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mercoledì 20 febbraio 2019
mercoledì 21 settembre 2016
Una storia di conversione: il vero “Dorian Gray”
Nella festa di S. Matteo apostolo rilanciamo questa
recensione di Luca Fumagalli.
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| Agostino e Giovanni Battista Montanari, Martirio di S. Matteo, 1605, Genova |
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| Alessandro Varotari detto il Padovanino, Martirio di S. Matteo, XVII sec., parrocchia di S. Anna Morosina, San Giorgio in bosco |
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| Guglielmo Caccia, Martirio di S. Matteo, XVII sec., Asti |
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| Francesco Costanzo Catanio, Martirio di S. Matteo, 1655, Ferrara |
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| Paolo de' Majo, Martirio di S. Matteo, 1745 circa, Chiesa di S. Matteo, Agerola |
John Gray: l’esteta omosessuale che divenne sacerdote
di Luca Fumagalli
In Wilde,
film del 1997 diretto da Brian Gilbert, vi è una scena fugace, solo pochi
secondi, che però descrive con brillante intuizione il momento della definitiva
separazione tra John Gray, giovane approdato al mondo letterario dopo una dura
gavetta, e Oscar Wilde, suo amico e amante. Il loro rapporto era stato
idilliaco, almeno fino a quando nell’orbita del vate irlandese aveva iniziato a
gravitare l’egocentrico quanto affascinante Lord Alfred Douglas, soprannominato
Bosie. Il disastroso esito della loro relazione fu il noto processo del 1895
che trascinò nel fango la reputazione del campione dell’estetismo inglese,
confinandolo negli angusti spazi di una cella.
Quando Gray vede
Oscar allontanarsi con Douglas, l’autocommiserazione si fa largo in lui: «Io
sono solo il figlio di un falegname, mentre Bosie…». Robbie Ross, da poco
diventato cattolico, non può far altro se non consolare l’amico con parole che,
col senno di poi, suonano singolarmente profetiche: «Qualcun altro era figlio
di un falegname».
Miseria e grandezza
sono i due limiti entro cui si snodò la vita di uno dei protagonisti più
discussi della Londra fin de siècle. Di umili origini, John Gray
(1866-1934) dovette faticare non poco per affermarsi. Dalla sua parte vi erano
la grande vivacità intellettuale e la serietà con cui si dedicava agli studi.
Poeta di rara delicatezza, aperto alle influenze letterarie d’oltremanica,
presto entrò a far parte del circolo decadente, legandosi tra gli altri
a Ernest Dowson e a Aubrey Beardsley (di cui curò la pubblicazione
postuma delle epistole).
Il suo nome iniziò a
circolare sulla stampa britannica quando venne associato al protagonista
de Il ritratto di Dorian Gray, chiaramente ispirato a lui. La ridda
di polemiche che investì Wilde, accusato di aver scritto un romanzo immorale e
impudico, fu mitigata dalla stampa cattolica, l’unica impegnata nella difesa di
un testo che raccontava con precisione la progressiva discesa di un’anima negli
abissi del peccato.
Vincenza Lagioia con
il suo La vera storia di Dorian Gray compie un’operazione
biografica singolare, soprattutto per quanto riguarda lo stile, costruendo una
narrazione fatta di piccoli quadri, di tanti spiragli che si aprono senza
soluzione di continuità sulla corrotta maestosità della letteratura britannica
alle soglie del XX secolo. Il saggio, quasi un edificio felliniano, ripercorre
con la passione di un avventuriero la biografia di John Gray, per troppo tempo
rimasta celata dietro la maschera di Dorian.
In pochi, infatti,
conoscono il secondo tempo della vita del giovane poeta, il cui inizio coincise
proprio con l’abbandono di Wilde. La crisi che ne scaturì guidò
provvidenzialmente Gray verso i sicuri lidi della Chiesa di Roma, una strada
che percorse in compagnia di un nuovo amico, Andrè Raffalovich, un ebreo russo
che divenne cattolico e che gli fu compagno fedele per il resto della vita.
Se è pur vero che il
mondo dell’estetismo poté vantare numerose conversioni al cattolicesimo, per la
maggior parte si trattò di infatuazioni passeggere, gesti provocatori che
durarono lo spazio di un mattino. Quella fin de siècle, come ha
scritto Griffith in un recente saggio, fu una “falsa partenza” per il revival
cattolico britannico che sbocciò solamente qualche anno dopo, a ‘900 ormai
avviato.
Raffalovich e Gray,
al contrario, furono due sopravvissuti di quella tragica generazione.
Quest’ultimo, tra l’altro, dopo gli studi presso il Collegio Scozzese di Roma –
lo stesso seminario che aveva ospitato l’irrequieto Frederick Rolfe “Baron
Corvo” – venne ordinato sacerdote. Entrambi divennero terziari domenicani e
grazie ai loro sforzi congiunti fu costruita a Edimburgo una nuova chiesa
parrocchiale.
Il poeta aveva ceduto
il passo al sacerdote, un uomo pio e devoto che prendeva sul serio la sua
vocazione. Lontano dagli eccessi giovanili, Gray trascorreva le giornate
aiutando i bisognosi e trattenendosi per ore al confessionale. Nutriva un
affetto particolare per la liturgia cattolica; ogni giorno, mentre Raffalovich
occupava puntuale il suo posto in prima fila, celebrava la messa con dignità,
attento a scandire le parole, rispettando il ritmo e le pause.
Negli ultimi anni di
vita Gray fu in contatto anche con il domenicano McNabb, amico di Chesterton e
Belloc, che tentò inutilmente di coinvolgerlo nel progetto distributista,
finalizzato ad applicare i principi del cattolicesimo sociale espressi da Leone
XIII nell’enciclica Rerum Novarum.
Attraverso gli studi
di esegesi biblica conobbe inoltre il gesuita irlandese George Tyrrel, uno dei
campioni del modernismo. Sebbene non condividessero una virgola delle sue idee,
lui e Raffalovich gli furono vicini nei difficili momenti della scomunica,
offrendogli anche un cospicuo aiuto economico (che Tyrrel rifiutò
garbatamente).
La vera storia di
Dorian Gray, al di là dei molti
altri aneddoti che si potrebbero citare, è dunque un saggio audace, che
smitizza attraverso il particolare punto di vista di John Gray, il poeta che
divenne sacerdote, un’epoca sovente ridotta a trita collezione di cliché.
Il volume è sopratutto la storia di una conversione, di un cuore che cambia,
che riorienta il suo desiderio di bellezza passando dall’arte a Dio: «La poesia
perfetta che questo sacerdote-poeta ha fatto è stato il poema finito della sua
vita a Lui dedicata».
Il libro: Vincenzo
Lagioia, La vera storia di Dorian Gray, Bologna, Minerva Edizioni,
2012, pagine 318, euro 19.
Fonte: Radiospada, 20.9.2016
mercoledì 2 dicembre 2015
Oscar Wilde, l’inquieto che implorava la pietà di Gesù
Già in altra occasione abbiamo
avuto modo di parlare di Wilde, ricordando come egli, dopo una vita in dissolutezze,
ebbe modo di convertirsi, avendo modo di inginocchiarsi dinanzi ai Vicari di
Cristo, papi beato Pio IX e Leone XIII. Davvero verso quest’uomo inquieto, che
si mostrò non sordo ai richiami dello Spirito, fu usata misericordia. Anzi, può
dirsi che la conversione di Wilde fu davvero uno dei maggiori prodigi della
Divina Misericordia nel secolo XIX.
Il 30 novembre 1900, a Parigi, alle
ore 14,00 circa, egli lasciò questa terra. Mentre il mondo lo ricorderà com’era
prima della sua conversione, nel suo dandismo persino esasperato, i cattolici lo
ricordano, invece, dopo quell’evento, come uno dei più zelanti sostenitori
della causa cattolica e dell’autorità pontificia, come uno che tenne fede alla
sua massima secondo cui «Il cattolicesimo è la sola religione in cui valga
la pena di morire». In effetti, morì dotato dei conforti religiosi
cattolici. E siamo sicuri che Dio non avrà respinto quest’uomo inquieto, che
trovò, al termine della sua esistenza, la sua pace soltanto in Lui: «Ci hai fatti per Te e inquieto è il nostro cuore
finché non riposa in te», diceva ne Le Confessioni (I,1,1) S.
Agostino d’Ippona, un altro spirito inquieto approdato a quel Porto Sicuro,
dopo aver attraversato diversi mari ed oceani di dissolutezze.
Nell’odierna memoria di S.
Bibiana (o Viviana), vergine e martire, rilancio questo contributo sul poeta d’origine
irlandese.
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| Gian Lorenzo Bernini, S. Bibiana,1624-26, chiesa di S. Bibiana, Roma |
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| Pietro da Cortona - Robert Van Audenaerde Gandensis, Martirio di S. Bibiana, XVII sec., collezione privata, Roma |
Oscar Wilde, l’inquieto
che implorava la pietà di Gesù
di Francesco Agnoli
Il 30 novembre 1900, a Parigi,
moriva Oscar Wilde, l’autore de Il ritratto di Dorian Gray. La sua
figura è spesso strumentalizzata e incompresa, nella sua profondità e nel suo
dramma. Per questo può essere utile ricordare almeno alcune cose. Oscar Wilde
nasce a Dublino il 16 ottobre 1854. Come racconta il biografo Francesco Mei,
suo padre, sir William, è un medico affermatissimo, che «cambia più spesso le
amanti che non le camicie» (Francesco Mei, Oscar Wilde, Rcs,
Milano, 2001). Sua madre, Jane, è «portata a trascurare l’andamento della casa,
compresa l’educazione morale dei figli».
William e Jane sono una coppia “aperta”,
con tutte le caratteristiche del caso. Quando Oscar nasce, la madre, «che aspettava ardentemente una
bambina», resta delusa. Proietta sul figlio, maschio, i suoi desideri: il
piccolo Oscar viene vestito da bambina, «agghindato con trine e pizzi» e
patisce tanto le imposizioni della madre, quanto l’assenza del padre. Vari
biografi mettono in luce come Wilde abbia interiorizzato una figura negativa di
padre, e questo gli abbia impedito di sviluppare appieno la sua virilità e il
suo senso di paternità: cercherà sempre, in altre figure maschili, il padre che
non ha avuto, e sarà, con la moglie e con i figli, il marito infedele e il
padre assente che non aveva apprezzato in suo padre.
Presto Wilde si distacca dalla
famiglia, andando a studiare in collegio, prima al Trinity College di Dublino, poi ad Oxford. Rimanendo per certi aspetti
«un eterno fanciullo», incapace di «maturare, almeno sul piano affettivo». Suo
padre non è per lui oggetto di ammirazione, anzi Oscar non approva «lo sfrenato
libertinaggio del genitore. E non è escluso che proprio per reazione agli
eccessi paterni, egli abbia concepito sin dall’adolescenza una sorta di riluttanza
a stabilire rapporti impegnativi con le donne». Si sposerà, amerà sua moglie,
ma, un po’ come il padre, senza mai riuscire a farlo veramente, alternando i
rimorsi e il desiderio di tornare da lei, all’insicurezza e alla mutevolezza,
ai rapporti fuggevoli e molteplici con donne, uomini e ragazzini. In un vortice
di depravazione, come dirà lui stesso, che lo porterà, dopo il successo, alla
prigione, ma anche ad una salute inferma, causa l’uso prolungato di alcool,
liquori, assenzio... sino alla fine dei suoi giorni.
Condannato al carcere nel 1895,
con l’accusa di aver avuto rapporti omosessuali con svariati ragazzini e prostituti, Wilde scrive da lì alla moglie
Constance: «Perdonami... i miei peccati sono stati tremendi e imperdonabili...».
Wilde si vergogna della sua vita passata, anela alla rigenerazione, alla
rinascita, si fa dare il Vangelo, gli scritti dei cardinali inglesi Newman e
Manning, la Storia dei Papi... e progetta di scrivere, una volta fuori dal
carcere, qualcosa su san Francesco, quasi a riparazione del suo «perseguimento
selvaggio del piacere che inaridisce il corpo e lo spirito». Nel 1897 scrive
una lettera che prende il titolo da un salmo, De profundis, a lord Alfred Douglas,
il suo amante. Il 30 novembre 1900 Oscar Wilde muore, dopo essere entrato nella
Chiesa cattolica, di cui era sempre stato un estimatore, e aver ricevuto l’estrema
unzione (Paolo Gulisano, Il ritratto di Dorian Gray, Ancora,
Milano, 2009, p. 181).
Come per Baudelaire, Verlaine,
Rimbaud e Huysmans (il cui romanzo Controcorrente è considerata
la “bibbia dell’estetismo” e che poi
diventerà oblato benedettino), passati tutti, chi più chi meno, da un forte rapporto
con la fede religiosa, anche Wilde non può essere compreso se non riandando
alla sua domanda: sono i piaceri del mondo, i “frutti terrestri” a saziare la
fame dell’uomo, oppure la nostra “inquietudine”, per citare Agostino, è saziata
solo dall’incontro con Dio? Riportiamo qualche frase dal De profundis,
scritto quando il poeta non è più sul palcoscenico, ma giù dal piedistallo su
cui lui stesso aveva voluto mettersi, per essere da sé il senso della propria
vita; scritto quando al posto dei piaceri sensuali e della dissipazione, vi
sono il dolore e la solitudine; quando il tentativo di costruire una vita
splendida, al di là del bene e del male, «come se Dio non ci fosse» e «tutto
fosse lecito», si è rivelato un fallimento.
Scrive Wilde: «Bisogna, sì, ch’io
mi dica che da me stesso io mi sono distrutto e che nessuno, piccolo oppure grande, non si può rovinare che con le sue
proprie mani. Io sono pronto a dirlo; mi sforzo di confessarlo, quantunque,
forse, in questo momento, non lo si creda. Senza alcuna compassione io sostengo
contro di me l’implacabile accusa. Per quanto terribile sia stato ciò che il
mondo mi ha fatto di male, quel che io feci a me stesso fu più tremendo
ancora... Mi divertii a fare l’ozioso, il dandy, l’uomo alla moda. Mi circondai
di poveri caratteri e di spiriti miserevoli. Divenni prodigo del mio proprio
genio e provai una gioia bizzarra nello sperperare una giovinezza eterna.
Stanco di vivere sulle cime, discesi volontariamente in fondo agli abissi per
cercarvi delle sensazioni nuove. La perversità fu nell’orbita della passione
quel che il paradosso era stato per me nella sfera del pensiero. Infine il
desiderio si cangiò in una malattia, o in una follìa, o in entrambe le cose.
Divenni noncurante della vita altrui. Colsi il mio bene dove mi piacque e
passai oltre. Dimenticai che ogni più piccola azione quotidiana forma o deforma
il carattere e che, per conseguenza, ciò che si è compiuto nel segreto della
propria intimità si sarà poi costretti a proclamarlo al mondo intero. Così, non
fui più padrone di me stesso. Non riuscii più a dominare la mia anima e la
ignorai. Permisi al piacere di governarmi e finii coll’essere abbattuto da una
sventura orrenda. Adesso non mi rimane più che una cosa: l’assoluta umiltà...».
Poi, parlando di Gesù, scrive:
«Certo, egli ha il senso della pietà per i poveri, per coloro che sono relegati nelle prigioni, per gli umili, per i
miserabili, ma egli ha molta più compassione per i ricchi, per gli edonisti,
per coloro che sacrificano la loro libertà e divengono gli schiavi delle cose,
per quelli che portano abiti preziosi e abitano in palazzi regali. Le ricchezze
e le voluttà a lui sembrano invero delle tragedie più grandi che la penuria e
il dolore. Per Natale sono riuscito a procurarmi un Testamento Greco e ogni
mattina, dopo aver spazzato la mia cella e forbito i miei utensili, leggo un
passo dei Vangeli, una dozzina di versetti presi a caso, non importa dove. È
una deliziosa maniera di cominciar la giornata. Ciascuno, anche vivendo una
vita turbinosa e disordinata, dovrebbe fare così...». Sentiva Wilde, che Gesù
aveva pietà anche di lui, del suo edonismo sfrenato, su cui aveva cercato di
costruire la propria felicità, e che era stato, invece, al contrario, la sua
condanna.
Fonte: La nuova bussola quotidiana, 2.12.2015
Fonte: La nuova bussola quotidiana, 2.12.2015
lunedì 10 agosto 2015
Oscar Wilde: una vita per la Bellezza, un incontro con la Verità
Abbiamo già parlato in passato della conversione di Giosué Carducci (v. qui).
Oggi parliamo della conversione di un altro scrittore: Oscar Wilde.
Il percorso che ha portato il dandy d’origine
irlandese Wilde alla fede cattolica non è stato piano e privo di
ostacoli. Esso, al contrario, è stato intriso di diverse difficoltà, non foss’altro
perché egli – almeno da principio – era attratto dal cattolicesimo unicamente
perché, da esteta qual era, attratto dalla bellezza dei riti cattolici. Come,
però, spesso accade in questi casi, «per tutta la vita cercò la Bellezza e finì
per incontrare la Verità», come nota Paolo Gulisano. Del resto è significativo
che, benché battezzato solo sul letto di morte, ammettesse la forza
rigeneratrice della fede cattolica, tanto da voler aderire alla Chiesa
cattolica, «dove – come dirà Chesterton – tutte le verità si danno appuntamento».
Con tono scherzoso, disse ad un amico: «La Chiesa cattolica è soltanto per i
santi e i peccatori. Per le persone rispettabili va benissimo quella
anglicana».
Tre settimane prima di morire, dichiarò ad un
corrispondente del Daily Chronicle: «Buona parte della mia perversione morale
è dovuta al fatto che mio padre non mi permise di diventare cattolico.
L’aspetto artistico della Chiesa e la fragranza dei suoi insegnamenti mi avrebbero
guarito dalle mie degenerazioni. Ho intenzione di esservi accolto al più presto»
(R. Ellmann, Oscar Wilde, Rizzoli, Milano 1991, p. 669). Il padre, noto
oftalmologo dell’epoca, nonché massone ed anti-cattolico, proibì al giovane
Oscar quando era studente universitario di battezzarsi nella fede cattolica, minacciandolo
di tagliargli i viveri. Nonostante ciò, nel 1877, incontrò in segreto Papa il
beato Pio IX , che ammirava fortemente, a cui dedicò persino un sonetto, e per
il quale nutriva profondo rispetto - e all’epoca non era certo di moda stimare
Pio IX - tanto che, a quanti gli chiedevano della sua fede, rispondeva: «Non sono
cattolico, sono solo papista». Da allora Wilde divenne apertamente sostenitore
della causa di Papa Pio IX, quella del potere temporale dei papi su Roma e
sullo Stato Pontificio. Altrettanta venerazione ebbe verso il successore, Leone
XIII, alla cui benedizione pasquale attribuì la guarigione da una grave forma
di dermatite: «Quando vidi il vecchio bianco Pontefice, successore degli
Apostoli e padre della Cristianità, portato in alto sopra la folla, passarmi
vicino e benedirmi dove ero inginocchiato, io sentii la mia fragilità di corpo
e di anima scivolare via da me come un abito consunto, e ne provai piena
consapevolezza». Riguardo alla guarigione dichiarò: «Il Vicario di Cristo ha
fatto tutto». Da quel momento iniziò ad andare molto spesso, durante il suo soggiorno
romano, alle udienze pontificie. Per approfondimenti, v. Oscar Wilde: un'icona gay?; La conversione di Oscar Wilde; La conversione di Oscar Wilde; Lo strabiliante cattolicesimo di Oscar Wilde.
Volentieri rilancio questa recensione di Luca
Fumagalli su un testo dedicato ad Oscar Wilde nella festa di san Lorenzo
arcidiacono e martire.
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Guercino, La
Vergine col Bambino appare a S. Lorenzo, 1624, Chiesa del Seminario (chiesa di Sant'Agostino), Finale
Emilia
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| Jean Baptiste de Champaigne, Martirio di S. Lorenzo, 1660 circa, National Gallery of Art, Washington |
Oscar Wilde: una vita per la Bellezza, un incontro con la Verità
«Il cattolicesimo è la sola religione in cui
morirei»
(Oscar Wilde)
Di Luca
Fumagalli
Autunno del
1900. Oscar Wilde si trova a Parigi. Un vecchio problema all’orecchio, eredità
di due anni di dura prigionia, si ripresenta sotto forma di emorragie che,
oltre a spossarlo, lo obbligano ad assidue cure mediche. Ormai è praticamente
costretto a letto. L’unico amico che gli rimane è Robbie Ross, una vecchia
fiamma degli anni felici della gioventù che, scontati i peccati del passato, si
è convertito al cattolicesimo e svolge ora la professione di giornalista.
Sentendo prossima la fine anche Oscar decide di compiere il grande passo,
quello che aveva rimandato per tutta la vita. Rendendosi conto che l’agonia è
iniziata, Ross si precipita a cercare un sacerdote presso il vicino convento
dei passionisti. Per un singolare scherzo del destino riesce a trovare un
religioso irlandese, padre Cuthbert Dunne, che immediatamente amministra i
sacramenti a Wilde. Lo stanco scrittore muore in pace mentre stringe tra le
mani un rosario. È il 30 novembre.
Noto
comunemente come grande scrittore esponente dell’estetismo, dandy imperituro
che con abiti e atteggiamenti anticonvenzionali scosse il perbenismo della
società vittoriana, in realtà Oscar Wilde (1854-1900) fu molto di più del poeta
maledetto con cui, soprattutto in Italia, la critica ha cercato di etichettare
sbrigativamente una personalità sfuggente e contraddittoria. Accanto a
immortali capolavori come Il ritratto di Dorian Gray, Il fantasma di Canterville o L’importanza di chiamarsi Ernesto, della suo
biografia sopravvivono nell’immaginario collettivo solamente pochi frammenti,
legati soprattutto alle relazioni scabrose come quella con Lord Alfred Douglas
che, oltre alla carriera, gli costarono anche diversi mesi di detenzione. In
altre parole, l’unico Wilde che resiste agli assalti del tempo è il cantore degli
eccessi: «Non c’è nulla che faccia bene se usato con moderazione. Non puoi
sapere che cosa ci sia di buono in una cosa finché non le avrai strappato il
cuore».
Eppure, al
di là degli scandali, la vita di Wilde è come attraversata da una sorta di
fiume carsico che ha la sua sorgente nella nativa Irlanda. L’isola di smeraldo,
patria di miti e leggende, è anche la terra del cristianesimo, dove la fede è
stata preservata con singolare tenacia nonostante le calamità che, nel corso
dei secoli, si sono abbattute su di essa. Dalle violenze di Cromwell alla
carestia di metà ‘800, l’Irlanda è stata sovente vittima dei soprusi della
vicina Inghilterra, eppure ha saputo mantenere inalterato quel legame di
figliolanza che da sempre ha nutrito nei confronti di Roma.
La biografia
di Wilde è dunque una ricerca della Bellezza e della Verità che, a partire
dalle circostanze storiche e poetiche, si sostanzia in una conversione che
giunge poco prima della morte. “L’arte per l’arte”, celebre motto coniato da
Walter Peter e fatto proprio da Wilde, corrisponde solo a una parte – e
certamente la meno importante – di un’esistenza condotta sul crinale, sempre in
bilico tra la fede e la mondanità.
Del resto la
storia del famoso scrittore è simile a quella di altri artisti che, a cavallo
tra XIX e XX secolo, trovarono un appagamento al loro disordinato desiderio di
felicità proprio nella Chiesa cattolica. John Gray – amico personale di Wilde e
ispiratore del personaggio di Dorian Gray che, non a caso, porta il suo cognome
– Ernest Dowson, Aubrey Beardsley, Ronald Firbank e Frederick Rolfe sono solo
alcuni dei tanti che abbandonarono i riprovevoli costumi giovanili per convertirsi
al cattolicesimo, sovente attratti dalla bellezza della liturgia e dal latino,
una lingua senza tempo che con il suo carisma costituiva l’unico possibile
baluardo alla decadenza della società moderna. Molti di questi exbohémien, compresi
diversi amici di Wilde, presero poi i voti, diventando sacerdoti o monaci.
A rendere
ancora più ostico il percorso dello scrittore verso la conversione vi era la
sua naturale socialità e la disponibilità a venire a patti con qualsiasi
tentazione. Questo aspetto è verificabile anche nella distanza che separa il
suo Il ritratto di Dorian Gray da A rebours di Karl
Huysmans, il primo narratore del decadentismo a diventare cattolico. Se il protagonista
del fortunato romanzo del francese si rinchiude in una sorta di prigione
dorata, fatta di bellezza e sensazioni amplificate, per sfuggire a un mondo
meschino che deplora, Dorian Gray, al contrario, prova un piacere perverso a
sguazzare tra i bassifondi esistenziali di un’Inghilterra degradata: «Non
mancare mai di rispetto alla buona società… solo chi non riesce ad accedervi lo
fa». Tutto sommato, però, anche nel libro che è considerato il manifesto
dell’estetismo non sono affatto secondari temi morali come il peccato, la
perversione e il tentativo luciferino di sconfiggere la morte venendo a patti
con il male. L’arte, in Wilde, non è mai qualcosa di superficiale e scontato. É
uno strumento impiegato per sondare l’anima e, anche quando lo scrittore sembra
dimenticarsene, il suo attrezzo è così accurato che continua a lavorare
indisturbato.
Basterebbe
descrivere l’arredamento della sua casa a Londra, nel 1879, per rendersi conto
del valore di questa forza operante lungo l’arco esistenziale dell’irlandese.
Viveva con l’amico pittore Frank Miles, e quella che più tardi avrebbero
ribattezzato come la “Casa del Tamigi” era in realtà un’abitazione trasandata,
vecchia e buia. A Wilde toccò il secondo dei tre piani e lo riempì presto di
porcellane cinesi, libri, statuette di Tanagra, tappeti greci, ma anche oggetti
religiosi come una Madonna di gesso, una foto di Pio IX e una del cardinale
Manning. Gli scaffali, stracolmi di esotismo, funzionano come una sorta di
correlativo oggettivo dell’animo del poeta, drammaticamente lacerato nel gioco
dell’esistenza.
Il ritratto
di Oscar Wilde di Paolo
Gulisano si incarica dunque di presentare al lettore italiano una biografia a
tutto tondo di una delle penne più geniali del XIX secolo. E lo fa con
singolare fortuna, coniugando una prosa leggera e godibile a una mole
impressionante di dati e annotazioni (chiudendo tra l’altro ogni capitolo con
un piccolo elenco degli aforismi più brillanti di Wilde). Per la prima volta il
saggio di Gulisano rende giustizia alla complessità caratteriale dello
scrittore facendo riemergere dall’oblio quegli elementi religiosi fortemente
presenti nella sua vita ma troppo spesso taciuti. Il risultato è un affresco
incantevole, la storia portentosa del riscatto di un’anima in limine mortis. Molto probabilmente
lo stesso Wilde dovette sentirsi un po’ come il buon ladrone – un fortunato
paradosso – quando scrisse: «Il vero stolto è colui che non conosce se stesso».
PAOLO GULISANO, Il ritratto di Oscar Wilde, Milano, Ancora, 2009, pp. 192.
Fonte: Radiospada, 8.8.2015
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