Sante Messe in rito antico in Puglia

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giovedì 28 marzo 2024

Sul luogo del rinnegamento: la basilica del Gallicantu

In questo giovedì della Settimana Santa, soffermiamoci sul luogo del rinnegamento di Pietro: la basilica gerosolominata di San Pietro in Gallicantu.

La basilica del Gallicantu

di Pietro Romano

L’abbandono, il tradimento, la disperazione, la presenza salvifica di Maria Santissima... Quanto abbiamo da meditare presso San Pietro in Gallicantu!

La chiesa sorge sul lato orientale del monte Sion. Verso la metà del V secolo, vi fu eretto un monastero bizantino dedicato alle lacrime di pentimento versate da san Pietro e non al suo tradimento. La chiesa del monastero era menzionata dai pellegrini con il nome di Chiesa delle lacrime. Dopo le invasioni arabe, tale cappella fu ricostruita dai crociati nel XII secolo e rinominata San Pietro in Gallicantu, per far memoria del gallo che cantò dopo che san Pietro rinnegò per tre volte il Maestro (cf Mt 26,69-75). 

La Chiesa, edificata nei pressi del luogo dove si suppone sorgesse la casa di Caifa, sommo sacerdote, dalla fine del XIX secolo appartiene ai padri Agostiniani Assunzionisti, che nel 1888 compirono degli scavi archeologici, riportando alla luce le rovine del monastero bizantino e un complesso di grotte, facenti parte probabilmente di abitazioni del I secolo. Vi è anche la cosiddetta prigione di Cristo, ossia il luogo dove, secondo la tradizione, il Redentore passò la notte, dopo il processo avuto presso Anna e Caifa, prima di essere consegnato a Pilato. Recentemente vicino alla Chiesa è stata scoperta una strada a gradini di epoca romana, che dal monte Sion scende verso la piscina di Siloe e verso il Getsemani. Quasi sicuramente per questa strada Gesu?, dopo l’Ultima Cena, scese per andare con i suoi Apostoli a pregare nell’orto degli ulivi. 

Verso la casa di Caifa: Gesù solo

Arrestato Gesù e legato con funi, i soldati lo condussero via. Era solo. Nessun amico gli era rimasto vicino. Gli Apostoli, infatti, smarriti e impauriti dal tintinnio delle catene e dal luccicore delle spade, erano fuggiti, tutti. Le guardie fecero il percorso inverso fatto poche ora prima da Gesù con gli Apostoli: attraversarono il Cedron e risalirono sulla collina occidentale della città, dove si trovava la casa del sommo sacerdote Caifa, dove, in un diverso appartamento, abitava anche Anna, non più in carica, ma ancora potentissimo. Quel doloroso cammino fatto dal Salvatore, ogni anno viene ripercorso da molti fedeli che, dopo la celebrazione dell’Ora santa in compagnia di Gesù agonizzante fatta al Getsemani verso le 20.30, si dirigono con le fiaccole accese e pregando il santo Rosario verso la basilica del Gallicantu, attraversando la valle del Cedron e risalendo la collina, sui passi di Gesù, per riparare gli oltraggi che Egli ricevette dai soldati lungo tutto il tragitto e per colmare la solitudine in cui Egli si trovò sin dall’inizio della sua Passione. 
O tu che leggi, recati in spirito presso l’orto del Getsemani e accompagna Gesù lungo la via che conduce da Caifa. Non lasciarlo solo anche tu! Confortalo, aiutalo, in quella notte di fitte tenebre.

L’interrogatorio e gli oltraggi

Due furono gli interrogatori cui fu sottoposto Gesù, avvenuti in due fasi e sedi differenti, uno alla sera, dinanzi ad Anna, e uno al mattino, davanti a Caifa e al sinedrio. La prima fase fu religiosa: Gesù, infatti, venne imputato di delitto religioso e dichiarato dal sinedrio degno di morte. Poiché tale sentenza aveva solo un valore teoretico, non potendo il sinedrio eseguire sentenze capitali senza l’approvazione dell’autorità romana, allora questi si rivolse al procuratore di Roma, aprendo così la seconda fase del processo che si svolse dinanzi al tribunale civile. 


Il primo interrogatorio, verso le 2.00 del mattino, avvenne dinanzi ad Anna, il quale interrogò Gesù circa i suoi Discepoli e il suo insegnamento. Egli rispose rinviando alle testimonianze di coloro che lo avevano ascoltato insegnare e predicare. Uno schiaffo violento concluse l’interrogatorio e Gesù fu consegnato alle guardie del sinedrio perché lo custodissero sino alla seduta del mattino. Stanchi e irritati per la notte passata insonne a causa sua, i soldati, condotto il prigioniero in uno dei sotterranei, fecero del condannato l’oggetto dei loro scherni: schiaffeggiato, sputato in faccia, insultato e bastonato.

Ancora oggi si può visitare la prigione di Cristo, dove, nella penombra della grotta, si è invitati ad unirsi alle sofferenze del Redentore, recitando il Salmo 88: «Mi hai gettato nella fossa più profonda, / negli abissi tenebrosi. /Pesa su di me il tuo furore / e mi opprimi con tutti i tuoi flutti. / Hai allontanato da me i miei compagni, / mi hai reso per loro un orrore. / Sono prigioniero senza scampo, / si consumano i miei occhi nel patire. / Tutto il giorno ti chiamo, Signore, / verso di te protendo le mie mani» (Sal 88,7-10).
Gesù fu condotto da Caifa attraverso un cortile e «appena fu giorno» (Lc 22,66), probabilmente verso le 5.00 del mattino, fu tenuta la seconda seduta, alla presenza di tutti e tre i gruppi del sinedrio. Molti falsi testimoni si fecero avanti ad accusare Gesù (cf Mt 26,61; Mc 14,58), contraddicendosi tra loro. Caifa, alterato per la situazione difficile, dopo la risposta di Gesù, lo accusò di bestemmia, strappandosi le vesti. Scrive il Ricciotti: «Per rendere più visivo e più impressionante il suo sdegno, il sommo sacerdote mentre aveva lanciato il primo grido si era anche strappato l’orlo superiore della tunica, com’era usanza di fare quando si assisteva ad una scena di sommo cordoglio; ma in realtà se quell’uomo avesse mostrato palesemente sul volto i veri sentimenti che aveva nel cuore, il suo aspetto sarebbe apparso illuminato di profonda e sincera gioia. Egli infatti credeva d’esser riuscito a far bestemmiare Gesù, e con ciò ad implicarlo nella sua propria condanna».

Il rinnegamento di Pietro: il valore di uno sguardo

Tre volte san Pietro fu interrogato se conoscesse Gesù, tre volte rinnegò e subito cantò il gallo per la seconda volta, come gli era stato predetto dal Messia (cf Mc 14,72). Proprio in quel momento Gesù, legato e circondato dagli sbirri, aveva appena terminato la seduta notturna e veniva condotto nel sotterraneo, passando attraverso l’atrio dove era stato acceso il fuoco. Udito il gallo, Pietro si scosse, guardò più in là e vide che Gesù passava e che a sua volta lo fissava con uno sguardo d’amore speciale. A quel punto Pietro, ricordandosi di quello che Gesù gli aveva detto, «uscito fuori, pianse amaramente» (Mt 26,75). Scrive sant’Agostino: «Eccovi dunque Pietro, un uomo che rinnega e che ama; che rinnega per debolezza umana, che ama perché sorretto dalla grazia divina. Il giorno che rinnegò Pietro scoprì ai suoi stessi occhi chi realmente fosse. In effetti era stato un presuntuoso e con orgogliosa vanteria aveva, per così dire, sbandierato le sue forze. Affermando: Signore, io resterò con te fino alla morte, aveva presunto delle proprie forze [...]. E di fatto [...] prima che il gallo cantasse, quel servo, pur così entusiasta, negò tre volte il Signore. E dopo che l’ebbe rinnegato tre volte, cosa troviamo scritto nel Vangelo? Il Signore lo guardò e [Pietro] pianse amaramente. Se il Signore non l’avesse guardato, Pietro non avrebbe pianto» (Discorso 229/P, n. 3). A lui fa eco sant’Ambrogio che commenta: «Tutti coloro che Gesù guarda, piangono. La prima volta Pietro rinnegò e non pianse: perché il Signore non lo aveva guardato. Lo rinnegò una seconda volta e neppure questa volta pianse, poiché non lo aveva guardato il Signore. Quando lo rinnegò per la terza volta, però, Gesù fissò su di lui il suo sguardo e cominciò a piangere con amarezza incontenibile [...]. Pietro pianse, e con amarezza profonda; pianse affinché le sue lacrime potessero lavare il suo peccato. Anche tu devi piangere la tua colpa con lacrime se vuoi ottenere il perdono nello stesso momento ed istante in cui Cristo ti guarda. Se ti capita di cadere in qualche peccato, colui che ti è testimone nel più intimo del tuo essere, ti guarda per farti ricordare e confessare il tuo errore» (Sant’Ambrogio, Expositio Evangelii secundum Lucam, X, 89-90). 

A ricordo di questo episodio, fuori la basilica è stata posta una statua che rappresenta san Pietro accanto al fuoco, nell’atto di rinnegare Gesù. Sotto si essa vi è la scritta: «Non novi illum» (Lc 22,57).

La morte di Giuda

La mattina si seppe subito della cattura e della condanna di Gesù. Giuda allora per la prima volta si rese conto delle conseguenze del suo tradimento e si disperò. Il suo amore per il Messia era torbido e impuro per cui non seppe far prevalere la speranza del perdono. I trenta sicli ricevuti per il tradimento gli divennero fonte di insopportabile amarezza, come fossero arroventati e si recò al sinedrio per restituirli, gridando di aver tradito sangue innocente, ma ricevette solo una fredda risposta: «A noi che importa? Pensaci tu!» (Mt 27,4). Gettò le monete d’argento nel Tempio, si allontanò mentre «l’amore suo per Gesù credeva scorgere davanti a sé una rupe insormontabile per raggiungere la persona sempre amata. Da ogni parte il traditore vedeva attorno a sé il vuoto. Una nerissima tenebra avvolse allora la sua mente, ed egli fuggendo via dal Tempio», «andò a impiccarsi» (Mt 27,5).

Mai dubitare del perdono della Madre divina. Secondo la mistica Anna K. Emmerick, il Redentore aveva accennato alla Madre del prossimo tradimento di Giuda per cui la Vergine Maria pregò compassionevolmente per il miserabile Discepolo. Ma al contrario di san Pietro, che, secondo alcuni Padri, dopo aver rinnegato Gesù, si gettò ai piedi della Madonna per ottenere il perdono e rialzarsi, Giuda si lasciò andare alla disperazione, il demonio l’afferrò, lo condusse quasi alla pazzia e non fu più capace di rivolgersi a Colei che avrebbe potuto aiutarlo.

O tu che leggi, ricordati che Gesù ti guarda dal tabernacolo con sguardo d’amore, nonostante i tuoi peccati e le tue miserie. Non disperare mai del suo perdono e del perdono della Madre sua, anche se le cadute fossero gravi. Medita e piangi la Passione di Gesù e impara da Maria Santissima a compatire le sofferenze del Redentore. 

Fonte: Settimanale di Padre Pio, fasc. 9, 25.2.2024

martedì 24 ottobre 2023

Quanto vale Gerusalemme? Niente .... Tutto .....

Per capire il conflitto odierno, illuminante è questa scena tratta dal film colossal del 2005, Le crociate - Kingdom of Heaven.

Baliano di Ibelin chiede: “Quanto vale Gerusalemme?”

Saladino risponde: “Niente… Tutto”.

In quella terra, una pace che manca da sempre; è un conflitto lungo quanto la storia stessa e che non finirà mai. Proprio perché Gerusalemme è niente e tutto sia per i cristiani sia per ebrei ed islamici.

martedì 15 agosto 2023

EXALTATA SUPER COROS ANGELORUM - Assunzione della Beata Vergine Maria in anima e corpo


Un interrogativo che sorge, in questo giorno dell’Assunzione di Maria, è: abbiamo conferme celesti di questo dogma proclamato dal Venerabile Pio XII durante l’anno santo del 1950?

La domanda sorge spontanea se pensiamo che tutti i dogmi proclamati dalla Chiesa han trovato conferma e ratifica, diciamo così, in Cielo. Segnatamente i dogmi mariani.

Così, per es., il dogma della Theotokos, della divina maternità di Maria, proclamato dal Concilio di Efeso nel 431 d.C., da parte la circostanza che il titolo lo si trovava già nel Vangelo di Luca (S. Elisabetta, rispondendo al saluto di Maria, le disse: «a che devo che la madre del mio Signore venga a me?»: Lc 1, 43), ebbe conferma dalla viva voce della Vergine apparendo alle soglie dell’anno mille (1001 per l’esattezza) ad un conte di Ariano e ad un contadino, nel bosco del Cervaro, a sud di Foggia, in quello che è oggi è il Borgo Incoronata, una frazione della città di Foggia. Qui la Vergine Maria si presentò esplicitamente con le parole al conte: «Non temere, io sono la Gran Madre di Dio, voglio che mi sia eretta qui una cappella per essere venerata dai fedeli […]» (v. qui).

In modo non dissimile, fu confermato – sempre riguardo a Maria – il dogma del suo immacolato concepimento proclamato dal beato papa Pio IX nel 1854. Addirittura, qui il dogma fu proclamato dalla stessa Vergine prima della proclamazione formale della Chiesa. A Rue du Bac, a Parigi, nel novembre 1830 (quattordici anni prima del dogma), infatti, nell’apparizione della Medaglia miracolosa a S. Caterina Labouré, poteva leggersi nell’ovale della medaglia vista dalla santa «O Maria concepita senza peccato, prega per noi che a Te ricorriamo». Non solo. Ma a Lourdes, nel 1858, la Vergine, apparendo all’ignorante pastorella S. Bernadette, ebbe modo di presentarsi con l’appellativo – incomprensibile per la ragazza - «Io sono l’Immacolata Concezione». Come a voler dire alla Chiesa: già ve l’ho detto, ma se non lo comprendete, ve lo ribadisco e confermo!

Bene. E riguardo all’Assunzione cosa possiamo dire?


Innanzitutto, abbiamo delle prove materiali di quest’evento. Sì, non abbiamo testimonianze evangeliche, ma prove materiali che ci riportano direttamente a quell’evento e la cui attendibilità è fondata su testimonianze storiche e sulla traditio plurisecolare, per non dire bimillenaria, dei fedeli. Ci riferiamo innanzitutto alla c.d. tomba della Vergine, a Gerusalemme, presso il torrente Cedron; luogo veneratissimo sin dall’antichità più remota dalla comunità cristiana gerosolomitana. Nessuno si sognerebbe mai di costruire una chiesa su un wadi (letto di un corso d’acqua) del torrente Cedron, se non ci fosse stata una tradizione assai risalente circa l’esistenza di tale tomba.

Abbiamo la testimonianza, anche questa assai risalente, intorno alla reliquia della c.d. Sacra Cintola, conservata nel duomo di Prato. Si tratta di una striscia in lana di capra, broccata in filo d’oro. Secondo la Tradizione, questa cintola sarebbe stata consegnata dalla Vergine, a prova della sua Assunzione, a S. Tommaso apostolo, il quale prima di partire per le Indie l’avrebbe affidata ad un sacerdote cristiano, e, quindi, di mano in mano, sarebbe giunta nelle mani del mercante pratese Michele da Prato, il quale, trovandosi a Gerusalemme nel 1141, la ebbe in dote per il matrimonio della figlia Maria dalla famiglia del sacerdote che la ebbe, per secoli, in custodia e che era stata consegnata da S. Tommaso. E dalle mani di questo mercante, alla fine, sarebbe giunta a Prato.

Ludovico Buti,
Madonna dà la Cintola a san Tommaso,
1588-90, Museo di Palazzo Pretorio, Prato
Ma abbiamo conferme del dogma da parte di Maria?

La risposta è affermativa. Anzi, qui la conferma precedette la proclamazione del dogma e rafforzò l’intento del pontefice del tempio, il venerabile Pio XII, nell’affermazione solenne di questa verità.

Ci riferiamo alle apparizioni – sebbene non formalmente riconosciute dalla Chiesa – della Madonna all’ex evangelico Bruno Cornacchiola, insieme ai suoi tre figlioli, alle Tre Fontane, a Roma. Nella prima apparizione, quella del 12 aprile 1947, la Madonna, presentandosi a Bruno come la “Vergine della Rivelazione”, gli attestò «[…] Il mio Corpo non marcì, né poteva marcire, Mio Figlio e gli Angeli mi vennero a prendere al momento del mio trapasso […]». In un interrogatorio da parte del tribunale ecclesiastico del Vicariato, il piccolo Gianfranco, uno dei figli del Cornacchiola, – all’epoca di appena quattro anni – così si esprimeva, come ricorda un giudice di quel collegio: «“Di’ un po’: ma com’era quella statua là?”. Dice: “Ma, no, macché! Era de ciccia!”. Un’ espressione così meravigliosa per dire: “Ma che statua! Era proprio di carne ed ossa!”. Questa definizione vuol dire che è autentica apparizione» (v. qui). In un certo qual modo, con quelle parole Pio XII vide confermata dal Cielo la sua richiesta, rivolta all’intero episcopato, del maggio 1946, con la lettera enciclica Deiparae Virginis Mariae, di sapere cosa ne pensasse della proclamazione del IV dogma mariano (per l’esattezza se ritenessero tale verità definibile e se, col loro clero e popolo, ne desideravano la definizione), che comunque ebbe risposta positiva dal 98% dell’episcopato mondiale (soltanto 22 vescovi espressero perplessità sull’opportunità di siffatta definizione e solo 6 vescovi manifestarono dubbi circa la possibilità della definizione come verità rivelata).

Come se non bastasse, papa Pacelli, alla vigilia della proclamazione dogmatica, fu confortato dal c.d. miracolo del sole, del quale già abbiamo parlato in anni precedenti (v. qui).

Per cui, anche per il dogma dell’Assunzione abbiamo la conferma dal Cielo, così com’è stato per le altre verità mariane.


Augustinus


Risplende la Regina in ori di Ofir ....
Madonna Assunta, Vorno, Capannori (LU)

sabato 27 maggio 2023

Madre tra i primi cristiani: la presenza di Maria nella Chiesa nascente

Nella Vigilia della Santa Festa di Pentecoste, rilanciamo questo contributo di riflessione e meditazione sulla presenza di Maria nella Chiesa nascente.

Madre tra i primi cristiani

di Paolo Risso

Gesù ha affidato la Chiesa nascente alla sua divina Madre. Da allora Ella è sempre presente in essa, come Madre e Maestra, e, come fece con gli Apostoli, ci forma, ci sostiene e ci guida a Gesù.

La sera del Venerdì Santo (7 aprile dell’anno 30, questa è la data più sicura, secondo gli esegeti), dopo che Gesù morente aveva affidato Maria, sua Madre, al discepolo prediletto, Giovanni, e questi a Maria come Madre, «Giovanni la prese con sé» (Gv 19,27) e la trattò come Madre sua, come Madre dei suoi confratelli, gli Apostoli di Gesù. 

Fu Maria Santissima a radunare Pietro e gli altri, che erano fuggiti per la paura di fare la stessa fine di Gesù sul Calvario, prima attorno alla memoria vivente del Maestro, e, dalla mattina del terzo giorno, attorno a Lui in persona, risorto, vivo, il Vivente in eterno. Quando Gesù la sera di Pasqua si mostrò vivo ai suoi amici, realizzando la promessa inaudita: «Il terzo giorno risorgerò» (Lc 18,33), Maria certamente era con loro. 

Quando, quaranta giorni dopo, Gesù salì al Cielo e si sottrasse ai loro occhi, essi tornarono a Gerusalemme e si radunarono insieme, i Dodici e centoventi persone credenti nel Figlio di Dio, l’uomo-Dio, già crocifisso e ora glorificato dal Padre, in attesa dello Spirito Santo che li avrebbe condotti alla verità tutta intera e li avrebbe resi annunciatori del Risorto sino agli estremi confini della terra. 

«Tutti – scrive san Luca negli Atti del Apostoli – erano perseveranti e concordi nella preghiera insieme ad alcune donne e a Maria la Madre di Gesù» (At 1,14). Il cinquantesimo giorno, la solennità di Pentecoste, quando scese su di loro la “cascata di luce e di fuoco” dello Spirito Santo, si spalancarono le porte e Pietro, il primo degli Apostoli, uscì dal luogo dove stavano al riparo, e intraprese l’annuncio del Cristo (cf At 2,1-15). 

Madre e Maestra

Maria, la Madre di Gesù, era presente, con il cuore in festa, e al termine di quel giorno, Pietro le portò i primi tremila convertiti al Figlio suo, i suoi primi tremila amici e fratelli, che Maria accolse come suoi figli a immagine del Figlio suo. Era nata la Chiesa, si manifestava la Chiesa. E Lei, la Madre di Gesù, era pure la Madre della Chiesa. 

Pietro e i Dodici e la “gente del loro giro” avevano conosciuto di persona Gesù, ma quelli che non l’avevano mai visto di persona, appena seppero che Maria sua Madre era in mezzo a loro, vollero conoscerla e parlarle e domandarle: “Parlarci di Gesù, raccontaci Gesù! Chi lo fa meglio di te?”. E Maria, per tutti gli anni che rimase ancora sulla terra (circa una dozzina, dice un’antica tradizione), raccontò agli Apostoli del Figlio suo e a quelli, sempre più numerosi, che si convertivano a Lui, quanto Ella sola sapeva del suo Figlio divino. 

I Vangeli non erano ancora stati scritti (cominceranno a essere scritti 10-15 anni dopo l’Ascensione di Gesù), ma i primi cristiani di Gerusalemme e della Palestina, di Antiochia, della Siria, di Cipro... già sapevano dell’annuncio dell’Angelo a Maria, della sua visita alla cugina Elisabetta, della nascita di Gesù a Betlemme e dell’adorazione dei pastori e dei Magi, del posto singolare di san Giuseppe nella famiglia di Gesù, della sua circoncisione e dell’imposizione del suo Nome (Gesù, Dio che salva!). 

Da chi l’avevano appreso? È ovvio: l’avevano appreso da Maria, la Madre di Gesù, Dio e Signore fatto uomo. Scrive a proposito il venerabile Fulton Sheen (1895-1979), formidabile evangelizzatore del mondo d’oggi attraverso la cattedra di docente, i libri e ancor più per mezzo della radio e della televisione in tutto il mondo: «Ogni membro della Chiesa primitiva, dopo la Pentecoste e fino a quando furono scritti i Vangeli, già sapeva del miracolo dei pani e dei pesci (cf Mc 8,1-9), della Risurrezione (cf Mc 16,9-20), del parto verginale di Maria (cf Mt 1,18-25)». Così sapeva delle altre verità che facevano di Maria Santissima la Donna più grande della terra e dell’eternità. Da quanto leggiamo soprattutto nei Vangeli di Matteo e di Luca, apprendiamo che i primi cristiani, prima che i Vangeli fossero scritti, veneravano in Maria «la Piena di grazia» (Lc 1,28), la Vergine tutta santa, la Madre del Signore (cf Lc 1,39-45), Colei che più di tutti e in modo unico ha collaborato alla Redenzione operata da Gesù (cf Lc 2,1-20; Gv 19,23-27). 

Spiega ancora Fulton Sheen: «Quando furono scritti, i Vangeli registrarono una Tradizione già presente, non l’hanno creata. A un certo punto alcuni [gli Evangelisti] decisero di metterla per iscritto, come Luca inizia il suo Vangelo, “in modo che tu possa renderti conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto” (Lc 1,1-4)». Tra le fonti da cui san Luca ha attinto informazioni per le pagine su Maria e il piccolo Gesù, sicuramente c’è Maria stessa, o coloro che avevano attinto da Lei, gli Apostoli e i loro amici, primi tra tutti Pietro e Giovanni, il quale, quest’ultimo, “aveva preso Maria con sé” (cf Gv 19,27). 

Così «la Chiesa nascente – citiamo ancora da Fulton Sheen – non credeva al parto verginale di Maria perché lo dicevano i Vangeli, ma perché la Chiesa già ci credeva e i sacri scrittori lo fissarono nei Vangeli. Se gli Apostoli, che avevano vissuto con il Signore [e lo avevano appreso da Maria], non avessero insegnato il parto verginale, nessun altro lo avrebbe fatto, nessuno lo avrebbe scritto». Luca, che era medico, quindi un uomo incline allo studio, alla ricerca, al dubbio; non avrebbe scritto della verginità e delle altre cose singolarissime che erano dette di Maria Santissima e del Bambino Gesù, se non ne fosse stato più che sicuro. 

Ancora una volta, la prima fonte, il primo testimone e “documento” doveva essere Maria stessa, la quale, fin dall’inizio, dai cristiani della prima ora, era veneratissima nella Chiesa nascente come Madre di Gesù, Madre del Signore, Madre di Dio, oso dire come Corredentrice; e quindi Madre della Chiesa, costituita dai “fratelli” di Gesù, i nuovi “consanguinei di Gesù”, nella vita della grazia santificante, la sua stessa vita divina. Madre della Vite e dei suoi tralciMadre del Capo e delle sue membra, il Corpo mistico di Cristo. 

Presente e luminosa

Se tutto questo è vero, così come è vero, con intelletto di fede e di amore, io contemplo Maria che prega con gli Apostoli e i primi credenti, partecipa all’offerta del Sacrificio di Gesù nella “frazione del Pane” (cf At 2,46). Io contemplo Maria che, nel modo unico che è il suo di Madre, sostiene gli Apostoli nella predicazione e li guida a una comprensione sempre più intima della persona e dell’opera di Gesù, del suo formidabile e radioso mistero di amore. Ma anche Maria che soffre, quando apprende che gli Apostoli sono perseguitati e fatti bastonare e incarcerare dal sinedrio, lo stesso che aveva condannato il suo Gesù, e con amore materno dolcissimo cura le piaghe sui loro corpi feriti. 

Ho sempre avuto la convinzione profonda che l’evangelista Giovanni, il prediletto di Gesù, abbia scritto il Vangelo che illumina sull’intimità del divino Maestro e Redentore con una profondità dovuta alla sua “coabitazione” con Maria Santissima iniziata la sera del Venerdì Santo. Il Vangelo di Giovanni, che riporta al secondo capitolo Maria che a Cana santifica con Gesù una famiglia nascente, anticipando “la sua ora” (cf Gv 2,1-11); il Vangelo che vede Maria, la Madre, presente all’“ora” del Figlio crocifisso e in Giovanni accoglie in eredità la sua Chiesa, la sua opera di Redenzione. 

Provate, amici, a leggere i primi capitoli degli Atti degli Apostoli, delle vicende accadute a Gerusalemme, a Antiochia, in Siria... pensando che Maria era presente e operosa in quell’ambiente della Chiesa nascente, con tutto il fascino e l’autorevolezza che Ella aveva: ma lo capite? Lo immaginate? Era la Madre, è la Madre di Gesù, ed Ella accompagnava la nascita e la crescita del “Cristo mistico” che era la Chiesa!

Una con Gesù

Ma possiamo dire con brevi dense parole ciò che Maria faceva? Penso che nessuno lo abbia detto meglio della Beata Maria di Gesù Deluil-Martiny (1841-1884), vergine e martire. Sentite: «La Madonna Santissima ha trasmesso a noi in modo particolarissimo gli ultimi anni della sua vita, che vanno dalla Passione-Risurrezione di Gesù al suo beato trapasso. Ce li ha lasciati affinché li onoriamo di un culto, di un omaggio particolare, soprattutto di un’imitazione più fedele. Ora che cosa occupò l’anima e la vita di Maria in questi anni pieni di misteri troppo poco meditati? L’Eucaristia, il Calvario e la Chiesa. 

L’Eucaristia, ove Ella ritrovava il suo Gesù, lo possedeva come noi lo possediamo, lo amava, lo adorava, lo serviva e lo offriva per le mani del sacerdote, come, purtroppo, noi non sappiamo e spesso non vogliamo amarlo, servirlo e offrirlo. 

Il Calvario, i cui sanguinosi ricordi riempivano la sua anima, dove, dopo aver visto morire Gesù, straziante dolore sempre vivo nel suo cuore di Madre, andava ancora a raccogliere il Sangue e i meriti del suo divin Figlio per offrirli al Padre celeste. Il Calvario, dove la sua anima santa si offriva sacrificata e immolata con Gesù. 

E la Chiesa. La Chiesa e gli Apostoli che Ella aiutava, sosteneva, formava con le sue incessanti preghiere e una prodigiosa, nascosta immolazione; e questo con un amore e uno zelo attinti al divino braciere del Cuore di Nostro Signore». 

Non ha poteri di “ordine sacro” né poteri gerarchici; quelli li hanno gli Apostoli, quali Pietro, Giovanni, Giacomo... e coloro ai quali essi hanno imposto le mani, ovviamente tutti uomini, come ha stabilito il Signore Gesù (e nessuno può cambiare questa norma divina). Maria però è la Madre, l’Orante, la Corredentrice, la Donna eucaristica, il cui Cuore, uno con il Cuore di Gesù-Ostia, è traboccante di Lui, che irradia in modo unico tra i credenti della prima ora e tra noi, i credenti di questa nostra terribile ora. C’erano e ci sono tenebre dense, ma la Madre ci porta la Luce eterna. Nolite timere! 

Fonte: Il Settimanale di Padre Pio, fasc. n. 19, 14.5.2023

domenica 2 aprile 2023

Buona e Santa Domenica delle Palme ai nostri lettori

Juli Borrell i Pla, Entrata di Gesù in Gerusalemme, 1896, Museu Nacional D'art de Catalunya, Barcellona


Hippolyte Flandrin, Ingresso di Gesù a Gerusalemme, XIX sec., chiesa di Saint Germain des Pres, Parigi




domenica 26 febbraio 2023

I luoghi delle tentazioni di Gesù


Grotta delle Tentazioni, associata alla prima tentazione, Monte della Quarantena (o delle Tentazioni) Jebel (o Jabal) Quruntul

Ciò che rimane del pinnacolo del Tempio, Gerusalemme. Il diavolo dalla sommità invitò Gesù a gettarsi di sotto


Sperone di roccia associato alla terza tentazione e su cui sarebbe stato assiso Gesù, Monte della Quarantena (o delle Tentazioni).
Probabilmente il diavolo, da questo sperone roccioso, nel mostrare i regni della terra, avrà semplicemente indicato la florida città di Gerico, che sorgeva sotto il monte con la rigogliosa zona della valle del fiume Giordano


venerdì 10 aprile 2020

La “Sinagoga bendata”

Abbiamo già parlato sul nostro blog delle conferme talmudiche circa la divinità e messianicità di Cristo e che solo con il suo Sacrificio venne la Redenzione (vqui). Ora, in questo Venerdì santo, rilanciamo quest’ulteriore contributo in tema.

Giovanni Gasparro, Arma Christi, cimasa per l'altare della Pietà, Basilica di S. Giuseppe Artigiano, 2011, L'Aquila

La “Sinagoga bendata”


di Carlo Codega

Pochi sanno quanto accadde, a partire dall’anno della morte di Cristo, nel Tempio di Gerusalemme lungo i 40 anni che precedettero la sua distruzione. Dopo il Sacrificio del Golgota, i sacrifici di culto antichi perdono valore. Si avverano le parole di Cristo alla samaritana: «Viene l’ora — ed è questa — in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità» (Gv 4, 23).

Non è raro trovare all’interno delle grandi cattedrali medievali l’immagine di due donne – l’una a fianco dell’altra oppure contrapposte – raffigurate con caratteristiche antitetiche: una giovane donna avvenente e in piena salute, con in testa una corona e in mano un calice e, talvolta, uno scettro, spesso a cavallo di un destriero. Dall’altra parte una donna malridotta e cenciosa, talora a cavallo di un asino o sdraiata a terra, ma la cui caratteristica più particolare è quella di essere bendata. Se nella prima donna si deve scorgere la Chiesa, con il potere conferitogli da Cristo (lo scettro) e i Sacramenti di cui è dispensatrice (il calice), la seconda è senza dubbio la “Sinagoga bendata”. Con ciò gli artisti tentavano di riprodurre il complesso ma chiaro rapporto esistente tra il “resto d’Israele”, la Chiesa, e ciò che rimaneva di quell’Israele etnico o religioso, che ostinatamente si rifiutava di vedere in Cristo il Messia promesso. Questa “Sinagoga bendata” è quel giudaismo rabbinico che è, certo, in continuità con molti aspetti della rivelazione dell’Antico Testamento e dell’ebraismo classico, ma anche innovatore e profondo modificatore di questo.

Tra Antico e Nuovo Testamento

Dobbiamo prima di tutto cogliere bene questa prospettiva, la quale non sembra molto chiara al giorno d’oggi, ma che dovrebbe essere patrimonio saldo di chi si professa realmente cristiano. La prospettiva che c’interessa non è primariamente quella storica dove può anche darsi – ma la cosa è da dimostrarsi storicamente – che si possa ammettere che la Chiesa Cattolica e il Cristianesimo siano assimilabili a un movimento deviato dell’ebraismo veterotestamentario, a un rampollo fuoriuscito da un ramo che, d’altronde e nonostante ciò, continua la sua crescita nella stessa direzione. Da una prospettiva teologica dobbiamo invece ammettere che l’Antico Testamento si compie in Gesù Cristo, il quale non è un qualsiasi predicatore, ma il Messia promesso, il Figlio di Dio venuto per salvare il suo popolo, adempiere le profezie e dare compimento alle promesse. In altre parole il tronco dell’ebraismo veterotestamentario non continua al di fuori di Cristo, ma germoglia e fiorisce in Cristo, mentre gli altri rami se ne distaccano e, così, perdono il contatto con la linfa e periscono. Oppure, secondo il linguaggio di san Paolo, dobbiamo dire che l’unico modo per salvare quella pianta vetusta ma ammalata dell’ebraismo fosse quello di innestare sulla radice dell’ebraismo veterotestamentario i rampolli nuovi provenienti dalle “genti” – cioè dai non ebrei convertiti al Cristianesimo – affinché la pianta sopravvivesse, nonostante gli altri rami per la loro infedeltà dovettero essere recisi (cf. Rm 11,16-21). Tutto ciò appunto per rappresentare tramite immagini naturalistiche una verità teologica che dobbiamo avere per certa: Cristo è venuto a compiere le promesse di Dio date al popolo d’Israele e ha trasfuso una nuova vita – la vita divina della grazia – facendo sì che leggi e cerimonie, che fino ad allora vigevano come immagini, si compissero come realtà nella sua persona e nella Chiesa da Lui fondata, in quanto prolungamento “mistico” della sua persona.
Al contempo ciò comportò l’abbandono del particolarismo etnico in favore dell’universalismo, già adombrato nei grandi profeti come Isaia: non è più dunque questione di essere figli di Abramo secondo il sangue ma secondo lo spirito e la fede, perché la salvezza non è promessa solo ai discendenti di Abramo secondo la carne ma a tutti gli uomini della terra. In ciò il particolarismo etnico – cioè il fatto che Dio avesse scelto un popolo tra tanti e lo avesse segregato dagli altri – va visto come una disposizione transitoria in una determinata fase storica, per la quale la sapienza divina riteneva necessaria questa separazione, sapendo che un eccessivo contatto con altri popoli politeisti e pagani avrebbe messo a rischio l’alleanza siglata con Lui.

Dall’ebraismo veterotestamentario al giudaismo rabbinico

In questo processo di passaggio dalla promessa all’adempimento, dal culto secondo la carne a quello «secondo spirito e verità» (Gv 4,23), dal particolarismo etnico di Israele all’universalismo salvifico e spirituale, dal “tipo” e “figura” delle leggi e delle cerimonie ebraiche alla verità di quelle cristiane, evidentemente qualcosa si oppose a una piena adesione di tutto il popolo d’Israele alla rivelazione definitiva di Cristo, così che la Chiesa Cattolica rimase “il resto d’Israele”: «Così al presente c’è un resto, conforme a un’elezione per grazia» (Rm 11,5). Non è qui importante determinare cioè se il passaggio da ebraismo a cristianesimo coinvolgesse o meno la maggioranza degli ebrei etnici, ma importante è sottolineare che questo “resto” – al pari di quel resto dei tempi dell’esilio babilonese (Is 11,11-16; 46,3; Mic 2,12; Ger passim) – è quello destinato a portare avanti l’alleanza con Dio. Al di là di questo resto, invece, vale quanto perentoriamente scritto da san Paolo: «Che dire dunque? Israele non ha ottenuto quello che cercava; lo hanno ottenuto invece gli eletti; gli altri sono stati induriti» (Rm 11,7-8). “Induriti”, bendati o ciechi... in qualsiasi modo si voglia definire, ci si trova davanti al rifiuto del Rivelatore definitivo, all’indifferenza di fronte al Messia e Salvatore promesso, all’uccisione del Figlio di Dio stesso, conformemente a quanto preannunciato da Gesù stesso nella parabola dei vignaioli omicidi (Mt 12,1-12).
Ciò che ci interessa qui però è come avvenne questo rifiuto. Normalmente si dice che in effetti il giudaismo rabbinico, che continua la linea dei farisei, sia una conseguenza degli eventi del 70 d.C.: in quell’anno infatti, come già preannunciato da Gesù («Non rimarrà pietra su pietra», Lc 21,6) il Tempio venne distrutto e con esso finì anche il culto veterotestamentario. La diaspora poi seguita a questo, alla successiva ribellione ebraica di Simone Bar Kochba (135 d.C.) e alla violenta repressione romana, comportò anche la fine della linea sacerdotale ebraica, che, come è noto, era ereditaria. Dunque, l’ebraismo che non aveva aderito al Cristianesimo, si trovava nel II secolo senza possibilità di culto – il quale era lecito solo nel Tempio di Gerusalemme, distrutto e soppiantato da un tempio pagano – e senza sacerdoti... si trovava dunque a doversi riorganizzare fuori dalla Terra Promessa, nella diaspora, e senza un successore della monarchia davidica: in questa situazione era impossibile una vera continuità con l’ebraismo veterotestamentario. Prevalse dunque la linea farisaica che d’altronde non era mai stata troppo legata al sacerdozio e al culto, in prevalenza prerogativa degli avversari sadducei, e questa era proprio rappresentata dai “rabbini”, i dotti studiosi della Legge. Ora questi rimanevano gli unici rappresentanti ufficiali delle comunità e gli unici in grado di dirimere le questioni legali, soprattutto quelle nuove, legate alla convivenza con stranieri in terra straniera. Inoltre spettò ad essi introdurre un nuovo culto non più legato a Gerusalemme e non più basato su sacrifici – dato che erano possibili solo nel Tempio – ma che, modellato sul culto del periodo dell’esilio, si basava su preghiera orale e spiegazione della Scrittura e della Legge all’interno delle sinagoghe. A una religione del culto del Tempio si sostituiva una religione della Legge.

La Sinagoga bendata e la nuova religione rabbinica

Proprio dopo la distruzione del Tempio infatti l’influente scuola farisaico-rabbinica di Jabna (oggi Yavne) prese il sopravvento all’interno delle varie fazioni ebraiche, incapaci di spiegare ciò che era successo nel 70 d.C., con la distruzione del Tempio da parte dell’imperatore Tito. Anche se si discute circa il presunto “Concilio di Jabna” – che avrebbe fissato il canone ebraico dei libri veterotestamentari – ciò che certamente avvenne fu la redazione da parte delle scuole rabbiniche della diaspora della Legge orale. Secondo i farisei e i rabbini infatti Dio sull’Oreb non avrebbe consegnato a Mosè solo la Torah, la legge scritta del Pentateuco, ma avrebbe anche rivelato una “Legge orale”, che oralmente era stata trasmessa e di cui gli ultimi depositari erano proprio i rabbini, che in questo momento (tra I e II secolo) la misero per iscritto. Siamo agli albori di quel processo che porterà nei secoli successivi (III-V secolo) alla redazione del Talmud, nelle sue due versioni babilonese e gerosolimitana.
Ma perché abbiamo deviato il discorso sui rabbini e la redazione della Legge orale e del Talmud? Perché proprio qui – secondo alcuni studi recenti – si potrebbero trovare degli indizi che dimostrerebbero ancor più quanto la “Sinagoga” si sia dimostrata “bendata”, anzi ancor più cieca e indurita di fronte alla verità del Cristianesimo e come – almeno per quanto riguarda i capi – si sia trovata di fronte a un’alternativa: accettare il Cristianesimo come compimento dell’Antico Testamento, oppure costruire una nuova religione solo apparentemente legata alla rivelazione veterotestamentaria, ma in realtà privata proprio di ciò che era il fulcro e il nucleo di quella: i sacrifici nel Tempio di Gerusalemme. Certo per il giudaismo tutto ciò non è del tutto abbandonato, ma rimandato a un’aspettativa futura quando verrà riconquistata la Terra Promessa, ricostruito il Tempio e ritrovata la linea sacerdotale. Tuttavia ciò che si vuole dire è comunque che nel Talmud ci sarebbe la testimonianza di come, ancor prima della distruzione del Tempio di Gerusalemme da parte di Tito (70 d.C.), Dio avrebbe dato abbondantemente prova di come fosse venuta meno la necessità del culto del Tempio, non perché Dio non volesse più sacrifici e atti di culto, ma perché i sacrifici dell’Antico Testamento si erano ormai compiuti nell’unico e vero Sacrificio: il Sacrificio di Cristo sulla Croce, l’unico veramente degno di Dio.
Gesù stesso infatti nel suo magistero pubblico aveva più volte fatto capire come il centro e il fulcro non fosse più il tempio ma la sua persona, segnalando – davanti alla sorpresa di chi non poteva ancora capire – come il vero “Tempio”, cioè il suo corpo, Lui lo avrebbe ricostruito in tre giorni, con chiara allusione cioè alla sua Risurrezione. Dio avrebbe cercato quindi di far capire questo ai rappresentanti dell’ebraismo di allora, attraverso quattro miracoli di cui il Talmud dà testimonianza, ma che purtroppo non sono stati ascoltati dagli orecchi induriti né visti dagli occhi bendati di coloro che avevano messo a morte Gesù.

1° segno: la sorte sinistra

Si legge nel Talmud babilonese: «I nostri rabbini insegnarono: Nel corso degli ultimi quaranta anni prima della distruzione del Tempio il sorteggio [“per il Signore”] non venne su con la mano destra, né il cinturino color cremisi divenne bianco, e la lampada occidentale non ha più brillato di lucentezza, e le porte del Hekel [Tempio] si sarebbero aperte da sole» (Soncino versione, Yoma 39b). Sostanzialmente la stessa cosa è riportata nella versione del Talmud di Gerusalemme, ma questi passaggi risultano oscuri per chi non abbia pratica con il culto veterotestamentario.
Il primo di questi quattro eventi straordinari verificatisi dal 30 al 70 dopo Cristo – cioè precisamente dalla morte e risurrezione di Gesù alla distruzione del Tempio per mano dei romani – riguarda una delle principali festività ebraiche, lo Yom Kippur (giorno dell’espiazione). In questo giorno si ricordava il peccato di Israele ai piedi del Sinai, e la successiva espiazione operata tramite penitenza e digiuno, al termine del quale Mosè scese dal monte con le tavole della Legge. Era un giorno importantissimo nella ritualità ebraica, in quanto era l’unico giorno in cui il Sommo Sacerdote poteva pronunciare il nome sacro di Jahvè ed entrava nel Sancta Sanctorum, la parte più sacra del Tempio, per compiere un rito espiatorio in nome di tutto il popolo. Prima di tutto però doveva compiere un altro rito, che consisteva in un’estrazione a sorte: gli venivano portati due capri, sui quali doveva gettare la sorte, perché uno sarebbe stato il capro espiatorio e l’altro, il secondo, il capro emissario, che doveva essere “caricato” dei peccati di Israele e portato nel deserto a dodici chilometri da Gerusalemme. Ben più importante era però il primo capro, quello espiatorio, perché veniva sacrificato sull’altare degli olocausti e poi con il suo sangue il Sommo Sacerdote aspergeva il Sancta Sanctorum. L’evento straordinario e luttuoso riferito dal Talmud riguarda proprio l’estrazione: questa avveniva tramite due sassi, uno nero e uno bianco. Ora per 40 anni avvenne che il sacerdote estrasse sempre il sasso nero (cioè la “mano sinistra”), il che fu considerato evento infausto, perché durante il sacerdozio del grande sacerdote Simone il Giusto si verificò esattamente il contrario, e questo era stato considerato un segno dell’accettazione da parte di Dio del rito espiatorio, e quindi del perdono dei peccati del popolo.

2° segno: il cinturino cremisi non diventa bianco

La seconda delle indicazioni dateci dal Talmud però spiega meglio la prima: essa si riferisce sempre al rito espiatorio dello Yom Kippur, seppure relativamente a un rituale non ricordato dalla Bibbia (in particolare assente dal cerimoniale in Lev 16) ma ampiamente presente negli altri testi ebraici. Sul secondo capro – quello su cui il sacerdote imponeva le mani per scaricare i peccati del popolo e che poi veniva mandato nel deserto – si appendeva una striscia color rosso cremisi che, prima del rito espiatorio di aspersione del sangue dell’altro capro, veniva rimossa e legata alla porta del Tempio. Ciò che generalmente si produceva era che il panno cremisi diveniva, dopo il rito espiatorio nel Sancta Sanctorum, bianco come la neve, ricordando così le parole di Isaia («Se i vostri peccati fossero come lo scarlatto [cremisi], diventeranno bianchi come la neve, anche se fossero rossi come porpora, diventeranno [bianchi] come lana», Is 1,18). Ora il significato di questo rito, che comportava l’intervento miracoloso di Jahvè, è chiaro: quel panno che da rosso diveniva bianco, era il segno dell’accettazione da parte di Dio della richiesta di perdono da parte del popolo, oltre che dell’effettiva purificazione di esso. Ora tale miracoloso effetto non sempre si produceva, ma per 40 anni dopo la morte di Gesù mai si produsse. Non è difficile intuirne il significato, e la Lettera agli Ebrei viene in nostro soccorso. Al capitolo 9 rammenta il rito dello Yom Kippur, ma sottolinea come esso sia stato superato dal Sommo Sacerdote della Nuova Alleanza, Cristo: «Non con sangue di capri e di vitelli, ma con il proprio sangue entrò una volta per sempre nel santuario, procurandoci così una redenzione eterna. Infatti, se il sangue dei capri e dei vitelli sparsi su quelli che sono contaminati, li santificano, purificandoli nella carne, quanto più il sangue di Cristo, che con uno Spirito eterno offrì se stesso senza macchia a Dio, purificherà la nostra coscienza dalle opere morte, per servire il Dio vivente?» (Eb 9,12-14). È evidente dunque quello che avvenne: il rito dello Yom Kippur era solo una figura di ciò che doveva avvenire con il Sacrificio di Cristo sulla croce. Gesù, vero Agnello innocente e senza macchia, ricondusse a sé il rito di espiazione allo stesso tempo caricandosi dei peccati del popolo – come il capro emissario – e lavando con il suo Sangue i peccati degli uomini. Dopo un tale Sacrificio, che procurò una «redenzione eterna», il rito di purificazione dello Yom Kippur perse qualsiasi valore anche se, purtroppo, non tutti gli ebrei lo capirono.

3° segno: la lampada occidentale si spegne

Come è noto la Menorah del Tempio – la tipica lampada ebraica – aveva sette braccia, ma le lampade non rimanevano sempre accese secondo il cerimoniale: le 2 lampade orientali rimanevano accese di giorno ma non di notte, mentre le 4 centrali venivano accese al tramonto e lo rimanevano fino all’alba. Queste comunque dovevano essere accese dalla fiamma della lampada più importante, quella occidentale, che in effetti era perenne: essa segnalava la presenza di Dio nel Tempio di Gerusalemme, e quindi proprio in mezzo al suo popolo. Un suo eventuale spegnimento era considerato una sciagura, e per questo i leviti erano incaricati di vegliare perché fosse sempre ben rifornita di olio e una negligenza in ciò era considerata un peccato gravissimo.
Ora cosa avvenne tutte le notti a partire dall’anno 30 all’anno 70 d.C.? Per tutte le notti di quaranta anni di fila la lampada occidentale si spegneva spontaneamente, segnalando così che Dio aveva definitivamente lasciato quel luogo. Il Tempio aveva sostituito la Tenda dell’incontro in cui negli anni di cammino nel deserto risiedeva la Shekinah, la Presenza divina che accompagnava il suo popolo. Il Tempio di Gerusalemme così non era più il luogo della Divinità, non era più la dimora di Dio tra gli uomini. Ciò perché – come segnala sempre la Lettera agli Ebrei – dall’Incarnazione di Cristo vi è “una tenda più grande e più perfetta, non costruita da mano di uomo”: è Cristo stesso, in quanto Dio incarnato, a rappresentare la presenza più perfetta di Dio tra gli uomini. Ed è la sua permanenza sacramentale nell’Eucaristia ad assicurare questa presenza sostanziale, così come la Chiesa – suo Corpo mistico – assicura a sua volta la presenza mistica di Cristo tra noi. La luce occidentale della Menorah può così spegnersi mentre è la luce del Tabernacolo nelle nostre chiese che segnala ormai che Dio è tra di noi.

4° segno: la porta spontaneamente aperta

Un ultimo segno straordinario che i cronisti ebrei non mancarono di segnalare è quello della porta del Tempio, che tutte le sere si spalancava spontaneamente. Anche questo si verificò per ben quarant’anni, a partire dal 30 d.C. Non sappiamo precisamente a quale porta si riferisca, pertanto non possiamo con certezza identificarla con la “Porta aurea” o “Porta speciosa”. Se fosse questa infatti il significato messianico dell’evento sarebbe chiaro: secondo gli ebrei dalla Porta aurea transitava nel Tempio la presenza divina (Shekinah) e, al compimento dei tempi, da lì sarebbe entrato anche il Messia. Se fosse questa la porta in questione, sarebbe chiaro che la sua apertura significherebbe la venuta del Messia, che al contempo porta con sé la presenza divina. Ovvero sarebbe un chiaro segno della messianicità e della divinità di Gesù. Tuttavia va detto che la “Porta aurea” non è proprio una porta del Tempio, quanto piuttosto essa si apre nelle mura del Tempio. Nell’impossibilità di dirimere la questione, possiamo comunque riferire l’opinione di rabbi Yohanan Ben Zakkai, il principale rabbino dopo il 70 d.C. e guida della comunità di Jamna, che segnalò come questo evento fosse stato interpretato come un segnale della prossima distruzione del Tempio. E così si compì... senza però che rabbi Yohanan ne traesse motivo per scovarvi la verità del Cristianesimo.

Il mistero della “Sinagoga bendata”

È evidente come il mistero del mancato riconoscimento del Messia e del Salvatore in Gesù sia uno degli avvenimenti al contempo più dolorosi e più misteriosi della storia dell’umanità (cf. Rm 11,25-32). Il fatto che il popolo eletto abbia rinunciato alla sua elezione, rifiutandosi di vederla compiuta e perfezionata in Gesù Cristo, è qualcosa che interroga profondamente la nostra visione storica e religiosa. Non si può tacere l’unilateralità odierna nel presentare la “fedeltà di Dio” nelle sue promesse, fino a dimenticarsi che in effetti gli ebrei hanno «urtato contro la pietra d’inciampo» (Rm 9,33), hanno rifiutato la giustizia di Dio per imporne una propria (cf. Rm 10,3) e quindi solo un resto – che è la Chiesa – è rimasto fedele all’alleanza: «Che dire dunque? Israele non ha ottenuto ciò che cercava: lo hanno ottenuto invece gli eletti» (Rm 11,7). Il mistero della mancata corrispondenza di Israele si apre però a una prospettiva provvidenziale ed escatologica che non si può dimenticare e che anche san Paolo ricorda (cf. Rm 11,25-32). Allo stesso tempo non va dimenticato come la cecità di questa “sinagoga bendata” rimane per noi tutti un monito: il ramo tagliato e morto – ma che la potenza di Dio potrebbe rinnestare nel tronco – è per noi un monito salutare a essere corrispondenti alla grazia della fede che abbiamo ricevuto da Gesù Cristo nostro Redentore.