Sante Messe in rito antico in Puglia

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giovedì 9 aprile 2020

Carattere della liturgia della Settimana santa

Sebbene in quest’anno 2020 i riti della Settimana Santa siano stati ridotti e, comunque, resi non partecipati da parte dei fedeli, ecco, una bellissima meditazione sui riti preriformati della Settimana Santa (per ragguagli su questi, rinviamo a S. Carusi, La riforma della settimana santa negli anni 1951-1956, in Disputationes Theologicae, 28.3.2010) dell’insigne liturgista l’abate benedettino dom Emanuele Caronti. E si capisce perchè il mondo della Tradizione – a giusta ragione – non ha mai gradito, anzi ha stigmatizzato tutte le riforme pre e post-conciliari della Settimana Santa: colpendo questa si è voluto colpire al cuore la liturgia stessa della Chiesa, che, nelle parole del Caronti, “ha la sua massima applicazione nella settimana santa: si direbbe che ne è l’anima e la vita”. A dircelo è lo stesso Paolo VI nella sua Costituzione Apostolica Missale Romanum del 3 aprile 1969 (vqui), affermando: «Si è sentita l’esigenza che le formule del Messale Romano fossero rivedute e arricchite. Primo passo di tale riforma è stata l’opera del Nostro Predecessore Pio XII con la riforma della Veglia Pasquale e del Rito della Settimana Santa, che costituì il primo passο dell’adattamento del Messale Romano alla mentalità contemporanea». Il sospetto fondato è che la riforma liturgica solo a parole abbia voluto che “l’anno liturgico sia riveduto in modo che, conservati o restaurati gli usi e gli ordinamenti tradizionali dei tempi sacri secondo le condizioni di oggi, venga mantenuto il loro carattere originale per alimentare debitamente la pietà dei fedeli nella celebrazione dei misteri della redenzione cristiana, ma soprattutto nella celebrazione del mistero pasquale” (SC 107). Ma nei fatti si è trattato di una vera e propria opera di ristrutturazione. E c’è una bella differenza tra il restauro e la ristrutturazione: il primo è fondamentalmente conservativo e integrativo; la seconda è quasi esclusivamente innovativa: dell’antico si conserva solo qualche vestigia. Un particolare questo che non sfugge nemmeno a chi tradizionalista non è, come Domenico Pezzini: «Oggi, anche a partire da delusioni sempre più frequenti e dichiarate circa certi esiti della riforma liturgica, qualcuno sta accorgendosi che nella foga e nell’entusiasmo della purificazione postconciliare forse abbiamo buttato via il bambino con l’acqua sporca. Da questo punto di vista la liturgia della Settimana santa è probabilmente il luogo più emblematico per evidenziare i problemi, proprio perché vi si celebrano eventi che sono insieme di denso contenuto emotivo e di profondo significato teologico, due aspetti della questione che invece di integrarsi rischiano di contrapporsi e di disintegrarsi. Il problema non è per niente teorico, e la storia della pietà cristiana è lì a dimostrarne l’intrinseca difficoltà […] Quando la liturgia era in latino, la gente vi partecipava certamente in forza di un precetto, ma non era questa la sola ragione, e non è neanche detto che non ne ricavasse niente, anzi. E questo proprio perché il muro costituito dal latino aveva di fatto stimolato la creazione di segni che fossero comprensibili per sé, che trasmettessero un messaggio senza che ci fosse bisogno di passare per la mediazione della parola. Tali erano, per esempio, il diverso colore dei paramenti, inventato per segnalare i diversi sentimenti che accompagnano lo svolgersi dell’anno liturgico, […] la velatura delle immagini durante la Quaresima a indicare un atteggiamento penitenziale, e altro ancora, cose che non avevano certo la finezza e l’articolazione delle spiegazioni verbali, ma che non erano meno importanti, in quanto erano dei metamessaggi che trasmettevano in modo globale e visibile un’idea, e suggerivano la risposta emotiva corrispondente. Ho l’impressione che una delle ricadute non felici della riforma liturgica sia stata l’alluvione di parole e il prosciugamento dei segni» (vqui).
Ed ecco perché io ho salutato felicemente l’indulto concesso dalla Santa Sede a celebrare i solenni riti della Settimana Santa e della Quaresima in generale con le cosiddette Rubriche del ’52… facendo gli scongiuri che non venga ritirato, ma anzi confermato in via definitiva al termine di questo quinquennio dato “ad experimentum”. Ne gioirebbe lo stesso Abate Caronti, che quelle riforme, da buon benedettino e da fedele servitore della Chiesa, accettò in spirito di obbedienza, ma che mal gradì.


Carattere della liturgia della Settimana santa

Abate dom Emanuele Caronti O.S.B.

Chiunque vorrà leggere con mente scevra da pregiudizi l’ufficio della settimana santa, sarà meravigliato e incantato del gusto squisito, dell’armonia e nobiltà di sentimenti che regna dovunque, come se il genio dell’elegia sacra avesse presieduto alla sua composizione. Difatti l’ufficio si compone in gran parte di testi scritturali che fanno allusione alla passione, e questo solo è già abbastanza per darne un’altissima idea. Ma inoltre la scelta e l’unione dei diversi testi per formare un tutto organico, sono ciò che si può immaginare di più felice e di più armonioso.
Il carattere dominante della liturgia è il drammatico, nel senso più nobile della parola. Essa più che descrittiva, è rappresentativa, e questo non solo quando si compone di azioni, ma anche quando si riduce semplicemente ad un testo. Trasporta l’immaginazione e l’anima alle scene di cui altri sono stati testimoni per eccitare le medesime impressioni che avremmo sperimentato se fossimo stati presenti. In ciò fare, la liturgia, lungi dall’arte fittizia del teatro, mette in azione una verità della fede che dà al culto il valore di una realtà sempre nuova e sempre vivente.
Infatti l’arte più abile e più squisita del teatro nel trattare un soggetto. determinato si propone di presentarlo al pubblico in modo che questi ne rimanga interessato, seguendo lo svolgersi delle scene con pietà, compassione, orrore ed amore, a seconda delle circostanze. Ma è sempre l’artificio che deve agire e dove questo cessa, ogni comunicazione tra la scena e l’uditorio è fatalmente compromesso. Nel dramma liturgico invece, l’interesse degli assistenti al soggetto rappresentato non dipende dall’artificio, ma dal fatto che il soggetto stesso è una realtà intimamente connessa colla loro vita religiosa, che tende ad appropriarsi ciò che viene drammaticamente rappresentato. Certo che saranno utilizzate le risorse dell’arte, ma solo allo scopo di stimolare maggiormente, perchè la verità religiosa venga con più efficacia assimilata.
Questo principio che ispira generalmente la liturgia della Chiesa ha la sua massima applicazione nella settimana santa: si direbbe che ne è l’anima e la vita.
Il quadro esteriore è sublime. La processione delle palme, il dialogo musicale della passione, lo squallore e la desolazione del tempio, le prostrazioni, l’incenso, il fuoco, la luce. Geremia che dopo tanti secoli piange sopra Gerusalemme, come se la misura della sua iniquità non fosse compiuta e fosse ancora possibile stornare il castigo che ha cagionato la sua rovina. Il Salvatore stesso si rivolge agli Ebrei, come se fossero ancora il suo popolo, per rimproverare loro l’ingratitudine colla quale hanno risposto ai suoi benefici e come se essi attualmente esercitassero sopra di Lui la loro barbarie. La chiesa si abbandona al dolore, come se il suo Sposo divino attualmente subisse la sua sorte crudele.
In tutto questo quadro la liturgia opera una sostituzione di persone. Il pianto di Geremia è il pianto dei nostri delitti che hanno determinata la morte di Gesù Cristo e la rovina spirituale dell’anima nostra: i suoi accenti patetici sono inviti pressanti al dolore ed alla compunzione. Attraverso al rimprovero che muove agli Ebrei increduli e ribelli, Gesù Cristo colpisce le durezze ostinate del nostro cuore. Il suo sacrificio stesso, la sua agonia, la sua morte, oltre al loro valore di ricordo storico, hanno un valore reale per ognuno di noi, sia perchè quella tragedia è conseguenza delle nostre colpe, sia perchè quella passione e quella morte è la passione e la morte nostra. E così il dramma è perennemente vivo e perennemente reale, con un ripetersi dei medesimi sentimenti e un succedersi di effetti dipendenti dall’oggetto o dal mistero celebrato.

Tratto da La Settimana Santa e La Settimana di Pasqua, ed. L.I.C.E., Torino 1922, pp. 10-11.

domenica 15 marzo 2020

La Messa ai tempi del coronavirus

Se c’è un aspetto positivo dell’attuale frangente di emergenza pandemica è che i vescovi italiani hanno avuto modo di riscoprire una verità cattolica: la S. Messa, per la sua validità, non richiede la partecipazione del popolo.
Una verità, che, negli anni del post-concilio, era stata oscurata.
In quest’emergenza, i vescovi, loro malgrado, hanno invitato i sacerdoti a celebrare le messe sine populo. Ad es., una nota della Conferenza episcopale pugliese, diramata il 9 marzo, ha affermato: «I presbiteri celebrino l’Eucaristia in privato ed invitino i fedeli a pregare personalmente o in famiglia, meditando la Parola di Dio» (vqui).
Analogo contenuto hanno avuto le note delle conferenze episcopali regionali italiane.
Misura simile è stata adottata anche dalla Conferenza episcopale spagnola: «Las celebraciones habituales de la Eucaristía pueden mantenerse  con la sola presencia del sacerdote y un posible pequeño grupo convocado por el celebrante» (vqui).
Prima di questa emergenza, molti ritenevano che le messe c.d. private, o “senza popolo”, fossero, se non invalide, almeno illegittime come sostenevano alcuni teologi del Movimento liturgico. Era un pensiero diffusosi, come ricordato a partire dal Concilio Vaticano II. Eppure, tanto Pio XII nella Mediator Dei quanto Paolo VI nella Mysterium fidei ne avevano ammesso la validità e la piena legittimità. Tutto nasceva dall’equivoco circa la natura della messa quale preghiera pubblica della Chiesa e si sosteneva che “pubblica” significasse partecipata dal popolo. Per cui, messe private o senza popolo, non erano più ritenute ammissibili. Spiegava, tuttavia, papa Montini: «ogni Messa, anche se privatamente celebrata da un sacerdote, non è tuttavia cosa privata, ma azione di Cristo e della Chiesa, la quale nel sacrificio che offre, ha imparato ad offrire sé medesima come sacrificio universale, applicando per la salute del mondo intero l'unica e infinita virtù redentrice del sacrificio della Croce» (Mysterium fidei, § 33).
Non sarà un caso, ma contro questa celebrazione delle messe private si è levato Andrea Grillo, che è corso subito a precisare che, dal Concilio, «la messa è anzitutto col popolo, perché è “del popolo con il suo Signore”, e solo in seconda istanza, e secondariamente, può essere “senza popolo”» (vqui).
La riammissione a pieno titolo delle messe senza popolo non può che essere salutata positivamente.
Certo, si pongono delle incongruenze come evidenzia il nostro Franco Parresio …. Incongruenze che dovrebbero essere chiarificate.

Pio XII celebra sine populo nella sua cappella privata a Castelgandolfo

La Messa ai tempi del coronavirus

di Franco Parresio

Ieri mattina ho ricevuto, su whatsapp, questo messaggio di un amico, al quale ho prontamente risposto:
Volevo condividere con te una mia riflessione.
Lo so, non è il momento della polemica sterile in questo delicato momento che stiamo vivendo. Tuttavia mi chiedo: che significato ha il celebrare le messe (ovviamente parlo delle messe in novus ordo) “coram populo” quando il popolo non c'è? Non avrebbe più senso, in questo contesto, celebrare “coram Deo”?
Da qui io vedo tutto il limite del Messale montiniano (fermo restando, ovviamente, la sua validità): tutto impregnato di comunitarismo, cioè dove non è Dio al centro ma l'assemblea, mentre vedo la perenne attualità del Messale antico, dove ogni celebrazione - con o senza popolo - ha la sua ragione d'essere.
E ancora mi chiedo: la messa oggi è presentata come "festa": ebbene, quando i preti oggi, a porte chiuse, celebrano una messa, celebrano una festa o, piuttosto, un Sacrificio, che ha valore impetratorio, di espiazione, di adorazione e di ringraziamento?
La tua, mio caro R., è più di una riflessione: è un monito a tutti, in particolar modo ai quei sacerdoti, che ammorbati di "comunitarismo", sentono superfluo celebrar messa, perché per loro - come insegna Casel, maestro dei modernisti - il fedele è parte essenziale della celebrazione eucaristica. A dire che, se il fedele è assente, la messa non ha senso e valore; dal momento che il fedele è considerato un concelebrante. Lo sappiamo grazie alla Mediator Dei, l'enciclica sulla Sacra Liturgia di Pio XII del 1947, pubblicata allo scopo proprio di sconfessare questa idea eterodossa di Casel. A dirlo: l'abate Emanuele Caronti, che di quella enciclica fu il padre redazionale. Ed è logico che, senza fedeli, dovendo guardare i banchi, questi sacerdoti (ma è meglio chiamarli preti, perché dànno molta importanza all'essere presbiteri, in quanto capi di comunità) si sentano disoccupati e disorientati... per non dire depressi, perché inutili.
Lo dico senza ironia.
Mi riferisco anche a quei sacerdoti molto devoti e attenti alle funzioni religiose, ma che non sfuggono pure loro al fascino di introdurle e concluderle con "buongiorno" e "buonasera".
Ma – attenzione! - le colpe non sono del Messale di Paolo VI, che, pur considerando la celebrazione “coram populo” - già introdotta e subito radicatasi col Messale del 1965 -, non annulla quella “coram Deo”. Così anche la preghiera dei fedeli e lo scambio della pace, che nel Messale di Paolo VI restano facoltativi, ma che hanno finito per essere così importanti da non poterne fare più a meno.
I preti ricordino che sono prima di tutto SACERDOTI, cioè uomini di Dio, e non sacerdoti dell'umanità, come insegna quella canzonetta - erronea e fuorviante - che tristemente conosciamo. Dico "fuorviante" perché, pur volendo fare campagna vocazionale, sortisce l'effetto contrario: lo vedi dal considerevole numero degli abbandoni della vita consacrata. E il numero è destinato a salire. Come è destinato a scendere ulteriormente il numero delle vocazioni, proprio per la diminuzione inarrestabile dei fedeli.
Situazione diametralmente opposta dove si è aderiti - sacerdoti e fedeli - alle celebrazioni secondo l'usus antiquior del Messale Romano.
Ficchiamocelo bene in testa: sono gli uomini di Dio ad essere i veri pescatori di uomini!

mercoledì 26 febbraio 2020

Mercoledì delle Ceneri e inizio del digiuno della sacratissima Quaresima - Confronto liturgico tra la prassi romana tradizionale e il messale riformato del ‘62

La preparazione delle ceneri con le palme dell'anno precedente


Messale riformato da Giovanni XXIII (Editio typica 1962)

Messale tradizionale (Editio typica 1920)
I Sacri Ministri indossano dalmatica e tonacella come in qualsiasi altra occasione: sono abolite le pianete piegate e lo stolone.
I Sacri Ministri indossano le pianete piegate, paramento di foggia antichissima che caratterizza i tempi penitenziali; il suddiacono la deporrà per il canto dell’epistola, per poi riprenderla, e il diacono la deporrà per il canto del Vangelo, indossando invece lo stolone, e riprenderà la pianeta piegata dopo la purificazione.


Dopo la benedizione e l’imposizione delle ceneri, s’inizia la messa omettendo le preghiere iniziali (ossia il salmo Judica con la sua antifona, Confessione e Assoluzione, versetti seguenti e orazioni Aufer a nobis e Oramus te, talché la messa inizierebbe con il celebrante che bacia l’altare senza nulla dire e subito provvede a incensarlo).
Terminata la benedizione e l’imposizione delle ceneri, come in ogni messa si recitano le preghiere ai piedi dell’altare senza nulla omettere.


Alla messa si dice sempre una sola orazione, quella della Feria IV Cinerum.
Alla messa, dopo l’orazione della Feria IV Cinerum, si commemorano i santi occorrenti, che sono di rito doppio. Se non vi fossero santi occorrenti, od occorresse un santo di rito semidoppio o semplice, le orazioni sarebbero in numero di tre, e si direbbero una o due delle orazioni assegnate secondo la diversità dei tempi, ovvero l’orazione A cunctis per invocare il suffragio dei santi e quella d’intercessione pei vivi e i morti.


Alla fine della messa, come in ogni altra occasione salvo in caso di processioni, si dice Ite, missa est.
Alla fine della messa, come sempre quando non si è cantato il Gloria in excelsis, il diacono canta Benedicamus Domino, volto verso l’altare.

Mercoledì delle Ceneri 2016 nell'apostolato FSSP a Lione
Il celebrante riceve le ceneri dal diacono, che indossa la pianeta piegata, così come il suddiacono (anche se queste sono in realtà pianete tagliate, su cui alcuni commentatori avrebbero di che ridire); tuttavia, a rigore i manualisti vietano che il diacono imponga le ceneri al celebrante, anche qualora il primo sia insignito dell'ordine sacerdotale, perché assume al momento le funzioni di ministro.

lunedì 12 novembre 2018

Don Nicola Bux interviene sulle prossime modifiche della traduzione italiana del Messale romano

Volentieri diamo risalto ad un Comunicato di don Nicola Bux concernente i lavori dell'Assemblea Straordinaria della CEI in corso sino al prossimo 15 novembre, presso l’Aula Nuova del Sinodo, in Vaticano, in cui, "all’ordine del giorno – come riferisce una nota dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali – innanzitutto (è) il tema della liturgia: la votazione della nuova traduzione italiana del Messale Romano".

All’affievolimento della capacità di comprensione della natura immutabile della sacra liturgia (cfr. Sacrosanctum Concilium, cap. 1) hanno contribuito non solo l’ignoranza diffusa di essa nel clero e, di conseguenza, nei fedeli; ma vi ha contributo ancor più la sperimentazione, spasmodica e continua, delle c.d. emozioni-shock, come le definisce Michel Lacroix (Il culto dell’emozione, ed. Vita e pensiero, Milano, 2002), cioè le emozioni particolarmente intense e potenti (v., p. es., la liturgia dei gruppi carismatici), che, a lungo andare, anestetizzano la nostra capacità di partecipare in maniera oggettiva, esaltando il soggettivismo e le emozioni dell’individuo.
Per partecipare, e potremmo dire per comprendere ancor prima, in effetti, la Sacra Liturgia – dove l’attributo “sacra” indica la presenza divina – è necessario aver chiaro che il culto reso a Dio mette a tacere l’ego, al fine di raggiungere la Verità in esso racchiusa. Gli orientali tale aspetto lo comprendono assai bene. Per questo sono stati attenti a non cadere nella tentazione di cambiare continuamente i libri liturgici.
Nikita Pustosviat, Disputa sulla concessione della fede tra
un prete Vecchio Credente
con il Patriarca Ioakhin
, 1881, Mosca
Si ricordi in proposito lo scisma, raskol, scaturito in Russia a metà del ‘600. La riforma dei libri liturgici introdotta dal patriarca di Mosca, Nikon, il quale voleva ristabilire l’uniformità tra le pratiche liturgiche della chiesa greco-ortodossa e di quella russa, portò alla divisione della chiesa russa in chiesa ortodossa ufficiale e movimento dei Vecchi Credenti. In quella occasione, le innovazioni incontrarono una forte resistenza sia tra il popolo sia tra il clero, che discusse a lungo sulla legittimità e correttezza di tali riforme, che non rispecchiavano le tradizioni dell’ortodossia nelle terre russe. Per imporre poi queste riforme, appoggiate dallo zar Alessio della stirpe dei Romanov, ci furono persecuzioni e soprusi (famoso p. es. rimase il rogo del vescovo Pavel di Kolomna, nel 1656, fermo oppositore di questa riforma).
Guardando a noi, ci si domanda se sia necessario apportare ulteriori cambiamenti ai testi del Messale romano nella prossima edizione italiana. Da quello che si sa, è stata adottata la politica dei “due pesi due misure”: cambiamento della prima frase del Gloria, per essere fedeli al testo lucano, e non cambiamento del celebre pro multis (che si dovrebbe rendere “per molti”) della formula consacratoria, che, invece, rimarrà “per tutti” in omaggio all’ideologia inclusivista; per non parlare dell’annunciata variazione della petizione del Pater noster “non ci indurre in tentazione”, dove, appunto, non si rimarrà fedeli al testo originale greco e latino.
Ci si domanda, inoltre, in un momento così basso di affluenza dei fedeli alla santa Messa e di frequenza ai sacramenti, se fosse proprio necessario apportare variazioni simili, invece di promuovere semmai – come sarebbe stato auspicabile – una diffusa missione popolare vista l’ignoranza catechistica e l’immoralità diffuse. Non sarebbe il caso di investire qui gli sforzi apostolici, o pastorali che dir si voglia, nonché economici?
Constatando l’abuso diffuso tra i sacerdoti di cambiare a proprio piacimento i testi liturgici, non ci si dovrà meravigliare se taluni volessero rimanere fedeli all’edizione attuale del messale in lingua italiana, invocando una sorta di obiezione di coscienza. Chi potrebbe a questo punto parlare di abuso?
Ricordiamo l’esperienza in Argentina, ove ciò è già avvenuto. La nuova traduzione del messale in lingua castigliana (III Editio Typica) fu introdotta nel 2009-2010 (decreto del 13-15 agosto 2009) (cfr. M. Caponnetto, La traducción de los textos litúrgicos: una experiencia personal, in Adelante de la Fe, 17.10.2018). Essa era stata affidata dalla Conferenza episcopale argentina, all’epoca presieduta dall’allora card. Bergoglio, ad una commissione il cui esponente più noto era il discusso Christian Gramlich, ridotto poi allo stato laicale.
Per quanto si sa, la Congregazione per il Culto divino scrisse all’allora arcivescovo di Buenos Aires, in qualità di presidente della Conferenza episcopale di quella nazione, di non imporre la nuova traduzione, ma di lasciare a chi ritenesse l’uso della precedente.
Un ultimo aspetto non va trascurato: caratteristica fondamentale della liturgia è, infatti, la sua memorabilità. Tale indole dei libri liturgici ha favorito, nei secoli, la memorizzazione, da parte dei fedeli, delle preghiere ivi contenute, consentendo agli stessi di trasmetterle e tramandarle per generazioni, pure in frangenti e contesti di oppressione durante i quali i persecutori procedevano spesso alla requisizione e distruzione dei libri liturgici (si pensi, p. es., al primo editto di persecuzione di Diocleziano del 303 d.C.). Se molte antiche preghiere ci sono state perpetuate, lo dobbiamo proprio a questo fondamentale carattere dei testi della liturgia.
Per cui, è deleteria e deplorevole questa smania di cambiamento continuo, che appare sempre più essere un omaggio all’ideologia del provvisorio, della continua evoluzione, dell’usa e getta, ma anche, non lo si esclude, un modo per giustificare la ragion d’essere della creazione di commissioni.
La liturgia, quindi, non diventi e non sia un terreno di scontro ideologico, al fine di imporre ai fedeli i propri punti di vista ed i convincimenti dominanti in un certo momento storico!
Ci sentiamo di rivolgere ai vescovi, quindi, l’invito a considerare tutto questo al fine di non causare ulteriori tensioni e divisioni tra i fedeli.


Don Nicola Bux

sabato 7 luglio 2018

Il Summorum a undici anni dalla promulgazione: una opportunità e una sfida

Nell’anniversario del m.p. Summorum Pontificum, pubblichiamo questo breve saggio del prof. Vito Abbruzzi.

Il Summorum a undici anni dalla promulgazione: una opportunità e una sfida

di Vito Abbruzzi

Il Summorum Pontificum ha compiuto undici anni. Noi non vogliamo festeggiarlo (come su un blog qualche anno fa) con un: «Buon compleanno, Summorum!», bensì con una riflessione – serena e seria – su di esso, a partire dalla sua promulgazione. E l’occasione mi viene da una discussione polemica sostenuta pochi giorni fa tra me e una persona molto critica nei confronti del Motu Proprio in questione.
Questa persona, che pur indisponendomi, ho ringraziato e ringrazio ancora per la sua franchezza, ha puntato il dito proprio contro il Summorum, mentre io lo difendevo a spada tratta. Senza peli sulla lingua, lo ha definito un “indultino” dato agli amanti dei cosiddetti “pizzi e merletti” di casa nostra. In altre parole: un contentino per soddisfare le voglie estetiche dei non pochi tradizionalisti fedeli a Roma, preoccupati più della forma che della sostanza, dal momento che lo stesso Summorum non ne farebbe mistero, affermando che «non pochi fedeli aderirono e continuano ad aderire con tanto amore ed affetto alle antecedenti forme liturgiche, le quali avevano imbevuto così profondamente la loro cultura e il loro spirito».
Confesso che a me quelle espressioni hanno dato molto fastidio. Mi ha irritato quella riguardo i “pizzi e merletti”, che non mi riguarda affatto; e soprattutto quella che riduce il Summorum a banale indulto concesso per le ragioni dianzi esposte, quando, invece, rappresenta – per me, per noi che vi abbiamo aderito – una pagina straordinaria del Magistero della Chiesa. E proprio perché così, una opportunità e una sfida.
Una opportunità innanzitutto di crescita, di riscoperta e riqualificazione del Mistero, in linea con la bimillenaria tradizione della Chiesa, rappresentata dai Sommi Pontefici, i quali, secondo quanto insegna Benedetto XVI nell’incipit della sua Lettera Apostolica sulla “Liturgia romana anteriore alla riforma del 1970”, «fino ai nostri giorni ebbero costantemente cura che la Chiesa di Cristo offrisse alla Divina Maestà un culto degno, “a lode e gloria del Suo nome” ed “ad utilità di tutta la sua Santa Chiesa”». E ciò per non vanificare le intenzioni di un documento «frutto di lunghe riflessioni, di molteplici consultazioni e di preghiera» (Lettera ai Vescovi di accompagnato al Motu Proprio); visto e considerato che, ancora ad oggi, «notizie e giudizi fatti senza sufficiente informazione hanno creato non poca confusione. Ci sono reazioni molto divergenti tra loro che vanno da un’accettazione gioiosa ad un’opposizione dura, per un progetto il cui contenuto in realtà non era conosciuto» (ivi).
30 marzo 1987 : La polizia francese, su richiesta di 
Monsignor Louis-Paul-Armand Simonneaux, Vescovo di Versailles,
irrompe nella chiesa parrocchiale di Saint Louis di Port Marly
e  strappa a viva forza dall'altare l'eroico

padre Bruno de Blignières,
che celebrava secondo il secolare rito della Chiesa Romana,
e sgombera la chiesa a manganellate.
Questa foto testimonia la persecuzione
cui fu sottoposta la Messa Romana dopo il Concilio.
Altro che "mai abrogata"!
Un’opposizione dura al Summorum viene fatta proprio a partire da una espressione utilizzata da esso, ritenuta da non pochi esperti di Diritto Canonico errata ed erronea: “Numquam abrogatam”: «È lecito celebrare il Sacrificio della Messa secondo l’edizione tipica del Messale Romano promulgato dal B. Giovanni XXIII nel 1962 e mai abrogato».
Ho interpellato al riguardo un amico avvocato e canonista, il quale mi ha confermato, citandomi alcuni documenti importanti del Magistero (ivi compresa una celebre allocuzione di papa Montini, v. qui) e documenti della Curia romana, che non lasciano spazio ad equivoci: quel Messale fu effettivamente abrogato (qui e qui). Persino il compianto Cardinale Giuseppe Siri di Genova, del resto, scrivendo ad un monaco inglese che gli chiedeva come si dovesse comportare in campo liturgico nel dubbio tra vecchio e nuovo rito, rispondeva: «Il potere col quale Pio V ha fissato la sua riforma liturgica è lo stesso potere di Paolo VI. L’aver riformato l’Ordo implica la sua sostituzione all’antico» (lettera del 6 settembre 1982). Ma allo stesso tempo mi ha rassicurato – e di questo lo ringrazio – che il Summorum non può essere liquidato come “indultino”! Ecco le sue parole: «Il Summorum in realtà non è un indultino, ma una legge nuova che ha ripristinato il rito antico in maniera generale e legittima. L’indulto era quello concesso da Giovanni Paolo II», le cui norme sono «stabilite dai documenti anteriori “Quattuor abhinc annos” e “Ecclesia Dei”» (Summorum Pontificum, art. 1). È quanto leggiamo al n. 2 dell’Universae Ecclesiae, l’Istruzione applicativa del Summorum: «Con tale Motu Proprio il Sommo Pontefice Benedetto XVI ha promulgato una legge universale per la Chiesa con l’intento di dare una nuova normativa all’uso della Liturgia Romana in vigore nel 1962».
Di qui, allora, la sfida: soprattutto ai pizzi e merletti, che pure a me, e a quelli come me, stanno sullo stomaco. Ma serve una seria spiritualità liturgica, congiunta ad un’altrettanta pubblica e seria testimonianza di vita, con presa di posizione nei confronti di determinate e pur gravi vicende dei nostri giorni! Cosa che, con rammarico, noto manca a tutto il tradizionalismo: fuori e dentro la Chiesa. Da anni porto avanti, inascoltato, gli insegnamenti e la figura dell’Abate Caronti: insigne liturgista, autore dei messalini più celebri editi fino alla vigilia dell’entrata in vigore del Messale di Paolo VI, nonché redattore della Mediator Dei. Insomma, un vero campione. Uno che della “pietà liturgica” ha fatto una missione, per tutta la vita (anche in punto di morte). Ma, ahimè!, caduto in disgrazia, perché, già da vivo, ritenuto antiquato e fuori moda. Non così il suo antagonista principale: Odo Casel, superesaltato dagli stessi benedettini, che ravvisano in lui – a torto – il diretto erede e continuatore del padre del Movimento Liturgico: l’abate dom Prosper Guéranger. Quando, invece, lo sarebbe, a giusta ragione, il Caronti. E con lui l’altro gigante, sempre espressione dell’inclito ordine benedettino: il beato Ildefonso Schuster. Noi come Scuola Ecclesia Mater ne raccogliamo l’eredità lasciataci dall’uno e dall’altro a proposito del modus celebrandi: «l’azione liturgica sia celebrata con solennità, con ordine, e con decoro» (Caronti), pensando innanzitutto alla “edificazione dei presenti”, come annota lo stesso Schuster: «Ho ricordato l’edificazione dei presenti e studiatamente ho evitato la parola: fedeli. Spesso, infatti, nelle chiese delle abbazie benedettine assistono dei protestanti, degli ebrei, delle persone senza alcuna religione. L’esperienza dimostra che un coro ben eseguito, delle funzioni celebrate con ordine, con maestà, con devota pompa possono fare su quelle anime una profonda impressione».
E ne raccogliamo l’eredità ben consci, insieme a Mons. Bux, che «abbiamo smarrito nell’approccio alla liturgia l’essenziale, perdendoci dietro tecnicismi estenuanti ed estetismi evanescenti».
Il Summorum, allora, sia un terreno non di scontro, bensì di dialogo e di riconciliazione: ad intra ma anche ad extra della Chiesa, sereni del fatto che «la Lettera Apostolica, Summorum Pontificum Motu Proprio data, del Sommo Pontefice Benedetto XVI del 7 luglio 2007, entrata in vigore il 14 settembre 2007, ha reso più accessibile alla Chiesa universale la ricchezza della Liturgia Romana» (Universae Ecclesiae, n. 1).