Sante Messe in rito antico in Puglia

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sabato 15 febbraio 2025

Inizio del periodo penitenziale di Settuagesima

Con la Domenica di Settuagesima si depone il cantico del Signore dell'Alleluja (nonché del Gloria e dell'Ite Missa est), che sarà ripreso durante la solenne Veglia Pasquale.
In alcune realtà tradizionali, questa deposizione si compie anche dal punto di vista non solo liturgico, ma anche reale, con il rito di sepoltura dell'Alleluja. Di questo ne avevamo parlato negli anni passati (v. qui).








Monastere Saint Benoit, Brignoles. Immagini tratte da Facebook

Alla deposizione dell'Alleluja si accompagna l'introduzione del Tratto e del motto Laus tibi, Domine.

TEMPO DI SETTUAGESIMA

Esposizione dogmatica

Dopo l'entusiastica accoglienza riservata a Cristo a causa della "gloria divina che risplende sul suo volto", la Chiesa ci introduce improvvisamente nelle oscure profondità della caduta dell'uomo. Ora torna a leggere, come nel ciclo del Natale, l'Antico Testamento, per mostrarci tutte le grandi figure che hanno preannunciato l'opera redentrice di Cristo e la cui storia, che prefigura quella di Gesù, è particolarmente adatta a prepararci alla grande festa di Pasqua, in cui celebriamo il suo trionfo.

"Interrogate le Scritture", diceva il nostro Signore, "e vedrete come parlano di Me". Lex grávida Christo, l’Antica Legge è impregnata della preoccupazione per il Messia, perché tutto nel popolo di Dio lo precedeva e lo annunciava. Così, l'Antico Testamento è come un Vangelo anticipato, che illumina con straordinaria chiarezza la storia del Salvatore. Per questo motivo, la Chiesa ama stabilire un continuo parallelismo tra le prime e le ultime pagine della Bibbia. Questo parallelo si estende lungo tutto il periodo di Settuagesima e persino nella Quaresima, e lo ritroviamo chiaramente anche nel Tempo di Pentecoste.

Il quadro seguente, spiegato in dettaglio nelle domeniche successive, ci permetterà di comprendere pienamente quanto detto e ci indicherà come studiare la Settuagesima e la Quaresima per coglierne tutto il significato.

Gesù ripara gli errori commessi da Adamo. Egli è per la Chiesa il vero Noè, cioè il fondatore di un nuovo popolo; è a maggior ragione, rispetto allo stesso Abramo, "il capo del popolo eletto di Dio". È superiore anche a Giacobbe, "il protetto e il benedetto di Dio", migliore di Giuseppe, che rese il bene per il male, e più grande di Mosè, che liberò il suo popolo dalla schiavitù del peccato e lo nutrì con il vero Pane disceso dal cielo. Fondere insieme le storie del popolo di Dio, di Gesù e della Chiesa significa entrare nella mentalità che ha guidato la composizione del Messale Romano, il cui scopo è far partecipare la Chiesa al mistero pasquale, un mistero già annunciato da Israele e poi pienamente realizzato da Gesù Cristo.

Durante il tempo di Settuagesima, la Chiesa si sofferma in particolare sulla considerazione di tre figure che abbiamo appena menzionato. Vediamo la caduta di Adamo (peccato originale) e le tragiche conseguenze della sua colpa (Domenica di Settuagesima). Vediamo anche fino a che punto è giunta la malvagità degli uomini (peccati attuali) e come sia stata punita con un diluvio d'acqua (Domenica di Sessagesima). Infine, contempliamo il sacrificio di Abramo e quello di Melchisedek (Domenica di Quinquagesima), prefigurazione del sacrificio che Dio ha richiesto al proprio Figlio per espiare, con esso, i peccati di tutto il genere umano.

L'affermazione del dogma del peccato originale e il quadro delle sue funeste conseguenze fanno risaltare in Gesù il suo glorioso titolo di Salvatore.

Il Vangelo degli operai della vigna ci ricorda che la Redenzione abbraccia tutti i tempi (Domenica di Settuagesima); il Vangelo del Seminatore, che essa raggiunge tutte le anime (Domenica di Sessagesima); e la guarigione del cieco di Gerico, che segue l'annuncio della Passione, ci mostra i benefici effetti che produce in noi (Domenica di Quinquagesima).

A loro volta, le Epistole di San Paolo, lette in queste tre Domeniche, ci ricordano che la Chiesa deve compiere in questo tempo l'opera del Salvatore, entrando con generosità nell'ascesi purificatrice della penitenza.

Dal profilo Facebook Una Voce di Puebla

sabato 16 marzo 2024

La velazione (o velatura) delle croci e delle immagini nel Tempo di Passione

Con i primi Vespri della Domenica di questa sera inizia il periodo più intenso della Quaresima che è il c.d. Tempo di Passione, nel quale si velano le immagini sacre delle chiese. Un uso che continua a sopravvivere pur nell'odierna temperie teologica e liturgica.



Rilanciamo un contributo sul punto dello studioso Francesco Tolloi, pubblicato nel 2022 sulla rivista diocesana di Trieste:

Liturgia: L'uso tradizionale di coprire statue, pitture e crocifissi in Quaresima

La velatura delle croci e delle immagini

di Francesco Tolloi

La storia plurisecolare di un uso diversamente attestato nelle diverse Chiese particolari dal VII secolo in Gallia al Messale post-conciliare di San Paolo VI passando per la riforma tridentina e post-tridentina della liturgia romana

«Usus cooperiendi cruces et immagines per ecclesiam ab hac dominica [V di Quaresima, n.d.a.] servari potest, de iudicio Conferentiae Episcoporum»(1). Il Messale, con tale rubrica permissiva, attesta un uso che, pur limitatamente ad alcuni luoghi, si è conservato e che per secoli fu di diffusione generale. Ma da dove e quando si diffuse tale usanza? Quali sono i suoi significati? Non è facile rispondere con certezza: le testimonianze, specie quelle più antiche, sono frammentarie ed anzi attestano una scarsa uniformità della prassi, tuttavia, i dati disponibili, consentono perlomeno di intuire dei percorsi di ricerca e, talvolta, di formulare prudentemente delle ipotesi, spesso ponendo nuovi quesiti. Il Messale che promulgò nel 1570 papa San Pio V secondo le indicazioni del Concilio di Trento, non menziona la prassi, per contro, trent’anni dopo l’editio princeps del Caeremoniale episcoporum, promulgata da Clemente VIII, ne fa esplicito riferimento(2). Questo stato di cose potrebbe suggerire l’ipotesi che nella prima epoca post tridentina si tentò di uniformizzare il costume della velatura, che si era mantenuto fino ad allora differenziato sia sotto il profilo geografico che temporale. La Francia, notoriamente refrattaria nell’accoglimento dei dettami tridentini, mantenne – nella lussureggiante galassia dei riti neogallicani (meglio sarebbe definirli usi propri diocesani) – una marcata differenziazione, destinata a perdurare fino alla seconda metà del XIX secolo, per questo ordine di motivi la sua osservazione è particolarmente utile ed interessante. A darcene autorevole testimonianza è Jean-Baptiste Le Brun des Marette, che a principio del Settecento viaggiò attraversò il regno di Francia annotando, con accurata meticolosità e dovizie di dettagli, gli usi liturgici esistenti nel territorio sia nelle diocesi che tra Ordini e congregazioni di religiosi, registrando, anche in questa fattispecie, consuetudini diversificate(3). Il Le Brun attesta in molte chiese francesi una copresenza di velature – che poi vedremo testimoniate anche al di fuori della Francia – di diverso tipo: delle tende vengono tirate per separare l’altare dal coro, oppure per separare del tutto la navata, altre volte sussistono entrambe, il più delle volte convivono con i veli che coprono le immagini e le croci. Diverso è anche il momento in cui queste coperture vengono poste: spesso ciò avviene appena alla conclusione dell’Ufficio della I domenica di Quaresima (dopo Compieta) venendo a marcare l’inizio del tempo quaresimale e con esso del digiuno che lo caratterizza. Un tanto deporrebbe circa la vetustà della prassi, in considerazione del fatto che la Quaresima, anticamente, si faceva iniziare in tale giorno (come avviene ancora presso gli orientali col lunedì puro) mentre solo più tardi, per far coincidere al numero di quaranta le giornate effettivamente destinate al digiuno, si aggiunsero i giorni che vanno dal mercoledì delle ceneri alla Feria II (lunedì) dopo la I domenica di Quaresima(4). La velatura di immagini e croci, di cui fa riferimento il Messale, potrebbe essere un lacerto, in qualche modo cristallizzato, di queste particolari coperture realizzate, in epoca più remota come segno esteriore della Quaresima? E se così fosse l’uso V domenica di Quaresima potrebbe essere un momento più ritardato o un punto di arrivo raggiunto nel tempo cui, infine, si è data una struttura normativa? Si tratta di quesiti che, innanzi alle testimonianze qui brevemente accennate, sorgono spontanei. Circa l’antichità il Braun opina che l’uso si diffuse proprio in Gallia già nel VII secolo, nella penisola italiana si attesta intorno al Mille (Consuetudines dell’abbazia di Farfa, di matrice cluniacense), per divenire di uso generalizzato nel basso Medioevo(5).

Il celebre canonista Guglielmo Durando, Vescovo di Mende, ci tramanda che nel XIII secolo, epoca in cui visse, alla I domenica di Quaresima si coprono le croci e si tira il velo innanzi all’altare e riferisce che ciò in alcune chiese si compie la domenica di Passione (V di Quaresima)(6). L’Autore ravvisa dunque un legame tra le due azioni, così come parrebbe ritenerlo, sostanzialmente, anche il Martène sostenendo che, quanto si praticava alla sua epoca (tra XVII e XVIII secolo) la domenica di Passione, era un tempo d’uso generale compierlo la I domenica di Quaresima (dopo la Compieta della stessa, o dopo la celebrazione di Prima del lunedì immediatamente successivo)(7). Privare il fedele dalla vista delle cose sacre o persino dell’altare e dunque dell’azione sacra mediante la velatura si percepiva come segno esteriore di mestizia. Il citato Durando, estremamente significativo e rappresentativo di una modalità di interpretazione basata su suggestioni allegoriche che permea la speculazione dell’Età di mezzo, suggerisce che, mediante questo segno esteriore, il cristiano rivive una condizione di conoscenza imperfetta, dunque velata, al pari di quella degli uomini dell’antico testamento. Qualora la velatura sia limitata alle ultime due settimane prima di Pasqua, l’accento sarebbe posto sul nascondimento della natura divina: nella domenica di Passione, infatti, veniva proclamato il Vangelo di San Giovanni (8, 46-59) in cui i giudei vogliono lapidare Gesù, dopo un concitato e teso scambio verbale, tanto che egli si vede costretto ad uscire per nascondersi: Jesus autem abscóndit se, et exívit de templo(8). Ben diversa e non molto convincente, in questa circostanza, la spiegazione che dà Claude De Vert: l’Autore, celebre per ricondurre i gesti di culto e costumi liturgici a necessità materiali e concrete, ritiene che l’usanza possa derivare dall’uso arcaico di collocare la croce solo al momento della celebrazione ed anzi ritiene che essa, originariamente non veniva collocata affatto, come poté leggere e vedere in alcuni luoghi (ancora una volta nell’ambito degli usi neogallicani).

La croce sarebbe stata poi portata dal diacono o dallo stesso celebrante all’altare (es. a Reims) per rimanervi il tempo necessario: quando la comodità indusse a lasciarla sul posto, si prese l’abitudine di velarla, uso che sarebbe rimasto in questo specifico tempo(9). Mario Righetti, perito del Concilio Vaticano II, ritiene verosimile che la velatura di croci ed immagini la domenica di Passione sia una semplificazione tardiva delle velature quaresimali, in particolare opina poter derivare dall’hungertuch (letteralmente telo della fame) attestato inizialmente in area germanica a significare il tempo di digiuno(10). Particolarmente suggestiva ed articolata è l’ipotesi di Thurston: per l’Autore l’origine della velatura di croci ed immagini è riconducibile proprio ai teli che, anticamente, dal principio quaresima, celavano la sancta sanctorum. L’usanza andrebbe ricercata nell’allentamento e successivo abbandono della prassi canonica della pubblica penitenza. I penitenti, in capite quadragesimae, venivano allontanati dal tempio per poi essere riammessi e riconciliati il giovedì santo. Essi sarebbero stati dunque privati della vista delle cose sacre: mediante la velatura si produrrebbe una finzione giuridica che porterebbe tutti i fedeli, in un certo qual modo, alla condizione dei penitenti pubblici(11).

Note:

1. Cfr. Rubr. in Dom. V in Quadragesima, in Missale romanum, editio typica tertia, Città del Vaticano, Typis Vaticanis, 2002, pag. 255.

2. Cfr. Caeremoniale episcoporum, Romae, Typographia linguarum externarum, 1600, editio princeps, ristampa anastatica a cura di A. M. Triacca e M. Sodi, Città del Vaticano, LEV, 2000, Lib. II, cap. XX, pagg. 217 e s. (225 e s.).

3. S. De Moleon, Voyages liturgiques de France, Paris, Delaulne, 1718, passim. (De Moleon è lo pseudonimo del Le Brun des Marette).

4. In tal senso appare significativa l’Orazione secreta della I domenica di Quaresima del Messale c.d. tridentino che fa esplicito esordio del tempo quaresimale e con esso delle austerità, segno di conservazione di un elemento arcaico, di matrice gregoriana, a fronte delle modificazioni intervenute successivamente (cfr. Sacramentario Gregoriano. Testo latino-italiano e commento, a cura di M. Sodi e O.A. Bologna, Roma, Edizioni Santa Croce, 2021, pag. 63 al 223).

5. Cfr. G. Braun, I paramenti sacri. Loro uso storia e simbolismo, trad. it. G. Alliod, Torino, Marietti, 1914, pag. 209 e segg. Per l’Autore l’uso di velare il crocifisso va ricercato nel fatto che sino al XII secolo Cristo veniva rappresentato trionfante sulla croce, volendo sottolineare i contenuti della passione salvifica lo si sottraeva dalla vista coprendolo (idem, pag. 211).

6. Cfr. G. Durando, Rationale Divinorum Officiorum, Ludguni, Ravillii, 1612, lib. VI al 32, par. 12, pag. 303. L’uso della velatura già la I domenica di Quaresima lo si riscontra anche nel rito ambrosiano, qui però vengono velate le sole immagini e non i crocifissi (Cfr. V. Maraschi, Le particolarità del rito ambrosiano, Milano, Propaganda Libraria, 1938, pag. 81).

7. Cfr. E. Martene, De antiquis Ecclesiae Ritibus, Antverpiae, de la Bry, 1737, tomus tertius, pag. 186.

8. Cfr. G. Durando, Rationale Divinorum Officiorum, op. cit., lib. I, al III, par. 35, pag. 17. Proprio al Vangelo di tale domenica è legato l’uso della cappella papale attestato dal Cerimoniale apostolico. Dal testo si apprende che la velatura della croce avviene in questa domenica ed in particolare le immagini sono coperte con un velo, issato con delle carrucole attraverso cui passando le corde, per mezzo di alcuni chierici della cappella nel momento in cui termina la proclamazione del Vangelo; cfr. A. Patrizi Piccolomini, Sacrarum Cerimoniarum, Sive Rituum Ecclesiasticorum Sanctae Romanae Ecclesiae, Coloniae Agrippinae, 1572, liber secundus, fol. 224 r.

9. Cfr. C. De Vert, Explication simple, litterale et historique des Cérémonies de l’Eglise, Paris, Delaulne, 1713, Tome quatrieme, pagg. 30 e ss.

10. Cfr. M. Righetti, Manuale di storia liturgica, Milano, Ancora, 1969, Volume II, pag. 175 e s. Sull’hungertuch, la sua diffusione e sopravvivenza, si veda ancora: G. Braun, I paramenti sacri, op. cit., pag. 211.

11. Cfr. H. Thurston, Lent and Holy Week, London, Longmans Green, 1914, pag. 99 e ss. Il rito dell’espulsione e riconciliazione dei pubblici penitenti trovava posto nel Pontificale romanum fino agli anni Sessanta del Novecento (cfr. Pontificale romanum, Taurini, Marietti, 1941, V, pagg. 300 e ss. Per l’approfondimento di questi riti si rinvia a: J. Catalano, Pontificale romanum in tres partes distributum, Parisiis, Méquignon, Leroux et Jouby, 1852, Tomus III, pagg. 8 e ss.

Fonte: Rivista diocesana di Trieste, Il Domenicale di San Giusto, 3.4.2022, pp. 8-9.


venerdì 7 aprile 2023

Immagini per meditare nel Venerdì Santo

Antoon van Welie, I tre fedeli (Vergine Maria, S. Giovanni e S. Maria Maddalena), con Cristo portacroce sullo sfondo, 1933-38, collezione privata





Giovanni Gasparro, Redentore e Corredentrice, 2022, collezione privata, Reggio Emilia

domenica 26 febbraio 2023

I luoghi delle tentazioni di Gesù


Grotta delle Tentazioni, associata alla prima tentazione, Monte della Quarantena (o delle Tentazioni) Jebel (o Jabal) Quruntul

Ciò che rimane del pinnacolo del Tempio, Gerusalemme. Il diavolo dalla sommità invitò Gesù a gettarsi di sotto


Sperone di roccia associato alla terza tentazione e su cui sarebbe stato assiso Gesù, Monte della Quarantena (o delle Tentazioni).
Probabilmente il diavolo, da questo sperone roccioso, nel mostrare i regni della terra, avrà semplicemente indicato la florida città di Gerico, che sorgeva sotto il monte con la rigogliosa zona della valle del fiume Giordano


domenica 5 febbraio 2023

Soppressione dell'Alleluia

Il calendario sta per commemorare i dolori di Cristo e le gioie della Risurrezione. Nove settimane ci separano da queste grandi solennità. È tempo che il cristiano disponga la sua anima alla nuova visita del Signore, che sarà più santa e decisiva di quella che si degna di farci con la sua Natività.

Intanto la santa Chiesa sente il bisogno di scuoterci dal nostro assopimento e vuole dare ai nostri cuori un potente impulso alle cose celesti. Perciò sopprime l'Alleluia, il canto celeste che ci associava ai cori degli Angeli. Siamo degli uomini fragili, peccatori sempre rivolti alla terra: come abbiamo potuto con la nostra bocca pronunciare quella parola di cielo? Fu l'Emmanuele, il divino conciliatore fra Dio e gli uomini, che ce la portò da lassù fra le gioie della sua nascita; e noi osammo ripeterla. La ripeteremo ancora con rinnovato entusiasmo fra le allegrezze della sua Risurrezione; ma per cantarla degnamente dobbiamo aspirare al soggiorno donde essa discese la prima volta. Alleluia non è una parola vuota di significato, o una profana melodia: è il ricordo della patria nell'esilio e lo slancio verso il ritorno.


Significato della parola Alleluia.


La parola significa Lodate Iddio. Ma il suo accento è tale, che la Chiesa, per non potersi sottrarre al compito di lodare il Signore per ben nove settimane, la sostituirà con un'altra espressione: Laus tibi Domine, Rex aeternae gloriae! Lode a Te, Re dell'eterna gloria! Ma questa è una lode che nasce dalla terra, mentre l'altra discese dal cielo.

"La parola Alleluia, dice il pio Ruperto, è una goccia di quella gioia suprema di cui trasalì la Gerusalemme celeste. I Patriarchi e i Profeti la custodirono in fondo al cuore, finché non la emise lo Spirito Santo con maggiore pienezza sulle labbra degli Apostoli. Significa l'eterno festino degli Angeli e delle anime beate che lodano Dio, contemplano senza fine la sua faccia e cantano senza mai stancarsi le sempre nuove infinite meraviglie. La nostra limitatezza di viatori non arriva a gustare tale festino; solo possiamo partecipare alle gioie dell'attesa e sentirne la fame e la sete. Forse per questo la misteriosa parola Alleluia non fu mai tradotta dall'originale ebraico, quasi a significare, nell'insufficienza di riprodurla, ch'è un'allegrezza molto estranea alla nostra vita presente" (Des divins offices L. I, c. 35).


Austerità della Settuagesima.


Durante i giorni che dobbiamo sentire l'asprezza dell'esilio, se non vogliamo essere abbandonati come disertori in seno a Babilonia, è necessario essere premuniti contro gli allettamenti del pericoloso soggiorno nella terra della cattività. Ecco perché la Chiesa, preoccupata delle illusioni e pericoli che corriamo, ci viene incontro con un provvedimento così solenne. Togliendoci il grido della gioia, ci esorta a purificare le nostre labbra; se vogliamo un giorno tornare a ripetere la parola degli Angeli e dei Santi, dobbiamo purificare col pentimento i nostri cuori, contaminati dal peccato e dall'affetto ai beni terreni. Quindi svolge sotto ai nostri occhi il triste spettacolo della caduta originale, da cui scaturirono tutte le disgrazie, e ci fa rilevare la necessità d'una redenzione. Piange per noi e vuole che anche noi piangiamo insieme a lei.

Accettiamo dunque la legge che ci viene imposta. Sospese per breve tempo le sante gioie, comprendiamo ch'è ora di smetterla con le frivolezze del mondo. Soprattutto liberiamoci dal peccato, che ha regnato tanto tempo in noi. Cristo s'avvicina con la sua Croce e viene a riparare ogni nostro danno col frutto sovrabbondante del suo Sacrificio. Non permetteremo, no, che il suo sangue, a guisa di rugiada mattutina che piove sulla calda sabbia del deserto, cada invano sulle nostre anime. Confessiamo umilmente la nostra condizione di peccatori, e come il pubblicano del Vangelo che non osava alzar lo sguardo, riconosciamo che è giusto, almeno per poche settimane, non accennare a quei canti che furono troppo familiari alla nostra lingua di peccato, né presumere eccessivamente di quella fiducia che molte volte distrusse in noi il santo timor di Dio.

Purtroppo, la negligenza delle norme liturgiche è l'indice manifesto dell'affievolimento nella fede, in una cristianità. Eppure ce n'è tanta intorno a noi, che anche molti dei cristiani abituati a frequentare la chiesa ed i Sacramenti, si accorgono ben poco e con molta indifferenza della sospensione dell'Alleluia. A stento parecchi di loro vi prestano una leggera attenzione, imbevuti come sono d'una pietà affatto privata, e forse estranea al pensiero della Chiesa. Se cadranno queste righe sotto ai loro occhi, ci auguriamo che servano a farli riflettere sulla sovrana autorità e saggezza della Chiesa, Madre comune, la quale effettivamente considera la sospensione dell'Alleluia come uno dei fatti più gravi e solenni dell'Anno Liturgico.

A tale proposito presentiamo due belle Antifone, che pare siano di origine romana, e che noi attingiamo nell'antifonario di san Cornelio di Compiègne, pubblicato da Dom Dionigi di S. Marta:


Ant.
- Il buon Angelo del Signore t'accompagni, Alleluia.

E ti faccia fare un prospero viaggio, affinché ritorni con noi nella gioia, Alleluia, Alleluia.


Ant.
- Alleluia. Resta con noi anche oggi; domani partirai, Alleluia.

Quando si farà giorno ti metterai in cammino, Alleluia, Alleluia, Alleluia.


Le Chiese di Francia, nel XIII secolo e oltre, ai Vespri del sabato di Settuagesima cantavano quest'Inno commovente, conservato in un manoscritto del X secolo:

INNO

Alleluia è un canto di dolcezza, una voce d'eterna gioia.

Alleluia è il canto melodioso che i celesti cori non cessano di far risuonare nella casa di Dio.

Alleluia! celeste Gerusalemme, madre beata, patria alla quale abbiamo diritto di cittadinanza.

Alleluia! è il grido dei tuoi abitatori fortunati; ma noi esiliati sulle rive dei fiumi di Babilonia, non abbiamo altro che lacrime.

Alleluia! non siamo sempre degni di cantarlo. Alleluia! i nostri peccati ci obbligano a sospenderlo, perché è l'ora di piangere le nostre colpe.

Accogliete dunque, o Beata Trinità, questo canto per il quale vi supplichiamo di farci assistere un giorno alla Pasqua celeste, dove a gloria vostra, in seno alla felicità, canteremo l'eterno Alleluia. Amen.

Nell'attuale Liturgia l'addio all'Alleluia che fa la Chiesa è più semplice, e consiste nel farci ripetere quattro volte la misteriosa parola alla fine dei Vespri del Sabato:

Benediciamo il Signore, Alleluia, Alleluia.

Rendiamo grazie a Dio, Alleluia, Alleluia.

D'ora in poi, a partire dalla seguente Compieta, non sarà più udito quel canto celeste fino a quando esploderà sulla terra il grido della Risurrezione.

Fonte: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 424-426.



I monaci di Norcia seppelliscono l'Alleluia prima della Settuagesima del 2023.
Fonte Facebook

Il Tempo di Settuagesima

Le tre domeniche precedenti la Quaresima sono la Settuagesima, la Sessagesima e la Quinquagesima e formano il tempo liturgico di tre settimane della Settuagesima. È come un prolungamento o preparazione della Quaresima, poiché ne assume quasi tutti i caratteri: il colore viola dei paramenti, la soppressione del Gloria, dell'Ite Missa est e dell'Alleluja e l'introduzione del Tratto e del motto Laus tibi, Domine. La Chiesa Romana, adottando questo tempo, che veniva dall'oriente, non impose mai l'obbligo del digiuno. La Settuagesima con le sue 7 settimane starebbe a significare i 70 anni di schiavitù che precedettero la liberazione dall'Egitto per gli ebrei e per i cristiani il lungo periodo di schiavitù che precedé il riscatto prima della Redenzione operata da Cristo nella Pasqua. Gli estremi della Settuagesima vanno dal 18 gennaio al 22 febbraio e vengono chiamati chiavi dell'Alleluja.

domenica 28 marzo 2021

Egeria e la festa dei rami di ulivo

Con la Domenica delle Palme, inizia la Settimana Santa, la “Grande Settimana” come veniva chiamata sin dal IV sec.

Per entrare in sintonia con i misteri che mediteremo in questo periodo, rilanciamo questo contributo storico sulla testimonianza storica della pellegrina Egeria intorno alla commemorazione dell'ingresso trionfale di Gesù nella Città Santa, Gerusalemme, celebrata nell’odierna domenica.

Una testimonianza su come si celebrava la Domenica delle palme a Gerusalemme

Egeria e la festa dei rami di ulivo

di Fabrizio Bisconti



La nobildonna Egeria, o Silvia, o Eteria, probabilmente originaria della Galizia, ci ha lasciato uno dei più dettagliati e preziosi Diari di viaggio in Terra Santa, riferibile al 381-384 d.C. Il suo celebre Itinerarium o Peregrinatio ad loca sanc-ta si propone come una sorta di lettera indirizzata alle consorelle per raccontare, in maniera puntuale e suggestiva, il percorso e le tappe salienti del suo viaggio, che interessò l’Egitto e la Palestina, la Mesopotamia e Costantinopoli.

L’opera è conservata per circa un terzo ed è stata tramandata da un unico manoscritto dell’undicesimo secolo, redatto nell’Abbazia di Montecassino e rinvenuto ad Arezzo nel 1884 da Gian Francesco Gamurrini, che lo pubblicò nel 1887.

Il nome dell’autrice — come si diceva — è incerto e, a seconda delle versioni del testo, viene definita Aetheria o Egeria, ma alcuni indizi sull’identità della nobildonna vengono dal monaco Valerio, che, nel settimo secolo scrisse una lettera, che (insieme ad altri testi) completa il manoscritto aretino.

Da tutti questi elementi, che lasciano indefinito il ruolo della donna, sicuramente di altissimo rango, di elevato potenziale economico e di grande cultura, tanto da potersi permettere un viaggio lungo e costoso, ma difficilmente compatibile con una monaca, si evince che la «eccezionale pellegrina» si trattiene per più di tre anni a Gerusalemme, tanto da venire a conoscenza di tutte le celebrazioni della Settimana santa nella città santa, con le relative manifestazioni liturgiche.

La pellegrina spagnola ricorda — tra l’altro — la festosa celebrazione della Domenica delle palme: «La domenica in cui si entra nella settimana pasquale […] tutto il popolo sale sul monte degli olivi […] e quando arriva l’ora undicesima (cioè le cinque del pomeriggio) si legge quel passo del vangelo, dove i fanciulli vanno incontro al Signore con rami di olivo o palme […]. Allora il vescovo si alza in piedi e con lui tutto il popolo. Di là, ossia dalla sommità del monte degli olivi, si fa tutto il percorso a piedi mentre il popolo, procedendo dinanzi al vescovo, al canto di inni e antifone, risponde continuamente: Benedetto colui che viene nel nome del Signore. E tutti quanti i bambini di quei luoghi, anche coloro che non possono camminare per la tenera età e sono tenuti sulle spalle dai loro genitori, tengono in mano dei rami, chi di palma e chi di olivo, nello stesso modo con cui fu accompagnato il Signore, così viene festeggiato anche il vescovo. Dalla cima del monte si va fino alla città e, poi, attraverso la città fino all’Anastasi» (Diario di viaggio XXXI , 1-4).

La festosa processione, che è giunta sino ai nostri giorni, rievoca il momento in cui il Cristo, proveniente da Betania, entra trionfalmente in Gerusalemme, secondo il racconto dei quattro vangeli canonici (Matteo 21, 1-11; Marco 11, 1-11; Luca 19, 28-44; Giovanni 12, 12-19). Il Cristo si ferma nel piccolo villaggio di Betfage che, in aramaico, significa “casa dei fichi verdi” o “dei frutti verdi”, alludendo alla maledizione che Gesù pronunciò il giorno dopo, prima di cacciare i mercanti dal Tempio.

Il piccolo villaggio doveva situarsi sul versante orientale del monte degli olivi, proprio sulla strada, che conduceva a Betania e dove si ambienta l’incontro di Gesù con Marta e Maria, prima della risurrezione del loro fratello Lazzaro. Il fortuito ritrovamento nel 1876 da parte di un contadino di un brano di affresco medievale con le scene della resurrezione di Lazzaro e dell’ingresso di Cristo a Gerusalemme spinse la Custodia di Terra Santa ad acquistare il terreno in corrispondenza del villaggio, già nel 1883, e a commissionare all’architetto Antonio Barluzzi il restauro del piccolo santuario nel 1954.

La piccola chiesa rende memoria dei fatti raccontati dai vangeli. Nei sinottici, infatti, Gesù inviò due discepoli a prendere un asino. Matteo riferisce che portarono un puledro e un’asina; Marco e Luca che gli portarono solo il puledro; Giovanni, più succintamente, racconta che Gesù, trovato un asinello, vi sedette sopra.

Ma andiamo con ordine e ascoltiamo la narrazione di Marco: «Quando si avvicinarono a Gerusalemme, verso Betfage e Betania, presso il monte degli olivi, mandò due dei discepoli e disse loro: «Andate nel villaggio che vi sta di fronte e subito entrati in esso troverete un asinello legato, sul quale nessuno è mai salito. Scioglietelo e conducetelo e se qualcuno vi dirà: “Perché fate questo?”, rispondete: “Il Signore ne ha bisogno, ma lo rimanderà qui subito”. Andarono e trovarono un asinello legato vicino ad una porta, fuori sulla strada, e lo sciolsero. Ed alcuni dei presenti però dissero loro: “Che cosa fate sciogliendo questo asinello?” Ed essi risposero come aveva detto loro il Signore. E li lasciarono fare. Essi condussero l’asinello da Gesù e vi gettarono sopra i mantelli, ed egli vi montò sopra» (Marco 1, 1-7).

Ed ecco che il Cristo diede avvio all’ingresso trionfale in Gerusalemme, tra i discepoli e il popolo in festa. Persino i giovani e i bambini agitavano fronde di palma e di olivo ed alcuni salirono sugli alberi, tanto da ricordare il piccolo pubblicano ebreo che, a Gerico — secondo quanto riferisce Luca (19, 1-10) — salì sul sicomoro per avvistare il Cristo.

L’episodio dell’ingresso festoso in Gerusalemme va letto in chiave messianica, sottolineata dal richiamo profetico di Zaccaria (9, 9), relativamente al re pacifico, che entra nella sua capitale. Ma il tutto rimanda anche alla festa gioiosa delle capanne, celebrata in autunno al canto del Salmo 118, che rievoca la salvezza, con una processione di ringraziamento, per la salvezza operata inaspettatamente dal Signore.

Ebbene, l’ingresso di Cristo in Gerusalemme avviene montando un’asina, cavalcatura in tempo di pace, rispetto ai cavalli, che trainano i carri da guerra. Il Cristo, in questo senso, è come Salomone, che venne fatto salire sulla mula del re Davide al momento della sua incoronazione (1 Re 1, 38-40). E mentre il Cristo incedeva sull’umile asina, pura, in quanto mai cavalcata, venivano stesi mantelli, al suo passaggio, per renderlo ancora più regale, per sottolineare la valenza messianica e per aprire la Settimana della Passione con tutti i segni suggeriti dalle profezie.

Fonte: L’Osservatore romano, 27.3.2021, p. 7