Sante Messe in rito antico in Puglia

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mercoledì 20 dicembre 2023

I vescovi e gli altri. Siamo di fronte a dichiarazioni formali di scisma? Prime reazioni alla Dichiarazione “Fiducia Supplicans” sulla benedizione aliturgica delle coppie irregolari

P. James Martin dà la sua "benedizione" (si fa per dire) ad una coppia omosessuale a Manhattan. Fonte: The New York Times

Con la pubblicazione della Dichiarazione Fiducia Supplicans del 18.12.2023, che abbiamo commentato ieri (il nostro commento, ripreso da Il Pensiero cattolico, è stato, a sua volta, rilanciato anche dal blog Stilum Curiae del giornalista M. Tosatti), non si sono fatte attendere delle chiare prese di posizione da parte di singoli vescovi o conferenze episcopali (per una rassegna generale, cfr. L. Coppen, ‘Fiducia supplicans’: Who’s saying what?, in The Pillar, 19.12.2023; in traduzione italiana, Dichiarazione «Fiducia supplicans» sul senso pastorale delle benedizioni: chi dice cosa?, in blog Messa in latino, 20.12.2023. Per un’analisi generale del documento, cfr. E. A. Allen, Vatican’s doctrinal czar parses details for enabling same-sex blessings, in Catholic Herald, 18.12.2023; Vatican appears to endorse couples in ‘irregular situations’ receiving blessings that do not ‘validate their status’, ivi. Per un esame canonistico della dichiarazione, cfr. L. Knuffke, Prominent canon lawyer Fr. Murray excoriates new Vatican doc endorsing ‘blessings’ of gay couples, in Lifesitenews, 20.12.2023).

Certo, formalmente, la dottrina non sembra sia stata intaccata. Ciò che sarebbe cambiato, con questo documento, è la prassi pastorale. Fiducia Supplicans insiste con decisione sulla distinzione tra dare una benedizione a una coppia omosessuale e benedire la loro relazione. Certo, chiunque può chiedere una benedizione a un sacerdote; questo non è mai stato in discussione. Quando, però, due persone chiederanno ad un sacerdote di impartire loro una benedizione come coppia, come potrà la Chiesa evitare l'impressione che il sacerdote, in quanto rappresentante della fede cattolica, benedica la loro unione? Senza contare che la benedizione in parola debba essere impartita senza «degli abiti, gesti o parole propri di un matrimonio» (n. 39). La benedizione dovrebbe essere spontanea e non impartita nella forma rituale propria della preghiera liturgica. Ma sicuramente le coppie che si avvicineranno – ammesso che ce ne saranno – a richiedere la benedizione, senz’altro vorranno, in un certo qual modo, solennizzare quel momento – evidentemente importante per loro – con la partecipazione di amici, parenti, e magari anche con in sottofondo la marcia nuziale di Mendelssohn. La Dichiarazione rimette ai pastori la libertà di decidere come rispondere alle richieste delle coppie. Li avverte, nondimeno, di non fare affidamento sugli “schemi dottrinali o disciplinari” («La Chiesa, inoltre, deve rifuggire dall’appoggiare la sua prassi pastorale alla fissità di alcuni schemi dottrinali o disciplinari […]»: n. 25). Insomma, una sorta di invito ad eludere la dottrina, per evitare qualsiasi spiacevolezza che possa sorgere dalla condanna da parte della Chiesa di atti non conformi alla legge divina. Il Dicastero per la Dottrina della Fede, c’è da pensare, permette (incoraggia?), in questo modo, il clero a mantenere una sorta di purezza rituale, affermando che non ha trattato l'unione omosessuale come un matrimonio, mentre agli occhi del mondo ha fatto esattamente questo (così P. Lawler, Vatican’s homosexual ‘blessings’ document invites priests to fudge both doctrine and practiceivi, 19.12.2023).  

Così abbiamo la Conferenza Episcopale Austriaca, tramite il suo Presidente, mons. Franz Lackner, che ha dichiarato, in buona sostanza, che non vi sono più ostacoli e giustificazioni a che i sacerdoti rifiutino di benedire le coppie omosessuali. "Credo che la Chiesa riconosca che una relazione tra due [persone] dello stesso sesso non è del tutto priva di verità: c'è amore, c'è fedeltà, ci sono anche difficoltà condivise e vissute nella fedeltà. Anche questo dovrebbe essere riconosciuto", ha affermato detto in un'intervista alla TV pubblica austriaca ORF (cfr. A. Wailzer, Head of Austrian Bishops’ Conference says priests cannot say ‘no’ to blessing homosexual couples anymore, ivi).

Divisa appare, invece, la conferenza episcopale statunitense, sebbene la maggioranza dei vescovi USA abbia espresso la propria adesione del documento vaticano (cfr. M. Haynes, Most American bishops are going along with Pope Francis’ ‘blessings’ for homosexual couples, ivi; Id., Cardinal Cupich praises Vatican text on ‘blessing’ same-sex couples: ‘Step forward’ for the Church, ivi, 20.12.2023Lifesitenews, Bishop Eleganti explains in response to new document why homosexual ‘couples’ cannot be blessed, iviM. J. O’Loughlin, Benedizione: reazioni negli Stati Uniti, in Settimana News, 20.12.2023).

In seno al gruppo dei vescovi USA, tuttavia, non sono mancate significative prese di distanza da Fiducia Supplicans: a parte, infatti, quella pressoché immediata dell’ex vescovo di Tyler, mons. Strickland (v. Bishop Strickland urges bishops to say 'no' to Francis' 'blessings' for gay couples, in Lifesitenews, 18.12.2023; S. Kokx, Bishop Strickland urges bishops to say ‘no’ to Francis’ ‘blessings’ of homosexual couples, ivi), abbiamo chi ha cercato di conciliare la nuova Dichiarazione con la Tradizione cattolica, come è nel caso del vescovo di Worcester, mons. R. McManus, il quale ha dichiarato – come si legge nella nota della sua diocesi – che «Fiducia supplicans, issued by the Dicastery for the Doctrine of the Faith and approved by Pope Francis, has reaffirmed that the Church does not have the power to impart a liturgical blessing on irregular or same-sex couples or to bless their union» e che potrebbe essere offerta «a type of blessing […] on anyone to invoke God’s help and mercy in their lives if the individuals seek to be guided by a greater understanding of God’s plan for love and truth. These blessings are offered for the people themselves, not their union» (Bishop's Statement on blessing same sex couples, 18.12.2023). Inutile dire che il presidente USA Biden abbia accolto favorevolmente il provvedimento vaticano (E. MangiaracinaJoe Biden welcomes Pope Francis’ decision to allow blessings for homosexual ‘couples’, in Lifesitenewsvi, 20.12.2023.).

I vescovi eterodossi tedeschi, fautori del sinodo scismatico germanico, a mezzo del Presidente della Conferenza Episcopale Tedesca, il vescovo Georg Bätzing, hanno – manco a dirlo – esultato, giudicando il documento vaticano molto positivamente (Bischöfe begrüßen Vatikan-Erklärung zur Segnung homosexueller Paare, in Katolisch.de, 18.12.2023). Alcuni, come il vescovo di Amburgo, Stefan Heße, «richtiges Weihnachtsgeschenk», cioè “vero regalo di Natale” (cfr. A. Wailzer, Heterodox German bishops laud new Vatican document on gay ‘blessings’ as a ‘real Christmas present’, in Lifesitenews, 18.12.2023). Altri prelati, di provata fede ratzingeriana, hanno espresso gratitudine nei confronti del Dicastero vaticano e di Francesco, perché, vietando espressamente liturgie e rituali di tali benedizioni, ciò potrebbe frenare – in Germania – uno sviluppo che rischierebbe di far allontanare la Chiesa tedesca dalla Chiesa universale (così Oster: Neuerung von Vatikan-Erklärung liegt in Verständnis von Segen, in Katholish.de, 20.12.2023). C’è anche chi, sempre in Germania, ha ravvisato nella benedizione delle coppie irregolari una sorta di benedizione di “seconda classe”, che, nondimeno, innescherà nella Chiesa un cambiamento culturale, una Kulturkampf (Nach Vatikan-Erklärung: Schüller erwartet "Kulturkampf" in der Kirche, ivi). Non sono mancate, per la verità, in Germania, delle critiche al documento, perché troppo timido nelle sue aperture: si afferma, infatti, che la Dichiarazione, sebbene rappresenti un Neuausrichtung der Kirche, un nuovo orientamento per la Chiesa, e crei spazi di libertà prima impensati, soprattutto alla luce degli esempi citati nel documento, che potrebbero essere interpretati in modo diverso in loco nel rispettivo contesto, nondimeno il documento propone anche tagli, giudicati – secondo l’autore – molto dolorosi, per le coppie interessate, come quello che impedisce la benedizione in occasione di un matrimonio civile e ciò a causa dei timori vaticani nei confronti dei suoi critici conservatori (C. P. Hartmann, Alte Lehre und neue Möglichkeiten: Die Segenserklärung des Vatikan, ivi). Nondimeno, questa Dichiarazione ben s’inquadra nella svolta teologica che Francesco ha voluto dare al Dicastero vaticano guidato da poco più di tre mesi da Férnandez (così F. Neumann, Was hinter der Transparenzoffensive des Glaubensdikasteriums steckt, ivi, 19.12.2023).

Decisamente coraggiose sono, invece, le prese di posizione di altri vescovi.

Tra questi meritano particolare menzione e lode quella dei vescovi del Malawi (v. E. Mangiaracina, Malawi bishops forbid ‘blessings’ of homosexual unions amid confusion over Vatican document, Lifesitenews, 19.12.2023. per la traduzione italiana della dichiarazione dei vescovi del Malawi, rinviamo al blog Messa in latino, 20.12.2023). Il Presidente della Conferenza Episcopale del Malawi, infatti, dopo aver precisato che la Dichiarazione vaticana «NOT about the blessing of same sex unions» ma piuttosto la benedizione degli individui «regardless of their state», ha dichiarato in una nota della Conferenza stessa che: «not licit to impart a blessing on relationships, or partnerships, even stable, that involve sexual activity outside of marriage (i.e., outside the indissoluble union of a man and a woman open in itself to the transmission of life), as is the case of the unions between persons of the same sex».

Di tenore sostanzialmente analogo è la dichiarazione dei vescovi dello Zambia (v. qui), secondo cui: «In order to avoid any pastoral confusion and ambiguity as well as not to break the law of our country which forbids same sex unions and activities, and while listening to our cultural heritage which does not accept same sex relationships, the Conference guides that the Declaration from the Dicastery for the Doctrine of the Faith of December 18th 2023 concerning the blessing of same-sex couples be taken as for further reflection and not for implementation in Zambia» (Pastoral Statement of the Zambia Conference of Catholic Bishops – ZCCB – following the publication of the Declaration “Fiducia Supplicans” by the Dicastery for the Doctrine of the Faith, 20.12.2023. Cfr. African Catholic Bishops Choose Sides - Against Francis' and Tucho's Gay Advocacy, in Rorate Caeli, 20.12.2023. Cfr. L. Knuffke, Zambia bishops latest to forbid ‘blessings’ of homosexual couples, in Lifesitenews, 20.12.2023).

Ai vescovi del Malawi e Zambia, si sono aggiunti quelli del più grande paese africano, la Nigeria, i cui vescovi, in una nota della conferenza episcopale, così hanno concluso: «In conclusion, the Catholic Bishops Conference of Nigeria assures the entire People of God that the teaching of the Catholic Church on marriage remains the same. There is, therefore, no possibility in the Church of blessing of same-sex unions and activities. That would go against God’s law, the teachings of the Church, the laws of our nation, and the cultural sensitivities of our people» (Nigeria, the largest country in Africa — its Bishops adamantly reject Francis’ Gay Declaration, in Rorate caeli, 20.12.2023).

Appare curioso, ma proprio le chiese di "periferia" siano quelle che hanno rigettato maggiormente il documento vaticano, apparendo Francesco sempre più meno ... periferico (Fiducia Supplicans Shatters the Myth of Pope Francis as the "Pope of the Peripheries", ivi).

Più decisa è stata la presa di distanza di Mons. Schneider, vescovo ausiliare di Astana, in Kazakistan (v. Bishop Schneider on blessing 'same-sex unions', in Lifesitenews, 19.12.2023), cui è seguita quella del suo Arcivescovo Metropolita, mons. Tomash Peta, che, in una nota congiunta col suo ausiliare, ha dichiarato: «As successors of the Apostles, and faithful to our solemn oath on the occasion of our episcopal consecration “to preserve the deposit of faith in purity and integrity, according to the tradition always and everywhere observed in the Church since the time of the Apostles”, we exhort and prohibit priests and the faithful of the Archdiocese of Saint Mary in Astana from accepting or performing any form of blessing whatsoever of couples in an irregular situation and same-sex couples. It goes without saying that every sincerely repentant sinner with the firm intention to no longer sin and to put an end to his public sinful situation (such as, e.g., cohabitation outside of a canonically valid marriage, union between people of the same sex) can receive a blessing». Si è aggiunta poi una esplicita richiesta a Francesco perché revochi il documento appena emesso dal Dicastero per la Dottrina della Fede: «With sincere brotherly love, and with due respect, we address Pope Francis, who – by allowing the blessing of couples in an irregular situation and same-sex couples – “does not walk uprightly according to the truth of the Gospel” (see Gal. 2:14), to borrow the words with which Saint Paul the Apostle publicly admonished the first Pope in Antioch. Therefore, in the spirit of episcopal collegiality, we ask Pope Francis to revoke the permission to bless couples in an irregular situation and same-sex couples, so that the Catholic Church may shine clearly as the “pillar and ground of the truth” (1 Tim 3:15) for all those who sincerely seek to know the will of God and, by fulfilling it, to attain eternal life» (cfr. S. Koks, Archbishop Peta, Bishop Schneider ban ‘blessings’ of homosexual couples in Kazakhstan archdiocese, ivi; D. Montagne, Archbishop prohibits priests from ‘performing any form of blessing’ of same-sex couples in response to new Vatican declaration, in Catholic Herald, 19.12.2023Archdiocese of Saint Mary in Astana officially prohibits blessings of same-sex couples, in Rorate caeli, 20.12.2023Trotz Vatikan-Ja: Erzbischof verbietet Segnungen homosexueller Paare, in Katholish.de, 20.12.2023. Per il documento in traduzione italiana, cfr. blog Messa in latino, 20.12.2023. V. anche A. M. Valli, Monsignor Peta e monsignor Schneider vietano nella loro diocesi di applicare “Fiducia supplicans” e chiedono al papa di revocare il documento, in blog Duc in altum, 20.12.2023) Richiesta di revoca, a nostro modo di vedere, alquanto ingenua … .

La Conferenza Episcopale cattolica in Ucraina – l’organismo che rappresenta i cattolici latini nel paese devastato dalla guerra – ha affermato, in una dichiarazione del 19.12, di aver visto nel documento vaticano un «pericolo in termini ambigui che causano interpretazioni divergenti tra i fedeli»: «Ciò che non abbiamo colto nel documento è che il Vangelo chiama i peccatori alla conversione, e senza una chiamata a lasciare la vita peccaminosa delle coppie omosessuali, la benedizione potrebbe sembrare un’approvazione», hanno scritto, pur sottolineando come la dichiarazione sostiene l’insegnamento della Chiesa su matrimonio (cfr. Ukraine Bishops Conference Chooses Sides: Against Francis' Gay Declaration - "There is no blessing for living in sin": "The document does not provide clear distinctions", in Rorate caeli, 20.12.2023).

Molto forte è la dichiarazione della Fraternità San Pio X, tramite il suo Superiore Generale, per il quale «Il linguaggio contorto e i travestimenti sofistici del documento del Dicastero per la Dottrina della Fede non possono nascondere la realtà elementare e ovvia di queste benedizioni: esse non faranno altro che confermare queste unioni nella loro situazione intrinsecamente peccaminosa, e incoraggiare altri a seguirle. Non sarà altro che un surrogato del matrimonio cattolico». Spiega, quindi: «Quando si benedice una coppia, non si benedicono individui isolati: si benedice necessariamente la relazione che li unisce. Non si può redimere una realtà è intrinsecamente fuorviata e scandalosa» (Comunicato del Superiore Generale della FSSPX, in FSSX, 19.12.2023. Cfr. Lifesitenews Staff, ‘Scandalous’: SSPX issues statement on Vatican’s approval of same-sex ‘blessings’, in Lifesitenews, 19.12.2023E. MangiaracinaSSPX superior general: Vatican approval of same-sex blessings ‘accelerates the loss of souls’, ivi, 20.12.2023. Cfr. Anche A. M. Valli, Don Pagliarani (FSSPX) su “Fiducia supplicans”: “Sgomenti per questa ulteriore resa della gerarchia cattolica al mondo”, in blog Duc in altum, 20.12.2023).

Per concludere non si può non segnalare la presa di posizione di don Nicola Bux, che, tramite un tweet pubblicato su X, ha decisamente contestato, in maniera vigorosa, il documento vaticano: «La Sede di Pietro chiede con linguaggio ambiguo, anti evangelico, menzognero e perciò diabolico, di benedire ciò che il Signore maledice. Persino ebrei e musulmani sono scandalizzati. È un attentato alla Rivelazione biblica e una ferita grave all'unità della Chiesa cattolica. Paolo ricorda: è necessario che avvengano le divisioni. Aumenta il divario tra chi segue l'eresia e chi custodisce la fede cattolica trasmessa dagli Apostoli, che la Santa Sede ha smarrita. Preghiamo per la conversione di Pietro».

Molto più articolato è l’intervento del prof. De Mattei, cui rinviamo. Anche lui disapprova il documento vaticano, giungendo a concludere «il semplice sensus fidei ci fa affermare che non è possibile avallare in alcun modo, e meno che mai con una “benedizione”, una relazione viziosa e immorale. Il sacerdote che impartisse tali benedizioni, o un vescovo che le approvasse, commetterebbe un peccato pubblico grave. E, duole dire, che un gravissimo peccato è stato commesso da chi ha promulgato e firmato questa scandalosa dichiarazione» (così R. De Mattei, Quo usque tandem? Il dicastero per la Dottrina della Fede “benedice” il peccato contro natura, in Corrispondenza romana, 20.12.2023. In traduzione inglese in Rorate coeli, 20.12.2023).

In senso nettamente contrario e diametralmente opposto è la posizione di Padre James Martin (cfr. E. Piqué, James Martin: “Es un inmenso paso adelante para la pastoral de la Iglesia hacia el colectivo LGTB”, in La Nacion, 18.12.2023; A Harmon, R. Graham, S. Maslin Nir, Making History on a Tuesday Morning, With the Church’s Blessing, in The New York Times, 19.12.2023). Questo gesuita attivista, nell'ambito della Chiesa, delle istanze LGBT, non ha tardato ad attuare il provvedimento dicasteriale (Lifesitenews, Father James Martin blesses homosexual ‘couple’ at Jesuit residence in New York City, in Lifesitenews, 20.12.2023).

Augustinus Hipponensis

mercoledì 8 marzo 2023

La Chiesa dopo Benedetto XVI fra realtà e utopie - resoconto del dibattito del 3.3.2023

Alcuni giorni fa si annunciava un incontro-dibattito, in Molfetta (BA), tra mons. Nicola Bux ed il giornalista dott. Aldo Maria Valli (v. qui), svoltosi lo scorso 3 marzo.

In questo breve scritto del prof. Barile vi è un resoconto della serata. A seguire, il video dell’intero dibattito.

Prof. Nicola Barile "La Chiesa dopo Benedetto XVI fra realtà e utopie". Resoconto di un avvincente dibattito con Aldo Maria Valli e Don Nicola Bux

"La Chiesa dopo Benedetto XVI fra realtà ed utopia" è stato il tema dell’interessante incontro organizzato il 3 marzo 2023 dall’ Università Popolare Molfettese. La serata ha visto un folto pubblico assieparsi nella pur ampia sala “Don Tonino Bello” della parrocchia S. Pio X a Molfetta in provincia di Bari, ha visto protagonisti don Nicola Bux e Aldo Maria Valli, già vaticanista RAI, moderati da Nicola Barile. Non si è trattato di un simposio sul pensiero di papa Benedetto, quanto di una riflessione, a partire dal contributo del suo pensiero, sul bivio in cui si trova la Chiesa attuale, come ricordato dal moderatore: da una parte il realismo, quello metafisico di S. Tommaso d’Aquino, dall’altra la deformazione dell’idea di utopia coniata da S. Tommaso Moro, per giustificare l’imposizione di idee e concetti del mondo contemporaneo. 

Sia don Nicola, sia il dott. Valli hanno conosciuto Benedetto XVI e ne hanno ricordato entrambi il carattere mite e la profondità del pensiero; la loro interpretazione, tuttavia, diverge circa la valutazione del suo magistero, prima come teologo, poi come papa. Se per Valli Benedetto ha ereditato le tensioni che discendono, secondo lui, dal Concilio Vaticano II, non risolvendole, secondo Bux, invece, Benedetto ha manifestato creatività e originalità, ma sempre sforzandosi di mantenersi nel solco della tradizione cattolica; da qui la sua lettura non traumatica del Concilio, secondo quel principio della vita della Chiesa noto come “ermeneutica della continuità”. Se si pensa, ad esempio, alla trilogia su Gesù di Nazareth, non sarebbero pertanto il Concilio e le sue interpretazioni il problema della Chiesa attuale, quanto la riduzione della figura di Gesù a maestro di moralità, sostenitore di valori in linea con il mondo contemporaneo, ma inevitabilmente in contrasto con la realtà: si pensi, ad esempio, al mito del pacifismo, smentito dal ricorso, ancora oggi, dell’uomo alla guerra.   

Entrambi i relatori, tuttavia, hanno concordato in conclusione i rischi dell’attuale fase sinodale, che appiattisce la Chiesa alla sua dimensione burocratica, facendone dimenticare la natura sacramentale. Un dibattito reso breve dai tempi contingentati della serata ha comunque consentito alla partecipata assemblea di evidenziare i dubbi che, evidentemente, questo attuale corso della Chiesa non riesce a fugare. 

Fonte: Il pensiero cattolico, 7.3.2023







Fotografie di Vito Palmiotti

sabato 23 maggio 2020

Una nuova interessante pubblicazione "Chiara da Montefalco" di Marino Pagano, con prefazione di don Nicola Bux

È da inizio aprile nelle librerie italiane il volume “Santa Chiara da Montefalco. Una monaca medievale con il cuore aperto al mondo”, a firma di Marino Pagano, giornalista e saggista su temi storiografici, libro edito da Fede e Cultura. Ecco qualche notizia sul libro.

BREVE SINOSSI DEL LIBRO
Chiara da Montefalco (1268-1308), monaca agostiniana, è una mistica venerata in Umbria e nel Centro Italia. La sua esperienza biografica e storica si inserisce nel solco del ramo femminile del monachesimo medievale, quello delle recluse innamorate di Cristo. Questo il senso del libro: iscrivere la sua biografia all’interno di questa tradizione spirituale e storiografica. La sua vita è stata improntata all’ascetismo, all’adorazione del Signore e alla fuga da ogni possibile peccato, e contiene perciò i caratteri del modello di perfezione degli exempla medievali: umile e solidale con chiunque si avvicinasse al suo monastero, lottò contro l’eresia e ogni individualismo slegato da Roma. Tuttavia è possibile leggere Chiara anche in una dimensione sociale, vista la sua anticipazione del declino del proprio tempo e delle sue strutture di appartenenza. Da qui l’interesse del volume. Chiara e la cultura del suo tempo. Chiara e la società. Senza dimenticare i punti di contatto con le donne mistiche e filosofe del Novecento, che legano la santa ai più grandi ambienti culturali e teologici di ogni epoca.


Chiara da Montefalco. Una monaca medievale con il cuore aperto al mondo
Edizioni Fede e Cultura 
Aprile 2020

DALL’INTRODUZIONE AL TESTO 
di Marino Pagano 
Questa pubblicazione delinea un profilo di Chiara da Montefalco, mistica nata nel 1268 e morta nel 1308, venerata soprattutto nella sua cittadina natale e in Umbria, una monaca agostiniana vissuta in gran parte nel XIII secolo, la cui esperienza biografica e storica si inserisce nel solco del ramo femminile del monachesimo medievale, munito del peculiare portato culturale offerto dalle cosiddette “Mulieres in Ecclesia”. 
Perché un nuovo volume su una santa su cui molto (tutto?) è ormai stato detto? L’obiettivo è fornire un agile tracciato dell’esperienza spirituale dell’agostiniana, tra ricerche indubbiamente debitrici della ricca bibliografia inerente la sua figura e qualche nuova suggestione. 
Il tema delle “visioni” di Chiara, dunque del suo lato eminentemente mistico, ci è apparso assai rilevante. 
Il tutto in una prospettiva divulgativa (pur nel rigore storiografico e filologico seguito senza indugi), utile sia all’appassionato di storia medievale, specie di storia del monachesimo femminile, sia al devoto clariano desideroso di conoscere con più specificità gli aspetti legati a questa grande santa. Una santa popolare in Umbria e in ambienti agostiniani ma non ancora, forse, nel più vasto “popolo di Dio”. 

GIUDIZI CRITICI 
Un’eccellente opera dal valore storico, legata al metodo di ricerca, quello concepito dal giornalista pugliese Marino Pagano su santa Chiara da Montefalco (1268-1308) che riesce ad appagare la sensibilità degli esperti e nello stesso tempo di coloro che desiderano conoscere la figura di questa meravigliosa donna, monaca agostiniana e mistica.
Una spiritualità che comprende i segni dell’esempio di perfezione medievali basata sull’ascetismo, sulla preghiera e sulla fuga dal peccato, ben sottolineato dall’Autore, che tratteggia il suo profilo portando l’attenzione del lettore  su questa Santa nel solco del ramo femminile del monachesimo medievale, quello delle recluse innamorate di Cristo. Santa Chiara da Montefalco, come donna del suo tempo, occupa un suo interesse culturale, avendo il dono della scienza infusa, era competente nel colloquiare con importanti uomini di Chiesa e teologi che si recavano da lei in virtù della sua fama di santità. Non ha lasciato nulla di scritto, fatta eccezione per i così chiamati “dicti” clariani, per lo più ordinati dalle sue consorelle dopo la sua morte. 
ANTONIO CALISI, storico e teologo

Uno stile assolutamente accorto e senza fronzoli domina nelle pagine del volume, come del resto nello stile di Pagano anche come cronista di cultura oppure come narratore e viaggiatore tra i borghi del nostro Mezzogiorno. La capacità di offrire un dato preciso, sconosciuto ai più, con poi la spiegazione di quel particolare. L’illustrazione, si potrebbe dire. Ed in effetti non molto nota la santa, forse, eccezion fatta per esperti e studiosi specialistici oppure per i fedeli umbri o di spiritualità agostiniana. Ecco il merito allora del nostro giornalista studioso di storia, ossia quello di consegnarci il valore di una figura che resta pur sempre letta nel suo stretto ambito storiografico e non certo nel mero senso teologico-agiografico. Chiara diventa così nota anche in altre zone italiane e non certo solo umbre.
LILIANA TANGORRA, storica dell’arte

Una santa umbra sconosciuta ai più ma dal grande carisma, interamente devota alla Croce di Cristo, cui uniformò la sua vita sin dalla più tenera età. Una storia che meritava di essere approfondita e divulgata, per aggiungere un tassello prezioso al variegato, seppur a tratti ancora incompleto, mosaico del monachesimo medievale. Ci ha pensato, con la viva passione storiografica e il metodo analitico che gli sono propri, Marino Pagano, giornalista e ricercatore storico. 
DOMENICO SCHIRALDI, docente e storico

L’AUTORE
MARINO PAGANO
Giornalista, classe 1980, scrive su testate di viaggi, ricerca storica e cultura. Collabora con Cultura e Identità, Borghi Magazine, e-Borghi Travel e Puglia Amazing. Segue la cronaca culturale pugliese sulle pagine del settimanale Epolis Bari In Week e su altre testate locali. Ha fondato, con Edoardo Spagnuolo, la pubblicazione di divulgazione storica Lo Scudo e La Spada e collabora alla redazione della rivista di storia e arte Neda. Saggista a tema storiografico (sulla storia della spiritualità medievale o sulle dinamiche del Risorgimento e del Brigantaggio postunitario al Sud) è direttore responsabile del semestrale Studi Bitontini.

mercoledì 19 febbraio 2020

L'esortazione QUERIDA AMAZONIA: Una vittoria di Pirro?

Pubblichiamo volentieri una nuova intervista del nostro amico Vito Palmiotti a don Nicola Bux, dopo quelli già pubblicati in precedenza.

L’Esortazione Apostolica post-sinodale Querida Amazonia ha suscitato reazioni inattese secondo i diversi modi di leggerla e recepirla. Forse, proprio quello era lo scopo che intendeva raggiungere il suo autore.
Infatti, da una parte ha provocato una grande delusione, nonché un vero e proprio disgusto, negli ambienti amazzonici, che si aspettavano – in logica continuità con tutto processo sinodale e con il documento finale – un’apertura netta e frontale sui due temi che sono stati il leiv motif sin dall’inizio: il conferimento del sacramento dell’ordine ai viri probati (con il conseguente indebolimento nonché annientamento del celibato sacerdotale) ed il diaconato permanente delle donne, come primo passo verso il sacerdozio femminile. La frustrazione causata in questo ambito specificamente locale si è allargata a livello internazionale a tutti i contesti progressisti, colpendo a sorpresa una buona parte della Chiesa, soprattutto in Germania.
Negli stessi ambienti, si verifica, tuttavia, un’altra reazione, più conciliante e mascherata di finta serenità davanti alla evidente retromarcia dell’ultimo momento. Si tratta di una lettura dell’Esortazione Apostolica post-sinodale secondo un criterio, non ben precisato, di complementarietà e di armoniosa sintonia tra i due Documenti, quello post-sinodale e quello finale del Sinodo, i quali dovrebbero essere letti insieme, in maniera sinottica direi. Nella stessa linea si colloca chi vuole leggere il tutto come un processo aperto a nuovi sviluppi.

Nel versante opposto, il Documento post-sinodale ha suscitato reazioni ottimistiche da parte di settori tradizionalisti e conservatori, che, senza uno sguardo d’insieme, credono di aver vinto finalmente la battaglia dell’ortodossia. Così, molti pensano ingenuamente che il Papa sarebbe ritornato a difendere la sana dottrina esercitando il suo ruolo di confermare i suoi fratelli nella fede.
In verità, sembra che egli abbia voluto dimostrare di non essere tanto eterodosso come si pensa in questi ambienti. Se dopo sette anni di pontificato, non si è compreso questo, significa che non si è colta ancora la sottostante sua visione della Chiesa, prevalentemente sociopolitica. Infine, anche nella cerchia di coloro che sono in linea con la buona tradizione e la dottrina ecclesiale, l’Esortazione Apostolica post-sinodale è vista realisticamente solo come un testo magisteriale che fa silenzio sui punti più controversi, lasciando nell’imprecisa nuvola dell’incertezza ciò che meritava una chiara presa di posizione.

Così facendo, a un primo sguardo tutto sembrerebbe apparentemente in ordine, mentre in realtà è seminato il germe del caos che prima o poi produrrà i suoi frutti. Se è valida la metafora, si potrebbe dire che l’incendio della foresta amazzonica è stato parzialmente spento, ma sotto le ceneri rimangono ancora delle braci accese.
Lo stesso “teologo” di Francesco, mons. Viktor Manuel Fernandez, vescovo di La Plata, ha visto giusto, dichiarando a Religión digital: «Sin embargo, tampoco hay que afirmar, como han dicho algunos medios, que Francisco ha cerrado las puertas o ha excluido la posibilidad de ordenar algunos hombres casados. De hecho, en la introducción Francisco limita los alcances de su propio documento: “No desarrollaré aquí todas las cuestiones abundantemente expuestas en el Documento conclusivo” (2). Se refiere al documento con el cual concluyó el Sínodo de los Obispos celebrado en Roma. Está claro que si el Papa no desarrolla algún punto no es porque queda excluido, sino porque adrede no quiso repetir al Sínodo». Ed aggiunge: «Por primera vez una exhortación apostólica no quiere ser una interpretación del Documento conclusivo de un Sínodo ni una restricción de sus contenidos, ni un texto oficial que deja atrás lo que el Sínodo concluyó. Sólo es un marco complementario de ese documento y dice explícitamente: “no pretendo reemplazarlo ni repetirlo” (2). Tan claro es que no quiere reemplazarlo, que lo que hace es “presentar oficialmente” (3) ese documento y pedir que todos los obispos y agentes pastorales de la Amazonia “se empeñen en su aplicación” (4)». Lo stesso “teologo” di Francesco, dunque, non nasconde che si è creata, con l’Esortazione, una sorta di religione cattolico-amazzonica, una religione nuova, fondata sull’unione quasi sincretica o contigua, tra la fede cattolica ed i riti e le superstizioni delle popolazioni amazzoniche. Infatti dichiara: «Al mismo tiempo, muestra una enorme apertura a los ritos y expresiones indígenas, pidiendo que no se las acuse tan rápidamente de paganismo o de “idolatría” (79) y deja lugar a un posible “rito amazónico” (nota 120). En el Sínodo se dijo precisamente, en las discusiones que llevaron a un cierto consenso, que ese era el marco adecuado para pensar en la posibilidad de los “viri probati”». Come dire: prima modifichiamo il contesto, creando il giusto terreno, e poi pensiamo ai “viri probati” ed a tutte le altre innovazioni.
Ricordo anche le parole spese in sede di presentazione dell’Esortazione dal card. Michael Czerny, il quale ha dichiarato che la questione dell’ordinazione diaconale delle donne e del celibato ecclesiastico non sono risolte dall’esortazione. Ed in modo non dissimile si è pronunciato pure il card. Hummes, relatore generale del sinodo panamazzonico, il quale ha ricordato che esisterebbe un piano per sviluppare e completare la questione del celibato. Secondo alcuni osservatori, l’Esortazione rappresenterebbe una sorta di “cavallo di Troia” per l’ordinazione delle donne e per l’abolizione del celibato sacerdotale.
Tralasciamo le questioni del rito amazzonico e dell’accettazione delle tradizioni idolatriche delle popolazioni amazzoniche (nel video di presentazione dell’esortazione di Vatican News).

Se vogliamo, quella che hai descritto è una sorta di terza via (come mi pare ha ammesso qualche giorno fa, in occasione della pubblicazione dell’Esortazione, il biografo di Francesco, Austen Ivereigh su un articolo di The Tablet) o di porta semiaperta. Papa Bergoglio non ha chiuso la porta alle istanze dei progressisti, ma al contempo non le ha neppure spalancate. Ha lasciato l’uscio aperto quel tanto che basti, affinché lui, o un suo successore, in futuro, possa provvedere all’apertura completa. È forse, quindi, una vittoria di Pirro. E probabilmente neppure una vittoria. D’altronde, occorre chiarire che valore potrà assumere il Documento finale dei vescovi al sinodo amazzonico: sarà questo la chiave per interpretare l’Esortazione?
Se, come ha affermato il card. Baldisseri quel documento non rientrerebbe nel magistero, ma avrebbe mero valore morale, resterebbe da capire se esso possa nondimeno assumere valore di chiave interpretativa dell’Esortazione, talché codesta debba interpretarsi alla luce di quel documento, che Francesco ha invitato a leggere ed a tener presente interamente. 
In conclusione, Querida Amazonia ha sollevato un insieme di sentimenti contrastanti nei quali s’intrecciano l’amarezza di chi è rimasto deluso, l’illusione di chi spera in una futura apertura, l’ingenuo sguardo di chi crede in un fittizio ritorno alla vera dottrina, ma l’unico punto fermo che rimane sono le ambiguità su temi che ancora oggi esigono una risposta chiara. Last but not least, il linguaggio non chiaro, un “pastoralese”, per dir così, fatto di insinuazioni e non di affermazioni, come ha osservato in modo efficace il prof. Stefano Fontana, che non fa capire a cosa il fedele cattolico deve assentire.

mercoledì 12 febbraio 2020

L’esortazione post-sinodale amazzonica? Un docu-mento che presenta delle “fessure”. Parola di don Nicola Bux in una nuova intervista a Vito Palmiotti

Nei giorni scorsi hai presentato le aspettative (vqui). A Esortazione ormai pubblicata, quali scenari pensi che si apriranno?

I vescovi dell'Amazzonia chiederanno all'Autorità competente, il Papa - come previsto dall'Esortazione - in ragione della loro situazione particolare, di poter servirsi del Documento finale del Sinodo, per venire incontro alle esigenze delle comunità, giacché quel che dice su di esso può essere inteso, dal punto di vista canonico, come un'approvazione espressa alla luce della costituzione apostolica del settembre 2018, Episcopalis Communio. Si comprende quali siano quelle esigenze. Del resto, ci sono in questa esortazione delle aperture problematiche forse ben maggiori del tema dello stesso celibato, che ha quasi del tutto assorbito il dibattito, facendo passare in secondo piano le altre criticità concernenti il sinodo amazzonico.

Il libro di Benedetto XVI e Sarah ha esercitato il suo peso?

Sebbene sia stato detto dalle fonti ufficiali che il documento era pronto prima, da dicembre, mi consta che non è così: anzi, che proprio il libro in oggetto ha spinto a rivedere drasticamente la quarta parte dell'Esortazione, la quale comunque presenta fessure nelle quali infilare quanto è rimasto fuori.

Cosa possiamo ricavare dalla vicenda?

Benedetto XVI e il card. Sarah hanno testimoniato l'importanza del pensiero cattolico. Far pensare è il compito della filosofia, diceva Paul Ricoeur. L'attivismo oggi prevalente nella Chiesa e oltre, non aiuta anzi allontana tanti. Chi è cattolico deve, con determinazione, affermare la verità, e attendere con pazienza il tempo della grazia che la Provvidenza prepara. La Chiesa nella sua totalità non può incorrere nell’eresia. Se siamo membra di un corpo: non vi sono leggi sociologiche e politiche ma prevale la realtà della grazia, realtà ontologica e soprannaturale che rende l’uomo santo e gradito a Dio.

Che ne pensa della prossima kermesse dei vescovi a Bari "Il Mediterraneo frontiera di pace. Un laboratorio di sinodalità e di impegno tra le chiese e i popoli.

Molti cattolici e non, si aspettano dalla Chiesa che faccia conoscere Gesù Cristo e il suo Vangelo: per questo è stata costituita dal suo Fondatore. O dobbiamo ricorrere alle deformazioni di Sanremo e Benigni? Il resto è politica e lascia il tempo che trova. Lo Spirito Santo ci dice che il mondo può essere salvato da Cristo, non da altri, e che la Chiesa può essere rinvigorita da se stessa, non da altri.

mercoledì 5 febbraio 2020

Cosa ci si aspetta dall'Esortazione Apostolica di Papa Francesco? Unità o Verità? Il Papa è infallibile sempre? Don Bux risponde. Intervista a cura di Vito Palmiotti.

In vista dell’imminente pubblicazione dell’Esortazione Apostolica che seguirà il sinodo sull’Amazzonia, stiamo assistendo ad una radicalizzazione di posizioni stile ultrà al punto che, ad esempio, se Ratzinger e Sarah scrivono delle riflessioni si urla al successo da una parte e lo scandalo dall’altra, si assiste a una sorta di standing ovation di una fazione alla sola ipotesi di ritiro della firma di Benedetto, salvo poi sdegnarsi quando questa di fatto rimane in qualche modo sulla copertina. Quindi nuovamente si assiste ad una serie di epiteti tesi a descrivere Benedetto “lucido solo mezz’ora al giorno” (e magari è proprio la mezz’ora in cui ha scritto poi tornerebbe in uno stato soporifero per ventitrè ore e mezza) e se così non fosse allora diventa una grave ingerenza nei confronti di qualcosa che nessuno conosce ma che è tirato per la giacca di qua e di la, interpretando i pensieri di colui - il papa - che deve dare una indicazione, si spera chiara, tra le altre cose,  su un tema delicato quale la possibilità di aprire al clero uxorato, in alcune “situazioni particolari” come chiedono i padri sinodali nel documento finale del controverso e discusso Sinodo sull’Amazzonia.
L’impressione che se ne ricava è che manchi uno sguardo cattolico e il senso della realtà Che farà il papa? Il cardinal Charles Journet, insigne patrologo, diceva: «Quanto all’assioma “Dove è il Papa, lì è la Chiesa” vale quando il Papa si comporta come Papa e capo della Chiesa; nel caso contrario, né la Chiesa è in lui, né lui nella Chiesa». D. Nicola Bux ha partecipato, da esperto invitato da Ratzinger cardinale e poi papa, al sinodo sull’Eucaristia del 2005 e a quello sul Medioriente del 2010: quindi sa come vanno le cose. Certo, se continua questo can can, altro che sinodo: il papa potrebbe risentirsi e mutare qualcosa Cosa vuol dire sinodalità, parola di cui tutti si riempiono la bocca?

I variegati fans di san Francesco ignorano forse che egli si definiva uomo cattolico ed apostolico: la prima è ormai parola rara da udire, eppure indica lo sguardo alla realtà ‘secondo la totalità dei suoi fattori’. Dal greco katà olòn. Purtroppo, la morale del ‘caso per caso’ e l’enfasi sulla ‘Chiesa locale’, hanno contribuito all’oblio. Infatti, si ritiene che, dare la Comunione a una coppia di divorziati risposati in un paesino sperduto, e non darla in una parrocchia di città, possa farsi senza pregiudicare l’unità del tutto, che è poi la Chiesa cattolica. Proprio su questo bisogna soffermarsi. L’unità è il bene più prezioso, dice san Giovanni Crisostomo, purché le diversità non siano avverse tra loro, ma convergano verso l’unità, siano cioè uni-versus, universali. Ecco la Chiesa universale o cattolica. Il Papa dovrebbe essere segno e vincolo di ciò. Dobbiamo sperare che l’Esortazione serva a questo: per essere cattolica, dovrebbe non rifarsi al Documento finale del Sinodo. Se così sarà, non poco lo si dovrà anche al contributo di Benedetto XVI e del cardinal Sarah con il loro libro sul celibato sacerdotale, e di quanti nella Chiesa non hanno smesso di dire la verità senza venir meno alla carità, senza cedere alla tentazione di separarsi, che è soprattutto dovuta alla mancanza della pazienza dell’amore. Dietro quel libro c’è una parte non piccola della Chiesa, di cui il papa, da pater patruum, non può non tener conto; non solo: ci sono duemila anni di traditio di Gesù Cristo e degli Apostoli, che, con la Scrittura, è fonte della rivelazione. La pazienza è la prima caratteristica dell’amore indicata da san Paolo: la carità è paziente. In conclusione, la sinodalità può essere sinonimo di cammino e di sguardo comune (sempre stando all’etimo greco) e in tal senso, ciascun cristiano e la Chiesa devono usarla. Ma la Chiesa non è un Sinodo e nemmeno un Concilio permanenti, ma una comunità gerarchicamente ordinata. Se il Documento finale ha espresso la parola dei vescovi e degli altri padri sinodali, l’Esortazione comunicherà la parola del papa, che non necessariamente deve concordare con quella. Si ricordi la nota praevia fatta apporre da Paolo VI alla costituzione Lumen Gentium. Il Sinodo è rappresentativo e non sostitutivo dell’intero episcopato cattolico.

Il Papa è infallibile, sempre?

Il magistero c’è quando il papa e tutti i vescovi concordano (Compendio CCC 185) - sottolineo ‘concordano’ - nel proporre un insegnamento definitivo sulla fede e sulla morale. Che vuol dire definitivo? Deve essere – come le foto ad alta definizione – dai contorni nitidi. Infatti, come negli atti dommatici straordinari, il papa usa tre verbi: pronunziamo, dichiariamo e definiamo, così nell’insegnamento ordinario, se dovesse permanere la discordia non ci sarebbe il magistero. Oggi succede che molti vescovi non concordano ma sono discordi persino su una dottrina già creduta per fede: la discordanza significa che non c’è infallibilità, ma non per questo i fedeli non sono tenuti ad obbedirvi, salvo che quell’insegnamento contrasti con il depositum fidei. Se un padre dicesse una cosa e la madre l’opposto, i figli a chi dovrebbero obbedire? Abbiamo ragione di sperare e pregare che l’Esortazione sia chiara e senza eccezioni. Se non fosse così, si favorirebbe l’avvicinarsi della ‘grande apostasia’ che asservirebbe la Chiesa; la prova che scuoterà la Chiesa (CCC 675-677) ben oltre l’attuale crisi di fede: la persecuzione.

lunedì 24 giugno 2019

S. Francesco ed il Sultano d'Egitto. Un'interpretazione storica da rivedere

Rilanciamo volentieri, in occasione dell’VIII centenario dell’incontro di S. Francesco con il Sultano d’Egitto (avvenuto il 24 giugno 1219), questo contributo di Mons. Nicola Bux e dell’Avv. Francesco Patruno.



S. FRANCESCO ED IL SULTANO D’EGITTO. UN’INTERPRETAZIONE STORICA DA RIVEDERE.

Di 

Mons. Nicola Bux e Avv. Francesco Patruno


Terrasanta, periodico della Custodia Francescana, ospitava dieci anni fa un dossier di padre Gwenolé Jeusset, ofm, San Francesco in Terra Santa (nuova serie, anno IV, n. 5, 2009, pp. 27-42). Gli articoli ruotavano intorno all’episodio dell’incontro col sultano, a Damietta, contrapponendolo al martirio dei primi frati, inviati in Marocco, dallo stesso Santo di Assisi «per ispirazione divina» (come si legge nella Cronaca dei Ministri Generali dell’Ordine dei Frati Minori, in Analecta Franciscana, 111, p. 15).
Oggi, a distanza di dieci anni, il numero di marzo-aprile 2019 della stessa rivista, dedicava un nuovo dossier a quell’incontro, per celebrarne l’VIII centenario (1219-2019). Anche questa volta non poteva mancare un nuovo articolo di padre Jeusset, dal titolo Le ragioni di un viaggio, in cui l’Autore riprende un po’, in maniera più marcata, ciò che il medesimo diceva dieci anni addietro. Con una particolarità. Viviamo, nella Chiesa attuale, ahimé, lo spirito della Dichiarazione sulla “Fratellanza Umana” di Abu Dhabi dello scorso febbraio, che ha visto il vescovo di Roma, “novello san Francesco”, incontrarsi con il Grande Imam di Al-Azhar, erede spirituale – diciamo così – e rappresentante islamico oggi di quello che fu il sultano d’Egitto, di origine curda, al-Malik al-Kamil, nipote del celebre Saladino, che il Santo d’Assisi ebbe modo di incrociare nella propria esistenza.
Tornando all’articolo di dieci anni fa di padre Jeusset, va posto in luce che, per lui, tale incontro addirittura rappresenterebbe una «svolta dell’evangelizzazione» (Gwenolé Jeusset, San Francesco in Terra Santa, cit.). Si esaltava l’ideale di fraternità universale presentandola come altra cosa rispetto alla Chiesa “delle crociate”, che aveva «i paraocchi». L’Autore giungeva ad affermare che Francesco usciva dal «ghetto» cristiano per entrare, si può supporre, nello spazio interreligioso di ampio respiro! Insomma, si anticipavano dieci anni fa quelli che sarebbero stati, in fondo, i temi, culturale ed ideologico, in cui sarebbe maturata la ricordata dichiarazione del febbraio 2019.
Ci sia permessa una chiosa: curioso che questa “svolta dell’evangelizzazione” non sia stata percepita come tale dai figli dello stesso S. Francesco per oltre 750 anni, i quali l’abbiamo, invece, “scoperta” soltanto oggi. È curioso ricordare che, non a caso, i maggiori Santi francescani furono degli strenui difensori, promotori quando non veri e propri protagonisti sui campi di battaglia del modello oggi contestato. Basti ricordare S. Bernardino da Siena, S. Giacomo della Marca, S. Giovanni da Capistrano, S. Luigi IX, beato Marco d’Aviano, tanto per citare alcuni nomi. Forse questi Santi e Beati, le cui virtù la Chiesa ha riconosciuto solennemente, erano dei traditori delle direttive ispiratrici del loro Serafico Padre?
La verità è che siamo di fronte ad una ideologia già nota, quella del Francesco ambientalista e pacifista, quasi socio ante litteram del WWF ed attivista delle “marce per la pace”, in contrasto a dir poco con quanto le fonti francescane comparate e gli studi più seri ci riferiscono, soprattutto in merito al celebrato e mitizzato incontro di Francesco col sultano. Basta ricorrere, tra tanti, allo studio, davvero pregevole, dello storico Franco Cardini (Francesco d’Assisi, Milano, 1990, II ed.), che tiene conto adeguatamente delle fonti e della loro ricezione critica, sebbene, ad onor del vero, lo stesso Autore abbia, in seguito, rivisto le posizioni assunte nel suo libro, non sulla base di nuovi studi o scoperte, ma probabilmente per una rivisitazione di quell’episodio alla luce dell’odierno spirito dei tempi. Ci riferiamo, a quest’ultimo riguardo, alla raccolta di saggi, Nella presenza del soldan superba. Saggi francescani, Spoleto, 2009.
Ad ogni modo, tornando a quello studio sulla vita del Poverello d’Assisi, il noto storico fiorentino, che peraltro conosce bene l’Oriente, ricordava che le prime iniziative dell’Ordine francescano in Francia, Germania e Marocco volte all’evangelizzazione registrarono un fallimento, non per cattiva volontà dei frati, ma perché intraprese forse in fretta sull’onda dell’entusiasmo; a provocarle era stato lo stesso Francesco al di là delle intenzioni. Di certo, a questi non interessavano le visioni palingenetiche della società – vedi la fraternità universale, come dice Gwenolet Jeusset – né tantomeno pensava che costituissero lo scopo del suo movimento mendicante ma «egli voleva mantener fermo il suo proposito di vita, la sequela Christi, l’imitazione del modello evangelico attraverso la penitenza e la povertà» (Cardini, Francesco d’Assisi, cit., p. 183). Certo «dalla visita di Francesco in Oriente […] data il decollo di quel missionarismo francescano che ha mutato radicalmente le prospettive dell’approccio cristiano agli infedeli» (ibidem, p. 184). Invece, si è valutata la sua posizione di fronte alla crociata, affermando che non poteva non essere contro e via dicendo: «Francesco – si è concluso alla fine di questa galleria di sciocchezze – ha dimostrato incontrando il sultano di voler convertire gli infedeli con l’amore, non con la spada» (ibidem, p. 185).
Cardini sosteneva, in effetti, che tali argomenti non meritassero d’essere confutati, tuttavia li affrontava egualmente, esordendo col lamentare «una grossolana ignoranza di quel che significasse la crociata nel contesto spirituale, disciplinare ed ecclesiale del tempo; e di come in quel contesto si situasse la proposta di Francesco» (ibidem): essa era un «pellegrinaggio armato» e non «una guerra missionaria, alla quale ci si potesse ragionevolmente opporre nel nome di un concetto pacifico di missione. In secondo luogo Francesco – che era senza dubbio uomo di pace, e che alle armi aveva rinunziato come ad ogni altra cosa che riguardasse il saeculum, il mondo – non avrebbe comunque mai potuto contestare la crociata per due motivi: uno esterno e disciplinare, che potrebbe sembrar definitivo e mettere a tacere ogni polemica; uno invece intimo, spirituale,connaturato ai tempi e a lui stesso, che potrebbe sfuggire a qualcuno e merita quindi di venir sottolineato» (ibidem, p. 186). La crociata era stata voluta dalla Chiesa di Roma come sforzo corale della cristianità per liberare i luoghi santi. Coloro che predicavano contro la crociata erano innanzitutto gli eretici (ad es. Arnaldo da Brescia e Valdo di Lione: cfr. C. Papini, Valdo di Lione e i “poveri nello spirito”. Il primo secolo del movimento valdese (1170-1270), Torino, ed. Claudiana, 2001, passim), e Francesco «non poteva non distinguersi da loro attraverso un solo ma inequivocabile tipo di scelta: la disciplina nei confronti della Chiesa, l’obbedienza» (F. Cardini, op. ult. cit., p. 186). Per questo, nelle fonti non si trova una sola parola di Francesco contro la crociata, come contro nessun altro. Sebbene tale silenzio non equivalga ad approvazione né, sotto altro verso, a riprovazione. Come afferma lo storico Benjamin Z. Kedar, docente emerito di storia presso l’Università ebraica di Gerusalemme, in un saggio recente, Crociata e missione. L’Europa incontro a l’Islam, Roma 1999 (riedito nel 2015), «nessuna delle fonti attribuisce a Francesco parole che possano essere interpretate come critica delle crociate» (ivi, p. 166).
L’argumentum e silentio, di per sé, dunque, non può essere sostenuto come prova della contrarietà del Santo alle crociate, sebbene – può ipotizzarsi – possa essere rimasto scandalizzato dal comportamento dei crociati, che bestemmiavano ed andavano con prostitute.
Né può trarsi un argomento di contrarietà dalla circostanza che il Santo di Assisi decidesse di varcare le linee nemiche (peraltro non senza il permesso del legato papale e guida religiosa della V crociata, l’intransigente card. Pelagio Galvani d’Albano!), entrando in campo islamico, del tutto disarmato. Ciò era, del resto, perfettamente giustificabile se si considera che egli era stato aggregato al clero fin dalla prim’ora, su ordine del papa e per la mediazione del Cardinale di San Paolo, Giovanni Colonna, tanto da ricevere la tonsura clericale (cfr. Fonti Francescane, nn. 1460, 1461, 1528) e venendo, in seguito, rivestito del diaconato. Non è, anzi, improbabile che, per facilitare il compito della predicazione di Francesco e dei suoi frati nelle chiese, fosse stato lo stesso vescovo di Assisi, o addirittura il Papa, ad averlo ordinato diacono. Scrive infatti il Celano nella sua Vita Prima a proposito del Natale del 1223 di Greccio: «Induitur sanctus Dei leviticis ornamentis, quia levita erat, et voce sonora sanctum Evangelium cantat …» (ibidem, n. 470). Perciò, quando, nel 1219, si recò in Egitto, era già diacono, poiché non portò con sé armi, stante il generale divieto canonico – almeno dal Concilio provinciale di Poitiers del 1079 («clerici arma portantes et usurarii excommunicentur»), in seguito ripreso da altri sinodi e nelle raccolte delle decretali – per i sacri ministri di indossare, salvo particolari eccezioni, armi di sorta. Addirittura, era vietata, per questo motivo, persino la caccia, come stabiliva il can. 15 del Concilio Lateranense IV del 1215! Ecco spiegato il motivo per il quale S. Francesco andò disarmato.
Franco Cardini osservava quindi che «[b]isogna forse avere il coraggio di disincantare la realtà storica di un Francesco troppo spesso ricostruito secondo i gusti e le tendenze morali odierne, e guardare alla concreta realtà storica del XIII secolo» (F. Cardini, Francesco d’Assisi, cit., p. 187). Per l’uomo di quell’epoca e per Francesco, che aveva scelto Cristo a modello di vita, la crociata era anzitutto il pellegrinaggio, la visita ai luoghi del Salvatore, la cui conoscenza e venerazione bisognava portare in Occidente; questo superava le violenze e le infamie in essa perpetrate, perché su queste trionfa la Croce. «E qui subentra il secondo, non sottovalutabile aspetto della questione. Francesco vedeva nella crociata anzitutto l’occasione del martirio; e nel martirio la forma più alta e più pura della testimonianza cristiana. Dire che l’ha cercato equivale a non valutare correttamente il peso che, nella sua vocazione, aveva l’umiltà. Certo però egli si è posto, anche in questo, a disposizione della Provvidenza» (ibidem, p. 188).
Nella regola del 1221 (la c.d. Regula non bullata) il Poverello riassumeva, come è noto, l’esperienza del viaggio in Oriente, invitando i frati ad andare tra gli infedeli (De euntibus inter saracenos et alios infideles) in due modi: il primo, senza liti né dispute, ma sottomettendosi e confessando d’essere cristiani; l’altro modo era di valutare i segni del Signore circa il momento opportuno per annunziare il suo vangelo ai «saraceni o altri infedeli», battezzarli e farli cristiani «perché chiunque non sarà rinato per acqua e Spirito Santo non potrà entrare nel regno dei cieli» (ibidem) («Fratres vero, qui vadunt, duobus modis inter eos possunt spiritualiter conversari. Unus modus est, quod non faciant lites neque contentiones, sed sint subditi omni humanae creaturae propter Deum (1 Petr 2,13) et confiteantur se esse christianos. Alius modus est, quod, cum viderint placere Domino, annuntient verbum Dei, ut credant Deum omnipotentem Patrem et Filium et Spiritum Sanctum, creatorem omnium, redemptorem et salvatorem Filium, et ut baptizentur et efficiantur christiani, quia quis renatus non fuerit ex aqua et Spiritu Sancto, non potest intrare in regnum Dei»). Le due modalità non erano contrapposte: anche la prima, per la verità, serviva a scrutare il momento per costruire la Chiesa, senza della quale non sarebbe possibile «la costruzione di un nuovo mondo, un programma di fraternità universale», tanto auspicata da p. Jeusset (San Francesco in Terra Santa, cit., p. 39). Senza la Chiesa non c’è salvezza (cfr. Catechismo della Chiesa cattolica, n. 846), perciò l’Assisiate avvertiva come suo imprescindibile compito l’evangelizzazione di tutti gli uomini. Altrimenti perché mai Cristo sarebbe venuto al mondo e l’avrebbe fondata?
Dimenticarlo, significa credere che l’uomo si salvi comunque ed a prescindere da Cristo, perché, come pensava Rousseau, esso sarebbe naturalmente buono.
Francesco andò dal sultano nella consapevolezza di tutto ciò.
Ora, contrapporre i protomartiri del Marocco (canonizzati dal Pontefice Sisto IV il 7 agosto 1481, con la bolla Cum alias, e riconosciuti dallo stesso S. Francesco come suoi veri Frati e da S. Antonio da Padova come suoi modelli ispiratori) e la «Chiesa delle crociate», come fa p. Jeusset, al comportamento del Santo a Damietta, significa assumere un atteggiamento ideologico, come si evince dalla seguente affermazione: «Serviranno più di settecento anni allo Spirito Santo […] per farci capire che l’incontro vissuto da Francesco d’Assisi era importante tanto quanto il martirio in generale, ed era il contrappunto del martirio di Marrakesh» e dalla conclusione chiastica che «Damietta è l’incontro senza martirio; Marrakesh è il martirio senza incontro. Damietta è l’incontro tra due credenti; Marrakesh è lo scontro di due sistemi e di due mentalità opposte, Marrakesh è il vicolo cieco. Damietta al contrario è la strada che apre nuovi orizzonti» (Gwenolé Jeusset, op. ult. cit., p. 32).
In realtà, è il rapporto di Francesco con i musulmani, impostato sull’umiltà d’essere “minore”, a suscitare ammirazione in Oriente. Non a caso Dante lo descrive umile «alla presenza del soldan superbo» (Par. XI, 101). È proprio l’umiltà ad essere “pericolosa”: il sultano era – secondo l’Historia Occidentalis di Jacques de Vitry, vescovo di S. Giovanni d’Acri e cardinale - «preso dal timore che qualcuno dei suoi si lasciasse convertire al Signore dall’efficacia delle sue parole» (Cardini, op. ult. cit., p. 193) («[…] Tandem vero, metuens ne aliqui de exercitu suo, verborum eius efficacia ad Dominum conversi, ad christianorum exercitum pertransirent […]»). Ipotizzando che Francesco avesse profittato della tregua sotto l’assediata Damietta per cercare d’incontrare il sultano, si può dedurre – facendo la media delle cronache di Giacomo, di Ernoul, di Tommaso da Celano e di Bonaventura – che l’avesse fatto, secondo Cardini, perché «voleva solo testimoniare: non era sua intenzione convertire nessuno» (op. cit., p. 199). A lui stava a cuore solo Cristo, non i valori, come si dice oggi, fosse pure la pace.
A nostro sommesso avviso, comunque, non poteva dirsi estranea al Poverello l’annuncio della fede tra gli infedeli e la ricerca, se necessario, della corona del martirio: «per la sete del martiro», diceva Dante (Par. XI, 100)!
Al contrario, l’idea-madre di P. Gwenolé Jeusset è la fraternità universale: «Francesco voleva andare tra i musulmani per dir loro che Gesù, sulla croce, ci aveva resi fratelli» (op. cit., p. 28; cfr. anche ibidem, p. 34). Può esser vero se si aggiunge a questa verità l’altra: bisogna riconoscere la Croce e chi vi è stato crocifisso, per tirarne come conseguenza la fraternità. È noto, invece, che proprio ciò scandalizza i musulmani, i quali ritengono fratelli solo i correligionari, mentre tutti gli altri sono sottomessi o infedeli.
Per riconoscere la fraternità, bisogna convertirsi alla paternità di Dio, ma questo solo Gesù l’ha rivelato: perciò ci si deve convertire a Lui. Forse che Cristo non voleva la fraternità universale? Proprio per questo ha fondato la Chiesa! Oggi, piuttosto, ci si imbatte persino in chi, ecclesiastico, vorrebbe raggiungere tale risultato a prescindere non solo dalla conversione, ma anche dalla stessa Chiesa. I muri che dividono, sono già caduti col sangue di Cristo, ma lo possono riconoscere solo coloro che si convertono a Lui. La fraternità non ha frontiere sulla terra solo se ci si converte a Cristo, come affermava, d’altronde, anche S. Paolo, il quale esclamava non a caso nell’Epistola ai Galati: «Tutti voi infatti siete figli di Dio mediante la fede in Cristo Gesù, poiché quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù. Se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa» (Gal. 3, 26-29). Ed ancora nell’Epistola agli Efesini: «Ora invece, in Cristo Gesù, voi che un tempo eravate i lontani siete diventati i vicini grazie al sangue di Cristo. Egli infatti è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l’inimicizia» (Ef. 2, 13-14).
Solo in Cristo, riconoscendoLo, vi può essere la fraternità universale.
Diversamente, si coltiva un’utopia: quella che porta, il p. Jeusset a vedere in Damietta addirittura «una svolta dell’evangelizzazione» (op. cit., p. 36), il passaggio dalla mentalità della conquista alla mentalità dell’incontro (ibidem, p. 37), dallo spirito delle crociate allo spirito della fraternità, al punto da avanzare la certezza che «[s]e Francesco non conseguì il martirio a Damietta, ricevette però la grazia di un incontro spirituale al di là dei paraocchi della Chiesa delle crociate» (ibidem, p. 37). Jeusset approda alla visione di un Santo che «abbandona il suo io ecclesiale. Esce dal “ghetto” cristiano e raggiunge il lebbroso spirituale, cioè il musulmano, andando ben oltre, al di là del mare …» (ibidem, p. 41). Egli giunge persino ad affermare che il Poverello «non era andato a liberare una tomba vuota a Gerusalemme, ma aveva scoperto che Gesù, uscito vivo dalla tomba, era presente col suo Spirito in coloro che lui, il pellegrino Francesco, incontrava sull’altra sponda» (ibidem, p. 38). Si può essere sicuri che costoro siano i musulmani! Ma…non ha detto Gesù che i veri adoratori avrebbero adorato il Padre in spirito e verità (cfr. Gv. 4, 24)? Siccome per arrivare al Padre bisogna passare per mezzo di Lui, per caso i musulmani sono già tali? Dunque, non travisiamo la storia e tanto meno la fede cattolica.
Frattanto, la summenzionata rivista, come detto all’inizio, è tornata sul tema di san Francesco e il Sultano, in occasione dell’VIII centenario del fatto avvenuto il 24 giugno 1219, pubblicando in copertina e all’interno le foto di nuove icone ad hoc, che canonizzano quest’ultimo con il nimbo dell’aureola e lo immaginano, fantascientificamente quanto storicamente inattendibile, abbracciato dal Santo d’Assisi!
Due chiose finali ci siano permesse.
La prima, se è questa l’idea di fondo oggi imperante nel mondo francescano, si abbia almeno la coerenza logica e l’onestà intellettuale di “de-canonizzare” e “de-beatificare” i Santi francescani che, in un modo o nell’altro, hanno rappresentato, in contrario, ciò che oggi viene contestato, giacché la loro testimonianza stride in maniera sin troppo evidente con quanto oggi viene ideologicamente proposto.
La seconda – come ci ricorda anche un recente articolo de La Verità (Fabrizio Cannone, San Francesco non costruì dei ponti. Convertì gli islamici, in La Verità, 20.6.2019, p. 19) è un ammonimento del Pontefice Pio XI, nel 1926, nell’enciclica Rite Expiatis, nel VII Centenario della morte di S. Francesco. Papa Ratti, scagliandosi contro i primi adulatori e contraffattori della vita del Santo, osservava: «Non cessiamo perciò dal meravigliarci come una tale ammirazione per San Francesco, così dimezzato e anzi contraffatto, possa giovare ai suoi moderni amatori, i quali agognano alle ricchezze e alle delizie, o azzimati e profumati frequentano le piazze, le danze e gli spettacoli o si avvolgono nel fango delle voluttà, o ignorano o rigettano le leggi di Cristo e della Chiesa». Citando le parole del Breviario romano, quindi, ammoniva: «A chi piace il merito del Santo, deve altresì piacere l’ossequio e il culto a Dio. Perciò, imiti quel che loda, o non lodi quella che non vuole imitare. Chi ammira i meriti dei Santi, deve egli stesso segnalarsi nella santità della vita» (§ 11).