Sante Messe in rito antico in Puglia

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lunedì 25 aprile 2022

25 aprile San Marco: un tempo era la giornata delle Rogazioni

Un tempo questa era la settimana delle «Rogazioni»

Per secoli nella giornata di oggi, festa di San Marco, si sono svolte processioni nelle campagne e preghiere solenni, le Rogazioni maggiori, per placare l'ira divina e chiedere protezione dai mali della guerra, delle tempeste, dei terremoti, delle inondazioni, delle epidemie... La gente vi partecipava scalza, in spirito di penitenza, lasciando qualsiasi altra attività e seguendo la Croce.

Oggi, le Rogazioni vengono ancora celebrate, con alcune limitate processioni, soltanto da alcune piccole comunità di fedeli...

Le rogazioni hanno origini molto antiche, le prime testimonianze ci riportano nella Gallia del V secolo d.C. quando nel 474 san Mamerto, vescovo di Vienne (borgo nei pressi di Lione), propose alla popolazione della sua diocesi tre giorni di penitenza da tenersi in quelli che precedevano la solennità dell’Ascensione di Gesù al cielo. I motivi erano molteplici e riguardanti soprattutto la richiesta a Dio di protezione dalle frequenti calamità naturali, dalle malattie e dalle guerre. La proposta di preghiera che il vescovo fece ai suoi fedeli venne chiamata rogazione, termine che trae origine dal latino “rogatio” usato nell’antica Roma per indicare una proposta di legge fatta al popolo.

Nel 511 il concilio di Orleans approvò la pratica svolta a Vienne, introducendo però alcune modifiche: venne aggiunto il digiuno e l’astensione dal lavoro. Ai semplici riti sopra elencati se ne aggiunsero altri: lunghe processioni precedute del rito dell’imposizione delle ceneri, l’aspersione con l’acqua benedetta, il canto delle litanie dei santi. L’approvazione di questa pratica venne anche dagli imperatori Carlo magno e Carlo il calvo. Da quel momento in poi le rogazioni diventarono una pratica presente in tutte le parrocchie con finalità penitenziali e imploranti protezione che trovarono maggior accoglienza e sviluppo soprattutto nel mondo contadino.

Questi riti consistevano in lunghe processioni (fino a 5-6 km) aventi inizio all’alba che si svolgevano nelle campagne. Il corteo partiva, generalmente, dalla chiesa parrocchiale dove si intonavano le litanie dei santi. Quando si giungeva al “Sancta Maria”, si  iniziava la processione. L’ordine di partenza vedeva le confraternite maschili davanti, seguiva il clero e, da ultimo, le donne e i bambini. Durante il lungo cammino si cantava singolarmente ogni litania e ci si fermava nelle varie chiese e oratori che si incontravano sul percorso; quando si entrava, si sospendeva il canto delle litanie e si cantava un inno proprio di quell’edificio sacro. Infine, rientrati alla chiesa parrocchiale, la celebrazione si concludeva con la proclamazione di una decina di “Oremus”.

Questa pia pratica è caduta in disuso, purtroppo, eppure oggi ne avremmo tanto bisogno.

mercoledì 25 aprile 2018

Gli sguardi nostri ed il nostro cuore siano verso Dio! Sul senso della celebrazione "coram Deo" o rivolti a Dio

Oggi, festa di S. Marco Evangelista e Rogazioni di S. Marco o Litanie maggiori, nonché Ottava di S. Giuseppe, patrono della Chiesa universale, si è svolto a Bari il tradizionale pellegrinaggio Summorum Pontificum.
Quantomeno opportuno ci sembra quindi il rilancio di quest’articolo … a tema.

Ambito laziale, S. Marco evangelista, XIX sec., Latina

Giuseppe Faccin, Martirio di S. Marco, 1906, Chiesa di S. Maria della Neve e S. Marco, Conco

Guglielmo Ascanio, S. Marco scrive il suo vangelo, 1929, Perugia























Una foto del pellegrinaggio di quest'oggi inviataci da un nostro amico

GLI SGUARDI NOSTRI E IL NOSTRO CUORE SIANO VERSO DIO!


SUL SENSO DELLA CELEBRAZIONE “CORAM DEO” O RIVOLTI A DIO

di Dñ Julianus della Rovere


Nella mentalità popolare siamo abituati a sentire che prima della riforma di Concilio Vaticano II il sacerdote celebrava la Santa Messa rivolgendo le “spalle al popolo”. Questo modo di celebrare, con altri elementi come la balaustra o il fatto che l’aria del presbiterio era riservata al solo clero, sono stati visti come un elemento di distanza tra clero e gente, una assenza di partecipazione e comprensione del mistero liturgico da parte della gente. Con queste righe ci proponiamo di proporre alla riflessione di chi vorrà continuare la lettura alcuni spunti su come questo pensiero sia profondamente erroneo e non corrispondente al vero. L’oggetto di riflessione è questa posizione del sacerdote “spalle al popolo”, che inizieremo a chiamare “coram Deo“.
In contrario a questa posizione del celebrante potremmo iniziare con l’affermare che Cristo stesso non ha dato le “spalle agli apostoli” nell’ultima cena, pertanto anche il sacerdote non deve o dovrebbe dare le “spalle al popolo” durante la Santa Messa. Inoltre si potrebbe dire che non ha senso affermare che il sacerdote, agendo in persona Christi, dia le “spalle al popolo”. Il popolo, infatti, è “assemblea adunata nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” (cfr. Ordinamento Generale del Messale Romano, I, 16; II, 27) e popolo santo di Dio (cfr. LG). In risposta a questa osservazione possiamo affermare che la posizione del sacerdote “spalle al popolo” o “coram Deo” durante la celebrazione della Messa non vuol essere un atto di scortesia nei confronti della gente adunata, ma vuole indicare il senso della preghiera che si sta vivendo e svolgendo: rivolgersi a Dio e rendere uno spazio sacro l’animo dei fedeli convenuti e anche il mondo e lo spazio. Infatti, la preghiera orientata, ovvero quella preghiera che vedeva tutti i convenuti rivolti verso oriente (o verso la Mecca per i musulmani), era già prassi comune nell’antichità e usata anche dal Giudaismo e all’Islam. Le costituzioni apostoliche già impongono che le chiese siano costruite con il catino absidale rivolto ad oriente per via del fatto che, nella preghiera, era prassi comune rivolgersi verso il punto in cui sorge il sole. Altri Padri come Agostino, Origene e Tertulliano sottolineano come la preghiera cristiana abbia una direzione geografica precisa: l’oriente. Infatti, Cristo è il “sole che sorge” (cfr. Lc 2; Mt 24,27) e che viene a portare la salvezza di Dio. Nel testo del profeta Ezechiele la stessa gloria di Dio entra nel tempio dalla porta orientale (Ez 43,1; 44,1-3; 7,1; Zc 3,8). Con ciò si viene a legare l’oriente alla presenza di Dio nel tempio manifestando che solo Dio nel suo Cristo porta la luce vera all’uomo schiavo del peccato e delle tenebre (il cui simbolismo è l’occidente luogo ove il sole tramonta e vi è l’oscurità). Mediate questa simbologia del “coram Deo” viene posto l’accento non solo sul tempo presente che la liturgia ci invita a vivere come presenza viva ed attuale del mistero della Passione e morte di Nostro Signore che, mediante la sua croce, vivifica ed illumina il mondo, ma anche sul contesto escatologico: il Cristo viene dall’oriente per salvarci e per condurci alla vera luce del Padre, egli è la vera luce che guida i passi dell’umanità verso il paradiso perduto a causa del peccato dei progenitori. Circa l’orientamento della preghiera “coram Deo” scrive san Tommaso d’Aquino:
«È preferibile che noi adoriamo con il viso rivolto ad Oriente: primariamente, per mostrare la maestà di Dio che ci viene manifestata attraverso il movimento del cielo che inizia ad Oriente; secondariamente, perché il Paradiso terrestre si trovava ad Oriente e noi cerchiamo di tornarvi; in terzo luogo, perché Cristo, che è la luce del mondo, è chiamato Oriente dal profeta Zaccaria e perché, secondo Daniele, “è salito al cielo, all’Oriente”; infine, perché è da Oriente che Egli tornerà, come dicono le parole del Vangelo di San Matteo: “Come la folgore viene da oriente e brilla fino a occidente, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo”».
Tutto ciò può andare a sostegno di quanto detto sinora, nella celebrazione “coram Deo” non vi è una mancanza di rispetto verso la gente convenuta alla preghiera, ma un profondo senso simbolico che vuol rendere la presenza di Dio, la sua azione nella storia e l’attesa del Padre celeste nel suo giudizio ultimo alla fine dei tempi. Oltre a ciò vi è sotteso anche il senso mistagogico, tanto voluto dai Padri dell’assise del Concilio Vaticano II stesso. Teologi e liturgisti del movimento liturgico, fedeli al grido “ad fontes” sono andati a recuperare forme e modi antichi di celebrazione (non sempre erano antichi, ma creati ex novo): il famoso “archeologismo liturgico” di vecchie prassi ormai in disuso da secoli condannato dalla Chiesa mediante la condanna del Sinodo di Pistoia, ed in seguito condannato da Pio XI nella lettera enciclica “Mediator Dei“. Questo recupero ha un po’ tralasciato quello che è stato lo sviluppo che ha avuto il linguaggio liturgico nel tempo pensando che la riscoperta dell’antico avrebbe creato un clima di maggiore comprensione della celebrazione liturgica, ma purtroppo non è stato così e Pio XII ha avuto, nella sua enciclica, lo sguardo lungimirante di chi prevedeva ciò che sarebbe accaduto nel tempo a lui successivo. Tornando al senso mistagogico è possibile creare il collegamento tra lo stile celebrativo “coram Deo” e la spazialità della chiesa che, nel suo modo di essere costruita ripropone in senso figurato il cammino della vita di ogni fedele. Ogni uomo che abbraccia la via della fede mediante il battesimo compie la sa rinuncia alle tenebre del peccato (che abbiamo ricordato essere figurato nella posizione del fonte ad occidente, all’esterno della chiesa o vicino alla porta di ingresso), in questo modo, fatto nuova creatura l’uomo può accedere dal portale che è Cristo (cfr. Gv 10,7-9) e rivolgere la sua vita a Cristo – Dio che ha la sua presenza simbolica nella luce dell’occidente e in seguito, quando i tabernacoli presero il posto centrale sull’altare nel presbiterio, anche nella presenza reale dell’Eucaristia. Attraverso questo linguaggio mistagogico si viene ad illuminare il senso del popolo che cammina attraverso quella che è la sua vita terrena verso il Regno di Dio, verso il paradiso. La mistagogia del cammino fatto da ogni cristiano mediante il battesimo ed il suo ministero e grado nella chiesa diventa raffigurazione terrena di quella chiesa militante, popolo in cammino che, abbattendo il peccato nella sua esistenza umana si rivolge a Cristo che viene come luce di salvezza dall’oriente.
Riassumendo il senso dell’altare rivolto ad oriente e della celebrazione “coram Deo” vuol essere:
1. cosmico sacrale: cioè la liturgia non è solo qualcosa di limitato ai convenuti al Sacrificio dell’Altare, ma essa racchiude non solo i partecipanti, ma all’umanità tutta che apre il cuore a Dio e, non rifiutandolo, si lascia condurre al cielo; ingloba anche quello che è il mondo naturale che attende la venuta di Cristo che rivelerà in modo definitivo la salvezza che ha operato mediante il sacrificio della croce (cfr. Rm 8, 22-27).
2. escatologico: la celebrazione “coram Deo” esprime al meglio, così come abbiamo potuto leggere anche nel pensiero dell’Aquinate, il senso di attesa che ogni cristiano deve possedere in cuor suo sapendo che Cristo viene come sole che sorge per portarci con Lui nel paradiso.
3. mistagogico: ci fa fare memoria, ogniqualvolta entriamo in chiesa, di quello che è il cammino della nostra salvezza che, attraverso il battesimo, rinunzia al peccato per mettersi alla luce di Dio mediante la figura del popolo in cammino verso il Regno che è anticipato dal banchetto al Corpo e Sangue di Cristo (riti di comunione della Messa) a noi donati dopo il Sacrificio della Croce avvenuto sull’altare (parte sacrificale della Messa).
Alle due obiezioni iniziali si può provare a rispondere, in modo non esaustivo, affermando che l’altare verso il popolo come “innovazione” è tratta dal pensiero di Lutero così come viene spiegato anche nel Cerimoniale di Wüttemberg. L’eretico di Sassonia aveva in odio il pensare la messa come sacrificio e desiderava renderla più conforme alla cena in modo da eliminare il senso di Messa come memoriale vivo ed attuale del sacrificio di Cristo sulla croce. Studi come quelli di Klaus Gamber o Mons. Laise o altri studiosi dimostrano come ai tempi di Cristo non vi era l’uso di cenare intorno alla tavola come lo conosciamo noi oggi, ma era invalso l’uso di essere tutti sullo stesso lato del tavolo lasciando il lato libero da commensali per il servizio del personale di sala o dei servi. Attraverso un ricorso maggiore a quello che è il motivo conviviale dell’Eucaristia e nel caso del protestantesimo, si ha la caduta del senso del sacrificio, o meglio del convito sacrificale ove senza la morte dell’Agnello Pasquale che è il Signore Gesù, non vi può essere nessun banchetto. La Messa non è commemorazione dell’ultima cena, ma è il Calvario ove con la morte di Cristo ci viene donato il suo Corpo e Sangue come nutrimento di immortalità; Cristo stesso nel giovedì santo, all’ultima cena, anticipa in senso mistico il suo venerdì santo e comanda di continuare a fare in questo modo. In questa concezione non c’è bisogno dello scambio di sguardi tra celebrante e popolo, ma vi deve essere un unico punto di convergenza della mente, del cuore e degli occhi: la croce e questa ancora viva e presente sull’altare, così la celebrazione “coram Deo” centrerebbe meglio l’attenzione ed eviterebbe che l’attenzione cada sul celebrante o sul popolo.
Alla seconda obiezione si può rispondere affermando che il senso dell’oriente liturgico manifesta in modo eminente il senso del popolo in cammino tanto desiderato dal Concilio Vaticano II. Infatti, il popolo con il sacerdote sono rivolti verso un unico punto che è Dio, essi camminano verso il Regno promesso nelle loro esistenza temporali ed attendono il compimento definitivo di ogni tempo nel quale Cristo verrà come giudice dei vivi e dei morti. Proprio in questo camminare verso Dio si manifesta il “doppio sacerdozio”: battesimale e ministeriale-gerarchico che differiscono per grado ed essenza mettendo in piena luce il senso del sacerdozio ministeriale cattolico romano apostolico. Il sacerdote agisce in persona di Cristo e, come mediatore, offre a Dio la vittima pura, santa ed immacolata che è lo stesso Cristo, egli così rinnova il sacrificio di Cristo in modo incruento ogni giorno ad ogni Messa, ma sale all’altare per portare le preghiere del popolo a Dio, per offrire il frutto del sacerdozio battesimale che è l’offerta di una vita santa a Dio Padre (cfr. Rm 12,1-2). Appare evidente quella che è l’unità tra il popolo ed il sacerdote: egli è uno del popolo costituito per offrire a Dio la vittima perfetta mediante la partecipazione all’unico vero sacerdozio di Cristo, ma anche per portare al popolo i doni di Dio ed il prezioso Corpo e Sangue di Cristo che sarà nutrimento di salvezza e farmaco di immortalità. Inoltre si palesa anche l’unità del popolo di Dio al sacerdote perché che attraverso i differenti ministeri, questi può presentare la sua lode a Dio onnipotente e offrire la sua esistenza vissuta in coerenza alle leggi divine. Nel sacerdote coesistono queste due tipologie di sacerdozio, egli è ministro ordinato di Dio e partecipa dell’unica vera mediazione di Cristo sacerdote (cfr. 1Tm 2,5), ed al contempo è rappresentante agli occhi del Padre divino di tutto il popolo mediante il suo essere battezzato.
La celebrazione “coram Deo” manifesta non una distanza tra il sacerdote ed il popolo, ma mette in evidenza il fatto che egli è colui che agisce come ministro ed ambasciatore di Dio perché costituito sacerdote mediante il sacramento dell’Ordine Sacro, colui che è datore delle cose sacre. Ancora, per il fatto che egli è in testa al popolo di Dio, ne diviene portavoce ed guida verso il Regno riassumendo mediante la figura celebrativa il senso della mediazione sacerdotale cristiana che per secoli ha fatto fiorire tante vocazioni e messo in chiaro che il sacerdote non è “l’operatore sociale” o l'”animatore” della comunità cristiana. In conclusione non possiamo fare altro che auspicare che ci sia una riscoperta del linguaggio simbolico e mistagogico delle forme liturgiche che la Chiesa ci ha tramandato come monumento di fede e storia e che si sono condensate nel rito Gregoriano della Messa e non tanto una proposta di un linguaggio nuovo che inventa segni e linguaggi liturgici magari ripescandoli dalla storia antica ma che nel tempo sono decaduti perché già all’epoca poco fruttuosi spiritualmente o con il pericolo potessero creare delle deviazioni nella fede pregata e creduta dagli uomini. 

lunedì 11 maggio 2015

“Exaudívit de templo sancto suo vocem meam, allelúja: et clamor meus in conspectu ejus, introívit in aures ejus, allelúja, allelúja” (Ps. 17, 7 – Intr.) - IN LITANIIS MINORIBUS

"A fulgure et tempestate, libera nos Domine"

Il triduum delle litanie penitenziali prima della festa dell’Ascensione fu istituito a Vienne da san Mamerto verso il 470, ed importavano anche la cessazione dai lavori servili e il digiuno. L’uso si estese con rapidità e divenne assai popolare. Siccome tuttavia un periodo di lutto e di penitenza nel bel mezzo del tempo pasquale a Roma sembrava un controsenso affatto inopportuno, così la liturgia romana non l’adottò che assai tardi, nel periodo cioè franco, sotto Leone III, e questo solo in via eccezionale e non come un’istituzione stabile da rinnovarsi annualmente. In seguito, la consuetudine delle Chiese gallicane finì per accordarsi definitivamente con Roma, in grazia però di un compromesso; il digiuno venne abolito, e fu solo conservata la processione triduana di san Mamerto con la messa, che però è quella stessa che si celebrava nell’Urbe nelle Litanie maggiori. È da notarsi del resto che queste Rogazioni franche solo assai tardi entrarono a far parte del rituale ufficiale di Roma, giacché gli Ordini Romani le ignorano completamente.
La chiesa stazionale di Santa Maria Maggiore per il primo giorno rievoca il ricordo dell’antica litania septiformis o processione di penitenza istituita da san Gregorio Magno, per ottenere la cessazione della peste.
Il ricordo del primo miracolo operato da Gesù alle nozze di Cana, grazie all’intercessione della Vergine, sua Madre, la cui sola preghiera poté far decidere il suo divin Figlio a precedere il tempo fissato da Lui per manifestarsi al mondo per mezzo di prodigi, deve ispirarci una grande fiducia nel potente patronato di Maria. Quante volte la divina Madre non formula lei non ancora, in nostro favore, la preghiera che fece per gli sposi di Cana: Vinum non habent, Non hanno più vino! E noi, allora, ci sentiamo ebbri del santo amore di Dio, e noi ripetiamo, con l’architriclinio, ordinatore del festino: Tu autem servasti bonum vinum usque adhuc, Tu, però, hai custodito il buono vino per la fine!
La processione e la messa si regolano secondo lo stesso rito degli Ambarvali romani del 25 aprile.
Nella processione, tuttavia, secondo alcuni autori, abbiamo un ultimo residuo dell’antica processione stazionale che i primi cristiani facevano volentieri, quasi ogni giorno, durante la Quaresima e nella settimana di Pasqua. Si radunavano in una chiesa, chiamata chiesa di riunione (ecclesia collecta: è da lì che viene il nome dell’orazione detta, appunto, colletta). Da lì, si recavano in processione col vescovo ed il clero in un’altra chiesa. Durante il tragitto, cantavano le litanie dei santi ed il Kyrie eleison. L’altra chiesa si chiamava chiesa della stazione o stazionale. Lì si celebrava la santa messa. I quattro giorni di preghiere ci hanno conservati quest’antico e venerabile uso che deve esserci sempre assai caro. Non dobbiamo pregare difatti, solamente insistentemente, ma pure in comunità. A questa preghiera pressante e comune il Cristo ha promesso la forza ed il successo. Alla processione, si cantano le antiche litanie dei santi, nelle quali imploriamo, per tutti i nostri bisogni, l’intercessione di tutta la Chiesa trionfante. Le orazioni terminali di queste litanie sono molto belle e molto edificanti a questo riguardo.

William Holt Yates Titcomb, La Chiesa in Cornwall ovvero La processione delle Rogazioni, XX sec.

Théodore Louis Boulard, Procession de la Saint-Julien - les Rogations, XX sec., collezione privata


sabato 25 aprile 2015

“Marcus, discípulus et intérpres Petri, juxta quod Petrum referéntem audíerat, rogátus Romæ a frátribus, breve scripsit Evangélium” (Lect. IV – II Noct.) - SANCTI MARCI EVANGELISTÆ


Oggi si celebravano a Roma i Robigalia, rimpiazzati più tardi con la processione cristiana che si svolgeva lungo la via Flaminia sino al ponte Milvio e raggiungeva in seguito San Pietro. La festa dell’evangelista Marco dové dunque attendere sino quasi al XII sec. prima di essere iscritta regolarmente nel Calendario romano. Questo ritardo è tanto più sorprendente se si considera che san Marco fu tra i primi araldi, che, con san Pietro, annunciarono a Roma la Buona Novella; inoltre, egli scrisse il suo Vangelo nella Città eterna su domanda degli stessi romani, e quando un po’ più tardi Paolo vi subì il suo primo imprigionamento, Marco gli prestò con Luca un’affettuosa assistenza, come aveva già fatto in favore del Principe degli Apostoli.
Tuttavia questa dimenticanza, che si poteva tacciare d’ingratitudine, non è isolata. Anche Giovanni ha predicato a Roma e vi ha trovato il martirio nella caldaia di olio bollente. E tuttavia, si direbbe quasi che la sua presenza nella Città eterna non abbia lasciato alcuna traccia; così fu anche per Luca ed altri insigni personaggi dell’età apostolica.
Quest’anomalia si spiega tuttavia facilmente. All’origine, le commemorazioni liturgiche dei santi avevano un carattere locale e funerario, essendo esclusivamente celebrate presso le loro rispettive tombe. Siccome né Giovanni, né Luca, né Marco, né, a nostra conoscenza, altri primi compagni degli Apostoli finirono i loro giorni a Roma, i dittici romani non registrarono la loro deposizione o natalis. I calendari del Medioevo a Roma, dipendendo principalmente da queste liste, fa sì che si spieghi il loro silenzio. Presso il portico in Pallacinis, nella prima metà del IV sec., il papa Marco eresse una basilica che, con il tempo, prese il nome dell’evangelista omonimo (oggi è denominata Basilica di San Marco Evangelista al Campidoglio) (Cfr. Mariano Armellini, Le chiese di Roma dal secolo IV al XIX, Tipografia Vaticana, Roma 18912, pp. 459-463; Ch. Huelsen, Le Chiese di Roma nel medio evo, Firenze 1927, pp. 308-309). Altre chiese egualmente, nel Medioevo, furono dedicate a san Marco, come quelle de calcarario, in macello, ecc. Ma la splendida basilica del papa Marco le superò tutte in celebrità tanto per la sua bellezza quanto per l’importanza eccezionale che essa acquistò nella storia.
Tra il 1970 ed il 1972 fu costruita, nel quartiere Giuliano-Dalmata, la chiesa di San Marco evangelista in Agro Laurentino, titolo cardinalizio dal 1973 ed affidata ai frati minori conventuali.
La Chiesa d’Egitto celebra il 25 aprile «san Marco, il contemplatore di Dio». Bizantini, siriani e latini lo fanno lo stesso giorno. Iscritto in questa data nel martirologio di Beda, il nome di san Marco apparve alla fine dell’VIII sec. nel calendario di Montecassino e, nel IX, in quello di Napoli. Dall’853, il sacramentario di Rodrado di Corbie e, poi, verso l’870, quello di sant’Amando danno le orazioni della festa (K. Gamber, Codices liturgici latini antiquiores, Coll. Spicilegii Friburgensis subsidia 1, Freiburg/Schweiz 1968, tomo 2, p. 356, n. 763. Questo sacramentario era passato, dall’inizio del X sec., nell’uso di Sens. Cfr. E. Bourque, Etude sur les Sacramentaires romains, Seconda parte, tomo II, Roma 1958, p. 52). Ma a quest’epoca, il culto di san Marco è già attestato a Venezia (829). Esso dové conoscere una diffusione quasi universale attraverso i secc. X ed XI.
Oggi le Litanie maggiori terminavano con la messa stazionale a San Pietro. La processione litanica non è dunque in alcuna relazione con la festa di san Marco, sebbene, quando questa è rimessa in un altro giorno, non si trasferiscono per questo le Litanie maggiori. Non era un fatto eccezionale che, per la festa di Pasqua, se cadeva il 25 aprile, la processione si celebrasse allora il martedì seguente.
Nel basso Medioevo, scomparve da Roma ogni ricordo delle Robigalia con il percorso tradizionale del classico corteo della gioventù romana lungo la via Flaminia. La processione aveva il costume di recarsi dal Laterano alla basilica di San Marco e da questa si dirigeva verso San Pietro; questo rito rimase in vigore sino alla seconda metà del XIX sec.
Le antifone ed i responsori della messa di san Marco sono tratti dalla messa Protexisti, che è quella dei martiri durante il tempo pasquale. Tuttavia, le collette e le letture sono proprie.
Spesso, nella sacra Scrittura, la parola di Dio è paragonata ad una fonte d’acqua, che spegne gli ardori della sete, rinfresca la terra arida, la feconda e fa rinverdire le piante.
Nell’alto Medioevo, le fontane pubbliche rivestivano per questa ragione un certo carattere religioso, in tanto perché simboleggiavano il Verbo e la grazia divina. Ne abbiamo una prova, tra le altre testimonianze, in un puteal che esiste ancora sotto il portico della basilica di San Marco de Pallacina, con questa legenda:

DE • DONIS • DEI • ET • SANCTI • MARCI • JOHANNES • PRESBITER • FIERI • ROGABIT
OMNES • SITIENTES • VENITE • AD • AQVAS • ET • SI • QVIS • DE • ISTA • AQVA • PRETIO
TVLERIT • ANATHEMA • SIT

(L’iscrizione è riportata in Armellini, op. cit., p. 462).
È meraviglioso, nello spirito del Medioevo, quest’anatema lanciato contro colui che avesse trafficato da questo puteal poiché questa sola simboleggiava l’acqua della grazia, la quale non poteva essere venduta per della moneta senza rendersi colpevole di simonia.
Il testo di Ezechiele, letto in questo giorno (Ez 1, 10-14), descrive i simboli dei quattro Vangeli, che, dettati dallo stesso Spirito, riflettevano in un quadruplice raggio la luce e la saggezza del Verbo eterno di Dio. Quando l’occhio umano, oscurato dal velo dell’infedeltà e delle passioni, volle leggere la Sacra Scrittura, lo stimò senza dubbio il libro più semplice e puerile che si potesse immaginare. Al contrario, con una fede umile, quando l’occhio puro e forte del credente si fissa su queste sacre pagine, la vista resta come abbagliata da tale luce divina, e l’intelletto creato, penetrando i segreti della Sapienza increata, sente la vanità di tutti i ragionamenti umani. È a questo stato di sublime ignoranza che fu elevato san Paolo – e dopo di lui molti altri santi - di cui dichiara non trovare nel linguaggio terreno né parole né concetti atti ad esprimere ciò che ha visto.
Il Vangelo di oggi è simile a quello della festa di san Tito, il 6 febbraio, ed è il testo della vocazione e della missione dei settantadue discepoli del Salvatore. Secondo ogni probabilità, Marco non fu di questo numero, ma chiamato più tardi al seguito del Signore, compì anche lui perfettamente le opere dell’apostolato.
Degli storici recenti hanno voluto vedere nei documenti scritturistici qualche allusione al carattere un poco timido di san Marco.
Quando, la sera dell’arresto di Gesù, il giovane (νεανίοκος) Marco, fu svegliato di soprassalto dal suo sonno, uscì semplicemente sulla strada avvolto nel suo ampio lenzuolo di tela, fu fermato, ed egli, tutto spaventato, si sbarazzò abilmente del lenzuolo e scappò nudo dalle mani dei soldati.
La tradizione identifica questo misterioso ragazzo, appunto, con lo stesso evangelista, il quale avrebbe inserito così nel suo Vangelo un episodio autobiografico. Alcuni Padri vi vedono lo stesso san Giovanni evangelista o anche Giacomo, il fratello del Signore. In epoca moderna, gli esegeti vi hanno visto persino Giovanni Battista o Lazzaro o Pietro o Paolo o un non meglio identificato altro testimone oculare. Altri autori vi hanno scorto un personaggio simbolico, cogliendo una similitudine con il patriarca Giuseppe, che preferì rimanere fedele a Dio fuggendo nudo piuttosto che cadere tra le braccia della moglie del suo signore Potifar. Una terza chiave di lettura vede nel personaggio un simbolo del battesimo, in quanto il catecumeno è invitato a spogliarsi dell’uomo vecchio per rivestirsi di Cristo al fine di poterlo seguire. Per una ricostruzione di queste diverse interpretazioni, Maurizio Compiani, Fuga, silenzio e paura: la conclusione del Vangelo di Mc. Studio di Mc 16, 1-20, Roma 2011, pp. 125 ss., partic. pp. 129-13; Giacomo Perego, La nudità necessaria. Il ruolo del giovane di Mc 14, 51-52 nel racconto marciano della passione-morte-risurrezione di Gesù, Milano 2000, partic. pp. 25 ss.
Sta di fatto che quest’incidente dovette tuttavia impressionare molto il giovane Marco e dovette influire sul suo carattere timoroso; era fatto piuttosto per lavorare docilmente in una posizione subordinata che assumere la responsabilità di iniziative ardite.
Nato probabilmente a Cipro ed allevato in seno ad una famiglia distinta di Gerusalemme (la madre si chiamava Maria), ed essendo cresciuto tra gli Apostoli, il giovane Marco (il cui nome era in realtà Giovanni mentre Marco era il nome verosimilmente il patronimico), accompagnò suo cugino Barnaba e san Paolo nella loro prima missione apostolica in Panfilia e finì per perdere coraggio a causa dell’audacia dei due missionari giudei, che, in terra pagana, trattavano liberamente coi Gentili esecrati dalla Torah, facendoli parte all’eredità dei figli di Abramo.
In questa circostanza, Marco sentì che non era ancora suonata la sua ora per questo servizio di avanguardia, e, congedandosi dai due missionari, tornò al porto tranquillo di Gerusalemme. Tuttavia portava il germe della vocazione all’apostolato, ed è per questo che non si sentì a riposo nella pacifica dimora del Cenacolo.
Qualche tempo dopo lui volle fare come ammenda onorevole di quella che egli considerava come una debolezza e propose ai due apostoli di accompagnarli nella loro seconda missione. Ma questa volta, Paolo che conosceva il carattere ancora insufficientemente maturato di Marco, temé che la sua presenza fosse piuttosto un ostacolo che un aiuto per la conversione dei greci, e rifiutò di accettarlo (At 15, 38); perciò partì senza suo cugino nella direzione di Salamina.
Quando infine, nel 61-62, Paolo è prigioniero a Roma, ritroviamo al suo fianco l’evangelista Luca e Marco, il quale, dopo una breve assenza in Asia Minore ed a Colossi, grazie alla seconda lettera inviata a Timoteo, è chiamato di nuovo vicino a Paolo, come una persona mihi utilis in ministerium (2 Tim 4, 11). Si vede che il disaccordo momentaneo tra l’Apostolo, Barnaba e suo cugino, non aveva lasciato alcuna traccia in queste anime grandi e generose. Durante il viaggio di Paolo in Spagna, Marco dimorò a Roma e servì da interprete a Pietro, di cui, a domanda dei fedeli, mise in seguito per iscritto le catechesi, incentrate sulla dimostrazione della divinità e della potenza del Signore (di qui la rappresentazione dell’Evangelista mediante il leone, simbolo di forza e potenza, ma anche di resurrezione).
Dopo il martirio dei due Apostoli, un’antica tradizione riporta che Marco andò ad Alessandria, dove, all’inizio del IV sec., si vedeva il suo sepolcro.
La vicenda di Marco c’insegna che quando Dio chiama, non bisogna tirarsi indietro per timore del pericolo e della propria debolezza. In questo caso, la grazia ricopre i difetti della natura, come accadde, appunto, per il nostro santo. Il suo carattere era naturalmente timido ed ebbe un primo momento di debolezza quando fuggì nell’Orto, ma la grazia finì per prendere su di lui il sopravvento, tanto che divenne l’«interprete» di Pietro, l’Evangelista glorioso, l’apostolo dell’Egitto ed il fondatore del trono dei patriarchi di Alessandria, eredi cristiani della potenza degli antichi Faraoni.
I versi del papa Gregorio IV, sotto il mosaico absidale del titulus Marci in Pallacine non sono senza interesse:

VASTA • THOLI • PRIMO • SISTVNT • FVNDAMINE • FVLCRA
QVAE • SALOMONIACO • FVLGENT • SVB • SIDERA • RITV
HAEC • TIBI • PROQVE • TVO • PERFECIT • PRAESVL • HONORE
GREGORII • MARGE • EXIMIO • CVM • NOMINE • QVARTVS
TV • QVOQVE • POSCE • DEVM • VIVENDI - TEMPORA • LONGA
DONET • ET • AD • CAELI • POST • FVNVS • SYDERA • DVCAT

La volta dell’abside si eleva su un solido fondamento;
Come il tempio di Salomone, essa risplende, irradiata dal sole.
In Tuo onore, o vescovo Marco, si eleva questa volta
Colui, il quarto, porta l’illustre nome di Gregorio.
A tua volta, domanda per lui a Dio una lunga vita
E dopo la sua morte, il regno celeste.

Dunque, nel IX sec., questo tempio continuava ad essere dedicato, non all’Evangelista d’Alessandria, ma al MARCVS PRÆSVL, vale a dire al Papa che aveva fondato il Titolo de Pallacines e che vi era sepolto.

Andrea Mantegna, S. Marco, 1448-49 circa, Stadelsches Kunstinstitut, Francoforte

José (o Jusepe) Leonardo, S. Marco, 1630

Emmanuel Tzanes, S. Marco evangelista, 1657, Μουσείο Μπενάκη (Museo Benaki), Atene

Vladimir Lukich Borovikovsky, S. Marco, 1804-1809, Hermitage, San Pietroburgo

Johann Matthias Ranftl, Vergine col bambino in trono tra i SS. Marco ed Orsola e compagne martiri, 1854, collezione privata

Sytov Alexander Kapitonovich, Santo Evangelista Marco, 1995

Litanie Maggiori con Litaniae Sanctorum

domenica 19 aprile 2015

Il batterio Xylella: una punizione di Dio per i peccati dell'uomo?

Ricevuto quest'articolo, volentieri lo pubblichiamo.

IL BATTERIO XYLELLA: PUNIZIONE DI DIO PER I PECCATI DELL’UOMO?

di Fabio Iannone

Da un paio di anni nella zona del Salento pugliese è apparso uno strano batterio, la xylella fastidiosa, il quale sta attaccando in particolar modo gli ulivi.
L’origine del batterio è centroamericana: probabilmente giunto in Italia attraverso i numerosi spostamenti di uomini e merci nel mondo globalizzato, la xylella è diventato ormai un problema di rilevanza nazionale e non solo.
È notizia infatti di pochi giorni fa che la Francia ha posto un embargo su diverse specie vegetali coltivate in Puglia.
La xylella sta ora provocando l’abbattimento di diversi alberi di ulivo, il cui olio, una delle risorse più preziose della Puglia e dell’export italiano, è conosciuto in tutto il mondo.
Questa piaga non è certo la prima del genere: morbo della “mucca pazza”, influenza aviaria, influenza suina, etc.
Non vogliamo in questa sede analizzare scientificamente cause e conseguenze del batterio, ma solo “spiritualmente” e ci poniamo le seguenti domande: 1) perché Dio permette tutto questo? Anche piante ed animali sono sue creature seppur al servizio dell’uomo.
2) Perché l’uomo, nonostante i suoi avanzamenti scientifici non riesce a contrastare queste epidemie? E soprattutto: 3) cosa possiamo fare per ripristinare lo status quo ante?
Per rispondere a queste domande basta chiedere ai nostri nonni su casi simili del passato: siccità e diverse altre gravi calamità, che hanno sempre colpito ciclicamente gli esseri umani. In molti, ancora oggi, risponderebbero che tutto ciò accade “per i molti peccati dell’uomo”.
A tal proposito sembra profetico il Salmo 39: “castigando la sua iniquità tu correggi l’uomo, distruggi come tarlo ciò che ha di più caro”. Dio è nostro padre e come padre punisce i suoi figli per ricondurli a sé (“Beato l’uomo che tu castighi, Signore, e a cui insegni la tua legge” – Salmo 93).
Ma, soprattutto, domandiamoci: se è così, se cioè Dio ci sta punendo per i nostri peccati, quali sono questi peccati? Ci aiuta nella comprensione il succitato Salmo 39 (“ciò che ha di più caro”). Gli ulivi in Puglia significano economia florida, che non conosce crisi, perché basata su un bene di prima necessità.
Dio sta forse colpendo la nostra cupidigia?
Cerchiamo di rispondere ora alla seconda domanda che ci siamo posti: perché l’uomo non riesce a trovare soluzione a questa e ad altre piaghe? Qui il ragionamento è più complesso: non sarebbe una novità se le inchieste giudiziarie appena aperte dai tribunali locali portassero a scoprire che è l’uomo stesso ad agevolare la proliferazione del batterio. Ci chiediamo: perché alcuni paesi europei, come la Francia, quest’ultima, guarda caso, produttrice di olio, hanno affrettato così tanto i tempi per l’embargo di 102 specie vegetali pugliesi? Suscita  sempre stupore che molti settori importanti dell’economia italiana (Alitalia, Ilva, Fiat, ecc…) siano sistematicamente attaccati e poi fagocitati da potenze economiche straniere!
Ed infine ci domandiamo: è davvero utile (v. anche qui) l'estirpazione degli ulivi - alcuni dei quali centenari - per fermare il batterio? davvero la pianta non è in grado di autorigenerasi una volta colpita dalla malattia? e poi che fine faranno i campi ormai privi degli ulivi che si vogliono estirpare? Verranno impiantati nuovi ulivi? E da dove essi proverranno? Verranno impiantate nuove colture meno concorrenziali? I campi rimarranno a destinazione agricola  o verranno convertiti in edificabili?
Un politico italiano avrebbe detto che a pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca!
L'olivo non muore, scriveva Plinio. Ma a causa dell'uomo forse sì.
Ancora una volta è la cupidigia degli uomini che spinge a non intervenire con la dovuta prudenza e giusta energia in questa vicenda.
La risposta alla terza domanda può darsi anch’essa riferendosi alla memoria dei nostri anziani: di fronte alle gravi calamità, la supplica fiduciosa a Dio da parte della chiesa orante immediatamente ristabiliva la pace naturale delle cose (Distogli il tuo sguardo, perché io respiri, prima di andarmene e  scomparire – Salmo 39, 13).
Anticamente per tre giorni prima della solennità dell’Ascensione, il lunedì, martedì e mercoledì antecedenti, o in altri giorni adatti, si svolgevano tre giorni di penitenza con digiuno e canto delle Rogazioni (o Litanie minori) e venivano benedetti i campi, come a voler propiziare con l’aiuto di Dio il raccolto e a preparare di già un ringraziamento per il medesimo aiuto (“se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori” – Salmo 126,1; e ancora: “ecco dono del Signore sono i figli” – Salmo 126,3).
Certamente le processioni sono, e da cattolici dobbiamo crederlo sul serio, più efficaci di “fiaccolate” e “marce”, le quali ultime altro non fanno che rendere visibile la nostra impotenza.
Riprendiamo, dunque, a pregare Dio per il perdono della nostra cupidigia ed idolatria del denaro e facciamo benedire i campi.
E, soprattutto, cerchiamo di capire che l’economia serve per costruire il futuro dei nostri figli (Salmo 126,3) e non per guadagni sfrenati e ad ogni costo o lotte di potere fra i popoli!