Sante Messe in rito antico in Puglia

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domenica 9 giugno 2019

Domenica di Pentecoste, Domenica delle Rose

Oggi, Domenica di Pentecoste, un tempo era preceduta da una vigilia di digiuno e di preparazione alla festa, con un’apposita messa, dotata com’era del suo carattere battesimale. Odiernamente, a seguito della riforma liturgica di Paolo VI, anticipata da quella della Settimana Santa del Ven. Pio XII, queste caratteristiche della vigilia si sono perse (sul punto, cfr. Abbé Jean-Pierre Herman, La Pentecôte – Fête élaguée ou restaurée ? La suppression de l’antique vigile baptismale de la Pentecôte, in Schola Sainte Cécile, 2 juin 2014).
Un’altra caratteristica legata a questa festa era l’usanza di spargere una pioggia di rose sui fedeli, al termine dell’omelia papale, nella Basilica romana di S. Maria ad Martyres (Pantheon). Proprio in relazione a quest’uso, rilanciamo questo contributo di un nostro amico.






La Domenica delle Rose

a cura di Giuliano Zoroddu


Negli Ordini Romani, per la domenica dopo l’Ascensione – l’ottava è d’origine posteriore – si prescrive una solenne stazione ed una festa di rose assai caratteristica, e che può lontanamente far ricordare altre simili infiorate pagane. La sinassi si celebrava nel vecchio Pantheon d’Agrippa, ed il Papa che vi prendeva parte ed offriva il divin Sacrificio, era solito di recitarvi anche un’omilia, in cui annunziava al popolo siccome ormai prossima la venuta dello Spirito Santo.
A dare perciò una forma più sensibile al suo annunzio e a questa celeste discesa dell’igneo Paraclito, mentre il Pontefice declamava sull’ambone, dall’alto dell’occhio centrale della Rotonda si faceva cadere sui fedeli una pioggia di rose in figura eiusdem Spiritus Sancti, come nota l’undecimo Ordine Romano; cosi che il nome di Pasqua Rosa a Roma divenne sempre più popolare, e servì a designare la festa di Pentecoste [1].
La messa stazionale ad Sanctam Mariam Rotundam, com’è appunto chiamata nei documenti medievali la Rotonda Agrippina, è tutta in attesa della venuta dello Spirito Santo; tanto che, attribuita nel secolo XV un’ottava anche all’Ascensione, si sentì il bisogno di aggiungerne la colletta commemorativa a questa liturgia eucaristica celebrata nel Pantheon, in attesa della venuta del Paracleto.

(Cardinale Alfredo Ildefonso Schuster osb, Liber Sacramentorum. Note storiche e liturgiche sul Messale Romano. Vol. IV. Il Battesimo nello Spirito e nel fuoco (La Sacra Liturgìa durante il ciclo Pasquale), Torino-Roma, 1930, p. 25)

[1]  N.d.R. In Sardegna ancora oggi la Pentecoste viene chiamata “Pasca ‘e flores” (Pasqua dei fiori).

martedì 14 febbraio 2017

Nel 72° anniversario del battesimo di Eugenio Zolli un suo aforisma


Il 13 febbraio 1945 l'ex Rabbino Capo di Roma, Israel Zolli, rinasce dall'acqua e dallo Spirito Santo ricevendo il santo Battesimo. In onore dell'allora regnante Pio XII assume il nome di Eugenio Pio.
La luce di Cristo aveva rischiarato le tenebre di un altro Saulo e da un Giudeo incallito aveva nuovamente tratto un Cattolico integrale (FONTE).
Per questo sarà condannato ad una sorta di damnatio memoriae da parte dei suoi ex correligionari ed anche .... dalla neo-chiesa. 

giovedì 3 novembre 2016

Rito pagano e panteista per un battesimo .... celebrato da un "prete"

Su segnalazione di un nostro amico, riportiamo la seguente vicenda.
Il noto Antonio Mazzi, di professione "prete", ma verosimilmente ateo o agnostico egli stesso, sull'ultimo numero della rivista Vita Pastorale (n. 10/2016), p. 74, racconta - compiacendosene - di aver scimmiottato per una donna atea il sacramento del battesimo, sottoponendo la bambina, per far contenta la madre senza Dio, ad un rito pagano e panteista.
Ormai la maggior parte del clero ha perso ogni ritegno. E di ciò se ne vanta pure. Pure la rivista ha avuto il coraggio di pubblicare questa discutibile esperienza!
Il clero perso inesorabilmente la fede, immerso com'è nel suo sentimentalismo religioso e nel suo buonismo, da cui è assente Dio. Siamo sicuri che la neo-Roma, però, approverebbe una tale condotta .... .
Un clero senza fede come potrà guidare il gregge loro affidato? Saranno ciechi che guidano altri ciechi, secondo la nota immagine evangelica (cfr. Matth. 15, 14).


Pieter Bruegel, La parabola dei ciechi, 1568, Museo nazionale di Capodimonte, Napoli

giovedì 4 agosto 2016

mercoledì 4 maggio 2016

“Mónica, sancti Augustíni duplíciter mater, quia eum et mundo et cælo péperit, maríto mórtuo, quem senectúte conféctum Jesu Christo conciliávit, castam et opéribus misericórdiæ exércitam viduitátem agébat; in assíduis vero ad Deum oratiónibus pro fílio, qui in Manichæórum sectam incíderat, lácrimas effundébat. Quem étiam Mediolánum secúta est; ubi ipsum frequénter hortabátur, ut ad epíscopum Ambrósium se conférret. Quod cum ille fecísset, ejus et públicis conciónibus et privátis collóquiis cathólicæ fídei veritátem edóctus, ab eódem baptizátus est” (Lect. IV – II Noct.) - SANCTÆ MONICÆ, VIDUÆ, MATRIS SANCTI AUGUSTINI

La bella figura della madre di Agostino, tale come ci è descritta nel IX libro delle Confessioni, è ancora viva nella Chiesa e rappresenta uno dei più splendidi modelli di madre cristiana. Non bisogna dunque stupirsi se uno degli amici di Agostino, il console Anicio Basso l’anziano, pose sulla tomba della santa ad Ostia una targa di marmo la cui iscrizione fu ricopiata nelle antiche raccolte e che ricordava i suoi meriti alla posterità. Ecco il testo:

«Versus illustrissimæ memoriæ Bassi exconsule, scripti in tumulo sanctæ memoriæ Municæ matris Sancti Augustini»
HIC • POSVIT • CINERES • GENETRIX • CASTISSIMA • PROLIS
AVGVSTINE • TVIS • ALTERA • LVX • MERITIS
QVI • SERVANS • PACIS • CAELESTIA • IVRA • SACERDOS
COMMISSOS • POPVLOS • MORIBVS • INSTITVIS
GLORIA • VOS • MAIOR • GESTORVM • LAVDE • CORONAT
VIRTVTVM • MATER • FELICIOR • SVBOLIS.

Qui depose le sue ceneri la tua castissima madre,
O Agostino, lei che riflette come un nuovo splendore sui tuoi stessi meriti.
Tu, buon vescovo, assicura tra i popoli i sacri diritti della concordia
E, col tuo esempio, ammaestra quanti ti sono affidati.
Una gloria ben più grande è quella che vi incorona l’uno e l’altro: quella delle vostre opere.
O Madre davvero felice, che lo divenne ancor più per la virtù di un tale figlio!

Monica morì ad Ostia, forse di malaria, nel 387, all’età di cinquantasei anni, e l’ex console Basso compose quest’epitaffio quando Agostino governava ancora la Chiesa d’Ippona in Africa, vale a dire dopo il 395. Il terzo verso si riporta probabilmente alla celebre disputa nella solenne conferenza con i Donatisti tenutasi nel giugno 411.
La morte della Santa giunse in una data imprecisata, ma sicuramente dopo il battesimo del figlio Agostino, del nipote Adeodato e dell’amico Alipio, nella veglia pasquale del 23 aprile 387 (la liturgia ne celebra la festa il 24 aprile). Con il battesimo, Monica non ebbe altri obiettivi terreni: era pronta per il Paradiso! Poteva a ragione anche lei cantare il suo Nunc dimittis.
Il corpo di santa Monica restò ad Ostia sino al 1162; fu allora che un certo Gualtero o Walter o Valtero, priore dei canonici regolari d’Aroasia (Arrouaise), nell’Artois, nel nord della Francia, le rubò furtivamente e le trasportò nel suo monastero. Gli atti di questa traslazione, riportata dai Bollandisti, non sembra autorizzare alcun dubbio; d’altronde, la presenza delle reliquie di santa Monica in quel luogo è assicurata da più di sette secoli da diversi documenti.
Tuttavia alcuni autori ritengono che le cose non siano andate in quel modo (cfr. Alban Butler, Vite dei padri, dei martiri e degli altri principali santi tratte dagli atti originali e da più autentici documenti con note istoriche e critiche, tomo VI, Maggio, Venezia 1824, p. 85; Id., Florilegio di vite de’ Santi con note istoriche e critiche, e recate in Italiano sulla libera versione francese, vol. II, parte I, Monza 1834, p. 74). Il priore Gualtero, infatti, nel suo racconto, incorre in errori marchiani, che fanno dubitare della sua attendibilità, come ad es., il ritenere che trafugasse le ossa di santa Monica, che sarebbe stata chiamata Prima presso i Latini (in realtà, il nome Monica, in greco, significa non Prima, ma Unica o Solitaria) ed inoltre, tra l’altro, che all’epoca il papa Adriano sarebbe morto 1161 (laddove, invece, questi sarebbe morto nel 1159 e gli sarebbe succeduto quello stesso anno Alessandro III). È verosimile pensare, dunque, che il trafugatore, in realtà, abbia portato in Francia le reliquie di una santa Prima e non già quelle di santa Monica, le quali, invece, furono trasportate a Roma il 9 aprile 1430 da papa Martino V, riponendole prima nella chiesa di san Trifone e, quindi, in quella di Sant’Agostino. Tale data è ricordata dal Martirologio romano (così Ludovico Gatto, Le grandi donne del Medioevo, Newton Compton Editori, Roma 2011, passim). Questo papa non mancò di raccontare, in un suo sermone, il trasporto delle reliquie ed i numerosi miracoli verificatisi durante quest’evento per intercessione della santa (cfr. Martinus V, Serm. Ad Frates Augustinienses, De translatione corporis sanctæ Monicæ Ostia Romam, Romæ 1586).
In ogni caso, siccome si ignora, come detto, il giorno del trapasso di santa Monica (forse pochi giorni prima del 13 novembre di quell’anno 387), i canonici d’Aroasia, che celebravano già il 5 maggio la conversione di sant’Agostino, dedicano alla solennità di sua madre il giorno precedente. Da quel monastero, il culto di santa Monica si diffuse in Belgio, in Germania ed in Francia, sebbene la festa del 4 maggio entrasse poco a poco nell’uso liturgico generale, e ciò, potremmo dire, anche in maniera logica, essendo stata la nostra Santa lo strumento del cambiamento del figlio, che gli eremiti di Sant’Agostino celebrano ancor oggi, appunto, il 5 maggio. All’epoca in cui il riconoscimento del culto liturgico da rendere ai santi apparteneva ancora ai vescovi, va ricordato che il IX libro delle Confessioni di sant’Agostino aveva il valore di una bolla di canonizzazione.
La festa di Santa Monica si sviluppò, dunque, nel XV secolo. Fu san Pio V che l’iscrisse nel calendario romano nel 1568 come festa semplice. Clemente IX ne fece una festa semidoppia nel 1669 e Clemente XII la elevò al rango di doppia nel 1730. Con la riforma di Paolo VI, la sua festa fu fissata al 27 agosto, il giorno prima di quella del suo grande figlio vescovo di Ippona, sant’Agostino, morto il 28 agosto 430.
La messa è quella del Comune delle sante Donne, come per la festa di santa Francesca Romana, il 9 marzo. La prima colletta, però, è propria.
L’epistola dal Comune (2 Tim. 5, 3-10) è riservata alle feste delle sante vedove, perché vi si descrivono i loro doveri verso Dio, verso la loro famiglia e verso la comunità cristiana. San Paolo non parla qui tuttavia delle vedove in generale, ma delle diaconesse che precisamente per il loro stato di vedovanza, la loro età avanzata e la loro esperienza di vita, erano di grande aiuto per il clero nella distribuzione delle elemosine, nell’assistenza dei malati, dei poveri e delle giovani. In una parola, esse facevano quello che fanno attualmente un così gran numero di congregazioni religiose, ma esse non vivevano in comune e dovevano essere dell’età di almeno sessant’anni. Quest’ultima esigenza, come anche quella della vedovanza, era imposta per le condizioni morali particolari della società dell’età apostolica. In seguito, quando nacquero le prime compagnie di Vergini, senza che queste costituissero, del resto, delle vere comunità religiose, la Chiesa adottò per esse, in parte, le prescrizioni dell’Apostolo relative alle diaconesse, e san Leone I prescrisse che nessuna fosse ammessa a consacrare solennemente a Dio la sua verginità prima di aver raggiunto i sessant’anni.
Il versetto alleluiatico è tratto dal Sal. 45 (44) e ci ricorda che la vita cristiana è un combattimento; la fede è il nostro scudo, le nostre armi sono le virtù, Dio è la corona e la ricompensa.
Il Vangelo (Lc 7, 11-16), il cui soggetto è la resurrezione del figlio della vedova di Naim, fa allusione alla conversione di Agostino, ottenuta per le lacrime di Monica. Il ritorno di un’anima a Dio è l’effetto della sola grazia; i ragionamenti umani non possono essere di molto aiuto. Bisogna incontrare Gesù, che ordina alle passioni che ci trascinano alla tomba eterna di fermarsi. Per mezzo della calma, l’anima si mette nelle condizioni volute per ascoltare la parola di Dio: Adolescens, tibi dico, surge. A questa parola onnipotente, che opera ciò che esprime, l’anima si sente svegliata dalla sua letargia mortale e ritorna alla vita.

Ambito lombardo, S. Monica, XVIII sec., museo diocesano, Como

Francesco Soderini, Vergine col Bambino che consegna la sacra cintola a S. Agostino e S. Monica, 1703 circa, chiesa di S. Maria di Candeli, Firenze

Pietro Maggi, Apparizione dell'angelo a S. Monica, 1714, chiesa di S. Marco, Milano

Alexandrea Cabanel, S. Monica in un paesaggio, 1845, collezione privata


Ponziano Loverini - Vittorio Bernardi, L'estasi di Ostia dei SS. Monica ed Agostino, 1900, abside, basilica di San Pietro in Ciel d'Oro, Pavia

mercoledì 13 gennaio 2016

“Non possum cohibére lætítiæ voluptátem, sed mente extóllor, et affícior: et própriæ pusillitátis oblítus, offícium magni Joánnis, immo pótius famulátum subíre conténdo, ac géstio: et licet non sim præcúrsor, de erémo tamen vénio. Christus ergo illuminátur, immo pótius fulgóre suo nos illúminat: Christus baptizátur, simul et nos descendámus, ut cum ipso páriter ascendámus” (sancti Gregórii Nazianzéni, Sermo in sancta Lumina – Lect. IV – II Noct.) - IN COMMEMORATIONE BAPTISMATIS D. N. I. C. - IN OCTAVA EPIPHANIÆ



Questa messa è ignorata completamente dai Sacramentari romani, essendo stata redatta più tardi, utilizzando le collette di ricambio annotate nel gelasiano e la lettura evangelica attribuita originariamente alla sinassi eucaristica della IV feria (mercoledì) dopo la Teofania, da molto tempo già caduta in desuetudine, mentre il resto della messa è come il giorno dell’Epifania.
Il sacramentario di San Pietro, in effetti, solo nell’XI sec. indica le orazioni per l’Ottava dell’Epifania, ma il collettario della stessa basilica non ne fa menzione nel secolo seguente.
Quest’ottava, perciò, può affermarsi, costituisce un apporto franco-germanico, poiché essa era celebrata nei Paesi franchi dalla fine dell’VIII sec. Essa è ben attestata al Laterano ed al Vaticano soltanto nella seconda metà del XII sec. (così Pierre Jounel, Le Culte des Saints dans les Basiliques du Latran et du Vatican au douzième siècle, École Française de Rome, Palais Farnèse, 1977, p. 213).
Il decreto di semplificazione delle rubriche del 1955, ripreso dalle Variationes, ovvero dai cambiamenti introdotti nel Breviario e nel Messale romano, nel 1960, hanno modificato l’intitolazione della celebrazione del 13 gennaio: l’ottava dell’Epifania (di rito doppio maggiore), essendo stata soppressa, il giorno ottavo prese l’appellativo di Commemorazione del Battesimo di Nostro Signore Gesù Cristo, con rito di II classe.
La colletta odierna è splendida ed ha tutto il sapore dell’età leoniana.
La lettura di san Giovanni, con il testo della teofania sulle rive del Giordano (Gv 1, 29-34), si riallaccia all’antichissimo e primitivo significato della festa opposta dai cattolici agli gnostici, che veneravano nel battesimo ricevuto nel Giordano, la nascita di Gesù mediante l’infusione della divinità. La Chiesa considera tuttavia il battesimo del Redentore nelle acque della penitenza come una delle più importanti teofanie. Gesù vi prese parte come se fosse un uomo peccatore e si umiliò sotto il rito misterioso del Battista; nello stesso tempo, il Padre ed il Paraclito proclamano la sua Divinità e tutta l’augusta Trinità santificò il battesimo della Nuova Alleanza, donando la vera virtù di rigenerare ex aqua et Spiritu sancto i figli adottivi di Dio. Non è dunque la nascita di Gesù, bensì la nostra rinascita alla vita soprannaturale che festeggiamo in questo giorno, in cui esclamiamo con ragione nell’ufficio notturno: Christus apparuit nobis, venite adoremus.
La colletta sull’oblazione ha un sapore pur’essa antico e classico. L’«Eucaristia», o azione di grazie dopo la ricezione dei santi doni, cioè la colletta finale s’ispira all’antico titolo che i Bizantini danno alla solennità di questo giorno, la festa delle sante Luci. Il Cristiano è figlio di luce, onde conviene che nei suoi atti nulla ci sia mai di tenebroso, di men retto, di men vero. Procedere innanzi con verità, secondo san Giovanni, significa vivere secondo la pienezza dell'ideale Cristiano, realizzandone il contenuto divino, e vivendo Gesù Cristo.



Andrea del Verrocchio (ed aiuti: i volti dei due angeli sono di Leonardo da Vinci), Battesimo di Cristo, 1472-75, Galleria degli Uffizi, Firenze


Giovanni Moroni, Giovane devoto in contemplazione della scena del Battesimo di Cristo, 1555-60, collezione privata

Juan Fernández de Navarrete, detto "El Mudo", Battesimo di Cristo, 1567 circa, Museo del Prado, Madrid

Paolo Veronese ed aiuti, Battesimo di Cristo, 1580-88 circa, Getty Museum, Los Angeles

Adam Elsheimer, Battesimo di Cristo, 1599 circa, National Gallery, Londra


 Hendrick de Clerck e Hans Rottenhammer, Battesimo di Cristo, XVII sec., Koninklijk Museum voor Schone Kunsten Antwerpen, Anversa

Giovanni Battista Crespi detto Il Cerano, Battesimo di Cristo, 1601,  Städel (Städelsches Kunstinstitut und Städtische Galerie), Frankfurt am Main

Pieter de Grebber, Battesimo di Cristo, 1625, Chiesa di S. Stefano, Beckum


Ottavio Vannini, Battesimo di Gesù, 1640 circa

Sebastien Bourdon, Battesimo di Cristo, 1650 circa, Metropolitan Museum of Art, New York

Bartolomé Esteban Murillo, Battesimo di Cristo, 1655 circa, Gemaldegalerie, Berlino

Giovanni Battista Gaulli detto il Baciccio, Battesimo di Cristo, 1690 circa, Galerie Canesso, Parigi

Grigory Gagarin, Battesimo di Cristo, 1840-50 

Josef Arnold il Vecchio, Battesimo di Cristo, 1842, parrocchiale di Santa Cristina, Val Gardena


Petr Mikhailovich Shamshin, Battesimo di Cristo, Крещение Христа, 1848, Museo dello Stato russo, San Pietroburgo


Carl Bloch, Battesimo di Cristo, 1870 circa

Anonimo, Battesimo del Cristo, 1873

Michail Vasil'evič Nesterov, Battesimo del Cristo, 1890-94, Duomo, Kiev


Icona della Santa Teofania e Battesimo del Signore Dio e Salvatore Gesù Cristo, Святое Богоявление. Крещение Господа Бога и Спаса нашего Иисуса Христа

Al fiume Giordano, luogo del Battesimo del Signore



giovedì 1 ottobre 2015

“Remígius, epíscopus Rheménsis, flóruit Clodovéo rege Francórum; quem étiam baptizávit, et, primus ómnium, doctrína et miráculis Francos ad Christi Dómini fidem perdúxit” (Lect. III – Noct.) - SANCTI REMIGII, EPISCOPI RHEMENSIS ET CONFESSORIS


Questo grande apostolo dei Franchi, che battezzò il re Clodoveo e che governò, per più di sessant’anni, dal 459 al 533, la sede di Reims, morì il 13 gennaio.
Il martirologio geronimiano annuncia, infatti, la deposizione di san Remigio il 15 gennaio (verso il 530) e molti dei suoi manoscritti menzionano il 1° ottobre la traslazione del suo corpo.
Tuttavia, dall’epoca di Gregorio di Tours, la sua festa di celebrava in questo giorno, anniversario della prima traslazione del suo santo corpo (cfr. San Gregorio di Tours, Historia Francorum, lib. VIII, cap. XXI, in PL 71, col. 463: «... Factum est autem, ut post dies paucos adesset festivitas beati Remigii, quæ in initio mensis Octobris celebratur»). Più tardi, sotto san Leone IX, nel 1049, si fece coincidere una seconda traslazione delle reliquie di san Remigio con questa stessa data (cfr. la notizia dei Bollandisti, De S. Remigio Episcopo Remensi, cap. XVIII, § 328, in Acta Sanctorum, Octobris, vol. I, Dies 1, Parigi-Roma 1866, p. 118).
Pure Beda conosce solamente la festivitas sancti Remedii, il 1° ottobre. Floro ed Adone fanno lo stesso, mentre Usuardo fissa la deposizione di S. Remigio al 13 gennaio e la sua traslazione al 1° ottobre. Il calendario di san Villibrordo (verso il 715) ed i calendari di San Gallo del IX sec. optano per il 1° ottobre, escludendo il 13 o 15 gennaio. Questa è anche la data alla quale è menzionata la festa di san Remigio nei sacramentari, il più antico dei quali è quello di Drogone di Metz (+ 855), celebre per le sue notizie. Dalla seconda metà del IX sec. al XII si può seguire lo sviluppo geografico della festa a partire dalla regione della Champagne verso la Germania (Fulda, Neider-Altaich) e l’Inghilterra (Winchcombe), la Spagna (Ripoll) e l’Italia (Arezzo), mentre si afferma profondamente in Francia.
Sovente al nome di san Remigio sono uniti quelli di san Germano d’Auxerre e di san Vedasto, di cui si commemora parallelamente la traslazione.
Il 1° ottobre 1049, il papa san Leone IX rinnoverà la dedicazione della basilica di san Remigio, ma non sembra che la devozione del pontefice verso l’Apostolo dei Franchi abbia contribuito ad introdurre il suo culto a Roma, poiché non si trova menzione della sua festa prima della sua iscrizione nel calendario del Laterano (cfr. Pierre Jounel, Le Culte des Saints dans les Basiliques du Latran et du Vatican au douzième siècle, École Française de Rome, Palais Farnèse, 1977, p. 295).
Tutti conoscono le parole attribuite a Remigio quando battezzò Clodoveo, novello Costantino: «China umilmente il capo, o fiero Sicambro; adora quello che hai bruciato, brucia quello che hai adorato [sinora]» («Mitis depone colla, Sicamber: adora quod incendisti, incende quod adorasti» - ibidem, lib. II, cap. XXXI, ivi, col. 227A; Incmaro di Reims, Vita Sancti Remigii Rhemorum Archiepiscopi, cap. XXXIX, ivi, 125, col. 1160, nonché in Mon. Germ. Hist., Script. Rerum Merovingicarum, Passiones vitæque Sanctorum Ævi Merovingici et antiquiorum aliquot, t. III, Hannoveræ 1906, lib. I, cap. XV, p. 297; Id., Vita prolixior S. Remigii episc. Remensis, cap. IV, § 64, in Acta Sanctorum, cit., p. 146. V. anche il profilo biografico tratto dai Bollandisti, De S. Remigio Episcopo Remensi, ivi, cap. VII, § 118, p. 80. Cfr. Levillain Léon, La conversion et le baptême de Clovis, in Revue d’histoire de l’Église de France, 1935, p. 182).
In quel giorno nacque la lunga serie di Re cristianissimi e la Figlia primogenita della Chiesa romana ricevé il suo battesimo cattolico che irrigò perfino il giglio della sua corona reale.
San Remigio brillò non solo per la sua santità, ma anche per la fama della sua dottrina e dei suoi miracoli (si racconta che riscuscitò persino un morto: cfr. San Gregorio di Tours, op. ult. cit.: «Erat enim sanctus Remigius episcopus egregiæ scientiæ, et rhetoricis adprime imbutus studiis: sed et sanctitate ita prælatus, ut sancti Sylvestri virtutibus æquaretur. Est enim nunc liber Vitæ ejus, qui eum narrat mortuum suscitasse»). Le sue omelie sono andate perdute, ma ci restano ancora quattro lettere di lui (San Remigio di Reims, Opuscola, in PL 65, col. 963C-970C. Altre due lettere sono ivi, 71, col. 1157B-1157C), alcuni versi di sua composizione, incisi su un calice (Id., Versus A. B. Remigio Dedicati, ivi, 65, 974C-975A: «Hauriat hinc populus vitam de sanguine sacro, Injecto æternus quem fudit vulnere Christus. Remigius reddit Domino sua vota sacerdos». Secondo Icmaro queste sono le parole che san Remigio fece incidere su un calice (Icmaro di Reims, op. cit., cap. V, ivi, 125, col. 1135B, nonché in MGH, cit., p. 262), ed il suo testamento (San Remigio di Reims, Testamentum, in PL 65, col. 969C-974B).
La messa è la stessa del 4 febbraio, ma la prima colletta è simile a quella di san Liborio, il 23 luglio.








Tomba di S. Remigio, Basilica di Saint-Remi, Reims

Pierre Puget, Battesimo di Clodoveo, 1653, Musée des beaux-arts, Marsiglia


Jean Alaux, Battesimo di Clodoveo, 1825, Musée des beaux-arts, Reims

François Louis Dejuinne, Il battesimo di Clodoveo a Reims il 25 dicembre 496, 1839, musée national des châteaux de Versailles et de Trianon, Versailles


Joseph Blanc, Battesimo di Clodoveo, 1881 circa, Panthéon, Parigi

Franz Ittenbach, S. Remigio, XIX sec., Siebengebirgsmuseum, Bonn