Sante Messe in rito antico in Puglia

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sabato 16 marzo 2024

La velazione (o velatura) delle croci e delle immagini nel Tempo di Passione

Con i primi Vespri della Domenica di questa sera inizia il periodo più intenso della Quaresima che è il c.d. Tempo di Passione, nel quale si velano le immagini sacre delle chiese. Un uso che continua a sopravvivere pur nell'odierna temperie teologica e liturgica.



Rilanciamo un contributo sul punto dello studioso Francesco Tolloi, pubblicato nel 2022 sulla rivista diocesana di Trieste:

Liturgia: L'uso tradizionale di coprire statue, pitture e crocifissi in Quaresima

La velatura delle croci e delle immagini

di Francesco Tolloi

La storia plurisecolare di un uso diversamente attestato nelle diverse Chiese particolari dal VII secolo in Gallia al Messale post-conciliare di San Paolo VI passando per la riforma tridentina e post-tridentina della liturgia romana

«Usus cooperiendi cruces et immagines per ecclesiam ab hac dominica [V di Quaresima, n.d.a.] servari potest, de iudicio Conferentiae Episcoporum»(1). Il Messale, con tale rubrica permissiva, attesta un uso che, pur limitatamente ad alcuni luoghi, si è conservato e che per secoli fu di diffusione generale. Ma da dove e quando si diffuse tale usanza? Quali sono i suoi significati? Non è facile rispondere con certezza: le testimonianze, specie quelle più antiche, sono frammentarie ed anzi attestano una scarsa uniformità della prassi, tuttavia, i dati disponibili, consentono perlomeno di intuire dei percorsi di ricerca e, talvolta, di formulare prudentemente delle ipotesi, spesso ponendo nuovi quesiti. Il Messale che promulgò nel 1570 papa San Pio V secondo le indicazioni del Concilio di Trento, non menziona la prassi, per contro, trent’anni dopo l’editio princeps del Caeremoniale episcoporum, promulgata da Clemente VIII, ne fa esplicito riferimento(2). Questo stato di cose potrebbe suggerire l’ipotesi che nella prima epoca post tridentina si tentò di uniformizzare il costume della velatura, che si era mantenuto fino ad allora differenziato sia sotto il profilo geografico che temporale. La Francia, notoriamente refrattaria nell’accoglimento dei dettami tridentini, mantenne – nella lussureggiante galassia dei riti neogallicani (meglio sarebbe definirli usi propri diocesani) – una marcata differenziazione, destinata a perdurare fino alla seconda metà del XIX secolo, per questo ordine di motivi la sua osservazione è particolarmente utile ed interessante. A darcene autorevole testimonianza è Jean-Baptiste Le Brun des Marette, che a principio del Settecento viaggiò attraversò il regno di Francia annotando, con accurata meticolosità e dovizie di dettagli, gli usi liturgici esistenti nel territorio sia nelle diocesi che tra Ordini e congregazioni di religiosi, registrando, anche in questa fattispecie, consuetudini diversificate(3). Il Le Brun attesta in molte chiese francesi una copresenza di velature – che poi vedremo testimoniate anche al di fuori della Francia – di diverso tipo: delle tende vengono tirate per separare l’altare dal coro, oppure per separare del tutto la navata, altre volte sussistono entrambe, il più delle volte convivono con i veli che coprono le immagini e le croci. Diverso è anche il momento in cui queste coperture vengono poste: spesso ciò avviene appena alla conclusione dell’Ufficio della I domenica di Quaresima (dopo Compieta) venendo a marcare l’inizio del tempo quaresimale e con esso del digiuno che lo caratterizza. Un tanto deporrebbe circa la vetustà della prassi, in considerazione del fatto che la Quaresima, anticamente, si faceva iniziare in tale giorno (come avviene ancora presso gli orientali col lunedì puro) mentre solo più tardi, per far coincidere al numero di quaranta le giornate effettivamente destinate al digiuno, si aggiunsero i giorni che vanno dal mercoledì delle ceneri alla Feria II (lunedì) dopo la I domenica di Quaresima(4). La velatura di immagini e croci, di cui fa riferimento il Messale, potrebbe essere un lacerto, in qualche modo cristallizzato, di queste particolari coperture realizzate, in epoca più remota come segno esteriore della Quaresima? E se così fosse l’uso V domenica di Quaresima potrebbe essere un momento più ritardato o un punto di arrivo raggiunto nel tempo cui, infine, si è data una struttura normativa? Si tratta di quesiti che, innanzi alle testimonianze qui brevemente accennate, sorgono spontanei. Circa l’antichità il Braun opina che l’uso si diffuse proprio in Gallia già nel VII secolo, nella penisola italiana si attesta intorno al Mille (Consuetudines dell’abbazia di Farfa, di matrice cluniacense), per divenire di uso generalizzato nel basso Medioevo(5).

Il celebre canonista Guglielmo Durando, Vescovo di Mende, ci tramanda che nel XIII secolo, epoca in cui visse, alla I domenica di Quaresima si coprono le croci e si tira il velo innanzi all’altare e riferisce che ciò in alcune chiese si compie la domenica di Passione (V di Quaresima)(6). L’Autore ravvisa dunque un legame tra le due azioni, così come parrebbe ritenerlo, sostanzialmente, anche il Martène sostenendo che, quanto si praticava alla sua epoca (tra XVII e XVIII secolo) la domenica di Passione, era un tempo d’uso generale compierlo la I domenica di Quaresima (dopo la Compieta della stessa, o dopo la celebrazione di Prima del lunedì immediatamente successivo)(7). Privare il fedele dalla vista delle cose sacre o persino dell’altare e dunque dell’azione sacra mediante la velatura si percepiva come segno esteriore di mestizia. Il citato Durando, estremamente significativo e rappresentativo di una modalità di interpretazione basata su suggestioni allegoriche che permea la speculazione dell’Età di mezzo, suggerisce che, mediante questo segno esteriore, il cristiano rivive una condizione di conoscenza imperfetta, dunque velata, al pari di quella degli uomini dell’antico testamento. Qualora la velatura sia limitata alle ultime due settimane prima di Pasqua, l’accento sarebbe posto sul nascondimento della natura divina: nella domenica di Passione, infatti, veniva proclamato il Vangelo di San Giovanni (8, 46-59) in cui i giudei vogliono lapidare Gesù, dopo un concitato e teso scambio verbale, tanto che egli si vede costretto ad uscire per nascondersi: Jesus autem abscóndit se, et exívit de templo(8). Ben diversa e non molto convincente, in questa circostanza, la spiegazione che dà Claude De Vert: l’Autore, celebre per ricondurre i gesti di culto e costumi liturgici a necessità materiali e concrete, ritiene che l’usanza possa derivare dall’uso arcaico di collocare la croce solo al momento della celebrazione ed anzi ritiene che essa, originariamente non veniva collocata affatto, come poté leggere e vedere in alcuni luoghi (ancora una volta nell’ambito degli usi neogallicani).

La croce sarebbe stata poi portata dal diacono o dallo stesso celebrante all’altare (es. a Reims) per rimanervi il tempo necessario: quando la comodità indusse a lasciarla sul posto, si prese l’abitudine di velarla, uso che sarebbe rimasto in questo specifico tempo(9). Mario Righetti, perito del Concilio Vaticano II, ritiene verosimile che la velatura di croci ed immagini la domenica di Passione sia una semplificazione tardiva delle velature quaresimali, in particolare opina poter derivare dall’hungertuch (letteralmente telo della fame) attestato inizialmente in area germanica a significare il tempo di digiuno(10). Particolarmente suggestiva ed articolata è l’ipotesi di Thurston: per l’Autore l’origine della velatura di croci ed immagini è riconducibile proprio ai teli che, anticamente, dal principio quaresima, celavano la sancta sanctorum. L’usanza andrebbe ricercata nell’allentamento e successivo abbandono della prassi canonica della pubblica penitenza. I penitenti, in capite quadragesimae, venivano allontanati dal tempio per poi essere riammessi e riconciliati il giovedì santo. Essi sarebbero stati dunque privati della vista delle cose sacre: mediante la velatura si produrrebbe una finzione giuridica che porterebbe tutti i fedeli, in un certo qual modo, alla condizione dei penitenti pubblici(11).

Note:

1. Cfr. Rubr. in Dom. V in Quadragesima, in Missale romanum, editio typica tertia, Città del Vaticano, Typis Vaticanis, 2002, pag. 255.

2. Cfr. Caeremoniale episcoporum, Romae, Typographia linguarum externarum, 1600, editio princeps, ristampa anastatica a cura di A. M. Triacca e M. Sodi, Città del Vaticano, LEV, 2000, Lib. II, cap. XX, pagg. 217 e s. (225 e s.).

3. S. De Moleon, Voyages liturgiques de France, Paris, Delaulne, 1718, passim. (De Moleon è lo pseudonimo del Le Brun des Marette).

4. In tal senso appare significativa l’Orazione secreta della I domenica di Quaresima del Messale c.d. tridentino che fa esplicito esordio del tempo quaresimale e con esso delle austerità, segno di conservazione di un elemento arcaico, di matrice gregoriana, a fronte delle modificazioni intervenute successivamente (cfr. Sacramentario Gregoriano. Testo latino-italiano e commento, a cura di M. Sodi e O.A. Bologna, Roma, Edizioni Santa Croce, 2021, pag. 63 al 223).

5. Cfr. G. Braun, I paramenti sacri. Loro uso storia e simbolismo, trad. it. G. Alliod, Torino, Marietti, 1914, pag. 209 e segg. Per l’Autore l’uso di velare il crocifisso va ricercato nel fatto che sino al XII secolo Cristo veniva rappresentato trionfante sulla croce, volendo sottolineare i contenuti della passione salvifica lo si sottraeva dalla vista coprendolo (idem, pag. 211).

6. Cfr. G. Durando, Rationale Divinorum Officiorum, Ludguni, Ravillii, 1612, lib. VI al 32, par. 12, pag. 303. L’uso della velatura già la I domenica di Quaresima lo si riscontra anche nel rito ambrosiano, qui però vengono velate le sole immagini e non i crocifissi (Cfr. V. Maraschi, Le particolarità del rito ambrosiano, Milano, Propaganda Libraria, 1938, pag. 81).

7. Cfr. E. Martene, De antiquis Ecclesiae Ritibus, Antverpiae, de la Bry, 1737, tomus tertius, pag. 186.

8. Cfr. G. Durando, Rationale Divinorum Officiorum, op. cit., lib. I, al III, par. 35, pag. 17. Proprio al Vangelo di tale domenica è legato l’uso della cappella papale attestato dal Cerimoniale apostolico. Dal testo si apprende che la velatura della croce avviene in questa domenica ed in particolare le immagini sono coperte con un velo, issato con delle carrucole attraverso cui passando le corde, per mezzo di alcuni chierici della cappella nel momento in cui termina la proclamazione del Vangelo; cfr. A. Patrizi Piccolomini, Sacrarum Cerimoniarum, Sive Rituum Ecclesiasticorum Sanctae Romanae Ecclesiae, Coloniae Agrippinae, 1572, liber secundus, fol. 224 r.

9. Cfr. C. De Vert, Explication simple, litterale et historique des Cérémonies de l’Eglise, Paris, Delaulne, 1713, Tome quatrieme, pagg. 30 e ss.

10. Cfr. M. Righetti, Manuale di storia liturgica, Milano, Ancora, 1969, Volume II, pag. 175 e s. Sull’hungertuch, la sua diffusione e sopravvivenza, si veda ancora: G. Braun, I paramenti sacri, op. cit., pag. 211.

11. Cfr. H. Thurston, Lent and Holy Week, London, Longmans Green, 1914, pag. 99 e ss. Il rito dell’espulsione e riconciliazione dei pubblici penitenti trovava posto nel Pontificale romanum fino agli anni Sessanta del Novecento (cfr. Pontificale romanum, Taurini, Marietti, 1941, V, pagg. 300 e ss. Per l’approfondimento di questi riti si rinvia a: J. Catalano, Pontificale romanum in tres partes distributum, Parisiis, Méquignon, Leroux et Jouby, 1852, Tomus III, pagg. 8 e ss.

Fonte: Rivista diocesana di Trieste, Il Domenicale di San Giusto, 3.4.2022, pp. 8-9.


domenica 5 febbraio 2023

Soppressione dell'Alleluia

Il calendario sta per commemorare i dolori di Cristo e le gioie della Risurrezione. Nove settimane ci separano da queste grandi solennità. È tempo che il cristiano disponga la sua anima alla nuova visita del Signore, che sarà più santa e decisiva di quella che si degna di farci con la sua Natività.

Intanto la santa Chiesa sente il bisogno di scuoterci dal nostro assopimento e vuole dare ai nostri cuori un potente impulso alle cose celesti. Perciò sopprime l'Alleluia, il canto celeste che ci associava ai cori degli Angeli. Siamo degli uomini fragili, peccatori sempre rivolti alla terra: come abbiamo potuto con la nostra bocca pronunciare quella parola di cielo? Fu l'Emmanuele, il divino conciliatore fra Dio e gli uomini, che ce la portò da lassù fra le gioie della sua nascita; e noi osammo ripeterla. La ripeteremo ancora con rinnovato entusiasmo fra le allegrezze della sua Risurrezione; ma per cantarla degnamente dobbiamo aspirare al soggiorno donde essa discese la prima volta. Alleluia non è una parola vuota di significato, o una profana melodia: è il ricordo della patria nell'esilio e lo slancio verso il ritorno.


Significato della parola Alleluia.


La parola significa Lodate Iddio. Ma il suo accento è tale, che la Chiesa, per non potersi sottrarre al compito di lodare il Signore per ben nove settimane, la sostituirà con un'altra espressione: Laus tibi Domine, Rex aeternae gloriae! Lode a Te, Re dell'eterna gloria! Ma questa è una lode che nasce dalla terra, mentre l'altra discese dal cielo.

"La parola Alleluia, dice il pio Ruperto, è una goccia di quella gioia suprema di cui trasalì la Gerusalemme celeste. I Patriarchi e i Profeti la custodirono in fondo al cuore, finché non la emise lo Spirito Santo con maggiore pienezza sulle labbra degli Apostoli. Significa l'eterno festino degli Angeli e delle anime beate che lodano Dio, contemplano senza fine la sua faccia e cantano senza mai stancarsi le sempre nuove infinite meraviglie. La nostra limitatezza di viatori non arriva a gustare tale festino; solo possiamo partecipare alle gioie dell'attesa e sentirne la fame e la sete. Forse per questo la misteriosa parola Alleluia non fu mai tradotta dall'originale ebraico, quasi a significare, nell'insufficienza di riprodurla, ch'è un'allegrezza molto estranea alla nostra vita presente" (Des divins offices L. I, c. 35).


Austerità della Settuagesima.


Durante i giorni che dobbiamo sentire l'asprezza dell'esilio, se non vogliamo essere abbandonati come disertori in seno a Babilonia, è necessario essere premuniti contro gli allettamenti del pericoloso soggiorno nella terra della cattività. Ecco perché la Chiesa, preoccupata delle illusioni e pericoli che corriamo, ci viene incontro con un provvedimento così solenne. Togliendoci il grido della gioia, ci esorta a purificare le nostre labbra; se vogliamo un giorno tornare a ripetere la parola degli Angeli e dei Santi, dobbiamo purificare col pentimento i nostri cuori, contaminati dal peccato e dall'affetto ai beni terreni. Quindi svolge sotto ai nostri occhi il triste spettacolo della caduta originale, da cui scaturirono tutte le disgrazie, e ci fa rilevare la necessità d'una redenzione. Piange per noi e vuole che anche noi piangiamo insieme a lei.

Accettiamo dunque la legge che ci viene imposta. Sospese per breve tempo le sante gioie, comprendiamo ch'è ora di smetterla con le frivolezze del mondo. Soprattutto liberiamoci dal peccato, che ha regnato tanto tempo in noi. Cristo s'avvicina con la sua Croce e viene a riparare ogni nostro danno col frutto sovrabbondante del suo Sacrificio. Non permetteremo, no, che il suo sangue, a guisa di rugiada mattutina che piove sulla calda sabbia del deserto, cada invano sulle nostre anime. Confessiamo umilmente la nostra condizione di peccatori, e come il pubblicano del Vangelo che non osava alzar lo sguardo, riconosciamo che è giusto, almeno per poche settimane, non accennare a quei canti che furono troppo familiari alla nostra lingua di peccato, né presumere eccessivamente di quella fiducia che molte volte distrusse in noi il santo timor di Dio.

Purtroppo, la negligenza delle norme liturgiche è l'indice manifesto dell'affievolimento nella fede, in una cristianità. Eppure ce n'è tanta intorno a noi, che anche molti dei cristiani abituati a frequentare la chiesa ed i Sacramenti, si accorgono ben poco e con molta indifferenza della sospensione dell'Alleluia. A stento parecchi di loro vi prestano una leggera attenzione, imbevuti come sono d'una pietà affatto privata, e forse estranea al pensiero della Chiesa. Se cadranno queste righe sotto ai loro occhi, ci auguriamo che servano a farli riflettere sulla sovrana autorità e saggezza della Chiesa, Madre comune, la quale effettivamente considera la sospensione dell'Alleluia come uno dei fatti più gravi e solenni dell'Anno Liturgico.

A tale proposito presentiamo due belle Antifone, che pare siano di origine romana, e che noi attingiamo nell'antifonario di san Cornelio di Compiègne, pubblicato da Dom Dionigi di S. Marta:


Ant.
- Il buon Angelo del Signore t'accompagni, Alleluia.

E ti faccia fare un prospero viaggio, affinché ritorni con noi nella gioia, Alleluia, Alleluia.


Ant.
- Alleluia. Resta con noi anche oggi; domani partirai, Alleluia.

Quando si farà giorno ti metterai in cammino, Alleluia, Alleluia, Alleluia.


Le Chiese di Francia, nel XIII secolo e oltre, ai Vespri del sabato di Settuagesima cantavano quest'Inno commovente, conservato in un manoscritto del X secolo:

INNO

Alleluia è un canto di dolcezza, una voce d'eterna gioia.

Alleluia è il canto melodioso che i celesti cori non cessano di far risuonare nella casa di Dio.

Alleluia! celeste Gerusalemme, madre beata, patria alla quale abbiamo diritto di cittadinanza.

Alleluia! è il grido dei tuoi abitatori fortunati; ma noi esiliati sulle rive dei fiumi di Babilonia, non abbiamo altro che lacrime.

Alleluia! non siamo sempre degni di cantarlo. Alleluia! i nostri peccati ci obbligano a sospenderlo, perché è l'ora di piangere le nostre colpe.

Accogliete dunque, o Beata Trinità, questo canto per il quale vi supplichiamo di farci assistere un giorno alla Pasqua celeste, dove a gloria vostra, in seno alla felicità, canteremo l'eterno Alleluia. Amen.

Nell'attuale Liturgia l'addio all'Alleluia che fa la Chiesa è più semplice, e consiste nel farci ripetere quattro volte la misteriosa parola alla fine dei Vespri del Sabato:

Benediciamo il Signore, Alleluia, Alleluia.

Rendiamo grazie a Dio, Alleluia, Alleluia.

D'ora in poi, a partire dalla seguente Compieta, non sarà più udito quel canto celeste fino a quando esploderà sulla terra il grido della Risurrezione.

Fonte: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 424-426.



I monaci di Norcia seppelliscono l'Alleluia prima della Settuagesima del 2023.
Fonte Facebook

lunedì 15 agosto 2022

Elementi corredenzionisti nelle Messe e negli Uffici in onore dell'Assunta

 

La Cappella Papale dell’Assunta

 Rilanciamo questo contributo del dott. Giuliano Zoroddu:

La Cappella Papale dell’Assunta



di Giuliano Zoroddu


La festa dell’Assunzione di Maria Santissima fu fin da antico solennissima in Roma. L’introdusse Sergio I (687-701) e Leone IV (847-855) la dotò di ottava. Il Pontefice celebrava la messa in Santa Maria Maggiore, dopo aver preso parte alla fastosissima processione della notte precedente.

I rituali avevano inizio la mattina del 14 agosto, quando il Papa si recava nell’oratorio di san Lorenzo nel Patriarchio, ove fatte sette genuflessioni all’immagine acheropita del Salvatore, ne baciava i piedi e scopriva il volto al canto del Te Deum.

Portata dai Cardinali Diaconi e scortata da dodici ostiari coi ceri accesi, seguiti dal suddiacono regionario colla croce stazionale, dal clero palatino, dal primicerio con la schola cantorum, dal Praefectus Urbi con dodici romani (sei con la barba e sei sbarbati) in rappresentanza del Senato, e dal popolo tutto, l’icona attraversava la Via Sacra fino alla chiesa di Santa Maria Nuova, sotto il cui portico in atto di adorazione i piedi del Salvatore venivano lavati con aromi, e di qui a Sant’Adriano, dove riceveva un’ulteriore lavanda.

Tappa finale era la Basilica Liberiana per la celebrazione della messa stazionale da parte del Pontefice.

Queste cerimonie, sentitissime dal popolo romano, subirono nel corso del Medioevo, vari arricchimenti da un lato, ma non mancarono gli abusi, soprattutto a motivo delle turbolenze che scossero Roma segnatamente durante la permanenza della Santa Sede ad Avignone. Così san Pio V pensò bene di abolire la processione.

Rimase solamente la solenne messa in Santa Maria Maggiore, poi sanzionata da Sisto V nella sua costituzioni sulle riorganizzazione delle stazioni.

La celebrazione della messa spettava al Cardinale Arciprete.

Il Sommo Pontefice vi assisteva al trono in manto bianco, contornato dal Sacro Collegio.

La predica fino al 1828 era tenuta dal Procurato dell’Ordine di Santa Maria della Mercede, come stabilito da Clemente XI nel 1718. Leone XII però trasferì questo onore ad un convittore del Collegio dei Nobili (istituito dai Padri Gesuiti sotto il suo pontificato), il quale teneva il sermone in berretta e cappa con fodera di seta cremisi.

Alla fine della messa, che non prevedeva particolarità, il Pontefice e i Cardinali versavano rispettivamente cinquanta e uno scudo d’oro alla Confraternita del Gonfalone per il riscatto degli schiavi.

Questa Cappella Papale, per volontà di Benedetto XIV, era seguita dalla benedizione del popolo dalla loggia della Basilica, che era stata fatta costruire dal medesimo Pontefice nel 1741.

I diari dei cerimonieri ci tramandano alcune date: Giulio II tenne Cappella Papale alla Liberiana il 15 agosto 1509; così pure Paolo III nel 1538 e Gregorio XIII nel 1572 e nel 1573. Benedetto XIII nel 1724 celebrò messa egli stesso nella Cappella Borghesiana. Clemente XII, nel 1732, ordinò che vi si cantasse il Te Deum a motivo della presa di Orano in Algeria operata da Filippo V di Spagna. Leone XII stabilì che la cerimonia dovesse svolgersi nuovamente all’altare papale.

L’ultimo Pontefice a tenere la Cappella Papale dell’Assunzione in Santa Maria Maggiore fu Pio IX nel 1869.

L’ingresso delle truppe italiane in Roma il 20 settembre dell’anno seguente, segnarono la fine del secolare rito, il cui svolgimento si spostò nella Cappella Palatina.


Riferimenti bibliografici: G. MORONI, Le cappelle pontificie, cardinalizie e prelatizie, Venezia, 1841; A. I. SCHUSTER, Liber Sacramentorum. Note storiche e liturgiche sul Messale Romano. Vol. VIII. I Santi nel Mistero della Redenzione (Le Feste dei Santi dall’Ottava dei Principi degli Apostoli alla Dedicazione di S. Michele), Torino-Roma, 1932.


Immagine: Proclamazione del dogma dell’Assunzione in Piazza San Pietro il 1° novembre 1950 

[fonte: caeremonialeromanum.com].


Fonte: Radiospada, 14.8.2021

giovedì 23 aprile 2020

Utensili eucaristici in tempi di covid-19

Leggevamo quest’oggi del blog di Aldo Maria Valli, della proposta della diocesi di Milano, in vista della cd. Fase 2, di distribuire la Comunione con pinzette: «Distribuire la comunione con una pinzetta; esonerare gli anziani al di sopra dei sessantacinque anni dall’obbligo della Messa; introdurre un numero chiuso; prevedere un incaricato che, munito di guanti monouso, si occupi del microfono all’ambone; consentire solo celebrazioni all’aperto; mettere a disposizione liquidi igienizzanti all’ingresso delle chiese; sanificare tutti gli oggetti sacri prima e dopo le celebrazioni».
Non ci debba sorprendere l’uso di pinzette, giacché la Chiesa, da sempre, in tempi di pestilenza si è avvalsa di strumenti similari.
Ce lo confermava ai primi di marzo, in una sua intervista, Mons. Pierbattista Pizzaballa, amministratore apostolico di Gerusalemme dei Latini, già custode di Terra Santa. Egli rispondendo ad apposita domanda («Cosa direbbe alle persone che dicono che cambiare la pratica liturgica di ricevere la Comunione sulla lingua, anche se è permessa in certe condizioni, come lo scoppio di un virus, è un segno di mancanza di fede?») ricordava: «Nel museo della Custodia di Terra Santa sono ancora visibili le pinze usate dal sacerdote durante le pestilenze per dare la comunione agli appestati. Questo costituisce una mancanza di fede? Certo che no. Si è trattato di prudenza, un mezzo per non contaminare gli altri» (v. qui).
Rilanciamo quindi quest’articolo, che riteniamo assai utile e che possa, chissà, costituire un punto sul quale riflettere in vista del pacchetto di proposte per la prossima riapertura delle chiese al culto partecipato da parte dei fedeli.

Utensili eucaristici

Dal sito liturgicalartsjournal.com riprendiamo, in tradizione nostra, un’interessantissimo articolo su dei particolari oggetti liturgici destinati all’amministrazione della Comunione.


Pietro Paolo Caruana, Amministrazione della Comunione ad un'appestata durante la pestilenza del 1813, National Museum of Fine Arts, La Valletta.


Il quadro rappresenta una scena della peste bubbonica che ha devastato le isole maltesi dall'aprile 1813 al gennaio 1814, uccidendo oltre 4.500 persone su una popolazione di 100.000. Nella scena centrale, un prete amministra la Santa Comunione ad una ragazza morente usando un paio di tenaglie o tenaglie a pelo lungo, un ricordo tangibile della peste.

Amministrazione del Viatico ad un appestato con la fistola, Catechismo di Heidelberg, 1455. Universitätsbibliothek, Heidelberg


Mentre viviamo questa pestilenza del XXI secolo con crescenti preoccupazioni riguardo alla trasmissione di malattie attraverso le specie della Santa Comunione, è interessante esaminare le diverse forme di ricezione della santa comunione con gli utensili che la Chiesa latina ha impiegato nel corso dei secoli. Mentre il loro aspetto era dovuto agli scrupoli durante la manipolazione del Santissimo Sacramento e acquisivano un carattere cerimoniale, dimostrarono praticità per l’amministrazione della Santa Comunione ai fedeli durante i periodi di pestilenza o quando questi non erano in grado di consumare l’ostia.

La Fistula

La cannuccia liturgica, variamente chiamata calamo, cannula, arundo, calamus, pipa, pugillaris, sipho o sumptorium è l’unico utensile sopravvissuto nell’uso cerimoniale fino al XX secolo. L’uso della fistola sembra aver avuto origine nella tarda antichità nella corte papale, dove era in uso almeno dal tempo di Papa San Gregorio Magno. È esplicitamente menzionato nelle rubriche dell’Ordo Romanus del VII secolo, dove il vescovo comunica con esso il Sacro Sangue. L’uso di questo strumento si estese durante il periodo carolingio in Italia, Francia, Germania, Inghilterra e Polonia, nonché per gli ordini cistercense e certosino. Divenne il metodo prevalente per amministrare il Sangue del Signore ai fedeli fino al XIII secolo, quando l’usanza che le persone che ricevessero entrambe le specie fu interrotta.
È interessante notare che è anche menzionata nell’edizione del 1970 dell’Ordinamento Generale del Messale Romano nello stabilire che il Sangue Prezioso possa essere sorbito direttamente dal calice oppure usando un cucchiaio o un tubetto.
La Fistula potrebbe anche essere usata come una pipetta in modo che, anziché aspirare il Sangue del Signore, esso possa essere lasciato cadere nella bocca del comunicante nei casi in cui questi non potesse essere in grado di deglutire altro che liquidi.


Paolo VI si comunica mediante la fistula. V. qui

Fistula dal monastero di S. Trudpert, in Münstertal, Germania, 1230, The Metropolitan Museum of Art, New York

Cucchiaio

Il cucchiaio eucaristico fa la sua apparizione probabilmente un po’ più tardi rispetto alla fistula, intorno all’VIII secolo. I riferimenti storici al suo uso sono più scarsi, ma è stato chiaramente impiegato, come lo è oggi nei riti orientali, per la Comunione per ‘intenzione. Il cocleare non deve essere confuso con il cucchiaino, che serve per aggiungere l’acqua al vino all’Offertorio.
Mentre il suo uso durante la Messa è sbiadito contemporaneamente alla pratica della comunione sotto entrambe le specie, è stato conservato per l’amministrazione del Viatico, comunemente sotto forma di un Ostia o di una particella disciolta nell’acqua. Mentre la maggior parte delle volte il prete potrebbe usare un cucchiaio della casa, alcuni esempi di cucchiai realizzati per questo scopo specifico sono sopravvissuti. Erano, come gli altri vasi, fatti di argento e la tazza del cucchiaio era dorata.

Cucchiaio eucaristico. XVII sec., Diocesi di Padova.

Bottega di Giovanni e Bonaventura Gambari, Cucchiaio eucaristico e relativa custodia, XVIII sec., Diocesi di Bologna



Pinze

Probabilmente il più oscuro di questi utensili, le pinze eucaristiche sono state inizialmente utilizzate per immergere particelle di Ostia nel calice. Mentre la loro origine è probabilmente antica, vediamo che diventa comune nella corte papale di Avignone durante il XIV secolo, probabilmente limitato alle celebrazioni più solenni. Fonti contemporanee, tra cui il Liber de Cæremoniis, le chiamano anche tenacula o furcheta e dichiarano chiaramente il loro uso eucaristico.
L’uso liturgico delle pinze non sembra essere passato a Roma dopo lo scisma d’Occidente, ma erano ancora usati per dare la Santa Comunione ai lebbrosi od appestati.
Allo stesso modo, altri strumenti sono stati creati per i periodi di pestilenza. Un utensile comune era il cucchiaio da ostia (manche à HostieHostienloffel) costituito da una lunga asta con un piccolo disco piatto all’estremità. François Ranchin, un prestigioso medico francese del XVII secolo, specifica che avrebbe dovuto essere una bacchetta di metallo lunga almeno 20 pollici, con una lunetta alla fine, dove sarebbe stata collocata l’ostia.


Charles Rohault de Fleury, Pinze liturgiche nel XIII sec., 1884

Pinze eucaristiche, Terra Santa Musuem, Gerusalemme

Pinze liturgiche dorate, Granada

mercoledì 8 aprile 2020

L’onanismo liturgico ai tempi del coronavirus

Rilanciamo volentieri questo contributo del nostro amico Franco Parresio.

L’onanismo liturgico ai tempi del coronavirus

di Franco Parresio

È proprio vero: al cattivo gusto non c’è mai fine!
È davvero disgustoso quanto pochi giorni fa, in un tweet – ormai cancellato – del 31 marzo, un solone insolente della nuova supposta teologia liturgica ha sostenuto, affermando che la Messa senza congregazione sarebbe una forma di «onanismo liturgico».
Mio Dio!, come siamo caduti in basso!
Nell’articolo, che riporta questa notizia (v. qui), si legge che il solone in questione (per sua disgrazia e di coloro che lo seguono ordinario di Teologia in una università statunitense) «appartiene al partito di Francesco».
E si vede!
Francesco per primo non si atterrebbe a quanto da lui stesso stabilito attraverso la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, che, contro la diffusione del covid-19, vuole si celebri «senza concorso di popolo e in luogo adatto, evitando la concelebrazione e omettendo lo scambio della pace» (v. qui). E ciò a prescindere che si tratti o meno dei riti della Settimana Santa. Lo vediamo nelle liturgie mattutine in Santa Marta: puntualmente concelebrate con lo scambio della pace tra i concelebranti; concelebranti che, se da una parte stanno molto attenti a non infettarsi mantenendo le debite distanze, dall’altra non si fanno minimamente scrupolo a comunicarsi bevendo allo stesso calice.
Di qui un sospetto del tutto legittimo: se la messa privata è onanistica, quella congregata – stando alla terminologia del solone – non può che apparire orgiastica e, per sua stessa natura, fittizia… esattamente come molti riti delle tribù primitive (parola di Fromm).
Il solone trascura che la natura della messa è anzitutto e soprattutto sacrificale… e, poi, comunionale. Peccato che non arrivino a capirlo i non pochi santi sacerdoti, che se ne stanno chiusi in casa (per modo di dire) a non dire messa: tanto a che serve se non c’è il popolo? Questo pensano e dicono, trascurando che la messa, pur sine populo, è comunque e sempre pro populo! E mai come in questo momento c’è forte bisogno di messe! C’è bisogno che offrano il loro sacrificio eucaristico dai comodi luoghi delle proprie residenze. Glielo ha ricordato – se lo hanno letto e bene – San Giovanni Fisher alla seconda lettura dell’Ufficio delle Letture del lunedì della V settimana di Quaresima:
«Questo sacrificio è così gradito e accetto a Dio, che egli non può fare a meno – non appena lo guarda – di avere pietà di noi e di donare la sua misericordia a tutti quelli che veramente si pentono. 
Inoltre è un sacrificio eterno. Esso viene offerto non soltanto ogni anno, come avveniva per i Giudei, ma ogni giorno per nostra consolazione, anzi, in ogni ora e momento, perché ne abbiamo un fortissimo aiuto».
Ma glielo ricorda pure il Codice di Diritto Canonico:
«Sempre memori che nel mistero del Sacrificio eucaristico viene esercitata ininterrottamente l’opera della redenzione, i sacerdoti celebrino frequentemente; anzi se ne raccomanda vivamente la celebrazione quotidiana, la quale, anche quando non si possa avere la presenza dei fedeli, è un atto di Cristo e della Chiesa, nella cui celebrazione i sacerdoti adempiono il loro principale compito» (can. 904).
E, infine, la pontificia Congregatio pro Clericis, con la Nota circa La celebrazione quotidiana della Santa Messa anche in assenza di fedeli (v. qui), in cui si bacchetta quella categoria di preti che pratica «il cosiddetto ‘digiuno celebrativo’ consistente nella pratica di astenersi […] dal celebrare la Santa Messa, privandone così anche i fedeli. In altri casi, il sacerdote che non svolge cura pastorale diretta ritiene non essere necessario celebrare ogni giorno, se egli non ha possibilità di farlo per una comunità. Infine, alcuni ritengono che, nel meritato periodo di riposo delle proprie vacanze, abbiano il diritto di ‘non lavorare’, e pertanto sospendono anche la Celebrazione eucaristica quotidiana. Cosa dire di tutto ciò?».
Più chiaro di così si muore!
Rinunciare per questi sacerdoti a ciò di più prezioso sono stati ordinati equivale, dunque, a doverli tristemente considerare quali “impiegati del sacro”, come ironicamente li ha definiti un mio amico. E il fatto di giustificarsi dicendo che «comunque preghiamo, recitando l’Ufficio», non è una bella scusa, anzi… giacché non c’è bisogno di essere preti per poter recitare il Breviario: per loro è e resta fondamentalmente un dovere, al quale non possono sottrarsi… come invece per la messa.
Poveri a loro!

domenica 5 aprile 2020

La “Missa sicca” della Domenica delle Palme

In occasione della Domenica delle Palme, in cui si celebra l’ingresso solenne di Gesù nella Città Santa, Gerusalemme, riprendiamo, rilanciandolo, questo contributo, già pubblicato nel 2018, ma assai utile in questi tempi.


La “Missa sicca” della Domenica delle Palme

A testimonianza della veneranda antichità dei riti della Settimana Santa, rimontanti ai primi secoli della storia della Chiesa, la Domenica delle Palme continua a officiarsi una cerimonia assai diffusa nel Medioevo e scomparsa dopo il Concilio Tridentino, detta Missa sicca, ossia una celebrazione che ricalca il modello della Messa, ma è priva della parte sacrificale. Essa veniva officiata in occasione di benedizioni, o per i matrimoni in alcune particolari circostanze; rimane oggi unicamente per il rito di benedizione dei rami d’ulivo con cui i Cristiani inneggeranno a Cristo entrante in Gerusalemme, siccome inneggiarono i fanciulli giudei a quel suo solenne ingresso duemila anni fa.
Dopo Terza, avuta luogo more solito l’aspersione domenicale, il Sacerdote rivestito di stola e piviale violacei accede all’altare, lo venera col bacio, e va al lato dell’epistola, mentre il coro canta la solenne antifona Hosanna filio David. ‘Hosanna’, come ben spiega il Card. Schuster, indica un uso rituale tipicamente ebraico, svolto in occasione delle grandi feste come la dedicazione del tempio, ovverosia il portare rami d’alberi qua e là in occasione d’onori. Il fatto che a Nostro Signore sia stato tribuito un siffatto ingresso nella Città Santa, infatti, prefigura direttamente la sua divina regalità, poiché tale onore spettava generalmente alle feste in onore di Dio, e non a uomini, per quanto importanti.
Il Sacerdote intanto prosegue le cerimonie come alla Messa: canta l’orazione, con cui apre il cammino della Settimana Santa, richiedendo a Dio di moltiplicare le grazie pel suo popolo e di farlo giungere alfine alla gloriosa Risurrezione.
Dipoi, il suddiacono canta la Lezione, che è tratta dai capitoli XV e XVI dell’Esodo: in tale brano, infatti, oltre a mentovarsi settanta palme all’inizio del brano, viene preannunciata la missione salvifica del Cristo, poiché Iddio, sotto figura di manna, promise di dare il suo Divin Figliuolo. Soggiungesi poi un responsorio, a mo’ di graduale, che può scegliersi tra un brano di San Giovanni e uno di San Matteo, ambedue riferentesi alla condanna a morte del Redentore, dacché è attraverso di essa che a noi è elargito dal cielo ogni beneficio.
Intanto, viene benedetto l’incenso e il diacono domanda al Sacerdote la benedizione, apprestandosi a cantare il Vangelo, con le consuete cerimonie della Messa solenne.
La pericope evangelica è proprio l’Ingresso in Gerusalemme, secondo San Matteo (capitolo XXI).
Tra i rituali della Messa secca s’inseriscono ora le preci di benedizione dei rami. La Chiesa benedice
e distribuisce i rami perché già vede perfetto il trionfo di Cristo. Inoltre, essendo Egli il trionfatore e dovendo per Lui trionfare gli eletti in Cielo, convenientemente la benedizione e distribuzione vien fatta dal Sacerdote, che rappresenta Cristo.
Dopo aver cantato una orazione, il Sacerdote intona un prefazio in cui si esalta la regalità suprema di Nostro Signore, al termine del quale viene cantato il Sanctus, dimodoché insieme procedano la lode delle schiere celesti e quella delle turbe terrene. Si noti ancora una volta la perfetta identità di questo rituale con le cerimonie della Messa; soltanto, ora, anziché procedere alla Consacrazione, seguirà piuttosto la già preannunziata benedizione dei rami.
E dunque ciò avviene con cinque solenni orazioni, le quali mostrano quale sia il mistero ed il significato dei rami di olivo e di palma, e come gli uomini, in virtù della ricezione di tali sacramentali, vengano da essi aiutati per mezzo della divina grazia. La benedizione viene conclusa dall’aspersione e dall’incensazione dei rami.
Cantata un’ulteriore orazione in cui si chiede a Iddio di accoglierci, mondati dal peccato, nel numero di quanti lo esaltano festanti coi rami di palma, il Sacerdote distribuisce gli stessi al clero e poi al popolo, mentre il coro canta il responsorio Púeri Hebræórum. Lavatosi le mani ai piedi dell’altare e cantata un’altra orazione dal lato dell’epistola, ha inizio la solenne processione, coll’invito del diacono: Procedamus in pace, cui il coro risponde: In nomine Christi. Amen.
Avanti a tutti va il turibolo fumigante, segue la croce processionale, velata e con un ramo di palma legato ad essa da un nastro violaceo, portata dal suddiacono e accompagnata dagli accoliti coi ceri accesi, indi il clero, e per ultimo il Sacerdote accompagnato dal diacono e dal cerimoniere, tutti reggenti in mano i rami d’ulivo. Durante il tragitto, il coro canta numerose antifone, ora tratte da brani evangelici, ora di composizione ecclesiastica, che richiamano l’esultanza dei fanciulli ebrei in onore di Gesù Cristo.
Quando la processione ha termine, tutti si fermano anzi alla porta della chiesa: quattro cantori entrano nel tempio e chiudono le porte, indi iniziano il canto del poema di Teodolfo d’Orleans, rimontante al IX secolo, che inizia Gloria, laus et honor tibi sit. Esso viene cantato da quelli dentro la chiesa, ai quali rispondono tutti coloro che stanno fuori con il ritornello. Il fatto che alcuni stiano dentro la chiesa cantando ed altri fuori rispondendo, significa che gli Angeli, prima della Risurrezione e il trionfo di Cristo, stavano nel Cielo chiuso agli uomini e, lodando Dio, lo pregavano di restaurare il genere umano. A questi, i buoni mortali affidati alla speranza divina, rispondevano cantando e pregando per esser a quelli congiunti.
Quinci, il suddiacono percuote tre volte la porta con la Croce astile, sinché questa non viene aperta, e la processione rientra solennemente in chiesa cantandosi il responsorio Ingrediente Domino. Ora quelli di fuori si uniscono con quelli di dentro fino a formare un corpo solo, per significare che l’ingresso fatto oggi da Cristo in Gerusalemme prefigurava la sua entrata nella città del Paradiso dove i giusti dovevano unirsi con gli Angeli ed avere, trionfanti, i segni e le palme della vittoria gloriosa. E, siccome tale ingresso avvenne mediante la morte espiatoria di Cristo, e la sua Croce aprì dunque ai giusti le porte del Paradiso, così è la Croce che simbolicamente apre le porte della chiesa per farvi entrare i fedeli.
Con questa commovente cerimonia ricca di significato, si chiude l’ufficiatura della “Missa sicca” e della relativa processione, e il Sacerdote, svestito il piviale e indossati pianeta e manipolo di colore violaceo, inizia la vera e propria Messa con le preghiere ai piedi dell’altare.

Omnípotens sempitérne Deus, qui Dóminum nostrum Iesum Christum super pullum ásinæ sedére fecísti, et turbas populórum vestiménta vel ramos arbórum in via stérnere et Hosánna decantáre in laudem ipsíus docuísti: da, quæsumus; ut illórum innocéntiam imitári possímus, et eórum méritum cónsequi mereámur. Per eúndem Christum, Dóminum nostrum.

Onnipotente sempiterno Iddio, che faceste sedere nostro Signore Gesù Cristo su di un asinello, e ordinaste alle turbe dei popoli di stendere per la via le vesti e i rami degli alberi, e a cantare “Osanna” in di Lui onore: concedete, ve ne preghiamo, che noi possiamo imitare l’innocenza di quei fanciulli, e meritiamo di conseguire al fine il loro merito. Per lo stesso Cristo Signor nostro.

Fonte: Traditio marciana, 4.4.2020