Sante Messe in rito antico in Puglia

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domenica 21 aprile 2019

Auguri Pasquali

Il Signore è veramente risorto!

Χριστός ἀνέστη! Ἀληθῶς ἀνέστη!

Reurrexit Dominus vere! Alleluja, alleluja, alleluja!

Cristo non è morto e risorto solo una volta!
Quante volte nel corso dei secoli è stato proclamato morto???
Quante volte è stato dichiarato morto???
Quante volte si è annunciata trionfalisticamente la "morte di Dio"???
Ed invece nulla.
Egli è sempre vivo; più vivo che mai. 
L'imperatore Giuliano l'Apostata, che sperava di far morire la stessa idea di Cristianesimo, cioè la viva testimonianza di quel Risorto, soffocandola con un rinnovato, quanto utopico, paganesimo, dovette arrendersi ed esclamare, prima di morire, la vittoria di quel Cristo: "Nενίκηκας Γαλιλαῖε" (Nenikekas Galilaie), "Vicisti, Galilaee!", "Hai vinto, Galileo!".
Scriveva l'Abate Ricciotti a questo riguardo: "I vangeli narrano che il Gesù sigillato nella tomba dai Farisei è risorto. La storia narra che il Gesù ucciso in seguito mille volte si è dimostrato ogni volta più vivo di prima".
Qualcosa del genere diceva anche il Chesterton nel saggio The Everlasting Man, pubblicato nel 1925: “Christendom has had a series of revolutions and in each one of them Christianity has died. Christianity has died many times and risen again; for it had a God who knew the way out of the grave.” (Il cristianesimo è stato dichiarato morto infinite volte. Ma, alla fine, è sempre risorto, perché è fondato sulla fede in un Dio che conosce bene la strada per uscire dal sepolcro). 
Questa sia la nostra certezza ed il nostro augurio. Il nostro Dio e Signore è uno, che, morto, risorge!
Associamoci, dunque, all'esclamazione gioiosa di quest'oggi della Chiesa tutta:
HÆC DIES, QUAM FECIT DOMINUS: EXSULTEMUS ET LÆTEMUR IN EA!
Auguri pasquali a tutti!

Pinturicchio, Resurrezione di Cristo con papa Alessandro VI Borgia orante, 1492-94, Sala dei Misteri, Appartamento Borgia, Musei Vaticani, Città del Vaticano, Roma


giovedì 18 aprile 2019

Sempre in questa notte proponiamo un'altra meditazione tratta dagli scritti dell'abate Ricciotti.


San Marco. L’adolescente che fuggì nudo dal Getsemani.


La Chiesa Romana da secoli ha stabilito il canto della Passione secondo san Matteo per la Domenica della Palme, di quella secondo san Marco per il Martedì Santo, di quella secondo san Luca per il Mercoledì Santo e infine di quella di san Giovanni per il Venerdì Santo. Dei quattro evangelisti sicuramente due furono, ciascuno a suo modo, testimoni oculari dei fatti storici che poi pochi anni dopo, sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, misero per iscritto. Ma in realtà, da un particolare episodio raccontato nel suo Vangelo – quello che di seguito vi proponiamo alla lettura e alla meditazione – gli esegeti deducono a ragione che anche san Marco abbia assistito a qualche momento della Passione di Cristo.


Lo scritto di Marco, infine, ha un atteggiamento particolare di fronte alla persona di Pietro. Mentre in qualche episodio che lo riguarda ha talune notizie in più, come nella guarigione della suocera di lui (1, 29-31), giammai in nessun tratto lo adula, anzi tralascia fatti per lui onorifici narrati dagli altri Sinottici, quali di camminar sulle acque, il didramma trovato in bocca al pesce, e perfino il conferimento del primato. La ragione di questo atteggiamento, in conferma della tradizione, è che Pietro nelle sue catechesi orali non amava insistere su episodi onorifici a lui stesso, e il suo «interprete» ha fedelmente rispecchiato tale modestia nel suo proprio scritto. Ma esiste forse in questo scritto anche qualche allusione alla persona stessa di Marco? La tradizione antica s’accorda con Papia, nell’asserire che Marco non fu discepolo di Gesù: un paio di affermazioni contrarie (ad es. Epifanio, Haeres., XX, 4) rimangono solitarie e non autorevoli. Tuttavia questa tradizione non escluderebbe per se stessa che Marco, ancor giovanetto, abbia visto qualche volta di sfuggita Gesù, pur senza essere suo vero seguace: la circostanza già rilevata che la casa della madre di Marco era luogo d’adunanza per i cristiani di Gerusalemme, e che nell’anno 44 Pietro vi si rifugiò appena uscito di prigione, fa supporre un’antica amicizia che poteva ben risalire a prima della morte di Gesù. Assicurata questa possibilità, entra in relazione con essa un singolare episodio della passione di Gesù, narrato dal solo Marco, episodio ben preciso anche nel suo arcano riserbo. Gabriele d’Annunzio ha scritto: Non avete mai pensato chi potesse mai essere quel giovine “amictus sindone su per nudo”, del quale parla il Vangelo di Marco? “E tutti, lasciatolo, se ne fuggirono. E un certo giovine lo seguitava, involto d’un panno lino sopra la carne ignuda, e i fanti lo presero. Ma egli, lasciato il panno, se ne fuggì da loro, ignudo”. Chi era quel tredicesimo apostolo, che aveva preso il luogo di Giuda nell’ora dello spavento e della grande angoscia?… Era vestito d’un vestimento leggero. Si fuggi ignudo. Nulla più si seppe di lui nel mondo (in Contemplazione della morte, cap. XV aprile MCMXII). Quest’episodio (14, 51-52) è, storicamente, un masso erratico: non ha alcuna colleganza con gli altri fatti della passione, tanto che si potrebbe sopprimere senza alterare la narrazione complessiva. Eppure il narratore è bene informato: sa che quel giovanetto, risvegliato forse improvvisamente dal frastuono notturno, non ha fatto in tempo a gettarsi addosso neppure un mantello, e con la sola sindone s’è messo a seguire; infine, catturato, lascia la sindone in mano ai catturatori, e fugge nudo. I discepoli di Gesù erano già fuggiti tutti, come ha detto il narratore poco prima: anche Pietro, l’informatore principale di Marco, già era fuggito e non era più sul posto. Chi era dunque quel giovanetto, unico testimone amico fra tanti nemici? Perché Marco, che sa tutto di lui, non lo nomina, e preferisce presentarlo con la faccia occultata da un arcano velo? Quel giovanetto, forse, era Marco stesso, come pensano molti studiosi moderni. Nella stessa guisa che Pietro nella sua catechesi nascondeva fatti a sé onorifici, cosi anche Marco può aver velato qui la sua propria faccia, pur non volendo omettere del tutto questo episodio che nel suo scritto poteva valere come simbolico signaculum in sigillo.
[…] Spuntò il giovedì, che era il primo giorno degli Azzimi quando immolavano la Pasqua (Marco, 14,12); perciò in quel giorno si dovevano provvedere le cose necessarie alla celebrazione del solenne rito anche da parte della comitiva di Gesù,giacché per questo rito Gesù avrebbe dovuto rimanere quella notte a Gerusalemme e rinunziare a ritirarsi a Bethania sul monte degli Olivi come le notti precedenti. Gli dissero quindi i discepoli: Dove vuoi che andiamo a preparare affinché (tu) mangi la Pasqua? Gesù allora inviò Pietro e Giovanni (Luca, 22, 8) dicendo loro: Andate nella città e vi si farà incontro un uomo che porta una brocca d’acqua; seguitelo, e dove egli sia entrato direte al padron di casa: “Il maestro dice: Do v’e’ la mia stanza ove (io) mangi la Pasqua insieme con i miei discepoli?”. Ed egli vi mostrerà una sala superiore grande, provvista di tappeti, pronta; e ivi preparate per noi (Marco, 14, 13-15). Il segno dato ai due Apostoli era abbastanza singolare, perché l’ufficio di attingere e trasportare l’acqua era riservato ordinariamente alle donne. I due s’attennero al segno: entrando in città, certamente per la porta situata sopra la piscina del Siloe e di fronte al monte degli Olivi, incontrarono effettivamente l’uomo dalla brocca; avendo poi essi seguito costui alla casa ov’era diretto, il padrone mise a loro disposizione la sala di cui Gesù aveva parlato. Non c’è da dubitare che quel padrone fosse persona affezionata a Gesù; probabilmente l’aveva ricevuto altre volte a casa sua. Chi sarà stato questo ignoto discepolo? Più che al cauto Nicodemo o a Giuseppe di Arimatea, il pensiero corre al padre o ad altro parente di Marco, la cui casa dopo la morte di Gesù diventò luogo abituale d’adunanza per i cristiani di Gerusalemme; se poi si potesse provare che quel misterioso giovanetto il quale sfuggì nudo di mano alle guardie del Gethsemani era appunto Marco, si avrebbe conferma che il padrone della casa era suo parente, tanto più che questo racconto della preparazione della Pasqua è più minuto e circostanziato nel vangelo di Marco che in quello di Matteo. Se il nome di questo discepolo fu tenuto occulto dagli evangelisti è ben possibile che ciò avvenisse per una ragione prudenziale, analoga a quella per cui i Sinottici omisero l’intero racconto della resurrezione di Lazzaro. Così pure, per una elementare prudenza, Gesù inviò a preparare la cena Pietro e Giovanni, ma non Giuda, l’amministratore comune a cui sarebbe spettato quell’ufficio: il traditore era occupato nel frattempo a ordire il suo tradimento, e questa sua tenebrosa cura non doveva essere ancor più facilitata dalla prematura indicazione del luogo ove doveva tenersi il supremo convegno. Del resto l’opinione secondo cui l’ultima cena ebbe luogo nella casa di Marco non è nuova, ed ha pure in suo favore una rispettabile tradizione. Verso il 530 l’arcidiacono Teodosio descrivendo la sua visita a Gerusalemme, quando parla della chiesa della Santa Sion ritenuta universalmente come il luogo dell’ultima cena. E questa affermazione doveva fondarsi su un’antica tradizione; infatti nello stesso secolo VI, il monaco cipriota Alessandro comunica che una tradizione già antica ai suoi tempi affermava che la casa in cui ebbe luogo l’ultima cena fu appunto quella di Maria madre di Marco, ove il maestro era solito albergare ogni volta che veniva a Gerusalemme, e inoltre che l’uomo della brocca sarebbe stato appunto Marco. È questo il luogo ove la tradizione, già dal secolo IV, ha collocato l’odierno Cenacolo, all’estremità sud-occidentale della Città Alta.
[…] L’arrestato fu legato; si cominciò a condurlo via. Gli Apostoli, a cui dapprima la sonnolenza e poi il subitaneo sdegno non avevano permesso di rendersi ben conto della realtà dei fatti, soltanto allora compresero il maestro era veramente arrestato, era condotto via come un volgare delinquente. Allora forse, meglio che a tutte le passate affermazioni di Gesù, essi cominciarono a intravedere quale fosse la durissima prova, quali i patimenti supremi, attraverso cui il maestro aveva predetto più volte di dover passare per giungere alla sua gloria. A tale tristissima veduta, a tali mestissimi ricordi, quegli undici si sentirono schiantati. Della futura lontana gloria del Messia essi non si ricordarono affatto; badarono soltanto al tintinnio delle catene, al luccicore delle spade, all’umiliazione del maestro: allora, totalmente smarriti, abbandonarono ogni cosa dandosi alla fuga, tutti dal primo all’ultimo. E Gesù uscì dal Gethsemani circondato dalla sola sbirraglia: non gli stava dappresso neppure un amico. O meglio, un amico c’era ancora, sebbene non stesse molto dappresso. Qui infatti avviene l’episodio del giovanetto con la sola sindone. Come già vedemmo, è possibile che quel giovanetto fosse l’evangelista Marco. Se egli era figlio o altro parente del proprietario del cenacolo, il quale forse era proprietario anche del Gethsemani, si può supporre che terminata l’ultima cena egli per simpatia avesse seguito la comitiva di Gesù al Gethsemani ed ivi si fosse intrattenuto per qualche tempo con gli otto Apostoli ricoverati nella casipola o grotta, e dopo un certo tempo anch’egli si fosse messo a dormire.
È importante il particolare che egli fosse avvolto d’una sindone sul nudo: la sindone di lino era infatti usata, stando in letto, soltanto da persone facoltose, mentre i popolani, come gli Apostoli, dormivano ravvolti nelle stesse vesti del giorno; probabilmente, dunque, quel giovanetto era abituato a passar talvolta la notte nella casipola del Gethsemani, ove in un angoletto avrà avuto il suo giaciglio e l’occorrente per dormire da persona agiata. Se queste ipotesi corrispondono alla realtà, tutto diventa chiaro. il giovanetto, risvegliato improvvisamente dal vociar delle guardie e dalle grida del ferito e degli Apostoli, si alza dal giaciglio e balza fuori vestito come si trova: assiste all’ultima scena dell’arresto di Gesù e alla fuga degli Apostoli; allora, sia per la sicurezza d’un padrone che si ritrova sul terreno suo proprio, sia per la vivacità giovanile accresciuta dall’affetto per l’arrestato, egli si mette a seguire le guardie che s’allontanano; le guardie poco dopo s’accorgono di quel giovanetto che sta pedinando in quello strano abbigliamento, e insospettite lo prendono. Ma afferrano la sola sindone: perché l’agile ragazzo, sgusciando dal di sotto, lascia la sindone in mano alle guardie e fugge via tutto nudo. E così Gesù fu abbandonato anche da quest’ultimo amico: un adolescente privo di veste.

(Giuseppe Ricciotti Vita di Gesù Cristo, 134, 535, 561)

Testo raccolto da Giuliano Zoroddu

Giuda Iscariota. L’amore impuro che porta all’inferno della disperazione

Proponiamo in questa sera del Giovedì Santo questa meditazione su Giuda l’Iscariota.

Giuda Iscariota. L’amore impuro che porta all’inferno della disperazione.

La Chiesa Romana durante l’Officium Tenebrarum della sera del Mercoledì Santo canta con mesta solennità, tra gli altri, un responsorio che riassume la tragica vicenda di Giuda Iscariota, il Traditore di Gesù: “Judas mercátor péssimus ósculo pétiit Dóminum: ille ut agnus ínnocens non negávit Judæ ósculum: Denariórum número Christum Judǽis trádidit. Mélius illi erat, si natus non fuísset[1]. Mercanteggiò il Sangue dell’Innocente e, al netto del pentimento iniziale, pose fine alla sua vita disperando della misericordia del Signore. Così l’anima sua – esatto contrario del Buon Ladrone (qui) –  discese “nel luogo suo proprio” (Act. I, 25), ossia l’inferno[2], per scontare in eterno “la pena del suo delitto”[3]. Una delle figure più tragiche del racconto evangelico, un’anima nera, le cui sfumature proponiamo nell’analisi che ne fa l’abate Giuseppe Ricciotti.



Giunse pertanto il penultimo giorno avanti la Pasqua, ossia il mercoledì. Il tempo, per i sommi sacerdoti e i Farisei, stringeva e bisognava decidersi ad agire. Nonostante le ripetute deliberazioni prese nei giorni precedenti, ancora non si era fatto nulla, perché Gesù era protetto dal favore popolare e quindi si permetteva di girare impunemente in Gerusalemme e perfino di predicare nel Tempio. Ma non c’era dun­que modo di farlo scomparire occultamente, senza che il popolo se ne avvedesse? Certo non bisognava perdere altro tempo, e la questione doveva essere risolta in maniera definitiva prima della Pasqua, per evitare conseguenze che potevano esser gravissime. Le feste in genere, e soprattutto la Pasqua, a causa delle enormi affluenze di folle eccitate, erano considerate dal procuratore romano come periodi di convulsione sismica, ed allora più che mai egli sbarrava tan­to d’occhi e raddoppiava la vigilanza per timore che un nonnulla facesse saltare tutto in aria: perciò in tali occasioni – come riferisce occasionalmente Flavio Giuseppe (Guerra giud., II, 224) – la coorte romana di presidio a Gerusalemme si schierava lungo il portico del Tempio, giacché nelle feste essi fanno sempre la guardia armati affinché la folla adunata non faccia sedizioni. Che cosa dunque non poteva accadere con quel Rabbi galileo in giro per la città e nel Tempio, attorniato da gruppi d’entusiasti che lo credevano Messia?
Al primo subbuglio che fosse accaduto, il cavaliere Ponzio Pilato avrebbe scatenato i suoi soldati sulle folle dei pellegrini cominciando davvero a distruggere il luogo santo e la nazione, come si era temuto. No, no, assolutamente bisognava scongiurare questo pericolo e far si che per la Pasqua tutto fosse a posto. Ma come? In quel mercoledì si tenne un nuovo consiglio per discutere tale questione. Allora si radunarono i sommi sacerdoti e gli anziani del popolo nel palazzo del sommo sacerdote chiamato Caifa, e deliberarono di catturare Gesù’ con inganno e d’uccider(lo). Tuttavia dicevano:“Non nella festa, affinché non avvenga tumulto nel popolo” (Matteo, 26, 3-5). Era dunque pacifico per tutti i partecipi dell’adunanza che Gesù dovesse esser soppresso; tuttavia alcuni più cauti facevano notare il pericolo che l’arresto fosse eseguito durante la festa pasquale quando molti pellegrini, o Galilei o favorevoli a Gesù, potevano insorgere per proteggerlo; d’altra parte neppure sarebbe stato opportuno rimandare l’arresto a dopo la festa, perché nel frattem­po Gesù poteva allontanarsi con i pellegrini che tornavano alle loro case e così sfuggire alla cattura, come aveva già fatto dopo la resurrezione di Lazzaro: perciò bisognava agir subito, prima della Pasqua. E in segreto. A questa sollecitudine e segretezza mirava l’osservazione dei cauti consiglieri. Ma appunto qui stava la difficoltà. Alla Pasqua mancavano solo due giorni, e Gesù passava tutta la sua giornata in mezzo al popolo; com’era possibile agire in sì poco tempo e in maniera che l’arresto si risapesse solo a cose fatte? L’aiuto venne donde meno si aspettava. Allora uno dei dodici, quello chiamato Giuda Iscariota, andato dai sommi sacerdoti disse:”Che cosa mi volete dare, ed io lo consegnerò a voi?”. E quelli stabilirono trenta (monete) argentee. E da allora (Giuda) cercava un’opportunità per consegnarlo. Questa è l’informazione di Matteo (26, l4-l6), con cui concordano gli altri due Sinottici, i quali non precisano la somma pattuita ma aggiungono la ben comprensibile notizia che i sommi sacerdoti si rallegrarono della proposta di Giuda. E infatti adesso, con tale cooperatore, arre­stare sollecitamente e segretamente Gesù diventava impresa facile.
Ma quale ragione spinse Giuda al tradimento? La primitiva catechesi non ci ha trasmesso altra ragione che l’amo­re al lucro. Quando gli evangelisti presentavano Giuda come ladro e amministratore fraudolento della cassetta comune prepa­ravano in realtà la scena di Giuda che si reca dai sommi sacerdoti per chiedere: Che cosa mi volete dare … ? Ma, anche fuori dei van­geli, quando Pietro parla del traditore ormai suicida non accenna ad altro profitto del tradimento se non all’acquisto d’un campo con la mercede dell’iniquità (Atti, 1, 16-19). La ragione del lucro è dun­que sicura; tuttavia insieme con essa non è escluso che ve ne siano state altre di cui la primitiva catechesi non si occupò, e qui il cam­po è aperto a ragionevoli congetture. Anche astraendo dai voli fantastici fatti su questo campo sommamente tragico da drammaturghi o da storici d’ispirazione romanze­sca, resta sempre l’inaspettato contegno tenuto da Giuda soltanto due giorni dopo: visto che Gesù è stato condannato, il traditore im­provvisamente si pente di aver venduto il sangue di quel giusto, e riportatone il prezzo ai sommi sacerdoti va ad impiccansi. Ebbene, questo non è il contegno di un semplice avaro: un avaro tipico, un uomo che non avesse avuto altro amore che per il dena­ro, sarebbe rimasto soddisfatto del lucro ottenuto, qualunque fosse stata la sorte successiva di Gesù, e non avrebbe pensato né a resti­tuire il denaro né ad impiccarsi. Avaro e cupido Giuda fu certamen­te, ma oltre a ciò era qualche cosa d’altro. Esistono in lui almeno due amori: uno è quello dell’oro, che lo spinge a tradire Gesù; ma a fianco a questo esiste un altro amore che talvolta può anche essere più forte, perché a tradimento compiuto prevale sullo stesso amore dell’oro e spinge il traditore a restituire il lucro, a rinnegare tutto il suo tradimento, a compiangerne la vittima e infine ad uccidersi per disperazione. Qual era l’oggetto di questo amore contrastante con quello dell’oro? Per quanto ci si ripensi, non si trova altro oggetto possibile se non Gesù. Se Giuda non avesse sentito per Gesù un amore tanto grande che talvolta prevaleva su quello per l’oro, non avrebbe né restituito il denaro né rinnegato il suo tradimento. Ma se egli amava Gesù, per­ché lo tradì?
Certamente perché il suo amore era grande ma non incontrastato, non era l’amore generoso, fiducioso, luminoso di un Pietro e di un Giovanni, e conteneva pur nella sua fiamma alcunché di fumoso e di tenebroso: in che consistesse però questo elemento oscuro non sappiamo, e per noi rimarrà il mistero dell’iniquità somma. Riseppe forse Giuda di essere stato denunziato a Gesù come frodatore della cassetta comune, e non tollerò di essere decaduto dal­la stima di lui? Ma anche Pietro come rinnegatore di Gesù giudicherà di esser decaduto dalla stima di lui, eppure non dispererà. Forse, più accortamente degli altri Apostoli, Giuda comprese dalle rettifiche messianiche di Gesù che il suo regno non avrebbe appor­tato né gloria né potenza mondane ai futuri cortigiani, e in quel previsto fallimento provvide da avaro qual era ai propri interessi? Ipotesi possibilissima; la quale tuttavia non spiega da sola perché mai Giuda, dopo essersi staccato da Gesù mediante il tradimento, si senta ancora legato a lui da pentirsi ed uccidersi. Forse, accoppiando l’amore del lucro con l’ansia di veder presto Gesù a capo del regno messianico politico, Giuda lo tradì con la sicurezza di vederlo compiere portenti su portenti di fronte ai suoi avversari, e così di costringerlo a inaugurar subito quel regno che si faceva troppo aspettare? In tal caso però il traditore non si sarebbe dovuto uccidere prima della morte di Gesù ma tutt’al più dopo, perché egli non sapeva quando il Messia sarebbe ricorso ai suoi mas­simi portenti, tanto più che proprio all’inizio della sua operosità di traditore Giuda aveva assistito nel Gethsemani al portento delle guar­die atterrate. E le ipotesi si potrebbero facilmente moltiplicare, senza però che ne rimanesse schiarito con sicurezza il mistero dell’iniquità somma. Inoltre, tale iniquità non consisté soltanto nel vendere Gesù, ma più e soprattutto nel disperare del suo perdono. Giuda aveva visto Gesù perdonare a usurai e prostitute, aveva udito dalla sua bocca le parabole della misericordia compresa quella del figliuol pro­digo, lo aveva inteso comandare a Pietro di perdonare settanta volte sette: eppure dopo tutto ciò egli dispera del suo perdono e s’impic­ca, mentre Pietro dopo il suo rinnegamento non dispererà ma scop­pierà a piangere.
Anche questo disperare del perdono dimostra che Giuda aveva per il giusto da lui tradito un’altissima stima, la quale gli faceva misurare l’abissale nefandezza del delitto commesso: ma era anche una stima incompleta e quindi ingiuriosa, perché davanti alla responsabilità del tradimento si fermava a mezza strada e ingiu­riosamente riteneva Gesù incapace di perdonare al traditore. Ben più che dal tradimento di Giuda, Gesù fu ingiuriato dal suo disperare del perdono: qui fu l’oltraggio sommo ricevuto da Gesù e l’iniquità som­ma commessa da Giuda. La mercede stabilita dai sommi sacerdoti per il tradimento fu di trenta (monete) argentee. Il solo Matteo comunica questa cifra per­ché, sollecito qual è di segnalare che in Gesù si sono adempite le antiche profezie messianiche, scorge qui adempita una profezia di Zacharia; tuttavia Matteo, né in questo punto né in segui­to (27, 3-10), dirà il nome individuale delle monete e parlerà sem­pre di trenta argentei. Non c’è dubbio che l’innominata moneta fosse il siclo ossia lo statere, il quale valeva quattro dramme ossia quattro denari; non era quindi il denarius romano (§ 514); ma una moneta di valore quattro volte maggiore: perciò, parlando tecnicamente, l’espressione usuale di “trenta denari di Giuda” è falsa perché l’intera somma di 30 sicli era costituita da 120 “denari”. Nel valore odierno essa corri­sponderebbe a circa 128 lire in oro. Era norma della legge ebraica (Esodo, 21, 32) che quando un bove avesse ucciso cozzando uno schiavo, il padrone del bove dovesse pa­gare al padrone dello schiavo a risarcimento del danno subito 30 sicli d’argento: quindi in pratica il valore medio d’uno schiavo doveva computarsi circa sui 30 sicli. Può darsi che i sommi sacerdoti s’ispi­rassero a questa norma della Legge nello stabilire la mercede a Giu­da, perché così ottenevano il doppio scopo di mostrarsi osservatori la lettera anche in quel caso e insieme di trattare Gesù come uno schiavo qualunque.
Luca, il quale ha terminato il racconto delle tentazioni di Gesù di­cendo che il diavolo si allontanò da lui fino a tempo (opportuno) (IV, 13), inizia qui il racconto del tradimento dicendo che entrò Sata­na in Giuda, quello chiamato Iscariota, il quale andò ad accordarsi per il suo delitto con i sommi sacerdoti (Luca, 22, 3 segg.). Cosicché per l’evangelista discepolo di Paolo la passione di Gesù è il tempo (opportuno) preaccennato, e rappresenta in qualche modo una ripresa delle tentazioni a cui Gesù era stato sottoposto da Satana all’inizio della sua vita pubblica: terminando adesso Gesù la vita in­tera, Satana gli muove l’ultimo e più potente assalto e lo sottopone alla suprema prova, dopo di che egli entrerà nella sua gloria. O stolti e lenti di cuore…! Non doveva forse patire queste cose il Cristo (Messia) e (cosi) entrare nella sua gloria? (Luca, 24, 25-26).
[…] Quando la seduta mattinale del Sinedrio fu terminata, si riseppe presto e facilmente al di fuori che Gesù vi era stato condannato: forse prima di ogni altro estraneo lo riseppe un uomo che aveva sommo interesse a questa sentenza, Giuda Iscariota. L’ultimo risultato del suo tradimento produsse nel suo spirito l’effetto sconvol­gitore a cui già accennammo. Il maestro, ch’egli a suo modo amava, era stato condannato a morte. E adesso, avrebbe potuto egli liberarsi? Sarebbe egli ricorso alla sua potenza taumaturgica per rom­pere quella rete dentro cui l’avevano avviluppato i suoi nemici? Il traditore ne dubitò. Forse allora per la prima volta s’avvide che le ultime conseguenze del suo tradimento differivano da quelle da lui previste: certamente allora per la prima volta egli intravide l’abissale ingiustizia da lui commessa. In quell’uomo allora l’amore per Gesù ebbe il soprav­vento su ogni altro suo amore, anche su quello potentissimo per l’oro: ma da amore torbido e impuro qual era non poté assurgere alla speranza di perdono. I 30 sicli, che egli nel frattempo aveva rice­vuto e nei quali la sua cupidigia aveva sperato un pieno appagamento di spirito, gli divennero invece fonte di insopportabile ama­rezza. Sembrava che si fossero arroventati: egli non poteva più tenerseli addosso, parendogli di confermare e ribadire ancora il suo tradimento. Corse quindi dai sommi sacerdoti e davanti ad essi gri­dò: Ho peccato, tradendo sangue innocente! E insieme protese verso loro la borsa dei sicli in atto di riconsegnarla. I membri del Sinedrio, freddi, sicuri di sé, leggermente ironici, risposero al suo grido: A noi che (importa)? Tu (te la) vedrai! La risposta dei prezzolatori risonò nell’anima del prezzolato come beffa sarcastica, la quale mostrava che egli più di ogni altro era rimasto irretito nel tradimento ed egli solo ne era la vera vittima. Per i Sinedristi il tradimento doveva ri­manere e sussistere per sempre, né poteva in alcun modo rinnegar­si; tutto il peso del tradimento ricadesse pure sul traditore, e pen­sasse egli a cavarsi d’impaccio: quanto a loro, avendo pagato regolarmente i 30 sicli pattuiti, erano fuori di tutto l’affare né volevano più saperne. Un furore rabbioso s’impadroni allora del traditore. Vedendo precluse tutte le uscite, sentendosi schiacciato sotto il peso dei sicli, egli corse al vicino Tempio, s’inoltrò quanto gli era possibile verso l’edi­ficio del “santuario” , e di là freneticamente cominciò a scagliare manciate di sicli verso il luogo santo quasi per liberarsi di un groviglio di vipere che gli mordeva il cuore.
Le monete rotolarono sul lastricato con un tintinnio che sembrava uno sghignazzamento, si sparsero un po’ dappertutto davanti al “antuario” giacquero là come in attesa. Ma anche quando quello sghignazzamento si tacque, il traditore non si sentìaffatto sollevato; se la cupidigia sua era dissipata e scompar­sa, in tragico compenso l’amore suo per Gesù credeva scorgere da­vanti a sé una rupe insormontabile per raggiungere la persona sem­pre amata. Da ogni parte il traditore vedeva attorno a sé il vuoto. Una nerissima tenebra avvolse allora la sua mente, ed egli fuggen­do via dal Tempio andò senz’altro ad impiccarsi.
Della fine di Giuda abbiamo una doppia relazione con inte­ressanti divergenze, le quali sono di particolare valore nel confer­mare l’identità sostanziale del fatto. Matteo parla soltanto dell’im­piccamento. Luca invece, riportando un discorso di Pietro negli Atti (1, 16-19), ha conservato la tradizione secondo cui Giuda divenuto a capo fitto crepò in mezzo effondendo tutte le sue viscere. Le due relazioni sembrano riferirsi a due momenti diversi dello stesso fatto: dapprima Giuda s’impiccò, quindi il ramo dell’al­bero o la corda a cui egli era appeso si stroncò, forse per le scosse convulsive, e allora il suicida precipitò in basso; è legittimo immaginare che l’albero fosse sull’orlo di qualche burrone, cosicché la caduta produsse nel corpo del suicida le conseguenze di cui parla la relazione di Luca. Una tradizione identificherebbe il luogo dell’impiccamento di Giuda con il campo Haceldama comprato con i sicli di lui e situato nella Geenna, la valle a mezzogiorno di Gerusalem­me designata fin dai tempi antichi come luogo maledetto. La leggen­da a sua volta fin dai tempi più antichi si è impadronita del fatto, ricamandovi attorno o trasformandolo in mille maniere: già nel secolo IV si affermava che l’albero a cui Giuda si era impiccato era un fico (l’albero delle cui foglie si rivestirono i protoparenti peccatori; Genesi, 3, 7), e questo fico, dopo aver emigrato in vari posti lungo i secoli, era mostrato ancora superstite pochi anni addietro a Geru­salemme.
Rimanevano frattanto i sicli gettati dal traditore nel Tem­pio. I puntualissimi Sinedristi si consultarono sulla sorte da assegnare a quel denaro in maniera che la Legge non fosse violata. La Legge infatti (Deuteronomio, 23, 19 ebr.) non permetteva che fosse accet­tato come offerta sacra denaro proveniente da guadagni indecorosi, quale meretricio, omicidio e simili; perciò i Sinedristi, raccolti i sicli, osservarono: Non è lecito metterli nel “qorban” (tesoro sacro), giacché è prezzo di sangue. D’altra parte 30 sicli erano una somma considerevole, a cui non sarebbe stato saggio rinunciare: e allora quegli accurati casuisti trovarono una via di mezzo per con­ciliare i due opposti. In occasione di grandi feste ebraiche affluivano a Gerusalemme moltissimi pellegrini dalle varie regioni della Diaspora, e avvenendo che taluni di essi morissero durante la loro perma­nenza nella città santa le autorità locali dovevano provvedere alla loro sepoltura. Ma fino a quel tempo un cimitero riservato a tale scopo non c’era: i Sinedristi quindi deliberarono che con i 30 sicli si comperasse un luogo chiamato comunemente “Campo del vasaio”. forse perché era argilloso e sede di un laboratorio di vasellame, e si destinasse a cimitero dei pellegrini.

(Giuseppe Ricciotti, Vita di Gesù Cristo, 532-534, 574-575)



[1]  R. Giuda, pessimo mercante, s’appressò al Signore con un bacio: egli come agnello innocente, non ricusò il bacio di Giuda: * Il quale per pochi denari consegnò Cristo ai Giudei.  / V. Era meglio per lui che non fosse mai nato. / R. Il quale per pochi denari consegnò Cristo ai Giudei.

[2]  Il Cristo chiama Giuda “figlio di perdizione ” (Joann. XVII, 12) che “è un ebraismo che significa: colui che si è perduto. Con questo nome si allude a Giuda traditore. Non è per incuria di Gesù che Giuda andò perduto, ma per la perversa  sua volontà. Dio, che ciò aveva permesso, lo fece preannunziare nella Scrittura (Salm. XL, 10; CVIII, 8)” (Padre Marco M. Sales OP, La Sacra Bibbia – Il Nuovo Testamento, Torino, 1925, Vol. I, p. 429, n. 12). San Pietro nel passo citato degli Atti degli Apostoli usa in riferimento al destino eterno del traditore l’espressione andare nel luogo suo proprio: “un eufemismo per indicare l’inferno. Giuda abbandonò il luogo che occupava tra gli Apostoli per acquistarsi un luogo nell’inferno, come si conveniva all’enormità del suo delitto” (Ibid. p. 463, n. 25).

[3] Colletta della Messa in Coena Domini: “Deus, a quo et Judas reatus sui poenam, et confessiónis suæ latro praemium sumpsit, concéde nobis tuæ propitiatiónis efféctum: ut, sicut in passióne sua Jesus Christus, Dóminus noster, diversa utrísque íntulit stipéndia meritórum; ita nobis, abláto vetustátis erróre, resurrectiónis suæ grátiam largiátur: Qui tecum vivit et regnat in unitate Spiritus Sancti Deus per omnia saecula saeculorum. Amen” [Dio, da cui Giuda ricevette il castigo del suo delitto e il ladrone il premio del suo pentimento, fa a noi sentire l’effetto della tua pietà, affinché, come nella sua Passione Gesù Cristo Signor nostro diede all’uno e all’altro il dovuto trattamento, cosi tolte da noi le aberrazioni dell’uomo vecchio, ci dia la grazia della sua risurrezione. Lui che è Dio, e vive e regna con te, in unità con lo Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen].

domenica 1 aprile 2018

La resurrezione di Cristo non è un pesce d’aprile

Quando il diritto è dalla parte della Resurrezione. Così si potrebbe titolare questo contributo del prof. Vito Abbruzzi.
La Resurrezione è un fatto storicamente fondato. Non esistono serie argomentazioni contrarie. Non può essere un prodotto della primitiva comunità dei credenti. Non foss’altro perché i testimoni di quest’evento erano viventi quando l’annuncio gioioso della resurrezione fu diffuso. Ce l’attesta S. Paolo, scrivendo la sua prima lettera alla comunità di Corinto, verso l’anno 57 d.C.: «Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, e che apparve a Cefa e quindi ai dodici. In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto» (1 Cor 15, 3-8). S. Paolo chiama a testimoni della Resurrezione di Cristo (cfr. At. 1, 22) non solo gli Apostoli, ma addirittura ben «cinquecento fratelli», a quali Cristo risorto apparve in una volta sola. Questi «cinquecento fratelli», chiamati sul banco dei testimoni oculari, se l’evento fosse stato una favola, ben avrebbero potuto smentirlo, vanificando la predicazione degli apostoli! Questa testimonianza fondamentale di per sé smentisce la tesi – pur avanzata più volte da teologi e biblisti modernisti - secondo la quale la Resurrezione non sarebbe stata di ordine fisico e storico, ma solo spirituale.
È emblematico che, allorché gli Apostoli decisero di integrare il loro numero di Dodici, eleggendo colui che prendesse il posto lasciato vacante da Giuda Iscariota, richiesero come condizione non solo che il nuovo apostolo, Mattia, fosse stato non solo loro compagno durante la vita di Gesù e testimone del suo insegnamento, ma soprattutto fosse stato «testimone della sua resurrezione», che avesse fatto cioè esperienza viva, tangibile di Lui nei giorni antecedenti la sua ascensione al Cielo (At. 1, 22).
E questo perché???
Se doveva rendere testimonianza a Cristo, alla sua resurrezione, non poteva non essere che un testimone oculare e non già basarsi su un sentito dire … .
D’altronde, che la Resurrezione non sia un prodotto della primitiva comunità cristiana, lo si rileva proprio nella prima esperienza del Risorto che fanno gli apostoli. Quando apparve, infatti, in mezzo a loro, la sera di quel primo giorno, essi – ci riferisce Luca – credettero di vedere un fantasma. Fu Gesù stesso a convincerli che non vedevano uno spirito, ma che era lui, in carne ed ossa, invitandoli a toccarlo. E per convincerli ancora chiese di mangiare qualcosa, gli offrirono del pesce arrostito e lo mangiò davanti a loro (Lc. 24, 36-43). Gli apostoli erano dei pratici, persone concrete, pragmatiche, e non potevano giammai credere se non a fatti concreti, se non a esperienze direttamente fatte. Per questo, credettero solo dopo averlo visto, toccato e mangiato con lui. Nota l’abate Ricciotti nella sua famosa Vita di Gesù Cristo: «… Ora, mentre essi parlavano di queste cose, egli (Gesù) stette in mezzo a loro e dice ad essi: “Pace a voi!”. Divenuti sgomenti e impauriti, credevano di vedere uno spirito. Ed (egli) disse loro: “Perché siete turbati e perché pensieri (dubbiosi) sorgono nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi, giacché sono proprio io! Palpatemi e vedete, giacché uno spirito non ha carne e ossa come vedete che ho io”. E detto ciò mostrò loro le ma­ni e i piedi. Tuttavia, poiché essi ancora non credevano per la gioia e stavano ammirati, disse loro: “Avete qualcosa da mangiare qui?”. Essi allora gli dettero una parte di pesce arrostito, e preso(lo), man­giò davanti a loro (Luca 24, 36-43). Si ricordi che questa scena è nar­rata da un medico e da uno psicologo; la stessa scena narrata da Giovanni (20, 19-23) non concederà tanto campo alle osservazioni sperimentali che sembrano quelle d’un gabinetto di fisica, nè farà sottilmente rilevare che gli Apostoli non credevano per la gioia, ossia per il timore d’ingannarsi, giacché ciò che piace si crede anche troppo facilmente. I dubbi sono dissipati dalla realtà fisica: Gesù nella sua seconda vita ha l’identico corpo della prima vita; può an­che mangiare egualmente come prima. Non è un’ombra vaporosa ri­salita dalla Sheol (§ 79): è un corpo fisico risuscitato, riunito alla sua anima» (§ 632).
Tra l’altro – dettaglio di non poco conto – le testimonianze invocate sono sempre maschili, mai femminili, per evitare di dare adito – secondo la mentalità ebraica e pagana – a vaneggiamenti femminili. Nota sempre il Ricciotti: «Le donne infatti ebbero sempre pessima accoglienza come testimoni della resurrezione di Gesù presso i primi cristiani. Quando le pie donne tornate dal sepolcro riferirono di averlo trovato vuoto e ripeterono l’annunzio degli angeli, i loro discorsi furono stimati una ciancia (§ 623). Qui Maria di Magdala, che riferisce di aver visto Gesù vivo e di avergli parlato, non trova egualmente alcuna fede. Ma anche più tardi, quando gli Apostoli e tutta la Chiesa furono incrol­labilmente ed ufficialmente convinti della resurrezione di Gesù, ri­mase sempre una certa inclinazione a non fare appello a testimonian­ze di donne; nessuna donna infatti è nominata nel celebre passo in cui Paolo adduce, certo non tutti, ma molti testimoni della resurrezione del Cristo: Risorse al terzo giorno secondo le Scritture, e fu visto da Cefa e in seguito dai dodici; poi fu visto da più che cinque­cento fratelli insieme, dei quali i più sono superstiti fino ad oggi men­tre taluni s’addormentarono; poi fu visto da Giacomo, quindi da tutti gli apostoli; ultimo fra tutti, come da un abortivo, fu visto anche da me (1 Cor. 15, 4-8). Tutte testimonianze maschili: nessuna femmi­nile. È probabile che questo contegno della Chiesa ufficiale fosse det­tato da una accorta prudenza, per non dare a Giudei e a idolatri la impressione che troppo leggermente si era creduto sull’attestazione di donne fantasiose e visionarie. È certo ad ogni modo che gli stessi discepoli immediati di Gesù, come apparirà sempre meglio in segui­to, erano tutt’altro che proclivi a prestar fede a chi avesse asserito - uomo o donna che fosse - d’aver visto Gesù redivivo» (§ 626).
Ancora: proprio i nemici giurati di Cristo ed ispiratori e artefici della sua condanna, dinanzi alla testimonianza dei soldati, credettero all’evento. Ma cercarono, nella loro ipocrisia, di mettere la cosa a tacere: «Al contrario, ben pronti a credere si mostrano i Sinedristi a cui si presentarono i soldati fuggiti via dal sepolcro (§ 621). Nel rac­conto fatto dai soldati ancora affannati dalla corsa e sconvolti dalla paura, quei maggiorenti giudei non trovarono nulla d’inverosimile e vi prestarono piena fede; ma naturalmente anch’essi, come già i sol­dati, provvidero ai ripari per salvare insieme se stessi e i soldati. Come al solito, essi cominciarono a stendere pannicelli davanti al sole affinché la luce non trapelasse. I sommi sacerdoti, radunatisi insieme con gli anziani e preso consiglio, dettero molte (monete) d’argento ai soldati dicendo: “Dite: - I discepoli di lui, venuti di notte, lo ruba­rono mentre noi dormivamo! - e se ciò sia udito dal governatore, noi lo persuaderemo e ti renderemo indisturbati”. Quelli allora, pre­se le (monete) d’argento, fecero com’era stato loro insegnato. E si divulgò questo discorso presso i Giudei fino al giorno d’oggi (Matteo 28, 12-15). Il suggerimento dato dai Sinedristi ai soldati fuggiaschi, lo rubarono mentre noi dormivamo, non era un portento d’acutezza; è infatti tut­tora decisiva la replica di S. Agostino, che rivolgendosi in maniera oratoria al Sinedrio gli chiede lepidamente: Ma come? Porti dei te­stimoni addormentati? Molto più efficaci furono le monete d’argento, estratte dallo stesso forziere da cui provenivano quelle di Giuda. Ad ogni modo la calunnia attecchì, e ai tempi in cui scriveva Mat­teo era diventata presso i Giudei la spiegazione ufficiosa del sepol­cro rimasto vuoto: anzi si può vedere in essa il primo seme di quel­la fioritura di calunnie che nei secoli successivi fornì il materiale al giudaismo ufficiale per la biografia di Gesù (§§ 88-89)» (§ 627).
I sinedriti preferiscono far passare i soldati come infedeli e rei di essersi addormentati sul posto di guardia, piuttosto che ammettere la verità! Di qui la loro malafede.
Ogni dubbio, quindi, sulla storicità della Resurrezione non può ragionevolmente reggersi. Non è, dunque, un pesce d’aprile. Come è stato notato, paradossalmente ci vorrebbe più fede nel negare che nell'ammettere il fatto storico della Resurrezione (cfr. Lo sai che che occorre più fede per credere che Cristo non sia risorto, piuttosto che nel contrario?, in Tre sentieri, 1.4.2018; Giuliano Guzzo, Gesù è davvero risorto?, in blog Giuliano Guzzo, 31.3.2018).


Ambito emiliano, Cristo risorto tra SS. Caterina d'Alessandria e Giuda Taddeo, XIX sec., Bologna

Johann Nepomuk Passini, Resurrezione di Cristo, 1842, Trento

Ambito tedesco, Resurrezione di Cristo, 1858, Trento

Peter Molitor, Resurrezione di Cristo, 1866, Trento

Andreas Wolfgang Brennhaeuser, Resurrezione di Cristo, 1875, Sabina

La resurrezione di Cristo non è un pesce d’aprile

di Vito Abbruzzi

Come avevo promesso nel mio articolo pubblicato la vigilia di Natale dal titolo L’arte all’arte e il lupo alle pecore. La storicità del 25 dicembre (v. qui), tratterò adesso, con un linguaggio estremamente chiaro, comprensibile persino ai semianalfabeti (Sant’Agostino, che era innanzitutto un pedagogo, ha scritto un trattato che la dice lunga sull’argomento: De catechizandis rudibus), la fondatezza storico-scientifica della resurrezione di Cristo. E l’occasione mi viene dal fatto che quest’anno la Pasqua cade – quasi per scherzo o per provocazione – il 1° aprile, dimostrando, appunto, che la resurrezione di Cristo non è affatto un pesce d’aprile. O semplicemente, come direbbe San Pietro, una bella ma incredibile favola (nel senso letterale del termine: impossibile a credersi) artificiosamente inventata (cfr. 2 Pt 1,16).
Ed a distanza di duemila anni di storia quali argomentazioni scientifiche possiamo portare avanti a dimostrazione che Cristo è risorto, ed è risorto veramente? Quelle forniteci dalla scienza giuridica. Sì, perché anche la giurisprudenza è scienza, in quanto si avvale di criteri oggettivamente validi e inoppugnabili. Nel caso della resurrezione di Cristo abbiamo le testimonianze di coloro che si dicono «testimoni oculari della sua grandezza» (2 Pt 1,16): gli Apostoli, e con loro tutti i Discepoli di Gesù (comprese le donne, sebbene non godessero allora di credibilità). E non solo hanno visto con i propri occhi, ma che anche hanno toccato con le proprie mani (cfr. 1 Gv 1,1).
Dai racconti evangelici noi sappiamo che dapprima essi fanno la constatazione del sepolcro vuoto, pensando ad un classico furto di cadavere. Ma la sera stessa di quel giorno, mentre a porte chiuse sono a tavola, nel bel mezzo della cena, appare loro Gesù. Gioia grande da una parte, spavento mortale dall’altra. Ma Gesù non è un fantasma, e glielo dimostra abbracciandoli e sedendosi a tavola con loro. Ma provvidenzialmente manca Tommaso: l’incredulo per antonomasia; colui che se non vede non crede; colui che non si fida di nulla e di nessuno; colui che, in nome della prudenza, non vuol passare (e far passare gli altri con lui) per credulone, ma per vero credente. Una prudenza ascoltata tanta volte dalla viva voce di mio padre, e da lui solo, che saggiamente nelle decisioni importanti mi esortava: «Pinzә a mèlә p’acchièrtә bbunә!». Alla lettera: “Pensa a male per trovarti bene”.
La prova di San Tommaso è per noi determinante. A cosa non crede San Tommaso? O, meglio, a cosa egli crede in prima battuta dalle parole entusiastiche degli altri che gli riferiscono di aver visto il Signore? Che siano stati tutti vittima di un’allucinazione collettiva: un po’ per il grande dolore del lutto di una persona cara, che nei primi momenti subito dopo i funerali si desidera ardentemente di vedere e toccare ancora come se fosse ancora viva, e un po’ perché a tavola gli ebrei – si sa – alzano il gomito e, dunque, perdono di lucidità perché brilli. Ma, al di là di questo, San Tommaso non crede che Gesù sia morto realmente, ma solo apparentemente; e se non è veramente morto, non può nemmeno dirsi veramente risorto. Dalla sua Tommaso ha il fatto che il corpo esanime di Gesù fu frettolosamente schiodato dalla croce, chiuso e sigillato nel sepolcro, dando per certo che fosse morto, escludendo da parte dell’autorità romana la necessità di vegliarne il cadavere, almeno per ventiquattro ore (come è la prassi odierna). Per questo Tommaso vuole vederci chiaro, esclamando: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò» (Gv 20, 25). Il suo è un vero e proprio esame medico-legale! Bellissima, in questo senso, la Incredulità di San Tommaso di Caravaggio, in cui si vede plasticamente un Tommaso (e con lui gli altri due discepoli appena dietro di lui) ispezionare a fondo la ferita del costato: ferita che per la sua profondità era già per il Centurione la prova del nove del decesso di Gesù, quando questi «dando un forte grido, spirò» (Mc 15, 37). Ma San Tommaso è San Tommaso.
Ma alla fede di San Tommaso possiamo opporre la nostra incredulità, accusando lui e gli altri discepoli di mistificazione. Domenico Laruccia, un mio amico agnostico, scrisse un libro dal titolo Religione e mistificazione, pubblicato poi come Riflessioni e memorie di un ateo dialogante, a cui il sottoscritto ha dato un piccolo contributo (qui). Ma qui è la scienza giuridica, con la sua autorevolezza, a dirci che Cristo è veramente risorto, a motivo dei suoi testimoni, i quali non possono non essere giudicati che credibili: intrinsecamente ed estrinsecamente. A livello intrinseco: non si sono mai contraddetti. A livello estrinseco: ci hanno messo la faccia e ci hanno rimesso la vita. E dopo duemila anni ancora la fede nella resurrezione di Cristo è una verità; anzi è la Verità, che persino un giudice dichiaratamente ateo non può negare.
Santa Pasqua di Resurrezione.

venerdì 15 dicembre 2017

Il pensiero della vera Chiesa sull'eutanasia

DAT, eutanasia attiva e/o passiva: in mancanza di dichiarazioni serie da parte del clero, ascoltiamo - su suggerimento di un caro nostro amico e lettore, il pensiero della (vera) Chiesa per bocca dell'Abate Giuseppe Ricciotti, ma anche di giuristi seri, degni di questo nome, come oggi non ne esistono più, come lo fu Arturo Carlo Jemolo, e veri intellettuali (come Maria Bellonci) e politici (come Umberto Calosso):


domenica 9 aprile 2017

La Domenica delle Palme in un aforisma dell'abate Ricciotti


Turba multa, quae convenerat ad diem festum, clamabat Domino:
benedictus qui venit in nomine Domini, 
hosanna in excelsis!

Currier & Ives, Cristo entra in Gerusalemme, XIX sec., Springfield Museums, Springfield