Sante Messe in rito antico in Puglia

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domenica 29 ottobre 2017

La lotta contro le eresie di san Domenico di Guzmán. In onore della festa di Cristo re dell'universo

Nella festa di Cristo Re dell’Universo e della sua regalità sociale – verità queste sempre riconosciute dalla Cristianità e negate, tuttavia, a partire da Montini in poi, per il quale si è rinnovato l’antica, blasfema esclamazione dei giudei dinanzi a Pilato “Nolumus hunc regnare super nos” (Lc 19, 14), riconoscendosi a Cristo solo una regalità … escatologica … – ricordiamo di rinnovare le prescrizioni di Sua Santità Pio XI di v.m. circa la consacrazione del genere umano: in tutte le chiese parrocchiali, davanti al Santissimo Sacramento esposto alla pubblica adorazione si reciti, infatti, la formula (riformata nel 1925) di consacrazione del genere umano al Sacro Cuore di Gesù, alla quale si devono aggiungere le Litanie del Sacro Cuore (S. R. C. 28 aprile 1926).
In questa festa, pertanto, rilanciamo questo bel contributo di Cristina Siccardi sulla lotta contro le eresie intrapresa da san Domenico di Guzmán; lotta volta, appunto, all’affermazione del regno sociale di Cristo. Si tratta di un contributo quantomeno opportuno stante la lotta senza quartiere ai giorni d’oggi intrapresa contro la Verità di Cristo dai suoi nemici, che non cessano, di giorno in giorno, che diffondere e lodare nuove – ma in verità sempre antiche – eresie.






George Zinoviev, Icona di Cristo re con Sergio di Radonez e Eutimio di Suzdal, 1681, State Vladimir-Suzdal Historical, Architectural and Art Museum-Reserve, Suzdal 

Icona di Cristo sommo sacerdote, XVII sec.

El Greco, Cristo in Croce, 1577-1579, collezione privata, Milano. Regnavit a ligno Deus: già la Lettera di Barnaba insegnava che «il regno di Gesù è sul legno» (VIII, 5, in I Padri Apostolici, Roma 1984, p. 198) ed il martire san Giustino, citando quasi integralmente un noto Salmo (Sal. 96 (95)) nella sua Prima Apologia, concludeva invitando tutti i popoli a gioire perché «il Signore regnò dal legno» della Croce (Gli apologeti greci, Roma 1986, p. 121).








La lotta contro le eresie di san Domenico di Guzmán

di Cristina Siccardi

Giovanni Antonio Sogliani, S. Domenico fa servire i suoi frati dagli angeli, 1536, Convento di S. Marco, Firenze

Ottocento anni fa avvenne un fatto fondamentale per la vita della Chiesa, che andò a sommarsi all’operato dei Frati minori di san Francesco di Assisi: era il 1217 quando san Domenico di Guzmán (Caleruega 1170/1175-Bologna 6 agosto 1221) inviò nelle città europee, dove si trovavano le principali sedi universitarie (Bologna, Parigi, Madrid…), i membri dell’Ordine dei Predicatori da lui fondato al fine di renderli dotti per risanare il tessuto cattolico.
I due ordini mendicanti, mendichi per volontà di san Francesco e di san Domenico della sola Provvidenza, risollevarono le sorti di una Chiesa piena di boria, moralmente corrotta, avente parroci spesso ignoranti e fedeli imbevuti di errori diffusi da movimenti pauperisti.
La vita di san Domenico di Guzmán è meno nota rispetto a quella del suo contemporaneo san Francesco di Assisi (1181/1182-1226), in quanto il fondatore dei Predicatori si identifica per lo più con la sua opera, a differenza di san Francesco, il cui percorso terreno fu caratterizzato dalla sua stessa originale personalità. Proprio per tale ragione la figura di san Domenico ha subito meno stravolgimenti e profanazioni rispetto a quella del poverello di Assisi, in quanto l’icona del santo spagnolo è stata associata più che altro alla sua fondazione.
Ma c’è anche un altro dato che non può essere sottovalutato: Francesco era l’uomo di Dio che apriva il suo santo animo alla singola creatura, dunque la devozione che scaturì fu di carattere personale, un po’ come accadrà per san Pio da Pietrelcina: ognuno, anche il laico, sente un richiamo magnetico per san Francesco (da qui la più agevole strumentalizzazione da parte delle diverse ideologie: gnostica, comunista, relativista…); mentre la devozione per san Domenico non assume questo carattere di empatia personale, bensì si confonde nella sfera del suo Istituto, creato ad hoc contro le eresie, utilizzando un metodo preciso: formare predicatori di elevata qualità per essere in grado di confutare gli errori.
L’azione catechetica e di evangelizzazione che adottò san Domenico era per l’appunto focalizzata sulla predicazione con lo scopo precipuo di debellare le eresie, in particolare puntò la sua attenzione sui càtari, che si consideravano puri, detti anche albigesi, dal nome della cittadina francese di Albi, altresì dalla locuzione latina in albis (in [vesti] bianche), come ha ricordato il professor Dario Pasero, filologo, linguista e glottologo che negli scorsi giorni ha tenuto una splendida lezione, all’interno di un incontro organizzato dall’Associazione John Henry Newman di Rivarolo Canavese, sulla figura di san Domenico tratteggiata da Dante nel XII canto del Paradiso, dove la terzina 72 così lo dipinge: «Domenico fu detto; e io ne parlo/sì come de l’agricola che Cristo/elesse a l’orto suo per aiutarlo».
I càtari si diffusero nella Linguadoca, nella Provenza, nella Lombardia, in Bosnia, in Bulgaria, nell’Impero bizantino. La tolleranza praticata dai signori di Provenza, come il conte di Tolosa, da alcuni ecclesiastici, come i vescovi di Tolosa e Carcassonne, e dall’Arcivescovo di Narbonne, nei confronti dei predicatori eretici, permise che quest’ultimi non solo circolassero indisturbati nei villaggi e ricevessero lasciti cospicui, ma venissero posti a capo di istituti religiosi.
I sacerdoti locali si disinteressavano degli eretici proprio perché, essendo intellettualmente impreparati, non avevano mezzi per controbatterli. Fu così che i Domenicani, formati nei migliori atenei, acquisirono gli strumenti adeguati per compiere la loro missione in funzione della ragione e della Fede contro menzogne ed inganni.
Domenico apparteneva alla nobile famiglia dei Guzmán della Castiglia e sostenuto da uno zio sacerdote aveva studiato in una celebre scuola di Palencia. Si distinse subito per l’interesse alla Sacra Scrittura e per l’amore verso i poveri, tanto da vendere i suoi libri manoscritti di grande valore (all’epoca non esisteva ancora la stampa) per soccorrere, con il ricavato, le vittime di una carestia.
Nel 1196 fu eletto canonico del capitolo cattedrale di Osma. Il Vescovo del luogo, Diego de Acevedo, lo chiamò al suo fianco e nel 1203, divenuto sottopriore dello stesso capitolo, lo accompagnò in una missione diplomatica, per conto del Re di Castiglia, da espletare nella Germania del Nord. Giunti a destinazione constatarono le devastazioni morali prodotte in Turingia da una popolazione pagana dell’Europa centrale, i Cumani. Da questo istante fino al termine della sua vita Domenico sarà animato dal desiderio di convertire.
Sulla strada per la Germania, il Vescovo e il suo collaboratore avevano soggiornato nella contea di Tolosa, prendendo così coscienza del successo che qui aveva riscosso il catarismo. Tale termine deriva dal latino medievale catharus (a sua volta dal greco καϑαρός «puro»), con il quale si autodefinirono per primi i seguaci del Vescovo Novaziano elettosi antipapa dal 251 al 258; per questa ragione il termine katharoi fu citato per la prima volta in un documento ufficiale della Chiesa nei canoni del Concilio di Nicea del 325. Con la definizione di càtari sono indicati gli eretici dualisti medievali (albigesi, manichei, publicani o pauliciani, ariani, bulgari, bogomili… e in Italia patarini), che ebbero terreno fertile dal IV fino al XIV secolo.
Fu proprio per contenere l’estendersi dei càtari che, dopo infruttuosi tentativi da parte di alcuni legati papali, Padre Domenico concepì un nuovo metodo di predicazione: per combatterli bisognava usare i loro stessi mezzi, vale a dire operare in povertà, umiltà e carità. Credendo nella deviazione dalla vera fede della Chiesa di Roma, i càtari crearono una propria istituzione ecclesiastica, parallela a quella ufficiale presente sul territorio.
Per loro Cristo aveva avuto solo in apparenza un corpo mortale (docetismo) e la dottrina si fondava essenzialmente sul rapporto oppositivo fra materia e spirito di derivazione gnostica e manichea. Le opposizioni erano irriducibili (Spirito-Materia, Luce-Tenebre, Bene-Male), all’interno delle quali tutto il creato era una sorta di grande tranello di Satana (Anti-Dio), il quale irretiva lo spirito umano contro le sue rette inclinazioni.
Lo stesso Dio dell’Antico Testamento corrispondeva ad un dio malefico. Basandosi su questi principi divennero vegani ante litteram, rifiutando il consumo di carne, latte, uova e dei loro derivati (ad eccezione del pesce, di cui in epoca medievale non era ancora conosciuta la riproduzione sessuale). Consideravano peccaminoso persino il matrimonio, poiché serviva ad accrescere il numero degli schiavi di Satana. La convinzione che tutto il mondo materiale fosse opera del male comportava il rifiuto dei sacramenti. La perfezione per il càtaro si raggiungeva quando non si possedevano beni materiali e, attraverso un percorso “ascetico”, ci si lasciava morire di fame e di sete (pratica dell’endura).
Nel terzo Concilio Lateranense, convocato da papa Alessandro III a Roma nel marzo 1179, il catarismo venne condannato. Dopo l’elezione al soglio pontificio di Innocenzo III, nel 1198, la Chiesa reagì con decisione all’eresia con l’indizione nel 1208 della Crociata albigese (1209-1229), mentre papa Gregorio IX istituirà il Tribunale dell’Inquisizione, che impiegherà settant’anni per estirpare la malapianta dal Sud della Francia.
In questa drammatica situazione per la Chiesa, La Divina Provvidenza chiama Domenico di Guzmán, con la povertà, lo studio approfondito, la predicazione, e san Francesco di Assisi, con la povertà, l’immolazione, l’esempio di vita per ristabilire la verità e l’ordine.
Il primo successore nella guida dei Domenicani, il beato Giordano di Sassonia (1190-1237), autore del Libellus de principiis Ordinis Praedicatorum, un testo che propone la prima biografia di san Domenico (canonizzato nel 1234) e la storia degli anni iniziali dell’Ordine, scrive: «Durante il giorno, nessuno più di lui si mostrava socievole… Viceversa di notte, nessuno era più di lui assiduo nel vegliare in preghiera. Il giorno lo dedicava al prossimo, ma la notte la dava a Dio» (in P. Lippini OP, San Domenico visto dai suoi contemporaneiI più antichi documenti relativi al Santo e alle origini dell’Ordine Domenicano, Edizioni Studio Domenicano, Bologna 1982, p. 133). I testimoni affermano che «egli parlava sempre con Dio o di Dio». Non ha lasciato scritti sulla preghiera, ma la tradizione domenicana continua a tramandare un’opera dal titolo Le nove maniere di pregare di San Domenico, che venne redatta fra il 1260 e il 1288 da un frate domenicano.
Ogni preghiera viene sempre svolta da Padre Domenico di fronte a Gesù Crocifisso. I primi sette modi seguono una linea ascendente, come i passi di un cammino, verso la comunione con la Trinità: Domenico prega in piedi inchinato per esprimere l’umiltà; steso a terra per chiedere perdono dei peccati; in ginocchio facendo penitenza per partecipare alle sofferenze di Cristo; con le braccia aperte fissando il Crocifisso per contemplare il Sommo Amore; con lo sguardo verso il cielo sentendosi attirato verso il Regno di Dio.
L’ottava pratica consiste nella meditazione personale, quella che conduce alla dimensione intima, fervorosa, rasserenante. Al termine della Liturgia delle Ore e dopo la celebrazione della Santa Messa, egli prolunga il colloquio con Dio, senza porsi limiti di tempo: tranquillamente seduto, si raccoglie in sé e in ascolto, leggendo un libro o fissando il Crocifisso. I testimoni raccontano che, a volte, entrava in estasi con il volto trasfigurato, e dopo riprendeva le sue attività come niente fosse, corroborato dalla forza acquisita dalla preghiera.
Infine c’è l’orazione che svolge durante i viaggi da un convento all’altro: recita le Lodi, l’Ora Media, il Vespro con i confratelli e, percorrendo valli e colline, contempla la bellezza della creazione, mentre dal cuore gli sgorga sovente un canto di lode e di ringraziamento a Dio per tutti i doni, soprattutto per il più grande: la Redenzione operata da Cristo.
Nel 1212, durante la sua permanenza a Tolosa, narra il beato Alano della Rupe, ebbe una visione della Vergine Maria, che gli consegnò il Rosario, come richiesta a una sua preghiera per combattere l’eresia albigese. Secondo il racconto del beato, nel 1213-1214 san Domenico, mentre predicava in Spagna con il confratello Fra’ Bernardo, venne rapito dai pirati.
La notte dell’Annunciazione di Maria (25 marzo) una tempesta stava facendo naufragare la nave su cui si trovavano, quando la Madonna disse a Domenico che l’unica salvezza dalla morte per l’equipaggio era dire sì alla sua Confraternita del Rosario: furono dunque i pirati con i Domenicani a bordo ad esserne i primi membri. Da allora il Rosario divenne la preghiera più diffusa per combattere le eresie e, con il passare dei decenni, una delle più tradizionali preghiere cattoliche.
In occasione di un viaggio a Roma, nell’ottobre 1215, per accompagnare il Vescovo Folchetto, che doveva partecipare al Concilio Laterano IV, Domenico avanzò la proposta a Innocenzo III di un nuovo ordine monastico e mendicante dedicato alla predicazione. Il Papa l’approvò verbalmente, così come aveva fatto con san Francesco nel 1209.
Ma seguendo i canoni conciliari, da lui stesso promulgati (Conc. Laterano IV can. 13), propose di non fare una nuova regola, bensì prenderne una già approvata poiché i tempi erano troppo travagliati per la Chiesa. Seguendo il consiglio, san Domenico con i suoi sedici seguaci, scelse la Regola di Sant’Agostino, corredata da Costituzioni idonee alla loro missione. «San Domenico fu un uomo di preghiera. Innamorato di Dio, non ebbe altra aspirazione che la salvezza delle anime, in particolare di quelle cadute nelle reti delle eresie del suo tempo; imitatore di Cristo […] sotto la guida dello Spirito Santo, progredì sulla via della perfezione cristiana. In ogni momento, la preghiera fu la forza che rinnovò e rese più feconde le sue opere apostoliche», così affermò Benedetto XVI nell’Udienza generale di cinque anni fa, tenuta a Castel Gandolfo (8 agosto 2012).
Chi, oggi, si preoccupa con umiltà, serenità, santità delle anime «cadute nelle reti delle eresie» del nostro tempo? Anche noi, vittime di una funesta carestia di vita interiore e oranti con il Santo Rosario – insistentemente raccomandato cento anni fa da Nostra Signora di Fatima – siamo mendichi, sull’esempio di san Domenico e di san Francesco, della Divina Provvidenza.

sabato 2 settembre 2017

Un eminente teologo: cambiare il diritto canonico per correggere gli errori del papa

Il dibattito circa l’ambiguità e l’errore dottrinali, evidenti o sottesi, al documento papale Amoris Laetitia è sempre vivo (cfr., su questo dibattito nell'ultimo mese, ad es., Paolo Pasqualucci, La pastorale della Via Larga di papa Francesco, in Chiesa e postconcilio, 22.8.2017; Maria Guarini, 'AL, correzione o no? Canonisti al lavoro'. Osservazioni ad un articolo de La Nuova Bussola Quotidiana, ivi, 23.8.2017Mons. Fernández (Toucho): 'Il Papa ha cambiato la disciplina sulla comunione dei divorziati risposati, ivi, 24.8.2017). Nelle ultime settimane l’attenzione internazionale a tale su tale dibattito è stata rilanciata dal noto domenicano p. Aidan Nichols, Maestro in Sacra Teologia, che è il più alto grado accademico che l’Ordine domenicano conferisca a un suo membro. Nichols è titolare di quella che, dopo secoli, è la prima cattedra di teologia cattolica all’università di Oxford.
Qui di seguito riportiamo la traduzione di un articolo che sintetizza l’intervento di Nichols, articolo apparso su The Catholic Herald, il prestigioso settimanale britannico, fondato nel 1888 e che divenne presto il punto di riferimento per tutti i cattolici inglesi. Nell’articolo si espone la proposta del noto ecclesiologo per una soluzione giuridica che possa affrontare l’eventualità di errori dottrinali formulati in modo pubblico da un papa. Nei prossimi giorni pubblicheremo anche la risposta positiva a p. Nichols, data da un altro teologo, p. Brian Harrison, il quale espone alcune proposte giuridiche con maggiore realismo e concretezza. Anche in questo caso la fonte sarà The Catholic Herald e nella medesima data, il 18 agosto 2017.

Epifanio

Un eminente teologo: cambiare il diritto canonico per correggere gli errori del Papa


Di Dan Hitchens, traduzione di F. S.

Padre Aidan Nichols, ha affermato che l’insegnamento di Papa Francesco ha portato ad una situazione «estremamente grave».

Un teologo di spicco ha proposto una riforma del diritto canonico per permettere che gli errori dottrinali di un Papa possano essere constatati.
Padre Aidan Nichols, prolifico autore che ha tenuto conferenze a Oxford e Cambridge e presso l’Angelicum a Roma, ha affermato che l’esortazione di Papa Francesco Amoris Laetitia ha portato ad una situazione «estremamente grave».
Padre Nichols ha proposto che, date le asserzioni del Papa su temi quali il matrimonio e la legge morale, la Chiesa potrebbe avere bisogno di «una procedura per richiamare all’ordine un Papa che insegni un errore dottrinale».
Il teologo domenicano ha affermato che questa procedura potrebbe essere meno «conflittuale» qualora si verifichi durante il corso di un pontificato, piuttosto che dopo la sua conclusione, come nel caso di Papa Onorio che fu condannato per un errore dottrinale solo dopo che ebbe cessato di occupare la sede petrina.
Padre Nichols parlava a Cuddesdon, alla conferenza annuale di una società ecumenica, la Fellowship of St Alban and St Sergius, ad un pubblico largamente non cattolico.
Ha affermato che il procedimento giudiziario «dissuaderebbe i Papi da qualsiasi tendenza alla capricciosità dottrinale o alla semplice negligenza» e risponderebbe ad alcune «ansie ecumeniche» di anglicani, ortodossi ed altri che temono che il Papa possa avere carta bianca per imporre un qualsiasi insegnamento. «Al contrario, potrebbe essere che l’attuale crisi del Magistero Romano sia provvidenzialmente destinata a richiamare l’attenzione sui limiti del primato in tale ambito».
Padre Nichols ha scritto oltre 40 libri di filosofia, teologia, apologetica e analisi critica. Nel 2006 è stato chiamato ad occupare la prima cattedra di Teologia cattolica presso l’Università di Oxford dopo la Riforma.
Non ha mai pubblicamente commentato Amoris Laetitia fino ad ora, ma è stato tra i 45 firmatari, tra sacerdoti e teologi, di una lettera al Collegio dei Cardinali, poi trapelata al pubblico. La lettera ha chiesto ai Cardinali di reclamare un chiarimento dal Papa per escludere interpretazioni eretiche ed erronee dell’esortazione.
Nel suo intervento P. Nichols ha riportato alcune delle stesse preoccupazioni presenti nella lettera: ha osservato, per esempio, che Amoris Laetitia potrebbe far sembrare che la vita monastica non sia uno stato superiore a quello del matrimonio – un’opinione condannata come eretica dal Concilio di Trento.
L’esortazione è stata anche interpretata come se sostenesse che i divorziati risposati possano ricevere la Comunione senza cercare di vivere «come fratello e sorella». Questo contraddice l’insegnamento perenne della Chiesa, riaffermato dai Papi San Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.
P. Nichols ha affermato che questa interpretazione, avallata da Papa Francesco, introdurrà nella Chiesa «uno stato di vita inedito in precedenza. Senza giri di parole, questo stato di vita è un vero e proprio concubinato tollerato».
Non solo, P. Nichols ha anche affermato che il modo in cui Amoris Laetitia ha approvato il «concubinato tollerato» (senza usare la frase) è stato potenzialmente ancora più dannoso. Ha citato la descrizione, che l’esortazione fa, di una coscienza che «riconosce come una data situazione non corrisponda oggettivamente alle esigenze del Vangelo» ma vede «con una certa sicurezza morale … che per il momento è la risposta più generosa». Il P. Nichols ha affermato che questo è come dire «che le azioni condannate dalla legge di Cristo possano talvolta essere moralmente giuste o, addirittura, persino richieste da Dio».
P. Nichols ha detto che questo contraddirebbe l’insegnamento della Chiesa, secondo cui alcuni atti sono sempre moralmente sbagliati.
Egli – presumibilmente riferendosi ai tentativi di vivere in continenza – ha inoltre richiamato l’attenzione sull’affermazione che qualcuno «possa conoscere bene la regola … ma sia in una situazione concreta che non gli permetta di agire in modo diverso e di decidere altrimenti senza ulteriori peccati». P. Nichols ha osservato che il Concilio di Trento aveva solennemente condannato l’idea che «i Comandamenti di Dio siano impossibili da osservare, anche per un uomo che sia giustificato e stabilito nella grazia». Amoris Laetitia dà l’impressione di affermare che non sia sempre possibile, o almeno consigliabile, seguire la legge morale.
Se tali affermazioni generali circa gli atti morali fossero corrette, ha detto P. Nichols, «allora nessuna area della morale cristiana può rimanere indenne».
Ha affermato che sarebbe preferibile pensare che il Papa fosse stato solo «negligente» nel linguaggio usato, piuttosto che abbia insegnato positivamente degli errori. Ma questo parrebbe dubbio, visto che la Congregazione per la Dottrina della Fede aveva suggerito delle correzioni ad Amoris Laetitia ed è stata ignorata.
Il Cardinale Raymond Burke ha pubblicamente discusso riguardo a una correzione formale nei confronti del Papa. Tuttavia, P. Nichols ha affermato che né i codici occidentali né quelli orientali del diritto canonico contengono una procedura «per un’indagine attorno al caso di un Papa sospettato di aver insegnato un errore dottrinale, tanto meno è previsto un processo».
P. Nichols ha osservato che la tradizione del diritto canonico è che «la prima Sede non è giudicata da nessuno». Ma egli ha sostenuto anche che il Concilio Vaticano I aveva limitato la dottrina dell’infallibilità Papale, in modo che «non è la posizione della Chiesa Cattolica Romana quella che afferma che un Papa, come pubblico dottore, non possa sviare le persone con un falso insegnamento».
«Egli può essere il giudice supremo di appello della cristianità … ma questo non lo rende immune dal pronunciare castronerie dottrinali. Sorprendentemente, o forse non tanto sorprendentemente, data la pietà che ha circondato le figure dei Papi dal pontificato di Pio IX in poi, questo fatto sembra sconosciuto a molti, che dovrebbero conoscerlo molto bene». Tenuto conto dei limiti dell’infallibilità Papale, il diritto canonico potrebbe essere in grado di accogliere una procedura formale per indagare qualora un Papa avesse insegnato degli errori.
P. Nichols ha affermato che le Conferenze Episcopali sono state lente a sostenere Papa Francesco, probabilmente perché erano divise al loro interno; ma ha affermato che «il programma [del Papa] non avrebbe ottenuto niente di più, se non si fosse verificato il caso che teologici liberali, generalmente in ombra, fossero stati promossi, in tempi relativamente recenti, a posizioni elevate sia nell’episcopato mondiale, sia fra i ranghi della Curia Romana».
P. Nichols ha affermato che c’è «un pericolo di possibile scisma», ma che è improbabile e non un pericolo così immediato quanto invece «la diffusione di un’eresia morale». La prospettiva che Amoris Laetitia apparentemente contiene, se passasse senza correzione, «sarebbe sempre più considerata come un parere teologico accettabile. E questo causerà un danno maggiore che non si potrà facilmente correggere».

mercoledì 17 agosto 2016

“Sanctíssimi viri stúdium erga proximórum salútem máximis Deus miráculis illustrávit. Inter quæ illud insígne, quod Vándalum flúvium prope Visográdum aquis redundántem, nullo navígio usus, trajécit, sóciis quoque expánso super undas pállio tradúctis” (Lect. VI – II Noct.) – SANCTI HYACINTHI, CONFESSORIS



Quest’illustre figlio della Polonia, il cui nome era Jacek Odrowąż, era canonico di Cracovia quando la predicazione ed i miracoli di san Domenico lo determinarono ad abbandonare il secolo ed a ricevere l’abito dei Frati Predicatori a Roma, dalle stesse mani del santo Fondatore. Nel 1218, durante i primi mesi del suo noviziato, risiedé sull’Aventino, nel convento annesso al Titolo di Sabina; più tardi, ritornato nella sua patria, propagò meravigliosamente il suo Ordine, per il quale fondò i conventi di Friesach, di Cracovia, di Praga, di Vratislava, di Kiev e di Danzica. Risuscitò vari defunti, passò vari fiumi a piedi asciutti, illuminò ciechi, e quando morì, il 16 (o il 15) agosto 1257, restituì alla vita un cadavere. I Bollandisti hanno pubblicato diverse collezioni di miracoli operati da questo taumaturgo, e vi si descrivono, tra gli altri, almeno una ventina di morti richiamati a vita per sua intercessione (cfr. Albert J. Herbert, Raised from the dead-true stories of 400 resurrection miracles, trad. it. di Camilla Giacomini (a cura di), I morti resuscitati. Storie vere di 400 miracoli di resurrezione, Tavagnacco 1998, pp. 151-155). Venne canonizzato da Clemente VIII nel 1594 all'indomani dell'istituzione della Sacra Congregazione dei Riti e delle nuove norme varate in materia dal concilio di Trento, costituendo l'unico polacco rappresentato tra le 139 statue che sormontano il colonnato berniniano di Piazza San Pietro (Così ricordano Roberto Fusco – Arkadius Nocon, Giacinto Odrowaz domenicano della prima ora. Ritrovati i due stendardi realizzati per la canonizzazione (17 aprile 1594), in L’Osservatore romano, 22-23 febbraio 2010). Dotato di una festa nel 1625 al 16 agosto con rito doppio, fu spostato nel 1911 al 17 agosto, giorno dell’Ottava di san Lorenzo, dopo che la riforma del calendario di san Pio X stabilì al 16 agosto la festa di san Gioacchino, padre della Vergine Maria.
La messa è dal Comune, come per san Raimondo da Penafort il 23 gennaio; ma la prima colletta è propria.
Le feste dei santi eccitano l’anima alle grandi imprese, e la loro intercessione presso il Signore diffonde una dolce gioia nel cuore, che la fa sentire meno sola su questa terra di esilio, dal momento che un grande fratello, potente ed affezionatissimo, vigila sui suoi passi in cielo.

Lodovico Carracci, La Vergine appare a S. Giacinto, 1594, Musée du Louvre, Parigi


Leandro Bassano, S. Giacinto attraversa il fiume Dnpier camminando sull’acqua, Cappella della Madonna della Pace, Basilica dei SS. Giovanni e Paolo (Zanipolo), Venezia




Giovanni Battista Trotti (Il Malosso), S. Giacinto risuscita un ragazzo a Primislava, XVI sec.

Giovanni Battista Trotti detto il Malosso, Apparizione della Madonna a S. Giacinto, 1597, chiesa di S. Giovanni in Canale, Piacenza

Francesco Eugenio Vanni, S. Giacinto resuscita un bambino, XVI-XVII sec., musée du Louvre, Parigi


El Greco, La Vergine col Bambino appare a S. Giacinto, 1600-10, Memorial Art Gallery, Rochester, New York


El Greco, La Vergine col Bambino appare a S. Giacinto, 1610, Barnes Foundation, Philadelphia

Juan Bautista Maíno, S. Giacinto, 1620-24

Pedro de Raxis, Apparizione della Vergine a S. Giacinto, 1626, Museo de Bellas Artes, Granada



Nicolas Colombel, S. Giacinto Odrovaz salva la statua della Vergine dai nemici del nome cristiano, 1686-94 circa, Musée du Louvre, Parigi



Giovanni Battista Tiepolo, Vergine col Bambino tra i SS. Domenico e Giacinto Odrovaz, 1730-35, Art Institute, Chicago



Giovanni Battista Piazzetta, Tre santi domenicani (SS. Luigi Bertrand, Vincenzo Ferrer e Giacinto), 1738, chiesa di Santa Maria del Rosario detta dei Gesuati, Venezia

Antonio Sarnelli, Visione di S. Giacinto, 1763

Anonimo, La Vergine col Bambino appaiono a S. Giacinto, chiesa anglicana di St. Matthew, Langford

T. Filosini, Apparizione della Vergine a S. Giacinto, 1877, Frosinone



Madonna di San Giacinto. Secondo la tradizione, mentre il Santo fuggiva con l'ostensorio durante l'attacco dei Tartari a Kiev, fu richiamato da Maria perché prendesse con sé anche la sua statua

Reliquiario della testa di S. Giacinto

Tomba di S. Giacinto, Chiesa della Santissima Trinità, Cracovia