce (giacché aveva sempre amato questo segno) e benedisse tutti i frati, presenti ed assenti, nella potenza e nel nome del Crocifisso.Inoltre aggiunse ancora: “State saldi, o figli tutti, nel timore del Signore e perseverate sempre in esso! E, poiché sta per venire la tentazione e la tribolazione, beati coloro che persevereranno nel cammino iniziato! Quanto a me, mi affretto verso Dio e vi affido tutti alla Sua grazia!”Terminata questa dolce ammonizione, l’uomo a Dio carissimo, comandò che gli portassero il libro dei Vangeli e chiese che gli leggessero il passo di Giovanni, che incomincia: “Prima della festa di Pasqua... (Gv. 13, 1)”.Egli, poi, come poté, proruppe nell’esclamazione del salmo: “Con la mia voce al Signore io grido; con la mia voce il Signore io supplico” e lo recitò fin al versetto finale: “Mi attendono i giusti, per il momento in cui mi darai la ricompensa”.Quando, infine, si furono compiuti in lui tutti i misteri, quell’anima santissima, sciolta dal corpo, fu sommersa nell’abisso della chiarità divina e l’uomo beato s’addormentò nel Signore.Uno dei frati e discepoli vide quell’anima beata, in forma di stella fulgentissima, sollevarsi su una candida nuvoletta al di sopra di molte acque e penetrare diritta in cielo: nitidissima, per il candore della santità eccelsa e ricolma di celeste sapienza e di grazia, per le quali il Santo meritò di entrare nel luogo della luce e della pace, dove con Cristo riposa senza fine. » [1]
Il resoconto di Tommaso da Celano in Vita Secunda ci riporta altri dettagli, ragione per la quale ritengo opportuno riportarlo:
«Alla morte dell’uomo - dice il saggio - sono svelate tutte le sue opere. È appunto ciò che vediamo gloriosamente compiuto nel Santo. Percorrendo con animo pronto la via dei comandamenti di Dio, giunse attraverso i gradi di tutte le virtù alla più alta vetta, e rifinito a regola d’arte, come un oggetto in metallo duttile, sotto il martello di molteplici tribolazioni, raggiunse il limite ultimo di ogni perfezione. Fu allora soprattutto che brillarono maggiormente le sue mirabili azioni, e rifulse chiaramente alla luce della verità che tutta la sua vita era stata divina, quando, dopo aver calpestato le attrattive di questa vita mortale, se ne volò libero al cielo. Infatti, dimostrò di stimare una infamia vivere, secondo il mondo, amò i suoi sino alla fine, accolse la morte cantando. Quando sentì vicini gli ultimi giorni, nei quali alla luce effimera sarebbe succeduta la luce eterna, mostrò con l’esempio delle sue virtù che non aveva niente in comune con il mondo. Sfinito da quella malattia così grave, che mise termine ad ogni sua sofferenza, si fece deporre nudo sulla terra nuda, per essere preparato in quell’ora estrema, in cui il nemico avrebbe potuto ancora sfogare la sua ira, a lottare nudo con un avversario nudo. In realtà aspettava intrepido il trionfo e con le mani unite stringeva la corona di giustizia. Posto così in terra, e spogliato della veste di sacco, alzò, come sempre il volto al cielo e, tutto fisso con lo sguardo a quella gloria, coprì con la mano sinistra la ferita del lato destro, perché non si vedesse. Poi disse ai frati: “Io ho fatto il mio dovere; quanto spetta a voi, ve lo insegni Cristo!”.A tale vista, i figli proruppero in pianto dirotto e, traendo dal cuore profondi sospiri, quasi vennero meno sopraffatti dalla commozione. Intanto, calmati in qualche modo i singhiozzi, il suo guardiano, che aveva compreso per divina ispirazione il desiderio del Santo, si alzò in fretta, prese una tonaca, i calzoni ed il berretto di sacco: “Sappi - disse al Padre - che questa tonaca, i calzoni ed il berretto, io te li do in prestito, per santa obbedienza! E perché ti sia chiaro che non puoi vantare su di essi nessun diritto, ti tolgo ogni potere di cederli ad altri”. Il Santo sentì il cuore traboccare di gioia, perché capì di aver tenuto fede sino alla fine a madonna Povertà. Aveva infatti agito in questo modo per amore della povertà, così da non avere in punto di morte neppure l’abito proprio, ma uno ricevuto in prestito da altri. Aveva poi l’abitudine di portare in testa un berretto di sacco per coprire le cicatrici riportate nella cura degli occhi, mentre gli sarebbe stato necessario un copricapo di lana qualsiasi, purché fine e morbidissima.Poi il Santo alzò le mani al cielo, glorificando il suo Cristo, perché poteva andare libero a lui senza impaccio di sorta. Ma per dimostrare che in tutto era perfetto imitatore di Cristo suo Dio, amò sino alla fine i suoi frati e figli, che aveva amato fin da principio. Fece chiamare tutti i frati presenti nella casa, e cercando di lenire il dolore che dimostravano per la sua morte, li esortò con affetto paterno all’amore di Dio. Si intrattenne a lungo sulla virtù della pazienza e sull’obbligo di osservare la povertà, raccomandando più di ogni altra norma il santo Vangelo. Poi, mentre tutti i frati gli erano attorno, stese la sua destra su di essi e la pose sul capo di ciascuno cominciando dal suo vicario: “Addio - disse - voi tutti figli miei, vivete nel timore del Signore e conservatevi in esso sempre! E poiché si avvicina l’ora della prova e della tribolazione, beati quelli che persevereranno in ciò che hanno intrapreso! Io infatti mi affretto verso Dio e vi affido tutti alla sua grazia”. E benedisse nei presenti anche tutti i frati, ovunque si trovassero nel mondo, e quanti sarebbero venuti dopo di loro sino alla fine dei secoli.Nessuno si usurpi questa benedizione, che impartì ai presenti per gli assenti. Come è stata riportata altrove, ha chiaramente qualche riferimento personale, ma ciò va piuttosto riferito all’ufficio.Mentre i frati versavano amarissime lacrime e si lamentavano desolati, si fece portare del pane, lo benedisse, lo spezzò e ne diede da mangiare un pezzetto a ciascuno. Volle anche il libro dei Vangeli e chiese che gli leggessero il Vangelo secondo Giovanni, dal brano che inizia: Prima della festa di Pasqua ecc. Si ricordava in quel momento della santissima cena, che il Signore aveva celebrato con i suoi discepoli per l’ultima volta, e fece tutto questo appunto a veneranda memoria di quella cena e per mostrare quanta tenerezza di amore portasse ai frati.Trascorse i pochi giorni che gli rimasero in un inno di lode, invitando i suoi compagni dilettissimi a lodare con lui Cristo. Egli poi, come gli fu possibile, proruppe in questo salmo: Con la mia voce ho gridato al Signore, con la mia voce ho chiesto soccorso al Signore. Invitava pure tutte le creature alla lode di Dio, e con certi versi, che aveva composto un tempo, le esortava all’amore divino. Perfino la morte, a tutti terribile e odiosa, esortava alla lode, e andandole incontro lieto, la invitava ad essere suo ospite: “Ben venga, mia sorella morte!”.Si rivolse poi al medico: “Coraggio, frate medico, dimmi pure che la morte è imminente: per me sarà la porta della vita!”. E ai frati: “Quando mi vedrete ridotto all’estremo, deponetemi nudo sulla terra come mi avete visto ieri l’altro, e dopo che sarò morto, lasciatemi giacere così per il tempo necessario a percorrere comodamente un miglio”. Giunse infine la sua ora, ed essendosi compiuti in lui tutti i misteri di Cristo, se ne volò felicemente a Dio.Un frate suo discepolo, assai rinomato, vide l’anima del padre santissimo salire direttamente al cielo. Era come una stella, ma con la grandezza della luna e lo splendore del sole, e sorvolava la distesa delle acque trasportata in alto da una nuvoletta candida.Si radunò allora una grande quantità di gente, che lodava e glorificava il nome del Signore. Accorse in massa tutta la città di Assisi e si affrettarono pure dalla zona adiacente per vedere le meraviglie, che il Signore aveva manifestato nel suo servo. I figli intanto effondevano in lacrime e sospiri il pio affetto del cuore, addolorati per essere rimasti orfani di tanto padre. Ma la singolarità del miracolo mutò il pianto in giubilo e il lutto in esplosione di gioia. Vedevano distintamente il corpo del beato padre ornato delle stimmate di Cristo e precisamente nel centro delle mani e dei piedi, non i fori dei chiodi, ma i chiodi stessi formati dalla sua carne, anzi cresciuti con la carne medesima, che mantenevano il colore oscuro proprio del ferro, e il costato destro arrossato di sangue. La sua carne, prima oscura di natura, risplendendo di un intenso candore, preannunziava il premio della beata risurrezione. Infine, le sue membra divennero flessibili e molli, non rigide come avviene nei morti, ma rese simili a quelle di un fanciullo.Era in quel tempo ministro dei frati della Terra di Lavoro frate Agostino. Da tempo aveva perduto l’uso della parola, ma, quando giunse all’ora della morte, gridò tutto ad un tratto: “Aspettami, Padre, aspetta! Ecco, ora vengo con te”. Tutti i presenti l’udirono e si chiedevano sorpresi a chi parlasse a questo modo. “Non vedete - rispose con sicurezza - il nostro padre Francesco, che va in cielo?”. E subito la sua anima santa, libera dalla carne, seguì il padre santissimo» [2].
Svolgimento della funzione.

All’altare del Serafico Padre è esposta la reliquia, ad esso si recano i frati portando in mano un cero acceso la vigilia della festa di san Francesco circa all’ora della sua morte o dopo il vespero, oppure il giorno stesso. Il celebrante indossa il piviale e, fatta la debita reverenza, impone l’incenso e lo benedice. Turifica la reliquia stando in piedi con due tratti doppi premettendo inchino profondo. I cantori principiano l’antifona O sanctissima anima ed intonano il Salmo 141 (Voce mea ad Dominum clamavi). Dopo il Gloria Patri e la ripetizione dell’Antifona, tutti – una volta spente le candele – si inginocchiano e recitano  cinque PaterAve e Gloria. Si alzano nuovamente e cantano l’antifona Salve Sancte Pater. Si inginocchiano nuovamente e due cantori cantano il versetto Franciscus pauper et humilis caelum dives ingreditur cui si risponde Hymnis caelestibus honoratur. Il solo celebrante si alza e canta l’Orazione, una volta conclusa con l’Amen, canta il Dominus vobiscum e i cantori eseguono il Benedicamus Domino. Il celebrante rinnova l’imposizione dell’incenso e, premesso un inchino profondo, incensa nuovamente la reliquia con la quale poi benedice gli astanti. Al termine la reliquia viene offerta alla venerazione mediante il bacio ai religiosi e ai fedeli.
Tale breve e semplice  funzione è descritta così dalle rubriche del Rituale dei minori nelle edizioni  in mio possesso e che ho consultato ossia quella del 1931, edita essendo ministro generale P. Bonaventura Marrani [3], e quella del 1955, licenziata alle stampe durante il mandato di P. Agostino Sépinski [4].
Le rubriche sono estremante doviziose ed esaustive, proprio per questo motivo, probabilmente, non si trovano riferimenti nel cerimoniale dell’Ordine [5], anzi, la mancanza in esso di qualsiasi cenno  alla cerimonia del Transito mi fa ritenere che talvolta essa venisse piegata o per lo meno influenzata dagli usi locali. Un volume di sacre cerimonie edito negli anni Quaranta del secolo scorso in seno alla Provincia Veneta dei Minori (ricordo che storicamente sul territorio esistevano due provincie: una “riformata” e l’altra “osservante”), si limita a fornire qualche indicazione brevissima nella parte dedicata alla benedizione con le reliquie [6].






Qualche variante rituale e origini.

Proprio nell’ambito degli usi locali correlati alla celebrazione del Transito di san Francesco, voglio ricordare il costume di aggiungere in alcuni conventi dei minori della Provincia veneta di Sant’Antonio (“osservanti”), e in special modo nei noviziati, il canto della Exortatio di san Francesco.
Il testo dell’Exortatio – breve ma denso ed incentrato sui capisaldi del messaggio francescano e all’ideale di penitenza e letizia - è sempre stato tenuto in somma considerazione nell’ambito dei francescani, tanto da comparire altresì nel corpo della Regola, dalla quale qui trascrivo la traduzione:
«Dilettissimi fratelli e figli in eterno benedetti, ascoltatemi, ascoltate la voce del vostro padre: Grandi cose abbiamo promesso, maggiori sono state promesse a noi. Osserviamo quelle, aspiriamo a queste. Breve è il piacere, eterna la pena. Piccolo il patire, infinita la gloria. Molti i chiamati, pochi gli eletti; tutti avranno la loro retribuzione. Amen. » [7]
La composizione della melodia è del frate nativo di Motta di Livenza (Tv) p. Leonardo Maria Bello appartenente a quella Provincia, egli – appassionato cultore di canto gregoriano – divenne Ministro Generale dei Minori e morì, in concetto di santità, nel 1944. Padre Leonardo musicò le parole del Serafico con una semplice e fluente melodia del V modo gregoriano [8].



Quanto all’origine pare che il rito del Transito sia piuttosto recente. P. Eliseus Bruning – che negli anni della restitutio ad codicum fidei del canto gregoriano si occupò del repertorio dei Minori – opina che essa non sia da collocarsi che nel XVIII secolo o al più tardi XVII, a tale datazione muove considerando la presenza nei codici dell’Antifona O sanctissima anima (VI modo) rinvenuta in testimoni di area francese e nelle Fiandre [9] . Lo stesso religioso e musicologo presenta un’altra versione di questa antifona, questa volta del II modo, che è un adattamento dell’ Antifona O beatum virum della festa di san Martino (11 novembre) [10]. La stessa Antifona ho avuto modo di ritrovarla nel supplemento di canto ad uso dei Cappuccini – edito essendo ministro generale P. Giuseppe Antonio da Persiceto – e collocata proprio nell’ambito della celebrazione del Transito [11].


La funzione del Transito ebbe origine e crebbe nell’ambito delle devozioni dei religiosi francescani, e pur essendo – con ogni probabilità – in origine un mero esercizio di pietà, a decorrere dal XVIII secolo inizia a comparire con sistematicità in appendice ai Breviari [12].
Relativamente all’uso di celebrare la funzione la sera del 3 ottobre o quella del 4 si trovano varie opzioni. Da Tenderini e Zordan apprendiamo che nei conventi di quella Provincia si celebrava la sera del 4 ottobre  [13], alla Porziuncola si celebrava indifferentemente  il 3 (dopo i primi Vesperi) o il 4 (dopo i secondi Vesperi) e ciò veniva stabilito sia dal costume dell’Ordine che dalla volontà del Cardinale Legato. Nella Patriarcale Basilica di Santa Maria degli Angeli, celebrati i Vesperi e tenuto il sermone ci si recava al sacello del Transito  in processione recando i ceri e la croce astile. Per il resto ci si regolava secondo il Rituale dell’Ordine [14]. Il Rituale tace dell’uso dei candelieri e della croce astile, e postula la presenza del solo celebrante parato con il piviale bianco [15], viene da chiedersi – celebrandosi la funzione del Transito senza soluzione di continuità con i Vesperi di come ci si regolasse circa la presenza dei pivialisti, ma di questo, al momento, non ho avuto modo di trovare cenno, testimonianza o menzione. La risposta che mi sembra più verosimile ed attendibile è che ci fosse un’ampia varietà locale: proprio la recenziorità di tale funzione liturgica potrebbe aver contribuito e determinato la permanenza di costumi locali essendo mancato un tempo sufficientemente lungo, tale da consentire un processo di unificazione, cristallizzazione ed uniformizzazione.
All’insegna di questa varietà voglio segnalare l’uso dei Recolletti appreso da un Ritualeottocentesco stampato ad Utrecht per i frati dell’ “Almae Provinciae Germaniae Inferioris” [16]. Qui la funzione si compie con l’assistenza del diacono e del suddiacono parati (che ovviamente non ministrano ai Vesperi), la reliquia è portata dal celebrante all’altare di san Francesco o a quello della Vergine, la “Regina Ordinis Minorum” (probabilmente in assenza di un altare dedicato al Serafico Padre) e collocata in loco eminentiori dal diacono.
Alla ripetizione dell’Antifona O sanctissima anima (della quale ho avuto modo di rinvenire una versione melodica diversa sviluppata nel V modo gregoriano, indicato anche come XIII “antiquitus” in una pressoché coeva edizione di canto fermo di area vicina) i più giovani tra i fratelli laici raccolgono le candele che sono state spente ed i PaterAve e Gloria sono recitati “brachiis extensis” [17]. Dopo il Benedicamus si suonano l’organo e le campane quasi a salutare l’anima di san Francesco che entra nella gloria del Paradiso.
Qualche breve parola circa i testi che compongono il Transito. Dell’Antifona O sanctissima anima che apre la funzione e precede e segue il salmo 141 ho già avuto modo di dire qualcosa. Il salmo 141 fu quello che accompagnò gli ultimi momenti terreni di san Francesco, nell’Ufficio esso è il quinto salmo del Vespero della Feria sexta [18].
Il ricorso all’utilizzo di questo salmo, assieme ad altri particolari, quali ad esempio le candele, il suono delle campane, per certi versi mi fanno ritenere che il Transito sia una sorta di “riproposizione drammatica”, dettata ed ispirata dalla devozione dei francescani, del supremo momento del Serafico Padre. Mi rafforza in questa convinzione una rubrica del già citato supplemento di canto dei Cappuccini e del loro Cerimoniale laddove si pone un’enfasi particolare alle parole “Educ de custodia” cantando le quali san Francesco spirò. Qui la rubrica recita: “magna devotione et gravitate cani oportet” [19]. Quanto alle candele spesso gli artisti che raffigurarono il Transito di san Francesco – ad esempio il sommo Giotto – non mancarono di rappresentare dei frati presso il capezzale del Serafico recanti dei ceri accesi. Il riferimento che ho fatto alle campane è estremamente ovvio giacché ab immemorabilisono state usate per annunciare sia la nascita che la morte dei fedeli cristiani.
Come detto seguono i PaterAve e Gloria e quindi si canta l’Antifona del II modo Salve Sancte Pater. Tale Antifona si rinviene in codici del XIV secolo ed è attribuita al cardinale Tommaso da Capua [20]. Essa è l’Antifona al Magnificat nei giorni dell’Ottava di san Francesco secondo l’Ufficio dei Minori [21]. All’Antifona segue il versetto, eseguito dai cantori, Franciscus pauper et humilis modulato con la melodia solenne che anche l’Antiphonale Romanum riserva – per il versetto dopo l’Inno - in diverse feste. L’Orazione che segue è la Colletta di san Francesco del 4 ottobre [22]; la parentesi che circonda le parole hodierna die, è un’aggiunta apportata evidentemente per sottolineare la collocazione temporale della funzione e sta ad indicare il fatto che tali parole sono cantate se la funzione è celebrata la sera della vigilia; esse non hanno riscontro col testo del Messale.
La melodia del Benedicamus proposta è quella delle Lodi nelle Feste di rito doppio presente nell’ Antiphonale Romanum [23]. L’Officium ac Missa de Festo S.P.N. Francisci curato da p. Eliseo Bruning – e già citato - propone un tono in più a scelta per il Benedicamus desunto da codici francescani di area italica del XIV e XV secolo [24] che risulta identico a quello del Supplementum di canto gregoriano dell’Ordine dei Cappuccini parimenti citato [25].
Un breve cenno circa la funzione del Transito presso i Conventuali così come si trova descritta nel loro Rituale [26]. Presso tale famiglia francescana la funzione risente di uno sviluppo più ampio che mi fa propendere per l’idea che essa  sia più tarda di quella dei Minori. Anche presso di loro la celebrazione può avvenire la sera del 3 o del 4 ottobre, inizia con una processione che muove dall’altare maggiore a quello di san Francesco al canto dell’Inno Jam noctis umbra obduxerat che è l’inno riservato nel loro ufficio ai secondi Vesperi della festa del Serafico Padre [27]. Giunti all’altare di san Francesco tutti si pongono in ginocchio mentre si canta l’Antifona O Patriarcha pauperum Franciscem tuis precibus auge (sconosciuta nel repertorio dei Minori) cui segue un versetto ed un’Orazione piuttosto lunga. A questo punto si canta – come presso i Minori – l’Antifona O sanctissima anima con il salmo 141, cui segue un altro versetto e un’altra Orazione.  A questo punto si intona l’antifona Salve sancte Patercon il versetto Franciscus pauper et humilis (come i minori), il celebrante canta l’Orazione. Segue il Benedicamus Domino, quindi un cantore canta Jube domne benedicere ed il celebrante impartisce la benedizione con la reliquia.
Relativamente a questo uso dei Conventuali, così come della celebrazione di altri Transiti in ambito francescano più tardivi (es. santa Chiara e sant’Antonio) mi ripropongo di effettuare in futuro degli approfondimenti.

Seraphice Pater Francisce, ora pro nobis!

Francesco G. Tolloi

[1] S. BONAVENTURA DA BAGNOREGIO, Leggenda maggiore, in Fonti Francescane (a cura di E. Caroli), Padova, Messaggero, 1985 4, pp. 954 e ss..
[2] TOMMASO DA CELANO, Vita Secunda, in Fonti Francescane…cit, pp. 804 e ss..
[3] Cfr. Rituale Romano – Seraphicum Ordinis Fratrum Minorum, Editio Altera, Parisiis – Tornaci – Romae, Desclée et Socii, 1931, pp. 213 e ss..
[4] Cfr. Rituale Romano – Seraphicum Ordinis Fratrum Minorum, Editio Tertia, Romae, Pax et Bonum, 1955, pp. 233 e ss..
[5] Cfr: Caeremoniale Romano  Seraphicum Ordinis Fratrum Minorum, Editio Altera, Ad Claras Aquas, Typographia Collegii S. Bonaventurae, 1927.
[6] Cfr. F. TENDERINI– I. ZORDAN, Piccolo Cerimoniale Romano Serafico, Vicenza, Convento S. Lucia, 1943 , p. 263.
[7] Regula et Constitutiones Generales Ordinis Fratrum Minorum, Roma, Curia Generale O.F.M., 2004, p. 29.
[8] P.L.M. BELLO, Exhortatio S.P.N. Francisci, Dolo – Venezia, ITE, [s.d.].
[9] Cfr. E. BRUNING, Epilogus Criticus, in Officium ac Missa de Festo S.P.N. Francisci, Parisiis – Tornaci – Romae, Desclée et Socii, 1926, p. 138 e s..
[10] Cfr. Cantuale Romano - Seraphicum, Editio Tertia, Parisiis – Tornaci – Romae, Desclée et Socii, 1951, p. 176 ed Epilogus Criticus, p. 389. Per l’Antifona di san Martino ( trattasi dell’Antifona al Magnificat dei primi vesperi) cfr:Antiphonale Sacrosanctae Romanae Ecclesiae pro Diurnis Horis, Romae, Typis Polyglottis Vaticanis, 1912, p. 764.
[11] Cfr. Proprium Missae ac Horarum Officii Diurnarum cum cantu ad usum ff. Mm. Capuccinorum, Parisiis – Tornaci – Romae, Desclée et Socii, 1925, p. 288.
[12] Cfr. G. CAMBELL, Liturgia di S. Francesco d’Assisi, Santuario della Verna, edizioni “La Verna”, 1963, p. 152.
[13] Cfr. F. TENDERINI– I. ZORDAN, Piccolo Cerimoniale Romano Serafico…, Vicenza, cit.
[14] Cfr. Caeremoniale Patriarchalis Basilicae et Capellae Papalis Sanctae Mariae Angelorum de Portiuncola, Romae, Tipografia Nazionale, 1926, p. 147. Su questo cerimoniale si veda quanto osservato da I. NABUCO, Ius Pontificalium, Parisiis – Tornaci – Romae – Neo Eboraci, Desclé et Socii, 1956, p. 231 e pp. 234 e ss..
[15] Cfr. Rituale Romano – Seraphicum Ordinis Fratrum Minorum, Editio Tertia…, cit., p. 233.
[16] Cfr. Caeremoniale FF. Minorum Recollectorum Almae Provinciae Germaniae Inferioris, Trajecti ad Rhenum, Van de Weijer, 1884, pp. 390 e ss..
[17] L’uso di pregare con le braccia estese da parte dei frati è attestato, in altre circostanze, presso i Cappuccini. Stando al loro Cerimoniale, il gesto evoca la posizione di san Francesco mentre riceve le stigmate, il testo afferma che tale gesto “in Ordine Minoritico semper in usu fuit“. Cfr. Caeremoniale Romano – Seraphicum ad specialem usum FF. Minorum S. Francisci Capuccinorum, Romae, Ex Typis Vaticanis, 1892, p. 21 e s..
[18] Cfr. Breviarium Romanum ex decreto Sacrosancti Concilii Tridentini restitutum, Romae, Typis Polyglottis Vaticanis, 1915, p. 153.
[19]Cfr. Proprium Missae ac Horarum Officii Diurnarum cum cantu ad usum ff. Mm. Capuccinorum…, cit.  p. 288 e Caeremoniale Romano – Seraphicum ad specialem usum FF. Minorum S. Francisci Capuccinorum…, p. 398. Di analogo tenore l’attenzione alle stesse parole posta nel Cerimoniale utrecense dei Recolletti laddove pur prevedendo la possibilità di eseguire alternatim con l’organo ammonisce che in ogni caso non si tralascino di cantare quelle parole. (Cfr. Caeremoniale FF. Minorum Recollectorum Almae Provinciae Germaniae Inferioris…, cit. p. 390).
[20] Cfr. E. BRUNING, Epilogus Criticus, in Cantuale Romano – Seraphicum…, cit., p. 394.
[21] Cfr. Breviarium Romano – Seraphicum, Editio I juxta typicam, Romae, Pax et Bonum, 1951, Pars Autunnalis, p. 740. Faccio notare che i Minori serbarono sempre – a differenza di Conventuali e Cappuccini – l’ufficio di fra Giovanni da Spira (XIII sec.)
[22] Cfr. Missale Romano – Seraphicum, Editio Typica, Florentiae, Ad Claras Aquas, 1952, p. 749
[23] Cfr. Antiphonale Sacrosanctae Romanae Ecclesiae pro Diurnis Horis…, cit. p. 49*. Ed anche in Antiphonale Romano – Seraphicum pro Diurnis Horis,Parisiis – Tornaci – Romae, 1928, p. [179].
[24] Cfr. Officium ac Missa de Festo S.P.N. Francisci…, cit., p. 102 e p. 138 e s. (Epilogus Criticus).
[25] Cfr. Proprium Missae ac Horarum Officii Diurnarum cum cantu ad usum ff. mm. Capuccinorum…, cit., p. 289.
[26] Cfr. Rituale Romano - Seraphicum Ordinis Fratrum Minorum Conventualium, Romae, Typis Polyglottis Vaticanis, 1942, pp. 81 e ss. (Il Volume non reca notazione musicale).
[27] Cfr. Proprium Officiorum ad usum Ordinis Fratrum Minorum Conventualium, Taurini – Romae, Marietti, 1951, p. 107. L’ufficio dei Cappuccini per san Francesco è mutuato proprio dai Conventuali (ma non il rito del Transito) sicché troviamo la melodia in Proprium Missae ac Horarum Officii Diurnarum cum cantu ad usum ff. mm. Capuccinorum…, cit., pp. 255 e s..