Sante Messe in rito antico in Puglia

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venerdì 25 marzo 2016

Il luogo del processo di Gesù dinanzi a Pilato

È stato scoperto il luogo dove Gesù fu processato da Pilato?
A questo interrogativo nel dicembre 2014, forse, si è data una risposta, venendo resa nota la scoperta dei resti del palazzo di Erode, nel quale Gesù fu processato da Pilato. La notizia è stata diffusa in Italia ed all’estero nei primi giorni del 2015 (cfr. Gerusalemme, gli archeologi scoprono il luogo del processo a Gesù, in La Stampa, 5.1.2015; Ivan Francese, Scoperto il palazzo di Erode: qui venne processato Gesù?, in Il Giornale, 5.1.2015; F.Q., “Gesù fu processato qui?”. Per gli archeologi Usa trovato il palazzo di Erode, in Il Fatto quotidiano, 5.1.2015; Mario Iannacone, Il luogo del processo a Gesù: nuove ipotesi, in Avvenire, 6.1.2015. Cfr. anche Site of Jesus’ trial unearthed? Archaeologists believe they have found remains of Herod’s palace in Jerusalem, under former Turkish prison near Tower of David Museum, in The Columbian, Jan. 9th 2015; Ruth Eglash, Archaeologists find possible site of Jesus’s trial in Jerusalem, in The Washington Post, Jan 4th, 2015; Robin Ngo, Tour Showcases Remains of Herod’s Jerusalem Palace—Possible Site of the Trial of Jesus, in Bible History Daily, Oct. 12, 2015).

«Questo è il luogo dove Gesù è stato processato»

di Chiara Rizzo

Da pochi giorni sono visitabili i resti del palazzo di Erode a Gerusalemme. Intervista all’archeologo statunitense Shimon Gibson, che ci spiega cosa spinge gli studiosi a ritenerlo il luogo del processo a Cristo
Da neanche una settimana nella città vecchia di Gerusalemme, accanto alla porta di Giaffa, sono visibili al pubblico per la prima volta i resti del palazzo di Erode il Grande, scoperti nel 2000 durante gli scavi alla Torre di David. Avvolto per anni nel mistero, quel palazzo (costruito nel 25 a.C.) sarebbe stato occupato all’epoca in cui visse Gesù dal procuratore romano a Gerusalemme Ponzio Pilato, e proprio qui Cristo potrebbe essere stato processato e condannato alla crocifissione. Ne è convinto per esempio l’archeologo statunitense Shimon Gibson, da anni impegnato a Gerusalemme in diversi scavi: «Mancano le iscrizioni che confermino con certezza cosa sia successo in quel luogo, ma tutti gli indizi, archeologici, storici ed evangelici, fanno pensare che fosse proprio questo il luogo del processo a Gesù», dice. Gibson, docente di Archeologia all’Università del North Carolina e capo del dipartimento archeologico dell’Università della Terra Santa, racconta a tempi.it il lungo lavoro con cui ha unito uno per uno, in quindici anni, i tasselli della ricerca storica fino a convincersi che il palazzo di Erode «sia il luogo dove Gesù è stato processato».

Lei ha svolto un’ampia indagine, incrociando testi evangelici e di storici. Quali indizi l’hanno convinta?
Tito Flavio Giuseppe (37-100 d.C.), uno storico romano di origine ebraica, nel 70 d.C. scriveva: «Pilato, dopo aver sentito che costui (Gesù) era accusato dagli uomini di più alto rango, lo aveva condannato». Il più celebre Tacito, intorno al 115 d.C., cioè 80 anni circa dopo la morte di Cristo conferma: «Cristo era stato condannato alla pena di morte durante il regno di Tiberio, per sentenza del procuratore Ponzio Pilato, e la rovinosa superstizione (il cristianesimo, ndr) fu momentaneamente soffocata». Passiamo alla descrizione nei documenti dei luoghi di questa condanna. Anzitutto sappiamo, da tutti i Vangeli, che dopo l’arresto al Getsmani Gesù fu portato nella casa del sacerdote Caifa per essere interrogato. Nel vangelo di Giovanni (18; 15-19) si apprende che «lo condussero prima da Anna: egli era infatti suocero di Caifa, che era sommo sacerdote quell’anno». L’esatta locazione della casa di Caifa non è nota: tuttavia, la tarda tradizione bizantina l’ha collocata nella zona occidentale della città, proprio non lontano dai resti del palazzo abitato dall’allora governatore romano. Il vangelo di Marco non dice molto sul luogo in cui si tenne il processo, se non che la folla «accorse» da Pilato, «mentre egli sedeva in tribunale» (Mc, 15; 8). Matteo aggiunge però che Pilato «sedeva sul suo scranno in tribunale», in greco il “bema”. È un primo indizio. Lo scranno di Pilato potrebbe essere della stessa specie di quello usato dal figlio di Erode il Grande, il tetrarca Filippo, descritto dallo storico romano Flavio Giuseppe che raccontava si trovasse nel palazzo di Erode: «Il trono su cui sedeva quando emetteva giudizi lo seguiva ovunque egli andasse».

Una cartina elaborata dal professor Gibson
mostra sull’angolo a sinistra l’area del palazzo di Erode,
comprendente un 
praetorium.
Con i trattini viene indicato il
probabile percorso della via verso il Golgota

Passiamo al secondo indizio.
Nel Vangelo di Marco si ha l’impressione che il processo a Gesù si sia tenuto in un’area all’aperto, dato che leggiamo: «Allora i soldati lo condussero dentro il cortile, cioè nel pretorio, e convocarono tutta la corte» (Mc 15; 16). La stessa impressione si ha nel testo di Matteo: «Allora i soldati condussero Gesù nel pretorio, e radunarono attorno tutta la coorte» (Mt 27; 27). Alcuni studiosi hanno in passato ritenuto che il pretorium fosse un edificio interno. Ma una coorte romana in media raggruppava 600 soldati e sarebbe servito un luogo più ampio, aperto. In effetti, secondo Flavio Giuseppe il palazzo di Erode aveva un’area residenziale verso nord, protetta da tre alte torri (i resti di una delle quali sono oggi stati recuperati) e da un muro di difesa, con un largo e meraviglioso giardino, e un accampamento militare, cioè proprio un “praetorium”. Accanto al palazzo sono stati ritrovati i resti di una porta, che io ritengo essere quella “degli Esseni”: una porta che avrebbe rappresentato una via d’accesso speciale per il re Erode, poi per il Governatore, e per i soldati e accanto alla quale sono stati ritrovati i resti di un’ampia corte dove potrebbe essersi radunata la folla all’epoca del processo. Il palazzo consisteva di due ali gemelle, cioè due palazzi squadrati. Le zone di servizio, come le cucine o i magazzini, si trovavano a nord del palazzo nell’area attualmente occupata dalla corte della cittadella e corrispondono con i resti visibili oggi. Il palazzo era elevato proprio su un imponente piattaforma, parte della quale ora è stata scoperta con gli scavi archeologici sotto il Giardino Armeno. Si tratta di un terzo importante indizio.

Perché?
I governatori romani, nei territori controllati, dispensavano la giustizia in un’arena pubblica, come una corte, o una piazza adiacente il praetorium, con uno scranno del giudice posto su una piattaforma rialzata, cui si accedeva da una scalinata. È questo che in latino viene definito “tribunale”, con la stessa parola usata nei vangeli. Il palazzo di Erode calzerebbe perfettamente a questa descrizione del tribunale, ma anche a quella evangelica. Il vangelo di Giovanni offre infatti ulteriori informazioni sul luogo in cui si è tenuto il processo: «Allora condussero Gesù dalla casa di Caifa nel pretorio. Era l’alba ed essi (i sacerdoti, ndr) non vollero entrare per non contaminarsi. Uscì dunque Pilato verso loro»; «Pilato allora rientrò nel pretorio» (Gv 18; 28-29). Ci suggerisce che il processo ebbe luogo in uno spazio aperto dove si trovava la folla dei Giudei infiammata, con Pilato che interrogava Gesù all’interno del palazzo, al piano del pretorio, dove Cristo fu anche flagellato. Poi Giovanni aggiunge: «Pilato fece condurre fuori Gesù e sedette nel tribunale (in greco “bema”, cioè lo scranno), nel luogo chiamato Litòstroto, in ebraico Gabbatà». Gabbatà, secondo lo storico Flavio Giuseppe, in aramaico significava “luogo elevato”, ed è così che egli descriveva il tribunale usato dai romani proprio in una parte del palazzo di Erode. Uno strato di roccia su una parte del sito corrisponde esattamente al luogo elevato descritto come tribunale dallo storico e dall’evangelista Giovanni. Litòstroto in greco significa invece pavimento lastricato di pietre. Il luogo scoperto oggi contiene proprio una corte interna pavimentata in pietre. In effetti il palazzo sarebbe stato il luogo ideale per condurre un processo pubblico, seppur sommario, perché l’accampamento militare o “praetorium” e le tre torri consentivano ai romani di monitorare la folla accalorata radunata nella vicina corte. Molto probabilmente Gesù fu caricato della croce nel praetorium accanto al palazzo, e da lì condotto verso la Porta Gennath o del Giardino, da cui fu fatto salire al Golgota.

Tuttavia nella via crucis attuale, sin dal medioevo si considera come tribunale il luogo chiamato “Fortezza Antonia”. Perché secondo lei non sarebbe quello giusto?
È molto difficile che fosse quello dal momento che serviva principalmente come torre di osservazione militare. Si affacciava sul Monte Tempio, l’attuale spianata delle moschee, e i soldati potevano da lì tenere sempre d’occhio la folla dei fedeli, per evitare insurrezioni o proteste. La torre era sì elevata, ma era troppo stretta per servire da residenza del governatore e da quartier generale dei soldati. Della struttura non è sopravvissuto quasi nulla se non la base in roccia, che ho misurato personalmente: 90 metri per 40, contro i 140 metri per 140 del palazzo di Erode che hanno convinto maggiormente la quasi unanimità degli archeologi.

Fonte: Tempi, 12.1.2015

lunedì 4 gennaio 2016

“Deus est, qui natus est: Innocéntes illi debéntur víctima, qui venit damnáre mundi malítiam. Agnélli debent immolári, quia Agnus futúrus est crucifígi, qui tollit peccáta mundi. Sed oves úlulant matres, quia agnos perdunt sine voce balántes. Grande martyrium, crudéle spectáculum! Exímitur machǽra, et nulla intérvenit causa: sola stridet invídia, cum qui natus est, nulli fáciat violéntiam. Sed oves cérnimus matres: quæ super agnos lugent: Vox in Rama audíta est, plorátus et ululátus magnus. Pígnora sunt, non crédita, sed creáta; non depósita, sed expósita” (sancti Augustíni Epíscopi, Sermo 1 de Innocentibus – Lect. III – Noct.) - IN OCTAVA SANCTORUM INNOCENTIUM, MARTYRUM

Come abbiamo ricordato per l’Ottava dei SS. Stefano protomartire e Giovanni Apostolo ed Evangelista, anche quella odierna fu soppressa nel 1955 (v. Decreto di semplificazione delle rubriche del 23 marzo 1955, § 14). La messa dell’Ottava è simile a quella della festa, ma si canta il Gloria e l’inno angelico dell’Alleluja. Secondo l’uso romano, gli ornamenti ed i paramenti liturgici di oggi (ed anche quando la festa degli Innocenti cade di Domenica), in luogo di essere violetti, sono rossi. La ragione di questa particolarità risiede nel fatto che questi bambini furono martirizzati in un momento in cui non potevano giungere alla visione beatifica. Per cui il colore viola usato per la festa era più di compassione, per così dire, verso le madri piangenti di Betlemme; per questo la Chiesa omette durante la Messa della festa sia il Gloria e l’Alleluja. Va anche detto che quest’usanza è sconosciuta alla Chiesa di Francia e di Germania.
Dopo il ‘55, si dice normalmente la Messa della feria dal 2 al 5 gennaio, salvo la Domenica che è destinata alla Festa del Santissimo Nome di Gesù.
Si discute quanti siano i bambini fatti uccidere da Erode.
La liturgia greca afferma che Erode abbia soppresso ben 14.000 bambini (τον Αγίων ιδ Χιλιάδων Νηπίων), i siriani parlano di 64.000, molti autori medievali di 144.000 traendo il numero da Ap. 14, 3. Gli odierni esegeti riducono il numero in maniera considerevole, dato che Betlemme era una città piuttosto piccola. Secondo Giuseppe Ricciotti, storico biblista, il numero dei bambini nati a Betlemme in quel periodo, essendo circa 1000 gli abitanti adulti della piccola Betlemme, poteva aggirarsi intorno ai 60 individui (da due anni in giù), considerando un tasso di natalità simile a quello dei primi del Novecento; circa 30 nati l’anno. Volendo però Erode uccidere solo i bambini maschi il numero degli uccisi è dunque, approssimativamente, di circa 30 neonati e, considerando che la mortalità infantile nel Vicino Oriente era molto alta, il numero si restringe a circa 20-25 (Giuseppe Ricciotti, Vita di Gesù Cristo, con Prefazione di Vittorio Messori, Mondadori, Milano, 2011, pp. 276-277).
Altri autori affermano che sarebbero pure meno: dieci-dodici o persino appena sei.
Ciò spiega, unitamente alla circostanza che gli uccisi sarebbero figli di contadini e pastori e dunque di scarso livello sociale, il motivo per il quale le fonti extraevangeliche non menzionino questa uccisione. Del resto, dinanzi a ben altre atrocità commesse da Erode, questa dové apparire praticamente insignificante. Erode, infatti, mise a morte, tra l’altro, la pur amatissima moglie Marianne e tre figli avuti da lei (Alessandro, Aristobulo e Antipatro), tanto che lo scrittore tardo imperiale Macrobio, nel V sec. d.C., attribuisce una battuta ad Augusto, di cui Erode era sovrano vassallo, secondo la quale era preferibile essere un maiale (in greco ὑς, hus) di Erode piuttosto che suo figlio (ὑιος, huios) (Macrobio, Saturnalia, 2.4.11, de Augusto et jocis eius: (Augustus) cum audisset inter pueros quos in Syria Herodes rex Judæorum intra bimatum iussit interfici filium quoque eius occisum, ait: Melius est Herodis porcum esse quam filium), perché Erode, essendo giudaizzato, non mangiava – secondo la legge ebraica - carne di maiale, però non esitava ad uccidere chicchessia, se il suo potere era in pericolo.
D’altro canto non bisogna dimenticare che se la notizia fosse giunta a Roma, non avrebbe rappresentato motivo di reazione politica da parte dell’imperatore, che non esitava anche lui a soffocare nel sangue possibili rivolte. Svetonio, in un passo in cui utilizza il racconto di Giulio Marato (il quale era un liberto, segretario di Augusto), scrive che pochi mesi prima della nascita dell’imperatore Augusto, avvenne a Roma un prodigio che fu interpretato come presagio di imminente nascita di un re per il Popolo Romano; i senatori tenacemente repubblicani, spaventati, ordinarono di esporre tutti i neonati che nacquero in quell’anno: comunque il decreto non venne depositato e la strage non fu eseguita (Svetonio, Vite dei Cesari, Augusto, 94,1). Si può comprendere quindi quanta scarsa rilevanza ebbe, secondo Ricciotti (Ricciotti, op. cit., p. 277), la strage di Betlemme nella capitale dell’impero, considerando l’esiguità dei numeri e i tempi abbastanza crudeli e violenti.




William Charles Thomas Dobson, I Santi Innocenti, 1858, collezione privata

Stampa ispirata all'opera di Dobson, XIX sec.


William Holman Hunt, Il trionfo degli Innocenti, 1883-84, Tate Gallery, Londra

William Holman Hunt, Il trionfo degli Innocenti, 1870-1903, Fogg Museum, Harvard University, Harvard

Girolamo da Romano, detto il Romanino, Madonna con il Bambino ed i SS. Benedetto, Giustina, Prosdocimo, Scolastica, Luca, Mattia, Massimo, Giuliano da Padova e tre martiri innocenti, 1514, Pinacoteca dei Civici Musei, Padova


Pieter Paul Rubens, Vergine con Bambino circodata da una corona di Santi Innocenti, 1618 circa, Musée du Louvre, Parigi

lunedì 28 dicembre 2015

“Quos Heródis impíetas lactántes matrum ubéribus abstráxit; qui jure dicúntur Mártyrum flores, quos in médio frígore infidelitátis exórtos, velut primas erumpéntes Ecclésiæ gemmas, quædam persecutiónis pruína decóxit” (Sermo sancti Augustíni Epíscopi – Lect. VI – II Noct.) - SANCTORUM INNOCENTIUM MARTYRUM

La stazione di questo giorno, presso la basilica di San Paolo Apostolo, si ispira più che alla tradizione che voleva che le reliquie dei santi Innocenti si conservassero in questo magnifico tempio (oltre che a Santa Maria Maggiore, sebbene portatevi dalla Basilica di San Paolo), piuttosto al concetto, molto delicato dell’antichità liturgica, che celebrava sempre le grandi solennità dei suoi cicli per mezzo di qualche stazione presso le tombe dei santi Pietro e Paolo. Così è, per es., nelle tre settimane precedenti la Quaresima, così all’epoca degli scrutinii battesimali; così a Pasqua ed alla Pentecoste. Doveva, perciò, non essere diversamente per il Natale.
Bisogna anche tener conto, d’altronde, del fatto che questa stazione a San Paolo in questo giorno, dopo quella del 25 dicembre a San Pietro, conserva l’ultimo ricordo di un’antichissima festa in onore dei due principi degli apostoli; festa che ci è attestata da molti calendari e feriali orientali del IV sec.
Le più antiche testimonianze della festa dei santi Innocenti in Occidente, per la verità, sono i sermoni, che san Pietro Crisologo (+ prima del 451) e di san Cesario di Arles (+ 543) hanno loro consacrato, così come il calendario di Cartagine, che li annuncia al 28 dicembre. Non sappiamo a quale epoca Roma accolse gli Innocenti nei suoi fasti liturgici. Qui, verso il 560-570, il sacramentario di Verona fornisce due formulari per la messa del natale Innocentium, che viene dopo quella di san Giovanni (evangelista).
Ignota al Filocaliano, già in questo giorno la festa vi compare nel calendario di Cartagine, nel V-VI sec., e nei Sacramentari leonino e gelasiano, mentre nel calendario siriaco essi sono commemorati il 23 settembre. Si trova anche questa festa nel Geronimiano, e poi in tutti i documenti del VII sec.
I Bizantini ed i copti celebrano il 29 dicembre la memoria dei Bambini massacrati da Erode; i Siriaci lo fanno il 23.
Gli uni e gli altri l’hanno fissata qualche giorno dopo la Natività di Gesù, in cui essi commemorano con la nascita del Cristo anche la venuta dei Magi a Betlemme, leggendo nel corso della liturgia il capitolo 2 del vangelo di Matteo, ivi compreso il testo del massacro dei bambini. Essi tengono conto così della cronologia degli eventi.
La liturgia ispanica fa lo stesso, commemorando l’8 gennaio l’allisio Infantum. Si può dunque pensare che a Roma la festa degli Innocenti (in Oriente, ad Aquilea, in Gallia ed in Spagna, si parla di Infantes; in Africa ed a Roma così come a Ravenna, di Innocentes. Per quanto concerne Ravenna, v. F. Sottocornola, L’anno liturgico nei sermoni di Pietro Crisologo, Ravenna 1974, p. 234) è stata ricevuta dall’Oriente, a meno che essa non risalga ad un periodo anteriore all’adozione dell’Epifania, in cui si sarebbero commemorati il 25 dicembre tutti gli eventi che ruotano intorno al natale Domini (cfr. Pierre Jounel, Le Culte des Saints dans les Basiliques du Latran et du Vatican au douzième siècle, École Française de Rome, Palais Farnèse, 1977, p. 330).
Presso gli Armeni, la festa ricorre il lunedì dopo la II domenica di Pentecoste.
Al di là delle diverse date della festa, quel che è certo è che il Natale ha attirato ad esso la festa degli Innocenti massacrati da Erode, così a Roma questa giornata era contrassegnata dal lutto e dalla penitenza.
Gli Ordines Romani prescrivevano che il Papa ed i suoi assistenti rivestissero i paramenti viola, i diaconi ed i suddiaconi la pænula processionale; il Pontefice, poi, cingesse la sua testa della semplice mitra di tela bianca (Ordo Romanus XIII, § 18, in PL 78, col. 1116B). Nell’Ufficio Notturno si sospendeva il canto del Te Deum, alla messa quello del Gloria e dell’Alleluja, salvo la domenica, ed i fedeli si astenevano dagli alimenti grassi o conditi con grassi (cfr. Ordo Romanus XI, § 26, ivi, col. 1035B). Nel XV sec., la corte pontificia celebrava tuttavia la festa di questo giorno nella cappella papale, dove si aveva anche l’abitudine di fare un discorso di circostanza, ma, come deplorano gli Ordines Romani XIV e XV (Ordo Romanus XIV, § LXXV, ivi, col. 1195A; Ordo Romanus XV, § XVI, ivi, col. 1281B), poco a poco la tradizione scomparve.
Forse, come ieri si voleva celebrare l’Evangelista di Efeso nella basilica di Sicininus (cioè Santa Maria Maggiore), tra i ricordi del concilio di Efeso, così oggi si scelse di ricordare i pianti di Rachele sui suoi figli in questa basilica dedicata al più illustre germoglio della tribù di Beniamino, quasi per ritrovarsi, per così dire, come nella casa delle vittime innocenti.
Roma cristiana ha dedicato una cappella a pianta circolare, demolita da papa Clemente VII, ai Santi Innocenti. Essa, eretta sotto papa Niccolò V, sorgeva presso il Ponte Sant’Angelo, in ricordo ed espiazione delle vittime del giubileo del 1450, morte schiacciate sul ponte suddetto per la calca delle persone che accorrevano a San Pietro (Mariano Armellini, Le chiese di Roma dal secolo IV al XIX, Tipografia Vaticana, Roma 18912, p. 351; Ch. Huelsen, Le Chiese di Roma nel medio evo, Firenze 1927, p. 269).
L’antifona dell’introito proviene dal Sal. 8, invocato precisamente da Gesù, quando i principi dei sacerdoti lo rimproverarono di aver lasciato i bambini acclamarlo nel Tempio come Messia.
La lettura dell’Apocalisse (16, 1-5), dove si parla di centoquarantaquattromila vergini che cantano in cielo l’epitalamio, il canto nuziale, dello Sposo-Vergine, ha dato adito, nel Medioevo, ad uno strano equivoco, come se questo numero simbolico, che designa in generale le dodici tribù di Israele tra le quali l’Agnello divino coglie i suoi gigli, fosse quello delle innocenti vittime di Beth-lechem. Sebbene il massacro era stato compiuto, in tutto il suo rigore, nella città di Davide ed in tutto il suo territorio, è difficile ammettere che abbia potuto comprendere un così grande numero di bambini. La liturgia non entra per niente in questo equivoco, prodotto da un’interpretazione troppo materiale del Testo sacro.
La lettura del vangelo di Matteo (Mt 2, 13-18) descrive la fuga della santa Famiglia in Egitto ed il massacro degli Innocenti. Quanto corta è la prudenza umana! Mentre tenta di andare di traverso alle vie di Dio, è, invece, quello il momento in cui serve meglio i disegni della divina Provvidenza. Erode vuole uccidere il Messia neonato: non riesce ed, al contrario, manda nel Limbo, per annunciare la sua venuta, uno sciame di innocenti piccoli bambini, mentre il Salvatore va ad illuminare e benedire l’Egitto.
Una particolarità va segnalata. Prima del 1960, la festa dei santi Innocenti, quando non cadeva di domenica, era celebrata con paramenti viola, senza il Gloria né l’Alleluja, “perchè il trionfo degli Innocenti non fu subito completo, avendo dovuto attendere nel Limbo il Salvatore, che loro aprisse la porte del cielo. Se cade di domenica, invece che è la commemorazione settimanale della Risurrezione e perciò il coronamento del trionfo degli Innocenti, si usa il rosso dei Martiri e l’ufficiatura diventa regolare” (Callewaert). La sua ottava era celebrata in rosso, con segni di gioia perché simbolo del compimento della grazia nella beata visione di Dio. La riforma di Giovanni XXIII ha soppresso questa particolarità.
La messa è doppia di II classe con Ottava semplice; l’Ottava fu soppressa nel 1955.


Il re Erode nimbato consulta i sommi sacerdoti e gli scribi sul luogo in cui sarebbe nato il Messia - ed ordina la strage degli innocenti, Arco trionfale, V sec. d.C., Basilica di S. Maria Maggiore, Roma. Sul caso del re Erode nimbato ne abbiamo parlato in occasione della festa di S. Edoardo il Confessore

Guido Reni, Strage degli innocenti, 1611, Pinacoteca Nazionale, Bologna

Nicholas Poussin, Massacro degli Innocenti, 1620 circa, Musee Conde, Chantilly

Nicholas Poussin (attrib.), Strage degli innocenti, musée du Petit-Palais, Parigi




Pacecco de Rosa, Strage degli Innocenti, 1640, Museum of Art, Philadelphia



Autore lombardo anonimo, Strage degli innocenti, XVII sec., Pinacoteca, Varallo

Luca Giordano, Strage degli innocenti, 1663, Museo del Prado, Madrid


Massimo Stanzione, Massacro degli Innocenti, 1630 circa, Museo Capodimonte, Napoli

Massimo Stanzione, Massacro degli Innocenti, XVII sec.

Giovan Battista Discepoli (Lo Zoppo da Lugano), La Strage degli Innocenti, XVII sec.

Marco Benefial, Strage degli innocenti, XVIII sec., Galleria degli Uffizi, Firenze

Scuola di Bernardo Cavallino, Strage degli innocenti, XVII sec., collezione privata

Simone Barabino, Strage degli innocenti, XVII sec., collezione privata

Francesco De Rosa, Strage degli innocenti, XVII sec., museo diocesano, Napoli

Saverio Dalla Rosa, Strage degli innocenti, 1787, museo diocesano, Verona





François Joseph Navez, Massacro degli Innocenti, 1824, Metropolitan Museum of Art, New York





Léon Cogniet, Scena del massacro degli innocenti, 1824, musée des Beaux-Arts, Rennes

Angelo Visconti, Massacro degli innocenti, 1860-61, Museo Cassioli, Asciano

Gustave Doré, Il martirio degli innocenti, 1868 circa, collezione privata

Carl Bloch, Strage degli innocenti, 1875



Giacomo Paracca, Strage degli Innocenti, 1587 circa, Cappella XI, Sacro Monte, Varallo

sabato 29 agosto 2015

“Intuére, rex acerbíssime, tuo spectácula digna convívio. Pórrige déxteram, ne quid sævítiæ tuæ desit; ut inter dígitos tuos rivi défluant sacri cruóris. Et, quóniam non exsaturári épulis fames, non restíngui póculis pótuit inaudítæ sævítiæ sitis; bibe sánguinem scaturiéntibus adhuc venis exsécti cápitis profluéntem. Cerne óculos in ipsa morte scéleris tui testes, aversántes conspéctum deliciárum. Claudúntur lúmina non tam mortis necessitáte quam horróre luxúriæ” (Ambr., De Virg. – Lect. VI – II Noct.) - IN DECOLLATIONE SANCTI JOANNIS BAPTISTÆ

Di san Giovanni Battista ci siamo occupati in occasione della sua Natività il 24 giugno scorso, ricordando anche i luoghi legati a tale evento con una serie di video. In un altro video, Padre Frédéric Manns - autorevole biblista della Custodia di Terrasanta - conduce lo spettatore in un affascinante percorso di scoperta della figura del Battista, il personaggio profetico per eccellenza, dalla sua nascita ad 'Ain Karem sino alla sua morte a Macheronte (v. qui) e sepoltura.

Il nome arabo di Macheronte è Qalaat al-Mishnaqa. Il fatto tragico della morte del Battista trova riscontro nel racconto di Giuseppe Flavio. Il re nabateo Areta IV Philopatris volle vendicare con una guerra l’affronto subito da Erode Antipa, che aveva ripudiato sua figlia Shaudat, per sposare Erodiade la moglie di suo fratello Filippo.

Giuseppe Flavio riporta il sentimento popolare che intese la sconfitta di Erode Antipa come una punizione divina: Ora, alcuni giudei pensavano che la distruzione dell’esercito di Erode (Agrippa) veniva da Dio, giustamente, come punizione per quanto aveva fatto a Giovanni detto il Battista. Perché Erode lo aveva fatto uccidere, sebbene fosse un uomo giusto, e aveva esortato i giudei a praticare la virtù, sia nella giustizia l’uno verso l’altro, sia nella pietà verso Dio, e perciò a farsi battezzare (Giuseppe FlavioAntiquitates Judaicæ, XVIII, 109-119).

La decollazione di san Giovanni Battista, il 29 agosto, fin dal IV sec. era celebrata in Africa, in Oriente, in Siria e un po’ dovunque. Manca nel Sacramentario Leoniano, ma appare nel Gelasiano.

Si conosce la sorte delle reliquie del precursore del Signore. Fu dapprima sepolto in Samaria, a Sebastya, presso l’attuale Nablus, ma nel 362, sotto Giuliano l’apostata, i pagani violarono la sua tomba e bruciarono le sue sacre ossa. 

Rufino di Aquileia racconta, nella sua Storia ecclesiastica, in effetti, che il 29 agosto 362, su ordine dell'empio imperatore Giuliano l’Apostata, i pagani di Sebastya distrussero la tomba venerata del Precursore e del profeta Eliseo, bruciando gran parte dei resti e disperdendone le ceneri. Parte delle reliquie furono salvate da alcuni monaci di passaggio che le consegnarono a Gerusalemme all’igumeno Filippo. Scrive Rufino: «Al tempo dell’imperatore Giuliano … a Sebaste città della Palestina, avvenne che i pagani invasero il sepolcro di San Giovanni Battista: dapprima ne dispersero le ossa, ma poi le raccolsero di nuovo per bruciarle; mischiarono con della polvere quelle sacre ceneri e le dispersero per campagne e villaggi. Ma per disposizione divina avvenne che da Gerusalemme sopravvenissero alcuni provenienti dal monastero di Filippo … mischiatisi fra coloro che raccoglievano le ossa destinate al fuoco, dopo averne raccolti essi pure con molta cura e pietosa premura, per quanto riusciva loro possibile, si allontanarono di là furtivamente…e recarono al santo padre Filippo quelle venerande reliquie» (Rufino, Historia Ecclesiastica, II, 28, in PL 21, col. 536).
In senso analogo si esprimono Teodoreto, Filostorgio ed altri.
Una parte delle reliquie poté essere rimessa a sant’Atanasio, ad Alessandria, e poi dal patriarca Teofilo, il 27 maggio 395, riposte nella basilica (Martyrium) che era stata dedicata al Precursore sul sito dell’ex tempio di Serapide.
Gran parte delle reliquie che si salvarono dal fuoco e dalla distruzione sarebbero state, infine, tumulate nella città di Mira.
Si sa per certo, infatti, che nel 540 le reliquie del Santo erano pervenute a Mira, centro anatolico dell’antica Licia, luogo in cui nel 1099 vennero recuperate (comprate o rapinate non è certo ...) dai Genovesi di ritorno dall’assedio di Antiochia, avvenuto nel corso della prima crociata.

Le preziose reliquie giunsero, dopo un viaggio durato tre mesi, finalmente a Genova, come ci tramandano gli scritti di Jacopo da Varagine, il 6 maggio dello stesso anno, e trasportate stabilmente nella Cattedrale di San Lorenzo dopo una probabile sosta nella chiesa di San Giovanni di Prè, prospiciente l’omonima marina.

Nonostante tutto ciò, la tomba del Battista a Sebastya continuò ad essere meta di devoti pellegrinaggi, tanto che san Girolamo testimonia i miracoli che vi avvenivano. Lì, secondo la testimonianza sempre dell’autore della Vulgata, erano venerate, oltre la tomba del Battista, anche quelle dei profeti Abdia ed Eliseo (Donato BaldiEnchiridion locorum Sanctorum documenta S. Evangelii loca respicientia, Jerusalem 1955, p. 231. V. anche san GirolamoEpist. 46, in PL 22, col. 491; Id., Comment. in Abdias, in PL 25, col. 1099). Sotto la basilica, che fu eretta in onore del Battista, le reliquie di Eliseo e di Giovanni erano conservate in «in due casse ricoperte d’oro e d’argento, davanti alle quali ardevano in perpetuo delle lampade», come racconta un documento all’inizio del VI sec. (Baldiop. cit., p. 232). Oggi ancora si può vedere a Sebastya il luogo, che esse occupavano nella cripta della chiesa del XII costruita sul luogo della basilica bizantina, mentre il ricordo della scoperta della testa del Precursore è legato ad un’altra chiesa, di minori dimensioni, che si trova ad una certa distanza, presso il Forum (foro). Nel 1931, sono stati scoperti, in quest’ultima, degli affreschi, molto danneggiati, rappresentanti la decapitazione di Giovanni e la scoperta della sua testa (F. ZayadineSamarie, in Bible et Terre Sainte, n. 121 (1970), pp. 6-14, partic. pp. 13-14).





Per quanto concerne la sorte della testa di Giovanni Battista, essa è difficile da ricostruire. Niceforo (Niceforo Callisto XanthopoulosEcclesiasticæ Historiæ, lib. I, cap. 19, in PG 145, col. 689-692) e Simeone Metafraste, in accordo con Giuseppe Flavio (Giuseppe FlavioAntiquitates Judaicæ, XVIII, 5, 1-2; Id., XVIII, 116-119), affermano che il capo del Battista fu sepolto da Erodiade nella fortezza di Machairos (Macheronte) dove, probabilmente, era stato ucciso. Altri affermano che fosse stato sepolto nel palazzo di Erode a Gerusalemme. Una tradizione vorrebbe, in effetti, che la sacra reliquia della testa, scoperta nella Città Santa sotto l’impero di Costantino, venisse trasferita segretamente ad Emesa, l’odierna Homs, in Fenicia (ora in Siria), e nascosta in un luogo ignoto sino a che non fosse stato manifestato in una rivelazione che portò, nel 452-453, il vescovo Uranio a farne il riconoscimento autentico. Per un’altra tradizione, l’imperatore Teodosio fece deporre ad Hebdomon, un quartiere di Costantinopoli, corrispondente all’odierna Bakırköy, il presunto capo di san Giovanni, un tempo conservato a Gerusalemme da alcuni monaci.

Non si sa nulla di un trasferimento del capo di san Giovanni Battista a Roma. Quello che, ancora oggi, è venerato a San Silvestro in Capite appartiene, non al Precursore, ma a quel celebre prete martire Giovanni, che i pellegrini dell’Alto Medioevo visitavano sulla via Salaria vetus, sul cimitero chiamato precisamente ad septem palumbas ad Caput Sancti Johannis.

Ecco come si esprime il De Locis SS. MartyrumInde, non longe in Occidente, ecclesia sancti Johannis martyris, ubi caput ejus in alio loco sub altari ponitur, in alio corpus.

Il suo nome figurava probabilmente nel Martirologio Geronimiano, il 24 giugno, con quello di Festus, ma sarebbe stato senza dubbio assorbito da quello del Precursore.
A questo san Giovanni della via Salaria, era dedicata una piccola chiesa speciale, presso quella di San Silvestro, che, in ragione della santa reliquia, prese il titolo di IN CAPITE.
La reliquie, secondo una leggenda, la Magna Legenda Sancti Grati, non fondata però su dati storici, sarebbe stata portata a Roma dal vescovo san Grato d’Aosta, il quale, durante un viaggio in Terra Santa assieme a san Giocondo, dai ruderi del palazzo di Erode, sarebbe stato portato da un angelo presso un pozzo da cui riemerse miracolosamente la testa del Battista. Il santo vescovo la raccolse e, nascosta, la portò con sè. Sulla strada del ritorno, ovunque andasse, si verificavano miracoli e le campane suonavano prodigiosamente. Giunto a Roma e presentatosi al papa, egli consegnò la testa del Battista al Pontefice, ma, per prodigio, la mandibola rimase attaccata alle sue mani. San Grato allora la portò ad Aosta ed ancora oggi questa è venerata nella Cattedrale (Per riferimenti, cfr. Amato Pietro FrutazLe fonti per la storia della Valle d’Aosta, vol. 1, Roma 1966, pp. 181-182, 194). Per questo motivo, spesso san Grato è raffigurato con tra le mani la testa di san Giovanni.
Fino al 1411 la reliquia romana, reputata appartenente al Battista, veniva portata ogni anno in processione da quattro arcivescovi. Il cranio custodito a Roma è senza la mandibola, conservata nella cattedrale di San Lorenzo a Viterbo.
La spada del boia troncò il capo di Giovanni, ma su questo capo, come canta Paolo Diacono, nell’inno delle Lodi Ut queant laxis del 24 giugno, Dio ha posto la triplice corona di profeta, di martire e di vergine: Serta ter denis alios coronant Aucta crementis, duplicata quosdam; Trina centeno cumulata fructu Te sacer ornant (Paolo DiaconoCarmen VDe Sancto Joanne Baptista, 10, in PL 95, col. 1597).
In onore del glorioso Precursore decollato, furono erette nel basso Medioevo parecchie chiese e confraternite destinate all’assistenza religiosa dei condannati a morte. Produssero un gran bene e, grazie ad esse, la soddisfazione della giustizia umana, tutta avvolta all’epoca di un’atmosfera di compassione e di amore, si elevò all’altezza di un atto di religione, in modo che questi infelici, assistiti da dei “consolatori” e nel bacio del Crocifisso, potevano salire rassegnati al patibolo, felici di poter soddisfare Dio e la società per il crimine commesso. Perciò san Giuseppe Cafasso, “consolatore” zelantissimo dei condannati a morte, diceva: “Su cento appesi, cento salvati!”.
A Roma, due chiese erano dedicate alla decollazione di san Giovanni Battista. La prima si trovava vicino alle prigioni di Tor di Nona, di fronte a Castel Sant’Angelo. In questa chiesetta si portavano i condannati a morte perché ricevessero prima della pena gli ultimi conforti religiosi (Cfr. M. ArmelliniLe chiese di Roma dal secolo IV al XIX, Tipografia Vaticana, Roma 18912, p. 351). L’altra, denominata San Giovanni Decollato o della Misericordia o Santa Maria in Petrocia o della Fossa, nel rione Ripa, esiste ancora oggi, e non è lontana dal Velabro, ed uno dei numerosi privilegi di cui godeva la sua confraternita era di poter, ogni anno, liberare durante la Quaresima un condannato a morte. In questa chiesa si seppellivano, in fosse comuni, i cadaveri dei condannati a morte (Ibidem, pp. 632-633). Esse sono coperte da chiusini in marmo sui quali è scritto: Domine, cum veneris iudicare, noli me condemnare (Signore, quando verrai a giudicare, non condannarmi). Nella camera storica dell’Arciconfraternita sono conservati numerosi cimeli relativi all’attività della medesima: tra le altre cose, il cesto che raccoglieva la testa dei giustiziati, l’inginocchiatoio sul quale Beatrice Cenci recitò l’ultima sua preghiera, le barelle sulle quali i confratelli trasportavano i resti dei condannati a morte per la sepoltura.
Riguardo all’origine dell’odierna celebrazione, da un punto di vista liturgico, nel VII sec. a Roma si annunciava al 30 agosto, dopo il natale dei Santi Felice ed Adautto: Et depositio Helisæi et decollatio sancti Iohannis Baptistæ. La doppia menzione di Eliseo e di Giovanni Battista rileva chiaramente l’origine della festa del Precursore. La festa della Decollazione di san Giovanni è incontestabilmente legata ai santuari sorti sulla tomba e sulla sepoltura del capo del Battista.
Il Lezionario di Gerusalemme dell’inizio del V sec. infatti già ne fa menzione. I Bizantini ed i Siriani d’Antiochia la celebrano il 29 agosto; i Copti lo fanno il 30 perché il 29 è il giorno del Nuovo Anno, e gli Armeni il sabato della III settimana dopo la Dormizione della Théotokos. In Occidente, il martirologio geronimiano annuncia la festa alla stessa data, facendo menzione di Sebaste: In Provincia Palestina civitate Sebastea natale sancti Iohannis Baptistæ, qui passus est sub Herode rege. Essa dové essere stabilita a Roma sotto il papa Teodoro (642-649), che era di origine palestinese.
Nei secc. XI e XII, il titolo di «Decollatio» è prevalso a Roma su quello di «Passio», che era dato dai sacramentari dell’VIII sec. Il sacramentario di San Trifone parla di Revelatio capitis, insistendo sull’invenzione della reliquia.

Tito Chartophylax, Icona di S. Giovanni Battista (Ο Άγιος Ιωάννης ο Πρόδρομος), 1536, Chiesa della Panaghia Chryseleousis, Empa


Geertgen tot Sint Jans, Leggenda delle reliquie di S. Giovanni Battista, 1484 circa, Kunsthistorisches Museum, Vienna


Bernardino Luini, Salomé con la testa decapitata del Battista, 1515-25 circa




Andrea di Bartolo Solari (Andrea Solario), Salomé con la testa del Battista, 1510-24, Metropolitan Museum of Art, New York


Andrea di Bartolo Solario, Testa del Battista, 1507, Musée du Louvre, Parigi


Scuola italiana, Testa del Battista, The Ashmolean Museum of Art and Archaeology, Oxford


Copia di Andrea Solari, Testa del Battista, XVI sec., museo del Prado, Madrid

Scuola italiana, Testa del Battista, 1511, National Gallery, Londra

Francesco Cairo, Testa del Battista, XVII sec.


Jusepe de Ribera, Testa del Battista, 1644, Real Academia de Bellas Artes de San Fernando, Madrid


Jusepe de Ribera, Testa del Battista, XVII sec., Museo civico Filangieri, Napoli



Andrea Vaccaro, Testa del Battista, XVII sec.


Sebastián de Llanos y Valdés, Testa del Battista, XVII sec., collezione privata



Autore anonimo sivigliano, Testa del Battista, XVII sec., Ayuntamiento de Sevilla, Siviglia


Domenichino, Testa del Battista, 1649


Orazio Gentileschi, Carnefice con la testa del Battista, 1612-13, Museo del Prado, Madrid



Belisario Corenzio, Salomé con la testa del Battista, XVII sec.


Pier Francesco Mazzucchelli (detto Il Morazzone), Decapitazione del Battista, 1620 circa


Martin Faber, Decollazione del Battista, 1616, Musée de Valence, Valence


Pieter Paul Rubens, Decollazione del Battista, 1608-09, collezione privata




Caravaggio, Decollazione di S. Giovanni Battista, 1608, Saint John Museum, La Valletta


Massimo Stanzione, Decollazione di S. Giovanni Battista, 1630 circa, Museo del Prado, Madrid

Juan Bautista Maino, Salomé con la testa del Battista, XVII sec.

Carlo Dolci, Salomé con la testa del Battista, 1665-70, Royal Collection, Windsor


Onorio Marinari, Salomé riceve la testa del Battista appena tagliata, 1680 circa


Onorio Marinari, Salomé con la testa del Battista, XVII sec., Szépművészeti Múzeum,  Budapest


Onorio Marinari, Salomé con la testa del Battista, XVII sec., collezione privata


Jusepe Leonardo, Decollazione del Battista, 1637 circa, Museo del Prado, Madrid


Giovanni Andrea Ansaldo, Decollazione del Battista, 1615


John Rogers Herbert, Giovanni Battista rimprovera Erode, 1848, collezione privata


Vasily Grigoryevich Khudyakov, Decollazione del Battista (Усекновение головы Иоанна Предтечи),  1857


Jan Adam Kruseman, Salomé con la testa del Battista, 1861 orca, Rijksmuseum, Amsterdam

Faustino Ranieri, Decollazione del Battista, XIX sec.

Francesco Grandi, Decollazione del Battista, 1882, Museo diocesano, Rimini

Roberto Ferri, S. Giovanni decollato, 2008, Duomo, Montepulciano

Scuola Napoletana, S. Giovanni nel deserto, XVII sec., collezione privata