Sante Messe in rito antico in Puglia

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mercoledì 7 marzo 2018


Nella festa di S. Tommaso d’Aquino, confessore e dottore della Chiesa, rilanciamo questo contributo.

San Tommaso d’Aquino nel magistero di Leone XIII

San Tommaso d’Aquino, nato a Roccasecca verso il 1225, a cinque anni fu inviato come oblato presso l’Abazia di Montecassino. A Napoli, dove studiava, entrò nell’Ordine di san Domenico nel 1244. Iniziò subito la sua carriera universitaria come discepolo di Alberto Magno e poi come professore egli stesso in Francia, in Germania e in Italia. Congiungendo in Cristo la sapienza cristiana con quella pagana, diede alla Cristianità validi strumenti per la comprensione filosofica e teologica delle verità della fede. Morì a Fossanova il 7 marzo 1274 mentre si recava al Concilio Lugdunense Secondo. Canonizzato il 18 luglio 1323 da Giovanni XXII, fu proclamato Dottore della Chiesa da san Pio V l’11 aprile 1567 col titolo di Angelico. Leone XIII aggiunse il titolo di Dottore Comune, il Teologo “ufficiale” della Chiesa Latina; e Pio XI il titolo di Dottore Eucaristico, per l’ardente suo amore per Gesù Sacramentato, che si può vedere nell’ufficio del Corpus Domini che ebbe proprio l’Aquinate come autore.
Papa Pecci, che restaurò il Tomismo, così insegnava dell’Angelico Tommaso nella sua Enciclica “Æterni Patris” del 4 agosto 1879.


I Dottori del medio evo, che vanno sotto il nome di Scolastici, intrapresero un’opera di grande rilievo, vale a dire raccogliere con diligenza la feconda ed ubertosa messe di dottrina sparsa nei moltissimi volumi dei Santi Padri e, dopo averla raccolta, riporla come in un sol luogo, ad uso e vantaggio dei posteri. Ma quali siano l’origine, l’indole e l’eccellenza della Scolastica, vogliamo, Venerabili Fratelli, qui dichiararlo più diffusamente con le parole del sapientissimo Nostro Predecessore Sisto V: “Per dono divino di Colui il quale, solo, dà lo spirito della scienza e della sapienza, e il quale nel corso dei secoli ricolma di nuovi benefici la sua Chiesa secondo il bisogno, e la munisce di nuovi presidi, fu trovata dai nostri maggiori, savissimi uomini, la Teologia scolastica, che in modo particolare i due gloriosi Dottori l’angelico San Tommaso ed il serafico San Bonaventura, professori chiarissimi di questa facoltà... coltivarono ed illustrarono con eccellente ingegno, con assiduo studio, con grandi fatiche e con lunghe veglie e la lasciarono ai posteri ottimamente ordinata ed in molti e chiarissimi modi esplicata. Per certo la cognizione e l’esercizio di una scienza così salutare, che deriva dalle abbondantissime fonti delle divine Lettere, dei Sommi Pontefici, dei Santi Padri e dei Concili, poterono senza dubbio apportare sempre alla Chiesa grandissimo aiuto, sia per intendere ed interpretare, secondo il loro vero e schietto senso, le stesse Scritture, sia per leggere e spiegare con maggiore sicurezza e con maggiore utilità i Padri; sia per scoprire e confutare i vari errori e le eresie. In questi ultimi tempi, in cui sono giunti quei giorni pericolosi descritti dall’Apostolo, ed uomini blasfemi, superbi e seduttori procedono di male in peggio, errando essi stessi e traendo gli altri nell’errore, essa certamente è oltremodo necessaria per confermare i dogmi della fede cattolica e per ribattere le eresie” . Tali parole, benché sembrino riferirsi soltanto alla Teologia scolastica, nondimeno vanno chiaramente intese come dette anche per la Filosofia e per le sue doti. Giacché quelle chiare doti che rendono la Teologia scolastica tanto terribile per i nemici della verità “vale a dire, come aggiunge lo stesso Pontefice, quella concatenazione delle cose e delle loro cause tra sé, quell’ordine e quella disposizione come di soldati schierati a battaglia, quelle limpide definizioni e distinzioni, quella sodezza di argomenti e quelle sottilissime dispute per le quali la luce è separata dalle tenebre e il vero dal falso, e le menzogne degli eretici, avviluppate da molti inganni ed intrighi, come se fosse loro strappata di dosso la veste, sono rese manifeste e messe a nudo” , codeste preclare e mirabili doti, diciamo, si debbono attribuire al retto uso di quella filosofia, della quale i maestri scolastici si avvalsero assai frequentemente di proposito e con savio intendimento anche nelle dispute di Teologia. Oltre a ciò, essendo una singolarità tutta propria dei Teologi scolastici l’avere congiunto tra loro con strettissimo nodo la scienza umana e la divina, di certo la Teologia, in cui essi furono eccellenti, non si sarebbe acquistata nell’opinione degli uomini tanto onore e tanta lode, se avessero usato una filosofia monca, imperfetta o leggera. Per la verità, sopra tutti i Dottori Scolastici, emerge come duce e maestro San Tommaso d’Aquino, il quale, come avverte il cardinale Gaetano, “perché tenne in somma venerazione gli antichi sacri dottori, per questo ebbe in sorte, in certo qual modo, l’intelligenza di tutti” . Le loro dottrine, come membra dello stesso corpo sparse qua e là, raccolse Tommaso e ne compose un tutto; le dispose con ordine meraviglioso, e le accrebbe con grandi aggiunte, così da meritare di essere stimato singolare presidio ed onore della Chiesa Cattolica. Egli, d’ingegno docile ed acuto, di memoria facile e tenace, di vita integerrima, amante unicamente della verità, ricchissimo della divina e della umana scienza a guisa di sole riscaldò il mondo con il calore delle sue virtù, e lo riempì dello splendore della sua dottrina. Non esiste settore della filosofia che egli non abbia acutamente e solidamente trattato, perché egli disputò delle leggi della dialettica, di Dio e delle sostanze incorporee, dell’uomo e delle altre cose sensibili, degli atti umani e dei loro principi, in modo che in lui non rimane da desiderare né una copiosa messe di questioni, né un conveniente ordinamento di parti, né un metodo eccellente di procedere, né una fermezza di principi o una forza di argomenti, né una limpidezza o proprietà del dire, né facilità di spiegare qualunque più astrusa materia. A questo si aggiunge ancora che l’angelico Dottore speculò le conclusioni filosofiche nelle intime ragioni delle cose e nei principi universalissimi, che nel loro seno racchiudono i semi di verità pressoché infinite, e che a tempo opportuno sarebbero poi stati fatti germogliare con abbondantissimo frutto dai successivi maestri. Avendo adoperato tale modo di filosofare anche nel confutare gli errori, egli ottenne così di avere debellato da solo tutti gli errori dei tempi passati e di avere fornito potentissime armi per mettere in rotta coloro che con perpetuo avvicendarsi sarebbero sorti dopo di lui. Inoltre egli distinse accuratamente, come si conviene, la ragione dalla fede; ma stringendo l’una e l’altra in amichevole consorzio, di ambedue conservò interi i diritti, e intatta la dignità, in modo che la ragione, portata al sommo della sua grandezza sulle ali di San Tommaso, quasi dispera di salire più alto; e la fede difficilmente può ripromettersi dalla ragione aiuti maggiori e più potenti di quelli che ormai ha ottenuto grazie a San Tommaso. Per queste ragioni, specialmente nelle passate età, uomini dottissimi e celebratissimi per dottrina teologica e filosofica, ricercati con somma cura gl’immortali volumi di Tommaso, si diedero tutti all’angelica sapienza di lui, non tanto per averne ornamento e cultura, quanto per esserne sostanzialmente nutriti. È cosa nota che quasi tutti i fondatori e i legislatori degli Ordini religiosi hanno ingiunto ai loro seguaci di studiare le dottrine di San Tommaso, e di attenersi ad esse con la maggiore fedeltà, provvedendo che a nessuno sia lecito impunemente dipartirsi anche di poco dalle orme di tanto Dottore. Per non dire dell’Ordine domenicano, il quale come per suo proprio diritto si onora di questo sommo maestro, sono tenuti da tale legge anche i Benedettini, i Carmelitani, gli Agostiniani, la Compagnia di Gesù e parecchi altri, come attestano i loro specifici statuti. E qui con grande diletto il pensiero corre a quelle celebratissime Accademie e Scuole che un tempo fiorirono in Europa, quelle, cioè, di Parigi, di Salamanca, di Alcalà, di Douai, di Tolosa, di Lovanio, di Padova, di Bologna, di Napoli, di Coimbra, e moltissime altre. Nessuno ignora che il nome di tali Accademie è venuto crescendo in qualche modo con il tempo, e che negli affari di maggior momento i loro responsi ebbero presso tutti grandissimo peso. Ora non è men certo che in quelle grandi sedi dell’umano sapere, Tommaso aveva un posto come il principe nel proprio regno, e che gli animi di tutti, vuoi maestri, vuoi discepoli, si ritrovavano pienamente, con meraviglioso accordo, nel magistero e nell’autorità del solo Aquinate. Ma, quel che più conta, i Romani Pontefici Nostri Predecessori esaltarono con singolari manifestazioni di lodi e con amplissime testimonianze la sapienza di Tommaso d’Aquino. Infatti Clemente VI , Nicolò V , Benedetto XIII ed altri attestano che tutta la Chiesa viene illustrata dalle sue meravigliose dottrine; San Pio V poi confessa che mercé la stessa dottrina le eresie, vinte e confuse, si disperdono come nebbia, e che tutto il mondo si salva ogni giorno per merito suo dalla peste degli errori. Altri, con Clemente XII , affermano che dagli scritti di lui sono pervenuti a tutta la Chiesa copiosissimi beni, e che a lui è dovuto quello stesso onore che si rende ai sommi Dottori della Chiesa Gregorio, Ambrogio, Agostino e Girolamo. Altri, infine, non dubitarono di proporlo alle Accademie e ai grandi Licei quale esempio e maestro da seguire a piè sicuro. A conferma di questo Ci sembrano degnissime di essere ricordate le seguenti parole del Beato Urbano V all’Accademia di Tolosa: “Vogliamo, e in forza delle presenti vi imponiamo, che seguiate la dottrina del Beato Tommaso come veridica e cattolica, e che vi studiate con tutte le forze di ampliarla” . Successivamente Innocenzo XII , nella Università di Lovanio, e Benedetto XIV , nel Collegio Dionisiano presso Granata, rinnovarono l’esempio di Urbano. Ma a questi giudizi dei Sommi Pontefici su Tommaso d’Aquino mette come una corona la testimonianza d’Innocenzo VI: “La dottrina di questo (di Tommaso) possiede sopra tutte le altre, eccettuata la canonica, la proprietà delle parole, la forma del dire, la verità delle sentenze; così che non è mai capitato che abbiano deviato dalla verità quelli che l’hanno professata, e sempre sono stati sospetti circa la verità quelli che l’hanno impugnata” . Gli stessi Concili Ecumenici, nei quali risplende il fiore della sapienza raccoltovi da tutto l’universo, si adoperarono per onorare in modo singolare Tommaso d’Aquino. Nei Concili di Lione, di Vienna, di Firenze e del Vaticano si direbbe che Tommaso abbia assistito e quasi presieduto alle deliberazioni ed ai decreti dei Padri, combattendo con invincibile valore e con lietissimo successo contro gli errori dei Greci, degli eretici e dei razionalisti. Ma somma lode e tutta propria di Tommaso, concessa a nessun altro dottore cattolico, è che i Padri del Concilio Tridentino hanno voluto che nel mezzo dell’aula delle adunanze, insieme con i codici della Sacra Scrittura e con i decreti dei Romani Pontefici, stesse aperta, sull’altare, anche la Somma di Tommaso d’Aquino per derivarne consigli, ragioni e sentenze. Infine parve riservata ad un uomo così incomparabile anche la palma di strappare di bocca agli stessi nemici del nome cattolico ossequi, elogi ed ammirazione. Infatti, è cosa nota che fra i capi delle fazioni eretiche non mancarono coloro che confessarono pubblicamente che, tolta una volta di mezzo la dottrina di Tommaso d’Aquino, “essi potrebbero facilmente affrontare tutti i dottori cattolici, vincerli, ed annientare la Chiesa”. Vana speranza senza dubbio; ma non vana testimonianza.


sabato 2 settembre 2017

Un eminente teologo: cambiare il diritto canonico per correggere gli errori del papa

Il dibattito circa l’ambiguità e l’errore dottrinali, evidenti o sottesi, al documento papale Amoris Laetitia è sempre vivo (cfr., su questo dibattito nell'ultimo mese, ad es., Paolo Pasqualucci, La pastorale della Via Larga di papa Francesco, in Chiesa e postconcilio, 22.8.2017; Maria Guarini, 'AL, correzione o no? Canonisti al lavoro'. Osservazioni ad un articolo de La Nuova Bussola Quotidiana, ivi, 23.8.2017Mons. Fernández (Toucho): 'Il Papa ha cambiato la disciplina sulla comunione dei divorziati risposati, ivi, 24.8.2017). Nelle ultime settimane l’attenzione internazionale a tale su tale dibattito è stata rilanciata dal noto domenicano p. Aidan Nichols, Maestro in Sacra Teologia, che è il più alto grado accademico che l’Ordine domenicano conferisca a un suo membro. Nichols è titolare di quella che, dopo secoli, è la prima cattedra di teologia cattolica all’università di Oxford.
Qui di seguito riportiamo la traduzione di un articolo che sintetizza l’intervento di Nichols, articolo apparso su The Catholic Herald, il prestigioso settimanale britannico, fondato nel 1888 e che divenne presto il punto di riferimento per tutti i cattolici inglesi. Nell’articolo si espone la proposta del noto ecclesiologo per una soluzione giuridica che possa affrontare l’eventualità di errori dottrinali formulati in modo pubblico da un papa. Nei prossimi giorni pubblicheremo anche la risposta positiva a p. Nichols, data da un altro teologo, p. Brian Harrison, il quale espone alcune proposte giuridiche con maggiore realismo e concretezza. Anche in questo caso la fonte sarà The Catholic Herald e nella medesima data, il 18 agosto 2017.

Epifanio

Un eminente teologo: cambiare il diritto canonico per correggere gli errori del Papa


Di Dan Hitchens, traduzione di F. S.

Padre Aidan Nichols, ha affermato che l’insegnamento di Papa Francesco ha portato ad una situazione «estremamente grave».

Un teologo di spicco ha proposto una riforma del diritto canonico per permettere che gli errori dottrinali di un Papa possano essere constatati.
Padre Aidan Nichols, prolifico autore che ha tenuto conferenze a Oxford e Cambridge e presso l’Angelicum a Roma, ha affermato che l’esortazione di Papa Francesco Amoris Laetitia ha portato ad una situazione «estremamente grave».
Padre Nichols ha proposto che, date le asserzioni del Papa su temi quali il matrimonio e la legge morale, la Chiesa potrebbe avere bisogno di «una procedura per richiamare all’ordine un Papa che insegni un errore dottrinale».
Il teologo domenicano ha affermato che questa procedura potrebbe essere meno «conflittuale» qualora si verifichi durante il corso di un pontificato, piuttosto che dopo la sua conclusione, come nel caso di Papa Onorio che fu condannato per un errore dottrinale solo dopo che ebbe cessato di occupare la sede petrina.
Padre Nichols parlava a Cuddesdon, alla conferenza annuale di una società ecumenica, la Fellowship of St Alban and St Sergius, ad un pubblico largamente non cattolico.
Ha affermato che il procedimento giudiziario «dissuaderebbe i Papi da qualsiasi tendenza alla capricciosità dottrinale o alla semplice negligenza» e risponderebbe ad alcune «ansie ecumeniche» di anglicani, ortodossi ed altri che temono che il Papa possa avere carta bianca per imporre un qualsiasi insegnamento. «Al contrario, potrebbe essere che l’attuale crisi del Magistero Romano sia provvidenzialmente destinata a richiamare l’attenzione sui limiti del primato in tale ambito».
Padre Nichols ha scritto oltre 40 libri di filosofia, teologia, apologetica e analisi critica. Nel 2006 è stato chiamato ad occupare la prima cattedra di Teologia cattolica presso l’Università di Oxford dopo la Riforma.
Non ha mai pubblicamente commentato Amoris Laetitia fino ad ora, ma è stato tra i 45 firmatari, tra sacerdoti e teologi, di una lettera al Collegio dei Cardinali, poi trapelata al pubblico. La lettera ha chiesto ai Cardinali di reclamare un chiarimento dal Papa per escludere interpretazioni eretiche ed erronee dell’esortazione.
Nel suo intervento P. Nichols ha riportato alcune delle stesse preoccupazioni presenti nella lettera: ha osservato, per esempio, che Amoris Laetitia potrebbe far sembrare che la vita monastica non sia uno stato superiore a quello del matrimonio – un’opinione condannata come eretica dal Concilio di Trento.
L’esortazione è stata anche interpretata come se sostenesse che i divorziati risposati possano ricevere la Comunione senza cercare di vivere «come fratello e sorella». Questo contraddice l’insegnamento perenne della Chiesa, riaffermato dai Papi San Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.
P. Nichols ha affermato che questa interpretazione, avallata da Papa Francesco, introdurrà nella Chiesa «uno stato di vita inedito in precedenza. Senza giri di parole, questo stato di vita è un vero e proprio concubinato tollerato».
Non solo, P. Nichols ha anche affermato che il modo in cui Amoris Laetitia ha approvato il «concubinato tollerato» (senza usare la frase) è stato potenzialmente ancora più dannoso. Ha citato la descrizione, che l’esortazione fa, di una coscienza che «riconosce come una data situazione non corrisponda oggettivamente alle esigenze del Vangelo» ma vede «con una certa sicurezza morale … che per il momento è la risposta più generosa». Il P. Nichols ha affermato che questo è come dire «che le azioni condannate dalla legge di Cristo possano talvolta essere moralmente giuste o, addirittura, persino richieste da Dio».
P. Nichols ha detto che questo contraddirebbe l’insegnamento della Chiesa, secondo cui alcuni atti sono sempre moralmente sbagliati.
Egli – presumibilmente riferendosi ai tentativi di vivere in continenza – ha inoltre richiamato l’attenzione sull’affermazione che qualcuno «possa conoscere bene la regola … ma sia in una situazione concreta che non gli permetta di agire in modo diverso e di decidere altrimenti senza ulteriori peccati». P. Nichols ha osservato che il Concilio di Trento aveva solennemente condannato l’idea che «i Comandamenti di Dio siano impossibili da osservare, anche per un uomo che sia giustificato e stabilito nella grazia». Amoris Laetitia dà l’impressione di affermare che non sia sempre possibile, o almeno consigliabile, seguire la legge morale.
Se tali affermazioni generali circa gli atti morali fossero corrette, ha detto P. Nichols, «allora nessuna area della morale cristiana può rimanere indenne».
Ha affermato che sarebbe preferibile pensare che il Papa fosse stato solo «negligente» nel linguaggio usato, piuttosto che abbia insegnato positivamente degli errori. Ma questo parrebbe dubbio, visto che la Congregazione per la Dottrina della Fede aveva suggerito delle correzioni ad Amoris Laetitia ed è stata ignorata.
Il Cardinale Raymond Burke ha pubblicamente discusso riguardo a una correzione formale nei confronti del Papa. Tuttavia, P. Nichols ha affermato che né i codici occidentali né quelli orientali del diritto canonico contengono una procedura «per un’indagine attorno al caso di un Papa sospettato di aver insegnato un errore dottrinale, tanto meno è previsto un processo».
P. Nichols ha osservato che la tradizione del diritto canonico è che «la prima Sede non è giudicata da nessuno». Ma egli ha sostenuto anche che il Concilio Vaticano I aveva limitato la dottrina dell’infallibilità Papale, in modo che «non è la posizione della Chiesa Cattolica Romana quella che afferma che un Papa, come pubblico dottore, non possa sviare le persone con un falso insegnamento».
«Egli può essere il giudice supremo di appello della cristianità … ma questo non lo rende immune dal pronunciare castronerie dottrinali. Sorprendentemente, o forse non tanto sorprendentemente, data la pietà che ha circondato le figure dei Papi dal pontificato di Pio IX in poi, questo fatto sembra sconosciuto a molti, che dovrebbero conoscerlo molto bene». Tenuto conto dei limiti dell’infallibilità Papale, il diritto canonico potrebbe essere in grado di accogliere una procedura formale per indagare qualora un Papa avesse insegnato degli errori.
P. Nichols ha affermato che le Conferenze Episcopali sono state lente a sostenere Papa Francesco, probabilmente perché erano divise al loro interno; ma ha affermato che «il programma [del Papa] non avrebbe ottenuto niente di più, se non si fosse verificato il caso che teologici liberali, generalmente in ombra, fossero stati promossi, in tempi relativamente recenti, a posizioni elevate sia nell’episcopato mondiale, sia fra i ranghi della Curia Romana».
P. Nichols ha affermato che c’è «un pericolo di possibile scisma», ma che è improbabile e non un pericolo così immediato quanto invece «la diffusione di un’eresia morale». La prospettiva che Amoris Laetitia apparentemente contiene, se passasse senza correzione, «sarebbe sempre più considerata come un parere teologico accettabile. E questo causerà un danno maggiore che non si potrà facilmente correggere».

martedì 7 marzo 2017

La crisi del tomismo e il “pensiero debole” a proposito della emorragia di religiosi

«Se riconosciamo la nostra debolezza e chiediamo perdono, allora la misericordia risanatrice di Dio risplenderà dentro di noi e sarà pure visibile al di fuori; gli altri avvertiranno in qualche modo, tramite noi, la bellezza gentile del volto di Cristo». Queste le irenistiche parole di Francesco con cui si sancisce l’avvicinamento della Chiesa di Roma a quella d’Inghilterra (non il contrario!), visitando pochi giorni fa la chiesa anglicana All Saints’ della Capitale (vqui), ancora una volta sfacciatamente incurante che, proprio in quel luogo, nel 2010, fu ordinata la prima prete donna italiana (vqui).
A dar man forte alla “debolezza” della teologia bergogliana, l’attuale generale dei Gesuiti, P. Sosa, che, in una recente intervista, ha svelato l’arcano: la dottrina non è vincolante; priorità della prassi o “discernimento” (vqui). Intervista che ha immediatamente suscitato la ferma reazione dell’insigne teologo Mons. Antonio Livi, confutando il compagno nonché amico di Bergoglio, Sosa, che «per la sua assoluta incoerenza logica, non meriterebbe alcun commento teologico ma solo una risata» (vqui). Volentieri, nella festa tradizionale di S. Tommaso d’Aquino, pubblichiamo questo contributo di Franco Parresio.

La crisi del tomismo e il “pensiero debole” a proposito della emorragia di religiosi

di Franco Parresio

Sabato 28 gennaio 2017, il vescovo di Roma Francesco, incontrando nella Sala Clementina i rappresentanti degli istituti di vita consacrata e delle società di vita apostolica, riuniti in Sessione Plenaria per riflettere sul tema della fedeltà e degli abbandoni (v. qui), ha parlato di vera e propria «“emorragia” che indebolisce la vita consacrata e la vita stessa della Chiesa».
Mettendo da parte, una volta tanto, il suo solito affettato ottimismo (tutt’uno con l’orfanezza autoreferenziale del suo pontificato), e ricorrendo all’anacronistico plurale maiestatico (ben diverso dal deriso camauro indossato da Ratzinger), Bergoglio ha solennemente ammesso: «Gli abbandoni nella vita consacrata ci preoccupano».
Finalmente se n’è accorto!
Finalmente si è accorto della crisi che morde – e forte – la vita della Chiesa!
Ma quel chiedersi, con fare retorico, «Che cosa è accaduto?», appare, ancora una volta, come il goffo tentativo autoassolutorio, rifuggendo la scomoda autocritica e puntando il dito contro altro: altro come «questo che è un cambio di epoca e non solo un’epoca di cambio, in cui risulta difficile assumere impegni seri e definitivi […], immersi nella cosiddetta cultura del frammento, del provvisorio, […] vittime della logica della mondanità, […] di contro-testimonianza” che “proviene dall’interno della stessa vita consacrata».
È vero quando egli sottolinea che, «parlando di fedeltà e di abbandoni, dobbiamo dare molta importanza all’accompagnamento. […] Non poche vocazioni si perdono per mancanza di validi accompagnatori». Ma è pur vero che stiamo ora tristemente vedendo e toccando con mano i risultati della più che mai decantata Chiesa in uscita, i cui risultati fallimentari fanno pensare, invero, ad una Chiesa in liquidazione.
La verità è che è cambiata l’ortoprassi e l’ortodossia cattolica!
E le colpe non sono solo da attribuire alla svolta impressa dal Concilio alla vita della Chiesa!
Il Concilio ha recepito le istanze moderniste di inizio Novecento, ribaltando il primato del Lógos sull’Éthos, dell’onestà intellettuale su quella morale: primato consolidato grazie alla teologia e alla disciplina ecclesiastica del Medioevo. E a denunciarlo – guarda caso – è un autore in odore di modernismo: Romano Guardini. Già cento anni fa, ne Lo spirito della liturgia, il filosofo tedesco di origine italiana così scriveva: «Per esso [il Medioevo] il Lógos aveva il primato sull’Éthos. […] L’età moderna portò a questo riguardo una profonda mutazione. […] Così la vita attiva venne anteponendosi a quella contemplativa, la volontà alla conoscenza. […] Da qui viene anche che istituzioni spirituali come gli antichi ordini contemplativi, […] oggetto di predilezione per tutto il mondo credente, ora non trovano spesso comprensione neppure presso cattolici, e debbono essere di continuo difese dai loro amici dalla taccia di ozioso perditempo. […] Un accentuato attivismo domina tutto; l’Éthos ha la preminenza sul Lógos, l’aspetto attivo su quello contemplativo. […] Che atteggiamento tiene la religione cattolica di fronte a questo sviluppo? […] Questa spiccata preminenza della volontà sulla conoscenza, dell’Éthos sul Lógos, contraddice allo spirito del cattolicesimo. Il protestantesimo […] rappresenta l’espressione più o meno religioso-cristiana di questo spirito; e con pieno diritto Kant è detto il suo filosofo. Questo spirito ha progressivamente sacrificato la salda verità religiosa, e ha fatto della convinzione religiosa, sempre più di giorno in giorno, un mero oggetto del giudizio, del sentimento, dell’esperienza personale. La verità scivolò così dal dominio dell’oggettivamente saldo a quello del soggettivamente fluttuante. […] Non […] più una “vera fede”, bensì solo un’esperienza della fede del tutto personale, […] non più un contenuto di fede professabile e insegnabile, bensì la dimostrazione della rettitudine dello spirito mediante la rettitudine dell’azione. […] Il credente si era radicato non più nell’eternità, ma nel tempo. […] In tal modo la religione prese un orientamento sempre più mondano (weltfreudig). Essa divenne sempre più la consacrazione dell’esistenza umana temporale nei suoi aspetti più vari, una santificazione dell’attività terrena: del lavoro professionale, della vita sociale, della famiglia e simili. Ma chiunque abbia considerato per un certo tempo queste cose, rileva quanto inadeguata sia questa spiritualità, quanto contraddica alle leggi supreme dell’esistenza e dell’anima. Essa è falsa e perciò innaturale nel più profondo significato di questa parola. Qui sta la fonte specifica dell’angustia dell’età nostra. […] La religione cattolica si oppone con tutta la sua forza a questa mentalità. La Chiesa perdona ogni altra mancanza più facilmente che un attentato alla verità. Essa sa bene che, se uno manca ma non intacca la verità, egli può ritrovarsi e riprendersi» (pp. 100-106).
Se Guardini riscrivesse oggi il suo libro noterebbe che la religione cattolica, ahimè!, non solo non si oppone più a questa mentalità, ma la giustifica; si pensi, ad esempio alla questione che sta dividendo i cattolici sull’apertura della Chiesa circa la comunione ai divorziati risposati. «Senza un serio ripensamento e una rinnovata prassi della […] iniziazione cristiana, che attualmente nella maggioranza dei casi ha come esito non l’aggregazione, ma il congedo dalla Chiesa, è illusorio voler rimediare ai problemi del matrimonio e della famiglia cristiani, applicando magari delle toppe apparentemente “nuove” sul tessuto già molto invecchiato della cultura familiare attuale. Fa impressione constatare come si accendano i toni intorno alla questione dei fallimenti matrimoniali e alle strategie pastorali da seguire, mentre invece si assiste alla catastrofe del battesimo e della iniziazione cristiana con una specie di assuefatta indifferenza! Ma non c’è troppo da sorprendersi. Ciò non è che la ovvia conseguenza […] di una cultura che è stata abbondantemente assimilata anche dalla teologia» (G. Meiattini OSB, Innanzitutto figli. Nascere, sposarsi, generare, ed. La Scala, Noci 2015, p. 18).
Esattamente la sopradetta cultura del frammento, del provvisorio, della logica della mondanità, di cui è portavoce il “pensiero debole” predicato da Gianni Vattimo: «un tipo particolare di sapere caratterizzato dal profondo ripensamento di tutte le nozioni che erano servite da fondamento alla civiltà occidentale in ogni campo della cultura. Secondo questa prospettiva i valori tradizionali sarebbero diventati tali solo a causa di precise condizioni storiche che oggi non sussistono più; per questo motivo deve essere messa in crisi la loro pretesa di verità. A fondamento del pensiero debole c’è l’idea che il pensiero non è in grado di conoscere l’essere e quindi non può neppure individuare valori oggettivi e validi per tutti gli uomini» (v. qui).
Di qui l’odierna debolezza della teologia sacramentaria, in modo particolare quella riguardante l’Ordine Sacro, messo sensibilmente in crisi da una mentalità, tutta ecclesiale, che lo ha ripensato come mezzo “per consacrare il mondo”; per cui viene spontaneo chiedersi: «Il sacerdozio: un dono dall’alto o un incarico sociologico?» (cfr. Con i Sacramenti non si scherza. Intervista a don Nicola Bux, in questo Blog, 29.1.2017).
Non c’è da stupirsi se poi anche quel “bravo ragazzo con laurea universitaria, che lavorava in parrocchia”, a cui fa riferimento Francesco nel suo discorso, sia andato dal suo vescovo e gli abbia detto: «Io voglio diventare prete, ma per dieci anni». Evidentemente il suo discernimento vocazionale lo aveva fatto ascoltando quella famosissima canzonetta sentimental-religiosa, in cui il chiamato viene pateticamente gasato con la prospettiva di divenire «sacerdote dell’umanità» (v. canto del gruppo Gen Rosso Servo per amore), assurgendo a una sorta di supereroe all’interno delle comunità in cui dovrà svolgere il proprio ministero presbiterale… fino a che gli altri glielo faranno credere …

giovedì 8 dicembre 2016

Quando gli orientali (foziani) ammettevano il dogma dell'Immacolata Concezione

Da: Nuovi documenti della Chiesa orientale intorno al Domma dell’Immacolata Concezione di Maria SS., in Civ. catt., 1876, vol. XII, q. 635, pp. 541 ss.




















Giacomo Colombo, Immacolata Concezione commissionata da S. Francesco A. Fasani, 1718, Santuario di S. Francesco Antonio Fasani, Lucera


Fenomeno della c.d. luna gigante sull'Immacolata, 14.11.2016, Lourdes

sabato 14 novembre 2015

Il “Patto delle catacombe” e i “soliti noti” del concilio

Un convegno sul c.d. patto delle catacombe: un aspetto inedito e curioso del Concilio Vaticano II. Il contributo è anche pubblicato su Chiesa e postconcilio.

Il “Patto delle catacombe” e i “soliti noti” del concilio

di Mauro Faverzani

Con la Bolla Misericordiae Vultus, con cui ha indetto l’imminente Giubileo straordinario, papa Francesco già aveva detto di voler collegare tale evento ai 50 anni dalla conclusione del Concilio Vaticano II.
Ma di quale volto del Concilio si trattasse appare oggi, in qualche modo, più chiaro col riemergere del “Patto delle catacombe”, per ricordare il quale il prossimo 14 novembre è stato promosso presso l’aula magna della Pontificia Università Urbaniana un seminario, al quale è prevista la partecipazione, tra gli altri, del card. João Braz de Aviz, Prefetto della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e Società di Vita Apostolica, dello storico Alberto Melloni, leader della cosiddetta “Scuola di Bologna”, ed anche di quel Jon Sobrino, teologo gesuita, le cui opere nel 2007 furono giudicate «errate» su punti essenziali dalla Congregazione per la Dottrina della Fede. Il che non gli impedirà, però, il giorno prima, di incontrarsi in Santa Marta per la S. Messa delle 7 col Sommo Pontefice, come annunciato dal Sir, l’agenzia di stampa ufficiale della Cei, da Radio Vaticana e dal quotidiano Avvenire.
Ma in cosa consiste esattamente il “Patto delle catacombe”? Il nome lo deve al luogo ove fu siglato, proprio 50 anni fa, il 16 novembre 1965, pochi giorni prima della chiusura del Concilio, ovvero nelle catacombe di Santa Domitilla a Roma, tra le tombe di ben 100 mila cristiani dei primi secoli. Al “Patto” aderirono 42 Vescovi conciliari di 15 Paesi, tra cui i nomi di spicco dell’iperprogressismo ecclesiale, come il brasiliano mons. Hélder Câmara, Arcivescovo di Olinda e Recife, e mons. Luigi Bettazzi, allora Vescovo ausiliare di Bologna, oggi Vescovo emerito di Ivrea: anche lui, il prossimo 14 novembre, prenderà peraltro parte al citato seminario di Roma.
Alle 42 adesioni iniziali al “Patto delle catacombe”, ben presto si aggiunsero altri nomi, tra i quali quello dell’Arcivescovo di San Salvador, mons. Oscar Romero, beatificato dal regnante Pontefice. Il brodo di coltura, cui più o meno tutti facevan riferimento, era comunque quello orbitante attorno al gruppo Église des pauvresfondato dal prete-operaio Paul Gauthier e dalla monaca carmelitana, Madre Marie-Thérèse Lescase, nonché quello della “Teologia della Liberazione”, condannata nel 1984 dalla Congregazione per la Dottrina della Fede con l’Istruzione Libertatis Nuntius, approvata da Giovanni Paolo II.
Ma i firmatari del “Patto”, decisi a proseguire per la propria strada, si impegnarono ad essere una «Chiesa serva e povera», dichiarando di voler rinunciare a lussi, proprietà e conti in banca, potere e privilegi, persino ai titoli: non più Eminenze, Eccellenze e Monsignori, solo generici «Padri». Pronti a chiedere alle Nazioni del mondo di adottare «strutture economiche e culturali» sempre più attente alle esigenze delle «masse povere», per farle «uscire dalla loro miseria».
A far tornare allo scoperto questo “Patto” ed i suoi fautori, è ora la convinzione di una nuova, particolare sintonia con l’attuale Pontificato, convinzione che poggia peraltro su fatti oggettivi: l’udienza privata concessa dal Papa l’11 settembre 2013 al fondatore della Teologia della Liberazione, il peruviano Gustavo Gutiérrez, dei Domenicani; la citata beatificazione di mons. Romero; il preannunciato incontro con Jon Sobrino; e l’elenco potrebbe continuare. Son tutti segnali molto chiari, sintomi indiscutibili quanto meno di un’inedita attenzione, giunta in modo tutt’altro che improvvisato, anzi accuratamente preparata.

Da tempo ferveva nel sottobosco ecclesiastico, infatti, una silenziosa, ma intensa attività di “avvicinamento”. Una copia del “Patto delle catacombe” fu, ad esempio, fatta recapitare a papa Francesco nel giugno 2013 dal Nobel per la Pace, Adolfo Pérez Esquivel, accompagnato dal Vicario episcopale per le popolazioni originarie della Diocesi di Formosa, mons. Francisco Nazar. Ad indirizzargliela fu il Vescovo Pedro Casaldáliga, sempre orbitante nell’ambito della “Teologia della Liberazione”, a sua volta ammonito peraltro dalla Santa Sede per l’aperto sostegno da lui dato al movimento sandinista nicaraguense.

Ora si ritiene, dunque, che tutto sia pronto per tornare sotto i riflettori con un fiorire di celebrazioni speciali, promosse da Ordini religiosi, gruppi e prelati, tra i quali figura l’ormai immancabile card. Walter Kasper: ad esempio, con la kermesse commemorativa del “Patto delle catacombe”, voluta a Roma dall’11 al 17 novembre dall’Istituto tedesco di Teologia e Politica di Monaco, in collaborazione col gruppo Pro Konzil (un nome che non richiede traduzione: rappresenta, in realtà, un cartello di sigle, tra le quali figurano università, movimenti, Congregazioni, ma anche ultras ecclesiali come Wir sind Kirche e poi Ag Feminismus und Kirchen e.V. (“Femminismo e Chiesa”-NdR), Pax Christi tedesca ed austriaca, la Karl Rahner Akademie di Colonia e molte altre ancora, tutte di evidente impronta conciliarista ed iperprogressista).

Ancora: dal 20 al 22 novembre è previsto un altro convegno del Movimento per la riforma della Chiesa, altro nome che è tutto un programma, mentre il 16 novembre si terrà una celebrazione liturgica nelle catacombe ove tutto ebbe origine. Intanto, a Napoli, nello stesso giorno, questa volta presso altre catacombe, quelle di San Gennaro dei Poveri, nel Rione Sanità, verrà sottoscritto un altro “Patto” definito nuovo, benché nella forma e nella sostanza ricalchi il precedente, solo mutuando dal lessico di papa Francesco l’impegno a far propria «l’opzione degli “scarti” della società», ad «aprire le case, le chiese, i conventi» agli immigrati, a riscrivere una gerarchia dei valori a dir poco bizzarra: spazzati via i principi non negoziabili di Benedetto XVI, eccoli rimpiazzati da «lavoro, casa e terra», dalla lotta al «feticismo del denaro», dalla «non-violenza contro le enormi spese militari», dalla «conversione ecologica», dalla «mondialità, dall’inclusione, dal dialogo ecumenico ed interreligioso». Alla firma di questo “Patto” è prevista la partecipazione, tra gli altri, di Padre Alex Zanotelli, del Vescovo Raffaele Nogaro, di don Luigi Ciotti, di don Virginio Colmegna e di altri ancora.

È evidente come tutte queste iniziative, presentate come la nuova “avanguardia” ecclesiastica, in realtà, di nuovo, non abbiano assolutamente alcunché: quelli che vengono presentati sono i temi triti e ritriti del pauperismo, del pacifismo, dell’ecologismo, dell’ecumenismo spinto, già sentiti prima, durante e dopo il Concilio Vaticano II, ma a lungo eclissatisi, solo per il fatto di non aver trovato terreno fertile ove attecchire, come han dimostrato le numerose condanne, ammonizioni e correzioni disciplinari collezionate nel tempo dalle loro idee (senza che ciò, peraltro, li abbia indotti a mutarle neppure di una virgola). L’arrivo del Papa «venuto dalla fine del mondo» e lo «spirito del Sinodo» hanno convinto i portatori di queste idee ad uscire dall’ombra ed a cercar di riciclarsi, nella convinzione di poter trovare, questa volta, appoggio nella Chiesa di papa Francesco. Pregando che non sia così.

mercoledì 8 luglio 2015

Realismo e volontarismo. Cosa c’è alla base di una sentenza assurda



Nella memoria di S. Elisabetta del Portogallo, regina e vedova del tirannico re portoghese Diniz, morta nel 1336 e pronipote dell'omonima Santa sovrana d'Ungheria, rilancio quest’interessante saggio di Carlo Manetti sulla sentenza della Corte Suprema USA che ha liberalizzato, in tutti gli Stati USA, il c.d. matrimonio omosessuale, di cui abbiamo già parlato (v. qui).



Realismo e volontarismo. Cosa c’è alla base di una sentenza assurda

La sentenza del 26 giugno 2015 della Corte Suprema Americana sul cosiddetto “matrimonio” tra omosessuali rappresenta una vittoria dell’irrazionalismo volontarista. Si immagina la vita come regolata dalla volontà; ma la volontà, privata della guida della ragione, viene snaturata nella sua stessa essenza, privata del suo fine e ridotta a delirante strumento dell’opposto del suo scopo…

di Carlo Manetti

La sentenza di venerdì 26 giugno scorso della Corte Suprema degli Stati Uniti d’America ripropone, in maniera tragica, il tema dello scontro tra il realismo razionale e l’irrazionalismo volontarista. Se, a prima vista, essa appare (confronta articolo) come l’ultima battaglia, anche se, oggettivamente, la più importante, della guerra tra la concezione testualista ed originalista (il diritto e, soprattutto, la Costituzione dicono ciò che dicono, indipendentemente dagli interessi materiali ed ideologici delle parti in causa) e quella ideologica del diritto (la Costituzione ha indicato un modello ideologico, una via, in continua evoluzione, e tocca all’interprete e, quindi, in primo luogo al giudice interpretare e, se del caso, forzare il diritto fino a renderlo docile strumento attuativo dell’ideologia), questa lotta ne sottende un’altra più antica e più generale: quella tra la natura e la volontà.
Da sempre, le concezioni del diritto e, conseguentemente, della legge si possono raggruppare due grandi filoni: quello, lato sensu, giusnaturalista e quello, lato sensu, giuspositivista. Il giusnaturalismo è l’applicazione al diritto della filosofia realistica, mentre il giuspositivismo è la branca giuridica della filosofia volontarista.
La lettura realistica della realtà (altro modo di definire la filosofia realistica) è un’ovvietà, quasi una tautologia, come il bisticcio di parole che la esprime significa molto bene: la realtà è ciò che esiste “realmente”, vale a dire in sé e non solo nel pensiero del soggetto che la pensa. Risulta, quindi, ovvio che un pensiero, per essere realistico, veritiero e non illusorio, deve rappresentare in maniera fedele il suo oggetto; il compito del pensiero è, pertanto, eminentemente passivo: il pensiero è come una pellicola fotografica, che si deve lasciare impressionare dalla luce, con la conseguenza che maggiore è la sensibilità (e, dunque, la profondità) del pensiero e maggiore sarà la sua fedeltà al reale. Lo stesso processo astrattivo, che permette di passare dalla conoscenza sensibile dei fenomeni a quella razionale dei concetti, non è altro che un riconoscimento più profondo della realtà: una fotografia fatta con una pellicola molto più sensibile, nel paragone precedente.
La filosofia realistica non è altro che il riconoscimento del fatto che esiste una realtà e che compito dell’uomo, in quanto essere razionale, è quello di conoscerla e, conseguentemente, prendere atto, anche nel comportamento, della realtà conosciuta. Questo compito non è solo doveroso, ma anche possibile. La ragione umana è comune a tutti gli uomini e, qualora non sia intaccata da patologie e/o da incrostazioni ideologiche, procede nella medesima maniera in tutti gli uomini.
Esistono, però, correnti di pensiero che si oppongono a tanta linearità. Il punto di partenza è la passività del processo astrattivo: esso è passivo, semplice acquisizione della realtà, solo se esistono realmente gli universali, vale a dire le realtà di cui i concetti, che, con tale processo, la mente acquisisce, sono rappresentazione. La teoria che ne nega l’esistenza e li riduce a semplice flatum vocis si chiama, appunto, nominalismo. La sua prima conseguenza è l’eliminazione del concetto stesso di natura.
Natura ed universale coincidono[1]. Ridurre gli universali a semplici nomi o, come fa, genialmente, quanto improvvidamente, Abelardo[2] (1079-1142), a concetti, privi di una loro esistenza reale, significa ridurre la natura all’insieme delle caratteristiche accidentalmente comuni a più individui, riuniti in un insieme arbitrariamente deciso dal classificatore.
L’eliminazione del concetto di natura apre la strada a tutte quelle dottrine note, nel loro complesso, con il nome di Volontarismo. Se non esiste una natura, ma esistono solo enti singoli, all’essere umano è preclusa ogni conoscenza veramente scientifica, essendo stata completamente eliminata ogni forma di metafisica. Essendo, così, eliminato il suo stesso fine, vale a dire la conoscenza della verità, la ragione tende a perdere quasi ogni valore. Si immagina la vita come regolata dalla volontà; ma la volontà, privata della guida della ragione, viene snaturata nella sua stessa essenza, privata del suo fine e ridotta a delirante strumento dell’opposto del suo scopo.
Negli animali l’istinto è perfetto, in quanto non è stato creato per sottomettersi a null’altro che a se stesso. Negli uomini, invece, gli istinti non hanno la perfezione e l’impermeabilità che posseggono negli animali, poiché debbano essere governati ed incanalati dalla ragione. L’anima razionale dell’uomo deve governare tutto l’essere umano e, quindi, gli istinti umani sono fatti per essere governati dalla ragione e, dunque, necessitano della guida razionale per raggiungere il loro grado di perfezione. La volontà è lo strumento attraverso il quale la ragione conduce gli istinti a servire le finalità che ella determina; la volontà è la determinazione dell’uomo a perseguire le finalità della sua anima razionale.
Risulta di ogni evidenza che, senza le finalità prodotte dalla ragione, la volontà non ha uno scopo verso cui indirizzare gli istinti. La gravità dell’irrazionalismo volontarista sta proprio qui: la volontà – che per natura non ha fini propri, ma attua fini che le vengono dalla ragione – nel momento in cui la ragione non esercitasse più la sua guida, si troverebbe, inesorabilmente, a dover obbedire agli istinti, con un assoluto e totale ribaltamento delle gerarchie all’interno della persona. Questo è quanto affermato da Sigismund Schlomo Freud (1856-1939), attraverso il concetto di inconscio: l’inconscio, che per Freud è, di fatto, sempre subconscio (vale a dire istinti), governa la ragione, che finge di dare ordini alla volontà, ma, in realtà, esegue gli ordini degli istinti.
Il volontarismo, normalmente, tenta di coprire questo ribaltamento, evitando spiegare che cosa intenda per volontà ed esaltando termini quali «sentimenti», «passioni»… Si giunge persino a parlare di «dedizione», senza, ovviamente, specificare a chi o a cosa.
Il volontarismo nasce in ambito teologico, come estrema esaltazione dell’onnipotenza della libertà di Dio. Si afferma che Dio non può essere limitato dalla ragione, altrimenti la ragione sarebbe più grande di Dio; se ne deduce che di Dio noi possiamo conoscere ed apprezzare unicamente la volontà; fino a ridurre Dio a pura volontà. L’ovvia conseguenza di ciò è l’assoluta inconoscibilità di Dio, nella sua ontologia, ed il rifiuto di ogni esame razionale sia della Fede che della morale. Questa visione si adatta perfettamente all’Islam, come ha molto ben chiarito il persiano Abu Hāmid Mohammad ibn Mohammad al-Ghazālī (1058-1111), forse il più grande teologo islamico.
Il volontarismo teologico trova la sua massima espressione nella cosiddetta «teologia afasica»[3], che nega che di Dio si possa dire alcunché. Queste teorie hanno avuto una certa penetrazione anche nel Cristianesimo, soprattutto nel tentativo di esaltare la trascendenza divina, contro le riduzioni della Fede a pura filosofia.
Il volontarismo lascia qualche traccia in alcuni settori della teologia francescana, a partire da Giovanni Duns Scoto (1265-1308), che esaltava la superiorità della volontà rispetto alla conoscenza. La teologia francescana ha condotto una durissima lotta contro l’intellettualismo all’interno del Cattolicesimo, esaltando sempre la dimensione mistica ed il rapporto amoroso con Dio. È in questo senso che vanno intese le parole di Duns Scoto, geniale complesso teologo, che, però, è stato portato alle sue estreme conseguenze e, forse, stravolto da Guglielmo d’Occam (1285-1347), il vero fondatore del volontarismo teologico in seno al Cristianesimo. Occam separa in senso assoluto Fede e ragione, disprezzando ogni tentativo razionale di comprensione.
Dal volontarismo teologico, il passo verso il volontarismo gnoseologico è breve: se Dio non è razionale e, conseguentemente, non è razionalmente comprensibile, nemmeno il creato è comprensibile attraverso la ragione. La conseguenza è l’impossibilità di comprendere il mondo circostante, gli altri uomini e, in ultima analisi, se stessi. Il vuoto, lasciato dall’eliminazione della ragione del suo ruolo, viene riempito dalla sovra esaltazione di tutto ciò che non è razionale: passioni, sentimenti, istinti, potere…
Sul piano della filosofia politica, il passaggio dal volontarismo teologico a quello gnoseologico e politico avviene con l’Illuminismo, anche se vi sono tentativi che lo precedono, quali, ad esempio, la scuola giuridica gallicana di Marsilio da Padova (1275-1342), Niccolò Machiavelli (1469-1527) o tutto il contrattualismo inglese seicentesco; ma nessuno di questi precursori raggiunge la completa coerenza dell’irrazionalismo della filosofia dei Lumi. L’Illuminismo è, dottrinalmente, la completa negazione della capacità della ragione di conoscere il vero e, conseguentemente, è la dottrina (rectius l’insieme delle dottrine) che porta a più completo compimento il volontarismo.
Con la filosofia realistica, la politica è parte dell’etica e l’etica discende dalla conoscenza della realtà, attraverso la ragione. La politica è, quindi, subordinata al diritto naturale, discende dall’etica naturale, che, a sua volta, deriva dalla natura stessa dell’uomo. Il fine della politica è il bene comune, vale a dire l’applicazione alla situazione concreta del diritto naturale, che, rispecchiando, come abbiamo detto, la natura umana, fa il bene dei singoli e delle comunità, che, in ultima analisi, coincidono.
Con il volontarismo e, in modo particolare, con l’Illuminismo, è l’attuazione della volontà del detentore del potere politico; tale volontà diviene bene per definizione e, quindi, tanto i singoli quanto le comunità debbono piegarsi ad essa.
Sul piano più squisitamente giuridico, la filosofia realistica conduce al giusnaturalismo, vale a dire alla diretta applicabilità del diritto naturale quale norma, diremmo con linguaggio contemporaneo, «di rango sovra costituzionale», con la conseguenza che una legge che dovesse violare il diritto naturale non sarebbe, già sul piano giuridico, una legge, bensì un crimine sotto le mentite spoglie di norma. In quest’ottica, non esiste differenza concettuale tra le norme interne di un’organizzazione criminale e, ad esempio, la nazista «Soluzione Finale» o la legge 194 del 1978 per la legalizzazione dell’aborto in Italia.
Con il volontarismo, invece, come abbiamo visto, non esiste nessun diritto superiore alla volontà del legislatore (o del detentore del potere politico che dir si voglia), con l’ovvia conseguenza che, negli esempi fatti sopra, la «Soluzione Finale» o la legge 194 del 1978 divengono leggi vigenti, con l’obbligo giuridico di osservarle.
Ecco che, in quest’ottica, chiunque si trovi nella materiale possibilità di farlo può imporre al resto dei consociati ogni suo capriccio. Ecco che la Corte Suprema degli Stati Uniti può imporre che in tutta l’Unione la volontà di due persone del medesimo sesso di consumare stabilmente ripetutamente rapporti contro natura debba essere definita «matrimonio»[4], qualora ottenga il timbro governativo.

[1] Quando usiamo il termine «universale», sottolineiamo l’aspetto concettuale di questa realtà; quando, invece, usiamo il termine «natura», sottolineiamo l’aspetto ontologico della medesima realtà.

[2] Vedi articolo.

[3] dal verbo greco φημί (femì), che significa «parlare», preceduto dall’α, cosiddetto «privativo», che nega il significato della parola che lo segue.

[4] L’etimologia della parola matrimonio rende queste affermazioni pseudo giuridiche ancora più ridicole. «Matrimonio» deriva dall’unione delle parole latine mater (madre) e munus (compito, dovere); il matrimonio è, quindi, la situazione giuridica che permette alla donna di compiere il suo dovere di madre, cioè di mettere al mondo dei figli legittimi.