Sante Messe in rito antico in Puglia

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sabato 30 marzo 2024

Immagini per meditare il Sabato Santo


Francisco Goya (attrib.), Pietà, 1774

Scuola fiamminga, Pietà, XVII sec.

Addolorata e Cristo morto, Vico del Gargano

Pierre Jean Van der Ouderaa, Le sante donne ritornano dalla tomba di Cristo, 1893

Antonín Krisan, Pietà, 1884, Galleria d'arte moderna, Hradec Králové

Hanuš (Hans) Tichý, Oplakávání (Pietà), 1888, Moravská galerie, Brno

giovedì 9 aprile 2020

Carattere della liturgia della Settimana santa

Sebbene in quest’anno 2020 i riti della Settimana Santa siano stati ridotti e, comunque, resi non partecipati da parte dei fedeli, ecco, una bellissima meditazione sui riti preriformati della Settimana Santa (per ragguagli su questi, rinviamo a S. Carusi, La riforma della settimana santa negli anni 1951-1956, in Disputationes Theologicae, 28.3.2010) dell’insigne liturgista l’abate benedettino dom Emanuele Caronti. E si capisce perchè il mondo della Tradizione – a giusta ragione – non ha mai gradito, anzi ha stigmatizzato tutte le riforme pre e post-conciliari della Settimana Santa: colpendo questa si è voluto colpire al cuore la liturgia stessa della Chiesa, che, nelle parole del Caronti, “ha la sua massima applicazione nella settimana santa: si direbbe che ne è l’anima e la vita”. A dircelo è lo stesso Paolo VI nella sua Costituzione Apostolica Missale Romanum del 3 aprile 1969 (vqui), affermando: «Si è sentita l’esigenza che le formule del Messale Romano fossero rivedute e arricchite. Primo passo di tale riforma è stata l’opera del Nostro Predecessore Pio XII con la riforma della Veglia Pasquale e del Rito della Settimana Santa, che costituì il primo passο dell’adattamento del Messale Romano alla mentalità contemporanea». Il sospetto fondato è che la riforma liturgica solo a parole abbia voluto che “l’anno liturgico sia riveduto in modo che, conservati o restaurati gli usi e gli ordinamenti tradizionali dei tempi sacri secondo le condizioni di oggi, venga mantenuto il loro carattere originale per alimentare debitamente la pietà dei fedeli nella celebrazione dei misteri della redenzione cristiana, ma soprattutto nella celebrazione del mistero pasquale” (SC 107). Ma nei fatti si è trattato di una vera e propria opera di ristrutturazione. E c’è una bella differenza tra il restauro e la ristrutturazione: il primo è fondamentalmente conservativo e integrativo; la seconda è quasi esclusivamente innovativa: dell’antico si conserva solo qualche vestigia. Un particolare questo che non sfugge nemmeno a chi tradizionalista non è, come Domenico Pezzini: «Oggi, anche a partire da delusioni sempre più frequenti e dichiarate circa certi esiti della riforma liturgica, qualcuno sta accorgendosi che nella foga e nell’entusiasmo della purificazione postconciliare forse abbiamo buttato via il bambino con l’acqua sporca. Da questo punto di vista la liturgia della Settimana santa è probabilmente il luogo più emblematico per evidenziare i problemi, proprio perché vi si celebrano eventi che sono insieme di denso contenuto emotivo e di profondo significato teologico, due aspetti della questione che invece di integrarsi rischiano di contrapporsi e di disintegrarsi. Il problema non è per niente teorico, e la storia della pietà cristiana è lì a dimostrarne l’intrinseca difficoltà […] Quando la liturgia era in latino, la gente vi partecipava certamente in forza di un precetto, ma non era questa la sola ragione, e non è neanche detto che non ne ricavasse niente, anzi. E questo proprio perché il muro costituito dal latino aveva di fatto stimolato la creazione di segni che fossero comprensibili per sé, che trasmettessero un messaggio senza che ci fosse bisogno di passare per la mediazione della parola. Tali erano, per esempio, il diverso colore dei paramenti, inventato per segnalare i diversi sentimenti che accompagnano lo svolgersi dell’anno liturgico, […] la velatura delle immagini durante la Quaresima a indicare un atteggiamento penitenziale, e altro ancora, cose che non avevano certo la finezza e l’articolazione delle spiegazioni verbali, ma che non erano meno importanti, in quanto erano dei metamessaggi che trasmettevano in modo globale e visibile un’idea, e suggerivano la risposta emotiva corrispondente. Ho l’impressione che una delle ricadute non felici della riforma liturgica sia stata l’alluvione di parole e il prosciugamento dei segni» (vqui).
Ed ecco perché io ho salutato felicemente l’indulto concesso dalla Santa Sede a celebrare i solenni riti della Settimana Santa e della Quaresima in generale con le cosiddette Rubriche del ’52… facendo gli scongiuri che non venga ritirato, ma anzi confermato in via definitiva al termine di questo quinquennio dato “ad experimentum”. Ne gioirebbe lo stesso Abate Caronti, che quelle riforme, da buon benedettino e da fedele servitore della Chiesa, accettò in spirito di obbedienza, ma che mal gradì.


Carattere della liturgia della Settimana santa

Abate dom Emanuele Caronti O.S.B.

Chiunque vorrà leggere con mente scevra da pregiudizi l’ufficio della settimana santa, sarà meravigliato e incantato del gusto squisito, dell’armonia e nobiltà di sentimenti che regna dovunque, come se il genio dell’elegia sacra avesse presieduto alla sua composizione. Difatti l’ufficio si compone in gran parte di testi scritturali che fanno allusione alla passione, e questo solo è già abbastanza per darne un’altissima idea. Ma inoltre la scelta e l’unione dei diversi testi per formare un tutto organico, sono ciò che si può immaginare di più felice e di più armonioso.
Il carattere dominante della liturgia è il drammatico, nel senso più nobile della parola. Essa più che descrittiva, è rappresentativa, e questo non solo quando si compone di azioni, ma anche quando si riduce semplicemente ad un testo. Trasporta l’immaginazione e l’anima alle scene di cui altri sono stati testimoni per eccitare le medesime impressioni che avremmo sperimentato se fossimo stati presenti. In ciò fare, la liturgia, lungi dall’arte fittizia del teatro, mette in azione una verità della fede che dà al culto il valore di una realtà sempre nuova e sempre vivente.
Infatti l’arte più abile e più squisita del teatro nel trattare un soggetto. determinato si propone di presentarlo al pubblico in modo che questi ne rimanga interessato, seguendo lo svolgersi delle scene con pietà, compassione, orrore ed amore, a seconda delle circostanze. Ma è sempre l’artificio che deve agire e dove questo cessa, ogni comunicazione tra la scena e l’uditorio è fatalmente compromesso. Nel dramma liturgico invece, l’interesse degli assistenti al soggetto rappresentato non dipende dall’artificio, ma dal fatto che il soggetto stesso è una realtà intimamente connessa colla loro vita religiosa, che tende ad appropriarsi ciò che viene drammaticamente rappresentato. Certo che saranno utilizzate le risorse dell’arte, ma solo allo scopo di stimolare maggiormente, perchè la verità religiosa venga con più efficacia assimilata.
Questo principio che ispira generalmente la liturgia della Chiesa ha la sua massima applicazione nella settimana santa: si direbbe che ne è l’anima e la vita.
Il quadro esteriore è sublime. La processione delle palme, il dialogo musicale della passione, lo squallore e la desolazione del tempio, le prostrazioni, l’incenso, il fuoco, la luce. Geremia che dopo tanti secoli piange sopra Gerusalemme, come se la misura della sua iniquità non fosse compiuta e fosse ancora possibile stornare il castigo che ha cagionato la sua rovina. Il Salvatore stesso si rivolge agli Ebrei, come se fossero ancora il suo popolo, per rimproverare loro l’ingratitudine colla quale hanno risposto ai suoi benefici e come se essi attualmente esercitassero sopra di Lui la loro barbarie. La chiesa si abbandona al dolore, come se il suo Sposo divino attualmente subisse la sua sorte crudele.
In tutto questo quadro la liturgia opera una sostituzione di persone. Il pianto di Geremia è il pianto dei nostri delitti che hanno determinata la morte di Gesù Cristo e la rovina spirituale dell’anima nostra: i suoi accenti patetici sono inviti pressanti al dolore ed alla compunzione. Attraverso al rimprovero che muove agli Ebrei increduli e ribelli, Gesù Cristo colpisce le durezze ostinate del nostro cuore. Il suo sacrificio stesso, la sua agonia, la sua morte, oltre al loro valore di ricordo storico, hanno un valore reale per ognuno di noi, sia perchè quella tragedia è conseguenza delle nostre colpe, sia perchè quella passione e quella morte è la passione e la morte nostra. E così il dramma è perennemente vivo e perennemente reale, con un ripetersi dei medesimi sentimenti e un succedersi di effetti dipendenti dall’oggetto o dal mistero celebrato.

Tratto da La Settimana Santa e La Settimana di Pasqua, ed. L.I.C.E., Torino 1922, pp. 10-11.

venerdì 13 aprile 2018

Santa Gemma, dalla passione nasce l'amore a Cristo

Due giorni fa abbiamo celebrato la festa di S. Gemma Galgani, di questa giovane mistica passionista, morta un Sabato Santo a soli 25 anni, nel 1903, cioè 115 anni fa, e che il papa Pio XII annoverò tra le Sante nel maggio 1940. Maestra di questa santa fu un’altra santa, cioè la beata Elena Guerra, apostola dello Spirito Santo, beatificata da Giovanni XXIII, pur ella morta, come l’allieva, un 11 aprile, ma undici anni dopo.
In onore di S. Gemma, rilanciamo questo contributo, pubblicato anche su Chiesa e postconcilio.




Lapide apposta sulla facciata di casa Giannini, a Lucca

Santa Gemma, dalla passione nasce l'amore a Cristo

di Ermes Dovico

Centoquindici anni fa nasceva al cielo santa Gemma Galgani e allora è quantomai opportuno ricordare in che cosa consistette la santità di questa giovane straordinaria, così cara alla pietà cristiana e altrettanto incomprensibile per chi non crede in Cristo crocifisso e risorto.


Centoquindici anni fa nasceva al cielo santa Gemma Galgani (1878-1903) e allora è quantomai opportuno ricordare in che cosa consistette la santità di questa giovane straordinaria, così cara alla pietà cristiana e altrettanto incomprensibile per chi non crede in Cristo crocifisso e risorto. In occasione della sua canonizzazione, nel 1940, Pio XII la definì la “stella” del suo pontificato e la chiamò “viva immagine di Gesù Cristo”, parole che ben riflettono i suoi 25 anni di vita terrena, segnati dall’esperienza di un dolore e di un amore ineffabili, che sperimentò di pari passo al crescere dei doni soprannaturali con cui Nostro Signore andava arricchendola.

Il primo luogo in cui imparò ad amare Dio fu la famiglia, dove pure non le mancarono le sofferenze. Quinta di otto figli, Gemma nacque a Capannori, nei pressi di Lucca, da un farmacista di nome Enrico e da Aurelia Landi. Fu in particolare la madre a trasmetterle l’inclinazione ai beni celesti, come Gemma ricordò nella sua Autobiografia, scritta nel 1901 in obbedienza a padre Germano, un passionista che era diventato il suo direttore spirituale e che lei prese a chiamare “babbo mio”. La madre le disse che Gesù era morto in croce per amore degli uomini, le insegnò le prime devozioni e preghiere, che la bimba apprese anche all’asilo delle sorelle Vallini, dalle quali fu mandata a due anni e che al processo per la sua canonizzazione diranno: “… mostrò sviluppato l’uso della ragione ed un’intelligenza precoce, perché potemmo insegnarle subito le orazioni che duravano venticinque minuti senza mai annoiarsi”. A cinque anni la bimba sapeva già leggere perfettamente il breviario per l’ufficio della Madonna e dei defunti.

Presto arrivò la prima grande prova: la malattia della madre, costretta a letto dalla tisi. La piccola Gemma piangeva e pregava ogni sera insieme alla mamma e da lei era stata preparata così: “Io sono malata – mi ripeteva – e dovrò morire, ti dovrò lasciare; o se potessi condurti con me! Verresti?”. Volendo sapere dove, si sentì dire: “In Paradiso, con Gesù, cogli Angeli…”. Il 26 maggio 1885, giorno della sua Cresima, ebbe la prima esperienza mistica: “Tutto ad un tratto una voce al cuore mi disse: Me la vuoi dare a me la mamma? Sì – risposi – ma se mi prendete anche me. No – mi ripeté la solita voce – dammela volentieri la mamma tua. Tu per ora devi rimanere col babbo. Te la condurrò in Cielo, sai? Me la dai volentieri? Fui costretta a rispondere di sì”. La madre morì nel settembre dell’anno seguente mentre Gemma si trovava nella casa degli zii materni, dove il padre l’aveva condotta due mesi dopo la Cresima perché temeva di perdere per contagio anche la figlia, desiderosa di stare sempre accanto a lei.

Alcuni mesi più tardi iniziò il periodo di preparazione alla Prima Comunione, da lei descritto come bellissimo (“ero in Paradiso”): era il 1887 e Gemma studiava catechismo dalle Oblate dello Spirito Santo. Sentendo parlare del Crocifisso al modo di come gliene aveva parlato la madre, espresse a una suora il desiderio di conoscere ogni cosa della Passione di Gesù. Una sera, il racconto dei dolori provati da Nostro Signore suscitò una tale compassione in Gemma che le venne all’istante una forte febbre. La domenica della prima Eucaristia fu per lei il culmine della gioia: “Ciò che passò tra me e Gesù in quel momento, non so esprimerlo. Gesù si fece sentire forte forte alla misera anima mia. Capii in quel momento che le delizie del Cielo non sono come quelle della terra. Mi sentii presa dal desiderio di render continua quell’unione col mio Dio”.

Cresceva in pietà, noncurante delle derisioni di cui era oggetto anche da parte di alcuni familiari, come la sorella Angelina che un giorno entrò con le compagne nella camera di Gemma per schernirla mentre era in preghiera o del fratello Guido che bestemmiava in sua presenza per provocarla. I dolori per la perdita degli affetti, inoltre, continuarono. Nel 1893 vide morire di tubercolosi il fratello prediletto, Gino, un seminarista appena diciottenne. Quattro anni più tardi rimase orfana pure del padre, che a causa di una serie di disgrazie finanziarie lasciò i figli in povertà, tanto che i creditori arrivarono a mettere le mani in tasca a Gemma per spogliarla di quelle poche monete che aveva. Alla bellissima diciannovenne, presa in affido dagli zii, non mancarono convenienti proposte di matrimonio, ma lei non ne volle sapere: diceva che era “tutta di Gesù”. In quel periodo cadde gravemente malata, soffrendo una paralisi alle gambe a cui si aggiunsero un intensissimo dolore alla testa e la perdita dei capelli. Si sentì consolare dall’angelo custode (“se Gesù ti affligge nel corpo, fa per sempre più purificarti nello spirito. Sii buona”, le disse l’angelo, che le appariva da quando aveva 16 anni) e dallo stesso Gesù, ma ebbe comunque momenti di grande difficoltà spirituale.

Nello scoramento per quella situazione fu tentata da Satana, che le promise di guarirla e di fare qualunque cosa per lei se gli avesse dato retta. Quando Gemma stava per cedere, si ricordò di quanto aveva letto nella biografia dell’allora venerabile Gabriele dell’Addolorata (1838-1862), il santo passionista morto ancor più giovane di lei, e disse forte: “Prima l’anima e poi il corpo!”. Gli assalti del demonio, che arrivò a lasciarle i segni fisici delle sue vessazioni, proseguirono, ma la giovane iniziò a ricevere il conforto diretto di san Gabriele. Questi le apparve più volte e pregava accanto a lei, al punto che Gemma disse di sentirne il calore delle mani e il respiro sul viso. “Sorella mia”, la chiamava il santo, che la aiutò ad accettare definitivamente la via del Calvario. Seguirono il voto di verginità, che desiderava fare da tempo, e l’inspiegabile guarigione dopo una novena a Margherita Maria Alacoque (1647-1690): con il suo improvviso rialzarsi dal letto, Gemma meravigliò i medici e tutti i lucchesi, che iniziarono a chiamarla “la ragazzina del miracolo”.

Ma le più grandi grazie dovevano ancora arrivare e si accompagnarono alla maturazione della sua spiritualità passionista. Il Giovedì Santo del 1899 fece per la prima volta l’Ora Santa, un’ora di orazione per tenere compagnia a Gesù agonizzante nel Getsemani: “Mi trovai dinanzi a Gesù crocifisso. Versava sangue da tutte le parti”. Continuò a fare l’Ora Santa ogni giovedì, con Gesù che le condivideva la tristezza mortale provata nell’Orto a causa dei peccati di tutti gli uomini. Un giorno, mostrandole le cinque piaghe aperte, le disse: “Vedi questa croce, queste spine, questo Sangue? Sono tutte opere di amore, e di amore infinito. Vedi fino a qual segno io ti ho amato? Mi vuoi amare davvero? Impara prima a soffrire. Il soffrire insegna ad amare”.

Sta qui la santità di Gemma: capì la realtà del peccato, soffrì per Gesù e con Gesù, tramutando il suo dolore in un amore immenso per le anime che desiderava salvare, volendo strapparle al demonio e consegnarle a Dio. Ecco perché visse tutte le esperienze della Passione, dal sudore di sangue alla coronazione di spine, dalla crocifissione alla flagellazione mistica, fino alle stimmate che le comparvero sulle mani, i piedi e il costato l’8 giugno 1899, precedute da un’apparizione della Madonna, che chiamava “la Mamma mia celeste”. Le stimmate, che la Chiesa ha riconosciuto essere autentiche, si riaprivano ogni settimana alla sera del giovedì per richiudersi dopo le tre del venerdì pomeriggio.

La sua ultima Passione, assistita amorevolmente dalla famiglia Giannini, la visse nel 1903, quando si spense di tubercolosi alle 13:45 del Sabato Santo. Si era addormentata poco prima sentendo suonare le campane di mezzogiorno, già annuncianti (secondo l’uso del tempo) la Resurrezione. Da allora contempla nella gloria eterna il Volto del suo Sposo, che le ha dato il centuplo già in terra: “Soffro, vivo e muoio continuamente, la mia vita con tante altre vite del mondo non la cambierei a nessun patto. Mai non sto ferma: vorrei volare, parlare e a tutti vorrei gridare: Amate Gesù solo”.

sabato 31 marzo 2018

Un aforisma di S. Giovanni Crisostomo per il Sabato Santo



Preghiera di S. Bonaventura alla Vergine SS. Addolorata

Dies amara valde! Giorno di infinita tristezza.
La notte del venerdì santo e del sabato seguente tutto è compiuto. Il buio ha avvolto la terra. Il Padre non ha risposto all’invocazione del Crocifisso: «Eloì, Eloì, lemà sabactàni!».
Dinanzi alla tragedia della Croce le nostre labbra appaiono chiuse come da enorme ostacolo, simile alla grossa pietra rotolata all’ingresso sepolcro del Cristo quel pomeriggio del Venerdì, che era già Sabato. Sono chiuse sì. Ma nutrono la speranza, o forse dovremmo dire la certezza, dell'imminente Resurrezione, di una Vita nuova, che è quella vera, allorquando quell'enorme masso sarà rimosso per la potenza di Dio. Allora ci sarà la risposta a quell'invocazione!
In questo giorno, contempliamo l’attesa della Vergine Maria, invocandola come Addolorata e Desolata, con questa bellissima preghiera di S. Bonaventura da Bagnoregio.



PREGHIERA DI SAN BONAVENTURA
ALLA BEATA VERGINE
MARIA SANTISSIMA ADDOLORATA

Per quei singulti e sospiri e indicibili lamenti, indizi dell'afflizione in cui era il vostro interno, o Vergine gloriosissima, quando vedeste tolto dal vostro seno e chiuso nel sepolcro il Vostro Unigenito, delizia del vostro cuore, rivolgente, ve ne preghiamo, quei vostri occhi pietosissimi a noi miseri figli di Eva, che nel nostro esilio, e in questo misera valle di pianto a Voi innalziamo calde suppliche e sospiri. Voi dopo questo lagrimevole esilio fateci vedere Gesù, frutto benedetto delle vostre caste viscere. Voi con gli eccelsi vostri meriti impetrateci di potere in punto di nostra morte esser muniti dei Santi Sacramenti della Chiesa, per terminare i nostri giorni con una morte felice, ed essere finalmente presentati al divin Giudice, sicuri di essere misericordiosamente assoluti. Per grazia dello stesso Signor nostro Gesù Cristo, Vostro Figliuolo, il quale Padre e con lo Spirito Santo vive e regna per tutti i secoli dei secoli. Così sia.

mercoledì 23 marzo 2016

LA PASSIONE DI CRISTO – Secondo il Vangelo di Luca (quinto episodio)

(Cliccare sull'immagine per il video)

Scuola Giottesca-Emiliana, Salita di Gesù sulla Croce, XIV sec., Monastero di S. Antonio in Polesine, Ferrara

Francesco Hayez, Crocifissione con Maddalena piangente, 1827, museo diocesano, Milano


sabato 4 aprile 2015

Vidi aquam egredientem de Templo




Constantin Daniel Stahi, Santa acqua, 1882, Muzeul Naţional de Artă, Bucarest

Canto dell'"Exsultet" gregoriano ed ambrosiano




Immagini per meditare .... Sabato Santo











Juan Manuel Miñarro, Cristo giacente, 2012, Universidad, Córdoba (v. qui)

Luca Saltarello (attrib.), Cristo morto, 1632 circa, Museo de l’Accademia Ligustica di Belle Arti, Genova


Annibale Carracci, Cristo morto, 1582 circa, Staatsgalerie Stuttgart, Stoccarda

Annibale Carracci, Pietà con i SS. Chiara, Francesco e Maria Maddalena, 1585, Galleria nazionale, Parma

Vassilij Grigorjewitsch Perov, Discesa dalla croce, XIX sec.


Victor Mikhailovich Vasnetsov, Sepoltura di Gesù, 1896

Nikolay Andreyevich Koshelev, Deposizione dalla Croce, 1897, Chiesa di Sant'Alessandro dei Russi, Gerusalemme

Vladimir Borovikovsky, Cristo nel sepolcro, XVIII-XIX sec.