Sante Messe in rito antico in Puglia

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mercoledì 3 agosto 2016

Persecuzione nella - un tempo - cattolica Francia: chiesa espugnata manu militari mentre si celebrava la S. Messa di sempre

L'assedio della Polizia ai fedeli riuniti per la S. Messa

L’abbé Guillaume de Tanhoüarn, IBP, celebra la S. Messa

Schieramento a difesa dell'altare contro le forze d'assalto della "Repubblica"

Fedeli in preghiera durante l'assalto. Altri cercano con la loro presenza di ostacolare l'ingresso della Polizia onde permettere il proseguimento della S. Messa

L’abbé Jean-François Billot, IBP, segnala alle forze di Polizia che la messa è in corso

Ma le forze di Polizia atee non se ne curano .....




Espulsione manu militari di un pericolosissimo jihadista, armato di tutto punto, che, per sicurezza è accompagnato da due agenti…

L’abbé de Tanhoüarn è espulso dalla Chiesa di Santa Rita, ma riesce a mettere in salvo le Sacre Specie dalla profanazione della Polizia




Dopo lo sgombero, la Polizia guarda soddisfatta il lavoro compiuto ...........


Dopo lo sgombero forzato, è stata celebrata domenica 7.8.2016 una Santa Messa: v. qui, qui e qui


Fonte: Appel au pape après l'évacuation forcée de l'église sainte-Rita par la police, in RT in français, 3 août 2016

Paris : Les CRS expulsent par la force les fidèles de l'église Sainte Rita
, in Valeurs actuelles, 3 août 2016

Evacuation violente de Sainte Rita
, in TV Liberté

Évacuation de l'église manu militari en pleine messe... Aucun respect!
, in Communauté chrétienne Sainte-Rita Paris XVè

Sainte-Rita : quelques photos commentées
, in Observatoire de la christianophobie, 3 août 2016

Parigi. Cattolici sulle barricate per difendere una chiesa dalla demolizione
, in Zenit, 3.8.2016

Messa interrotta con la violenza a Parigi per ordine della Repubblica!
, in Messa in latino, 3.8.2016

Sacerdote e fedeli cattolici evacuati con la forza da una Chiesa di Parigi
, in Chiesa e postconcilio, 3.8.2016

Messa interrotta con la violenza a Parigi per ordine della Repubblica!, in MiL, 3.8.2016

Cosa è veramente successo a Santa Rita a Parigi?, in MiL, 5.8.2016

Jeanne Smits, Police used teargas to remove parishioners during traditional Mass in France, in 
Lifesitenews, Aug. 5, 2016

Romain SaintQue penser de l’évacuation policière dans l’église Sainte-Rita ?!, in Reconquête Française, 3 août 2016

Andrea ZambranoL'Occidente che demolisce le chiese e lo Spirito, in LNBQ, 8.8.2016

Luciano Lago
A chi dava fastidio la Chiesa cattolica di Santa Rita a Parigi, in Controinformazione.info, 6.8.2016

Matthew Karmel – Steve Skojec, Parisian Riot Police Drag Catholic Priest From the Altar, in OnePeterFive, Aug. 3, 2016


Matthew Karmel, Parisian Priest Removed From Altar by Riot Police Speaks, ivi, Aug. 8, 2016

lunedì 14 dicembre 2015

Toh, un Cristo è risorto .... Sull'affioramento di un nuovo cattolicesimo, non salottiero, in terra di Francia. A dispetto del laicismo imperante

In diverse occasioni abbiamo lamentato come la Francia, sazia del suo laicismo, si avvii inesorabilmente verso la propria rovina (culturale, morale, sociale e politica) dinanzi all’avanzata di islam forte e compatto ideologicamente e religiosamente. Di quella Francia, ormai priva di anticorpi in grado di resistere ad un impatto con una cultura forte quale quella musulmana, dicevamo che era praticamente spacciata e prossima alla rovina. Non era - la nostra - una visione millenarista o catastrofista, ma una semplice constatazione disincantata e crudamente realista su una nazione incapace di reagire proprio perché ha tagliato (quasi) del tutto le proprie radici, abbandonandosi ad un pensiero decadente e debole, privo di un’identità forte. Eppure la Francia, ad un tempo fille aînée de l’Eglise, figlia primogenita e prediletta della Chiesa, sembrava - come indicato da molti - avviata oltre alla rovina sopra indicata anche alla definizione sradicazione della fede cristiana da quelle terre (cfr. Giulio Meotti, Cattolici adieu, in Il Foglio, 27.1.2014).
Sulla condizione della Francia ci sono molte profezie. Tra queste particolarmente confortante è quella della Venerabile Marta Robin: «La Francia scenderà fino in fondo all’abisso, fino al punto in cui non si vedrà più alcuna soluzione umana, né alcuna speranza di risollevarsi. Resterà totalmente sola, abbandonata da tutte le altre nazioni, che volgeranno altrove lo sguardo, dopo averla condotta alla perdizione. Non resterà a lungo in questo estremo limite, sarà salvata, ma non dalle armi né dal genio degli uomini, perché non resterà logo alcun mezzo umano. … La Francia sarà salvata, perché il Buon Dio interverrà grazie alla S. Vergine. È lei che salverà la Francia e il mondo. … Il Buon Dio interverrà grazie all’intercessione della S. Vergine e per mezzo dello Spirito Santo. Ci sarà un’era nuova e, a partire da quel momento, si realizzerà la profezia del profeta Isaia sull’unione dei cuori e l’unità dei popoli. … Dopo questo nuovo “avvento” dello Spirito Santo, che si manifesterà in modo del tutto particolare in Francia, questa realizzerà veramente la sua missione di figlia primogenita della Chiesa e la prova, purificandola, le renderà il suo titolo perduto» (Bernard PeyrousVita di Marthe Robin, Effetà Editrice, Cantalupa 2009, p. 134). Profezie non molto diverse sono state formulate anche dalla carmelitana di origine libanese Santa Mariam Baouardy e dal mistico vietnamita servo di Dio Marcel Nguyn Tân Văn (ibidem).
Significativo è che la Chiesa in Francia, che è seme di una rinnovata società civile, passi attraverso giovani generazioni. Più silenziosi, molto più silenziosi, rispetto ai laicisti ed alla propaganda ateistica di Stato. Sono come piccoli semi e giovani virgulti, lontani dai salotti intellettuali, e che dovranno crescere pur tra mille difficoltà. Questo, oltre ad essere segno di resistenza in un generale contesto di decadente debolezza, è, tuttavia, la miglior garanzia per una risorgenza morale e spirituale francese. Ed al contempo il segno che la fede cristiana in terra francese, anche se parrà soccombere stretta tra l’islam ed il laicismo, non potrà essere sradicata.

Toh, un Cristo è risorto

Chi l’avrebbe mai detto? Nella Francia martoriata dal terrorismo islamico affiora un nuovo cattolicesimo, per nulla salottiero, unico antidoto al laicismo esasperato

di Matteo Matzuzzi

I cattolici non erano spariti, basti pensare alle oceaniche adunate di giovani accovacciati a Notre-Dame per la messa degli studenti

“Sono le minoranze creative che determinano il futuro, e in questo senso la chiesa cattolica deve comprendersi come minoranza creativa che ha un’eredità di valori che non sono cose del passato, ma sono una realtà molto viva ed attuale” (Benedetto XVI, 26 settembre 2009)

Scherzava ma neanche tanto, Vittorio Messori, quando qualche tempo fa disse che non era un caso se la Madonna aveva scelto Lourdes e una giovinetta semianalfabeta per palesarsi. Insomma, apparire a Castel Gandolfo non avrebbe forse avuto l’impatto che ebbe nella Francia indelebilmente segnata dalla tempesta rivoluzionaria. E non è una semplice coincidenza se i vescovi d’Oltralpe, ogni volta che debbono riunirsi per sgranare il rosario delle chiese chiuse o demolite, analizzare le statistiche della partecipazione alla messa domenicale o per stilare comunicati in risposta al politico di turno che vorrebbe togliere la croce occitana dal gonfalone di Tolosa, si ritrovino a due passi dalla grotta ove Maria apparve a Bernadette. Quasi fosse una supplica alla Vergine perché li aiuti a rievangelizzare una terra che pure un tempo era la figlia prediletta della chiesa e che ora è divisa tra i casermoni delle banlieue che paiono piccole enclave d’Arabia in Europa e la pulizia neutralista che mira a sradicare ogni parvenza di cristianesimo insita nella storia francese.
Eppure qualcosa si muove, o quantomeno i segni di un’inversione di tendenza, nel popolo fedele – ridotto nei numeri ma assai fervente – iniziano a intravedersi. Il Figaro, qualche settimana fa, pubblicava un dossier in cui si parlava senza remore di “rivoluzione” (seppur silenziosa) in atto, sottolineando un’acclarata e sempre più evidente “dinamicità” del cattolicesimo cosiddetto ortodosso. Frenava gli entusiasmi il sociologo Yann Raison du Cleuziou, autore nel 2014 di un saggio dal titolo che più esplicito non si potrebbe (Qui sont les cathos aujourd’hui?, Desclée De Brouwer), quando sosteneva che “tutti gli indicatori mostrano che il declino c’è e che la sola religione in crescita è l’islam”. Però, ammetteva, “sta mutando il rapporto di forze all’interno della chiesa”. E il cambiamento si concretizza nell’affermarsi dei “neocattolici”, capaci di prendere il sopravvento sui “cattolici d’apertura”.
Distinzione prettamente francese, che va ben oltre il vecchio e consunto schema che tendeva a dividere progressisti da una parte e tradizionalisti dall’altra, come fossero i buoni e i cattivi nel Giudizio universale michelangiolesco. La galassia, ha scritto Eugénie Bastié, è troppo eterogenea per ridurre tutto a vetusti cliché. Lo riconoscono anche i cattolici della gauche, seppur con fastidio e a malincuore, nostalgici del “cattolicesimo da café” e della stagione che aveva nel cardinale François Marty il proprio leader spirituale: “Oggi, tutto il cattolicesimo sociale è accusato di essere responsabile della crisi più generale del cattolicesimo ed è altresì imputato di non riconoscere pubblicamente che esso stesso è il responsabile della perdita d’influenza del cattolicesimo” nel mondo, scriveva già un anno fa Vincent Soulage, militante socialista, consigliere municipale a Nanterre fino al 2008, docente di storia e ben introdotto tra i cosiddetti cattolici di sinistra.
Pare finito il tempo delle grandi aperture – per qualcuno, cedimenti – allo zeitgeist, allo spirito del tempo; così come sembra essere stata posta la pietra tombale sulla stagione degli edotti dialoghi tra maître à penser di gran fama ma poco accessibili al resto della massa cattolica. “Per i ‘nuovi cattolici’ dialogare non significa ascoltare gli intellettuali laici e rispondere annuendo, non dicendo nulla che possa offendere gli altri”, osserva Samuel Gregg sul Catholic World Report. Non si vuole più dialogare con il mondo: lo si vuole sfidare.
C’è ora una combinazione di “vecchio e nuovo”, nota ancora Gregg, che appare sulla scena virtuale, a cominciare dalla tv: accanto a figure del calibro di Rémi Brague o Pierre Manent, si trova la brillantezza di un Fabrice Hadjadj, che per spiegare quanto sia fondamentale il matrimonio tra uomo e donna, scrive nel suo ultimo libro (Ma che cos’è una famiglia?, Edizioni Ares) che “il mio ombelico come cicatrice e il mio pene come indice mi manifestano che sono grazie a un altro e per un altro, che posso compiermi solo con l’altro e anche nell’altro – non sviluppandomi ma fruttificando, cioè dando nascita a un altro (figlio) con un’altra (donna)”. Certo, osserva ancora Gregg, la bein-pensance, il politicamente corretto, continua a soffocare la vita culturale francese. Cultura che è ancora dominata da una sinistra che tende a etichettare i suoi critici come reazionari o qualcosa cui la parola ‘fobico’ può servire come suffisso. Il punto, però, è che per l’opinione pubblica i cattolici sono meno intimiditi da ciò. E questo è un contesto con il quale i pensatori laici francesi non sono avvezzi ad avere a che fare”. Il motore della rivoluzione (o rinascimento) sono i giovani, che magari non sanno neppure chi è monsignor Georges Pontier, il presidente della Conferenza episcopale nazionale, ma sanno tutto dell’abbé Pierre-Hervé Grosjean, parroco di Saint-Cyr-l’Ecole, attivissimo sui social network, ex scout (come i tre quarti degli attuali seminaristi francesi) e, soprattutto, sempre col colletto alla romana e non di rado in talare nera. Cosa che ha interdetto una nazione intera, sospettosa verso quei segni così familiari ai lefebvriani, forti oltralpe. Colletto e sottana, “portati come se fosse cosa ovvia in un mondo che cristiano non lo è più”. È lui, Grosjean, ad aver fornito l’immagine migliore sul nuovo corso: “Prima, il cristianesimo era un’evidenza. Adesso è divenuto una causa da difendere”.
Pare essere questa la chiave del successo, l’alchimia speciale tra la tradizione e la modernità, tra l’ancoraggio alla città degli uomini e il rigore in dottrina. Le comunità sorgono ovunque, come Noé 3.0, Nouveaux Outils pour l’Evangélisation, progetto organizzato dal cardinale Philippe Barbarin a Lione – vero epicentro della rinascita – e che ha avuto il battesimo ufficiale con l’iniziativa #Erbilight, la festa delle luci celebrata da una delegazione di lionesi nell’Iraq martoriato dalle persecuzioni. La leader, Natalia Trouiller, è riuscita nell’impresa di far diventare tendenza su Twitter l’hastag #quaresima. Ora sorride: “I cattolici francesi ce ne hanno messo di tempo per realizzare che sono una minoranza. Oggi qui non si respira più un’aria cristiana. E quando uno è minoritario, ha bisogno di armi: fare lobby è una, internet è un’altra”. Lapalissiano, e pure facile a dirsi. Eppure i risultati si vedono, nonostante i numeri, freddi e costanti da decenni, diano il senso di un’agonia: il 56 per cento dei francesi è battezzato, ma a messa la domenica ci va solo il 6 per cento. Sono trent’anni che va così, si fa sapere. Ma i cattolici in Francia non erano spariti, basti pensare alle affollate messe domenicali (ove non è raro sentir cantare in gregoriano) nel sud del paese, realtà più restia a farsi contagiare dalle cicliche folate novatrici nordeuropee che almeno da mezzo secolo propugnano un lifting alle strutture e alla pastorale cattolica. Sono un dato di fatto pure le oceaniche adunate di giovani accovacciati a Notre-Dame de Paris per la messa degli studenti e i cinquantamila ragazzi che nel 2011 andarono a Madrid per la Giornata mondiale della Gioventù (a Cracovia, il prossimo luglio, dovrebbero essere sessantamila). Il fatto è che si era come chiusi, quasi costretti a stare nelle catacombe, osservava il Figaro. Specie nelle regioni del nord, Parigi inclusa. Una presenza sterile nella società e di fatto invisibile.
L’ha capito per tempo anche l’arcivescovo della capitale, il cardinale André Vingt-Trois, che dodici mesi fa presentò – in occasione dell’Avvento – un programma di iniziative e manifestazioni affidate ai giovani per “andare a incontrare i nostri contemporanei”. Basta salotti e più strada per “testimoniare la fede”. Solo marketing, storceva il naso chi poco si rallegrava nel vedere i banchetti tra un café e un bistrot, nel quartiere latino piuttosto che a Montmartre. Diceva un parroco parigino al Monde che solo i ragazzi possono salvare la situazione, loro che sono “meno succubi del complesso di non sapere parlare bene della fede” che ha annichilito le generazioni precedenti. “I cattolici non sempre sono ricevuti bene”, ma è venuto il tempo di “esprimere ciò che sono e ciò in cui credono”. E il vicario diocesano, richiamando proprio la frattura lamentata dagli intellò gauchisti, diceva che è finito il tempo “in cui la fede è esclusivamente qualcosa da vivere nell’ambito privato”, come perorato dai cathos d’ouverture. Proprio a questo proposito, è di un anno fa il dibattito avviato dal periodico La Vie su quella che il sito Chretiens de Gauche, cristiani di sinistra, ha definito “la frattura fondamentale che attraversa oggi il cattolicesimo”. Ci sono, si legge, due criteri per classificare i cattolici. Il primo è il rapporto con il mondo, il secondo è l’importanza da dare alla religione nella sfera pubblica. Quanto al punto iniziale, la domanda è: “La nostra religione deve difendere una tradizione plurisecolare o è capace di aprirsi al mondo e dialogare con esso?”. In secondo luogo, la constatazione che la fede non occupa solamente un posto centrale nella propria vita, ma anche la rivendicazione che la religione deve intervenire nella vita sociale.
“È la posizione integralista”, sentenziava Chretiens de Gauche. Una visione opposta a quella dei “marginalisti”, secondo i quali la religione va vissuta nella sfera privata. In sostanza, “i cattolici d’apertura si pongono nella linea del Vaticano II, che consiste nel considerare come indispensabile e positiva l’apertura alla modernità”. Si tratta, faceva intendere padre Christian Mellon, promotore de “La politique una bonne nouvelle” e strenuo difensore dell’apertura al mondo, di quell’orientamento secondo cui il cattolico deve stare nel mondo, anche se in modo discreto. L’opposto, insomma, della strategia perseguita per decenni dall’Action catholique, quella della quasi totale invisibilità. L’importante, chiosava Mellon, è che “l’etichetta cattolica non sia esibita come una bandiera per fermare il cambiamento”. Poi c’è, dall’altra parte, il “cattolicesimo d’identità”, radicato nel magistero di Giovanni Paolo II, che “vuole riaffermare il proprio posto nella società” e privilegia certe questioni quali famiglia, bioetica e difesa della vita “a detrimento delle questioni sociali”, puntualizzano i detrattori d’oltralpe. Ma l’analisi non spiega perché a farsi largo nella minoranza cattolica francese siano i “nuovi”.
Lo scrittore e giornalista Jean Sevillia ricordava tempo fa che “è dagli anni Ottanta che assistiamo alla scomparsa dei cosiddetti cristiani di sinistra”, in particolare da quando Karol Wojtyla mandò sulla cattedra episcopale parigina Jean Marie Lustiger, ebreo convertito che vide morire la madre e la sorella ad Auschwitz. Lo chiamavano “il bulldozer”, per la sua capacità di tradurre in atti le parole d’ordine del Papa polacco, pur declinandole in una versione prettamente transalpina. Ma è altrettanto vero che “molti anziani preti hanno conservato quella mentalità” degli anni Sessanta e Settanta. Se oltre a ciò si considera poi che la Francia ha schiere intere di teologi “apparentemente ansiosi di svuotare la fede cattolica di ogni contenuto morale” con il mantra di non “sparare sentenze (eccezion fatta, naturalmente, sulle questioni ambientali ed economiche)”, si comprende perché i gruppi religiosi di fresca creazione, attivi e immersi nella società, riscontrino più successo tra i giovani cresciuti sotto il pontificato giovanpaolino. La loro stessa presenza e vitalità conferma quanto fosse stato profetico il teologo gesuita Gaston Fessard in un libro uscito postumo nel 1979, Eglise de France, prends garde de perdre la foi!. Fessard demoliva la politica sociale dell’episcopato francese attuata nel decennio precedente. Parlava di una chiesa naïf che aveva sposato un programma ideologico di sinistra, con una tendenza a distorcere la fede in una ideologia socialista e marxista. Ammoniva che, proseguendo su tale strada, la Francia avrebbe perso la propria anima, arrendendosi all’acquiescenza allo spirito del tempo. Solo una ventata d’aria fresca avrebbe potuto invertire il corso della storia.

mercoledì 2 dicembre 2015

Oscar Wilde, l’inquieto che implorava la pietà di Gesù

Già in altra occasione abbiamo avuto modo di parlare di Wilde, ricordando come egli, dopo una vita in dissolutezze, ebbe modo di convertirsi, avendo modo di inginocchiarsi dinanzi ai Vicari di Cristo, papi beato Pio IX e Leone XIII. Davvero verso quest’uomo inquieto, che si mostrò non sordo ai richiami dello Spirito, fu usata misericordia. Anzi, può dirsi che la conversione di Wilde fu davvero uno dei maggiori prodigi della Divina Misericordia nel secolo XIX.
Il 30 novembre 1900, a Parigi, alle ore 14,00 circa, egli lasciò questa terra. Mentre il mondo lo ricorderà com’era prima della sua conversione, nel suo dandismo persino esasperato, i cattolici lo ricordano, invece, dopo quell’evento, come uno dei più zelanti sostenitori della causa cattolica e dell’autorità pontificia, come uno che tenne fede alla sua massima secondo cui «Il cattolicesimo è la sola religione in cui valga la pena di morire». In effetti, morì dotato dei conforti religiosi cattolici. E siamo sicuri che Dio non avrà respinto quest’uomo inquieto, che trovò, al termine della sua esistenza, la sua pace soltanto in Lui: «Ci hai fatti per Te e inquieto è il nostro cuore finché non riposa in te», diceva ne Le Confessioni (I,1,1) S. Agostino d’Ippona, un altro spirito inquieto approdato a quel Porto Sicuro, dopo aver attraversato diversi mari ed oceani di dissolutezze.
Nell’odierna memoria di S. Bibiana (o Viviana), vergine e martire, rilancio questo contributo sul poeta d’origine irlandese.


Gian Lorenzo Bernini, S. Bibiana,1624-26, chiesa di S. Bibiana, Roma

Pietro da Cortona - Robert Van Audenaerde Gandensis, Martirio di S. Bibiana, XVII sec., collezione privata, Roma

Oscar Wilde, l’inquieto che implorava la pietà di Gesù

di Francesco Agnoli

Il 30 novembre 1900, a Parigi, moriva Oscar Wilde, l’autore de Il ritratto di Dorian Gray. La sua figura è spesso strumentalizzata e incompresa, nella sua profondità e nel suo dramma. Per questo può essere utile ricordare almeno alcune cose. Oscar Wilde nasce a Dublino il 16 ottobre 1854. Come racconta il biografo Francesco Mei, suo padre, sir William, è un medico affermatissimo, che «cambia più spesso le amanti che non le camicie» (Francesco Mei, Oscar Wilde, Rcs, Milano, 2001). Sua madre, Jane, è «portata a trascurare l’andamento della casa, compresa l’educazione morale dei figli». 

William e Jane sono una coppia “aperta”, con tutte le caratteristiche del caso. Quando Oscar nasce, la madre, «che aspettava ardentemente una bambina», resta delusa. Proietta sul figlio, maschio, i suoi desideri: il piccolo Oscar viene vestito da bambina, «agghindato con trine e pizzi» e patisce tanto le imposizioni della madre, quanto l’assenza del padre. Vari biografi mettono in luce come Wilde abbia interiorizzato una figura negativa di padre, e questo gli abbia impedito di sviluppare appieno la sua virilità e il suo senso di paternità: cercherà sempre, in altre figure maschili, il padre che non ha avuto, e sarà, con la moglie e con i figli, il marito infedele e il padre assente che non aveva apprezzato in suo padre.

Presto Wilde si distacca dalla famiglia, andando a studiare in collegio, prima al Trinity College di Dublino, poi ad Oxford. Rimanendo per certi aspetti «un eterno fanciullo», incapace di «maturare, almeno sul piano affettivo». Suo padre non è per lui oggetto di ammirazione, anzi Oscar non approva «lo sfrenato libertinaggio del genitore. E non è escluso che proprio per reazione agli eccessi paterni, egli abbia concepito sin dall’adolescenza una sorta di riluttanza a stabilire rapporti impegnativi con le donne». Si sposerà, amerà sua moglie, ma, un po’ come il padre, senza mai riuscire a farlo veramente, alternando i rimorsi e il desiderio di tornare da lei, all’insicurezza e alla mutevolezza, ai rapporti fuggevoli e molteplici con donne, uomini e ragazzini. In un vortice di depravazione, come dirà lui stesso, che lo porterà, dopo il successo, alla prigione, ma anche ad una salute inferma, causa l’uso prolungato di alcool, liquori, assenzio... sino alla fine dei suoi giorni. 

Condannato al carcere nel 1895, con l’accusa di aver avuto rapporti omosessuali con svariati ragazzini e prostituti, Wilde scrive da lì alla moglie Constance: «Perdonami... i miei peccati sono stati tremendi e imperdonabili...». Wilde si vergogna della sua vita passata, anela alla rigenerazione, alla rinascita, si fa dare il Vangelo, gli scritti dei cardinali inglesi Newman e Manning, la Storia dei Papi... e progetta di scrivere, una volta fuori dal carcere, qualcosa su san Francesco, quasi a riparazione del suo «perseguimento selvaggio del piacere che inaridisce il corpo e lo spirito». Nel 1897 scrive una lettera che prende il titolo da un salmo, De profundis, a lord Alfred Douglas, il suo amante. Il 30 novembre 1900 Oscar Wilde muore, dopo essere entrato nella Chiesa cattolica, di cui era sempre stato un estimatore, e aver ricevuto l’estrema unzione (Paolo Gulisano, Il ritratto di Dorian Gray, Ancora, Milano, 2009, p. 181).

Come per Baudelaire, Verlaine, Rimbaud e Huysmans (il cui romanzo Controcorrente è considerata la “bibbia dell’estetismo” e che poi diventerà oblato benedettino), passati tutti, chi più chi meno, da un forte rapporto con la fede religiosa, anche Wilde non può essere compreso se non riandando alla sua domanda: sono i piaceri del mondo, i “frutti terrestri” a saziare la fame dell’uomo, oppure la nostra “inquietudine”, per citare Agostino, è saziata solo dall’incontro con Dio? Riportiamo qualche frase dal De profundis, scritto quando il poeta non è più sul palcoscenico, ma giù dal piedistallo su cui lui stesso aveva voluto mettersi, per essere da sé il senso della propria vita; scritto quando al posto dei piaceri sensuali e della dissipazione, vi sono il dolore e la solitudine; quando il tentativo di costruire una vita splendida, al di là del bene e del male, «come se Dio non ci fosse» e «tutto fosse lecito», si è rivelato un fallimento. 

Scrive Wilde: «Bisogna, sì, ch’io mi dica che da me stesso io mi sono distrutto e che nessuno, piccolo oppure grande, non si può rovinare che con le sue proprie mani. Io sono pronto a dirlo; mi sforzo di confessarlo, quantunque, forse, in questo momento, non lo si creda. Senza alcuna compassione io sostengo contro di me l’implacabile accusa. Per quanto terribile sia stato ciò che il mondo mi ha fatto di male, quel che io feci a me stesso fu più tremendo ancora... Mi divertii a fare l’ozioso, il dandy, l’uomo alla moda. Mi circondai di poveri caratteri e di spiriti miserevoli. Divenni prodigo del mio proprio genio e provai una gioia bizzarra nello sperperare una giovinezza eterna. Stanco di vivere sulle cime, discesi volontariamente in fondo agli abissi per cercarvi delle sensazioni nuove. La perversità fu nell’orbita della passione quel che il paradosso era stato per me nella sfera del pensiero. Infine il desiderio si cangiò in una malattia, o in una follìa, o in entrambe le cose. Divenni noncurante della vita altrui. Colsi il mio bene dove mi piacque e passai oltre. Dimenticai che ogni più piccola azione quotidiana forma o deforma il carattere e che, per conseguenza, ciò che si è compiuto nel segreto della propria intimità si sarà poi costretti a proclamarlo al mondo intero. Così, non fui più padrone di me stesso. Non riuscii più a dominare la mia anima e la ignorai. Permisi al piacere di governarmi e finii coll’essere abbattuto da una sventura orrenda. Adesso non mi rimane più che una cosa: l’assoluta umiltà...».

Poi, parlando di Gesù, scrive: «Certo, egli ha il senso della pietà per i poveri, per coloro che sono relegati nelle prigioni, per gli umili, per i miserabili, ma egli ha molta più compassione per i ricchi, per gli edonisti, per coloro che sacrificano la loro libertà e divengono gli schiavi delle cose, per quelli che portano abiti preziosi e abitano in palazzi regali. Le ricchezze e le voluttà a lui sembrano invero delle tragedie più grandi che la penuria e il dolore. Per Natale sono riuscito a procurarmi un Testamento Greco e ogni mattina, dopo aver spazzato la mia cella e forbito i miei utensili, leggo un passo dei Vangeli, una dozzina di versetti presi a caso, non importa dove. È una deliziosa maniera di cominciar la giornata. Ciascuno, anche vivendo una vita turbinosa e disordinata, dovrebbe fare così...». Sentiva Wilde, che Gesù aveva pietà anche di lui, del suo edonismo sfrenato, su cui aveva cercato di costruire la propria felicità, e che era stato, invece, al contrario, la sua condanna.

Fonte: La nuova bussola quotidiana, 2.12.2015