Sante Messe in rito antico in Puglia

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giovedì 19 marzo 2020

San Giuseppe prototipo della Consacrazione a Maria

L’8 dicembre 1870, con il decreto Quemadmodum Deus, il prefetto della Sacra Congregazione dei Riti, cardinal Patrizi, a nome del beato papa Pio IX, proclamava S. Giuseppe patrono della Chiesa: «[…] Ora, poiché in questi tempi tristissimi la stessa Chiesa, da ogni parte attaccata da nemici, è talmente oppressa dai mali più gravi, che uomini empi hanno pensato che infine le porte dell’inferno abbiano prevalso contro di lei, i Venerabili Eccellentissimi Vescovi dell’universo Orbe Cattolico hanno inoltrato al Sommo Pontefice le loro suppliche e quelle dei fedeli affidati alla loro cura chiedendo che si degnasse di costituire San Giuseppe Patrono della Chiesa Cattolica. Avendo poi essi rinnovato nel Sacro Ecumenico Concilio Vaticano [I] più insistentemente le loro domande e i loro desideri, il Santissimo Signor Nostro Pio Papa IX, costernato per la recentissima e luttuosa condizione di cose, per affidare Sé stesso e i fedeli tutti al potentissimo patrocinio del Santo Patriarca Giuseppe, volle soddisfare i voti degli Eccellentissimi Vescovi e solennemente lo dichiarò Patrono della Chiesa Cattolica [...]. Egli stesso inoltre ha disposto che tale dichiarazione, per mezzo del presente Decreto della Sacra Congregazione dei Riti, fosse pubblicata in questo giorno sacro all’Immacolata Vergine Madre di Dio e Sposa del castissimo Giuseppe» (vqui il testo. V. anche qui).
Quest’anno 2020, quindi, ricorre il 150° anniversario di quella proclamazione.
Dopo Pio IX, a mostrare particolare attaccamento al Santo Patriarca fu il papa Leone XIII. Egli, eletto papa il 20 febbraio 1878, un mese dopo, come ebbe a dire ai cardinali, in una allocuzione del 28 marzo 1878, affermò di aver messo il suo pontificato sotto la protezione di San Giuseppe. Poi, in calce alla lettera enciclica Quamquam pluries del 15 agosto 1889 pose la preghiera «A te, o beato Giuseppe», che sarebbe diventata popolarissima tra i cattolici.
Dopo Leone XIII fu la volta di S. Pio X, al quale spettò approvare le litanie del Padre putativo di Gesù. Per la verità, le prime litanie in onore di San Giuseppe che conosciamo sono riportate nel testo Sommario delle eccellenze del glorioso San Giuseppe, del 1597, del carmelitano P. Girolamo Graziano della Madre di Dio. Ma fu solo con decreto di approvazione della Congregazione dei Riti, del 18 marzo 1909, che il papa San Pio X approvò e fissò le litanie di San Giuseppe. Commenta il padre Gaithier: “Grazie a questo decreto, Maria e Giuseppe erano i due soli santi che godevano di litanie autorizzate per il culto pubblico”. Pio XI, con decreto del 21 marzo 1935, applicò alla loro recita cinque anni di indulgenza ogni volta ed un’indulgenza plenaria se la recita delle Litanie, dei versicoli e dell’orazione è ripetuta ogni giorno per un mese intero. Per il testo delle litanie, cfr. Radiospada, 19.3.2020.
Benedetto XV, ricorrendo il 50° anniversario della proclamazione del Santo a Patrono della Chiesa Universale, con il Motu proprio Bonum Sane del 25 luglio 1920, esortava l’Episcopato dell’orbe cattolico a promuovere il culto nei confronti di S. Giuseppe.


In onore di S. Giuseppe, quindi, rilanciamo questo contributo:

San Giuseppe prototipo della Consacrazione a Maria

di P. Serafino M. Lanzetta

Il mese di marzo è dedicato alla grande figura di san Giuseppe. In questa riflessione vorrei mettere in rilievo il mistero dell’unione di san Giuseppe con la Beata Vergine Maria. In ciò vi è la sorgente di tutte le grazie di cui è ricco il mistero giuseppino, oltre che al modo in cui il Santo di Nazareth viene introdotto dal Nuovo Testamento ed è conosciuto nella Chiesa. Se guardiamo attentamente alla sua vita, tutto accade per mezzo di Maria. Giuseppe comincia ad essere conosciuto come lo sposo di Maria (vedi Mt 1, 16) e proprio in ragione di questa relazione sponsale – da essere approfondita nella sua profondità spirituale – è introdotto nel mistero di Cristo divenendo suo padre putativo. Tutto per Maria.
Concentriamoci per un momento sul Vangelo di Matteo (1, 18-19) dove Giuseppe di Nazareth viene presentato prima di tutto quale sposo di Maria e quindi come “uomo giusto”: «Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto». Con ciò comprendiamo che Maria e Giuseppe erano già sposati quando la Vergine si trovò incinta miracolosamente del suo Figlio Gesù. Dicendo «promessa sposa», il Vangelo mette in evidenza il costume ebraico di celebrare le nozze in due momenti: l’unione legale, quale vero matrimonio con tutti gli effetti civili e religiosi e la coabitazione che poteva avvenire anche un anno dopo la promessa di matrimonio. Anche il Vangelo di Luca riferisce che Giuseppe era già unito a Maria da un patto matrimoniale. Infatti l’angelo fu mandato «a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe» (1, 27). Da questa unione sponsale benedetta con Maria prende forma anche la relazione di san Giuseppe con Gesù. Il Santo falegname entra in contatto personale con Gesù mediante la Madonna quando è lui a dare il nome “Gesù” al figlio di Maria (cf. Mt 1, 21). Anche al momento dell’adorazione dei pastori, che arrivarono in fretta per vedere il segno di Dio, Giuseppe si trova tra Maria e Gesù: «Andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia» ci dice il Vangelo (Lc 2, 16); come per dire che il cammino cristiano che conduce a scoprire pienamente chi è quel Bambino è da Maria a Gesù. Attraverso lo sposalizio con Maria, Giuseppe stringe Gesù e lo tiene tra le sue braccia. Egli pertanto è l’icona più perfetta della consacrazione a Maria, dell’adagio classico a Gesù per Maria.
Riflettiamo più a fondo sullo sposalizio unico e verginale di san Giuseppe con la Madonna, vera chiave per capire la figura del Falegname di Nazareth come primo tipo o modello esemplare della consacrazione mariana. Questo matrimonio santo fu senza dubbio straordinario. Nel considerare questo mistero dobbiamo trascendere il suo significato naturale e puntare subito alla profondità dell’aspetto spirituale. Tutto infatti depone a favore di un’unione speciale e interamente spirituale. Nel racconto di san Matteo (1, 18-19) appena citato, circa il fatto che Giuseppe fosse già sposato con Maria pur non coabitando ancora, possiamo scoprire qualcosa in più in virtù di una lettura anagogica del testo. E cioè, mentre Giuseppe era già unito in matrimonio a Maria – inizialmente e legalmente – non era però ancora pienamente unito a lei; ciò potremmo leggerlo nel senso di non essere ancora consacrato a lei, dal momento che la coabitazione sarebbe stata, di comune accordo, verginale e casta. Le ragioni di ciò le vedremo tra breve. Il matrimonio giuseppino dovrebbe essere considerato sotto un’altra luce in riferimento a due momenti superiori: l’unione maritale iniziale e la sua consumazione, da essere letta come consacrazione a Maria: una piena donazione di se stesso alla Vergine. La consumazione del matrimonio allora acquisterebbe un significato spirituale nuovo, preannunciando ciò che Gesù sceglierà nel suo matrimonio mistico con la Chiesa sulla Croce. Come per Gesù Crocifisso il dono di sé alla Sposa è “consumato” nel suo amore «fino alla fine» (Gv 13,1), amore totale fino alla morte, così sarà per san Giuseppe. Il suo totale amore a Maria sarà consumato nel sacrificio di se stesso fino alla morte per essere uno con Maria e ciò al fine di partecipare alla Redenzione di Cristo. Questa consacrazione a Maria accade dopo la rivelazione dell’Angelo, quando Giuseppe ha la piena conoscenza di chi è Maria e chi è quel Figlio che Lei portava in grembo. Ora Giuseppe è pronto per prendere Maria nella sua vita e per mezzo di Lei di prendersi cura di Gesù. Possiamo contemplare tutto ciò alla luce del racconto del Vangelo di Matteo (1, 20-24), in cui leggiamo: «Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: ”Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati”. Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio a lui sarà dato il nome di Emmanuele, che significa Dio con noi. Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa».
Qui dovremmo concentrarci soprattutto sull’ultima frase di questa pericope, che nell’originale greco recita così: «kaiparélabentèngunaîkaautou» («prese con sé la sua sposa»). Il verbo para-lambano, “prendere”, ha generalmente due significati: 1) prendere con sé, unire a sé o 2) ricevere ciò che è trasmesso. Questo verbo è lo stesso che troviamo nel Vangelo di Giovanni (19, 27) per descrivere l’atto del prendere/ricevere Maria nella propria vita da parte del discepolo prediletto: «E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé» (l’originale dice: «élaben o mathetèsautèneistaídia», “la prese tra le sue cose più care”). Quindi, possiamo facilmente concludere che anche Giuseppe, prima di ogni altro, da quell’ora, l’ora in cui fu istruito dall’Angelo per mezzo dello Spirito Santo circa il mistero di Maria e del Bambino nel suo grembo (echeggianti le parole di Nostro Signore sulla Croce al discepolo prediletto in riferimento alla sua Madre), prese Maria con sé. Da quel momento dell’unione piena e perfetta con Maria, Giuseppe consegnò se stesso interamente a Lei, così che attraverso di Lei potesse entrare nel mistero di Cristo e partecipare attivamente all’opera della Redenzione.
Bisogna chiarire un ultimo punto al fine di presentare un quadro completo del matrimonio di San Giuseppe con Maria quale consacrazione a Lei. Il fatto che il matrimonio fu verginale è di grande importanza. Questo prova che la consegna completa che Giuseppe fece di se stesso a Maria durante la seconda fase delle nozze deve essere intesa piuttosto come consumazione spirituale di quella unione. Il Vangelo, sottolineando il modo in cui Giuseppe accoglie Maria nella sua vita, dice anche che «senza che egli la conoscesse, ella diede alla luce un figlio ed egli lo chiamò Gesù» (Mt 1, 25). Questa è certamente la traduzione corretta del testo originale che però presenta la particella “fino a” (éos). Con una traduzione più letterale, si dovrebbe rendere il testo così: Giuseppe «non la conobbe fino a quando ella partorì il suo figlio ed egli lo chiamò Gesù». La preposizione “fino a”, comunque, non sta a significare che dopo la nascita di Gesù, Maria e Giuseppe ebbero una normale relazione maritale. Infatti, ci sono diversi esempi biblici in cui “fino a” non implica mai un cambiamento successivo. Possiamo richiamare tra i tanti, ad esempio, le parole del Salmo messianico (109 [110],1): «Oracolo del Signore al mio signore: siedi alla mia destra finché io ponga i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi». Ovviamente Cristo non regna alla destra del Padre solo fino a quando i suoi nemici saranno sconfitti. Anche quando Gesù promise ai suoi Apostoli di rimanere con loro «fino alla fine del mondo» (Mt 28, 20), non volle lasciar intendere che sarebbe stato con loro solo fino alla Parusia. Al contrario, con la preposizione temporale “fino a”, l’Evangelista desidera dire che Giuseppe e Maria, diversamente da una coppia giudaica ordinaria, non consumarono il loro matrimonio durante la prima notte di nozze. Questo perché Maria aveva fatto voto di verginità, come chiaramente appare dalla sua risposta all’Angelo: «Non conosco uomo» (Lc 1, 34). Ciò non era sconosciuto alla tradizione giudaica, ma fu un voto di astinenza secondo il libro dei Numeri (cap. 30) che Giuseppe aveva accettato e quindi avallato.
Proviamo ora a trarre qualche conclusione da tutto ciò. Immagiamo ciò che poté significare a livello pratico per san Giuseppe ricevere Maria nella sua vita, cosicché ognuno possa avere nel grande Patriarca un modello di consacrazione a Maria. Fu anzitutto per san Giuseppe condividere tutta la sua vita: pensieri, volontà, beni, con Maria per poter piacere a Gesù e per fare la volontà di Dio; fu ancora essere verginalmente obbediente a Maria per poter essere conformato all’obbedienza di Gesù al Padre; fu amare Maria con tutto il suo cuore casto così da rimanere sempre vigilante nel suo ministero di custode di Cristo e di servo della Redenzione; fu infine rimanere devotamente alla presenza di Maria così da essere sempre alla presenza di Gesù. Conoscere chi è Maria fu per Giuseppe conoscere chi è Dio, dove Egli abita.
La consacrazione a Maria, che san Giuseppe fece prima di tutti e in modo più perfetto, dovrebbe allora mirare ad ottenere in primis quella casta disposizione giuseppina del cuore. Nella misura in cui amiamo la Madonna con un cuore puro, con il cuore puro di san Giuseppe, in risposta, Lei ci accoglie sotto il suo manto di purità e ci rende suoi sposi d’amore, così da essere al sicuro da tutte le insidie di impurità e di empietà presenti nel mondo. Che san Giuseppe sia ancora più conosciuto quale Patriarca di amore a Gesù attraverso Maria e nel suo ruolo di sposo mistico della Santa Vergine.

lunedì 12 novembre 2018

Don Nicola Bux interviene sulle prossime modifiche della traduzione italiana del Messale romano

Volentieri diamo risalto ad un Comunicato di don Nicola Bux concernente i lavori dell'Assemblea Straordinaria della CEI in corso sino al prossimo 15 novembre, presso l’Aula Nuova del Sinodo, in Vaticano, in cui, "all’ordine del giorno – come riferisce una nota dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali – innanzitutto (è) il tema della liturgia: la votazione della nuova traduzione italiana del Messale Romano".

All’affievolimento della capacità di comprensione della natura immutabile della sacra liturgia (cfr. Sacrosanctum Concilium, cap. 1) hanno contribuito non solo l’ignoranza diffusa di essa nel clero e, di conseguenza, nei fedeli; ma vi ha contributo ancor più la sperimentazione, spasmodica e continua, delle c.d. emozioni-shock, come le definisce Michel Lacroix (Il culto dell’emozione, ed. Vita e pensiero, Milano, 2002), cioè le emozioni particolarmente intense e potenti (v., p. es., la liturgia dei gruppi carismatici), che, a lungo andare, anestetizzano la nostra capacità di partecipare in maniera oggettiva, esaltando il soggettivismo e le emozioni dell’individuo.
Per partecipare, e potremmo dire per comprendere ancor prima, in effetti, la Sacra Liturgia – dove l’attributo “sacra” indica la presenza divina – è necessario aver chiaro che il culto reso a Dio mette a tacere l’ego, al fine di raggiungere la Verità in esso racchiusa. Gli orientali tale aspetto lo comprendono assai bene. Per questo sono stati attenti a non cadere nella tentazione di cambiare continuamente i libri liturgici.
Nikita Pustosviat, Disputa sulla concessione della fede tra
un prete Vecchio Credente
con il Patriarca Ioakhin
, 1881, Mosca
Si ricordi in proposito lo scisma, raskol, scaturito in Russia a metà del ‘600. La riforma dei libri liturgici introdotta dal patriarca di Mosca, Nikon, il quale voleva ristabilire l’uniformità tra le pratiche liturgiche della chiesa greco-ortodossa e di quella russa, portò alla divisione della chiesa russa in chiesa ortodossa ufficiale e movimento dei Vecchi Credenti. In quella occasione, le innovazioni incontrarono una forte resistenza sia tra il popolo sia tra il clero, che discusse a lungo sulla legittimità e correttezza di tali riforme, che non rispecchiavano le tradizioni dell’ortodossia nelle terre russe. Per imporre poi queste riforme, appoggiate dallo zar Alessio della stirpe dei Romanov, ci furono persecuzioni e soprusi (famoso p. es. rimase il rogo del vescovo Pavel di Kolomna, nel 1656, fermo oppositore di questa riforma).
Guardando a noi, ci si domanda se sia necessario apportare ulteriori cambiamenti ai testi del Messale romano nella prossima edizione italiana. Da quello che si sa, è stata adottata la politica dei “due pesi due misure”: cambiamento della prima frase del Gloria, per essere fedeli al testo lucano, e non cambiamento del celebre pro multis (che si dovrebbe rendere “per molti”) della formula consacratoria, che, invece, rimarrà “per tutti” in omaggio all’ideologia inclusivista; per non parlare dell’annunciata variazione della petizione del Pater noster “non ci indurre in tentazione”, dove, appunto, non si rimarrà fedeli al testo originale greco e latino.
Ci si domanda, inoltre, in un momento così basso di affluenza dei fedeli alla santa Messa e di frequenza ai sacramenti, se fosse proprio necessario apportare variazioni simili, invece di promuovere semmai – come sarebbe stato auspicabile – una diffusa missione popolare vista l’ignoranza catechistica e l’immoralità diffuse. Non sarebbe il caso di investire qui gli sforzi apostolici, o pastorali che dir si voglia, nonché economici?
Constatando l’abuso diffuso tra i sacerdoti di cambiare a proprio piacimento i testi liturgici, non ci si dovrà meravigliare se taluni volessero rimanere fedeli all’edizione attuale del messale in lingua italiana, invocando una sorta di obiezione di coscienza. Chi potrebbe a questo punto parlare di abuso?
Ricordiamo l’esperienza in Argentina, ove ciò è già avvenuto. La nuova traduzione del messale in lingua castigliana (III Editio Typica) fu introdotta nel 2009-2010 (decreto del 13-15 agosto 2009) (cfr. M. Caponnetto, La traducción de los textos litúrgicos: una experiencia personal, in Adelante de la Fe, 17.10.2018). Essa era stata affidata dalla Conferenza episcopale argentina, all’epoca presieduta dall’allora card. Bergoglio, ad una commissione il cui esponente più noto era il discusso Christian Gramlich, ridotto poi allo stato laicale.
Per quanto si sa, la Congregazione per il Culto divino scrisse all’allora arcivescovo di Buenos Aires, in qualità di presidente della Conferenza episcopale di quella nazione, di non imporre la nuova traduzione, ma di lasciare a chi ritenesse l’uso della precedente.
Un ultimo aspetto non va trascurato: caratteristica fondamentale della liturgia è, infatti, la sua memorabilità. Tale indole dei libri liturgici ha favorito, nei secoli, la memorizzazione, da parte dei fedeli, delle preghiere ivi contenute, consentendo agli stessi di trasmetterle e tramandarle per generazioni, pure in frangenti e contesti di oppressione durante i quali i persecutori procedevano spesso alla requisizione e distruzione dei libri liturgici (si pensi, p. es., al primo editto di persecuzione di Diocleziano del 303 d.C.). Se molte antiche preghiere ci sono state perpetuate, lo dobbiamo proprio a questo fondamentale carattere dei testi della liturgia.
Per cui, è deleteria e deplorevole questa smania di cambiamento continuo, che appare sempre più essere un omaggio all’ideologia del provvisorio, della continua evoluzione, dell’usa e getta, ma anche, non lo si esclude, un modo per giustificare la ragion d’essere della creazione di commissioni.
La liturgia, quindi, non diventi e non sia un terreno di scontro ideologico, al fine di imporre ai fedeli i propri punti di vista ed i convincimenti dominanti in un certo momento storico!
Ci sentiamo di rivolgere ai vescovi, quindi, l’invito a considerare tutto questo al fine di non causare ulteriori tensioni e divisioni tra i fedeli.


Don Nicola Bux

sabato 27 ottobre 2018

Atto di Consacrazione del genere umano a Cristo Re del Sommo Pontefice Leone XIII

Nella festa di Cristo, Re dell’Universo, rilanciamo questo Atto di consacrazione del genere umano a Cristo Re, dettato dal Sommo Pontefice Leone XIII.




Leone XIII
Atto di Consacrazione del genere umano a Cristo Re

Nell'Anno Liturgico dell'Ordo Antiquior, e a coronamento di esso, la festa di Cristo Re è assegnata all'ultima domenica di ottobre, ultima Domenica prima della Festa di Tutti i Santi, che tali sono in virtù di Lui, mentre il Messale romano riformato, approvato da Paolo VI nel 1969, la colloca all'ultima domenica dell'anno liturgico. Dunque comunemente la si celebra oggi. 
Vi invito a leggere un articolo collocato tra le 'pagine fisse' del blog : La festa di Cristo Re nella storia, nella liturgia, nella teologia [qui] che ricostruisce la genesi storica della festa di Cristo Re, delineandone la portata teologica, e dimostrando perché lo spostamento in questione è tutt'altro che irrilevante.
Colgo l'occasione per proporre l'Atto di Consacrazione del genere umano all'universorum Rex. Re di tutti e di tutte le cose e non soltanto genericamente Re dell'universo, come l'ha declassato la Festa di Cristo Re del nuovo Ordinamento liturgico, che indebolisce la dimensione storica, immanente del Regno... 
Inserisco, di seguito, l'Inno Te sæculórum Príncipem, preceduto dall'indicazione delle strofe inopinatamente soppresse (nel Mattutino e nelle Lodi) e quindi non più né pregate né meditate sui nuovi breviari... Poi dicono che non è cambiato nulla? 

Leone XIII - Atto di Consacrazione del genere umano a Cristo Re

«O Gesù dolcissimo, o Redentore del genere umano, guarda a noi umilmente prostrati innanzi a te. Noi siamo tuoi, e tuoi vogliamo essere; e per vivere a te più strettamente congiunti, ecco che ognuno di noi, oggi spontaneamente si consacra al tuo sacratissimo Cuore.

«Molti, purtroppo, non ti conobbero mai; molti, disprezzando i tuoi comandamenti, ti ripudiarono. O benignissimo Ge­sù, abbi misericordia e degli uni e degli altri e tutti quanti attira al tuo sacratissimo Cuore.

«O Signore, sii il Re non solo dei fe­deli, che non si allontanarono mai da te, ma anche di quei figli prodighi che ti abbandonarono; fa' che questi, quanto prima, ritornino alla casa paterna, per non morire di miseria e di fame. Sii il Re di coloro, che vivono nell'inganno e nell'errore, o per discordia da te separati: ri­chiamali al porto della verità, all'unità della fede, affinché in breve si faccia un solo ovile sotto un solo pastore.

«Largisci, o Signore, incolumità e liber­tà sicura alla tua Chiesa, concedi a tutti i popoli la tranquillità dell'ordine: fa' che da un capo all'altro della terra risuoni quest'unica voce: Sia lode a quel Cuore divino, da cui venne la nostra salute; a lui si canti gloria e onore nei secoli dei secoli. Amen».

* * *

Inno Te sæculórum Príncipem

Nel Breviario non riformato, l'inno dei Vespri afferma: "Te nationum praesides / Honore tollant publico, / Colant magistri, iudices, / Leges et artes exprimant. // Submissa regum fulgeant / Tibi dicata insignia: / Mitique sceptro patriam / Domosque subde civium". "Te i governanti delle nazioni esaltino con pubblici onori, te onorino i maestri, i giudici, te esprimano le leggi e le arti. Risplendano, a te dedicate e sottomesse, le insegne dei re: sottometti al tuo mite scettro la patria e le dimore dei cittadini").
Nell'inno del Mattutino si legge: "Cui iure sceptrum gentium / Pater supremum credidit" ("A te [Redentore] il Padre ha consegnato, per diritto, lo scettro dei popoli"). E ancora "Iesu, tibi sit gloria, qui sceptra mundi temperas" ("A te, o Gesù, sia gloria, che regoli gli scettri [= le autorità] del mondo").
Stessi concetti ribaditi dall'inno delle Lodi: "O ter beata civitas / Cui rite Christus imperat, / Quae iussa pergit exsequi / Edicta mundo caelitus!" ("O tre volte beata la società, cui Cristo legittimamente comanda, che esegue gli ordini che il cielo ha impartito al mondo!").
La festa di Cristo Re fu istituita da Pio XI l'11 dicembre 1925 mediante l'enciclica Quas primas. Se la festa è di nuova istituzione non è per nulla nuova l'idea della regalità attribuita alla figura di Cristo, che non soltanto la Scrittura, i Padri e i teologi, ma anche l'arte sacra e il senso comune dei fedeli concordemente affermano. L'istituzione di una ricorrenza specifica dedicata a questo mistero risulta chiara dal testo dell'enciclica:
[...] "Se comandiamo che Cristo Re venga venerato da tutti i cattolici del mondo, con ciò Noi provvederemo alle necessità dei tempi presenti, apportando un rimedio efficacissimo a quella peste che pervade l'umana società". Papa Pio IX si riferisce al laicismo (non alla laicità): "La peste della età nostra è il così detto laicismo coi suoi errori e i suoi empi incentivi; e voi sapete, o Venerabili Fratelli, che tale empietà non maturò in un solo giorno ma da gran tempo covava nelle viscere della società. Infatti, si cominciò a negare l'impero di Cristo su tutte le genti; si negò alla Chiesa il diritto — che scaturisce dal diritto di Gesù Cristo — di ammaestrare, cioè, le genti, di far leggi, di governare i popoli per condurli alla eterna felicità. E a poco a poco la religione cristiana fu uguagliata con altre religioni false e indecorosamente abbassata al livello di queste [...]


Te sæculórum Príncipem,
Te, Christe, Regem Géntium,
Te méntium te córdium
Unum fatémur árbitrum.

Scelésta turba clámitat :
Regnáre Christum nólumus :
Te nos ovántes ómnium
Regem suprémum dícimus.(soppressa!)

O Christe, Princeps Pácifer,
Mentes rebélles súbjice:
Tuóque amóre dévios,
Ovíle in unum cóngrega. (soppressa!)

Ad hoc cruénta ab árbore
Pendes apértis bráchiis,
Diráque fossum cúspide
Cor igne flagrans éxhibes.


Ad hoc in aris ábderis
Vini dapísque imágine,
Fundens salútem fíliis
Transverberáto péctore.


Te natiónum Præsides
Honóre tollant público,
Colant magístri, júdices,
Leges et artes éxprimant. (soppressa!)

Submíssa regum fúlgeant
ibi dicáta insígnia:
Mitíque sceptro pátriam
Domósque subde cívium.(soppressa!)

Jesu tibi sit glória,
Qui sceptra mundi témperas,
Cum Patre, et almo Spíritu,
In sempitérna sæcula. Amen.
Te, Principe dei secoli
Te, Cristo, Re delle genti
Te, delle menti, Te dei cuori,
confessiamo unico Sovrano.

La turba scellerata urla:
«Non vogliamo che Cristo regni»
Ma noi, acclamando, di ogni cosa
Ti dichiariamo Re supremo.


Cristo, Principe Portatore di pace,
assoggetta le anime ribelli;
e, con il tuo amore, gli erranti
raduna in un solo ovile.

Per questo dall'albero sanguinante
pendi con le braccia stese,
e, dalla crudele punta perforato,
il cuore, di fuoco flagrante, manifesti.


Per questo sugli altari ti tieni nascosto
di vino e di cibo nell'immagine
effondendo la salvezza sui figli
dal petto transverberato.

Te delle nazioni i principi
manifestino [Re] con pubblico onore
[Te] adorino i maestri, i giudici
[Te] le leggi e le arti esprimano.


Le sottomesse insegne dei re
[a Te] dedicate vi rifulgano:
e con mite scettro la Patria
e le case dei cittadini assoggetta.


Gesù, a Te sia gloria,
che reggi gli scettri del mondo,
con il Padre, e l'almo Spirito
per i secoli sempiterni. Amen.

Fonte: Chiesa e postconcilio, 20.11.2016

sabato 21 luglio 2018

La vita consacrata sottostimata: autolesionismo dello stesso cattolicesimo

Pubblichiamo volentieri questo simpatico contributo del nostro amico Franco Parresio; articolo quanto mai attuale anche a seguito della recente polemica sollevata dall’Istruzione vaticana Ecclesiae Sponsae Imago, in special modo dal § 88, che renderebbe, secondo fondate voci critiche, la verginità … non più necessaria, o meglio non più requisito necessario per accedere all’Ordo virginum (cfr. M. Gatti, "La verginità non è necessaria". E le Spose di Cristo insorgono, in Il Giornale, 17.7.2018, nonché in Corrispondenza romana, 20.7.2018; O. Rudgard, Consecrated virgins need not be virgins, says Vatican, in The Telegraph, July 16th, 2018; V. Ecclesiae Sponsae Imago, in Consecrated Virginity). 
Buona lettura, dunque.

Edmund Blair Leighton, Maternity, 1917, collezione privata

La vita consacrata sottostimata: autolesionismo dello stesso cattolicesimo

di Franco Parresio

Da quando Bergoglio, incontrando più di un anno fa (sabato 28 gennaio 2017 nella Sala Clementina) i rappresentanti degli istituti di vita consacrata e delle società di vita apostolica, riuniti in Sessione Plenaria per riflettere sul tema della fedeltà e degli abbandoni (vqui), ha parlato di vera e propria «“emorragia” che indebolisce la vita consacrata e la vita stessa della Chiesa», si è visto un fiorire di articoli su questo scottante tema; uno è quello del teologo Giulio Meiattini, benedettino della Scala di Noci, dal titolo C’è posto per la vita consacrata? La debolezza dell’ecclesiologia recente, pubblicato su Apulia Teologica. Rivista della Facoltà Teologica Pugliese (anno 2, luglio-dicembre 2017, pp. 435-464). 
Luise Max-Ehrler,
The Latest Trends, 1920
È proprio il Meiattini ad usare le due espressioni forti che fanno da titolo a questo articolo, incolpando «la teologia corrente (che si insegna e che si studia)», che, con la «svolta antropologica» e la «conversione pastorale», ha finito per sottostimare «uno stile di vita che “rinuncia” in vista di un trascendente non verificabile» (ivi, p. 436).
«Ora, se è vero che “l’attacco specifico ai religiosi”, manifestatosi dalla rivoluzione francese fino alle leggi di secolarizzazione dell’Ottocento e alle persecuzioni comuniste nel secolo scorso, “manifesta che la loro vita è una caratteristica vitale del cattolicesimo”, che appunto si voleva colpire in loro, e se è vero che “l’ecologia cattolica subisce una vera crisi per il disboscamento della foresta, rappresentata dalle comunità religiose”, allora c’è da domandarsi se il silenzio, la sottovalutazione o il raro e modesto apprezzamento che la vita religiosa ha ricevuto nella più qualificata riflessione ecclesiologica post-conciliare non manifestino, in modo sotterraneo, una forma di autolesionismo dello stesso cattolicesimo. […] Tacere sulla vita consacrata o presentarla in modo insufficiente e marginale è un vulnus per l’intera Chiesa. Direi perciò, e ancora di più, che non si tratta neppure semplicemente di una debolezza dell’ecclesiologia attuale, ma di un segno di debolezza dell’ecclesiologia in quanto tale» (ivi, pp. 460-461).

Alla luce di quest’ultima battuta mi è sorto un simpatico sospetto: che il buon Don Giulio abbia letto il mio articolo (pubblicato qualche mese prima del suo) su questo blog dal titolo La crisi del tomismo e il “pensiero debole” a proposito della emorragia di religiosi (vqui), nel quale – guarda caso – lo cito. Ma il sospetto diventa meno simpatico giacché anche la sua analisi appare come il goffo tentativo autoassolutorio, rifuggendo la scomoda autocritica e puntando il dito contro la «neo-manualistica ecclesiologica post-conciliare, dalla quale risulta un prevalente oblio della vita religiosa e/o consacrata» (Meiattini, op. cit., p. 437). Mi verrebbe da chiedergli: quanto gli stessi ordini religiosi sono stati e sono capaci di autopromuoversi? Poco o nulla, e per giunta male… molto male! E questo dal momento che i religiosi si comportano da secolari, anzi di più, con una mentalità tutta mondana (vedi l’abbigliamento firmato indossato da molti di loro). Un amico mi riferiva scandalizzato di un giovanissimo frate con i sopraccigli depilati secondo la moda corrente. Io stesso ho visto un padre cappuccino (non più giovane), come questo frate, in più vestito con jeans un po’ laceri, ma nuovi e, per giunta, costosi, perché così si usa oggi. Alla faccia della povertà vera e anche di quella evangelica!

Pietro Aldi,
Fra Filippo Lippi corteggia la sua modella Lucrezia Buti,
1879, Kelvingrove Art Gallery and Museum, Glasgow
Questi religiosi si salvano solo perché appaiano simpatici agli occhi di quelli che affollano (oramai pochi) le sagrestie. Ma non incantano nessuno!

Ma il problema, che sembrerebbe riguardare più gli ordini di vita attiva, riguarda pure quelli di vita contemplativa, anch’essi oramai seriamente in crisi di identità, tutt’una con la crisi di vocazioni: tanto in entrata, tanto in uscita. Soprattutto quest’ultima, significata dalla sopradetta emorragia di religiosi, che ogni anno, in modo impressionante, abbandonano la vita consacrata.

Che cosa li induce all’abbandono? La durezza della vita religiosa? O non piuttosto la mollezza e la rilassatezza con la quale molti conventi e monasteri vivono la propria regola?

Qui non voglio cavalcare la polemica sollevata circa una ventina di anni fa in Via col vento in Vaticano – libro scandalo pubblicato da un gruppo di ex officiali di Curia con lo pseudonimo de “I Millenari” (vqui) –, in cui un capitolo (il diciannovesimo) mette sullo stesso piano «potere, vegetanza e celibato», ma far riflettere sul fatto che c’è poco da scherzare… quantunque si cerchi di mascherare il tutto col prenderci per mano, abbracciarci e baciarci come vecchi amici (pur conoscendoci molto superficialmente!), e – perché no!? – banchettando ad ogni occasione, nel rispetto della regola oramai consolidata che tutto debba finire a tarallucci e vino. Tanto alla fine ciò che conta è: vogliamoci bene!

Concordo con Meiattini quando scrive: «Il capitolo VI della Lumen gentium e il decreto Perfectae caritatis è come se non fossero mai stati scritti» (Meiattini, op. cit., p. 438); ma mi chiedo, e gli chiedo: solo colpa del post Concilio con «opere di ecclesiologia che tacciono del tutto sull’argomento» (ivi, p. 437)? O non già del Concilio stesso, a più di cinquant’anni dalla sua conclusione ricordato ancora con l’incipit della Gaudium et spes: «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo»? Una frase, questa, ripetuta non molti giorni fa dall’arcivescovo di Taranto, intervenuto a Il libro possibile di Polignano a Mare (BA). Quella frase – per come è da sempre enfatizzata – costituisce, secondo me, il vero “vulnus per l’intera Chiesa”! E ciò già all’indomani della conclusione del Concilio. Una prova? L’inchiesta, prima e dopo il Concilio, di Sergio Zavoli sulla vita claustrale femminile. In particolare ricordo l’intervista a una giovanissima monaca carmelitana, che, da dietro la grata, parlava di piena realizzazione di sé, nonostante le signorili provocazioni di Zavoli; la stessa, qualche anno dopo la conclusione del Concilio, contattò il nostro giornalista, per metterlo al corrente della sua nuova scelta di vita: la ex monaca, non più giovanissima, appariva a colori e vestita con abiti secolari, più disinvolta e sicura di sé. Aveva lasciato il carmelo insieme ad una consorella, per condurre con questa, da consacrata laica, una vita nel mondo. Oggi, con ogni probabilità, sarebbe rimasta monaca, dal momento che non è più il mondo a cercare i conventi, bensì il contrario. La dimostrazione qualche giorno fa di una carmelitana, autorizzata dalla sua superiora a uscire dalla rigida clausura per… portate il proprio cane di razza ad un concorso di bellezza. Ci mancava la suora cinofila! Forse per dirci ancora una volta che suora o frate è bello? Certo, se si è nel mondo e del mondo! Un mondo che applaude, rimanendo indifferente al messaggio cristiano della salvezza.

Allora come adesso è quell’incipit dianzi ricordato della Gaudium et spes a dover essere seriamente interrogato. Perché da esso dipende tutto il resto, in primis l’interpretazione in chiave mondanistica delle stesse costituzioni conciliari, tra cui spicca la Sacrosanctum Concilium, dove la troppa comprensibilità della Liturgia ha portato questa a svuotarsi della cosa più seria e più importante per l’uomo: il Sacro. E questo Don Giulio dovrebbe capirlo, insegnando al Sant’Anselmo, dove – ho motivi di credere – sia stato confezionata proprio la Costituzione Conciliare sulla Sacra Liturgia. La riforma liturgica parla benedettino! Lo sosteneva nelle sue lezioni un noto professore di Teologia liturgica, formatosi al Sant’Anselmo negli anni immediatamente dopo il Concilio, non perdendo occasione di esaltare quello ritenuto il padre della riforma liturgica: Odo Casel. Ma, allora, perché oggi tra i più agonizzanti ci sono proprio i monasteri benedettini che hanno propugnato la riforma liturgica, a differenza di quelli che, invece, non vi hanno aderito e che sono addirittura in crescita? Perchè la loro è innanzitutto una crisi di identità! Lo dimostrano le sperimentazioni sincretistiche col buddismo tibetano iniziate dal trappista Thomas Merton cinquant’anni fa e portate avanti sino ai giorni nostri (si sente sovente parlare di monasteri benedettini che proprongono corsi di esercizi spirituali con tecniche yoga). Senza tener minimamente conto che il buddismo è religiosamente ateo. È chiaro che un giovane, seriamente intenzionato ma scarsamente motivato dai diretti superiori e confratelli, resiste poco in monastero. Tanto vale essere un buon laico piuttosto che un cattivo religioso… sebbene anche da buon laico non è affatto semplice vivere oggigiorno il proprio cristianesimo. Ma è importante che l’inclito Ordine Benedettino (come è chiamato nell’incipit della Mediator Dei) torni a risplendere dell’originaria bellezza, amando la liturgia gregoriana, che trova la sua più alta espressione nell’usus antiquior del Rito Romano, sull’esempio di quei pochi monasteri in decisa crescita perché lo hanno abbracciato… a differenza di tutti gli altri che, invece, pur storicamente importanti e prestigiosi, rischiano di chiudere, rimanendo tuttavia irremovibili sulla assoluta bontà della riforma liturgica, dichiarata dal magistero bergogliano “irreversibile”… esattamente come il coma.

Intanto stiamo a vedere. Chi vivrà vedrà.

venerdì 25 maggio 2018

25 maggio 1899 - 2018 - Anniversario della consacrazione dell’umanità al sacro Cuore di Gesù da parte di Sua Santità Leone XIII


Cfr. Leone XIII, Lett. enc. Annum sacrum, 25 maggio 1899. In italiano, v. qui.

AD SACRATISSIMUM COR IESU FORMULA CONSECRATIONIS RECITANDA

Iesu dulcissime, Redemptor humani generis, respice nos ad altare tuum humillime provolutos. Tui sumus, tui esse volumus; quo autem Tibi coniuncti firmius esse possimus, en hodie Sacratissimo Cordi tuo se quisque nostrum sponte dedicat. — Te quidem multi novere numquam: Te, spretis mandatis tuis, multi repudiarunt. Miserere utrorumque, benignissime Iesu: atque ad sanctum Cor tuum rape universos. Rex esto, Domine, nec fidelium tantum qui nullo tempore discessere a te, sed etiam prodigorum filiorum qui Te reliquerunt: fac hos, ut domum paternam cito repetant, ne miseria et fame pereant. Rex esto eorum, quos aut opinionum error deceptos habet, aut discordia separatos, eosque ad portum veritatis atque ad unitatem fidei revoca, ut brevi fiat unum ovile et unus pastor. Rex esto denique eorum omnium, qui in vetere gentium superstitione versantur, eosque e tenebris vindicare ne renuas in Dei lumen et regnum. Largire, Domine, Ecclesiae tuae securam cum incolumitate libertatem; largire cunctis gentibus tranquillitatem ordinis: perfice, ut ab utroque terrae vertice una resonet vox: Sit laus divino Cordi, per quod nobis parta salus: ipsi gloria et honor in saecula: amen.

[Formula di consacrazione da recitarsi al sacratissimo Cuore di Gesù

O Gesù dolcissimo, o redentore del genere umano, riguardate a noi umilmente prostesi dinanzi al vostro altare. Noi siamo vostri, e vostri vogliamo essere; e per poter vivere a voi più strettamente congiunti, ecco che ognuno di noi oggi si consacra al vostro sacratissimo Cuore. Molti purtroppo non vi conobbero mai; molti, disprezzando i vostri comandamenti, vi ripudiarono. O benignissimo Gesù, abbiate misericordia e degli uni e degli altri; e tutti quanti attirate al vostro Cuore santissimo. O Signore, siate il re non solo dei fedeli che non si allontanarono mai da voi, ma anche di quei figli prodighi che vi abbandonarono; fate che questi quanto prima ritornino alla casa paterna, per non morire di miseria e di fame. Siate il re di coloro che vivono nell’inganno dell’errore o per discordia da voi separati: richiamateli al porto della verità e all’unità della fede, affinché in breve si faccia un solo ovile sotto un solo pastore. Siate il re finalmente di tutti quelli che sono avvolti nelle superstizioni del gentilesimo, e non ricusate di trarli dalle tenebre al lume e al regno di Dio. Largite, o Signore, incolumità e libertà sicura alla vostra chiesa, largite a tutti i popoli la tranquillità dell’ordine: fate che da un capo all’altro della terra risuoni quest’unica voce: sia lode a quel Cuore divino da cui venne la nostra salute; a lui si canti gloria e onore nei secoli. Così sia.]

domenica 13 maggio 2018

Un aforisma della Beata Vergine di Fatima nel giorno della sua festa e dell'anniversario dell'ordinazione episcopale del futuro Pio XII



Il 13 maggio 1917, domenica precedente l’Ascensione, a Fatima, ai confini dell’Europa, una Signora vestita di bianco compariva per la prima volta a tre pastorali: Lucia, Francesco e Giacinta. «Non abbiate timore! Non vi farò del male», li aveva rassicurati. E alla domanda ingenua della più grande dei tre – «Di dove siete?» – aveva risposto: «Sono del Cielo».
Lo stesso giorno, sotto la volta di Michelangelo, che custodisce le primizie di ogni pontificato, Sua Santità il Papa Benedetto XV consacrava l’Arcivescovo eletto di Sardi in partibus infidelium il giovane Monsignor Eugenio Pacelli, classe 1876, che ventiduenni dopo, da quella stessa Cappella Sistina, uscirà Papa con il nome di Pio XII. Innalzato al supremo fastigio del Romano Pontificato, come ci ricorda un nostro amico, consacrerà la Chiesa e il mondo al Cuore Immacolato di Maria (1942), pur non adempiendo alle richieste del Cielo, la Russia (1952). Nel 1946 fece incoronare la Vergine di Fatima come Regina del Mondo. Il 30 e il 31 ottobre, il 1° e l'8 novembre del 1950 beneficiò nei Giardini Vaticani dello stesso Miracolo del Sole, che si verificò a Fatima il 13 ottobre 1917. Considerando che a coronamento di tutto questo il venerabile Pontefice fu inumato il 13 ottobre 1958, possiamo affermare che egli fu il Papa di Fatima.

Nonostante la guerra in corso, l’intera Chiesa – e il popolo di Roma in modo particolare – non mancò di stringersi al Papa per festeggiare insieme quel giubileo episcopale nel suo XXV anniversario. Per l’occasione, dal fidato Aurelio Mistruzzi fu coniata anche una medaglia commemorativa. Su un verso c’è il profilo di Pacelli; sul retro, Benedetto XV che consegna il pastorale al nuovo Vescovo. 




venerdì 4 agosto 2017

Il Concilio Vaticano II e il messaggio di Fatima

Nella festa di S. Domenico di Guzman, fondatore dell’ordine dei Predicatori, rilanciamo questo breve saggio del prof. De Mattei, pubblicato anche da Rorate caeli.















  








Il Concilio Vaticano II e il messaggio di Fatima

di Roberto de Mattei


Rorate CoeliCorrispondenza Romana e altre testate cattoliche, hanno ospitato un pregevole intervento di mons. Athanasius Schneider sull’«interpretazione del Concilio Vaticano II e la sua relazione con l’attuale crisi della Chiesa» [v. anche Chiesa e postconcilio, 22.7.2017; ivi, 23.7.2017, ndr.]. Secondo il vescovo ausiliare di Astana, il Vaticano II fu un Concilio pastorale ei suoi testi vanno letti e giudicati alla luce del perenne insegnamento della Chiesa.
Infatti, «da un punto di vista oggettivo, le affermazioni del Magistero (papi e concili) di carattere definitivo hanno più valore e peso rispetto ai pronunciamenti di carattere pastorale, che hanno naturalmente una qualità mutabile e temporanea a seconda delle circostanze storiche o che rispondono a situazioni pastorali di un certo periodo di tempo, come avviene per la maggior parte delle affermazioni del Vaticano II».
All’articolo di mons. Schneider ha fatto seguito, il 31 luglio, un equilibrato commento di don Angelo Citati FSPX (http://www.sanpiox.it/attualita/1991-suaviter-in-modo-fortiter-in-re, ripreso anche qui), secondo il quale la posizione del vescovo tedesco ricorda molto da vicino quella ribadita costantemente da mons. Marcel Lefebvre: «Dire che valutiamo i documenti del Concilio “alla luce della Tradizione” vuol dire, evidentemente, tre cose inscindibili: che accettiamo quelli che sono conformi alla Tradizione; che interpretiamo secondo la Tradizione quelli che sono ambigui; che respingiamo quelli che sono contrari alla Tradizione» (Mons. M. Lefebvre, Vi trasmetto quello che ho ricevuto. Tradizione perenne e futuro della Chiesa, a cura di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro, Sugarco Edizioni, Milano 2010, p. 91).
Essendo stato pubblicato sul sito ufficiale del Distretto italiano, l’articolo di don Citati ci aiuta anche a comprendere quale potrebbe essere la base di un accordo per regolarizzare la situazione canonica della Fraternità San Pio X. C’è da aggiungere che, sul piano teologico, tutte le distinzioni possono e debbono essere fatte per interpretare i testi del Vaticano II, che è stato un Concilio legittimo: il ventunesimo della chiesa cattolica. II suoi documenti potranno di volta in volta essere definiti pastorali o dogmatici, provvisori o definitivi, conformi o difformi alla Tradizione.
Mons. Brunero Gherardini, nelle sue ultime opere ci offre un esempio di come un giudizio teologico può essere articolato, se vuole essere preciso (Il Concilio Vaticano II un discorso da fare, Casa Mariana, Frigento 2009 e Id.,Un Concilio mancato, Lindau, Torino 2011). Ogni testo, per il teologo, ha una diversa qualità e un diverso grado di autorità e di cogenza. Il dibattito è dunque aperto.
Sul piano storico però, il Vaticano II costituisce un blocco non scomponibile: ha una sua unità, una sua essenza, una sua natura. Considerato nelle sue radici, nel suo svolgimento e nelle sue conseguenze, esso può essere definito una Rivoluzione, nella mentalità e nel linguaggio, che ha profondamente modificato la vita della Chiesa, avviando una crisi religiosa e morale senza precedenti. Se il giudizio teologico può essere sfumato e comprensivo, quello storico è impietoso e senza appello. Il Concilio Vaticano II non fu solo un Concilio mancato o fallito: fu una catastrofe per la Chiesa.
Poiché quest’anno ricorre il centenario delle apparizioni di Fatima, soffermiamoci solo su questo punto. Quando, nell’ottobre del 1962, si aprì il Vaticano II, i cattolici di tutto il mondo attendevano lo svelamento del Terzo Segreto e la consacrazione della Russia al Cuore Immacolato di Maria. L’Armata Azzurra di John Haffert (1915-2001), conduceva da anni una massiccia campagna a questo riguardo.
Quale occasione migliore per Giovanni XXIII (morto il 3 giugno 1963), Paolo VI e i circa 3000 vescovi riuniti attorno a loro, nel cuore della Cristianità, di corrispondere in maniera corale e solenne ai desideri della Madonna? Il 3 febbraio 1964, mons. Geraldo de Proença Sigaud consegnò personalmente a Paolo VI una petizione sottoscritta da 510 presuli di 78 Paesi, in cui si implorava che il Pontefice, in unione con tutti i vescovi, consacrasse il mondo, e in maniera esplicita la Russia, al Cuore Immacolato di Maria. Il Papa e la maggioranza dei Padri conciliari ignorò l’appello. Se la consacrazione richiesta fosse stata fatta, una pioggia di grazie sarebbe caduta sull’umanità. Un movimento di ritorno alla legge naturale e cristiana si sarebbe avviato.
Il comunismo sarebbe caduto con molti anni di anticipo, in maniera non fittizia, ma autentica e reale. La Russia si sarebbe convertita e il mondo avrebbe conosciuto un’epoca di pace e di ordine. La Madonna lo aveva promesso. La mancata consacrazione fece sì che la Russia continuasse a diffondere i suoi errori nel mondo e che questi errori conquistassero i vertici della Chiesa, attirando un terribile castigo per l’umanità intera. Paolo VI e la maggioranza dei Padri conciliari si assunsero una responsabilità storica, di cui oggi misuriamo le conseguenze.