Sante Messe in rito antico in Puglia

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venerdì 10 aprile 2020

La “Sinagoga bendata”

Abbiamo già parlato sul nostro blog delle conferme talmudiche circa la divinità e messianicità di Cristo e che solo con il suo Sacrificio venne la Redenzione (vqui). Ora, in questo Venerdì santo, rilanciamo quest’ulteriore contributo in tema.

Giovanni Gasparro, Arma Christi, cimasa per l'altare della Pietà, Basilica di S. Giuseppe Artigiano, 2011, L'Aquila

La “Sinagoga bendata”


di Carlo Codega

Pochi sanno quanto accadde, a partire dall’anno della morte di Cristo, nel Tempio di Gerusalemme lungo i 40 anni che precedettero la sua distruzione. Dopo il Sacrificio del Golgota, i sacrifici di culto antichi perdono valore. Si avverano le parole di Cristo alla samaritana: «Viene l’ora — ed è questa — in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità» (Gv 4, 23).

Non è raro trovare all’interno delle grandi cattedrali medievali l’immagine di due donne – l’una a fianco dell’altra oppure contrapposte – raffigurate con caratteristiche antitetiche: una giovane donna avvenente e in piena salute, con in testa una corona e in mano un calice e, talvolta, uno scettro, spesso a cavallo di un destriero. Dall’altra parte una donna malridotta e cenciosa, talora a cavallo di un asino o sdraiata a terra, ma la cui caratteristica più particolare è quella di essere bendata. Se nella prima donna si deve scorgere la Chiesa, con il potere conferitogli da Cristo (lo scettro) e i Sacramenti di cui è dispensatrice (il calice), la seconda è senza dubbio la “Sinagoga bendata”. Con ciò gli artisti tentavano di riprodurre il complesso ma chiaro rapporto esistente tra il “resto d’Israele”, la Chiesa, e ciò che rimaneva di quell’Israele etnico o religioso, che ostinatamente si rifiutava di vedere in Cristo il Messia promesso. Questa “Sinagoga bendata” è quel giudaismo rabbinico che è, certo, in continuità con molti aspetti della rivelazione dell’Antico Testamento e dell’ebraismo classico, ma anche innovatore e profondo modificatore di questo.

Tra Antico e Nuovo Testamento

Dobbiamo prima di tutto cogliere bene questa prospettiva, la quale non sembra molto chiara al giorno d’oggi, ma che dovrebbe essere patrimonio saldo di chi si professa realmente cristiano. La prospettiva che c’interessa non è primariamente quella storica dove può anche darsi – ma la cosa è da dimostrarsi storicamente – che si possa ammettere che la Chiesa Cattolica e il Cristianesimo siano assimilabili a un movimento deviato dell’ebraismo veterotestamentario, a un rampollo fuoriuscito da un ramo che, d’altronde e nonostante ciò, continua la sua crescita nella stessa direzione. Da una prospettiva teologica dobbiamo invece ammettere che l’Antico Testamento si compie in Gesù Cristo, il quale non è un qualsiasi predicatore, ma il Messia promesso, il Figlio di Dio venuto per salvare il suo popolo, adempiere le profezie e dare compimento alle promesse. In altre parole il tronco dell’ebraismo veterotestamentario non continua al di fuori di Cristo, ma germoglia e fiorisce in Cristo, mentre gli altri rami se ne distaccano e, così, perdono il contatto con la linfa e periscono. Oppure, secondo il linguaggio di san Paolo, dobbiamo dire che l’unico modo per salvare quella pianta vetusta ma ammalata dell’ebraismo fosse quello di innestare sulla radice dell’ebraismo veterotestamentario i rampolli nuovi provenienti dalle “genti” – cioè dai non ebrei convertiti al Cristianesimo – affinché la pianta sopravvivesse, nonostante gli altri rami per la loro infedeltà dovettero essere recisi (cf. Rm 11,16-21). Tutto ciò appunto per rappresentare tramite immagini naturalistiche una verità teologica che dobbiamo avere per certa: Cristo è venuto a compiere le promesse di Dio date al popolo d’Israele e ha trasfuso una nuova vita – la vita divina della grazia – facendo sì che leggi e cerimonie, che fino ad allora vigevano come immagini, si compissero come realtà nella sua persona e nella Chiesa da Lui fondata, in quanto prolungamento “mistico” della sua persona.
Al contempo ciò comportò l’abbandono del particolarismo etnico in favore dell’universalismo, già adombrato nei grandi profeti come Isaia: non è più dunque questione di essere figli di Abramo secondo il sangue ma secondo lo spirito e la fede, perché la salvezza non è promessa solo ai discendenti di Abramo secondo la carne ma a tutti gli uomini della terra. In ciò il particolarismo etnico – cioè il fatto che Dio avesse scelto un popolo tra tanti e lo avesse segregato dagli altri – va visto come una disposizione transitoria in una determinata fase storica, per la quale la sapienza divina riteneva necessaria questa separazione, sapendo che un eccessivo contatto con altri popoli politeisti e pagani avrebbe messo a rischio l’alleanza siglata con Lui.

Dall’ebraismo veterotestamentario al giudaismo rabbinico

In questo processo di passaggio dalla promessa all’adempimento, dal culto secondo la carne a quello «secondo spirito e verità» (Gv 4,23), dal particolarismo etnico di Israele all’universalismo salvifico e spirituale, dal “tipo” e “figura” delle leggi e delle cerimonie ebraiche alla verità di quelle cristiane, evidentemente qualcosa si oppose a una piena adesione di tutto il popolo d’Israele alla rivelazione definitiva di Cristo, così che la Chiesa Cattolica rimase “il resto d’Israele”: «Così al presente c’è un resto, conforme a un’elezione per grazia» (Rm 11,5). Non è qui importante determinare cioè se il passaggio da ebraismo a cristianesimo coinvolgesse o meno la maggioranza degli ebrei etnici, ma importante è sottolineare che questo “resto” – al pari di quel resto dei tempi dell’esilio babilonese (Is 11,11-16; 46,3; Mic 2,12; Ger passim) – è quello destinato a portare avanti l’alleanza con Dio. Al di là di questo resto, invece, vale quanto perentoriamente scritto da san Paolo: «Che dire dunque? Israele non ha ottenuto quello che cercava; lo hanno ottenuto invece gli eletti; gli altri sono stati induriti» (Rm 11,7-8). “Induriti”, bendati o ciechi... in qualsiasi modo si voglia definire, ci si trova davanti al rifiuto del Rivelatore definitivo, all’indifferenza di fronte al Messia e Salvatore promesso, all’uccisione del Figlio di Dio stesso, conformemente a quanto preannunciato da Gesù stesso nella parabola dei vignaioli omicidi (Mt 12,1-12).
Ciò che ci interessa qui però è come avvenne questo rifiuto. Normalmente si dice che in effetti il giudaismo rabbinico, che continua la linea dei farisei, sia una conseguenza degli eventi del 70 d.C.: in quell’anno infatti, come già preannunciato da Gesù («Non rimarrà pietra su pietra», Lc 21,6) il Tempio venne distrutto e con esso finì anche il culto veterotestamentario. La diaspora poi seguita a questo, alla successiva ribellione ebraica di Simone Bar Kochba (135 d.C.) e alla violenta repressione romana, comportò anche la fine della linea sacerdotale ebraica, che, come è noto, era ereditaria. Dunque, l’ebraismo che non aveva aderito al Cristianesimo, si trovava nel II secolo senza possibilità di culto – il quale era lecito solo nel Tempio di Gerusalemme, distrutto e soppiantato da un tempio pagano – e senza sacerdoti... si trovava dunque a doversi riorganizzare fuori dalla Terra Promessa, nella diaspora, e senza un successore della monarchia davidica: in questa situazione era impossibile una vera continuità con l’ebraismo veterotestamentario. Prevalse dunque la linea farisaica che d’altronde non era mai stata troppo legata al sacerdozio e al culto, in prevalenza prerogativa degli avversari sadducei, e questa era proprio rappresentata dai “rabbini”, i dotti studiosi della Legge. Ora questi rimanevano gli unici rappresentanti ufficiali delle comunità e gli unici in grado di dirimere le questioni legali, soprattutto quelle nuove, legate alla convivenza con stranieri in terra straniera. Inoltre spettò ad essi introdurre un nuovo culto non più legato a Gerusalemme e non più basato su sacrifici – dato che erano possibili solo nel Tempio – ma che, modellato sul culto del periodo dell’esilio, si basava su preghiera orale e spiegazione della Scrittura e della Legge all’interno delle sinagoghe. A una religione del culto del Tempio si sostituiva una religione della Legge.

La Sinagoga bendata e la nuova religione rabbinica

Proprio dopo la distruzione del Tempio infatti l’influente scuola farisaico-rabbinica di Jabna (oggi Yavne) prese il sopravvento all’interno delle varie fazioni ebraiche, incapaci di spiegare ciò che era successo nel 70 d.C., con la distruzione del Tempio da parte dell’imperatore Tito. Anche se si discute circa il presunto “Concilio di Jabna” – che avrebbe fissato il canone ebraico dei libri veterotestamentari – ciò che certamente avvenne fu la redazione da parte delle scuole rabbiniche della diaspora della Legge orale. Secondo i farisei e i rabbini infatti Dio sull’Oreb non avrebbe consegnato a Mosè solo la Torah, la legge scritta del Pentateuco, ma avrebbe anche rivelato una “Legge orale”, che oralmente era stata trasmessa e di cui gli ultimi depositari erano proprio i rabbini, che in questo momento (tra I e II secolo) la misero per iscritto. Siamo agli albori di quel processo che porterà nei secoli successivi (III-V secolo) alla redazione del Talmud, nelle sue due versioni babilonese e gerosolimitana.
Ma perché abbiamo deviato il discorso sui rabbini e la redazione della Legge orale e del Talmud? Perché proprio qui – secondo alcuni studi recenti – si potrebbero trovare degli indizi che dimostrerebbero ancor più quanto la “Sinagoga” si sia dimostrata “bendata”, anzi ancor più cieca e indurita di fronte alla verità del Cristianesimo e come – almeno per quanto riguarda i capi – si sia trovata di fronte a un’alternativa: accettare il Cristianesimo come compimento dell’Antico Testamento, oppure costruire una nuova religione solo apparentemente legata alla rivelazione veterotestamentaria, ma in realtà privata proprio di ciò che era il fulcro e il nucleo di quella: i sacrifici nel Tempio di Gerusalemme. Certo per il giudaismo tutto ciò non è del tutto abbandonato, ma rimandato a un’aspettativa futura quando verrà riconquistata la Terra Promessa, ricostruito il Tempio e ritrovata la linea sacerdotale. Tuttavia ciò che si vuole dire è comunque che nel Talmud ci sarebbe la testimonianza di come, ancor prima della distruzione del Tempio di Gerusalemme da parte di Tito (70 d.C.), Dio avrebbe dato abbondantemente prova di come fosse venuta meno la necessità del culto del Tempio, non perché Dio non volesse più sacrifici e atti di culto, ma perché i sacrifici dell’Antico Testamento si erano ormai compiuti nell’unico e vero Sacrificio: il Sacrificio di Cristo sulla Croce, l’unico veramente degno di Dio.
Gesù stesso infatti nel suo magistero pubblico aveva più volte fatto capire come il centro e il fulcro non fosse più il tempio ma la sua persona, segnalando – davanti alla sorpresa di chi non poteva ancora capire – come il vero “Tempio”, cioè il suo corpo, Lui lo avrebbe ricostruito in tre giorni, con chiara allusione cioè alla sua Risurrezione. Dio avrebbe cercato quindi di far capire questo ai rappresentanti dell’ebraismo di allora, attraverso quattro miracoli di cui il Talmud dà testimonianza, ma che purtroppo non sono stati ascoltati dagli orecchi induriti né visti dagli occhi bendati di coloro che avevano messo a morte Gesù.

1° segno: la sorte sinistra

Si legge nel Talmud babilonese: «I nostri rabbini insegnarono: Nel corso degli ultimi quaranta anni prima della distruzione del Tempio il sorteggio [“per il Signore”] non venne su con la mano destra, né il cinturino color cremisi divenne bianco, e la lampada occidentale non ha più brillato di lucentezza, e le porte del Hekel [Tempio] si sarebbero aperte da sole» (Soncino versione, Yoma 39b). Sostanzialmente la stessa cosa è riportata nella versione del Talmud di Gerusalemme, ma questi passaggi risultano oscuri per chi non abbia pratica con il culto veterotestamentario.
Il primo di questi quattro eventi straordinari verificatisi dal 30 al 70 dopo Cristo – cioè precisamente dalla morte e risurrezione di Gesù alla distruzione del Tempio per mano dei romani – riguarda una delle principali festività ebraiche, lo Yom Kippur (giorno dell’espiazione). In questo giorno si ricordava il peccato di Israele ai piedi del Sinai, e la successiva espiazione operata tramite penitenza e digiuno, al termine del quale Mosè scese dal monte con le tavole della Legge. Era un giorno importantissimo nella ritualità ebraica, in quanto era l’unico giorno in cui il Sommo Sacerdote poteva pronunciare il nome sacro di Jahvè ed entrava nel Sancta Sanctorum, la parte più sacra del Tempio, per compiere un rito espiatorio in nome di tutto il popolo. Prima di tutto però doveva compiere un altro rito, che consisteva in un’estrazione a sorte: gli venivano portati due capri, sui quali doveva gettare la sorte, perché uno sarebbe stato il capro espiatorio e l’altro, il secondo, il capro emissario, che doveva essere “caricato” dei peccati di Israele e portato nel deserto a dodici chilometri da Gerusalemme. Ben più importante era però il primo capro, quello espiatorio, perché veniva sacrificato sull’altare degli olocausti e poi con il suo sangue il Sommo Sacerdote aspergeva il Sancta Sanctorum. L’evento straordinario e luttuoso riferito dal Talmud riguarda proprio l’estrazione: questa avveniva tramite due sassi, uno nero e uno bianco. Ora per 40 anni avvenne che il sacerdote estrasse sempre il sasso nero (cioè la “mano sinistra”), il che fu considerato evento infausto, perché durante il sacerdozio del grande sacerdote Simone il Giusto si verificò esattamente il contrario, e questo era stato considerato un segno dell’accettazione da parte di Dio del rito espiatorio, e quindi del perdono dei peccati del popolo.

2° segno: il cinturino cremisi non diventa bianco

La seconda delle indicazioni dateci dal Talmud però spiega meglio la prima: essa si riferisce sempre al rito espiatorio dello Yom Kippur, seppure relativamente a un rituale non ricordato dalla Bibbia (in particolare assente dal cerimoniale in Lev 16) ma ampiamente presente negli altri testi ebraici. Sul secondo capro – quello su cui il sacerdote imponeva le mani per scaricare i peccati del popolo e che poi veniva mandato nel deserto – si appendeva una striscia color rosso cremisi che, prima del rito espiatorio di aspersione del sangue dell’altro capro, veniva rimossa e legata alla porta del Tempio. Ciò che generalmente si produceva era che il panno cremisi diveniva, dopo il rito espiatorio nel Sancta Sanctorum, bianco come la neve, ricordando così le parole di Isaia («Se i vostri peccati fossero come lo scarlatto [cremisi], diventeranno bianchi come la neve, anche se fossero rossi come porpora, diventeranno [bianchi] come lana», Is 1,18). Ora il significato di questo rito, che comportava l’intervento miracoloso di Jahvè, è chiaro: quel panno che da rosso diveniva bianco, era il segno dell’accettazione da parte di Dio della richiesta di perdono da parte del popolo, oltre che dell’effettiva purificazione di esso. Ora tale miracoloso effetto non sempre si produceva, ma per 40 anni dopo la morte di Gesù mai si produsse. Non è difficile intuirne il significato, e la Lettera agli Ebrei viene in nostro soccorso. Al capitolo 9 rammenta il rito dello Yom Kippur, ma sottolinea come esso sia stato superato dal Sommo Sacerdote della Nuova Alleanza, Cristo: «Non con sangue di capri e di vitelli, ma con il proprio sangue entrò una volta per sempre nel santuario, procurandoci così una redenzione eterna. Infatti, se il sangue dei capri e dei vitelli sparsi su quelli che sono contaminati, li santificano, purificandoli nella carne, quanto più il sangue di Cristo, che con uno Spirito eterno offrì se stesso senza macchia a Dio, purificherà la nostra coscienza dalle opere morte, per servire il Dio vivente?» (Eb 9,12-14). È evidente dunque quello che avvenne: il rito dello Yom Kippur era solo una figura di ciò che doveva avvenire con il Sacrificio di Cristo sulla croce. Gesù, vero Agnello innocente e senza macchia, ricondusse a sé il rito di espiazione allo stesso tempo caricandosi dei peccati del popolo – come il capro emissario – e lavando con il suo Sangue i peccati degli uomini. Dopo un tale Sacrificio, che procurò una «redenzione eterna», il rito di purificazione dello Yom Kippur perse qualsiasi valore anche se, purtroppo, non tutti gli ebrei lo capirono.

3° segno: la lampada occidentale si spegne

Come è noto la Menorah del Tempio – la tipica lampada ebraica – aveva sette braccia, ma le lampade non rimanevano sempre accese secondo il cerimoniale: le 2 lampade orientali rimanevano accese di giorno ma non di notte, mentre le 4 centrali venivano accese al tramonto e lo rimanevano fino all’alba. Queste comunque dovevano essere accese dalla fiamma della lampada più importante, quella occidentale, che in effetti era perenne: essa segnalava la presenza di Dio nel Tempio di Gerusalemme, e quindi proprio in mezzo al suo popolo. Un suo eventuale spegnimento era considerato una sciagura, e per questo i leviti erano incaricati di vegliare perché fosse sempre ben rifornita di olio e una negligenza in ciò era considerata un peccato gravissimo.
Ora cosa avvenne tutte le notti a partire dall’anno 30 all’anno 70 d.C.? Per tutte le notti di quaranta anni di fila la lampada occidentale si spegneva spontaneamente, segnalando così che Dio aveva definitivamente lasciato quel luogo. Il Tempio aveva sostituito la Tenda dell’incontro in cui negli anni di cammino nel deserto risiedeva la Shekinah, la Presenza divina che accompagnava il suo popolo. Il Tempio di Gerusalemme così non era più il luogo della Divinità, non era più la dimora di Dio tra gli uomini. Ciò perché – come segnala sempre la Lettera agli Ebrei – dall’Incarnazione di Cristo vi è “una tenda più grande e più perfetta, non costruita da mano di uomo”: è Cristo stesso, in quanto Dio incarnato, a rappresentare la presenza più perfetta di Dio tra gli uomini. Ed è la sua permanenza sacramentale nell’Eucaristia ad assicurare questa presenza sostanziale, così come la Chiesa – suo Corpo mistico – assicura a sua volta la presenza mistica di Cristo tra noi. La luce occidentale della Menorah può così spegnersi mentre è la luce del Tabernacolo nelle nostre chiese che segnala ormai che Dio è tra di noi.

4° segno: la porta spontaneamente aperta

Un ultimo segno straordinario che i cronisti ebrei non mancarono di segnalare è quello della porta del Tempio, che tutte le sere si spalancava spontaneamente. Anche questo si verificò per ben quarant’anni, a partire dal 30 d.C. Non sappiamo precisamente a quale porta si riferisca, pertanto non possiamo con certezza identificarla con la “Porta aurea” o “Porta speciosa”. Se fosse questa infatti il significato messianico dell’evento sarebbe chiaro: secondo gli ebrei dalla Porta aurea transitava nel Tempio la presenza divina (Shekinah) e, al compimento dei tempi, da lì sarebbe entrato anche il Messia. Se fosse questa la porta in questione, sarebbe chiaro che la sua apertura significherebbe la venuta del Messia, che al contempo porta con sé la presenza divina. Ovvero sarebbe un chiaro segno della messianicità e della divinità di Gesù. Tuttavia va detto che la “Porta aurea” non è proprio una porta del Tempio, quanto piuttosto essa si apre nelle mura del Tempio. Nell’impossibilità di dirimere la questione, possiamo comunque riferire l’opinione di rabbi Yohanan Ben Zakkai, il principale rabbino dopo il 70 d.C. e guida della comunità di Jamna, che segnalò come questo evento fosse stato interpretato come un segnale della prossima distruzione del Tempio. E così si compì... senza però che rabbi Yohanan ne traesse motivo per scovarvi la verità del Cristianesimo.

Il mistero della “Sinagoga bendata”

È evidente come il mistero del mancato riconoscimento del Messia e del Salvatore in Gesù sia uno degli avvenimenti al contempo più dolorosi e più misteriosi della storia dell’umanità (cf. Rm 11,25-32). Il fatto che il popolo eletto abbia rinunciato alla sua elezione, rifiutandosi di vederla compiuta e perfezionata in Gesù Cristo, è qualcosa che interroga profondamente la nostra visione storica e religiosa. Non si può tacere l’unilateralità odierna nel presentare la “fedeltà di Dio” nelle sue promesse, fino a dimenticarsi che in effetti gli ebrei hanno «urtato contro la pietra d’inciampo» (Rm 9,33), hanno rifiutato la giustizia di Dio per imporne una propria (cf. Rm 10,3) e quindi solo un resto – che è la Chiesa – è rimasto fedele all’alleanza: «Che dire dunque? Israele non ha ottenuto ciò che cercava: lo hanno ottenuto invece gli eletti» (Rm 11,7). Il mistero della mancata corrispondenza di Israele si apre però a una prospettiva provvidenziale ed escatologica che non si può dimenticare e che anche san Paolo ricorda (cf. Rm 11,25-32). Allo stesso tempo non va dimenticato come la cecità di questa “sinagoga bendata” rimane per noi tutti un monito: il ramo tagliato e morto – ma che la potenza di Dio potrebbe rinnestare nel tronco – è per noi un monito salutare a essere corrispondenti alla grazia della fede che abbiamo ricevuto da Gesù Cristo nostro Redentore.

lunedì 19 marzo 2018

I Crociferi nojani, testimoni del Sacrificio di Cristo

In questo Tempo di Passione e nella festa di S. Giuseppe, Padre putativo di Gesù e Sposo della Beatissima Sempre Vergine Maria, rilanciamo questo contributo del prof. Vito Abbruzzi.


Francesco Coghetti, S. Giuseppe col Bambino in trono e Santi (SS. Adelaide, Antonio da Padova, Lupo e Michele arcangelo), 1828, Bergamo

Antonio Guadagnini (attrib.), S. Giuseppe col fanciullo Gesù, 1840-60, Bergamo

Francesco Saverio Raffaele Altamura, Gesù fanciullo nella bottega di S. Giuseppe, 1882, Napoli

Ponziano Loverini, S. Giuseppe col bambino Gesù, 1896, Bergamo

Ambito campano. S. Giuseppe col bambino Gesù, prima metà XIX sec., Acerra

Ambito emiliano, Madonna col Bambino tra i SS. Giuseppe e Camillo de Lellis, XIX sec., Bologna

Ambito abruzzese, Stampa di S. Giuseppe col Bambino, XIX sec., Termoli

Josef Kastner, S. Giuseppe col Bambino Gesù, Muttergotteskirche, Vienna




I Crociferi nojani, testimoni del Sacrificio di Cristo

di Vito Abbruzzi

Chi ha mai letto L’uomo che si vendicò di Dio? È la storia commovente di John Green Hanning: un ex cowboy dal carattere difficile, morto in concetto di santità nella trappa del Gethsemani nel Kentucky (USA) col nome di Fratel Gioacchino.
Riprendendo tra le mani questo libro dopo molti anni, confesso di essere rimasto sorpreso e perplesso nel leggere quanto segue:
«Se la penitenza consistesse nelle fustigazioni corporali, i Flagellanti di Nuova Messico sarebbero assai migliori dei trappisti del Kentucky, per il semplice motivo che quelli frustano a sangue il loro corpo, mentre questi fanno soltanto sanguinare il loro cuore. I Flagellanti, abbracciata una croce di legno e portata sulla cima di un colle, ci si fanno legare sopra e ci stanno appesi in agonia per ore intere: i trappisti non fanno assolutamente nulla di simile. Eppure il trappista è il penitente cristiano, e il Flagellante un povero illuso, perché la penitenza consiste nella metànoia e non nel melodramma. Il trappista punta a quella auto-repressione che mena alla santità, il Flagellante invece indulge in una sadica auto-repressione che conduce all’insania».
Siamo di fronte ad un giudizio a dir poco impietoso, ché getta discredito sulle pie pratiche penitenziali della Settimana Santa, ancor oggi molto sentite dalle popolazioni un  tempo fortemente influenzate dalla Spagna e dalla sua cultura religiosa. Si tratta, pertanto, di un vero e proprio pregiudizio ideologico, volto ad esaltare un cristianesimo sin troppo asettico e vagamente filo-protestante contro un cristianesimo più passionale e di chiara matrice cattolica. Basti vedere lo scempio architettonico perpetrato nel 1960 ai danni della superba chiesa abbaziale della trappa dove visse Fratel Gioacchino a fine ’800: distrutti tutti i segni caratteristici del gotico cistercense: altari, archi, finestre e vetrate, abside, balaustra, rivestimenti e decorazioni: tutto, proprio tutto ciò che potesse far pensare ad un edificio di culto tradizionalmente e autenticamente cattolico (v. qui). Faccio notare che quelle radicali e infelici trasformazioni furono apportate alla sfortunata chiesa conosciuta e amata da Fratel Gioacchino quando in quella trappa viveva Thomas Merton: scrittore molto famoso, affascinato dal buddismo tibetano, e per questo ancora oggi tenuto in grande considerazione. Non fa dunque meraviglia se poi certi ordini religiosi (in primis l’inclito Ordine Benedettino), un tempo fiorenti di vocazioni, oggi languiscano a motivo del loro essere in piena crisi di identità.
Perciò, mi sento di controbattere all’autore di quel libro (e a quanti la pensano come lui), riprendendo le sue stesse parole: se è vero che «il trappista […] non assume mai le arie del drammatico, e meno ancora del melodrammatico», altrettanto vero lo è per coloro contro cui egli punta l’indice: i Flagellanti del New Mexico, e non solo.
E qui il mio pensiero va spontaneamente ai Crociferi di Noicattaro (l’antica Noja): uomini (giovani e meno giovani) che, pur non essendo stinchi di santo, sono veri; come vero è il loro sacrificio. 
Mi piace qui citare il più giovane tra i Crociferi miei conoscenti: Raffaele, quattordici anni, ormai un veterano: porta la Croce da quando aveva dieci anni e questo sarà per lui il quinto anno da crocifero. Raffaele, a vederlo, è ancora un bambino, nel fisico e nella mente, ma, come tutti i suoi compagni e amici Crociferi di lungo corso, mostra una maturità che commuove e fa riflettere. Quando gli dissi che sapevo del suo essere crocifero, egli immediatamente cambiò tono ed espressione: dal “garzoncello scherzoso, d’allegrezza pieno” a quello del “vecchierel mezzo vestito e scalzo, con gravissimo fascio in su le spalle”, di leopardiana memoria. Sì, perché la Croce invecchia, nel senso più nobile del termine, anche i ragazzini: li rende precocemente saggi, assimilandoli ai loro padri, dei quali vanno giustamente fieri. Mi è bastato sentir dire da Raffaele: «È un sacrificio», per capire tutto. “Sacrificio” era la parola chiave che mi mancava per comprendere appieno e sin in fondo quanto un anno fa due altri Crociferi nojani, anch’essi giovanissimi, Vito Nicola e Michele, mi dissero a proposito del loro portare la Croce: non di certo per esibizione, ma esclusivamente per amore verso Gesù.
Altrimenti non si spiegherebbe quel bisogno (perché di bisogno si tratta) di eclissarsi agli occhi del mondo, incappucciati, sotto una veste lunga e per giunta alquanto scomoda. I Crociferi – è bene ribadirlo – non sono e non vogliono essere riconosciuti. E questo in ossequio a quanto raccomandato da Gesù: «Perché la gente non veda […], ma solo tuo Padre che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà» (Matteo 6,18).
Volto dell'Ecce Homo,
Chiesa della SS. Passione,
Conversano (BA).
Foto di Mino Mincarone
Nel segreto, infatti, il Crocifero si commuove sino alle lacrime, dando così liberamente sfogo ai propri sentimenti, che solo Gesù, “Uomo dei dolori”, ben conosce, comprende e compatisce (cfr. Isaia 53,3; Ebrei 4,15). 
Ecco cosa mi ha confidato al riguardo il buon Vito Nicola, dandomi testimonianza del proprio e dell’altrui essere crocifero: «La croce come in Gesù assume un significato di penitenza. Io quando porto la mia croce prego molto e mi chiudo con la mia fede e chiedo perdono dei miei peccati, perché con l’arrivo della Pasqua mi sento pronto per la pace. Io prima di portare la croce in giornata riesco a confessarmi e quando la metto sulle spalle quella è la mia penitenza, però riesce sempre a farmi piangere perché sento in me il calore di qualcosa, la liberazione dal peccato». Non ho volutamente apportato correzioni alle parole di Vito Nicola, perché si percepisse l’emozione che vive un Crocifero, smentendo chi la croce gliela dà addosso con ingiuste sentenze. Così anche mi piace riportare quanto Michele mi ha scritto commentandomi una foto scattatagli lo scorso anno dal bravissimo Mino Mincarone, postata sulla pagina facebook “Festa Associazione” e qui riportata, in cui lo si vede bere acqua da una bottiglietta mentre porta la Croce: «Gesù sapeva ciò che si provava ad essere dissetati: io come lui ho provato questa sensazione.
È la Veronica che mi ha portato l’acqua». Soffrire, quindi, non solo il peso della Croce ma anche quello della sete. Solo lo scorso anno, viste le eccezionali temperature, più alte del solito, si consentì ai Crociferi di potersi dissetare con acqua (non altra bevanda), «perché – detto da Michele – faceva molto caldo e non si respirava sotto i cappucci. Si moriva». Michele – lo ricordo – è il ragazzo che l’anno scorso mi spiegò, senza tanti giri di parole, l’importanza della Croce di Cristo quale strumento necessario e insostituibile per la nostra redenzione. Verità questa ridimensionata dalla odierna teologia liturgica che, mettendo al centro il mistero della Resurrezione, ha finito col mettere in secondo piano “il mistero della Croce, sulla quale Gesù, nostra vita, subì la morte e con la morte ci ridonò la vita” (come è detto nel Vexilla Regis, il bellissimo inno gregoriano composto da San Venanzio Fortunato).
E proprio perché quello dei Crociferi è un sacrificio offerto a Dio, mettere sulle spalle di ciascuno di essi una persona seriamente sofferente nel corpo o nello spirito rende il loro sacrificio veramente gradito a Dio. E i Crociferi questo lo sanno benissimo, rispondendo molto generosamente alle richieste di aiuto, che li motiva ancor di più in quello che fanno e, soprattutto, in quello che sono. Sì, perché Crocifero lo si è, non lo si fa! E lo si è mettendoci l’unico muscolo che conta davvero: il cuore. In questo ha ragione Saint-Exupery: «Non si vede bene che con il cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi». È, per dirla con la Scrittura, la “sapienza del cuore” (Salmo 90,12): ciò che esattamente contraddistingue il Crocifero. «La parola della Croce infatti è stoltezza per quelli cha vanno in perdizione, ma per quelli che si salvano, per noi, è potenza di Dio. Sta scritto infatti: “Distruggerò la sapienza dei sapienti e annullerò l’intelligenza degli intelligenti”. Dov’è il sapiente? Dov’è il dotto? Dove mai il sottile ragionatore di questo mondo? Non ha forse Dio dimostrato stolta la sapienza di questo mondo? Poiché, infatti, nel disegno sapiente di Dio il mondo, con tutta la sua sapienza, non ha conosciuto Dio, è piaciuto a Dio di salvare i credenti con la stoltezza della predicazione. E mentre i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio. Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini» (1 Corinzi 1,18-25).
Il Crocifero comprende molto bene, col proprio sacrificio, il senso di quella frase sconvolgente del profeta Isaia riferita al Cristo, il Servo Sofferente: «Ma al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori» (Isaia 53,10). Una frase che non può non suscitare sconcerto e scandalo: lo scandalo, appunto, della Croce. Ho chiesto provocatoriamente a Michele citandogli quel passo di Isaia: «Per te crocifero questo Dio non è crudele?»; mi ha risposto: «Noi crociferi pensiamo che Dio non è crudele: è un simbolo di forza e tanta tanta voglia in Lui che ci ispira a farlo». E qui Michele mi ha ancora una volta stupito, richiamando alla mia mente quell’altro passo di Isaia avente sempre come protagonista il Servo Sofferente: «Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro. Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, le mie guance a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi. Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto svergognato, per questo rendo la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare confuso» (Isaia 50,5-7).
Proprio vero il popolare detto pugliese: Addumann a lu patuto, no a lu saputo! *
Buon tempo di Passione.

*Rinaldo Nazzaro, Ricordi degli Usi e Costumi dell'Antica Deliceto, Youcanprint, 2013.

mercoledì 6 luglio 2016

Santa Maria Goretti, esempio di moralità e di spirito di sacrificio in un aforisma di Enrico Berlinguer

Nella festa liturgica della Santa Maria Goretti, possiamo domandarci: cosa unisce la fanciulla martire della purezza ad Enrico Berlinguer, segretario del Partito Comunista Italiano?
Nulla. Apparentemente. In realtà, la santa fanciulla (insieme, per la verità, alla partigiana Irma Bandiera) fu additata, proprio da Berlinguer, allora primo segretario della FGCI, ad esempio di moralità alle giovani militanti dello stesso Partito Comunista Italiano. Si trattava, evidentemente, di un altro partito, di un’altra base e di un altro elettorato di riferimento, che aveva conservato – nonostante l’ateismo – certi valori morali ricevuti dalla tradizione e dall’educazione cattolica di quelle generazioni.
Le ragazze italiane, però, disattendendo il suggerimento di Berlinguer, preferirono cambiare non prendendo a modello della loro vita la fanciulla, che aveva anteposto la morte alla perdita di innocenza.



venerdì 18 marzo 2016

Circa il divieto per i cristiani di partecipare attivamente a "cene pasquali ebraiche"

Con l’approssimarsi della Pasqua, è sempre più diffuso, in molte parrocchie “cattoliche”, l’uso di far precedere i giorni della celebrazione della Passione, Morte e Resurrezione di N. S. Gesù Cristo dalla celebrazione della Pesach ebraica. Sovente, a questo rito, che, talora, al massimo del sacrilegio, si svolge nello stesso edificio sacro, sono invitati gruppi numerosi di ignari fedeli. Tale celebrazione è giustificata, a dire dei “pastori”, dall’asserita necessità di “comprendere il contesto nel quale Gesù ha inaugurato la nuova Pasqua”.
Nulla di più falso e certamente dannoso per la salvezza delle anime. Se la necessità, invero, fosse quella di far comprendere il “contesto”, sarebbe a ciò sufficiente - e forse più opportuna e meno spiritualmente dannosa - la visione di un semplice documentario. Viceversa, il fatto di rivivere personalmente ed attivamente, da parte di cattolici, la cena ebraica pasquale, scandita com’è da una precisa ritualità, da parole e da simboli ben determinati, costituisce un indubbio atto di apostasia dalla fede cristiana, giacché, come abbiamo ricordato l’anno passato nello studio che qui rievochiamo (v. qui e qui), nel quale abbiamo richiamato la dottrina del Dottore Angelico e dei sacri canoni dei Concili della Chiesa, i riti – tutti i riti! – ebraici, nati com’erano nella prospettiva e nell’attesa della venuta del Messia, vero Agnello, una volta giunto, hanno perso senso e significato, essendo morti, divenendo perciò, qualora fossero celebrati ancora dai cristiani, mortiferi, cioè arrecanti l’eterna dannazione. Per cui, è gravemente dannoso, da un punto di vista spirituale, per la salvezza delle anime, sotto le mentite spoglie della comprensione del contesto dell’ultima Cena, far vivere la cena ebraica, giacché, per un cattolico, esiste un’unica cena: quella alla Mensa Eucaristica durante la celebrazione della Santa Messa. Questo è l’unico banchetto in memoria del Signore. Egli, infatti, non dice di ripetere la cena ebraica, ma solo la Cena Eucaristica: «HOC facite in meam commemorationem», «fate QUESTO in mia memoria».
La partecipazione attiva ad cene “sacre” costituisce, perciò, un gravissimo peccato mortale, in quanto atto di apostasia, manifestando – pure esteriormente – la fede in un cristo ancora venturo ed il rinnegamento del Cristo venuto.

sabato 28 marzo 2015

È lecito ad un cristiano partecipare attivamente a riti non cattolici, come ad es., la c.d. pasqua ebraica? - 2° parte

Prima parte pubblicata QUI

4. A suggello di quanto in precedenza ricordato può farsi riferimento al Magistero della Chiesa.
Il punto di partenza non può non essere costituito da alcuni Concili, essenzialmente locali, svoltisi nei primi secoli di vita della Chiesa.
Nel Concilio di Elvira, così, furono stabilite alcune disposizioni riguardanti i rapporti dei cristiani con gli ebrei, proibendosi i matrimoni misti tra cristiani e giudei, il pranzo con i giudei e si condannarono duramente gli adulteri che si registravano tra cristiani e donne giudee (cann. 16, 50, 78, in J. D. MansiSacrorum Conciliorum nova et amplissima collectio, Graz, 1960, II, pp. 8; 14; 18. Cfr. A. M. RabelloGiustiniano, Ebrei e samaritani alla luce delle fonti storico-letterarie, ecclesiastiche e giuridiche, vol. I, Milano 1987, pp. 65-66). Nel Concilio di Antiochia, i Padri conciliari proibirono ai cristiani di pranzare con gli ebrei durante la Pasqua (can. 1, in Mansiop. cit., II, p. 1307). A Laodicea, in apposito concilio, si proibì ai cristiani il riposo durante il sabato – secondo l’uso ebraico; nonché la celebrazione delle feste giudaiche e la consumazione di pane azzimo durante la Pasqua (cann. 29, 37, 38, in Mansiop. cit., II, pp. 569; 572). I Concili di Orléans, poi, facevano riferimento, con riprovazione, ad individui che avevano persuaso i cristiani a festeggiare il giorno del Signore alla maniera giudaica e ad astenersi da ogni opera (cann. 19, a. 533); 14 e 33, a. 538); 30 e 31, a. 541).
Nel secondo Millennio, vi è un ulteriore e chiaro pronunciamento nel Concilio di Firenze, sotto papa Eugenio IV, nella Bolla Cantate Domino sull’unione con i copti (giacobiti) e gli etiopi, del 4 febbraio 1442 (o 1441 secondo la datazione fiorentina).
In tale documento, che ha indubbio valore dogmatico, il Concilio esaminava specificatamente la situazione di quelle popolazioni che, benché cristiane monofisite, erano ancora legate a certe prescrizioni giudaiche (seguendo in ciò l’eresia di Paolo di Samosata: cfr. EusebioHistoria ecclesiastica, 7, 30, in PG, XX, col. 709-711), sebbene non riponessero in queste alcuna speranza di salvezza né vi ricollegassero un valore salvifico. In special modo, queste erano aduse praticare la circoncisione: usanza molto radicata in Africa e dura a morire ancor oggi in quelle regioni.
Ecco quanto prescriveva il Concilio: «La Chiesa crede fermamente, professa e insegna che le prescrizioni legali dell’Antico Testamento, cioè della legge mosaica, che si dividono in cerimonie, sacrifici sacri e sacramenti, proprio perché istituite per significare qualche cosa di futuro, benché adeguate al culto divino in quell’epoca, dal momento che è venuto il nostro Signore Gesù Cristo, da esse prefigurato, sono cessate e sono cominciati i sacramenti della nuova alleanza. Essa insegna che pecca mortalmente chiunque ripone, anche dopo la passione, la propria speranza in quelle prescrizioni legali e le osserva quasi fossero necessarie alla salvezza, e la fede nel Cristo non potesse salvare senza di esse. La Chiesa non nega tuttavia che nel tempo che intercorre tra la passione del Cristo e la promulgazione dell’Evangelo, esse potessero osservarsi, anche se non fossero ritenute necessarie alla salvezza. Ma dopo l’annuncio del Vangelo non possono più essere osservate, pena la perdita della salvezza eterna» (H. DenzingerEnchiridion Symbolorum – definitionum et declarationum de rebus fidei et morum 37, a cura di P. Hünermann, Bologna, 19962, n. 1348).
Il Concilio, dunque, affermava solennemente che l’ebraismo veterotestamentario conosceva dei sacramenti, la cui caratteristica è di agire ex operae operato, vale a dire a prescindere dalla condizione soggettiva e dalla fede di chi l’amministra. Questi sacramenti furono sostituiti da quelli della Nuova ed Eterna Alleanza.
Congregazione generale del Concilio di Trento
nella chiesa di S. Maria Maggiore
,
Castello del Buonconsiglio, Trento
Il Concilio di Trento nella XXII sessione del 17 settembre 1562 chiaramente affermava questa verità con specifico riguardo all’Eucaristia: «Questa [cioè l’offerta della Nuova Alleanza, ndr.] … era raffigurata da diversi tipi di sacrifici: essa che raccoglie in sé tutti i beni significati da quei sacrifici, come perfezionamento e compimento di tutti quelli» (H. Denzingerop. cit., n. 1742).
Lo stesso Concilio di Firenze, nella Bolla Exsultate Domino, sull’Unione con gli armeni, del 22 novembre 1439, affermava che i sacramenti dell’antica legge «non producevano la grazia, ma prefiguravano soltanto che questa sarebbe stata concessa per la passione di Cristo» (ibidem, n. 1310). A differenza di essi, quelli della Nuova Alleanza «contengono in sé la grazia» e la «comunicano a chi li riceve degnamente» (ibidem). Cfr. però S. Tommaso d’AquinoSumma Theol., III, q. 62, a. 6; ibidem, q. 70, a. 4, per il quale «nella circoncisione, quale segno della futura passione di Cristo, veniva conferita la grazia … in quanto era simbolo della fede nella passione futura di Cristo, nel senso che l’uomo ricevendo la circoncisione dichiarava di abbracciare tale fede; o direttamente, come facevano gli adulti, o per mezzo di altri, nel caso dei bambini. … E quindi, poiché il battesimo, a differenza della circoncisione, opera strumentalmente in virtù della passione di Cristo, il battesimo imprime il carattere che incorpora l’uomo a Cristo e conferisce più grazia della circoncisione: maggiore è infatti l’effetto di una realtà già presente che quella della sua speranza».
Compiutosi il sacrificio della Croce, in altre parole, i riti che lo prefiguravano hanno perso significato, giacché si è resa presente la realtà che essi rappresentavano e prefiguravano. Appare implicito, quindi, che il parteciparvi comporta una negazione della fede cristiana, in quanto sottintende la professione di una fede in un messia venturo, non riconoscendosi Gesù quale Cristo Signore.
Proseguiva il Concilio, nello stesso documento: «Essa [cioè la Chiesa], quindi, denuncia come separati dalla fede del Cristo ed esclusi dalla vita eterna, salvo che si pentano dei loro errori, tutti quelli che, dopo quel tempo, osservano la circoncisione, il sabato e le altre prescrizioni legali. Comanda dunque, senza eccezioni, a tutti quelli che si gloriano del nome di cristiani di non praticare la circoncisione sia prima che dopo il battesimo perché, anche se uno non vi ripone alcuna speranza, non può in alcun modo essere praticata senza perdere la salvezza eterna» (H. Denzingerop. cit., n. 1348, cit.).
L’assise conciliare, pertanto, espressamente vietava ad una persona che si “gloriasse del nome di cristiano”, di sottostare o riprodurre le prescrizioni giudaiche. Specificatamente si riferiva, è vero, all’usanza della circoncisione, anche se chi l’avesse praticata non vi avesse riposto alcuna speranza salvifica. Questa pratica, però, nell’Antico Testamento prefigurava il Battesimo; era una sorta di sacramento ebraico (Papa Innocenzo III nella Lettera Maiores Ecclesiae causas all’arcivescovo Imberto di Arles, alla fine del 1201, scriveva che «… il battesimo è subentrato al posto della circoncisione … Perciò, come l’anima del circonciso non andava perduta dal suo popolo, così, colui che sarà rinato dall’acqua e dallo Spirito Santo, otterrà l’ingresso nel regno dei cieli»: H. Denzingerop. cit., n. 780), così come, mutatis mutandis, la cena pasquale ebraica prefigurava l’Eucaristia. La Chiesa, perciò, logicamente, afferma che queste pratiche costituiscono un grave peccato mortale (cui si ricollega la perdita della salvezza eterna). Ciò a prescindere dalla credenza che un soggetto possa avere in siffatte usanze.
Quel che salva è la fede in Cristo (unitamente alle opere, è evidente). Ripetere quei riti e sacramenti veterotestamentari conduce ad un rinnegamento di tale professione di fede.

5. La fede in Cristo è necessaria alla salvezza, dunque.
Pure i giusti dell’A.T. avevano questa fede in Cristo (venturo). Sono tali, infatti, perché hanno creduto e sono stati “preparazione” di Cristo, poiché tutto nell’A.T. è in funzione del Nuovo e i santi ed i profeti dell’antica Legge credevano in Cristo venturo. Questa è una verità professata sin dal sinodo di Arles nel IV sec. d.C. Se ne ha una prova nelle stesse parole di Gesù su Abramo, laddove egli pone in risalto la credenza d’Abramo distinguendola da ciò che credevano (o meglio non credevano) gli ebrei del suo tempo (e quelli d’oggi ...) (cfr. Gv 8, 39 ss. V. anche Gv 5, 46-47).
Non a caso i Padri della Chiesa chiaramente affermavano degli ebrei sino al tempo di Gesù, non corrotti dalla corrente del fariseismo e delle altre sette, che essi erano cristiani se non di nome, almeno in via di fatto, perché credevano nel Cristo venturo: così lo erano i grandi santi dell’ebraismo come anche i profeti. S. Gregorio di Nazianzio, per citare solo un nome, dichiarava, parlando dei Maccabei (ma il discorso può essere reso più ampio), che «nessuno di coloro che han raggiunto la perfezione prima della venuta di Cristo, l’ha raggiunta senza la fede in Cristo. Il Logos (Cristo) fu apertamente annunciato in seguito, a suo tempo: ma anche prima fu conosciuto dalle anime pure, com’è chiaro dai molti che prima di quello ne furono onorati» (S. Gregorio NazianzenoDiscorso in lode dei Maccabei, XV, 1-2). Un altro autore ecclesiastico notava che «Se qualcuno dicesse che tutti costoro [cioè gli antichi Patriarchi, ndr.], celebrati per la loro giustizia, da Abramo stesso fino al primo uomo, erano cristiani di fatto, se non di nome, non andrebbe lontano dalla verità. ... Da ciò appare chiaro che la forma di religione più antica, anteriore a tutte le altre, è quella praticata da uomini pii ai tempi di Abramo, ed ora annunciata a tutte le genti dagli insegnamenti del Cristo. ....» (EusebioStoria ecclesiastica, I, 4, 4 ss.).

6. Ultima questione: si potrebbe obiettare che la partecipazione è necessaria o, quantomeno, opportuna, ritenendo gli ebrei (di oggi) nostri “fratelli maggiori”, in nome del dialogo interreligioso.
Mettendo da parte che non vi può essere alcun autentico dialogo interreligioso se non nel ritorno di tutti gli erranti (eretici, apostati e scismatici) (c.d. teologia del ritorno) e nel raggiungimento dei non credenti della fede in Cristo – e non già in una riunificazione sincretista di fedi e religioni (giacché ciò comporterebbe la creazione di una chiesa “nuova”, che non è quella fondata da Cristo) – , v’è da notare che la suddetta dizione di “fratelli maggiori”, talora abusata, non implica affatto una partecipazione ai loro riti, né suggerisce questo. Si tratta di un’evidente forzatura!
Maurycy Gottlieb, Ebrei Ashkenaziti in preghiera
in sinagoga in occasione dello
Yom Kippur, 1878,
Museum of Art, Tel Aviv
Si tratta di un’espressione cortese, ma che, di là dalla sua correttezza teologica e storica (di cui, in ogni caso, si dubita) (cfr. più esaurientemente J. NeusnerEbrei e cristiani. Il mito di una tradizione comune, Cinisello Balsamo, 2009, passim), non raccomanda né legittima la partecipazione attiva ovvero la cooperazione ad un rito estraneo ed anzi incompatibile con la fede cattolica. Sotto altro profilo, non è vano notare, peraltro, che rappresenta un grave errore insistere sulla derivazione “ebraica” della Pasqua cristiana, giacché ciò sembrerebbe quasi suggerire la partecipazione ad essa. In verità, non vi è nulla che colleghi l’attuale giudaismo farisaico al cristianesimo. Si tratta di realtà ben diverse! Obiettare dicendo che Gesù, per gran parte della sua vita, festeggiò la Pesach è un falso argomento: è vero, egli come pio israelita fu ligio ai dettami della legge (antica) finché questa fu in vigore.
Sul punto ebbe modo di rispondere adeguatamente il Crisostomo in uno dei suoi Logoi kata Ioudaiôn, erroneamente qualificati come “antisemiti”, ma in realtà contro i cristiani giudaicizzanti: «Se Cristo celebrò la Pasqua con loro, non fu perché noi pure la celebrassimo coi giudei, ma per passare dall’ombra alla luce della verità. Fu circonciso, osservò il sabato e ne celebrò la festività, mangiò il pane azzimo e tutto questo lo compì a Gerusalemme; tuttavia noi non siamo più tenuti all’osservanza di questi obblighi, come proclama Paolo quando dice: “Se ti farai circoncidere, Cristo non ti servirà più a nulla” (Gal 5, 2) e sugli azzimi: “Celebreremo la solennità non con l’antico lievito, né con il lievito della malizia e dell’iniquità, ma con gli azzimi della sincerità e della verità” (1 Cor 5, 8). Ma per qual ragione, in quel tempo, Cristo si comportò in tal modo? Perché l’antica Pasqua era l’immagine della Pasqua futura; poi fu necessario aggiungere la verità all’immagine e, dopo aver mostrato l’ombra, nella stessa cena, introdusse la verità. In seguito, mostrata la verità, l’ombra scompare, e non ha più ragione d’essere. Non voler dunque oppormi questo argomento, ma piuttosto dimostrami che Cristo ha comandato che così fosse. Perché io dimostro il contrario: cioè che Cristo non solo non comandò che queste festività fossero osservate, ma anzi ci ha affrancati da questo obbligo» (S. Giovanni CrisostomoSermo III Adversus Iudaeos, III, 9 – IV, 1).
Il grande Patriarca di Costantinopoli è radicale sul punto: «… So che molti rispettano i Giudei e pensano che i loro riti odierni sono degni di stima; per questo sono incitato a cercare di sradicare completamente tale dannosa opinione. … A colui che ha abbandonato Dio che speranza di salvezza rimane? Se Dio lascia un luogo questo diventa dimora di demoni. Ma dicono di adorare anch’essi il Signore. Lungi da noi il dire questo: nessun giudeo adora Dio. Chi lo dice? Il Figlio di Dio. “Se aveste riconosciuto il Padre mio avreste riconosciuto anche me. Ora voi non avete riconosciuto né me né il Padre” (Gv. 8, 19). … No, Dio non vi è adorato, statene lontani. È di conseguenza il luogo dell’idolatria; tuttavia alcuni frequentano tali luoghi come se fossero sacri» (Sermo I Adversus Iudaeos, III, 1-3).
In secondo luogo, non deve farsi l’errore di ritenere che l’ebraismo mosaico, alle cui prescrizione si attennero Gesù, Maria e gli Apostoli, fosse quello farisaico del tempo ovvero quello talmudico-farisaico. Questo, infatti, è l’ebraismo di una setta (peraltro riprovata da Gesù), non già quello mosaico ed autentico fondato sulla Torah e sulla tradizione orale della Cabala pura (o verace) (da non confondersi con la Cabala spuria, esoterica e satanica. Di quella verace, invece, ne parlano i Santi e Dottori della Chiesa: cfr. S. Tommaso d’AquinoSumma Theol., II-II, q.2, a.7). La riprova migliore, che differenzia l’ebraismo puro (vero antenato del Cristianesimo) e l’ebraismo nato dal fariseismo, è che quest’ultimo ha sostituito allo studio biblico lo studio delle prescrizioni talmudiche e rabbiniche, tanto da dichiarare lo stesso Talmud superiore persino alla Torah, anteponendosi in tal guisa tradizioni umane alla Legge di Dio. Nel trattatello Babha Metsia, fol. 33a, leggiamo: «Coloro che si dedicano alla lettura della Torah esercitano una certa virtù, ma non moltissima; coloro che studiano la Mischnah esercitano una virtù per cui riceveranno un premio; coloro, comunque, che si impegnano nello studio dalla Gemarah esercitano la più alta virtù».
Isidor Kaufmann, Ritratto di rabbino con lo scialle da preghiera (tallit),
XX sec., collezione privata
Similmente, nel trattatello Sopherim, XV, 7, fol. 13b: «La Torah è come l’acqua, la Mischnah il vino, e la Gemarah vino aromatico». Nel trattatello Sanhedrin, X, 3, fol. 88b: «Colui che trasgredisce le parole degli scribi pecca più gravemente che chi trasgredisce le parole della legge».
Nel libro Mizbeach, cap. V, infine, troviamo la seguente opinione: «Non c’è niente che sia superiore al Santo Talmud».
Già, nel Vangelo, Gesù, del resto, rimproverava i farisei: «trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini» (Mc 7, 8).
Se essi dessero rilievo allo studio biblico, senz’altro gli ebrei di oggi riconoscerebbero Gesù quale loro Messia … . Di qui l’incredulità, che nasce dalla superbia umana: «Il peccato dell’incredulità nasce dalla superbia, che suggerisce all’uomo di non piegare la propria intelligenza alle regole della fede, e alla sana interpretazione dei Padri [‘Padri’ come Abramo, Isacco e Giacobbe per la Sinagoga; come Giustino, Crisostomo o Cirillo d’Alessandria per la Chiesa, ndr.]. Perciò san Gregorio afferma che “dalla vanagloria nascono le stravaganze dei novatori”» (S. Tommaso d’AquinoSumma Theol., II-II, q. 10, a. 1, ad. 3).

Augustinus Hipp.