Sante Messe in rito antico in Puglia

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mercoledì 15 agosto 2018

In memoria di S. Tarcisio protomartire dell'Eucaristia





























PAR MERITVM QUICVMQUE LEGIS COGNOSCE DVORVM,
QVIS DAMASVS RECTOR TITVLOS POST PRAEMIA REDDIT
IVDAICVS POPVLVS STEPHANVM MELIORA MONENTEM
PERCVLERAT SAXIS, TVLERAT QVI EX HOSTE TROPAEVM
MARTYRIVM PRIMVS RAPVIT LEVITA FIDELIS
TARSICIVM SANCTVM CHRISTI SACRAMENTA GERENTEM
CVM MALE SANA MANVS PREMERET VVLGARE PROFANIS,
IPSE ANIMAM POTIVS VOLVIT DIMITTERE CAESVS
PRODERE QVAM CANIBVS RABIDIS CAELESTIA MEMBRA.

Sappi, o tu che leggi, che pari è il merito dei due
cui, dopo il premio [eterno, meritato dal martirio], il presule Damaso ha dedicato queste memorie.
Il popolo giudeo aveva lapidato Stefano che lo esortava ad essere migliore
ed egli riportò il trofeo dei nemici
e per primo, fedele Levita, involò [la palma] del martirio.
Quando, mentre trasportava i sacramenti di Cristo,
una mano empia lo incalzava per gettarli ai pagani,
il santo Tarsicio volle spirar l’anima ferito a morte
piuttosto che esporre ai cani rabbiosi le carni divine. 

(Damasi Epigrammata, Maximilian Ihm, 1895, n. 14)

Fonte: San Tarcisio, il protomartire della Santissima Eucaristia, in Tradidi quod et accepi, 15.8.2017

domenica 22 luglio 2018

Santa Maria Maddalena, la testimone di Cristo

Nella festa di S. Maria Maddalena, l’Apostola apostolorum, rilanciamo questo contributo, risalente a quattro anni fa, di Cristina Siccardi.




Philippe de Champaigne, S. Maria Maddalena penitente, 1668-70, National Museum of Western Art, Tokyo

Santa Maria Maddalena, la testimone di Cristo

di Cristina Siccardi

Quando il Figlio di Dio entrò nella storia, Maria Maddalena fu fra coloro che maggiormente lo amarono, dimostrandolo. Quando giunse il tempo del Calvario, Maria Maddalena era insieme a Maria Santissima e a san Giovanni, sotto la Croce (Gv. 19,25). Non fuggì per paura come fecero i discepoli, non lo rinnegò per paura come fece il primo Papa, ma rimase presente ogni ora, dal momento della sua conversione, fino al Santo Sepolcro. La Chiesa celebra la sua festa il 22 luglio.
Non parole d’amore, ma atti d’amore ci consegnano i Vangeli sulla figura della Maddalena, colei che aveva lavato (con le lacrime del pentimento), asciugato, baciato i piedi di Cristo. A quella vista il fariseo, scandalizzato, che aveva invitato Gesù a casa sua, pensò fra sé: «Se costui fosse un profeta, saprebbe chi e che specie di donna è colei che lo tocca: è una peccatrice». Gesù lesse quell’indebito giudizio e gli disse: «Vedi questa donna? Sono entrato nella tua casa e tu non m’hai dato l’acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. Tu non mi hai dato un bacio, lei invece da quando sono entrato non ha cessato di baciarmi i piedi. Tu non mi hai cosparso il capo di olio profumato, ma lei mi ha cosparso di profumo i piedi. Per questo ti dico: le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato. Invece quello a cui si perdona poco, ama poco» (Lc. 7, 39-47).
Non a caso per il Messale romano, nel giorno dedicato a Maria Maddalena, è stata scelta una lettura del Cantico dei Cantici: «Mi alzerò e perlustrerò la città, i vicoli, le piazze, ricercherò colui che amo con tutta l’anima. L’ho cercato, ma non l’ho trovato. Mi incontrarono i vigili di ronda in città: “Avete visto colui che amo con tutta l’anima?”» (Ct. 3,2), un amore perseverante che il Signore premiò, rendendola degna di essere «apostola degli apostoli»: fu la prima ad annunciare la sua resurrezione.
San Gregorio Magno ha parole straordinarie (Om. 25,1-2. 4-5; PL 76,1189-1193) per colei che fece di Cristo l’unica ragione di vita. «Ella si recò la Domenica di Pasqua al Sepolcro, con gli unguenti, per onorare il Signore. Ma non lo trovò: “Maria invece stava all’esterno, vicino al sepolcro, e piangeva” (Gv. 20,10-11). In questo fatto dobbiamo considerare quanta forza d’amore aveva invaso l’anima di questa donna, che non si staccava dal sepolcro del Signore, anche dopo che i discepoli se ne erano allontanati. (…) Accadde perciò che poté vederlo essa sola che era rimasta per cercarlo; perché la forza dell’opera buona sta nella perseveranza, come afferma la voce stessa della Verità: “Chi persevererà sino alla fine, sarà salvato” (Mt. 10, 22). Cercò dunque una prima volta, ma non trovò, perseverò nel cercare, e le fu dato di trovare. (…) I santi desideri crescono col protrarsi. Se invece nell’attesa si affievoliscono, è segno che non erano veri desideri. (…) “Donna perché piangi? Chi cerchi?” (Gv. 20,15). Le viene chiesta la causa del dolore, perché il desiderio cresca, e chiamando per nome colui che cerca, s’infiammi di più nell’amore di lui. “Gesù le disse: Maria!” (Gv. 20,16). Dopo che l`ha chiamata con l’appellativo generico (…) senza essere riconosciuto, la chiama per nome come se volesse dire: Riconosci colui dal quale sei riconosciuta. Io ti conosco non come si conosce una persona qualunque, ma in modo del tutto speciale».
Maria si risveglia dall’incubo: «Rabbunì!» («Maestro!»). L’umile penitente Maddalena, diventa testimone del trionfo del Crocifisso. Ora vorrebbe stare lì, in adorazione, e invece no: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro» (Gv. 20, 17). Porterà Lei l’annuncio agli Apostoli.

domenica 1 aprile 2018

La resurrezione di Cristo non è un pesce d’aprile

Quando il diritto è dalla parte della Resurrezione. Così si potrebbe titolare questo contributo del prof. Vito Abbruzzi.
La Resurrezione è un fatto storicamente fondato. Non esistono serie argomentazioni contrarie. Non può essere un prodotto della primitiva comunità dei credenti. Non foss’altro perché i testimoni di quest’evento erano viventi quando l’annuncio gioioso della resurrezione fu diffuso. Ce l’attesta S. Paolo, scrivendo la sua prima lettera alla comunità di Corinto, verso l’anno 57 d.C.: «Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, e che apparve a Cefa e quindi ai dodici. In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto» (1 Cor 15, 3-8). S. Paolo chiama a testimoni della Resurrezione di Cristo (cfr. At. 1, 22) non solo gli Apostoli, ma addirittura ben «cinquecento fratelli», a quali Cristo risorto apparve in una volta sola. Questi «cinquecento fratelli», chiamati sul banco dei testimoni oculari, se l’evento fosse stato una favola, ben avrebbero potuto smentirlo, vanificando la predicazione degli apostoli! Questa testimonianza fondamentale di per sé smentisce la tesi – pur avanzata più volte da teologi e biblisti modernisti - secondo la quale la Resurrezione non sarebbe stata di ordine fisico e storico, ma solo spirituale.
È emblematico che, allorché gli Apostoli decisero di integrare il loro numero di Dodici, eleggendo colui che prendesse il posto lasciato vacante da Giuda Iscariota, richiesero come condizione non solo che il nuovo apostolo, Mattia, fosse stato non solo loro compagno durante la vita di Gesù e testimone del suo insegnamento, ma soprattutto fosse stato «testimone della sua resurrezione», che avesse fatto cioè esperienza viva, tangibile di Lui nei giorni antecedenti la sua ascensione al Cielo (At. 1, 22).
E questo perché???
Se doveva rendere testimonianza a Cristo, alla sua resurrezione, non poteva non essere che un testimone oculare e non già basarsi su un sentito dire … .
D’altronde, che la Resurrezione non sia un prodotto della primitiva comunità cristiana, lo si rileva proprio nella prima esperienza del Risorto che fanno gli apostoli. Quando apparve, infatti, in mezzo a loro, la sera di quel primo giorno, essi – ci riferisce Luca – credettero di vedere un fantasma. Fu Gesù stesso a convincerli che non vedevano uno spirito, ma che era lui, in carne ed ossa, invitandoli a toccarlo. E per convincerli ancora chiese di mangiare qualcosa, gli offrirono del pesce arrostito e lo mangiò davanti a loro (Lc. 24, 36-43). Gli apostoli erano dei pratici, persone concrete, pragmatiche, e non potevano giammai credere se non a fatti concreti, se non a esperienze direttamente fatte. Per questo, credettero solo dopo averlo visto, toccato e mangiato con lui. Nota l’abate Ricciotti nella sua famosa Vita di Gesù Cristo: «… Ora, mentre essi parlavano di queste cose, egli (Gesù) stette in mezzo a loro e dice ad essi: “Pace a voi!”. Divenuti sgomenti e impauriti, credevano di vedere uno spirito. Ed (egli) disse loro: “Perché siete turbati e perché pensieri (dubbiosi) sorgono nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi, giacché sono proprio io! Palpatemi e vedete, giacché uno spirito non ha carne e ossa come vedete che ho io”. E detto ciò mostrò loro le ma­ni e i piedi. Tuttavia, poiché essi ancora non credevano per la gioia e stavano ammirati, disse loro: “Avete qualcosa da mangiare qui?”. Essi allora gli dettero una parte di pesce arrostito, e preso(lo), man­giò davanti a loro (Luca 24, 36-43). Si ricordi che questa scena è nar­rata da un medico e da uno psicologo; la stessa scena narrata da Giovanni (20, 19-23) non concederà tanto campo alle osservazioni sperimentali che sembrano quelle d’un gabinetto di fisica, nè farà sottilmente rilevare che gli Apostoli non credevano per la gioia, ossia per il timore d’ingannarsi, giacché ciò che piace si crede anche troppo facilmente. I dubbi sono dissipati dalla realtà fisica: Gesù nella sua seconda vita ha l’identico corpo della prima vita; può an­che mangiare egualmente come prima. Non è un’ombra vaporosa ri­salita dalla Sheol (§ 79): è un corpo fisico risuscitato, riunito alla sua anima» (§ 632).
Tra l’altro – dettaglio di non poco conto – le testimonianze invocate sono sempre maschili, mai femminili, per evitare di dare adito – secondo la mentalità ebraica e pagana – a vaneggiamenti femminili. Nota sempre il Ricciotti: «Le donne infatti ebbero sempre pessima accoglienza come testimoni della resurrezione di Gesù presso i primi cristiani. Quando le pie donne tornate dal sepolcro riferirono di averlo trovato vuoto e ripeterono l’annunzio degli angeli, i loro discorsi furono stimati una ciancia (§ 623). Qui Maria di Magdala, che riferisce di aver visto Gesù vivo e di avergli parlato, non trova egualmente alcuna fede. Ma anche più tardi, quando gli Apostoli e tutta la Chiesa furono incrol­labilmente ed ufficialmente convinti della resurrezione di Gesù, ri­mase sempre una certa inclinazione a non fare appello a testimonian­ze di donne; nessuna donna infatti è nominata nel celebre passo in cui Paolo adduce, certo non tutti, ma molti testimoni della resurrezione del Cristo: Risorse al terzo giorno secondo le Scritture, e fu visto da Cefa e in seguito dai dodici; poi fu visto da più che cinque­cento fratelli insieme, dei quali i più sono superstiti fino ad oggi men­tre taluni s’addormentarono; poi fu visto da Giacomo, quindi da tutti gli apostoli; ultimo fra tutti, come da un abortivo, fu visto anche da me (1 Cor. 15, 4-8). Tutte testimonianze maschili: nessuna femmi­nile. È probabile che questo contegno della Chiesa ufficiale fosse det­tato da una accorta prudenza, per non dare a Giudei e a idolatri la impressione che troppo leggermente si era creduto sull’attestazione di donne fantasiose e visionarie. È certo ad ogni modo che gli stessi discepoli immediati di Gesù, come apparirà sempre meglio in segui­to, erano tutt’altro che proclivi a prestar fede a chi avesse asserito - uomo o donna che fosse - d’aver visto Gesù redivivo» (§ 626).
Ancora: proprio i nemici giurati di Cristo ed ispiratori e artefici della sua condanna, dinanzi alla testimonianza dei soldati, credettero all’evento. Ma cercarono, nella loro ipocrisia, di mettere la cosa a tacere: «Al contrario, ben pronti a credere si mostrano i Sinedristi a cui si presentarono i soldati fuggiti via dal sepolcro (§ 621). Nel rac­conto fatto dai soldati ancora affannati dalla corsa e sconvolti dalla paura, quei maggiorenti giudei non trovarono nulla d’inverosimile e vi prestarono piena fede; ma naturalmente anch’essi, come già i sol­dati, provvidero ai ripari per salvare insieme se stessi e i soldati. Come al solito, essi cominciarono a stendere pannicelli davanti al sole affinché la luce non trapelasse. I sommi sacerdoti, radunatisi insieme con gli anziani e preso consiglio, dettero molte (monete) d’argento ai soldati dicendo: “Dite: - I discepoli di lui, venuti di notte, lo ruba­rono mentre noi dormivamo! - e se ciò sia udito dal governatore, noi lo persuaderemo e ti renderemo indisturbati”. Quelli allora, pre­se le (monete) d’argento, fecero com’era stato loro insegnato. E si divulgò questo discorso presso i Giudei fino al giorno d’oggi (Matteo 28, 12-15). Il suggerimento dato dai Sinedristi ai soldati fuggiaschi, lo rubarono mentre noi dormivamo, non era un portento d’acutezza; è infatti tut­tora decisiva la replica di S. Agostino, che rivolgendosi in maniera oratoria al Sinedrio gli chiede lepidamente: Ma come? Porti dei te­stimoni addormentati? Molto più efficaci furono le monete d’argento, estratte dallo stesso forziere da cui provenivano quelle di Giuda. Ad ogni modo la calunnia attecchì, e ai tempi in cui scriveva Mat­teo era diventata presso i Giudei la spiegazione ufficiosa del sepol­cro rimasto vuoto: anzi si può vedere in essa il primo seme di quel­la fioritura di calunnie che nei secoli successivi fornì il materiale al giudaismo ufficiale per la biografia di Gesù (§§ 88-89)» (§ 627).
I sinedriti preferiscono far passare i soldati come infedeli e rei di essersi addormentati sul posto di guardia, piuttosto che ammettere la verità! Di qui la loro malafede.
Ogni dubbio, quindi, sulla storicità della Resurrezione non può ragionevolmente reggersi. Non è, dunque, un pesce d’aprile. Come è stato notato, paradossalmente ci vorrebbe più fede nel negare che nell'ammettere il fatto storico della Resurrezione (cfr. Lo sai che che occorre più fede per credere che Cristo non sia risorto, piuttosto che nel contrario?, in Tre sentieri, 1.4.2018; Giuliano Guzzo, Gesù è davvero risorto?, in blog Giuliano Guzzo, 31.3.2018).


Ambito emiliano, Cristo risorto tra SS. Caterina d'Alessandria e Giuda Taddeo, XIX sec., Bologna

Johann Nepomuk Passini, Resurrezione di Cristo, 1842, Trento

Ambito tedesco, Resurrezione di Cristo, 1858, Trento

Peter Molitor, Resurrezione di Cristo, 1866, Trento

Andreas Wolfgang Brennhaeuser, Resurrezione di Cristo, 1875, Sabina

La resurrezione di Cristo non è un pesce d’aprile

di Vito Abbruzzi

Come avevo promesso nel mio articolo pubblicato la vigilia di Natale dal titolo L’arte all’arte e il lupo alle pecore. La storicità del 25 dicembre (v. qui), tratterò adesso, con un linguaggio estremamente chiaro, comprensibile persino ai semianalfabeti (Sant’Agostino, che era innanzitutto un pedagogo, ha scritto un trattato che la dice lunga sull’argomento: De catechizandis rudibus), la fondatezza storico-scientifica della resurrezione di Cristo. E l’occasione mi viene dal fatto che quest’anno la Pasqua cade – quasi per scherzo o per provocazione – il 1° aprile, dimostrando, appunto, che la resurrezione di Cristo non è affatto un pesce d’aprile. O semplicemente, come direbbe San Pietro, una bella ma incredibile favola (nel senso letterale del termine: impossibile a credersi) artificiosamente inventata (cfr. 2 Pt 1,16).
Ed a distanza di duemila anni di storia quali argomentazioni scientifiche possiamo portare avanti a dimostrazione che Cristo è risorto, ed è risorto veramente? Quelle forniteci dalla scienza giuridica. Sì, perché anche la giurisprudenza è scienza, in quanto si avvale di criteri oggettivamente validi e inoppugnabili. Nel caso della resurrezione di Cristo abbiamo le testimonianze di coloro che si dicono «testimoni oculari della sua grandezza» (2 Pt 1,16): gli Apostoli, e con loro tutti i Discepoli di Gesù (comprese le donne, sebbene non godessero allora di credibilità). E non solo hanno visto con i propri occhi, ma che anche hanno toccato con le proprie mani (cfr. 1 Gv 1,1).
Dai racconti evangelici noi sappiamo che dapprima essi fanno la constatazione del sepolcro vuoto, pensando ad un classico furto di cadavere. Ma la sera stessa di quel giorno, mentre a porte chiuse sono a tavola, nel bel mezzo della cena, appare loro Gesù. Gioia grande da una parte, spavento mortale dall’altra. Ma Gesù non è un fantasma, e glielo dimostra abbracciandoli e sedendosi a tavola con loro. Ma provvidenzialmente manca Tommaso: l’incredulo per antonomasia; colui che se non vede non crede; colui che non si fida di nulla e di nessuno; colui che, in nome della prudenza, non vuol passare (e far passare gli altri con lui) per credulone, ma per vero credente. Una prudenza ascoltata tanta volte dalla viva voce di mio padre, e da lui solo, che saggiamente nelle decisioni importanti mi esortava: «Pinzә a mèlә p’acchièrtә bbunә!». Alla lettera: “Pensa a male per trovarti bene”.
La prova di San Tommaso è per noi determinante. A cosa non crede San Tommaso? O, meglio, a cosa egli crede in prima battuta dalle parole entusiastiche degli altri che gli riferiscono di aver visto il Signore? Che siano stati tutti vittima di un’allucinazione collettiva: un po’ per il grande dolore del lutto di una persona cara, che nei primi momenti subito dopo i funerali si desidera ardentemente di vedere e toccare ancora come se fosse ancora viva, e un po’ perché a tavola gli ebrei – si sa – alzano il gomito e, dunque, perdono di lucidità perché brilli. Ma, al di là di questo, San Tommaso non crede che Gesù sia morto realmente, ma solo apparentemente; e se non è veramente morto, non può nemmeno dirsi veramente risorto. Dalla sua Tommaso ha il fatto che il corpo esanime di Gesù fu frettolosamente schiodato dalla croce, chiuso e sigillato nel sepolcro, dando per certo che fosse morto, escludendo da parte dell’autorità romana la necessità di vegliarne il cadavere, almeno per ventiquattro ore (come è la prassi odierna). Per questo Tommaso vuole vederci chiaro, esclamando: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò» (Gv 20, 25). Il suo è un vero e proprio esame medico-legale! Bellissima, in questo senso, la Incredulità di San Tommaso di Caravaggio, in cui si vede plasticamente un Tommaso (e con lui gli altri due discepoli appena dietro di lui) ispezionare a fondo la ferita del costato: ferita che per la sua profondità era già per il Centurione la prova del nove del decesso di Gesù, quando questi «dando un forte grido, spirò» (Mc 15, 37). Ma San Tommaso è San Tommaso.
Ma alla fede di San Tommaso possiamo opporre la nostra incredulità, accusando lui e gli altri discepoli di mistificazione. Domenico Laruccia, un mio amico agnostico, scrisse un libro dal titolo Religione e mistificazione, pubblicato poi come Riflessioni e memorie di un ateo dialogante, a cui il sottoscritto ha dato un piccolo contributo (qui). Ma qui è la scienza giuridica, con la sua autorevolezza, a dirci che Cristo è veramente risorto, a motivo dei suoi testimoni, i quali non possono non essere giudicati che credibili: intrinsecamente ed estrinsecamente. A livello intrinseco: non si sono mai contraddetti. A livello estrinseco: ci hanno messo la faccia e ci hanno rimesso la vita. E dopo duemila anni ancora la fede nella resurrezione di Cristo è una verità; anzi è la Verità, che persino un giudice dichiaratamente ateo non può negare.
Santa Pasqua di Resurrezione.

domenica 11 marzo 2018

Un tabernacolo a forma di piramide??? Il ricordo e la testimonianza di un nostro lettore


Pubblichiamo volentieri un articolo a mo’ di lettera di un nostro affezionato lettore, che ci racconta, con sofferenza, della sua esperienza nella diocesi bergamasca, un quadro triste e desolante, che è anche icona dell’attuale stato in cui versa, ahinoi, la Chiesa cattolica … .

Spettabile Blog,
l’articolo a firma di Mario Zambrano, “Padre nostro che sei...Allah”: è la Quaresima bergamasca, pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana qualche giorno fa, ha provocato in me sofferenza, ma non sorpresa.
Ho vissuto dal 1991 al 2004 nella Diocesi di Bergamo, e come laico impegnato a livello parrocchiale ho conosciuto i gravi problemi della vita ecclesiale nella Chiesa di Bergamo, un tempo cattolicissima per antonomasia, e che purtroppo, oggi, si è persa.
A livello liturgico Bergamo era un laboratorio di strampalate “innovazioni”. Un giorno, un amico seminarista mi disse come venissero loro mostrati filmati che descrivevano come “animare” le Messe per accrescere l’attenzione dei fedeli.
Detto fatto. Nella mia parrocchia, un giovane vicario parrocchiale organizzava scenette di bambini che accompagnavano la lettura del Vangelo. Il suo successore, invece, era molto ardito nell’animare le omelie. Una domenica, dopo aver letto l’episodio delle Nozze di Cana, fece trasmettere dagli altoparlanti musica da discoteca facendo ballare i bambini nella navata centrale al ritmo di disco-music, per poi presentarsi con uno zaino sulla casula e dire: «Abbiamo finito la Coca-Cola».
Un’altra volta, in avvio di omelia, fece trasmettere dagli altoparlanti una canzone di Domenico Modugno, in un’altra occasione ancora fece guardare ai fedeli, per circa dieci minuti, una parte di film sulla Sacra Famiglia attraverso un televisore posto sul battistero davanti all’altare. Ovviamente, spesso e volentieri, durante l’omelia scendeva tra i fedeli con il microfono facendo loro domande.
In diocesi non andava tutto bene neppure dal punto di vista dottrinale. Ricordo, ad esempio, che la Dominus Jesus del cardinal Ratzinger fu apertamente contestata in quanto avrebbe messo a rischio, così si diceva, cinquant’anni di dialogo ecumenico ed interreligioso.
Dal Seminario di Bergamo uscivano sacerdoti e teologi laici freddissimi nei confronti della Madonna, considerata, in perfetto stile luterano, un disturbo, poiché, si diceva, bisognava mettere Cristo al centro - evidentemente, l’insegnamento di san Giovanni Paolo II di quegli anni che non si giunge a Gesù se non per mezzo di Maria non aveva lasciato traccia nella diocesi orobica. Chi aveva quella che essi consideravano un’eccessiva devozione mariana era malvisto: un seminarista mio amico, per pregare il Rosario, lo faceva di nascosto.
Un giorno mi fu riferito che in una cappella del Seminario Maggiore c’era un tabernacolo a forma di piramide, che sappiamo essere uno dei simboli della Massoneria.
Anni dopo - già mi ero trasferito in Croazia - mi recai in Curia vescovile di Bergamo accompagnando una delegazione ufficiale di una diocesi croata. Un sacerdote ci guidò a visitare i locali del Seminario Minore e di quello Maggiore, ed ecco, nella cappella della quarta o quinta teologia (purtroppo non ricordo con precisione quale), ci trovammo davanti il tabernacolo a forma di piramide, nero, con la figura di un serpente che avvolgeva il tabernacolo. Non so se esiste ancora quel tabernacolo. Eravamo, però, talmente sbigottiti che non avemmo la prontezza di spirito di fare una fotografia a quell’obbrobrio, e il sacerdote, imbarazzato, se la cavò lamentando che gli artisti moderni non capivano nulla di religione.
Considerate questa premesse, non sorprende che dopo il malcelato dissenso di quei tempi, oggi a Bergamo si siano trasformati in rampanti araldi del “nuovo corso” – proprio da Bergamo proviene mons. Maurizio Chiodi, nuovo membro della Pontificia Accademia della Vita, protagonista di un recente discorso nel quale poneva le basi per l’abbattimento della Humanae Vitae (v. qui e qui). La pubblicazione web ufficiale della Diocesi “Sant’Alessandro” è quindi in prima fila nel propagandare il nuovo atteggiamento “pastorale” di “accoglienza” verso i divorziati risposati (vqui) e le coppie omosessuali (vqui), con un tono durissimo nei confronti dei reprobi, che non si conformano - basti leggere questo articolo con il quale, senza mezzi termini, i quattro cardinali dei Dubia – menzionati per nome e cognome solo in un poscritto alla fine dell’articolo come segno di ulteriore disprezzo – vengono definiti “farisei”.
Non è un caso che nella Diocesi di Bergamo, vale a dire a Ghiaie di Bonate, sia apparsa la Madonna anticipando di vari decenni la gravissima crisi della famiglia e l’attacco a essa da parte del Maligno.
Né che ad esempio nella sola Valle Seriana, dove vivevo, ci sono cinque santuari che ricordano apparizioni della Madonna o miracoli. Laddove il Cielo interviene, maggiore è il bisogno.
Ritengo che dobbiamo, ora più che mai, impegnarci a pregare moltissimo per i sacerdoti e la Chiesa. Se preghiamo per i sacerdoti, preghiamo anche per le nostre anime, senza dimenticare il suffragio per le anime di sacerdoti che sono nel Purgatorio. La situazione è gravissima, non c’è più tempo da perdere.
Grazie per l’attenzione e cordiali saluti

Guido Villa

lunedì 28 marzo 2016

Le numerose apparizioni di Gesù risorto provano la Resurrezione

Tra le numerose apparizioni e manifestazioni del risorto, vi è stata senz’altro quella a sua Madre.
I Vangeli non menzionano, è vero, alcuna apparizione alla Vergine. Ma si tratta nondimeno di una verità da sempre creduta dal popolo cristiano. Scriveva il grande biblista domenicano Marie-Joseph Lagrange: « La piété des enfants de l’Église tient pour assuré que le Christ ressuscité apparut d’abord à sa très sainte Mère. Elle l’a nourri de son lait, elle a guidé son enfance, elle l’a comme présenté au monde aux noces de Cana, pour ne reparaître guère qu’auprès de sa croix. Mais Jésus a consacré à elle seule avec Joseph trente ans de sa vie cachée : comment n’aurait-il pas eu pour elle seule le premier instant de sa vie cachée en Dieu ? Cela n’intéressait pas la promulgation de l’Évangile ; Marie appartient à un ordre transcendant où elle est associée comme Mère à la Paternité du Père sur Jésus » ; «La pietà dei figli della Chiesa ritiene come certo che Cristo risorto apparve prima alla sua Santissima Madre. Lei Lo alimentò col suo latte, guidò durante la sua infanzia, per così dire, Lo presentò al mondo nelle Nozze di Cana, e non riapparve se non ai piedi della Croce. Ma Gesù consacrò solo a Lei e a San Giuseppe trent’anni della sua vita nascosta: come avrebbe potuto non dedicare solo a Lei il primo istante della sua vita nascosta in Dio? Non c’era interesse a divulgare questo dato nei Vangeli; Maria appartiene a un ordine trascendente, nel quale è associata, come Madre, alla paternità del Padre, in relazione a Gesù» (Marie-Joseph Lagrange, OP, L’Évangile de Jésus-Christ avec la Synopse évangélique, trad. a cura di P. C. Lavergne o.p., Librairie Lecoffre-Gabalda et Cie, Paris, 1954, p. 648-649).
Vi sarebbero, a fondamento, di questo convincimento almeno due ragioni: 1. la prima di ordine, diciamo, affettivo e naturale: Cristo amava profondamente sua Madre e, dunque, non poteva non renderla partecipe (così come del resto l’aveva resa socia e compartecipe della Passione), prima di ogni altra persona, della gioia della Resurrezione; 2. la seconda ragione possiamo definirla di ordine teologico: Maria è stata la prima redenta (in virtù del suo immacolato concepimento) e la prima credente, la quale meditava nel suo cuore, sin dalla divina Infanzia del Redentore, tutti gli avvenimenti che l’hanno interessato. Per questo, essendo la prima credente, anzi, diciamo, il prototipo della perfetta credente, il Signore non poteva far a meno di manifestarsi, prima che alla Maddalena ed agli altri discepoli, a sua Madre.
Anche l’apocrifo Vangelo di Gamaliele (risalente al VI sec.) ed i Padri hanno fortemente sostenuto quest’opinione. Abbiamo testimonianze di sant’Efrem Siro e di san Giovanni Crisostomo. Essi fondavano questa convinzione su un passo del Vangelo matteano (Matth. XXVIII, 1), secondo cui Gesù sarebbe apparso a «Maria Maddalena e l’altra Maria», intendendo per «altra Maria» la Madre di Gesù.
Il santo ortodosso Gregorio di Palamas, nella sua XVIII Omelia sulle Mirofore, ovverosia per la c.d. domenica delle mirofore, nega decisamente che la prima apparizione del Risorto sia stata per la Maddalena, bensì fu a favore della Madre: «… l’annuncio della Resurrezione del Signore prima fra tutti gli uomini, com’era del resto conveniente e giusto, l’ebbe dal Signore la Madre di Dio, ed ella prima di tutti lo vide risorto e godette della sua divina familiarità: né lo vide solo con gli occhi e lo sentì con le proprie orecchie, ma per prima ella sola toccò con le mani i suoi santi piedi, benché gli evangelisti non dicano in modo chiaro tutte queste cose, per non addurre come testimone la Madre e offrire occasione di sospetto agli increduli» (San Gregorio di Palamas, Omelia XVIII sulle Mirofore, § 3, in Georges Gharib – Ermanno M. Toniolo, Testi mariani del secondo millennio. 1. Autori orientali (secc. XI-XX), ed. Città Nuova, Roma, 2008, p. 350).
Con lui anche altri Padri, sia latini sia orientali, hanno affermato questa verità (S. Paolino di Nola, Isacco di Antiochia, Cesario di Arles, Eadmero, Amedeo di Losanno, Onorio di Autun, Giovanni Euchaita, S. Massimo il Confessore, Giorgio di Nicomedia, Simeone Metafraste, S. Bruno di Segni, Ruperto di Deutz, Sicardo da Cremona, S, Gregorio di Nissa, S. Giovanni di Tessalonica, ecc.), sebbene con varie argomentazioni, hanno sostenuto tale verità (cfr. Aristide Serra, Dimensioni mariane del mistero pasquale. Con Maria, dalla Pasqua all’Assunta, ed. Paoline, Milano, 1995, pp. 38 ss. Per riferimenti, v. anche Sergio Gaspari, Testimone privilegiata del Risorto, in Madre di Dio, 2007, fasc.  4; George Gharib, L’Apparizione del Risorto alla Madre e la festa della Risurrezione, ivi, 2006, fasc. 4, che offre anche interessanti spunti legati alla liturgia siro-occidentale).
Anche la Chiesa latina celebra, poi, sin dal termine della grande veglia di Pasqua, il saluto pasquale del Risorto alla Madre con il canto dell’antifona del Regina Coeli (come prescrive la terza Editio Typica del Missale Romanum approvato da Giovanni Paolo II e pubblicato nel 2002).
Il papa Giovanni Paolo II, a sua volta, ha sostenuto in diverse occasioni questa consolante verità (cfr. Omelia della Santa Messa nel Santuario di Nostra Signora de La Alborada, 31 gennaio 1985, § 6; Regina Coeli, 4 aprile 1994; Udienza generale, 21 maggio 1997. V. anche Salvatore Maria Perrella, Maria nel Mistero Pasquale, in L’Osservatore romano, 9.4.2009).
Pure i mistici l’hanno confermata. Ci narra, ad es., dom Prosper de Gueranger che «Nostro Signore ha voluto descrivere, egli stesso, quella scena in una rivelazione fatta a santa Teresa. Si degnò di confidarle che la sua divina Mamma era così profondamente abbattuta, da non resistere ancora molto senza soccombere al suo martirio e che, quando si mostrò a lei, appena uscito dal sepolcro, ebbe bisogno di qualche istante per ritornare in se stessa, prima di ritrovarsi in istato di godere una tale gioia; e il Signore aggiunge che le restò non poco vicino, perché questa sua prolungata presenza le era necessaria».
Nell’odierna festa del Lunedì dell’Angelo, perciò, è indicato rilanciare questo contributo di don Morselli sul tema delle apparizioni del Risorto.





Rogier van der Weyden, Pala di Maria o Miraflores, con scene della Natività, della Deposizione di Cristo e di Cristo risorto appare alla Vergine, 1440 circa, Staatliche Museen, Berlino

Filippino Lippi, Et prima vidit ... - Cristo risorto appare alla Vergine - Intervento di Cristo e della Madre, 1493 circa, Alte Pinakothek, Monaco

Guido Reni, Cristo risorto appare alla Vergine, 1608 circa, Fitzwilliam Museum, Cambridge


Guercino, Cristo risorto appare alla Vergine, 1629, Pinacoteca Comunale, Cento

Le numerose apparizioni di Gesù risorto provano la Resurrezione

di don Alfredo Morselli


Gesù, dopo la sua resurrezione, era apparso molte volte: negli anni successivi, i numerosi testimoni di queste apparizioni, erano rimasti in vita e la loro testimonianza, verificabile e credibile, rafforzava la fede dei primi cristiani. 
Esaminiamo, a questo proposito, 1 Cor 15, 1-28: 
[1] Vi rendo noto, fratelli, il vangelo che vi ho annunziato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi, [2] e dal quale anche ricevete la salvezza, se lo mantenete in quella forma in cui ve l’ho annunziato. Altrimenti, avreste creduto invano!
[3] Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, [4] fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, [5] e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici. [6] In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. [7] Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. [8] Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto. [9] Io infatti sono l’infimo degli apostoli, e non sono degno neppure di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la Chiesa di Dio. [10] Per grazia di Dio però sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana; anzi ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è con me. [11] Pertanto, sia io che loro, così predichiamo e così avete creduto. 

Ad una prima occhiata, potrebbe sembrare che S. Paolo si preoccupi della fede nella Resurrezione di Gesù a Corinto, che volesse rafforzare questo punto della fede: ma i versetti successivi ci indicano che il dubbio di alcuni Corinti è un altro; si tratta della resurrezione dei morti: 
[12] Ora, se si predica che Cristo è risuscitato dai morti, come possono dire alcuni tra voi che non esiste risurrezione dei morti?

Il v. 12b, evidenziato in grassetto, rivela chiaramente il dubbio di alcuni (quindi non di tutti) Corinti. 
Tutta l’argomentazione paolina successiva tende a dare una vera e proria dimostrazione teologica del fatto che i morti risorgono. Notiamo bene che la resurrezione dei morti è uno degli articoli della nostra fede “esistenzialmente” più difficile a credersi. Quando ci troviamo davanti ad un cadavere, con i tragici resti di una malattia o di un incidente, bisogna proprio farsi forza per credere che i nostri defunti risorgeranno! 
Detto questo, precisiamo ancora che, per sciogliere un dubbio, è necessario fondare il nostro ragionamento su delle certezze: non possiamo fondarci su un altro dubbio. E qual è la certezza su cui S. Paolo si appoggia per dimostrare che i morti risorgono? Vediamo che l’apostolo parte da due certezze; la prima è un fatto storico; la seconda un principio teologico.
Il fatto storico è la resurrezione di Cristo, il principio teologico è che Cristo è la “primizia” di coloro che risorgono, cioè il primo di una serie. 
Esaminiamo dunque ora lo sviluppo dell’argomentazione paolina: i morti risorgono perché…
1) Cristo è veramente risorto - la Resurrezione di Gesù è certa;
2) Cristo “è primizia di coloro che sono morti” (il primo “frutto” di un intero raccolto).
Se Cristo è veramente risorto - ed è risorto perché lo hanno visto in tanti, molti ancora viventi - e Cristo non risorge solo per conto suo, ma è il primo di una serie, allora tutti i morti risorgono. 
Fatte queste premesse, possiamo ora leggere il seguito di 1 Cor 15: dal v. 13 al 18 vediamo l’insistenza sul primo argomento (Cristo è veramente risorto - la Resurrezione di Gesù) 
[13] Se non esiste risurrezione dai morti, neanche Cristo è risuscitato! [14] Ma se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede. [15] Noi, poi, risultiamo falsi testimoni di Dio, perché contro Dio abbiamo testimoniato che egli ha risuscitato Cristo, mentre non lo ha risuscitato, se è vero che i morti non risorgono. [16] Se infatti i morti non risorgono, neanche Cristo è veramente risorto - la Resurrezione di Gesù; [17] ma se Cristo non è risorto, è vana la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati. [18] E anche quelli che sono morti in Cristo sono perduti. [19] Se poi noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli uomini. 

A partire dal v. 20 troviamo il secondo argomento (Cristo primizia) 
[20] Ora, invece, Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti. [21] Poiché se a causa di un uomo venne la morte, a causa di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti; [22] e come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo. [23] Ciascuno però nel suo ordine: prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo; [24] poi sarà la fine, quando egli consegnerà il regno a Dio Padre, dopo aver ridotto al nulla ogni principato e ogni potestà e potenza. [25] Bisogna infatti che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi. [26] L’ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte, [27] perché ogni cosa ha posto sotto i suoi piedi. Però quando dice che ogni cosa è stata sottoposta, è chiaro che si deve eccettuare Colui che gli ha sottomesso ogni cosa. [28] E quando tutto gli sarà stato sottomesso, anche lui, il Figlio, sarà sottomesso a Colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perché Dio sia tutto in tutti. 

La teologia paolina sull’unità del genere umano in Adamo e sulla nuova unità in Cristo ci interessa meno, in vista del fine di questo scritto, che è quello di constatare che a Corinto, per provare teologicamente la resurrezione dei morti, viene presentato il fatto della resurrezione di Gesù, un fatto certo, accreditato da molte testimonianze, a più riprese, verificabili, credibili, autorevoli. Per provare il più incredibile dei misteri (la resurrezione dei morti) non può essere portato un argomento dubbio, o un mito; ci vuole una prova certa.
Capiamo allora come l’insistenza sulla parola “apparve” (4 volte) dei primi versetti serve a rafforzare la credibilità dell’argomento decisivo.

Conclusioni 

Siccome per provare la resurrezione dei morti è necessaria una prova certissima, e, per questo scopo, S. Paolo usa come argomento la resurrezione di Gesù, se ne conclude che a Corinto, circa 20 anni dopo la Resurrezione di Gesù, tutti erano sicuri che questa fosse storicamente accaduta
Perché tutti (anche “alcuni” che non credevano nella resurrezione dei morti) ne erano così sicuri?
Perché erano ancora vivi e rintracciabili i testimoni: alcuni Apostoli e “più di cinquecento fratelli” a cui Gesù era apparso “in una sola volta”.