Sante Messe in rito antico in Puglia

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domenica 5 aprile 2020

I riti popolari della Settimana Santa al tempo del coronavirus

Rilanciamo volentieri questo contributo del nostro amico prof. Vito Abbruzzi sui riti popolari della Settimana Santa in tempo di Covid-19.

I riti popolari della Settimana Santa al tempo del coronavirus

di Vito Abbruzzi

Quest’anno l’emergenza coronavirus non risparmia nessuno… persino i sacrosanti riti della Settimana Santa, che, proprio a motivo della loro popolarità, metterebbero a rischio l’incolumità pubblica. E, allora, si preferisce soprassedere e accontentarsi di seguire i riti religiosi in diretta streaming, celebrati a porte chiuse e senza concorso di fedeli. E ciò in ottemperanza all’ultimo Decreto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti: In tempo di Covid-19 (II), emanato il 25 marzo scorso (v. qui), sostitutivo del precedente del 19 marzo (neppure più riprodotto nel sito vaticano), che stabilisce da una parte che «i Vescovi e i Presbiteri celebrino i riti della Settimana Santa senza concorso di popolo e in luogo adatto, evitando la concelebrazione e omettendo lo scambio della pace», dall’altra che «i fedeli siano avvisati dell’ora d’inizio delle celebrazioni in modo che possano unirsi in preghiera nelle proprie abitazioni. Potranno essere di aiuto i mezzi di comunicazione telematica in diretta, non registrata»; per quanto riguarda, poi, «le espressioni della pietà popolare e le processioni che arricchiscono i giorni della Settimana Santa e del Triduo Pasquale, a giudizio del Vescovo diocesano, potranno essere trasferite in altri giorni convenienti, ad esempio il 14 e 15 settembre».
Nel timore, però, che “passato il santo passata la festa”, in molti ci si sta ponendo il problema di come non far passare del tutto inosservate proprio “le espressioni della pietà popolare e le processioni che arricchiscono i giorni della Settimana Santa e del Triduo Pasquale”, e che caratterizzano tanto i nostri paesi. E, per non far sentire del tutto la loro assenza, si vorrebbe proporre alle autorità ecclesiastiche e civili di celebrarle comunque, sebbene in maniera minimale. Mi riferisco a quei paesi dove i riti popolari della Settimana Santa sono molto sentiti, e – guarda caso – sono strettamente legati al ricordo delle pestilenze, che li hanno maggiormente afflitti. Penso a Noicattaro, dei cui riti mi sono occupato negli anni passati (qui; qui e qui): comunità cittadina che evoca non poco, attraverso quei riti, il dramma da essa vissuto, poco più di due secoli fa, con l’ultimo caso di peste in Europa (v. qui). L’allora Noja pagò un prezzo altissimo in termini di vite umane: quasi un quinto della popolazione morì, seguendo la spietata legge della discutibilissima immunità di gregge. Sì, perché le autorità borboniche, per far rispettare le regole della quarantena imposte all’intera comunità nojana, non si limitarono alla sola istituzione del cosiddetto “cordone sanitario”, ma dovettero ricorrere alla legge marziale, applicando indistintamente la pena di morte. Persino un prete, accusato di aver passato un mazzo di carte ad un gruppo di soldati, venne giustiziato. E a Noicattaro i giustiziati, passati per la forca, vengono tristemente evocati dal rullante la sera del Giovedì Santo, nella piazza principale del paese, sotto la torre dell’orologio, dove certamente era posto il patibolo, suonando di continuo, sino alla mezzanotte, una melodia inquietante e sinistra, che mette i brividi, perché accompagna la esecuzione capitale: la condanna a morte di un intero paese, che appieno si identifica, attraverso quei riti profondamente e intimamente sentiti, col suo Signore, il quale, “maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca. Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo; chi si affligge per la sua sorte?” (Isaia 53, 7-8). Quei riti, per i Nojani tutti, sono più di una semplice espressione della propria pietà popolare: sono un vero e proprio memoriale. E il non poter in alcun modo esprimere quella loro struggente pietà, è per essi mortificante.
Lo stesso dicasi dei bravi Barlettani, mestamente rassegnati al fatto che, per l’emergenza covid-19, non vedranno questa volta sfilare la lunghissima processione eucaristico-penitenziale del Venerdì Santo (v. qui), tanto sentita dall’intera popolazione, che con essa fa memoria della terribile pestilenza del 1504. Forse non se ne dorranno quanti la trovano antiliturgica o, come qualcuno molto impropriamente l’ha definita, “illiturgica”. E, invece, essa è a pieno titolo liturgica, perché prolungamento, extra mœnia, della solenne processione eucaristica del Giovedì Santo sera, a conclusione della Messa in Cœna Domini. Infatti, come mi testimoniava un amico di Barletta, conoscitore da vicino di quella suggestiva processione, nonché memoria storica delle tradizioni barlettane, essa in origine si svolgeva la tarda serata del Giovedì Santo; solo dalla metà del ’600, per ordine pubblico – a motivo della mariuoleria, che si muoveva indisturbata, approfittando del buio e delle case lasciate incustodite –, essa fu spostata al primo pomeriggio del Venerdì Santo, esattamente in coincidenza con la pia pratica delle «Tre ore di Agonia di N.S.G.C.». Ma, non per questo, perdendo il carattere liturgico. Per essa, addirittura, l’allora arcivescovo titolare di Nazareth, Maffeo Barberini, futuro papa Urbano VIII, compose il lungo e struggente canto dell’Ante oculos, ancora oggi cantato dal clero, supportato dal popolo, che, in forma litanica, risponde: «Miserere nostri, Domine; miserere nostri». Questo mio amico, parlandomi del dolore suo e dei suoi concittadini della non effettuazione della processione il Venerdì Santo, si augurava che almeno un sacerdote, da solo, in quel giorno portasse processionalmente la pisside col Santissimo Sacramento, nascosto sotto il velo omerale. Sarebbe un segno forte della presenza in corpo, sangue, anima e divinità di Nostro Signore, il quale non abbandona il popolo dei suoi fedeli.
Ci sono dei particolari di quella plurisecolare processione che mi hanno da subito impressionato: innanzitutto i quattro giovani sacerdoti che portano a mano l’Urna contenente il Santissimo Sacramento: indossano delle dalmatiche settecentesche, davvero uniche nel loro genere: sono bicolore: rosso e nero: quasi un presagio dell’ultima riforma della Settimana Santa (anno 1969), che per il Venerdì Santo ha stabilito la mutazione dei colori liturgici: dal nero al rosso. Ma quel che colpisce di più è che questi quattro sacerdoti svolgono la loro funzione di urniferari, camminando per tutto il tragitto scalzi; e con essi i crociferi delle numerose arciconfraternite e confraternite di Barletta e i turiferari. È un segno forte della profonda devozione che tutti – ma proprio tutti – sentono… non solo il popolino. E questo dice perché mai Barletta abbia dato alla Chiesa tantissime vocazioni sacerdotali e religiose: tanto maschili, tanto femminili. Lo dico con cognizione di causa: sin da bambino ho frequentato a Conversano la chiesa e il monastero di San Cosma: una vera e propria enclave barlettana, le cui suore sono tutte figlie spirituali di Don Ruggero M. Caputo, vissuto e morto a Barletta in concetto di santità nel giugno 1980.






Fotografie tratte dalla processione del Venerdì santo del 2013. FONTE

Quello di vedere in processione anche il clero scalzo è un fatto a cui non si dà sufficiente risalto; quando, invece, andrebbe sottolineato. Esattamente come si fa per il Venerabile Mons. Giuseppe Di Donna (1901-1952), vescovo di Andria, il cui gesto di voler andare scalzo un anno alla processione del Venerdì Santo, in segno di riparazione a un grave delitto commesso proprio nella sua città episcopale, è rimasto famoso.
Il mio augurio è che tutte “le espressioni della pietà popolare e le processioni che arricchiscono i giorni della Settimana Santa e del Triduo Pasquale”, giustamente proibite in questo momento drammatico di pandemia, non solo non subiscano una diminuzione d’affetto, ma che ne escano ancor più rafforzate.
Con questo spirito, dunque, viviamo la Settimana di Passione e la Settimana Santa.
Buona Pasqua.




Apprendiamo con non assai soddisfazione che a Barletta la tradizionale processione eucaristico-pentenziale, seppur in forma minimale, si è svolta. Tutto è andato come ci si augurava: l'arciprete del Capitolo della Concattedrale Santa Maria Maggiore, can. Francesco Fruscio, in piviale con la pisside del Santissimo sotto il velo omerale. Ad accompagnarlo per tutto il tragitto: l'arcivescovo di Trani al suo fianco, che recitava a voce alta le preghiere, un vigile urbano e, dietro, il sindaco con la candela in mano, a testimoniare la fede schietta di una intera comunità cittadina, nel rispetto della laicità dello Stato. Per le foto, vBarletta Viva, 10.4.2020 e Barlettalive, 10.4.2020

giovedì 20 giugno 2019

La processione del Corpus Domini quando era celebrata nella Roma cattolica

Pier Leone Ghezzi, Clemente IX alla processione del Corpus Domini in Piazza S. Pietro, 1710-20

Pio VII alla processione del Corpus Domini

Salvatore Buratti, Pio VIII alla processione del Corpus Domini, 1829


Pio IX alla processione del Corpus Domini

Salvatore Busittil, Solenne processione papale del Corpus Domini, 1837-39, partic.

La festa del Corpus Domini in alcune omelie di Benedetto XVI


martedì 3 luglio 2018

Inedita intervista a D. Nicola Bux sul Corpus Domini e sul significato dell'Eucaristia

In anteprima assoluta, pubblichiamo quest'inedita intervista di don Nicola Bux sul Corpus Domini.

Intervista a D. Nicola Bux sul Corpus Domini

a cura di Giuliano Risulli

Il Catechismo della Chiesa Cattolica insegna che la processione è un sacramentale istituito dalla Chiesa, per ottenere effetti spirituali. Il Vaticano II ricorda che, per mezzo dei sacramentali, gli uomini sono preparati a ricevere l’effetto principale dei sacramenti, che è la Grazia di Dio, e a santificare le circostanze della vita (cfr. CCC 1667). In particolare, la processione con l’Ostia Consacrata, è una professione di fede e un atto di adorazione (culto latreutico) (cfr. CCC 1378). La processione è, inoltre, espressione della pietà dei fedeli, che accompagna la vita sacramentale (cfr. CCC 1674) pertanto non sono ammissibili atteggiamenti in contrasto con tali caratteristiche (salutare persone, fotografare, chiacchierare ecc.).

Mons. Bux, la Chiesa Universale ha celebrato un mese fa la Solennità del Corpo e del Sangue di Nostro Signore Gesù Cristo. Potrebbe riassumere in poche righe il motivo o l’avvenimento per il quale fu istituita questa festa?
Il fatto è dato dal “miracolo di Bolsena”, dove un sacerdote boemo ebbe dubbi sulla presenza reale di Gesù Cristo, sotto le specie del pane e del vino, e al momento di pronunziare le parole della consacrazione, vide tramutarsi il pane in carne e sangue. Tutto ciò sull’altare della chiesa di S. Cristina, bagnando il corporale e la pietra sacra della mensa. Il corporale fu portato ad Orvieto, perché in quel tempo il papa si trovava lì. Per questo motivo il papa, decise di istituire la festa del Corpus Domini, cioè del Corpo del Signore. Il corporale ( cioè quel lino sottostante le specie consacrate, che viene posto dal sacerdote sull’altare e aperto all’offertorio ) è custodito in un reliquiario prezioso, che riproduce la facciata del celeberrimo duomo di Orvieto, e portato in processione, in quanto è una reliquia eucaristica. Il corporale è macchiato dal sangue di Gesù Cristo, quindi, è degno di essere mostrato nella processione e adorato. San Tommaso d’Aquino, fu incaricato dal papa Urbano IV, che aveva appunto istituito e esteso la festa a tutta la chiesa universale - Festa che già in Belgio, era già celebrata a Liegi - di comporre l’ufficio della festa del Corpus Domini e della Messa. Ecco perché abbiamo quei famosi inni eucaristici che, ancora oggi, sono un condensato di pietà e di dottrina: per esempio, il Pange Lingua, con le ultime due strofe Tantum Ergo Sacramentum, che vengono cantate prima della benedizione eucaristica. Altri inni celebri sono il Lauda Sion e l’Adoro Te devote. Si può aggiungere che il Corpus Domini intende solennizzare, cioè mettere davanti a tutti, fedeli e non, una volta l’anno, il mistero dell’Eucaristia, che è stato istituito da Gesù il giovedì santo: quel giorno e i seguenti,non può ricevere adeguata e piena attenzione, perché la Chiesa è intenta, nel triduo pasquale, al mistero della passione e della risurrezione del Signore.

Come ogni anno, a Bari, dopo la celebrazione eucaristica presieduta dall’arcivescovo Francesco Cacucci in Cattedrale, si è snodata la processione del Santissimo Sacramento, attraverso alcune strade della città. Quali sono state le sue impressioni, considerando che un numero sempre minore di clero e fedeli, partecipa a questa Solennità, così importante per la Chiesa universale, e lo fa con scarso interesse, spesso con irriverenza, quasi non si renda più conto dell’importanza dell’adorazione rivolta a Nostro Signore?
Non è il primo anno che partecipo alla processione, ma andando indietro agli anni del concilio e a quelli immediatamente seguenti, si è notato un progressivo impoverimento di questa importante manifestazione di fede. Non appena per il numero dei fedeli, che chiaramente è enormemente diminuito, basti vedere le foto; e questo ovviamente va imputato al processo di inimmaginabile secolarizzazione, come diceva Giovanni Paolo II, che ha colpito anche l’Italia. Non solo per il ridottissimo numero di giovani presenti, ma anche per il numero dei religiosi. Le religiose poi, erano quasi invisibili. Per non parlare poi di taluni frati e chierici che si improvvisavano fotografi con gli smartphone o chiacchieravano, dimenticando che stavano partecipando ad un sacramentale: la processione per rendere onore al Santissimo Sacramento. Certo, qualcuno potrebbe obiettare: non bisogna soffermarsi sugli aspetti numerici, e poi, meglio pochi ma buoni; ma un vero pastore, non sarebbe troppo contento di tale constatazione, perché il Signore vuole che tutti gli uomini siano salvi e lo seguano. In verità, v’è una serie di aspetti, che vanno rilevati, e dimostrano una sorta di banalizzazione della missione della Chiesa. Si tratta della crisi della fede, perché la fede nel Santissimo Sacramento richiede uno slancio: ‘quantum potes tantum aude’, dice la sequenza del Corpus Domini: impegna tutto il tuo fervore, Egli supera ogni lode... Uno sforzo di lode e di glorificazione, che passa attraverso diversi fattori, quali le preghiere o i canti. Per non dire della solennizzazione, che è conferita dai segni della liturgia. Ciò detto, in base alle indicazioni diffuse dall’ufficio liturgico, alla processione del Corpus Domini di Bari dovevano essere presenti cinque vicariati e tre parrocchie. Ogni vicariato è composto mediamente da cinque parrocchie, perciò parliamo di almeno una trentina di parrocchie. Poniamo che, mediamente, un parroco riesca, realisticamente, a condurre cinquanta fedeli; avremmo una media di millecinquecento persone, altrimenti diventa ridicolo parlare di vicariati. Invece, secondo la Polizia, la stima dei fedeli davanti alla piazza della cattedrale, e poi dietro il Santissimo Sacramento, si aggirava intorno alle duecento persone, a voler abbondare. Le confraternite: la città di Bari ne conta circa una dozzina. Esse sono state talmente ben curate negli ultimi decenni, e si sono così accresciute di numero, che non partecipa quasi più nessuna; a voler dedurre dagli stendardi, ne erano presenti solo tre. Terz’ordini, associazioni e movimenti erano in numero sparuto, pressoché invisibile, perché di per sé i terz’ordini e i movimenti dovevano sfilare davanti al Santissimo e non dietro. Ponendo che sfilassero davanti in due file, dal punto in cui iniziava la processione, a quello in cui c’era il Sacramento si poteva contare, per essere ottimisti, un centinaio di persone. Passando all’itinerario della processione, diversi hanno osservato che era praticamente deserto - sui marciapiedi poche sporadiche unità – quindi un gesto inutile; la processione non si fa per sé stessa, ma per testimoniare la fede della chiesa di Bari davanti alla città e al popolo, fatto di gente che non va in chiesa o non crede, e viene sorpresa nel momento in cui affolla le strade. È anche vero che il Corpus Domini non si celebra più il giovedì, perché non più di precetto; siccome cade quasi sempre in una domenica estiva, le abitudini secolarizzate, hanno portato i più ad andare fuori città e a rientrare tardi; quindi fare questa processione la domenica sera significa, almeno nelle grandi città, camminare nel deserto; allora, perché non fare la processione il giovedì, pur essendo un giorno feriale? Di sera, la città è più animata, tale da essere l’ambito più idoneo per testimoniare la fede. Si tace sulla disorganizzazione, che ha consentito al traffico di continuato a scorrere sull’altra corsia per quasi metà del percorso, col rischio di coloro che procedevano in processione, perché qualche veicolo poteva investire alcuni.

Questa, a mio parere, è una processione singolare perché, a differenza di altre processioni devozionali, non viene portata una immagine o una statua, ma il Santissimo. Lei pensa che quella del Corpus Domini sia stata ridotta ad una funzione liturgica, il cui soggetto, il Santissimo appunto, ridotto ad un simbolo, non riceve più il dovuto rispetto da ecclesiastici e fedeli: si eseguono canti banali e discutibili, si chiacchiera, si scattano fotografie e addirittura si parla al cellulare?
Ecco io mi soffermerei innanzitutto sui canti. Ci sono alcuni canti, dove si parla del pane e del Signore “che è presente nel pane consacrato”. questa è un’affermazione eretica di Lutero. Il Signore non ha detto di essere presente nel pane e neppure questo pane è il mio corpo, ma ha detto “questo è il mio corpo”, dove questo indica il passaggio dal pane, che ha preso nelle mani, al corpo, perché in quel momento viene consacrato: la sostanza del pane si converte nella sostanza del corpo. Sotto – in senso ontologico e non spaziale – le apparenze o aspetto (species) del pane (oggi si direbbe fenomeno) sta il corpo di Cristo. Non è più pane ma Cristo. Le specie sulle quali è stato fatto il “rendimento di grazie”, dal greco eucharistò, sono diventate eucaristiche. Perciò si deve parlare della “presenza di Cristo sotto le specie eucaristiche”.
Un altro aspetto discutibile è costituito dalle preghiere: nei quattro formulari di preghiera dei fedeli e di intercessioni riportate nel sussidio per seguire la processione, nessuna intenzione invita a pregare per la diffusione e la crescita della fede e della speranza in Gesù Cristo, per la evangelizzazione e conversione degli uomini. Invece, prevale il modulo sociale e politico, ad esempio: "Perché nella società civile siano promosse politiche sociali che mirino a una migliore distribuzione delle entrate...". L’insistenza sui poveri, visti come indigenti materiali e non da evangelizzare, rende evidente l’omissione più grave: che l’unica responsabilità della Chiesa di fronte al mondo è l’annuncio di Cristo, che certamente, non è venuto a risolvere i problemi sociali del mondo, ma è venuto a risolvere il problema fondamentale, ovvero il bisogno della salvezza dell’uomo e quindi la sua liberazione dal peccato e dalla morte. La gran parte delle intenzioni nei formulari insistevano sempre e unicamente sulle questioni sociali, come se la Chiesa, come ha detto più volte papa Francesco, sia una ONG, che si deve occupare della risoluzione di tali questioni. Si dimentica che la prima e più grande povertà, come diceva madre Teresa di Calcutta è la non conoscenza di Dio. Nelle preghiere, non un cenno alla necessità di catechizzare, di evangelizzare, cioè di raggiungere gli uomini e le donne del nostro tempo attraverso l’annunzio del Vangelo e la catechesi. Questo denota uno scadimento generale, per cui la stessa parola ‘fede’, non viene mai pronunziata. Si parla molto di amore e di carità, ma l’amore e la carità verso il prossimo non stanno in piedi se prima non c’è l’amore per Dio. Quindi, soltanto annunziando l’amore di Dio, che è quello che si è fatto carne in Gesù Cristo, non quindi un amore generico, noi possiamo anche diffondere e praticare la virtù della carità. Ma se noi non comunichiamo Cristo al mondo, possiamo parlare quanto vogliamo, e fare solo gesti di solidarietà, come si dice oggi. La solidarietà viene spesso identificata con la carità: alla prima sono chiamati tutti gli esseri umani, per il semplice fatto che appartengono a una nazione, a un popolo, all’umanità; alla seconda invece sono chiamati tutti i cristiani che, superando il significato solidale, devono comunicare all’uomo l’amore di Dio, che è quello che salva e che redime, perché come ha detto Gesù: «I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me». Quindi non risolveremo mai il problema dei poveri o della giustizia sociale. Le generazioni si susseguono l’una all’altra, e ad ogni generazione dovremo continuamente riproporre la conversione, affinché accada il vero miracolo dell’amore, che rivolgendosi a Dio, poi discenda verso i poveri. Dunque, i canti e delle preghiere, costituiscono ormai un problema, perché attraverso di essi si trasmette la fede all’uomo ed in particolare alle nuove generazioni: ma se parlano di sociologia, che fede trasmettono?

Quindi pensa che si sia persa, o quantomeno drasticamente diminuita, la fede nella presenza reale del Corpo, Sangue, Anima e Divinità (riprendendo il Concilio di Trento) di Nostro Signore Gesù nel “Sacramentum Sacramentorum”, ovvero la Santa Eucaristia, da parte di Clero e fedeli laici? Se no, perché non ci si genuflette più davanti al Santissimo, durante la processione del Corpus Domini nello specifico, o in generale entrando in Chiesa, o durante la preghiera consacratoria che il Sacerdote pronuncia nella Messa, quando avviene la transustanziazione?
Questo è sicuramente un dato di fatto, che sempre riguarda i segni della liturgia. Un teologo e liturgista del secolo scorso, Romano Guardini, ha affrontato in un libro i santi segni, spesso citato dall’arcivescovo Magrassi, dove tratta dei ‘segni’ come stare in piedi e stare in ginocchio. Ecco questi due segni non sono alternativi, come oggi erroneamente si pensa, ma sono complementari. In quale senso? Sant’Agostino dice che la quaresima e la pasqua sono due tempi emblematici della nostra vita; sulla terra, siamo pressoché sempre in quaresima, perché la vita terrena è un pellegrinaggio faticoso, fatto di sofferenze e di lacrime (san Bernardo parla di ‘valle di lacrime’ nella Salve Regina). Il mondo, è sotto il dominio del ‘principe di questo mondo’, il diavolo, e quindi l’uomo in questo mondo soffre. La quaresima è un tempo penitenziale, perché esprime la pena che noi sopportiamo vivendo nel mondo. Il tempo pasquale invece, è un tempo che ci fa pregustare, nell’arco di cinquanta giorni, quello che dovremo vivere nell’eternità. Allora, il gesto della penitenza e del riconoscimento della maestà di Dio, dinanzi al quale, come dice san Francesco d’Assisi, noi siamo dei vermi vilissimi, è proprio lo stare in ginocchio. Questa pratica esteriore significa che dobbiamo fare penitenza sempre, in special modo in quaresima, un tempo sacramentale, che richiama in realtà tutta l’esistenza. Il tempo pasquale è il tempo della risurrezione, che ci ricorda quanto avvenuto in Cristo, ma non ancora a noi. Siamo, nella fede, risorti col battesimo, ma non lo siamo ancora nella materiale, cosa che avverrà alla fine dei tempi; quindi lo stare in piedi, che è il gesto del risorto, certamente si addice al tempo pasquale. Tuttavia, questi gesti non sono alternativi, ma complementari, perché entrambi gli aspetti, penitenziale e gioioso, li viviamo sempre. Quindi, volere drasticamente, e direi anche violentemente, impedire di inginocchiarsi, addirittura arrivando all’imposizione, ha portato insipientemente certi sacerdoti ad eliminare gli inginocchiatoi, o peggio a proibire di inginocchiarsi durante la santa Messa, nei tempi previsti, non rispettando il bisogno dei fedeli, che attribuiscono al Signore, nel Santissimo Sacramento, la dovuta adorazione. Perché, come dice sant’Agostino, non si può comunicare al Corpo del Signore, se prima non lo si è adorato. Il venir meno di questi ‘santi segni’, come li chiama Guardini, ha portato alla deformazione della santa Messa e delle celebrazioni connesse con essa, come l’adorazione e la processione, ad un intrattenimento a sfondo religioso. Ciò ha fatto venir meno la riverenza e il timor di Dio, che è dovuto al Signore presente dinanzi a noi in corpo, sangue, anima e divinità. La celebrazione dell’Eucaristia si è ridotta a un rito inclusivo, perché si ritiene che ad essa debbano partecipare letteralmente cani e porci (vi sono alcune testimonianze di gente che è entrata in chiesa con il proprio cane tra le braccia, nel disinteresse del sacerdote), termine che uso in senso evangelico, perché Gesù stesso, nel Vangelo, ammonisce di non dare le cose preziose ai cani e ai porci. Ora, non essendoci nulla di più prezioso dell’Eucaristia, di cui non vanno perduti nemmeno i frammenti più piccoli, non bisogna pensare che questo tesoro inestimabile possa essere accessibile a tutti indistintamente. A questo infatti si riferisce Gesù, parlando di non dare le perle, le cose preziose ai cani. Questo ci deve far capire che all’Eucaristia, non possono partecipare tutti. Certo, può capitare che in chiesa entrino persone curiose, non credenti, o comunque cristiani credenti senza le dovute disposizioni, ma noi sappiamo bene che all’Eucaristia si accede, primo: se si è battezzati, e ricevuta la prima comunione, altrimenti che senso avrebbero l’iniziazione cristiana, il catechismo? Secondo: si è coscienti di chi si va a ricevere, non si è in peccato mortale e si è osservato il digiuno eucaristico. Tutto questo ci fa comprendere che l’Eucaristia non è un rito, un sacramento a cui può accedere chiunque, ma soltanto coloro che sono battezzati e riconciliati. Se questo non è chiaro, allora non si può capire nemmeno il senso della processione. La processione eucaristica invece, come detto, è un rito rivolto a chiunque, anche agli indifferenti, agli agnostici, a coloro che non credono, a coloro che sono in ricerca. Per questo motivo la Chiesa porta in processione, ostenta, cioè mostra (donde la parola ostensorio) in maniera solenne la sua fede, perché chi questa fede, non avendola, la sta cercando, ne riceve un monito ed un invito ad abbracciarla e a credere. Questo, però, può accadere solo se la processione ha i requisiti di solennità, di decoro, e soprattutto di fede, che finiscano per invogliare, per attrarre le pecore smarrite. Se Gesù avesse detto, quando viveva sulla terra, parole banali o avesse fatto gesti ordinari, o comunque comuni a tutti, nessuno l’avrebbe seguito. Gesù era seguito per la sua maestà, che era tale da attrarre; persino nel momento cruciale dell’arresto, gli anziani e i sommi sacerdoti caddero tramortiti, quando alla domanda di Caifa, se egli davvero fosse il Figlio di Dio, rispose: ‘Sono Io ‘. Anche sulla croce, la sua maestà rifulse, perché il centurione disse: ‘questi veramente, è il Figlio di Dio’. Quindi, dinanzi alla maestà divina, per quanto celata sotto il velo delle specie consacrate, come restare in atteggiamento di presunzione? Stare in piedi è anche l’atteggiamento del fariseo della parabola evangelica, che Gesù ha stigmatizzato, perché non era umile e diceva: ‘O Dio, ti ringrazio che non sono come quel pubblicano...’. La Chiesa ha disposto di stare in ginocchio, soprattutto durante il tempo della consacrazione e, magari, fino alla conclusione della preghiera eucaristica. L’Ordinamento Generale del Messale Romano al n.43: “Dove vi è la consuetudine che il popolo rimanga in ginocchio dall’acclamazione del Santo fino alla conclusione della preghiera eucaristica e prima della Comunione, quando il sacerdote dice: Ecco l’Agnello di Dio, tale uso può essere lodevolmente conservato”. Invece è stato sradicato con violenza! Da certi sedicenti liturgisti si sostiene che, ricevuta la Comunione, ci si debba sedere, perché – si dice - una volta che Gesù lo hai dentro di te, lui non sta più fuori: è una idiozia, perché nessuno di noi esaurisce la presenza del Signore. Se l’ho ricevuto in me, non vuol dire che Egli smetta di essere presente dinanzi a me, sopra di me, attorno a me; quindi, non viene meno la necessità del gesto massimo di adorazione, lo stare in ginocchio; tra l’altro, è anche un gesto di raccoglimento, perché quando stai in ginocchio, fai una fatica particolare e ti raccogli meglio in te stesso, per essere più disposto alla preghiera e meno incline alla distrazione, e questo aiuta a concentrarti sul mistero che hai ricevuto. Se invece ti siedi, ti rilasso, e quindi ti distrai più facilmente. È veramente incredibile che i ministri impongano atteggiamenti che non corrisponde nemmeno alle dinamiche antropologiche e psicologiche. Lo stesso n.43 ricorda che i fedeli possono stare seduti “se lo si ritiene opportuno, durante il sacro silenzio dopo la Comunione”. Alla luce di quanto detto, si deduce che fin quando non si conclude l’amministrazione della S. Comunione, non ci si debba sedere; dopo, invece sì potrebbe, ma non è obbligatorio. In conclusione, dobbiamo manifestare davanti a Dio l’umiltà, e lo stare in ginocchio è sicuramente un gesto che esprime tale virtù; inoltre, è segno della nostra sottomissione e del riconoscimento, quali semplici creature, della maestà divina del Creatore. Spesso ripeto un detto dei padri del deserto: soltanto il diavolo non si inginocchia, perché non ha le ginocchia. I cristiani orientali, durante la liturgia si prostrano continuamente a terra. Si arriva a esaltare i musulmani, che secondo alcuni pregano più di noi: ebbene si prostrano con la fronte fino a terra, ripetutamente: hanno preso questo gesto dai cristiani e dagli ebrei. Inginocchiarsi vuol dire soprattutto adorare: viene dal latino ‘ad’-’os’, cioè ‘presso la bocca’; è come accostare la bocca vicino a quella di Cristo, come l’atteggiamento degli innamorati. Quindi, adorare significa mettere la bocca vicino a quella del Signore, e questo implica grande umiltà. Come san Giovanni, il discepolo che il Signore amava, il quale, durante l’ultima cena, accostatosi al petto di Gesù, toccò il cuore di Cristo; quasi a voler ricevere tutto da lui, attingere a lui. A proposito del gesto di Giovanni, sant’Agostino osserva: ‘quod amando biberat, evangelizando eruptavit’, che significa: quello che Giovanni, amando, aveva bevuto, lo ha effuso con l’evangelizzazione. Quindi, attingiamo all’Eucaristia e, quanto più è possibile la adoriamo, prima e dopo essercene nutriti.

Non vorrei essere considerato un “contestatore” del Concilio Vaticano II, anche perché io e lei, essendoci una sostanziale differenza di età, siamo nati in due diversi momenti della storia della Chiesa. Lei ad esempio, posso tranquillamente affermare, ha assistito a quella che, de facto, è stata la riforma liturgica, introdotta dopo il Vaticano II. Io invece, ho sviluppato la fede quando la riforma era stata così ampiamente attuata, quindi parliamo degli anni ‘80. Ma quelli a cui assistiamo sovente oggi, a me sembrano, oltre che abusi liturgici, delle pratiche che, in nome della riforma liturgica, hanno senz’altro contribuito alla disintegrazione della fede in occidente. E questo lo si constata benissimo dal fatto che la pietà popolare e la devozione al Santissimo Sacramento sono diminuite fortemente, giungendo ai minimi storici. Lei pensa che le cause prime di questo crollo della fede siano attribuibili essenzialmente, o in parte, alle riforme liturgiche introdotte dal Vaticano II? Il Vaticano II davvero prevedeva queste riforme?
Questa è una storia che ormai sanno in molti. È fatta di luci e ombre, ossia teoremi, abusi, indulti e reati vari, a cui la liturgia è andata soggetta nel dopo concilio. Possiamo dire sinteticamente che il Vaticano II, nella Costituzione sulla liturgia, al paragrafo 22, dopo aver detto che essa è regolata dalla Sede Apostolica e, a norma di diritto, dal Vescovo, al comma C, recita: “Di conseguenza nessun altro, assolutamente, dice che nessuno, assolutamente, anche se sacerdote, osi, di sua iniziativa, aggiungere, togliere o mutare alcunché in materia liturgica”. Basta confrontarsi con questa affermazione per capire cosa è accaduto. Si può dire che è stato il Vaticano II a permettere gli abusi? Il sacerdote dovrebbe sapere che non ha alcun potere, né di natura morale, né di natura liturgica. Queste due, inoltre, sono strettamente collegate, perché la morale cristiana è una morale sacramentale: come non possiamo mutare i comandamenti di Dio, così non possiamo mutare le norme immutabili della liturgia, che il Signore stesso ha stabilito nell’Antica e nella Nuova Alleanza, affinché fosse preservata la purezza del culto al lui dovuto, evitata l’idolatria, resa a lui la gloria e salvato l’uomo.

Sarà forse un caso, ma, guardando i filmati degli anni cinquanta/sessanta, nella processione del Corpus Domini, vi erano alcuni elementi rituali e segni, che facevano intendere e ben comprendere la presenza reale di Cristo nel sacramento eucaristico. Faccio riferimento al baldacchino e all’ombrello coi quali, in segno di riverenza, si accompagnava l’Ostensorio, ai petali di fiori che venivano lanciati sul percorso della processione. Molti liturgisti innovatori, contemporanei o successivi al Vaticano II, ritengono che questi elementi siano antiquati ed inutili; molto spesso, col pretesto che essi allontanassero il popolo dei fedeli da Dio, anziché avvicinarlo. Eppure a me pare che, da quando essi sono stati abbandonati, non sia cresciuto il numero dei fedeli, anzi, mai come ai nostri giorni, si sta assistendo all’allontanamento da Dio. Arrivati a questo punto, non pensa che la crisi di fede che oggi la cattolicità sta vivendo, sia causata dal crollo della Liturgia?
A tal proposito dobbiamo dire che l’idea, cosiddetta trionfalistica, cioè che la liturgia non deve cedere a elementi che in qualche modo la solennizzino, è una sciocchezza: basti considerare lo splendore del rito bizantino. Dice la Costituzione liturgica, che le nuove forme devono scaturire da quelle già esistenti e che i riti devono risplendere per nobile semplicità: nobile, in italiano, vuol indicare un livello superiore, eccellente, perfetto, cosa che si coniuga con la semplicità, che significa capacità di comunicare il significato essenziale. Di conseguenza, la solennità è data da segni e atti straordinari. D’altronde, non siamo soliti, nelle festività, o in speciali circostanze, utilizzare il servizio da tavola migliore , proprio per solennizzare quel particolare giorno, e indossare un abito nuovo o ricercato? Questa è anche un’esigenza dell’essere umano, per distinguere la feria dalla festa. Quindi perché scandalizzarsi, che in una festa così solenne, proprio perché accade una volta all’anno, si faccia ricorso a quegli elementi rituali, che servono proprio a marcare la differenza? Se non esistesse questa differenza, non ci sarebbe neanche il motivo di fare una volta l’anno una determinata festa, ma si ripeterebbe lo stesso rito della feria. I riti, che nei secoli si sono sviluppati e attestati, servono a marcare l’importanza del Santissimo Sacramento, al quale vanno attribuiti gli onori dovuti.
Basterebbe assistere alle processioni degli Orientali, per rimanere colpiti: tappeti di fiori su cui camminano clero e fedeli, paramenti preziosi, bande musicali, canti solenni, icone e reliquie, in ordine perfetto, insomma, tutto ciò che è possibile fare per dare gloria a Dio. La processione del Corpus Domini a cui abbiamo assistito, vede il clero sfilare in ordine sparso, impegnato a mandare saluti invece che a pregare e cantare, con paramenti casual, per non parlare dell’abbigliamento sottostante, come le scarpe da ginnastica, magari a colori, analogo abbigliamento, utilizzato anche dai ministranti. Chi di noi si presenterebbe in tal maniera a una cerimonia speciale? Gesù Cristo, Signore del Cielo e della terra, merita d’essere trattato così? Non ci meraviglieremo, se la gente comune non è attratta dall’attuale maniera di celebrare la liturgia e di fare le manifestazioni esterne, che assomigliano ormai sempre più a marce sindacali. Da alcuni decenni, tutti i tentativi di innovazione, nella speranza che sempre più gente aderisca alla fede, hanno invece causato un’emorragia di fedeli senza precedenti. È stata una debacle progressiva, che ha trascinato sempre più in basso la liturgia. Basta partecipare alla cerimonia di apertura delle olimpiadi, per notare che è tutto ridondante, tutto è spettacolo. Dimenticheranno i cristiani – come dice l’Apostolo – di essere spettacolo, agli angeli e al mondo? Quindi devono mostrare il meglio di se stessi, ovvero la corrispondenza tra verità e realtà: la verità è Cristo, la realtà è Cristo. La cosa più saggia di fronte a tale decadenza, è di invertire la tendenza sociologista e pseudo solidale, per l’elevato livello di secolarizzazione che la liturgia cattolica ha raggiunto, e che di fatto, ha già causato la crisi della fede.

giovedì 22 giugno 2017

Il significato profondo della festa del Corpus Domini

Nell’Ottava della festa del Corpus Domini e nella memoria di S. Paolino da Nola, rilanciamo questo contributo di Corrispondenza romana.

Jan van Kessel, Il secondo sacramento, XVII sec.

Jan van Kessel, Eucaristia in ghirlanda di fiori, XVII sec.

Alexander Coosemans, Allegoria dell'Eucaristia, 1641






Abraham Bloemaert, I quattro Padri della Chiesa latina ed il SS. Sacramento, 1632, Museum Catharijneconvent, Utrecht

Ambito piemontese, Madonna con Bambino con S. Paolino di Nola, XVIII sec., Alba

Ambito italiano, S. Paolino di Nola, protettore di Senigallia, 1740-60, Senigallia

Il significato profondo della festa del Corpus Domini

di Cristina Siccardi


La festa del Corpus Domini è alle porte, ma quanti ancora comprendono in profondità questo sublime miracolo d’amore?
Ogni vita sulla terra, per continuare ad esistere, ha necessità di essere alimentata, altrimenti perisce. L’uomo, essendo creatura con un anima razionale, ha pure bisogno di nutrimento sia intellettivo, che spirituale; ha bisogno dell’alimentazione della fede, della speranza, della carità (amore); ma il Salvatore gli ha anche offerto un cibo ancora più divino: se stesso in forma eucaristica. San Tommaso d’Aquino spiega in questi termini il Mistero eucaristico: «Leffetto che produsse nel mondo la passione di Cristo, questo Sacramento lo produce in ciascuno di noi. Come il cibo materiale sostiene la vita corporea, laccresce, la ristora, ed è gradevole al gusto, lEucaristia produce nellanima simili effetti» (IIIª, 9, 79, a. 1).
«Caro mea vere est cibus, et sánguis meus vere est potus: qui mandúcat meam carnem, et bibi tmeum sánguinem, in me manet, et ego in eo» (Gv 6, 56-57), ovvero «La mia carne è veramente cibo, e il mio sangue è veramente bevanda: chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, rimane in me e io in lui». Più chiaro di così se non ci si nutre della Santa Ostia non può avvenire l’inabitazione reciproca.
La storia della Chiesa è una continua lotta fra errori e verità, fra sacrilegi e trionfo del divino. Durante il periodo delle guerre di religione in Francia e anche oltre (1540-1600), la processione del Corpus Domini fu oggetto di feroce ostilità da parte degli ugonotti (i calvinisti francesi). Essi, come d’altra parte i luterani, negano la transustanziazione. Ecco che le processioni del Corpus Domini diventavano pretesti di pesanti provocazioni, profanazioni, blasfemie.
La festa liturgica affonda le sue radici nella Gallia belgica, che san Francesco definiva «amica Corporis Domini», grazie alle rivelazioni dell’agostiniana e mistica Beata Giuliana di Retìne, che nel 1208 ebbe un’estasi: vide il disco lunare risplendente di candida luce, deformato però da una linea in ombra. Si trattava della rappresentazione simbolica della Chiesa, alla quale mancava una solennità in onore della Santa Ostia. Alla monaca, nello stesso anno, apparve Cristo, che le chiese di impegnarsi affinché venisse istituita la festa del Santissimo Sacramento al fine di ravvivare la fede dei fedeli e di espiare i peccati commessi contro l’Eucaristia.
Nominata priora del convento di Mont Cornillon di Liegi, chiese consiglio ai maggiori teologi ed ecclesiastici del tempo, interpellando anche l’arcidiacono di Liegi, Jacques Pantaléon, futuro papa Urbano IV, e il Vescovo di Liegi, Roberto de Thourotte. Fu così che nel 1246 quest’ultimo convocò un concilio, ordinando, a partire dall’anno successivo, la celebrazione della festa del Corpus Domini. Con la bolla Transiturus dell’11 agosto 1264, da Orvieto, dove aveva stabilito la residenza della corte pontificia, Urbano IV estese la solennità a tutta la Chiesa.
A convincere il Pontefice nello scrivere la bolla fu il celebre Miracolo eucaristico di Bolsena, che si verificò un anno prima, quando un sacerdote boemo, in pellegrinaggio verso Roma, si fermò a celebrare la Santa Messa proprio a Bolsena, nel viterbese; nel momento preciso in cui spezzò l’Ostia consacrata, egli fu pervaso dal dubbio che essa contenesse veramente il Corpo di Cristo. Fu allora che dal Sacro Pane uscirono alcune gocce di sangue, le quali macchiarono sia il corporale di lino, attualmente conservato nel Duomo di Orvieto, sia alcune pietre dell’altare, custodite in preziose teche nella Basilica di Santa Cristina.
Da allora si sono verificati moltissimi Miracoli eucaristici riconosciuti dalla Chiesa, che possono essere visionati, uno ad uno, grazie allo straordinario sito http://www.miracolieucaristici.org/. Autore di questo splendido studio storiografico ed iconografico è il Servo di Dio Carlo Acutis, nato a Londra il 3 maggio 1991 e morto a 15 anni, il 12 ottobre 2006, a causa di una leucemia fulminante.
È sepolto nella nuda terra ad Assisi, la città di san Francesco che più di altre ha amato e nella quale tornava periodicamente per ritemprare lo spirito. «Tutti nasciamo come degli originali, ma molti muoiono come fotocopie», ha lasciato scritto fra i suoi appunti. A 12 anni aveva iniziato a comunicarsi quotidianamente e non finiva il suo giorno senza la recita del Santo Rosario e l’adorazione eucaristica, convinto com’era che quando «ci si mette di fronte al sole ci si abbronza… ma quando ci si mette dinnanzi a Gesù Eucaristia si diventa santi».
Di brillante intelligenza e di profonda fede, egli offrì le sue sofferenze e la sua vita per il Papa e per la Chiesa. I suoi sacrifici, uniti a quelli di altre nascoste anime oblative, e le preghiere intercessorie rivolte ai santi e alla Regina dei santi salveranno, per l’ennesima volta, la Chiesa dai suoi ugonotti, che oggi profanano il Corpo di Cristo con indegne liturgie e indegni altari.