Sante Messe in rito antico in Puglia

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giovedì 28 marzo 2024

Sul luogo del rinnegamento: la basilica del Gallicantu

In questo giovedì della Settimana Santa, soffermiamoci sul luogo del rinnegamento di Pietro: la basilica gerosolominata di San Pietro in Gallicantu.

La basilica del Gallicantu

di Pietro Romano

L’abbandono, il tradimento, la disperazione, la presenza salvifica di Maria Santissima... Quanto abbiamo da meditare presso San Pietro in Gallicantu!

La chiesa sorge sul lato orientale del monte Sion. Verso la metà del V secolo, vi fu eretto un monastero bizantino dedicato alle lacrime di pentimento versate da san Pietro e non al suo tradimento. La chiesa del monastero era menzionata dai pellegrini con il nome di Chiesa delle lacrime. Dopo le invasioni arabe, tale cappella fu ricostruita dai crociati nel XII secolo e rinominata San Pietro in Gallicantu, per far memoria del gallo che cantò dopo che san Pietro rinnegò per tre volte il Maestro (cf Mt 26,69-75). 

La Chiesa, edificata nei pressi del luogo dove si suppone sorgesse la casa di Caifa, sommo sacerdote, dalla fine del XIX secolo appartiene ai padri Agostiniani Assunzionisti, che nel 1888 compirono degli scavi archeologici, riportando alla luce le rovine del monastero bizantino e un complesso di grotte, facenti parte probabilmente di abitazioni del I secolo. Vi è anche la cosiddetta prigione di Cristo, ossia il luogo dove, secondo la tradizione, il Redentore passò la notte, dopo il processo avuto presso Anna e Caifa, prima di essere consegnato a Pilato. Recentemente vicino alla Chiesa è stata scoperta una strada a gradini di epoca romana, che dal monte Sion scende verso la piscina di Siloe e verso il Getsemani. Quasi sicuramente per questa strada Gesu?, dopo l’Ultima Cena, scese per andare con i suoi Apostoli a pregare nell’orto degli ulivi. 

Verso la casa di Caifa: Gesù solo

Arrestato Gesù e legato con funi, i soldati lo condussero via. Era solo. Nessun amico gli era rimasto vicino. Gli Apostoli, infatti, smarriti e impauriti dal tintinnio delle catene e dal luccicore delle spade, erano fuggiti, tutti. Le guardie fecero il percorso inverso fatto poche ora prima da Gesù con gli Apostoli: attraversarono il Cedron e risalirono sulla collina occidentale della città, dove si trovava la casa del sommo sacerdote Caifa, dove, in un diverso appartamento, abitava anche Anna, non più in carica, ma ancora potentissimo. Quel doloroso cammino fatto dal Salvatore, ogni anno viene ripercorso da molti fedeli che, dopo la celebrazione dell’Ora santa in compagnia di Gesù agonizzante fatta al Getsemani verso le 20.30, si dirigono con le fiaccole accese e pregando il santo Rosario verso la basilica del Gallicantu, attraversando la valle del Cedron e risalendo la collina, sui passi di Gesù, per riparare gli oltraggi che Egli ricevette dai soldati lungo tutto il tragitto e per colmare la solitudine in cui Egli si trovò sin dall’inizio della sua Passione. 
O tu che leggi, recati in spirito presso l’orto del Getsemani e accompagna Gesù lungo la via che conduce da Caifa. Non lasciarlo solo anche tu! Confortalo, aiutalo, in quella notte di fitte tenebre.

L’interrogatorio e gli oltraggi

Due furono gli interrogatori cui fu sottoposto Gesù, avvenuti in due fasi e sedi differenti, uno alla sera, dinanzi ad Anna, e uno al mattino, davanti a Caifa e al sinedrio. La prima fase fu religiosa: Gesù, infatti, venne imputato di delitto religioso e dichiarato dal sinedrio degno di morte. Poiché tale sentenza aveva solo un valore teoretico, non potendo il sinedrio eseguire sentenze capitali senza l’approvazione dell’autorità romana, allora questi si rivolse al procuratore di Roma, aprendo così la seconda fase del processo che si svolse dinanzi al tribunale civile. 


Il primo interrogatorio, verso le 2.00 del mattino, avvenne dinanzi ad Anna, il quale interrogò Gesù circa i suoi Discepoli e il suo insegnamento. Egli rispose rinviando alle testimonianze di coloro che lo avevano ascoltato insegnare e predicare. Uno schiaffo violento concluse l’interrogatorio e Gesù fu consegnato alle guardie del sinedrio perché lo custodissero sino alla seduta del mattino. Stanchi e irritati per la notte passata insonne a causa sua, i soldati, condotto il prigioniero in uno dei sotterranei, fecero del condannato l’oggetto dei loro scherni: schiaffeggiato, sputato in faccia, insultato e bastonato.

Ancora oggi si può visitare la prigione di Cristo, dove, nella penombra della grotta, si è invitati ad unirsi alle sofferenze del Redentore, recitando il Salmo 88: «Mi hai gettato nella fossa più profonda, / negli abissi tenebrosi. /Pesa su di me il tuo furore / e mi opprimi con tutti i tuoi flutti. / Hai allontanato da me i miei compagni, / mi hai reso per loro un orrore. / Sono prigioniero senza scampo, / si consumano i miei occhi nel patire. / Tutto il giorno ti chiamo, Signore, / verso di te protendo le mie mani» (Sal 88,7-10).
Gesù fu condotto da Caifa attraverso un cortile e «appena fu giorno» (Lc 22,66), probabilmente verso le 5.00 del mattino, fu tenuta la seconda seduta, alla presenza di tutti e tre i gruppi del sinedrio. Molti falsi testimoni si fecero avanti ad accusare Gesù (cf Mt 26,61; Mc 14,58), contraddicendosi tra loro. Caifa, alterato per la situazione difficile, dopo la risposta di Gesù, lo accusò di bestemmia, strappandosi le vesti. Scrive il Ricciotti: «Per rendere più visivo e più impressionante il suo sdegno, il sommo sacerdote mentre aveva lanciato il primo grido si era anche strappato l’orlo superiore della tunica, com’era usanza di fare quando si assisteva ad una scena di sommo cordoglio; ma in realtà se quell’uomo avesse mostrato palesemente sul volto i veri sentimenti che aveva nel cuore, il suo aspetto sarebbe apparso illuminato di profonda e sincera gioia. Egli infatti credeva d’esser riuscito a far bestemmiare Gesù, e con ciò ad implicarlo nella sua propria condanna».

Il rinnegamento di Pietro: il valore di uno sguardo

Tre volte san Pietro fu interrogato se conoscesse Gesù, tre volte rinnegò e subito cantò il gallo per la seconda volta, come gli era stato predetto dal Messia (cf Mc 14,72). Proprio in quel momento Gesù, legato e circondato dagli sbirri, aveva appena terminato la seduta notturna e veniva condotto nel sotterraneo, passando attraverso l’atrio dove era stato acceso il fuoco. Udito il gallo, Pietro si scosse, guardò più in là e vide che Gesù passava e che a sua volta lo fissava con uno sguardo d’amore speciale. A quel punto Pietro, ricordandosi di quello che Gesù gli aveva detto, «uscito fuori, pianse amaramente» (Mt 26,75). Scrive sant’Agostino: «Eccovi dunque Pietro, un uomo che rinnega e che ama; che rinnega per debolezza umana, che ama perché sorretto dalla grazia divina. Il giorno che rinnegò Pietro scoprì ai suoi stessi occhi chi realmente fosse. In effetti era stato un presuntuoso e con orgogliosa vanteria aveva, per così dire, sbandierato le sue forze. Affermando: Signore, io resterò con te fino alla morte, aveva presunto delle proprie forze [...]. E di fatto [...] prima che il gallo cantasse, quel servo, pur così entusiasta, negò tre volte il Signore. E dopo che l’ebbe rinnegato tre volte, cosa troviamo scritto nel Vangelo? Il Signore lo guardò e [Pietro] pianse amaramente. Se il Signore non l’avesse guardato, Pietro non avrebbe pianto» (Discorso 229/P, n. 3). A lui fa eco sant’Ambrogio che commenta: «Tutti coloro che Gesù guarda, piangono. La prima volta Pietro rinnegò e non pianse: perché il Signore non lo aveva guardato. Lo rinnegò una seconda volta e neppure questa volta pianse, poiché non lo aveva guardato il Signore. Quando lo rinnegò per la terza volta, però, Gesù fissò su di lui il suo sguardo e cominciò a piangere con amarezza incontenibile [...]. Pietro pianse, e con amarezza profonda; pianse affinché le sue lacrime potessero lavare il suo peccato. Anche tu devi piangere la tua colpa con lacrime se vuoi ottenere il perdono nello stesso momento ed istante in cui Cristo ti guarda. Se ti capita di cadere in qualche peccato, colui che ti è testimone nel più intimo del tuo essere, ti guarda per farti ricordare e confessare il tuo errore» (Sant’Ambrogio, Expositio Evangelii secundum Lucam, X, 89-90). 

A ricordo di questo episodio, fuori la basilica è stata posta una statua che rappresenta san Pietro accanto al fuoco, nell’atto di rinnegare Gesù. Sotto si essa vi è la scritta: «Non novi illum» (Lc 22,57).

La morte di Giuda

La mattina si seppe subito della cattura e della condanna di Gesù. Giuda allora per la prima volta si rese conto delle conseguenze del suo tradimento e si disperò. Il suo amore per il Messia era torbido e impuro per cui non seppe far prevalere la speranza del perdono. I trenta sicli ricevuti per il tradimento gli divennero fonte di insopportabile amarezza, come fossero arroventati e si recò al sinedrio per restituirli, gridando di aver tradito sangue innocente, ma ricevette solo una fredda risposta: «A noi che importa? Pensaci tu!» (Mt 27,4). Gettò le monete d’argento nel Tempio, si allontanò mentre «l’amore suo per Gesù credeva scorgere davanti a sé una rupe insormontabile per raggiungere la persona sempre amata. Da ogni parte il traditore vedeva attorno a sé il vuoto. Una nerissima tenebra avvolse allora la sua mente, ed egli fuggendo via dal Tempio», «andò a impiccarsi» (Mt 27,5).

Mai dubitare del perdono della Madre divina. Secondo la mistica Anna K. Emmerick, il Redentore aveva accennato alla Madre del prossimo tradimento di Giuda per cui la Vergine Maria pregò compassionevolmente per il miserabile Discepolo. Ma al contrario di san Pietro, che, secondo alcuni Padri, dopo aver rinnegato Gesù, si gettò ai piedi della Madonna per ottenere il perdono e rialzarsi, Giuda si lasciò andare alla disperazione, il demonio l’afferrò, lo condusse quasi alla pazzia e non fu più capace di rivolgersi a Colei che avrebbe potuto aiutarlo.

O tu che leggi, ricordati che Gesù ti guarda dal tabernacolo con sguardo d’amore, nonostante i tuoi peccati e le tue miserie. Non disperare mai del suo perdono e del perdono della Madre sua, anche se le cadute fossero gravi. Medita e piangi la Passione di Gesù e impara da Maria Santissima a compatire le sofferenze del Redentore. 

Fonte: Settimanale di Padre Pio, fasc. 9, 25.2.2024

martedì 24 ottobre 2023

Quanto vale Gerusalemme? Niente .... Tutto .....

Per capire il conflitto odierno, illuminante è questa scena tratta dal film colossal del 2005, Le crociate - Kingdom of Heaven.

Baliano di Ibelin chiede: “Quanto vale Gerusalemme?”

Saladino risponde: “Niente… Tutto”.

In quella terra, una pace che manca da sempre; è un conflitto lungo quanto la storia stessa e che non finirà mai. Proprio perché Gerusalemme è niente e tutto sia per i cristiani sia per ebrei ed islamici.

sabato 25 marzo 2023

L'antica basilica dell'Annunciazione a Nazareth

Oggi, 25 marzo, ricorre la festa dell'Annunciazione della B.V.M.
Il luogo dell'Annunciazione oggi è sormontato da una basilica, costruita nel decennio 1959-69, dall'architetto Giovanni Muzio, che demolì, nel 1954, l'antica e splendida basilica sino ad allora esistente, che era stata costruita nel XVIII sec. sui resti della basilica di epoca crociata, che, a sua volta, sorgeva sui resti di quella bizantina del V sec.
Sebbene la nuova struttura sia sorta per mettere in luce gli scavi archeologici condotti dal frate francescano Camillo Bellarmino Bagatti, tuttavia, lo scrigno che li dovrebbe contenere appare freddo, scarno, minimalista, ed oggettivamente brutto, quasi un capannone industriale in cemento, rispetto a quella che era la struttura della chiesa precedente.
Ora non vogliamo instaurare paragoni, ma certamente la chiesa precedente era molto ma molto più bella e solenne, pur nella sua semplicità.
Qui, vogliamo darne un saggio attraverso alcune foto d'epoca.
Dalla stessa struttura architettonica si riconosceva la sua indole francescana:








domenica 26 febbraio 2023

I luoghi delle tentazioni di Gesù


Grotta delle Tentazioni, associata alla prima tentazione, Monte della Quarantena (o delle Tentazioni) Jebel (o Jabal) Quruntul

Ciò che rimane del pinnacolo del Tempio, Gerusalemme. Il diavolo dalla sommità invitò Gesù a gettarsi di sotto


Sperone di roccia associato alla terza tentazione e su cui sarebbe stato assiso Gesù, Monte della Quarantena (o delle Tentazioni).
Probabilmente il diavolo, da questo sperone roccioso, nel mostrare i regni della terra, avrà semplicemente indicato la florida città di Gerico, che sorgeva sotto il monte con la rigogliosa zona della valle del fiume Giordano


domenica 5 aprile 2020

La “Missa sicca” della Domenica delle Palme

In occasione della Domenica delle Palme, in cui si celebra l’ingresso solenne di Gesù nella Città Santa, Gerusalemme, riprendiamo, rilanciandolo, questo contributo, già pubblicato nel 2018, ma assai utile in questi tempi.


La “Missa sicca” della Domenica delle Palme

A testimonianza della veneranda antichità dei riti della Settimana Santa, rimontanti ai primi secoli della storia della Chiesa, la Domenica delle Palme continua a officiarsi una cerimonia assai diffusa nel Medioevo e scomparsa dopo il Concilio Tridentino, detta Missa sicca, ossia una celebrazione che ricalca il modello della Messa, ma è priva della parte sacrificale. Essa veniva officiata in occasione di benedizioni, o per i matrimoni in alcune particolari circostanze; rimane oggi unicamente per il rito di benedizione dei rami d’ulivo con cui i Cristiani inneggeranno a Cristo entrante in Gerusalemme, siccome inneggiarono i fanciulli giudei a quel suo solenne ingresso duemila anni fa.
Dopo Terza, avuta luogo more solito l’aspersione domenicale, il Sacerdote rivestito di stola e piviale violacei accede all’altare, lo venera col bacio, e va al lato dell’epistola, mentre il coro canta la solenne antifona Hosanna filio David. ‘Hosanna’, come ben spiega il Card. Schuster, indica un uso rituale tipicamente ebraico, svolto in occasione delle grandi feste come la dedicazione del tempio, ovverosia il portare rami d’alberi qua e là in occasione d’onori. Il fatto che a Nostro Signore sia stato tribuito un siffatto ingresso nella Città Santa, infatti, prefigura direttamente la sua divina regalità, poiché tale onore spettava generalmente alle feste in onore di Dio, e non a uomini, per quanto importanti.
Il Sacerdote intanto prosegue le cerimonie come alla Messa: canta l’orazione, con cui apre il cammino della Settimana Santa, richiedendo a Dio di moltiplicare le grazie pel suo popolo e di farlo giungere alfine alla gloriosa Risurrezione.
Dipoi, il suddiacono canta la Lezione, che è tratta dai capitoli XV e XVI dell’Esodo: in tale brano, infatti, oltre a mentovarsi settanta palme all’inizio del brano, viene preannunciata la missione salvifica del Cristo, poiché Iddio, sotto figura di manna, promise di dare il suo Divin Figliuolo. Soggiungesi poi un responsorio, a mo’ di graduale, che può scegliersi tra un brano di San Giovanni e uno di San Matteo, ambedue riferentesi alla condanna a morte del Redentore, dacché è attraverso di essa che a noi è elargito dal cielo ogni beneficio.
Intanto, viene benedetto l’incenso e il diacono domanda al Sacerdote la benedizione, apprestandosi a cantare il Vangelo, con le consuete cerimonie della Messa solenne.
La pericope evangelica è proprio l’Ingresso in Gerusalemme, secondo San Matteo (capitolo XXI).
Tra i rituali della Messa secca s’inseriscono ora le preci di benedizione dei rami. La Chiesa benedice
e distribuisce i rami perché già vede perfetto il trionfo di Cristo. Inoltre, essendo Egli il trionfatore e dovendo per Lui trionfare gli eletti in Cielo, convenientemente la benedizione e distribuzione vien fatta dal Sacerdote, che rappresenta Cristo.
Dopo aver cantato una orazione, il Sacerdote intona un prefazio in cui si esalta la regalità suprema di Nostro Signore, al termine del quale viene cantato il Sanctus, dimodoché insieme procedano la lode delle schiere celesti e quella delle turbe terrene. Si noti ancora una volta la perfetta identità di questo rituale con le cerimonie della Messa; soltanto, ora, anziché procedere alla Consacrazione, seguirà piuttosto la già preannunziata benedizione dei rami.
E dunque ciò avviene con cinque solenni orazioni, le quali mostrano quale sia il mistero ed il significato dei rami di olivo e di palma, e come gli uomini, in virtù della ricezione di tali sacramentali, vengano da essi aiutati per mezzo della divina grazia. La benedizione viene conclusa dall’aspersione e dall’incensazione dei rami.
Cantata un’ulteriore orazione in cui si chiede a Iddio di accoglierci, mondati dal peccato, nel numero di quanti lo esaltano festanti coi rami di palma, il Sacerdote distribuisce gli stessi al clero e poi al popolo, mentre il coro canta il responsorio Púeri Hebræórum. Lavatosi le mani ai piedi dell’altare e cantata un’altra orazione dal lato dell’epistola, ha inizio la solenne processione, coll’invito del diacono: Procedamus in pace, cui il coro risponde: In nomine Christi. Amen.
Avanti a tutti va il turibolo fumigante, segue la croce processionale, velata e con un ramo di palma legato ad essa da un nastro violaceo, portata dal suddiacono e accompagnata dagli accoliti coi ceri accesi, indi il clero, e per ultimo il Sacerdote accompagnato dal diacono e dal cerimoniere, tutti reggenti in mano i rami d’ulivo. Durante il tragitto, il coro canta numerose antifone, ora tratte da brani evangelici, ora di composizione ecclesiastica, che richiamano l’esultanza dei fanciulli ebrei in onore di Gesù Cristo.
Quando la processione ha termine, tutti si fermano anzi alla porta della chiesa: quattro cantori entrano nel tempio e chiudono le porte, indi iniziano il canto del poema di Teodolfo d’Orleans, rimontante al IX secolo, che inizia Gloria, laus et honor tibi sit. Esso viene cantato da quelli dentro la chiesa, ai quali rispondono tutti coloro che stanno fuori con il ritornello. Il fatto che alcuni stiano dentro la chiesa cantando ed altri fuori rispondendo, significa che gli Angeli, prima della Risurrezione e il trionfo di Cristo, stavano nel Cielo chiuso agli uomini e, lodando Dio, lo pregavano di restaurare il genere umano. A questi, i buoni mortali affidati alla speranza divina, rispondevano cantando e pregando per esser a quelli congiunti.
Quinci, il suddiacono percuote tre volte la porta con la Croce astile, sinché questa non viene aperta, e la processione rientra solennemente in chiesa cantandosi il responsorio Ingrediente Domino. Ora quelli di fuori si uniscono con quelli di dentro fino a formare un corpo solo, per significare che l’ingresso fatto oggi da Cristo in Gerusalemme prefigurava la sua entrata nella città del Paradiso dove i giusti dovevano unirsi con gli Angeli ed avere, trionfanti, i segni e le palme della vittoria gloriosa. E, siccome tale ingresso avvenne mediante la morte espiatoria di Cristo, e la sua Croce aprì dunque ai giusti le porte del Paradiso, così è la Croce che simbolicamente apre le porte della chiesa per farvi entrare i fedeli.
Con questa commovente cerimonia ricca di significato, si chiude l’ufficiatura della “Missa sicca” e della relativa processione, e il Sacerdote, svestito il piviale e indossati pianeta e manipolo di colore violaceo, inizia la vera e propria Messa con le preghiere ai piedi dell’altare.

Omnípotens sempitérne Deus, qui Dóminum nostrum Iesum Christum super pullum ásinæ sedére fecísti, et turbas populórum vestiménta vel ramos arbórum in via stérnere et Hosánna decantáre in laudem ipsíus docuísti: da, quæsumus; ut illórum innocéntiam imitári possímus, et eórum méritum cónsequi mereámur. Per eúndem Christum, Dóminum nostrum.

Onnipotente sempiterno Iddio, che faceste sedere nostro Signore Gesù Cristo su di un asinello, e ordinaste alle turbe dei popoli di stendere per la via le vesti e i rami degli alberi, e a cantare “Osanna” in di Lui onore: concedete, ve ne preghiamo, che noi possiamo imitare l’innocenza di quei fanciulli, e meritiamo di conseguire al fine il loro merito. Per lo stesso Cristo Signor nostro.

Fonte: Traditio marciana, 4.4.2020

domenica 8 settembre 2019

Sui luoghi della nascita di Maria ed una meditazione sulla Natività di Maria







Giovanni Stano, Educazione della Vergine, XIX sec., chiesa di S. Anna, Lecce


Charles-Antoine Coypel, Educazione della Vergine, 1735-37, Speed Art Museum, Louisville

Meditazione e preghiera a Santa Maria Bambina, in Radiospada, 8.9.2019

venerdì 19 aprile 2019

L’anello di Pilato, l’uomo che crocefisse il Re dei Giudei

In questo Venerdì Santo, vogliamo rilanciare una scoperta, che risale allo scorso autunno: l’anello di Ponzio Pilato. Forse, quello stesso anello con il quale il prefetto di Giudea aveva “firmato” la condanna a morte di Gesù. Per la verità, l’anello era stato scoperto, quasi un cinquantennio fa, nei pressi di Betlemme, all’Herodium. Tuttavia, solo l’anno scorso ne è stata decifrata la scritta, identificando così il suo proprietario: Pilato, appunto.
La notizia ha avuto ampio risalto sulla stampa: Amanda Borschel-Dan, 2,000-year-old ‘Pilate’ ring just might have belonged to notorious Jesus judge, in The Time of Israel, Nov. 29, 2018; World Israel News Staff, Pontius Pilate’s ring discovered from site near Bethlehem, in WIN News, Nov. 29, 2018; Palko Karasz, Pontius Pilate’s Name Is Found on 2,000-Year-Old Ring, in The New York Times, Nov. 30, 2018; Nick Squires, Bronze ring found in ancient fortress near Bethlehem may have belonged to Pontius Pilate, in The Telegraph, Nov. 30, 2018; Nir Hasson, Ring of Roman Governor Pontius Pilate Who Crucified Jesus Found in Herodion Site in West Bank, in Haaretz, Dec. 2, 2018; Robert Cargill, Was Pontius Pilate’s Ring Discovered at Herodium?, in Biblical Archeology Society, Dec. 4, 2018; Dorothy Cummings McLean, Archaeologists uncover ring bearing seal of Roman governor who ordered Jesus’ death, in Lifesitenews, Dec. 13, 2018; G. W. Thielman, Archaeologists Discover Pontius Pilate Reference On Ancient Ring, in The Federalist, Dec. 26, 2018; Mezzo secolo dopo la scoperta decifrato il nome del prefetto romano, in L’Osservatore Romano, 29.11.2018; Paolo Rodari, Israele, ritrovato l’anello di Ponzio Pilato, in La Repubblica, 30.11.2018; Andrea Tornielli, Pilato, a 57 anni dalla scoperta della lapide ritrovato un anello col suo nome, in La Stampa, 1.12.2018; Franca Giansoldati, L’anello di Ponzio Pilato trovato a Betlemme: il nome decifrato grazie a una tecnica fotografica, in Il Messaggero, 1.12.2018; Christophe Lafontaine, L’enigma di un antico anello: appartenne a Pilato?, in Terra Santa.net, 1.12.2018; Scoperto l’anello di Ponzio Pilato, un’altra prova della storicità del prefetto dei Vangeli, in Chiesa e postconcilio, 4.12.2018.
L’odierna ricorrenza, dunque, ci sembra quantomeno opportuna per rilanciare questo contributo.

Antonio Ciseri, Ecce homo, 1880 circa, Museo Cantonale d'Arte, Lugano



L’anello di Pilato, l’uomo che crocefisse il Re dei Giudei

La scritta impressa su un anello di bronzo con sigillo, rinvenuto circa 50 anni fa durante degli scavi archeologici presso il sito dell’Herodion, a pochi chilometri da Betlemme, è stata recentemente decifrata dagli studiosi, che vi hanno identificato un nome significativo: Pilato.


La scritta impressa su un anello di bronzo con sigillo, rinvenuto circa 50 anni fa durante degli scavi archeologici presso il sito dell’Herodion, a pochi chilometri da Betlemme, è stata recentemente decifrata dagli studiosi, che vi hanno identificato un nome significativo: Pilato. L’anello era stato ritrovato, insieme a migliaia di altri reperti risalenti al I secolo, grazie agli scavi guidati nel 1968-69 dal professor Gideon Foerster dell’Università Ebraica di Gerusalemme, eseguiti in vista dell’apertura dell’Herodion ai visitatori. L’Herodion è la collina su cui Erode il Grande fece costruire un palazzo-fortezza sul finire del I secolo a.C. che venne poi distrutto dai Romani intorno al 71 d.C., a seguito della prima guerra giudaica.

L’attuale squadra che lavora presso il sito archeologico, guidata da Roi Porath, anch’egli dell’Università Ebraica, è riuscita a discernere, dopo aver accuratamente pulito l’anello e grazie all’uso di una speciale fotocamera messa a disposizione dai laboratori dell’Autorità israeliana per le Antichità, il nome in greco impresso sull’anello e formato dalle lettere «ΠΙΛΑΤΟ», equivalenti appunto a «Pilato». I dettagli della ricerca sono stati pubblicati in un articolo sull’Israel Exploration Journal (vol. 68/2). La scritta circonda l’immagine di quel che sembra un recipiente per il vino. Dopo la decifrazione del nome i ricercatori lo hanno collegato al Ponzio Pilato di cui parlano tutti e quattro i Vangeli, dove è menzionato come il governatore della Giudea che acconsentì, pur riluttante, alla crocifissione di Gesù. Un nome che noi cristiani ripetiamo ogni volta che pronunciamo il Credo, ricordando che Nostro Signore patì «sotto Ponzio Pilato».

Oltre che dai quattro evangelisti, Pilato è menzionato negli scritti di altri autori a lui contemporanei, cioè lo storico d’origine ebraica Flavio Giuseppe (ca 37-100) e l’erudito Filone d’Alessandria (ca 20 a.C.-45 d.C.), nonché in un brano di Tacito (ca 55-120) risalente al 116 circa. La storia ce lo indica come il quinto governatore della Giudea romana, che resse tra il 26 e il 36. Non si conoscono altri personaggi dell’epoca aventi il suo stesso nome, che come ha spiegato il professor Danny Schwartz era più che una rarità in Israele: «Non conosco nessun altro Pilato del periodo e l’anello mostra che era una persona di levatura e ricchezza», ha detto Schwartz, citato dal quotidiano israeliano Haaretz.

Per gli studiosi, inoltre, un anello di questo tipo rivela lo status dei membri della cavalleria romana del tempo, cui lo stesso Pilato apparteneva. Il suo nome era stato ritrovato dal professor Foerster negli anni Sessanta anche su una pietra dell’Herodion, che dopo la morte di Erode continuò a servire come base dei funzionari romani ed è dunque verosimile che anche Pilato se ne servì come una sorta di quartier generale. Tornando all’anello con sigillo, i ricercatori ritengono che possa essere stato usato da Pilato nel suo lavoro quotidiano e, dunque, potrebbe averlo avuto al dito quando diede il suo via libera, preceduto dal gesto di lavarsi le mani, alla crocifissione di Gesù. Poco prima, riferisce san Giovanni Evangelista, il governatore romano aveva avuto il famoso dialogo con Gesù, che gli disse di essere venuto nel mondo «per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce». E Pilato aveva poi chiesto: «Che cos’è la verità?» (Quid est veritas? Curiosamente, questa frase latina anagrammata contiene già in sé la risposta…).


NON SOLO INRI. PILATO E LA SCRITTA SULLA CROCE

Questa interessante ricerca contemporanea ci dà lo spunto per ricordare un altro fatto che riguarda Pilato e Gesù, relativamente poco noto, specie se considerato nella sua portata più ampia e rivelatrice. È risaputo che sopra la santa Croce il politico romano aveva fatto porre l’iscrizione - il cosiddetto titulus crucis - recante il motivo della condanna di Cristo: Iesus Nazarenus [1] Rex Iudaeorum(«Gesù nazareno, il re dei Giudei»), le cui iniziali ci restituiscono la celebre sigla INRI. L’iscrizione, tuttavia, non era solo in latino. San Giovanni Evangelista, autore del quarto e ultimo Vangelo, ci informa infatti che la scritta era in ebraico, latino e greco. Un dettaglio irrilevante? Non proprio. Per capire perché facciamo un passo indietro nella Scrittura.

Nella teofania del roveto ardente, narrata nel libro dell’Esodo, Dio si rivela a Mosè ordinandogli di tornare in Egitto per liberare il suo popolo, Israele. Quando Mosè, domandosi in che modo gli Israeliti avrebbero mai potuto dargli retta, chiede a Dio di manifestargli il suo Nome, si sente rispondere: «Io Sono colui che Sono!». E poi: «Dirai agli Israeliti: Io-Sono mi ha mandato a voi» (Es 3,14). Il sacro tetragramma corrispondente al Nome divino, che molti ebrei non osano pronunciare e rendono con il termine Adonai (Signore), è YHWH. Torniamo al racconto evangelico. Nel pieno della sua attività pubblica, mentre rivela la sua consostanzialità al Padre, Gesù fa una profezia a quei Giudei che stentano a riconoscerlo: «Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora conoscerete che Io Sono» (Gv 8,28), dove l’innalzamento indica la sua crocifissione. Ma in che modo questa profezia si lega al titulus crucis?

Sempre Giovanni, nello stesso brano in cui ci informa della scritta eseguita in tre lingue, riferisce che «molti Giudei lessero questa iscrizione, perché il luogo dove Gesù fu crocifisso era vicino alla città». Da lì i capi dei sacerdoti dei Giudei protestarono con Pilato: «Non scrivere: Il re dei Giudei, ma: Costui ha detto: Io sono il re dei Giudei». Certo, si può pensare che già da sola l’espressione re dei Giudei desse fastidio a chi non aveva accettato Gesù Cristo, ma c’è molto di più: ricordiamo che - quando Nostro Signore fu condotto davanti al sinedrio - il sommo sacerdote si stracciò le vesti, accusandolo di bestemmia, solo dopo che Gesù aveva confermato di essere il Figlio di Dio. Era questa infatti la vera inconcepibile «colpa» di Gesù per i suoi carnefici, essere uomo ma «farsi» Dio.

In definitiva: sappiamo della scritta in latino, ma com’era resa in ebraico? Lo scrittore Henri Tisot (1937-2011) si è rivolto a diversi rabbini per sapere quale fosse l’esatta trascrizione in ebraico di «Gesù nazareno, re dei Giudei» e ha scoperto che le lettere corrispondenti dovevano essere «שוע הנוצרי ומלך היהודים», le quali - traslitterate, vocalizzate e tenendo presente la lettura da destra verso sinistra - ci danno come risultato: Yeshua Hanotsri Wemelek Hayehudim. Le iniziali non sono altro che il tetragramma sacro: YHWH. Cioè il Nome di Dio rivelante l’Essere eterno e perfetto: Io-Sono. La profezia di Gesù era compiuta.

I Giudei che protestarono con Pilato si videro quindi improvvisamente davanti agli occhi - nel modo più impensabile - la Verità incarnata, il Dio fatto uomo, che avevano rifiutato e messo in croce. Ecco perché si rivela in tutto il suo significato l’iscrizione composta da Pilato e con essa la replica del governatore, ancora riferita da san Giovanni Evangelista, di fronte alla richiesta di quei Giudei: «Quel che ho scritto ho scritto» (Gv 19,22). Come una sentenza, un sigillo che ci ricorda Chi è quel Bambino che festeggiamo a Natale e venuto in mezzo a noi per offrirci la salvezza.

[1] “Nazarinus”, secondo il frammento di tavoletta custodito a Roma nella basilica di Santa Croce in Gerusalemme e che corrisponderebbe alla forma corretta del latino nel I secolo.