Sante Messe in rito antico in Puglia

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mercoledì 19 febbraio 2020

L'esortazione QUERIDA AMAZONIA: Una vittoria di Pirro?

Pubblichiamo volentieri una nuova intervista del nostro amico Vito Palmiotti a don Nicola Bux, dopo quelli già pubblicati in precedenza.

L’Esortazione Apostolica post-sinodale Querida Amazonia ha suscitato reazioni inattese secondo i diversi modi di leggerla e recepirla. Forse, proprio quello era lo scopo che intendeva raggiungere il suo autore.
Infatti, da una parte ha provocato una grande delusione, nonché un vero e proprio disgusto, negli ambienti amazzonici, che si aspettavano – in logica continuità con tutto processo sinodale e con il documento finale – un’apertura netta e frontale sui due temi che sono stati il leiv motif sin dall’inizio: il conferimento del sacramento dell’ordine ai viri probati (con il conseguente indebolimento nonché annientamento del celibato sacerdotale) ed il diaconato permanente delle donne, come primo passo verso il sacerdozio femminile. La frustrazione causata in questo ambito specificamente locale si è allargata a livello internazionale a tutti i contesti progressisti, colpendo a sorpresa una buona parte della Chiesa, soprattutto in Germania.
Negli stessi ambienti, si verifica, tuttavia, un’altra reazione, più conciliante e mascherata di finta serenità davanti alla evidente retromarcia dell’ultimo momento. Si tratta di una lettura dell’Esortazione Apostolica post-sinodale secondo un criterio, non ben precisato, di complementarietà e di armoniosa sintonia tra i due Documenti, quello post-sinodale e quello finale del Sinodo, i quali dovrebbero essere letti insieme, in maniera sinottica direi. Nella stessa linea si colloca chi vuole leggere il tutto come un processo aperto a nuovi sviluppi.

Nel versante opposto, il Documento post-sinodale ha suscitato reazioni ottimistiche da parte di settori tradizionalisti e conservatori, che, senza uno sguardo d’insieme, credono di aver vinto finalmente la battaglia dell’ortodossia. Così, molti pensano ingenuamente che il Papa sarebbe ritornato a difendere la sana dottrina esercitando il suo ruolo di confermare i suoi fratelli nella fede.
In verità, sembra che egli abbia voluto dimostrare di non essere tanto eterodosso come si pensa in questi ambienti. Se dopo sette anni di pontificato, non si è compreso questo, significa che non si è colta ancora la sottostante sua visione della Chiesa, prevalentemente sociopolitica. Infine, anche nella cerchia di coloro che sono in linea con la buona tradizione e la dottrina ecclesiale, l’Esortazione Apostolica post-sinodale è vista realisticamente solo come un testo magisteriale che fa silenzio sui punti più controversi, lasciando nell’imprecisa nuvola dell’incertezza ciò che meritava una chiara presa di posizione.

Così facendo, a un primo sguardo tutto sembrerebbe apparentemente in ordine, mentre in realtà è seminato il germe del caos che prima o poi produrrà i suoi frutti. Se è valida la metafora, si potrebbe dire che l’incendio della foresta amazzonica è stato parzialmente spento, ma sotto le ceneri rimangono ancora delle braci accese.
Lo stesso “teologo” di Francesco, mons. Viktor Manuel Fernandez, vescovo di La Plata, ha visto giusto, dichiarando a Religión digital: «Sin embargo, tampoco hay que afirmar, como han dicho algunos medios, que Francisco ha cerrado las puertas o ha excluido la posibilidad de ordenar algunos hombres casados. De hecho, en la introducción Francisco limita los alcances de su propio documento: “No desarrollaré aquí todas las cuestiones abundantemente expuestas en el Documento conclusivo” (2). Se refiere al documento con el cual concluyó el Sínodo de los Obispos celebrado en Roma. Está claro que si el Papa no desarrolla algún punto no es porque queda excluido, sino porque adrede no quiso repetir al Sínodo». Ed aggiunge: «Por primera vez una exhortación apostólica no quiere ser una interpretación del Documento conclusivo de un Sínodo ni una restricción de sus contenidos, ni un texto oficial que deja atrás lo que el Sínodo concluyó. Sólo es un marco complementario de ese documento y dice explícitamente: “no pretendo reemplazarlo ni repetirlo” (2). Tan claro es que no quiere reemplazarlo, que lo que hace es “presentar oficialmente” (3) ese documento y pedir que todos los obispos y agentes pastorales de la Amazonia “se empeñen en su aplicación” (4)». Lo stesso “teologo” di Francesco, dunque, non nasconde che si è creata, con l’Esortazione, una sorta di religione cattolico-amazzonica, una religione nuova, fondata sull’unione quasi sincretica o contigua, tra la fede cattolica ed i riti e le superstizioni delle popolazioni amazzoniche. Infatti dichiara: «Al mismo tiempo, muestra una enorme apertura a los ritos y expresiones indígenas, pidiendo que no se las acuse tan rápidamente de paganismo o de “idolatría” (79) y deja lugar a un posible “rito amazónico” (nota 120). En el Sínodo se dijo precisamente, en las discusiones que llevaron a un cierto consenso, que ese era el marco adecuado para pensar en la posibilidad de los “viri probati”». Come dire: prima modifichiamo il contesto, creando il giusto terreno, e poi pensiamo ai “viri probati” ed a tutte le altre innovazioni.
Ricordo anche le parole spese in sede di presentazione dell’Esortazione dal card. Michael Czerny, il quale ha dichiarato che la questione dell’ordinazione diaconale delle donne e del celibato ecclesiastico non sono risolte dall’esortazione. Ed in modo non dissimile si è pronunciato pure il card. Hummes, relatore generale del sinodo panamazzonico, il quale ha ricordato che esisterebbe un piano per sviluppare e completare la questione del celibato. Secondo alcuni osservatori, l’Esortazione rappresenterebbe una sorta di “cavallo di Troia” per l’ordinazione delle donne e per l’abolizione del celibato sacerdotale.
Tralasciamo le questioni del rito amazzonico e dell’accettazione delle tradizioni idolatriche delle popolazioni amazzoniche (nel video di presentazione dell’esortazione di Vatican News).

Se vogliamo, quella che hai descritto è una sorta di terza via (come mi pare ha ammesso qualche giorno fa, in occasione della pubblicazione dell’Esortazione, il biografo di Francesco, Austen Ivereigh su un articolo di The Tablet) o di porta semiaperta. Papa Bergoglio non ha chiuso la porta alle istanze dei progressisti, ma al contempo non le ha neppure spalancate. Ha lasciato l’uscio aperto quel tanto che basti, affinché lui, o un suo successore, in futuro, possa provvedere all’apertura completa. È forse, quindi, una vittoria di Pirro. E probabilmente neppure una vittoria. D’altronde, occorre chiarire che valore potrà assumere il Documento finale dei vescovi al sinodo amazzonico: sarà questo la chiave per interpretare l’Esortazione?
Se, come ha affermato il card. Baldisseri quel documento non rientrerebbe nel magistero, ma avrebbe mero valore morale, resterebbe da capire se esso possa nondimeno assumere valore di chiave interpretativa dell’Esortazione, talché codesta debba interpretarsi alla luce di quel documento, che Francesco ha invitato a leggere ed a tener presente interamente. 
In conclusione, Querida Amazonia ha sollevato un insieme di sentimenti contrastanti nei quali s’intrecciano l’amarezza di chi è rimasto deluso, l’illusione di chi spera in una futura apertura, l’ingenuo sguardo di chi crede in un fittizio ritorno alla vera dottrina, ma l’unico punto fermo che rimane sono le ambiguità su temi che ancora oggi esigono una risposta chiara. Last but not least, il linguaggio non chiaro, un “pastoralese”, per dir così, fatto di insinuazioni e non di affermazioni, come ha osservato in modo efficace il prof. Stefano Fontana, che non fa capire a cosa il fedele cattolico deve assentire.

mercoledì 12 febbraio 2020

L’esortazione post-sinodale amazzonica? Un docu-mento che presenta delle “fessure”. Parola di don Nicola Bux in una nuova intervista a Vito Palmiotti

Nei giorni scorsi hai presentato le aspettative (vqui). A Esortazione ormai pubblicata, quali scenari pensi che si apriranno?

I vescovi dell'Amazzonia chiederanno all'Autorità competente, il Papa - come previsto dall'Esortazione - in ragione della loro situazione particolare, di poter servirsi del Documento finale del Sinodo, per venire incontro alle esigenze delle comunità, giacché quel che dice su di esso può essere inteso, dal punto di vista canonico, come un'approvazione espressa alla luce della costituzione apostolica del settembre 2018, Episcopalis Communio. Si comprende quali siano quelle esigenze. Del resto, ci sono in questa esortazione delle aperture problematiche forse ben maggiori del tema dello stesso celibato, che ha quasi del tutto assorbito il dibattito, facendo passare in secondo piano le altre criticità concernenti il sinodo amazzonico.

Il libro di Benedetto XVI e Sarah ha esercitato il suo peso?

Sebbene sia stato detto dalle fonti ufficiali che il documento era pronto prima, da dicembre, mi consta che non è così: anzi, che proprio il libro in oggetto ha spinto a rivedere drasticamente la quarta parte dell'Esortazione, la quale comunque presenta fessure nelle quali infilare quanto è rimasto fuori.

Cosa possiamo ricavare dalla vicenda?

Benedetto XVI e il card. Sarah hanno testimoniato l'importanza del pensiero cattolico. Far pensare è il compito della filosofia, diceva Paul Ricoeur. L'attivismo oggi prevalente nella Chiesa e oltre, non aiuta anzi allontana tanti. Chi è cattolico deve, con determinazione, affermare la verità, e attendere con pazienza il tempo della grazia che la Provvidenza prepara. La Chiesa nella sua totalità non può incorrere nell’eresia. Se siamo membra di un corpo: non vi sono leggi sociologiche e politiche ma prevale la realtà della grazia, realtà ontologica e soprannaturale che rende l’uomo santo e gradito a Dio.

Che ne pensa della prossima kermesse dei vescovi a Bari "Il Mediterraneo frontiera di pace. Un laboratorio di sinodalità e di impegno tra le chiese e i popoli.

Molti cattolici e non, si aspettano dalla Chiesa che faccia conoscere Gesù Cristo e il suo Vangelo: per questo è stata costituita dal suo Fondatore. O dobbiamo ricorrere alle deformazioni di Sanremo e Benigni? Il resto è politica e lascia il tempo che trova. Lo Spirito Santo ci dice che il mondo può essere salvato da Cristo, non da altri, e che la Chiesa può essere rinvigorita da se stessa, non da altri.

mercoledì 5 febbraio 2020

Cosa ci si aspetta dall'Esortazione Apostolica di Papa Francesco? Unità o Verità? Il Papa è infallibile sempre? Don Bux risponde. Intervista a cura di Vito Palmiotti.

In vista dell’imminente pubblicazione dell’Esortazione Apostolica che seguirà il sinodo sull’Amazzonia, stiamo assistendo ad una radicalizzazione di posizioni stile ultrà al punto che, ad esempio, se Ratzinger e Sarah scrivono delle riflessioni si urla al successo da una parte e lo scandalo dall’altra, si assiste a una sorta di standing ovation di una fazione alla sola ipotesi di ritiro della firma di Benedetto, salvo poi sdegnarsi quando questa di fatto rimane in qualche modo sulla copertina. Quindi nuovamente si assiste ad una serie di epiteti tesi a descrivere Benedetto “lucido solo mezz’ora al giorno” (e magari è proprio la mezz’ora in cui ha scritto poi tornerebbe in uno stato soporifero per ventitrè ore e mezza) e se così non fosse allora diventa una grave ingerenza nei confronti di qualcosa che nessuno conosce ma che è tirato per la giacca di qua e di la, interpretando i pensieri di colui - il papa - che deve dare una indicazione, si spera chiara, tra le altre cose,  su un tema delicato quale la possibilità di aprire al clero uxorato, in alcune “situazioni particolari” come chiedono i padri sinodali nel documento finale del controverso e discusso Sinodo sull’Amazzonia.
L’impressione che se ne ricava è che manchi uno sguardo cattolico e il senso della realtà Che farà il papa? Il cardinal Charles Journet, insigne patrologo, diceva: «Quanto all’assioma “Dove è il Papa, lì è la Chiesa” vale quando il Papa si comporta come Papa e capo della Chiesa; nel caso contrario, né la Chiesa è in lui, né lui nella Chiesa». D. Nicola Bux ha partecipato, da esperto invitato da Ratzinger cardinale e poi papa, al sinodo sull’Eucaristia del 2005 e a quello sul Medioriente del 2010: quindi sa come vanno le cose. Certo, se continua questo can can, altro che sinodo: il papa potrebbe risentirsi e mutare qualcosa Cosa vuol dire sinodalità, parola di cui tutti si riempiono la bocca?

I variegati fans di san Francesco ignorano forse che egli si definiva uomo cattolico ed apostolico: la prima è ormai parola rara da udire, eppure indica lo sguardo alla realtà ‘secondo la totalità dei suoi fattori’. Dal greco katà olòn. Purtroppo, la morale del ‘caso per caso’ e l’enfasi sulla ‘Chiesa locale’, hanno contribuito all’oblio. Infatti, si ritiene che, dare la Comunione a una coppia di divorziati risposati in un paesino sperduto, e non darla in una parrocchia di città, possa farsi senza pregiudicare l’unità del tutto, che è poi la Chiesa cattolica. Proprio su questo bisogna soffermarsi. L’unità è il bene più prezioso, dice san Giovanni Crisostomo, purché le diversità non siano avverse tra loro, ma convergano verso l’unità, siano cioè uni-versus, universali. Ecco la Chiesa universale o cattolica. Il Papa dovrebbe essere segno e vincolo di ciò. Dobbiamo sperare che l’Esortazione serva a questo: per essere cattolica, dovrebbe non rifarsi al Documento finale del Sinodo. Se così sarà, non poco lo si dovrà anche al contributo di Benedetto XVI e del cardinal Sarah con il loro libro sul celibato sacerdotale, e di quanti nella Chiesa non hanno smesso di dire la verità senza venir meno alla carità, senza cedere alla tentazione di separarsi, che è soprattutto dovuta alla mancanza della pazienza dell’amore. Dietro quel libro c’è una parte non piccola della Chiesa, di cui il papa, da pater patruum, non può non tener conto; non solo: ci sono duemila anni di traditio di Gesù Cristo e degli Apostoli, che, con la Scrittura, è fonte della rivelazione. La pazienza è la prima caratteristica dell’amore indicata da san Paolo: la carità è paziente. In conclusione, la sinodalità può essere sinonimo di cammino e di sguardo comune (sempre stando all’etimo greco) e in tal senso, ciascun cristiano e la Chiesa devono usarla. Ma la Chiesa non è un Sinodo e nemmeno un Concilio permanenti, ma una comunità gerarchicamente ordinata. Se il Documento finale ha espresso la parola dei vescovi e degli altri padri sinodali, l’Esortazione comunicherà la parola del papa, che non necessariamente deve concordare con quella. Si ricordi la nota praevia fatta apporre da Paolo VI alla costituzione Lumen Gentium. Il Sinodo è rappresentativo e non sostitutivo dell’intero episcopato cattolico.

Il Papa è infallibile, sempre?

Il magistero c’è quando il papa e tutti i vescovi concordano (Compendio CCC 185) - sottolineo ‘concordano’ - nel proporre un insegnamento definitivo sulla fede e sulla morale. Che vuol dire definitivo? Deve essere – come le foto ad alta definizione – dai contorni nitidi. Infatti, come negli atti dommatici straordinari, il papa usa tre verbi: pronunziamo, dichiariamo e definiamo, così nell’insegnamento ordinario, se dovesse permanere la discordia non ci sarebbe il magistero. Oggi succede che molti vescovi non concordano ma sono discordi persino su una dottrina già creduta per fede: la discordanza significa che non c’è infallibilità, ma non per questo i fedeli non sono tenuti ad obbedirvi, salvo che quell’insegnamento contrasti con il depositum fidei. Se un padre dicesse una cosa e la madre l’opposto, i figli a chi dovrebbero obbedire? Abbiamo ragione di sperare e pregare che l’Esortazione sia chiara e senza eccezioni. Se non fosse così, si favorirebbe l’avvicinarsi della ‘grande apostasia’ che asservirebbe la Chiesa; la prova che scuoterà la Chiesa (CCC 675-677) ben oltre l’attuale crisi di fede: la persecuzione.

domenica 10 febbraio 2019

La manager convertita al cinema spirituale

Sebbene siamo lontani anni luce dalla linea editoriale della rivista settimanale dei paolini "Credere", nondimeno riproduciamo eccezionalmente, dal n. 2 del 2019 (13.1.2019), la copertina e l'articolo concernente Federica Picchi, la manager della finanza, che, convertita alla fede, ha inteso fondare la società distributrice di pellicole "di sani principi", la Dominus Production. Tra i film distribuiti vi sono tre dei quali il nostro blog si è occupato: Cristiada, God's not dead e God's not dead 2.
Con l'auspicio che possa distribuire altre e nuove bellissime pellicole. 
Buona lettura.




sabato 13 ottobre 2018

Monsignor Nicola Bux: “L’unità si fa nella verità”

Mons. Nicola Bux rilascia al noto giornalista vaticanista Aldo Maria Valli una bella intervista.
Lo stesso ricorda alcuni profili problematici del “magistero” dell’attuale vescovo di Roma. Se ne potrebbero aggiungere, effettivamente, pure altri. Basti ricordare la famosa lettera al giornalista E. Scalfari (non le interviste, dove, peraltro, vi sono affermazioni assai gravi, ma che non sono entrate nel “magistero” ufficiale del medesimo), che nega l’esistenza di una legge morale naturale oggettiva, al di fuori dell’uomo, cadendo nel soggettivismo, nel relativismo e nella c.d. etica della situazione («… Il peccato, anche per chi non ha la fede, c’è quando si va contro la coscienza. Ascoltare e obbedire ad essa significa, infatti, decidersi di fronte a ciò che viene percepito come bene o come male. …»). Si tratta della traduzione, in ambito morale, del principio kantiano secondo cui ognuno è legge a se stesso («Il cielo stellato al di sopra di me, la legge dentro di me»: espressione realmente e metafisicamente mostruosa perché Dio, “il cielo stellato”, sarebbe il noumeno, che starebbe oltre l’uomo e quindi non sarebbe realmente conoscibile così come è, ma solo come apparirebbe, mentre la legge morale starebbe dentro l’uomo e quindi sarebbe soggettiva, autonoma e indipendente da Dio, così che l’uomo fosse legge a se stesso). Per approfondimenti sul tema, rinviamo a Dalla Nouvelle Théologie alla Nuova Morale della Situazione, in Sì sì, no no, Anno XXXX, 2014, fasc. 13.
Anche Amoris laetitia, giustamente, osserva Mons. Bux, pone molti problemi. Per di più, proprio in relazione a questo documento ed alla pubblicazione dei Criteri stabiliti dalla regione ecclesiastica di Buenos Aires, plauditi – come noto – dallo stesso Vescovo di Roma, e pubblicati sugli Acta Apostolicae Sedis nell’ottobre scorso (v. il nostro contributo qui) il problema si è aggravato, giacché numerose conferenze episcopali, nazionali e regionali, si sono subito affrettate a sposare in pieno quelle direttive. Pensiamo, ad es., in primis ai vescovi della regione ecclesiastica dell’Emilia Romagna. Ma non solo a loro evidentemente. Parimenti la questione si è aggravata a seguito di una nuova missiva dello stesso vescovo di Roma, questa volta al patriarca di Lisbona, il card. Manuel Clemente, che riprende i criteri degli argentini e che da sempre – è noto – è a favore della comunione ai divorziati c.d. risposati. Anche qui la lettera di Bergoglio del giugno 2018, plaudiva a questo provvedimento, additandolo quasi a mo’ di esempio, riconoscendo nello stesso «lo sforzo di un pastore e di un padre …, consapevole del dovere di accompagnare i suoi fedeli» (cfr. Pope personally thanks Portuguese cardinal for Amoris guidelines, in Catholic Herald, Jul. 13, 2018; trad. it. di S. Paciolla, Papa ringrazia Patriarca Lisbona per Linee Guida su Amoris Laetitia, in Il blog di Sabino Paciolla, 13.7.2018Il cardinal-patriarca di Lisbona dà l’esempio accompagnando le coppie in seconda unione, in Aleteia, 17.7.2018Papa agradece Patriarca de Lisboa por documento sobre aplicação de Amoris Laetitia, in Acidigital, 13 Ju. 2018Per il testo, vPope Francis’ letter of thanks to Patriarch of Lisbon on Amoris Laetitia note, in Actualitade Religiosa, 12 de julho de 2018I criteri del patriarca portoghese, dal titolo Nota para a receção do capítulo VIII da exortação apostólica ‘Amoris Laetitia’, sono qui e sono stati presentati il 13 febbraio scorso, vqui; il testo della missiva del vescovo di Roma è qui). 
E sorvoliamo sul grave vulnus aperto con la nota questione circa la presunta anti-evangelicità della pena capitale, a cui si riferisce Mons. Bux e che noi abbiamo richiamato qui, evidenziando come si tratti di un insegnamento dissonante rispetto al magistero perenne della Chiesa ed alla stessa Rivelazione. Insomma, delle dissonanze su cui la Chiesa, prima o poi, con serena obiettività, dovrà interrogarsi per essere ancora credibile. Auspichiamo che questa intervista possa contribuire ad aprire questo dibattito sereno, che si estenda anche alla valutazione – come indicato dallo stesso Mons. Bux, al quale non sfuggono le problematiche pratiche che un’ipotetica accusa di “eresia” possa porre (sebbene in linea teorica possa sollevarsi nei confronti di un papa) – circa la rinuncia, o pretesa tale, di Benedetto XVI. Anzi, questo sarebbe proprio l’auspicio: che questo profilo sia approfondito nella giusta ottica storico-giuridica valutando la natura giuridica dell’atto e le sue conseguenze.

Monsignor Nicola Bux: “L’unità si fa nella verità”

La questione degli abusi sessuali nella Chiesa ha un po’ messo in disparte il dibattito su Amoris laetitia e su tutto ciò che ne era seguito a proposito di aderenza del magistero alla retta dottrina. Ma, com’è ovvio, le questioni sono collegate. Appare dunque il caso di riprendere il filo della discussione e lo facciamo con uno specialista, monsignor Nicola Bux, teologo consultore della Congregazione per le cause dei santi, dopo esserlo stato in quella della dottrina della fede, del culto divino e dell’ufficio delle celebrazioni pontificie.
Autore, fra numerosi altri libri, del saggio Pietro ama e unisce. La responsabilità del papa per la Chiesa universale (Edizioni Studio Domenicano), monsignor Bux è appena rientrato in Italia dall’Argentina, dove, a Buenos Aires, è stato invitato al XXI Encuentro de formacion catolica, sul tema La liturgia, fuente y expresion de la fe.

Don Nicola, eresia e scisma, parole che sembravano sparite dal vocabolario dei cattolici, stanno tornando al centro di numerose analisi e osservazioni sulla situazione attuale della Chiesa. Vogliamo fare un po’ il punto sullo status quaestionis dopo Amoris laetitia e il successivo dibattito?
Mi sembra che dopo la pubblicazione, avvenuta il 24 settembre 2017, della Correctio filialis de haeresibus propagatis (Correzione filiale in ragione della propagazione di eresie)e la Dichiarazione promulgata a Roma, dalla conferenza del 7 aprile scorso, dove intervennero i cardinali Brandmüller e Burke, l’idea che il papa stesso, mediante il suo magistero, sia incorso in affermazioni eretiche è ormai al centro di un vasto dibattito, che di giorno in giorno si fa sempre più appassionato. All’origine c’è l’esortazione apostolica Amoris laetitia, nella quale, secondo i quaranta firmatari della Correctio (saliti nel frattempo a duecentocinquanta, senza contare le migliaia di adesioni collegate all’iniziativa) sarebbero rintracciabili ben sette proposizioni eretiche riguardanti il matrimonio, la vita morale e la ricezione dei sacramenti.
È appena il caso di notare che i problemi, almeno per quanto riguarda Amoris laetitia, si sono notevolmente aggravati e complicati. Come noto, sono stati pubblicati sugli Acta Apostolicae Sedis la lettera di papa Bergoglio ai vescovi argentini della regione di Buenos Aires ed i criteri indicati da questi ultimi per l’accesso alla comunione da parte dei divorziati passati a nuove nozze, il tutto accompagnato da un rescritto ex audientia SS.mi del cardinale segretario di Stato, che, su approvazione del papa, considera questi due precedenti documenti come espressione del “magistero autentico” dell’attuale papa e, quindi, come magistero a cui prestare devoto ossequio di intelletto e volontà.
Parallelamente, il cardinale Brandmüller, uno dei quattro porporati dei dubia (gli altri sono Burke, Meisner e Caffarra, gli ultimi due nel frattempo scomparsi) in un articolo ha rilanciato l’idea, che anch’io avevo manifestato, di una professione di fede da parte del papa.

A questo proposito, don Nicola, anche alla luce delle dichiarazioni del cardinale Müller sulla necessità di una pubblica disputatio su Amoris laetitia e delle parole del segretario di Stato della Santa Sede, cardinale Parolin, secondo il quale “all’interno della Chiesa è importante dialogare”, è realistico immaginare che dal papa possa arrivare una risposta e che si possa giungere a una sua professione di fede per dissipare dubbi e ombre?
L’unità autentica della Chiesa si fa nella verità. La Chiesa è stata posta dal Fondatore – Colui che ha detto: “Io sono la verità” – come “la colonna e il fondamento della verità” (1 Tim 3, 15). Senza la verità non sussiste l’unità, e la carità sarebbe una finzione. L’idea che la Chiesa sia una federazione di comunità ecclesiali, un po’ come le comunità protestanti, renderebbe difficile al papa fare una professione di fede cattolica. Infatti, dopo i due ultimi sinodi, si sono fatte strada una fede e una morale che potremmo definire, almeno, a due velocità: prova ne sia che in taluni luoghi non è possibile dare la comunione ai divorziati risposati e in altri sì. Non pochi vescovi e parroci, pertanto, si trovano in grande imbarazzo, a causa di una situazione pastorale instabile e confusa. Stando così le cose, mi sembra realistico pensare a un “tavolo” all’interno della Chiesa, per capire che cosa sia cattolico e cosa non lo sia: un confronto dottrinale, dal quale soltanto dipende la pastorale. Lo sviluppo dottrinale trae sempre giovamento dal dibattito. L’esempio viene da Joseph Ratzinger, che prima da prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, poi da papa ha ricevuto vari teologi dissenzienti, confrontandosi con loro.

E se il confronto non ci sarà?
Temo che si approfondirà l’apostasia e si allargherà lo scisma di fatto. Proprio il confronto razionale e caritatevole all’interno della Chiesa renderebbe necessaria la professione di fede del papa, con abiura, evidentemente, degli eventuali errori ed opinioni erronee dichiarate sino a quel momento, per riaffermare la fede cattolica quale termine di paragone, regola della fede di ogni cattolico. Tra l’altro questa situazione è diventata ancor più urgente a seguito delle ultime novità introdotte dal papa, come quella relativa alla definizione di “antievangelicità” della pena capitale: definizione svolta, in maniera discutibile, mutando un articolo del Catechismo della Chiesa Cattolica secondo una visione decisamente storicistica, e che pone una serie di problemi. Pure di coscienza. Tanto più che i precedenti catechismi, penso a quello Romano o Tridentino o a quello cosiddetto Maggiore di San Pio X, insegnavano la legittimità della pena capitale e la sua piena conformità alla Divina Rivelazione. Il catechismo tridentino addirittura definiva la norma, che consentiva all’autorità statale di comminare ad un reo, colpevole di gravi delitti, la giusta pena, non esclusa quella capitale, come “legge divina”. Ed i problemi, dicevo, sono notevoli, perché o si ammette che la Chiesa abbia insegnato la legittimità di qualcosa di anti-evangelico praticamente da duemila anni o si deve ammettere che sia stato papa Bergoglio ad errare, ritenendo anti-evangelico ciò che, al contrario, è conforme almeno astrattamente alla Rivelazione. La questione è molto delicata. Ma prima o poi dovrà porsi. E non solo per la pena capitale.

Molti si chiedono: se il papa si sente libero di cambiare un articolo del Catechismo secondo le mutate esigenze del popolo di Dio o la diversa sensibilità dell’uomo d’oggi, potrà farlo anche in altri punti, ancora più rilevanti?
È un interrogativo davvero inquietante e, del pari, una legittima preoccupazione quella di tenere indenne il depositum fidei dalle sensibilità contingenti della società di oggi o di domani.
Tornando alla domanda iniziale, sarebbe necessaria una professione simile a quella che Paolo VI fece nel 1968, al fine di riaffermare ciò che è cattolico, di fronte agli errori e alle eresie che si erano diffuse subito dopo il concilio Vaticano II, in specie a causa della pubblicazione del Catechismo olandese. Nel nostro caso, però, si tratterebbe di riaffermare alcune verità sui sacramenti, sulla morale e sulla dottrina sociale della Chiesa, e parimenti rigettare quanto di dubbio o erroneo possa essersi diffuso, pure involontariamente, su tali temi.

Qualcuno ha osservato che l’iniziativa della Correctio, per quanto clamorosa, non è una novità, perché già ai tempi di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, e ancor prima di Paolo VI, vi furono manifesti e petizioni di teologi, chierici e laici, sia a carattere individuale sia organizzati. Si trattò di prese di posizione di studiosi i quali, ritenendo che il Concilio Vaticano II, attraverso l’anti-dogmatismo o lo sviluppo disomogeneo del dogma, avesse introdotto una rottura con la Chiesa precedente, accusavano quei pontefici di centralismo e di non apertura alle istanze della modernità. Lei trova che si tratti davvero di un’analogia con quanto sta avvenendo oggi?
No, perché quello era un attacco non-cattolico al magistero cattolico. In modo speculare, altri teologi e laici, che nutrivano sospetti sul Concilio, manifestavano la contrarietà ad ogni sana innovazione. In entrambi i casi si trattò di proteste e non di correzione. Ora i primi, collocati nei posti chiave dell’establishment ecclesiastico, tacciono o conducono una difesa d’ufficio, senza mai entrare nel merito delle eresie che vengono contestate, in particolare, all’esortazione apostolica Amoris laetitia. Occorre ricordare che San Pio X, nell’enciclica Pascendi, avverte che non confessare mai chiaramente la propria eresia, è il comportamento tipico dei modernisti, perché in tal modo possono occultarsi all’interno della Chiesa.

Ma perché secondo lei sarebbe auspicabile una professione di fede? E se il papa, come tutto lascia pensare, non la farà, che cosa potrebbe succedere?
Nel Decreto di Graziano (pars I, dist. 40, cap.VI) vi è questo canone: “Nessun mortale avrà la presunzione di parlare di colpa del papa, poiché, incaricato di giudicare tutti, egli non dev’essere giudicato da alcuno, a meno che non devii dalla fede”. L’allontanamento e la deviazione dalla fede si chiama eresia, parola che viene dal greco “airesis” e vuol dire scelta e assolutizzazione di una verità, minimizzando o negando le altre che sono nel novero delle verità cattoliche (ricordo a questo proposito che von Balthasar scrisse un saggio intitolato “La verità è sinfonica”). Ovviamente la deviazione deve essere manifesta e pubblica. E in caso di eresia manifesta, secondo san Roberto Bellarmino, il papa può essere giudicato. Ricordo che Bellarmino fu anche prefetto del Sant’Uffizio, figura che ha proprio la funzione di sorvegliare sul rispetto dell’ortodossia della fede da parte di tutti, compreso il papa, il quale peraltro è il primo a dover svolgere tale funzione di controllo. Il papa è chiamato dal Signore a diffondere la fede cattolica, ma per farlo deve dimostrarsi capace di difenderla. Gli ortodossi – i cristiani d’Oriente separati da Roma – si chiamano così proprio perché hanno sottolineato il primato della vera fede quale condizione della vera Chiesa. Altrimenti la Chiesa cessa di essere colonna e fondamento della verità. Di conseguenza, chi non difende la vera fede decade da ogni incarico ecclesiastico, patriarcale, eparchiale eccetera.

Scusi don Nicola, sta dicendo che in caso di eresia, proprio come un cristiano eretico cessa di essere membro della Chiesa, anche il papa cessa di essere papa e capo del corpo ecclesiale, e perde ogni giurisdizione?
Sì, l’eresia intacca la fede e la condizione di membro della Chiesa, che sono la radice e il fondamento della giurisdizione. Questo è il pensiero dei padri della Chiesa, in specie di Cipriano, che ebbe a che fare con Novaziano, antipapa durante il pontificato di papa Cornelio (cfr Lib. 4, ep. 2). Ogni fedele, compreso il papa, con l’eresia si separa dall’unità della Chiesa. È noto che il papa è nello stesso tempo membro e parte della Chiesa, perché la gerarchia è all’interno e non sopra la Chiesa, come affermato in Lumen gentium (n. 18)Di fronte a questa eventualità, così grave per la fede, alcuni cardinali, o anche il clero romano o il sinodo romano, potrebbero ammonire il papa con la correzione fraterna, potrebbero “resistergli in faccia” come fece Paolo con Pietro ad Antiochia; potrebbero confutarlo e, se necessario, interpellarlo al fine di spingerlo a ravvedersi. In caso di pertinacia del papa nell’errore, bisogna prendere le distanze da lui, in conformità con ciò che dice l’Apostolo (cfr. Tito 3,10-11). Inoltre la sua eresia e la sua contumacia andrebbero dichiarate pubblicamente, perché egli non provochi danno agli altri e tutti possano premunirsi. Nel momento in cui l’eresia fosse notoria e resa pubblica, il papa perderebbe ipso facto il pontificato. Per la teologia e il diritto canonico, pertinace è l’eretico che mette in dubbio una verità di fede coscientemente e volontariamente, cioè con la piena coscienza che tale verità sia un dogma e con la piena adesione della volontà.
Ricordo che si può avere ostinazione o pertinacia in un peccato d’eresia commesso anche solo per debolezza. Inoltre, se il papa non volesse mantenere l’unione e la comunione con l’intero corpo della Chiesa, come quando tentasse di scomunicare tutta la Chiesa o di sovvertire i riti liturgici fondati sulla tradizione apostolica, potrebbe essere scismatico. Se il papa non si comporta da papa e capo della Chiesa, né la Chiesa è in lui né lui è nella Chiesa. Disobbedendo alla legge di Cristo, oppure ordinando ciò che è contrario al diritto naturale o divino, ciò che è stato ordinato universalmente dai concili o dalla Sede apostolica, il papa si separa da Cristo, che è il capo principale della Chiesa e in rapporto al quale si costituisce l’unità ecclesiale. Papa Innocenzo III dice che si deve obbedire al papa in tutto, fino a che egli non si rivolti contro l’ordine universale della Chiesa: in tal caso, a meno che non sussista una ragionevole causa, non va seguito, perché, comportandosi così, non è più soggetto a Cristo e quindi si separa dal corpo della Chiesa. Non nascondo, però, che quanto indicato, sebbene sia limpido e liscio nella teoria, nella pratica incontra non poche difficoltà; inconvenienti anche di carattere canonistico».

Ammettiamo, comunque, che si possa arrivare a un tal punto. Quali le conseguenze per la fede e per la Chiesa?
Chi vuol essere papa non può rinnegare la verità cattolica, anzi, deve aderirvi in toto se vuole rivendicare l’autorità magisteriale. Vale infatti ciò che Ratzinger scriveva anni fa, sottolineando che il papa non può “imporre una propria opinione”, ma deve “richiamare proprio il fatto che la Chiesa non può fare ciò che vuole e che anch’egli, anzi proprio lui, non ha facoltà di farlo”, perché “in materia di fede e di sacramenti, come circa i problemi fondamentali della morale”, la Chiesa può solo “acconsentire alla volontà di Cristo”. Nel caso di opposizione tra il testo di un documento pontificio e altre testimonianze della Tradizione, è lecito a un fedele istruito, e che abbia accuratamente studiato la questione, sospendere o negare il suo assenso al documento stesso. Nel caso di Amoris laetitia c’è chi ha dimostrato che il documento è farraginoso e contraddittorio in non pochi punti, e le citazioni di san Tommaso sono apposte a proposizioni che sostengono cose contrarie al pensiero dell’Angelico. Si comprende, quindi, quanto ebbe a scrivere Joseph Ratzinger: “Al contrario, sarà possibile e necessaria una critica a pronunciamenti papali, nella misura in cui manca a essi la copertura nella Scrittura e nel Credo, nella fede della Chiesa universale. Dove non esiste né l’unanimità della Chiesa universale né una chiara testimonianza delle fonti, là non è possibile una decisione impegnante e vincolante; se essa avvenisse formalmente, le mancherebbero le condizioni indispensabili e si dovrebbe perciò sollevare il problema circa la sua legittimità” (Joseph Ratzinger, Fede, ragione, verità e amore, Lindau, 2009, p. 400). In breve, se il papa non custodisce la dottrina, non può esigere la disciplina; se poi perdesse la fede cattolica, decadrebbe dalla Sede apostolica. “Il potere delle chiavi di Pietro non si estende fino al punto che il Sommo Pontefice possa dichiarare ‘non peccato’ quello che è peccato, oppure ‘peccato’ quello che non è peccato. Ciò sarebbe, infatti, chiamare male il bene, e bene il male, la qualcosa è, sempre è stata e sarà lontanissima da colui che è il Capo della Chiesa, colonna e fondamento della verità” (cfr. Roberto Bellarmino, De Romano Pontifice, lib. IV cap. VI, p. 214, e anche Lumen gentium, n. 25). Di conseguenza il papa che, quale persona privata, si identificasse con l’eresia, non sarebbe più Sommo Pontefice o Vicario di Cristo sulla terra.

Lei stesso, però, ha detto che ci sono difficoltà pratiche non di poco conto…
Per un papa, in effetti, vige una sorta di immunità da giurisdizione. Per cui, sebbene in teoria si dica che i cardinali possono accertare la sua eresia, certamente nella pratica la cosa diventerebbe difficoltosa, a causa del fondamentale principio Prima sedes a nemine iudicatur, ripreso dal can. 1404 c.i.c. Nessuna chiesa, in quanto figlia, può giudicare la madre, cioè la Sede apostolica. Ancor meno alcuna pecora del gregge può ergersi a giudicare il proprio pastore. Se guardiamo come è stato applicato questo principio nella storia della Chiesa, e del papato in particolare, notiamo che anche in caso di accusa di eresia, o addirittura vera e propria apostasia del papa, tutto si è concluso con un nulla di fatto. Faccio un paio di esempi. Il primo che mi viene in mente è quello del papa Marcellino. Questi, secondo le fonti antiche, in special modo il Liber Pontificalis, dinanzi alla grande persecuzione dioclezianea del IV secolo d.C., avrebbe ceduto ed avrebbe offerto incenso agli idoli, avrebbe cioè apostatato, sebbene ciò non sarebbe del tutto storicamente certo (per esempio, alcuni autori e storici della Chiesa antica, come Eusebio di Cesarea e Teodoreto di Ciro, negano questa circostanza, affermando che questo papa rifulse, invece, durante la Grande persecuzione). A seguito di ciò, sarebbe stato convocato un sinodo a Sinuessa, località tra Roma e Capua, nei pressi dell’attuale Mondragone, nel 303 con lo scopo di accertare e dichiarare l’apostasia del papa. Ora, è vero che gli atti di questo sinodo sono considerati apocrifi e risalenti al VI secolo, tuttavia è indubbio che da essi emerge il chiaro rifiuto dei sinodali di accertare e condannare Marcellino per il suo atto di apostasia. Anzi, i sinodali chiedono allo stesso papa di giudicare il suo gesto ed auto-comminarsi la giusta punizione, riconoscendo nei confronti del papa una sorta di immunità da giurisdizione, proprio per quel principio che ho sopra detto e cioè che la Prima Sede non può essere giudicata da nessuno. Per la cronaca, Marcellino, comunque, pare si pentì del gesto, testimoniò la sua fede e morì martire. Per questo è venerato come papa e martire il 26 aprile.



Il secondo caso è quello di papa san Leone III e del suo famoso giuramento, rappresentato da Raffaello in un celebre affresco della Stanza dell’incendio di Borgo nelle celebri Stanze del Palazzo apostolico. Vi compare il papa Leone III in abiti pontificali, che presta il suo giuramento sui Vangeli, dinanzi a Carlo Magno ed ad una folla di dignitari, laici ed ecclesiastici, ed al popolo di Dio, il 23 dicembre dell’anno 800, nella Basilica di San Pietro. Il papa era accusato – sebbene le fonti antiche non siano molto precise al riguardo – di spergiuro ed adulterio (non si sa con chi) da parte dei nipoti del predecessore, papa Adriano I. Venuto a Roma Carlo Magno per mettere ordine tra coloro che appoggiavano il papa e gli oppositori, il papa, liberamente, “senza essere giudicato e corretto da nessuno, spontaneamente e volontariamente”, si purificò dinanzi a Dio delle colpe, dichiarando e professando la sua innocenza dalle accuse mossegli. Il papa concluse: “Questo dichiaro spontaneamente per eliminare ogni sospetto: non già che ciò sia prescritto dai canoni, neppure che così io voglia creare un precedente ed imporre un tale uso nella santa Chiesa ai miei successori ed ai miei confratelli nell’episcopato”.
Nel dipinto di Raffaello compare una scritta: Dei non hominum est episcopos iudicare, cioè: Tocca a Dio, non agli uomini giudicare i vescovi. Si tratta di un’allusione alla conferma, data nel 1516 dal Concilio Lateranense V, della bolla Unam sanctam di Bonifacio VIII, in cui si sanzionava il principio secondo il quale la responsabilità del pontefice è giudicabile solo da Dio.

Insomma, tante difficoltà pratiche…
Un’ulteriore difficoltà è, poi, nell’individuazione degli esatti contorni di un’eresia. Guardi, a differenza del passato, la teologia non è più affidabile, ma è diventata una sorta di arena nella quale converge tutto ed il suo contrario. Per cui, affermata una verità, vi sarà sempre qualcuno disposto a difendere l’esatto contrario. Come vede, ci sono non poche difficoltà pratiche, teologiche e giuridiche alla questione del giudizio del papa eretico. Forse – e lo dico proprio da un punto di vista pratico – sarebbe più agevole esaminare e studiare più accuratamente la questione relativa alla validità giuridica della rinuncia di papa Benedetto XVI, se cioè essa sia piena o parziale (“a metà”, come qualcuno ha detto) o dubbia, giacché l’idea di una sorta di papato collegiale mi sembra decisamente contro il dettato evangelico. Gesù non disse, infatti, “tibi dabo claves …” rivolgendosi a Pietro e ad Andrea, ma lo disse solo a Pietro! Ecco perché dico che, forse, uno studio approfondito sulla rinuncia potrebbe essere più utile e proficuo, nonché aiutare a superare problemi che oggi ci sembrano insormontabili. È stato scritto: “Giungerà anche un tempo delle prove più difficili per la Chiesa. Cardinali si opporranno a cardinali e vescovi a vescovi. Satana si metterà in mezzo a loro. Anche a Roma ci saranno grandi cambiamenti” (Saverio Gaeta, Fatima, tutta la verità, 2017, p. 129). E questo grande cambiamento, con papa Francesco, lo possiamo vedere in maniera palpabile, stante la chiara intenzione di segnare una linea di discontinuità o rottura con i precedenti pontificati. Questa discontinuità – una rivoluzione – genera eresie, scismi e controversie di varia natura. Tutte, però, possono ricondursi al peccato. E questo lo constatava già Origene: “Dove c’è il peccato, lì troviamo la molteplicità, lì gli scismi, lì le eresie, lì le controversie. Dove, invece, regna la virtù, lì c’è unità, lì comunione, grazie alle quali tutti i credenti erano un cuor solo e un’anima sola” (In Ezechielem homilia, 9,1, in Sources Chrétiennes 352, p. 296).

Anche la liturgia ha risentito di tutto ciò, e lei lo ha scritto più volte nei suoi libri…
Esatto. Si celebra come se Dio non fosse presente, un’animazione mondana. Ma qui ci confortano le parole che sant’Atanasio di Alessandria rivolgeva ai cristiani che soffrivano sotto gli ariani: “Voi rimanete al di fuori dei luoghi di culto, ma la fede abita in voi. Vediamo: che cosa è più importante, il luogo o la fede? La vera fede, ovviamente. Chi ha perso e chi ha vinto in questa lotta, chi mantiene la sede o chi osserva la fede? È vero, gli edifici sono buoni, quando vi è predicata la fede apostolica; essi sono santi, se tutto vi si svolge in modo santo… Voi siete quelli che sono felici, voi che rimanete dentro la Chiesa per la vostra fede, che la mantenete salda nei fondamenti come sono giunti fino a voi dalla tradizione apostolica, e se qualche esecrabile gelosamente cerca di scuoterla in varie occasioni, non ha successo. Essi sono quelli che si sono staccati da essa nella crisi attuale. Nessuno, mai, prevarrà contro la vostra fede, amati fratelli, e noi crediamo che Dio ci farà restituire un giorno le nostre chiese. Quanto più i violenti cercano di occupare i luoghi di culto, tanto più essi si separano dalla Chiesa. Essi sostengono che rappresentano la Chiesa, ma in realtà sono quelli che sono a loro volta espulsi da essa e vanno fuori strada” (Coll. Selecta SS. Eccl. Patrum. Caillu e Guillou, vol. 32, pp. 411-412). Preghiamo, però, che la Divina Provvidenza intervenga a favore della Chiesa, affinché non accada che possiamo trovarci dinanzi all’eventualità che ho descritto; lo auspicava, a meno di un mese dalla rinuncia di Benedetto XVI, anche l’insigne canonista gesuita padre Gianfranco Ghirlanda, al termine di un importante articolo (La Civiltà Cattolica, 2 marzo 2013).

In conclusione, possiamo dire che l’eresia non consiste solo nel diffondere dottrine false, ma anche nel tacere la verità sulla dottrina e sulla morale?
Certamente sì. Se a qualcuno desse fastidio il termine dottrina, usi il termine insegnamento, perché entrambi sono la traduzione del greco didachè. Dove manca la dottrina, vi sono problemi morali, come stiamo vedendo! Quando il papa e i vescovi fanno questo, utilizzano il loro ufficio per distruggerlo. Dice sant’Agostino: pascono se stessi, cercano i propri interessi, non già gli interessi di Gesù Cristo, proclamano la sua parola ma per diffondere le loro idee. Il nome di Gesù Cristo, diceva il cardinale Biffi, è diventato una scusa per parlare d’altro: migrazioni, ecologia eccetera. Così non siamo più unanimi nel parlare (1 Cor 1,10) e la Chiesa è divisa.
A proposito, si evitino ulteriori modifiche ai testi del messale romano in lingua italiana, in specie al Padre Nostro, perché produrrebbero ulteriori divisioni tra i fedeli.

A cura di Aldo Maria Valli

martedì 3 luglio 2018

Inedita intervista a D. Nicola Bux sul Corpus Domini e sul significato dell'Eucaristia

In anteprima assoluta, pubblichiamo quest'inedita intervista di don Nicola Bux sul Corpus Domini.

Intervista a D. Nicola Bux sul Corpus Domini

a cura di Giuliano Risulli

Il Catechismo della Chiesa Cattolica insegna che la processione è un sacramentale istituito dalla Chiesa, per ottenere effetti spirituali. Il Vaticano II ricorda che, per mezzo dei sacramentali, gli uomini sono preparati a ricevere l’effetto principale dei sacramenti, che è la Grazia di Dio, e a santificare le circostanze della vita (cfr. CCC 1667). In particolare, la processione con l’Ostia Consacrata, è una professione di fede e un atto di adorazione (culto latreutico) (cfr. CCC 1378). La processione è, inoltre, espressione della pietà dei fedeli, che accompagna la vita sacramentale (cfr. CCC 1674) pertanto non sono ammissibili atteggiamenti in contrasto con tali caratteristiche (salutare persone, fotografare, chiacchierare ecc.).

Mons. Bux, la Chiesa Universale ha celebrato un mese fa la Solennità del Corpo e del Sangue di Nostro Signore Gesù Cristo. Potrebbe riassumere in poche righe il motivo o l’avvenimento per il quale fu istituita questa festa?
Il fatto è dato dal “miracolo di Bolsena”, dove un sacerdote boemo ebbe dubbi sulla presenza reale di Gesù Cristo, sotto le specie del pane e del vino, e al momento di pronunziare le parole della consacrazione, vide tramutarsi il pane in carne e sangue. Tutto ciò sull’altare della chiesa di S. Cristina, bagnando il corporale e la pietra sacra della mensa. Il corporale fu portato ad Orvieto, perché in quel tempo il papa si trovava lì. Per questo motivo il papa, decise di istituire la festa del Corpus Domini, cioè del Corpo del Signore. Il corporale ( cioè quel lino sottostante le specie consacrate, che viene posto dal sacerdote sull’altare e aperto all’offertorio ) è custodito in un reliquiario prezioso, che riproduce la facciata del celeberrimo duomo di Orvieto, e portato in processione, in quanto è una reliquia eucaristica. Il corporale è macchiato dal sangue di Gesù Cristo, quindi, è degno di essere mostrato nella processione e adorato. San Tommaso d’Aquino, fu incaricato dal papa Urbano IV, che aveva appunto istituito e esteso la festa a tutta la chiesa universale - Festa che già in Belgio, era già celebrata a Liegi - di comporre l’ufficio della festa del Corpus Domini e della Messa. Ecco perché abbiamo quei famosi inni eucaristici che, ancora oggi, sono un condensato di pietà e di dottrina: per esempio, il Pange Lingua, con le ultime due strofe Tantum Ergo Sacramentum, che vengono cantate prima della benedizione eucaristica. Altri inni celebri sono il Lauda Sion e l’Adoro Te devote. Si può aggiungere che il Corpus Domini intende solennizzare, cioè mettere davanti a tutti, fedeli e non, una volta l’anno, il mistero dell’Eucaristia, che è stato istituito da Gesù il giovedì santo: quel giorno e i seguenti,non può ricevere adeguata e piena attenzione, perché la Chiesa è intenta, nel triduo pasquale, al mistero della passione e della risurrezione del Signore.

Come ogni anno, a Bari, dopo la celebrazione eucaristica presieduta dall’arcivescovo Francesco Cacucci in Cattedrale, si è snodata la processione del Santissimo Sacramento, attraverso alcune strade della città. Quali sono state le sue impressioni, considerando che un numero sempre minore di clero e fedeli, partecipa a questa Solennità, così importante per la Chiesa universale, e lo fa con scarso interesse, spesso con irriverenza, quasi non si renda più conto dell’importanza dell’adorazione rivolta a Nostro Signore?
Non è il primo anno che partecipo alla processione, ma andando indietro agli anni del concilio e a quelli immediatamente seguenti, si è notato un progressivo impoverimento di questa importante manifestazione di fede. Non appena per il numero dei fedeli, che chiaramente è enormemente diminuito, basti vedere le foto; e questo ovviamente va imputato al processo di inimmaginabile secolarizzazione, come diceva Giovanni Paolo II, che ha colpito anche l’Italia. Non solo per il ridottissimo numero di giovani presenti, ma anche per il numero dei religiosi. Le religiose poi, erano quasi invisibili. Per non parlare poi di taluni frati e chierici che si improvvisavano fotografi con gli smartphone o chiacchieravano, dimenticando che stavano partecipando ad un sacramentale: la processione per rendere onore al Santissimo Sacramento. Certo, qualcuno potrebbe obiettare: non bisogna soffermarsi sugli aspetti numerici, e poi, meglio pochi ma buoni; ma un vero pastore, non sarebbe troppo contento di tale constatazione, perché il Signore vuole che tutti gli uomini siano salvi e lo seguano. In verità, v’è una serie di aspetti, che vanno rilevati, e dimostrano una sorta di banalizzazione della missione della Chiesa. Si tratta della crisi della fede, perché la fede nel Santissimo Sacramento richiede uno slancio: ‘quantum potes tantum aude’, dice la sequenza del Corpus Domini: impegna tutto il tuo fervore, Egli supera ogni lode... Uno sforzo di lode e di glorificazione, che passa attraverso diversi fattori, quali le preghiere o i canti. Per non dire della solennizzazione, che è conferita dai segni della liturgia. Ciò detto, in base alle indicazioni diffuse dall’ufficio liturgico, alla processione del Corpus Domini di Bari dovevano essere presenti cinque vicariati e tre parrocchie. Ogni vicariato è composto mediamente da cinque parrocchie, perciò parliamo di almeno una trentina di parrocchie. Poniamo che, mediamente, un parroco riesca, realisticamente, a condurre cinquanta fedeli; avremmo una media di millecinquecento persone, altrimenti diventa ridicolo parlare di vicariati. Invece, secondo la Polizia, la stima dei fedeli davanti alla piazza della cattedrale, e poi dietro il Santissimo Sacramento, si aggirava intorno alle duecento persone, a voler abbondare. Le confraternite: la città di Bari ne conta circa una dozzina. Esse sono state talmente ben curate negli ultimi decenni, e si sono così accresciute di numero, che non partecipa quasi più nessuna; a voler dedurre dagli stendardi, ne erano presenti solo tre. Terz’ordini, associazioni e movimenti erano in numero sparuto, pressoché invisibile, perché di per sé i terz’ordini e i movimenti dovevano sfilare davanti al Santissimo e non dietro. Ponendo che sfilassero davanti in due file, dal punto in cui iniziava la processione, a quello in cui c’era il Sacramento si poteva contare, per essere ottimisti, un centinaio di persone. Passando all’itinerario della processione, diversi hanno osservato che era praticamente deserto - sui marciapiedi poche sporadiche unità – quindi un gesto inutile; la processione non si fa per sé stessa, ma per testimoniare la fede della chiesa di Bari davanti alla città e al popolo, fatto di gente che non va in chiesa o non crede, e viene sorpresa nel momento in cui affolla le strade. È anche vero che il Corpus Domini non si celebra più il giovedì, perché non più di precetto; siccome cade quasi sempre in una domenica estiva, le abitudini secolarizzate, hanno portato i più ad andare fuori città e a rientrare tardi; quindi fare questa processione la domenica sera significa, almeno nelle grandi città, camminare nel deserto; allora, perché non fare la processione il giovedì, pur essendo un giorno feriale? Di sera, la città è più animata, tale da essere l’ambito più idoneo per testimoniare la fede. Si tace sulla disorganizzazione, che ha consentito al traffico di continuato a scorrere sull’altra corsia per quasi metà del percorso, col rischio di coloro che procedevano in processione, perché qualche veicolo poteva investire alcuni.

Questa, a mio parere, è una processione singolare perché, a differenza di altre processioni devozionali, non viene portata una immagine o una statua, ma il Santissimo. Lei pensa che quella del Corpus Domini sia stata ridotta ad una funzione liturgica, il cui soggetto, il Santissimo appunto, ridotto ad un simbolo, non riceve più il dovuto rispetto da ecclesiastici e fedeli: si eseguono canti banali e discutibili, si chiacchiera, si scattano fotografie e addirittura si parla al cellulare?
Ecco io mi soffermerei innanzitutto sui canti. Ci sono alcuni canti, dove si parla del pane e del Signore “che è presente nel pane consacrato”. questa è un’affermazione eretica di Lutero. Il Signore non ha detto di essere presente nel pane e neppure questo pane è il mio corpo, ma ha detto “questo è il mio corpo”, dove questo indica il passaggio dal pane, che ha preso nelle mani, al corpo, perché in quel momento viene consacrato: la sostanza del pane si converte nella sostanza del corpo. Sotto – in senso ontologico e non spaziale – le apparenze o aspetto (species) del pane (oggi si direbbe fenomeno) sta il corpo di Cristo. Non è più pane ma Cristo. Le specie sulle quali è stato fatto il “rendimento di grazie”, dal greco eucharistò, sono diventate eucaristiche. Perciò si deve parlare della “presenza di Cristo sotto le specie eucaristiche”.
Un altro aspetto discutibile è costituito dalle preghiere: nei quattro formulari di preghiera dei fedeli e di intercessioni riportate nel sussidio per seguire la processione, nessuna intenzione invita a pregare per la diffusione e la crescita della fede e della speranza in Gesù Cristo, per la evangelizzazione e conversione degli uomini. Invece, prevale il modulo sociale e politico, ad esempio: "Perché nella società civile siano promosse politiche sociali che mirino a una migliore distribuzione delle entrate...". L’insistenza sui poveri, visti come indigenti materiali e non da evangelizzare, rende evidente l’omissione più grave: che l’unica responsabilità della Chiesa di fronte al mondo è l’annuncio di Cristo, che certamente, non è venuto a risolvere i problemi sociali del mondo, ma è venuto a risolvere il problema fondamentale, ovvero il bisogno della salvezza dell’uomo e quindi la sua liberazione dal peccato e dalla morte. La gran parte delle intenzioni nei formulari insistevano sempre e unicamente sulle questioni sociali, come se la Chiesa, come ha detto più volte papa Francesco, sia una ONG, che si deve occupare della risoluzione di tali questioni. Si dimentica che la prima e più grande povertà, come diceva madre Teresa di Calcutta è la non conoscenza di Dio. Nelle preghiere, non un cenno alla necessità di catechizzare, di evangelizzare, cioè di raggiungere gli uomini e le donne del nostro tempo attraverso l’annunzio del Vangelo e la catechesi. Questo denota uno scadimento generale, per cui la stessa parola ‘fede’, non viene mai pronunziata. Si parla molto di amore e di carità, ma l’amore e la carità verso il prossimo non stanno in piedi se prima non c’è l’amore per Dio. Quindi, soltanto annunziando l’amore di Dio, che è quello che si è fatto carne in Gesù Cristo, non quindi un amore generico, noi possiamo anche diffondere e praticare la virtù della carità. Ma se noi non comunichiamo Cristo al mondo, possiamo parlare quanto vogliamo, e fare solo gesti di solidarietà, come si dice oggi. La solidarietà viene spesso identificata con la carità: alla prima sono chiamati tutti gli esseri umani, per il semplice fatto che appartengono a una nazione, a un popolo, all’umanità; alla seconda invece sono chiamati tutti i cristiani che, superando il significato solidale, devono comunicare all’uomo l’amore di Dio, che è quello che salva e che redime, perché come ha detto Gesù: «I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me». Quindi non risolveremo mai il problema dei poveri o della giustizia sociale. Le generazioni si susseguono l’una all’altra, e ad ogni generazione dovremo continuamente riproporre la conversione, affinché accada il vero miracolo dell’amore, che rivolgendosi a Dio, poi discenda verso i poveri. Dunque, i canti e delle preghiere, costituiscono ormai un problema, perché attraverso di essi si trasmette la fede all’uomo ed in particolare alle nuove generazioni: ma se parlano di sociologia, che fede trasmettono?

Quindi pensa che si sia persa, o quantomeno drasticamente diminuita, la fede nella presenza reale del Corpo, Sangue, Anima e Divinità (riprendendo il Concilio di Trento) di Nostro Signore Gesù nel “Sacramentum Sacramentorum”, ovvero la Santa Eucaristia, da parte di Clero e fedeli laici? Se no, perché non ci si genuflette più davanti al Santissimo, durante la processione del Corpus Domini nello specifico, o in generale entrando in Chiesa, o durante la preghiera consacratoria che il Sacerdote pronuncia nella Messa, quando avviene la transustanziazione?
Questo è sicuramente un dato di fatto, che sempre riguarda i segni della liturgia. Un teologo e liturgista del secolo scorso, Romano Guardini, ha affrontato in un libro i santi segni, spesso citato dall’arcivescovo Magrassi, dove tratta dei ‘segni’ come stare in piedi e stare in ginocchio. Ecco questi due segni non sono alternativi, come oggi erroneamente si pensa, ma sono complementari. In quale senso? Sant’Agostino dice che la quaresima e la pasqua sono due tempi emblematici della nostra vita; sulla terra, siamo pressoché sempre in quaresima, perché la vita terrena è un pellegrinaggio faticoso, fatto di sofferenze e di lacrime (san Bernardo parla di ‘valle di lacrime’ nella Salve Regina). Il mondo, è sotto il dominio del ‘principe di questo mondo’, il diavolo, e quindi l’uomo in questo mondo soffre. La quaresima è un tempo penitenziale, perché esprime la pena che noi sopportiamo vivendo nel mondo. Il tempo pasquale invece, è un tempo che ci fa pregustare, nell’arco di cinquanta giorni, quello che dovremo vivere nell’eternità. Allora, il gesto della penitenza e del riconoscimento della maestà di Dio, dinanzi al quale, come dice san Francesco d’Assisi, noi siamo dei vermi vilissimi, è proprio lo stare in ginocchio. Questa pratica esteriore significa che dobbiamo fare penitenza sempre, in special modo in quaresima, un tempo sacramentale, che richiama in realtà tutta l’esistenza. Il tempo pasquale è il tempo della risurrezione, che ci ricorda quanto avvenuto in Cristo, ma non ancora a noi. Siamo, nella fede, risorti col battesimo, ma non lo siamo ancora nella materiale, cosa che avverrà alla fine dei tempi; quindi lo stare in piedi, che è il gesto del risorto, certamente si addice al tempo pasquale. Tuttavia, questi gesti non sono alternativi, ma complementari, perché entrambi gli aspetti, penitenziale e gioioso, li viviamo sempre. Quindi, volere drasticamente, e direi anche violentemente, impedire di inginocchiarsi, addirittura arrivando all’imposizione, ha portato insipientemente certi sacerdoti ad eliminare gli inginocchiatoi, o peggio a proibire di inginocchiarsi durante la santa Messa, nei tempi previsti, non rispettando il bisogno dei fedeli, che attribuiscono al Signore, nel Santissimo Sacramento, la dovuta adorazione. Perché, come dice sant’Agostino, non si può comunicare al Corpo del Signore, se prima non lo si è adorato. Il venir meno di questi ‘santi segni’, come li chiama Guardini, ha portato alla deformazione della santa Messa e delle celebrazioni connesse con essa, come l’adorazione e la processione, ad un intrattenimento a sfondo religioso. Ciò ha fatto venir meno la riverenza e il timor di Dio, che è dovuto al Signore presente dinanzi a noi in corpo, sangue, anima e divinità. La celebrazione dell’Eucaristia si è ridotta a un rito inclusivo, perché si ritiene che ad essa debbano partecipare letteralmente cani e porci (vi sono alcune testimonianze di gente che è entrata in chiesa con il proprio cane tra le braccia, nel disinteresse del sacerdote), termine che uso in senso evangelico, perché Gesù stesso, nel Vangelo, ammonisce di non dare le cose preziose ai cani e ai porci. Ora, non essendoci nulla di più prezioso dell’Eucaristia, di cui non vanno perduti nemmeno i frammenti più piccoli, non bisogna pensare che questo tesoro inestimabile possa essere accessibile a tutti indistintamente. A questo infatti si riferisce Gesù, parlando di non dare le perle, le cose preziose ai cani. Questo ci deve far capire che all’Eucaristia, non possono partecipare tutti. Certo, può capitare che in chiesa entrino persone curiose, non credenti, o comunque cristiani credenti senza le dovute disposizioni, ma noi sappiamo bene che all’Eucaristia si accede, primo: se si è battezzati, e ricevuta la prima comunione, altrimenti che senso avrebbero l’iniziazione cristiana, il catechismo? Secondo: si è coscienti di chi si va a ricevere, non si è in peccato mortale e si è osservato il digiuno eucaristico. Tutto questo ci fa comprendere che l’Eucaristia non è un rito, un sacramento a cui può accedere chiunque, ma soltanto coloro che sono battezzati e riconciliati. Se questo non è chiaro, allora non si può capire nemmeno il senso della processione. La processione eucaristica invece, come detto, è un rito rivolto a chiunque, anche agli indifferenti, agli agnostici, a coloro che non credono, a coloro che sono in ricerca. Per questo motivo la Chiesa porta in processione, ostenta, cioè mostra (donde la parola ostensorio) in maniera solenne la sua fede, perché chi questa fede, non avendola, la sta cercando, ne riceve un monito ed un invito ad abbracciarla e a credere. Questo, però, può accadere solo se la processione ha i requisiti di solennità, di decoro, e soprattutto di fede, che finiscano per invogliare, per attrarre le pecore smarrite. Se Gesù avesse detto, quando viveva sulla terra, parole banali o avesse fatto gesti ordinari, o comunque comuni a tutti, nessuno l’avrebbe seguito. Gesù era seguito per la sua maestà, che era tale da attrarre; persino nel momento cruciale dell’arresto, gli anziani e i sommi sacerdoti caddero tramortiti, quando alla domanda di Caifa, se egli davvero fosse il Figlio di Dio, rispose: ‘Sono Io ‘. Anche sulla croce, la sua maestà rifulse, perché il centurione disse: ‘questi veramente, è il Figlio di Dio’. Quindi, dinanzi alla maestà divina, per quanto celata sotto il velo delle specie consacrate, come restare in atteggiamento di presunzione? Stare in piedi è anche l’atteggiamento del fariseo della parabola evangelica, che Gesù ha stigmatizzato, perché non era umile e diceva: ‘O Dio, ti ringrazio che non sono come quel pubblicano...’. La Chiesa ha disposto di stare in ginocchio, soprattutto durante il tempo della consacrazione e, magari, fino alla conclusione della preghiera eucaristica. L’Ordinamento Generale del Messale Romano al n.43: “Dove vi è la consuetudine che il popolo rimanga in ginocchio dall’acclamazione del Santo fino alla conclusione della preghiera eucaristica e prima della Comunione, quando il sacerdote dice: Ecco l’Agnello di Dio, tale uso può essere lodevolmente conservato”. Invece è stato sradicato con violenza! Da certi sedicenti liturgisti si sostiene che, ricevuta la Comunione, ci si debba sedere, perché – si dice - una volta che Gesù lo hai dentro di te, lui non sta più fuori: è una idiozia, perché nessuno di noi esaurisce la presenza del Signore. Se l’ho ricevuto in me, non vuol dire che Egli smetta di essere presente dinanzi a me, sopra di me, attorno a me; quindi, non viene meno la necessità del gesto massimo di adorazione, lo stare in ginocchio; tra l’altro, è anche un gesto di raccoglimento, perché quando stai in ginocchio, fai una fatica particolare e ti raccogli meglio in te stesso, per essere più disposto alla preghiera e meno incline alla distrazione, e questo aiuta a concentrarti sul mistero che hai ricevuto. Se invece ti siedi, ti rilasso, e quindi ti distrai più facilmente. È veramente incredibile che i ministri impongano atteggiamenti che non corrisponde nemmeno alle dinamiche antropologiche e psicologiche. Lo stesso n.43 ricorda che i fedeli possono stare seduti “se lo si ritiene opportuno, durante il sacro silenzio dopo la Comunione”. Alla luce di quanto detto, si deduce che fin quando non si conclude l’amministrazione della S. Comunione, non ci si debba sedere; dopo, invece sì potrebbe, ma non è obbligatorio. In conclusione, dobbiamo manifestare davanti a Dio l’umiltà, e lo stare in ginocchio è sicuramente un gesto che esprime tale virtù; inoltre, è segno della nostra sottomissione e del riconoscimento, quali semplici creature, della maestà divina del Creatore. Spesso ripeto un detto dei padri del deserto: soltanto il diavolo non si inginocchia, perché non ha le ginocchia. I cristiani orientali, durante la liturgia si prostrano continuamente a terra. Si arriva a esaltare i musulmani, che secondo alcuni pregano più di noi: ebbene si prostrano con la fronte fino a terra, ripetutamente: hanno preso questo gesto dai cristiani e dagli ebrei. Inginocchiarsi vuol dire soprattutto adorare: viene dal latino ‘ad’-’os’, cioè ‘presso la bocca’; è come accostare la bocca vicino a quella di Cristo, come l’atteggiamento degli innamorati. Quindi, adorare significa mettere la bocca vicino a quella del Signore, e questo implica grande umiltà. Come san Giovanni, il discepolo che il Signore amava, il quale, durante l’ultima cena, accostatosi al petto di Gesù, toccò il cuore di Cristo; quasi a voler ricevere tutto da lui, attingere a lui. A proposito del gesto di Giovanni, sant’Agostino osserva: ‘quod amando biberat, evangelizando eruptavit’, che significa: quello che Giovanni, amando, aveva bevuto, lo ha effuso con l’evangelizzazione. Quindi, attingiamo all’Eucaristia e, quanto più è possibile la adoriamo, prima e dopo essercene nutriti.

Non vorrei essere considerato un “contestatore” del Concilio Vaticano II, anche perché io e lei, essendoci una sostanziale differenza di età, siamo nati in due diversi momenti della storia della Chiesa. Lei ad esempio, posso tranquillamente affermare, ha assistito a quella che, de facto, è stata la riforma liturgica, introdotta dopo il Vaticano II. Io invece, ho sviluppato la fede quando la riforma era stata così ampiamente attuata, quindi parliamo degli anni ‘80. Ma quelli a cui assistiamo sovente oggi, a me sembrano, oltre che abusi liturgici, delle pratiche che, in nome della riforma liturgica, hanno senz’altro contribuito alla disintegrazione della fede in occidente. E questo lo si constata benissimo dal fatto che la pietà popolare e la devozione al Santissimo Sacramento sono diminuite fortemente, giungendo ai minimi storici. Lei pensa che le cause prime di questo crollo della fede siano attribuibili essenzialmente, o in parte, alle riforme liturgiche introdotte dal Vaticano II? Il Vaticano II davvero prevedeva queste riforme?
Questa è una storia che ormai sanno in molti. È fatta di luci e ombre, ossia teoremi, abusi, indulti e reati vari, a cui la liturgia è andata soggetta nel dopo concilio. Possiamo dire sinteticamente che il Vaticano II, nella Costituzione sulla liturgia, al paragrafo 22, dopo aver detto che essa è regolata dalla Sede Apostolica e, a norma di diritto, dal Vescovo, al comma C, recita: “Di conseguenza nessun altro, assolutamente, dice che nessuno, assolutamente, anche se sacerdote, osi, di sua iniziativa, aggiungere, togliere o mutare alcunché in materia liturgica”. Basta confrontarsi con questa affermazione per capire cosa è accaduto. Si può dire che è stato il Vaticano II a permettere gli abusi? Il sacerdote dovrebbe sapere che non ha alcun potere, né di natura morale, né di natura liturgica. Queste due, inoltre, sono strettamente collegate, perché la morale cristiana è una morale sacramentale: come non possiamo mutare i comandamenti di Dio, così non possiamo mutare le norme immutabili della liturgia, che il Signore stesso ha stabilito nell’Antica e nella Nuova Alleanza, affinché fosse preservata la purezza del culto al lui dovuto, evitata l’idolatria, resa a lui la gloria e salvato l’uomo.

Sarà forse un caso, ma, guardando i filmati degli anni cinquanta/sessanta, nella processione del Corpus Domini, vi erano alcuni elementi rituali e segni, che facevano intendere e ben comprendere la presenza reale di Cristo nel sacramento eucaristico. Faccio riferimento al baldacchino e all’ombrello coi quali, in segno di riverenza, si accompagnava l’Ostensorio, ai petali di fiori che venivano lanciati sul percorso della processione. Molti liturgisti innovatori, contemporanei o successivi al Vaticano II, ritengono che questi elementi siano antiquati ed inutili; molto spesso, col pretesto che essi allontanassero il popolo dei fedeli da Dio, anziché avvicinarlo. Eppure a me pare che, da quando essi sono stati abbandonati, non sia cresciuto il numero dei fedeli, anzi, mai come ai nostri giorni, si sta assistendo all’allontanamento da Dio. Arrivati a questo punto, non pensa che la crisi di fede che oggi la cattolicità sta vivendo, sia causata dal crollo della Liturgia?
A tal proposito dobbiamo dire che l’idea, cosiddetta trionfalistica, cioè che la liturgia non deve cedere a elementi che in qualche modo la solennizzino, è una sciocchezza: basti considerare lo splendore del rito bizantino. Dice la Costituzione liturgica, che le nuove forme devono scaturire da quelle già esistenti e che i riti devono risplendere per nobile semplicità: nobile, in italiano, vuol indicare un livello superiore, eccellente, perfetto, cosa che si coniuga con la semplicità, che significa capacità di comunicare il significato essenziale. Di conseguenza, la solennità è data da segni e atti straordinari. D’altronde, non siamo soliti, nelle festività, o in speciali circostanze, utilizzare il servizio da tavola migliore , proprio per solennizzare quel particolare giorno, e indossare un abito nuovo o ricercato? Questa è anche un’esigenza dell’essere umano, per distinguere la feria dalla festa. Quindi perché scandalizzarsi, che in una festa così solenne, proprio perché accade una volta all’anno, si faccia ricorso a quegli elementi rituali, che servono proprio a marcare la differenza? Se non esistesse questa differenza, non ci sarebbe neanche il motivo di fare una volta l’anno una determinata festa, ma si ripeterebbe lo stesso rito della feria. I riti, che nei secoli si sono sviluppati e attestati, servono a marcare l’importanza del Santissimo Sacramento, al quale vanno attribuiti gli onori dovuti.
Basterebbe assistere alle processioni degli Orientali, per rimanere colpiti: tappeti di fiori su cui camminano clero e fedeli, paramenti preziosi, bande musicali, canti solenni, icone e reliquie, in ordine perfetto, insomma, tutto ciò che è possibile fare per dare gloria a Dio. La processione del Corpus Domini a cui abbiamo assistito, vede il clero sfilare in ordine sparso, impegnato a mandare saluti invece che a pregare e cantare, con paramenti casual, per non parlare dell’abbigliamento sottostante, come le scarpe da ginnastica, magari a colori, analogo abbigliamento, utilizzato anche dai ministranti. Chi di noi si presenterebbe in tal maniera a una cerimonia speciale? Gesù Cristo, Signore del Cielo e della terra, merita d’essere trattato così? Non ci meraviglieremo, se la gente comune non è attratta dall’attuale maniera di celebrare la liturgia e di fare le manifestazioni esterne, che assomigliano ormai sempre più a marce sindacali. Da alcuni decenni, tutti i tentativi di innovazione, nella speranza che sempre più gente aderisca alla fede, hanno invece causato un’emorragia di fedeli senza precedenti. È stata una debacle progressiva, che ha trascinato sempre più in basso la liturgia. Basta partecipare alla cerimonia di apertura delle olimpiadi, per notare che è tutto ridondante, tutto è spettacolo. Dimenticheranno i cristiani – come dice l’Apostolo – di essere spettacolo, agli angeli e al mondo? Quindi devono mostrare il meglio di se stessi, ovvero la corrispondenza tra verità e realtà: la verità è Cristo, la realtà è Cristo. La cosa più saggia di fronte a tale decadenza, è di invertire la tendenza sociologista e pseudo solidale, per l’elevato livello di secolarizzazione che la liturgia cattolica ha raggiunto, e che di fatto, ha già causato la crisi della fede.