Sante Messe in rito antico in Puglia

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sabato 25 marzo 2023

Una riflessione del cardinal Comastri sull'Annunciazione




 

L’Annunciazione nell’arte: origini e segreti dell’iconografia

In questa festa dell’Annunciazione di Maria, rilanciamo questo interessante contributo sul modo in cui quest’evento, che ha cambiato la storia dell’umanità, è stato rappresentato nell’arte.

L’Annunciazione nell’arte: origini e segreti dell’iconografia

L’Annunciazione a Maria è uno dei soggetti più rappresentati nella storia dell'arte. Ma come si è arrivati all'iconografia che tutti conosciamo - che comprende di solito tre personaggi: Vergine, angelo e colomba - e quali sono i significati che cela questa scena?

di Raffaela Fazio Smith*

Le due annunciazioni
L’iconografia dell’Annunciazione si ispira ai testi dei vangeli canonici di Matteo e soprattutto di Luca (1,26-38), ma anche ai vangeli apocrifi, tra cui il Vangelo dello Pseudo Matteo ed il Protovangelo di Giacomo (11,1-3). Questi apocrifi furono divulgati in occidente da Vincent de Beauvais (1250 circa) in Speculum Historiae e da Giacomo da Varagine (1260 circa) nella Legenda Aurea. A tali fonti apocrife va aggiunto il Vangelo armeno dell’infanzia che ebbe una grande influenza sull’iconografia bizantina.
Secondo i vangeli apocrifi ci sarebbero state due annunciazioni, non una. Il Vangelo armeno (5,2-9), ad esempio, dice che la Vergine fu salutata dapprima da un angelo invisibile mentre usciva di casa con una brocca per andare ad attingere l’acqua alla fontana.
Temendo uno stratagemma del demonio, Maria inizia a pregare, chiedendo a Dio di liberarla dalle tentazioni del diavolo. Poi, rientrata a casa, si mette a filare la porpora per il velo del tempio. Gabriele entra allora dalla porta chiusa e le compare, questa volta, come un essere in carne ed ossa, annunciandole che darà alla luce il messia. In quel momento, il Verbo di Dio penetra in lei attraverso il suo orecchio, dando inizio al concepimento.

Mosaico dell'Annunciazione, Santa Sofia, Istanbul

Mosaico dell'Annunciazione, Basilica di S. Marco, Venezia

Come tutto ebbe inizio
Tra le prime rappresentazioni di Annunciazione dell’arte cristiana si trovano quelle affrescate nelle catacombe di Roma, dove l’arte funeraria era una “preghiera”, una testimonianza di speranza. Particolarmente significativo è dunque il messaggio della vittoria sulla morte, operata definitivamente da Cristo. E l’Annunciazione è proprio l’inizio di questo messaggio.
La più antica immagine di Annunciazione che ci è pervenuta è affrescata sulla volta di un cubicolo della catacomba di Priscilla ed è databile alla prima metà del III secolo. Maria indossa tunica e pallio secondo la moda romana; essa ascolta, seduta su uno scranno, un uomo che le sta davanti, sulla destra, vestito con una tunica dalle ampie maniche, e che alza la mano in segno loquendi.

Annunciazione, Catacombe di S. Priscilla, Roma

In questa immagine, Maria è senza velo. Come attributo, il velo sarà inserito in seguito prendendo spunto dall'omophorion orientale (velo che si accompagna ad un mantello di colore blu scuro), anche se continueranno a coesistere in parallelo immagini di Maria senza velo, coi capelli sciolti, in segno di verginità (era questo il modo in cui portavano i capelli le donne non sposate). Il gesto di oratore di Gabriele lo ritroveremo continuamente anche nei secoli successivi, fino a quando non verrà sostituito sempre più frequentemente dall’indice alzato ad indicare la provenienza del messaggio.
Il modulo compositivo della catacomba di Priscilla si rifà ad uno schema iconografico esistente, che rappresentava il messaggero al cospetto di un personaggio di rango elevato. Il rimanere seduti, infatti, simboleggiava la dignità di colui che riceveva il visitatore. Il fatto che il messaggero divino sia raffigurato senza ali corrisponde alla prima iconografia cristiana, che voleva distinguere gli angeli cristiani dalle “vittorie alate” pagane.

Dietro la tenda
A partire dal IV e V secolo, l’Annunciazione è iscritta dunque in un contesto più vasto di quello del periodo delle catacombe. Essa viene inserita in cicli di scene epifaniche relative alla prima manifestazione agli uomini di Cristo.
Il senso epifanico dell’Annunciazione è spesso sottolineato dalla presenza di una tenda, come motivo non solo decorativo ma anche iconografico, di rivelazione: la tenda dei santuari delle religioni misteriche, infatti, nascondeva l’immagine sacra fino al momento della teofania e, quando si apriva, segnava l’inizio della rivelazione.
Il tema epifanico della tenda compare verso la fine del IV secolo nell’iconografia dei martiri: il primo esempio è quello del ritratto del Santo davanti alla Confessio della basilica dei Ss. Giovanni e Paolo a Roma.

Annunciazione, Basilica dei SS. Giovanni e Paolo, Roma

Ave Regina
Tale particolare lo ritroveremo ripetutamente nel corso dei secoli. Maria acquista una nobiltà ed una regalità di ispirazione chiaramente imperiale. La regalità di Maria è dovuta naturalmente alla regalità del Cristo, raffigurato sempre più come Cristo glorioso, che giudicherà l’umanità alla fine dei tempi. Il sedile della Vergine, che spesso poggia i piedi su un suppedaneo, è ricoperto da un cuscino imperiale oppure diventa addirittura un trono.
Non raro nel periodo tardo antico è il tema dell’edicola sormontata da un frontone che fa da sfondo alla cattedra su cui siede la Vergine e che richiama immediatamente l’idea di Maria come “dimora vivente” dell’Altissimo. In tal modo, la Vergine viene a simboleggiare anche la Chiesa.

Annunciazione, Cattedra di San Massimiano, Ravenna

In queste immagini, si riscontrano spesso frontalità e ieraticità che accentuano il carattere divino dei personaggi. La sfera emotiva è del tutto assente: non vi è la minima traduzione dei sentimenti nelle espressioni. I gesti hanno comunque una forte valenza simbolica, come, ad esempio, la posizione della mano di Maria portata al mento, in segno di riflessione.
Di solito, nello schema compositivo dell’Annunciazione, l’arcangelo Gabriele è solo, di fronte alla Vergine, con in mano un bastone o uno scettro, simbolo della verga del comando affidata dall’imperatore celeste al suo ambasciatore speciale. Ma non mancano eccezioni. A volte la scena presenta più di un angelo. Ad esempio, nel mosaico dell’Arco Trionfale di Santa Maria Maggiore a Roma, quattro personaggi circondano Maria. Ma sarà dopo il Concilio di Trento (1545-1563) che si assisterà ad una moltiplicazione vera e propria di angeli, con l’inserimento di scorte di puttini.

Annunciazione, Arco trionfale, Basilica di S. Maria Maggiore, Roma

Vola colomba
Nel V secolo, nel già citato mosaico di Santa Maria Maggiore, compare per la prima volta in un'Annunciazione la figura della colomba in volo, come simbolo dello Spirito Santo. Nella Bibbia, la manifestazione dello Spirito sotto forma di colomba si ritrova solo nel racconto del Battesimo di Cristo e in nessun altro brano.
Tuttavia, nel 325 il Concilio di Nicea dichiara la colomba del battesimo valido simbolo dello Spirito Santo. Da allora, la colomba verrà rappresentata innanzitutto nell'Annunciazione a Maria, poi nelle scene della Pentecoste e infine nelle immagini della creazione e della Trinità.
Va detto, comunque, che la rappresentazione di Santa Maria Maggiore rimarrà per molto tempo un "unicum", forse a causa dell'avversione al culto ancora vivo di Venere, che aveva come attributo proprio la colomba. Occorrerà aspettare quattrocento anni prima che questo simbolo iconografico possa affermarsi e, a partire dall'XI-XII secolo, diventare parte integrante dell'Annunciazione.

Cosa succede all'inizio del medioevo
Nel VI secolo, si assiste ad un’inversione nelle posizioni reciproche di Maria e dell’angelo. Maria inizia a comparire sulla destra della scena. La figura principale si sposta nel senso della scrittura greca e latina, di modo che lo sguardo si arresta sull’immagine della Vergine. Essa, inoltre, comincia ad essere rappresentata in piedi, nell’atto di parlare.

Annunciazione, sex. IX, Codex Egberti, Stadtbibliothek Treviri

Tale iconografia risente della sensibilità dell’ambiente aulico bizantino-ellenistico, che tende a sottolineare non solo la nobiltà, ma anche la saggezza della Vergine, che, riconoscendo immediatamente la natura del messaggero, si alza in segno di rispetto e, ascoltato l’annuncio, è in grado di rispondere al suo interlocutore. La mano della Vergine può assumere varie posizioni.
Oltre a quella dell’oratore, essa può mostrare il palmo rivolto verso l’esterno, ad indicare il riserbo iniziale, oppure può mostrare il dorso quando è ripiegata sul petto, simbolo del consenso avvenuto (molto significativo è il gesto dell’orante, con le palme delle mani rivolte verso l’esterno all’altezza del petto, in segno di fiduciosa accoglienza.

Annunciazione, antico arazzo

Iconograficamente, l’immagine dell’orante riprende quella della “pietas” romana che rappresentava plasticamente il sentimento di devozione e rispetto non solo nei confronti degli dei, ma anche nei confronti della famiglia e della patria). In area bizantina, l’iconografia d’ispirazione aulica si affianca al filone più popolare, che continua a rappresentare Maria nell’atto di filare la porpora per il tempio, da seduta.

L'antica basilica dell'Annunciazione a Nazareth

Oggi, 25 marzo, ricorre la festa dell'Annunciazione della B.V.M.
Il luogo dell'Annunciazione oggi è sormontato da una basilica, costruita nel decennio 1959-69, dall'architetto Giovanni Muzio, che demolì, nel 1954, l'antica e splendida basilica sino ad allora esistente, che era stata costruita nel XVIII sec. sui resti della basilica di epoca crociata, che, a sua volta, sorgeva sui resti di quella bizantina del V sec.
Sebbene la nuova struttura sia sorta per mettere in luce gli scavi archeologici condotti dal frate francescano Camillo Bellarmino Bagatti, tuttavia, lo scrigno che li dovrebbe contenere appare freddo, scarno, minimalista, ed oggettivamente brutto, quasi un capannone industriale in cemento, rispetto a quella che era la struttura della chiesa precedente.
Ora non vogliamo instaurare paragoni, ma certamente la chiesa precedente era molto ma molto più bella e solenne, pur nella sua semplicità.
Qui, vogliamo darne un saggio attraverso alcune foto d'epoca.
Dalla stessa struttura architettonica si riconosceva la sua indole francescana:








lunedì 25 marzo 2019

L’autenticità della Santa Casa di Loreto: la dimora in cui avvenne l'annuncio angelico

Celebriamo quest’oggi la festa dell’Annunciazione della B.V.M.: il momento in cui, secondo le parole di S. Alfonso M. de’ Liguori, «Maria nell’Incarnazione del Verbo non poté umiliarsi più di quello che si umiliò: Iddio all’incontro non poté esaltarla più di quello che l’esaltò» (vDell’Annunciazione di Maria [da ‘Le Glorie di Maria’ di S. Alfonso M. de’ Liguori], in Radiospada, 21.3.2017). 
Questa festa cade 9 mesi prima del santo Natale. Secondo la venerabile Suor Margherita del SS.mo Sacramento (Marguerite du Saint-Sacrement), carmelitana di Beaune, in Francia, vissuta nel XVII sec., che ebbe il privilegio di sposare, in nozze mistiche, il Bambino Gesù e di identificarsi completamente in Lui (secondo i testimoni, Margherita avrebbe mantenuto per tutta la vita le dimensioni di un bambino di dodici anni, cioè l'altezza di 1,33 m.), in effetti, l'Annunciazione sarebbe avvenuta alla mezzanotte del 25 marzo, appunto esattamente nove mesi prima della Natività del Signore.
Oltre alla cittadina di Nazaret, che conserva la grotta a ridosso di quella che era l’abitazione della Vergine, in cui avvenne l’annunciazione, nonché la nota Fontana della Vergine – dove, secondo la tradizione cristiana locale – Maria incontrò l’Arcangelo Gabriele (fontana oggi nella chiesa ortodossa di S. Gabriele a Nazaret), anche l’Italia conserva un’insigne reliquia di quell’annuncio: a Loreto, infatti, vi sono le pietre che sorgevano a ridosso della grotta nazaretana e che costituivano la parte in muratura dell’abitazione della Vergine.
Molti studi sono stati compiuti su quelle pietre. Tutti ne attestano l’autenticità.
Per celebrare questa festa, perciò, rilanciamo questo contributo sul tema.












L’autenticità della Santa Casa di Loreto


Secondo uno studio archeologico condotto dall’architetto Nanni Monelli e da padre Giuseppe Santarelli, Direttore della Congregazione generale della Santa Casa di Loreto, le pietre che si trovano nella grotta dell’Annunciazione a Nazareth hanno la stessa origine delle pietre dell’altare dei Santi Apostoli della Santa Casa di Loreto. 
Questa scoperta ha riaperto la discussione sulla validità storica della traslazione della Santa Casa di Nazareth a Loreto e sul mistero di come sia avvenuta questa traslazione. 
Per approfondire la conoscenza e la storia del santuario mariano dove si conserva e venera la Santa Casa di Nazareth della Vergine Maria, che secondo la tradizione fu trasportata miracolosamente da Nazareth a Tersatto nel 1291 e infine a Loreto, ZENIT ha intervistato il prof. Giorgio Nicolini, un esperto in materia, autore del libro “La veridicità storica della miracolosa Traslazione della Santa Casa di Nazareth a Loreto” (www.lavocecattolica.it). 
Il libro illustra con prove documentali del tutto inedite, la verità storica delle “cinque traslazioni miracolose” della Santa Casa di Nazareth avvenute “in vari luoghi” e infine sul colle di Loreto: “traslazioni miracolose” avvenute tra il 1291 e il 1296, “approvate” “ufficialmente” nella loro “veridicità storica” da tanti Papi, per sette secoli. Il libro contiene anche il testo della “benedizione” di Giovanni Paolo II, spedita in data 11 gennaio 2005 all’autore del libro dal Pontefice stesso. 
Secondo un recente studio condotto dall’architetto Nanni Monelli e da padre Giuseppe Santarelli, Direttore della “Congregazione Universale della Santa Casa”, le pietre dell’Altare degli Apostoli (uno dei più antichi dell’età paleocristiana) che si trova nella Santa Casa di Loreto ha la stessa origine delle pietre che si trovano nella grotta di Nazareth, davanti alla quale si trovavano le tre Pareti della Santa Casa di Maria. E’ un’altra conferma dell’autenticità della Casa di Loreto come la Casa nazaretana di Maria?
Nicolini: Sull’autenticità della Santa Casa di Loreto come la “vera Casa nazaretana” di Maria non ci sono mai stati dubbi, se non per chi non ne conosce i secolari studi relativi; tanto che tutti i Sommi Pontefici, per sette secoli, ne hanno comprovato l’autenticità con solenni atti canonici di “approvazione”. 
Tale studio dell’Altare degli Apostoli è invece importante perché, oltre a fornire una ulteriore prova dell’autenticità della Santa Casa di Loreto come la “Casa nazaretana” di Maria, fornisce anche una “prova” ancora più eclatante a riguardo della “miracolosità” della “traslazione” della Santa Casa di Nazareth. 
Infatti la “tradizione” ha sempre attestato che, tra il 1291 e il 1296, le tre Pareti della Santa Casa di Nazareth furono trasportate “miracolosamente”, per “il ministero angelico”, in “vari luoghi”, e insieme alle tre Pareti fu trasportato “miracolosamente”, “in vari luoghi”, anche l’Altare degli Apostoli. Ciò è attestato da antichi documenti, nei quali si parla della presenza di tale Altare unitamente alle tre Sante Pareti, come a Tersatto, in Dalmazia, ove la Santa Casa vi sostò tra il 10 maggio 1291 e il 10 dicembre 1294. 
Quindi, in un certo senso, si potrebbe dire che “il miracolo” fu “duplice”, perché furono trasportate “miracolosamente” non solo le tre Sante Pareti “integre”, ma insieme ad esse, e distinto da esse, anche l’Altare degli Apostoli. 
Che cosa hanno detto la storia, la tradizione, i Sommi Pontefici, sulla “traslazione” della Santa Casa di Nazareth della Vergine Maria, che si trova ora a Loreto?
Nicolini: Nel libro che ho scritto in proposito, dimostro che dal punto di vista storico e archeologico sono accertate, in modo indiscutibile, “almeno” cinque “traslazioni miracolose”, tra il 1291 e il 1296: a Tersatto (nell’ex-Jugoslavia), ad Ancona (località Posatora), nella selva della signora Loreta nella pianura sottostante l’attuale cittadina di “Loreto” (il cui nome deriva proprio da quella signora di nome “Loreta”); poi sul campo di due fratelli sul colle lauretano (o Monte Prodo) e infine sulla pubblica strada, ove ancor oggi si trova, sotto la cupola dell’attuale Basilica. 
Tutti questi fatti soprannaturali furono tramandati dai “testimoni oculari” dell’epoca, nei vari luoghi ove si compirono, e furono rigorosamente controllati dai Vescovi locali dell’epoca, i quali emisero dei pronunciamenti “canonici” di “veridicità”, come attestano delle “chiese” dell’epoca consacrate a tali “eventi miracolosi” dai Vescovi di Fiume, di Ancona, di Recanati, di Macerata, di Napoli… Così pure tanti Sommi Pontefici, impegnando la loro Suprema Autorità Apostolica, hanno “approvato” ininterrottamente, sin dalle origini, la “veridicità storica” delle “miracolose traslazioni” della Santa Casa: da Nicolò IV (1292) sino a Giovanni Paolo II (2005). 
In proposito, così scriveva il grande Pontefice Beato Pio IX, nella Bolla “Inter Omnia”, del 26 agosto 1852: “A Loreto si venera quella Casa di Nazareth, tanto cara al Cuore di Dio, e che, fabbricata nella Galilea, fu più tardi divelta dalle fondamenta e, per la potenza divina, fu trasportata oltre i mari, prima in Dalmazia e poi in Italia”. E il Santo Pontefice aggiunse ancora: “Proprio in quella Casa la Santissima Vergine, per eterna divina disposizione rimasta perfettamente esente dalla colpa originale, è stata concepita, è nata, è cresciuta, e il celeste messaggero l’ha salutata piena di grazia e benedetta fra le donne. Proprio in quella Casa ella, ripiena di Dio e sotto l’opera feconda dello Spirito Santo, senza nulla perdere della sua inviolabile verginità, è diventata la Madre del Figlio Unigenito di Dio”. 
C’è però chi sostiene la tesi secondo cui furono alcuni Crociati, con la nave, a trasportare a Loreto solo delle “pietre” della Casa di Maria, che vennero poi ivi riassemblate sotto forma di “casa”. Lei che ne pensa?
Nicolini: Intanto è opportuno precisare che a Loreto ci sono solo le tre Pareti che costituivano in realtà “la Camera” di Maria, comunemente denominata come “la Santa Casa”, ove avvenne l’Annunciazione, e che sorgeva a Nazareth dinanzi ad una grotta e faceva un sol corpo con essa. Attualmente a Nazareth sono rimaste “la grotta” e “le fondamenta” della Casa “in muratura” dell’Annunciazione, mentre a Loreto è venerata l’autentica Casa “in muratura”, “senza fondamenta”, che stava a Nazareth davanti alla grotta. Detto più semplicemente: a Nazareth ci sono “le fondamenta” senza la Casa, a Loreto c’è “la Casa” senza le fondamenta. 
L’“ipotesi” di un trasporto umano, avanzata recentemente da alcuni studiosi, oltre ad essere priva di ogni documentazione al riguardo, è “insostenibile” ed “impossibile”, sia per le ragioni “storiche” sopraddette, nonché per ragioni “architettoniche” e “scientifiche”. Ad esempio, l’ipotesi di un trasporto umano mediante la scomposizione dei muri della Casa in singoli blocchi di pietra effettuata a Nazareth e ricomposta prima in Dalmazia e poi per altre quattro volte sulla costa adriatica, dopo duemila chilometri di peregrinazione per terra e per mare, è del tutto impossibile anche dal punto di vista “temporale”. Ciò lo attesta la “simultaneità” delle date di partenza da Nazareth (sicuramente nel maggio 1291) e di arrivo a Tersatto (9-10 maggio 1291), come riportato da una lapide dell’epoca. 
Così pure risulterebbe “impossibile” una simile operazione di “smontaggio” e “rimontaggio”, eseguita per di più in cinque luoghi diversi, in Dalmazia e in Italia. L’analisi chimica della malta, infatti, nei punti dove attualmente tiene unite le pietre, presenta caratteristiche chimiche particolari, proprie della zona di Nazareth, con una omogeneità della tessitura muraria, che esclude ogni possibilità di un tale ipotetico “smontaggio” e “rimontaggio” delle pietre. Infatti la malta che tiene unite le pietre è uniforme in tutti i punti e risulta costituita da solfato di calcio idrato (gesso) impastato con polvere di carbone di legna secondo una tecnica dell’epoca, nota in Palestina 2000 anni fa, ma mai impiegata in Italia. Quindi, la Santa Casa non fu mai “scomposta” in blocchi, ma è giunta a Loreto – dopo altre precedenti “traslazioni miracolose” – con le pietre “murate” con la stessa malta usata oltre 2000 anni fa a Nazareth, così come oggi ancora si presenta. 
La collocazione finale poi su una pubblica strada, a Loreto, ove ancor oggi si trova, è ugualmente umanamente “impossibile”, come hanno attestato tutti gli archeologi ed architetti che hanno esaminato nei secoli il sottosuolo della Santa Casa e la strada pubblica su cui “si è posata”. L’architetto Giuseppe Sacconi (1854-1905), ad esempio, dichiarò di aver constatato che “la Santa Casa sta, parte appoggiata sopra l’estremità di un’antica strada e parte sospesa sopra il fosso attiguo” . Disse inoltre che, senza entrare in questioni storiche o religiose, bisognava ammettere che la Santa Casa non poteva essere stata fabbricata, come è, nel posto ove si trova (“Annali Santa Casa”, anno 1925, n.1). Un dato da rilevare, in proposito, a dimostrazione che le tre Sante Pareti “si posarono” sulla strada, e non che vi furono ricostruite, è la singolarità di un cespuglio spinoso che si trovava sul bordo della strada al momento dell’impatto e che vi è rimasto imprigionato. 
Un altro insigne architetto, Federico Mannucci (1848-1935), incaricato dal Sommo Pontefice Benedetto XV di esaminare le fondamenta della Santa Casa, in occasione del rinnovo del pavimento, dopo l’incendio scoppiatovi nel 1921, scrive e asserisce perentoriamente, nella sua “Relazione” del 1923, che “è assurdo solo pensare” che il sacello possa essere stato trasportato “con mezzi meccanici” (F. Mannucci, “Annali della Santa Casa” , 1923, 9-11), e rivelò che “è sorprendente e straordinario il fatto che l’edificio della Santa Casa, pur non avendo alcun fondamento, situato sopra un terreno di nessuna consistenza e disciolto e sovraccaricato, seppure parzialmente, del peso della volta costruitavi in luogo del tetto, si conservi inalterato, senza il minimo cedimento e senza una benché minima lesione sui muri” (F. Mannucci, “Annali della Santa Casa”, 1932, 290). 
L’architetto Mannucci trasse, in sintesi, queste conclusioni: i muri della Santa Casa di Loreto sono formati con pietre della Palestina, cementati con malta ivi usata; è assurdo solo il pensare ad un trasporto meccanico; la costruzione della Santa Casa nel luogo ove si trova si oppone a tutte le norme costruttive ed alle stesse leggi fisiche. Quindi, se l’intera Santa Casa di Nazareth non possono averla “trasportata” gli uomini, non può essere stata trasportata che “miracolosamente”, per opera della Onnipotenza Divina, mediante “il ministero angelico”… come sempre “testimoniato” e “tramandato” dalla “tradizione” e “approvato” come “veridico” da tutti i Sommi Pontefici, per 700 anni, dalle origini sino ad oggi. 
Recentemente lei ha rivolto alcune domande sulla “questione lauretana” al Santo Padre Benedetto XVI. Quali sono state le risposte?
Nicolini: Ho richiesto al Santo Padre Benedetto XVI un intervento proprio perché venisse “ristabilita” in modo “definitivo” la “veridicità storica” della “miracolosa traslazione” della Santa Casa di Nazareth a Loreto, scalzando così tante moderne “fuorvianti” e “secolaristiche” interpretazioni. Il Santo Padre è subito intervenuto per la celebrazione Liturgica della “Miracolosa” traslazione del 10 dicembre dello scorso anno, facendo pervenire al Vescovo di Loreto una relativa “inequivoca” e bellissima preghiera da recitarsi nel Santuario. Tale preghiera, ed un mio commento ad essa, la si può leggere all’indirizzo del mio Sito Internet www.lavocecattolica.it/preghiera.benedetto.XVI.htm). 
In questa preghiera il Sommo Pontefice Benedetto XVI – così come tutti i suoi Predecessori – “riconosce” di nuovo “espressamente”, “ripetutamente” e “inequivocabilmente” che le Sante Pareti, venerate nel Santuario di Loreto, sono proprio la “Santa Casa” di Nazareth, di Maria, di Giuseppe e di Gesù. Egli infatti, tra l’altro, scrive nella preghiera: “Santa Maria, Madre di Dio, ti salutiamo nella tua casa… qui hai vissuto… qui hai pregato con Lui… qui avete letto insieme le Sacre Scritture… siete tornati in questa casa a Nazareth… qui per molti anni hai sperimentato…” 
La Santa Casa di Loreto, quindi, viene ancora “confermato” – dal nuovo Pontefice – che è proprio “la Casa di Maria”, quella che “proprio” “era” a Nazareth. Perciò, anche nel “pronunciamento” del nuovo Sommo Pontefice, a Loreto non ci sono delle semplici “sante pietre” portate dagli uomini e “riassemblate” e “ricostruite” a Loreto dagli uomini (come sostengono certi “studiosi” contro gli stessi rilievi scientifici): perché, altrimenti, il Santo Padre non identificherebbe la Santa Casa di Loreto con quella che era “proprio” e “realmente” a Nazareth, ove avvenne l’annuncio dell’angelo a Maria e l’Incarnazione in lei del Figlio di Dio, e ove Maria, Giuseppe e Gesù hanno vissuto “per molti anni”… A Loreto, perciò, vi è proprio l’intera Santa Casa di Nazareth (nelle sue tre Pareti), ivi giunta “miracolosamente”, per “il ministero angelico”, dopo molteplici “traslazioni miracolose”, come sempre insegnato dalla “tradizione”, attestato dagli studi storici, archeologici e scientifici, come quelli sopra accennati, e confermato innumerevoli volte – lungo i secoli – dal Magistero “ordinario” e “solenne” dei Sommi Pontefici. 
Forse giova qui ricordare le sempre attuali e bellissime parole del santo Pontefice Leone XIII, scritte nella sua Enciclica “Felix Lauretana Cives” (del 23 gennaio 1894): “Comprendano tutti, e in primo luogo gli Italiani, quale particolare dono sia quello concesso da Dio che, con tanta provvidenza, ha sottratto (prodigiosamente) la Casa ad un indegno potere e con significativo atto d’amore l’ha offerta ad essi. Infatti in quella beatissima dimora venne sancito l’inizio della salvezza umana, con il grande e prodigioso mistero di Dio fatto uomo, che riconcilia l’umanità perduta con il Padre e rinnova tutte le cose”. Ed anche: “Dio volle a tal punto esaltare l’invocato nome di Maria da dare compimento, in questo luogo (Loreto), a quella famosa profezia: “Tutte le generazioni mi chiameranno beata”. 

lunedì 9 aprile 2018

Ettore Gotti Tedeschi: "Atti falsi per smontare il miracolo di Loreto"

Quest’anno, a causa della Domenica delle Palme e delle festività pasquali, la festa dell’Annunciazione cade il 9 aprile. In occasione di questa ricorrenza, rilanciamo questo contributo di Ettore Gotti Tedeschi pubblicato su La Verità nel febbraio scorso. L'Autore rilancia il mistero della Santa Casa di Loreto, legata a quello dell'Incarnazione del Verbo, dopo aver visitato, insieme alla propria famiglia, nel febbraio scorso, il Santuario ed i luoghi delle traslazioni miracolose con la guida d'eccezione dello studioso prof. Giorgio Nicolini e dopo aver incontrato, in privato, nella sacrestia della Basilica, il delegato pontificio, S. Ecc.za Mons. Fabio Dal Cin. 

Il Resto del Carlino, 20.2.2016


Atti falsi per smontare il miracolo di Loreto

di Ettore Gotti Tedeschi

Quando si vuole negare un miracolo, perché i miracoli non devono esistere, è sufficiente utilizzare testimonianze «suggerite», documenti di dubbia veridicità o persino riconosciuti falsi, dettagli irrilevanti, e fare infine abili congetture.
Così è già stato fatto con i vangeli apocrifi o utilizzando le analisi fatte sui rammendi medioevali della Sindone.
L’ultimo tentativo si riferisce alla traslazione miracolosa della Santa Casa di Loreto che, essendo evento soprannaturale, per renderlo «credibile» si deve spiegare razionalmente.
A Loreto, nelle Marche, si venera, nel Santuario lauretano, la più importante reliquia cattolica esistente al mondo: la Casa di Nazareth dove fu concepita e nacque la Madonna, dove ricevette l’Annunciazione e concepì Gesù (Pio IX, bolla Inter Omnia).
Chi è uso viaggiare con l’aereo, avrà visto nella cappella degli aeroporti italiani la raffigurazione della Vergine di Loreto, con Gesù che tiene in mano un aereo: ciò perché Papa Benedetto XV, nel 1920, la consacrò Patrona degli aviatori. Ciò è spiegato dal fatto che la Santa Casa di Nazareth, tra il 1291 e il 1296, fu traslata miracolosamente da Nazareth in ben cinque luoghi diversi, fino a Loreto appunto. E questo avvenne per proteggere la Santa Casa dal rischio di distruzione, perpetrabile dai musulmani nell’epoca citata.
La verità storica (creduta fino al 1984) della «traslazione miracolosa» è stata sempre dichiarata e mai messa in dubbio per sette secoli dal magistero pontificio solenne, essendoci stati severi procedimenti canonici ecclesiali di verifica con ogni tipo di analisi scientifica e valutazione storica e archeologica dell’avvenimento, attraverso l’accertamento di testimonianze e documenti infiniti: accertamenti di vescovi locali (Fiume, Ancona, Recanati, Macerata, Napoli…) sui luoghi delle traslazioni miracolose – e soprattutto di Sommi Pontefici, da Nicolò IV (1292) a Bonifacio VIII (1294), Clemente V (1305), Giovanni XXII (1320), Leone X (1519), fino ai più recenti Pio IX, Leone XIII (Enclave Felix Lauretana Cives del 1894) Benedetto XV (1920, proclamazione Patrona dell’aviazione) e tanti altri omessi.

La Santa Casa, che si trova nel Santuario di Loreto nelle Marche
Le ricerche dimostrano che è la dimora originaria della Vergine Maria a Nazareth

Poi (a parte san Giovanni Paolo II nel 1994 e Benedetto XVI nel 2005, fedeli alla «tradizione»), «miracolosamente» è iniziata l’epoca dei dubbi insinuati sul trasporto della Santa Casa, riconoscendo «finalmente» la necessità di spiegare razionalmente la traslazione, smontaggio, trasporto via mare e rimontaggio.
Inutili e ignorate le denunce di falso e manipolazione documentale, utilizzando documenti già sospettabili e anche dimostrati di essere falsi storici, che pretenderebbero spiegare il trasferimento da Nazareth a Loreto più scientificamente. La nuova epoca dei dubbi sembra rifiutare le storie di miracoli. Non sembra infatti essere scientifico, e perciò credibile, un trasporto miracoloso avvenuto per «ministero angelico», cioè fatto da angeli del cielo.
Cosicché, per rendere credibile il fatto, si sono immaginate traslazioni più umane, fatte da crociati che avrebbero smontato e rimontato la Casa (ben cinque volte, in cinque posti diversi!). O persino si è congetturato che il trasporto fosse stato fatto, via mare, da una famiglia nobile dell’Epiro che appunto si chiamava «Angeli».
Pur essendo, queste tesi, dimostrate insostenibili e impossibili, per ragioni storiche, architettoniche e scientifiche dal nostro Indiana Jones anconetano, il professore Giorgio Nicolini, che ha passato la sua vita a studiare il fenomeno, documentando la simultaneità delle date della traslazione, documentando le analisi chimiche dei materiali, che spiegano la loro autenticità (le pietre che compongono le tre pareti che a Nazareth erano addossate davanti a una grotta sono autentiche della Palestina e la malta è costituita da materiali non conosciuti in Italia, ma usati in Palestina 2000 anni fa), documentando l’impossibilità di smontaggio e ricomposizione (il collocamento finale dove è ora, vede la Casa senza fondamenta su una pubblica strada, con una parte sospesa sul vuoto di un fosso, e che architettonicamente risulta non può essere stata fabbricata lì) e dimostrando che queste ipotesi contraddirebbero le leggi fiche (ecco che la scienza serve a provare il miracolo)…
Eppure ora, dal 1984, si pretende di imporre l’ipotesi incredibile per rendere non credibile la spiegazione della veridicità storica del miracolo della traslazione.
Crollando però la soprannaturalità dell’evento tutto può essere messo in dubbio, perché è proprio la traslazione miracolosa a dar senso all’avvenimento e all’autenticità della reliquia della Santa Casa…
In pratica, per «rendere razionalmente credibile» il trasferimento della Santa Casa, sembra volersi affidare a spiegazioni che presuppongono un’impresa di costruzioni e trasporti via mare, trasformando la traslazione miracolosa in una crociera sull’Adriatico.
Papa Ratzinger sosteneva che la ragione senza fede è sterile e la fede senza ragione è sentimento, ma anche Albert Einstein pensava che la fede senza scienza fosse miope, ma la scienza senza fede fosse zoppa.
Eppure oggi l’unico, a mia conoscenza, rimasto a credere alla razionalità della traslazione miracolosa, perché ne prova scientificamente la verità, è Giorgio Nicolini, convinto che è fede razionale che spiega i misteri non svelati dalla scienza, che invece vorrebbe spiegare i miracoli, ma anche convinto che disprezzare il miracolo significa disprezzare la conoscenza di Dio per cercare una visione più umana e negare il soprannaturale. Ma soprannaturale non significa «contro natura», significa trascendere (stare sopra) ciò che è naturale. Il rischio implicito di ignorare ciò, sta nel confondere una delle due maggiori prove scientifiche della verità, perché la traslazione miracolosa della Santa Casa, come la Sacra Sindone, è un «segno visibile» che dimostra che fede e scienza non sono in conflitto.
Perché chi nega questa verità sostenuta dal magistero della Chiesa e comprovata anche dagli studi di Nicolini, non lo affronta in un pubblico dibattito?

Fonte: La Verità, 14.2.2018, p. 16, rilanciato da UNAVOX, febbraio 2018

Ave alle donne come te, Maria

Per celebrare la festa (liturgica) dell’Annunciazione, che quest’anno cade odiernamente (essendo stato lo scorso 25 marzo Domenica delle Palme), rilanciamo questo contributo di Vito Abbruzzi, ricordando quel che diceva il Servo di Dio don Dolindo Ruotolo: «Bisognerebbe intensificare le preghiere e la devozione a Maria SS.ma, ma dolorosamente la devozione a Maria SS. è decaduta in tante anime, che credono, così, di avvicinare alla Chiesa i separati, quando, col loro atteggiamento, si avvicinano agli errori dei dissidenti e non se ne accorgono ... È una immensa pena per la povera anima mia. Si stampano su riviste cattoliche e da Sacerdoti, errori, veri errori contro la Madonna e le cose più sante delle tradizioni della Chiesa. Si parla di aggiornamento ai tempi, ma c’è in realtà un aggiornamento al mondo ed allo spirito satanico. Non cooperate alla demolizione di quello che fa del vostro Ordine uno dei più belli della Chiesa. Rimanete puntello della Chiesa in questi tempi così pericolosi. Occorrono le parole che disse Pio XII ai Gesuiti: “O rimanete quali siete, nello spirito del fondatore, o è meglio che non siate più”. Parole di grande attualità per tutti gli Ordini religiosi» [Pensieri di Don Dolindo Ruotolo (1882-1970), tratti da Fui chiamato Dolindo che significa dolore, p. 266].

Santino XVIII sec.



Santino 1906











Ave alle donne come te, Maria

di Vito Abbruzzi

Tra i canti religiosi più popolari sicuramente quelli dedicati alla Madonna occupano il primo posto; soprattutto l’Ave Maria: la preghiera mariana per eccellenza, cantata in tutte le lingue del mondo. Il repertorio musicale riguardante l’Ave Maria è davvero vasto, con melodie una più bella dell’altra, firmate da compositori che hanno fatto e sono la storia della Musica, tanto sacra quanto profana. Si pensi a due nomi tra tutti: Schubert e Gounod, le cui Ave Maria sono ancora oggi le più interpretare dalle grandi voci del panorama canoro, non solo classico ma anche leggero.
Molte Ave Maria hanno rispettato il testo originale latino (quello della preghiera, per intenderci); ma tante altre, invece, cantate in lingua volgare, hanno testi in parte o in tutto rivisitati rispetto alla preghiera che ben conosciamo. Non nascondo che non pochi di essi sono pieni di melensaggini, sotto tutti i punti di vista, soprattutto teologico, ché finiscono collo sminuire la figura di Maria e il mistero dell’Incarnazione. Non voglio portare qui esempi negativi citando canzonette da chiesa più o meno note: tempo sprecato dal momento che vale l’errato principio: “non è bello ciò che è bello, è bello ciò che piace”. Voglio, invece, dedicare il mio tempo parlando di un’Ave Maria che, per quanto laica (così l’ha definita Antonella Ruggiero cantandola durante un concerto dove io ero presente), è profondamente religiosa, pur non essendo canzone da chiesa: l’Ave Maria di Fabrizio De Andrè. Si tratta di una canzone il cui brano musicale è armonicamente così ben costruito da poter a pieno diritto appartenere al genere classico. Lo dimostrano i vari arrangiamenti curati dai migliori concertisti di musica classica, tra cui mi piace menzionare il Maestro Andrea Bacchetti: pianista eccezionale, che da anni accompagna la straordinaria voce di Antonella Ruggiero, la quale proprio all’Ave Maria di De Andrè ha dato un’intensità e uno struggimento davvero unici, superando nell’interpretazione canora lo stesso cantautore genovese (qui).
Cosa ha di diverso e di così speciale l’Ave Maria di Fabrizio De Andrè? Mi riferisco chiaramente al testo, oltre che alla musica, già sublime di per sé. Ha l’aver sottolineato l’essere pienamente “donna” di Maria a motivo del suo essere a tutti gli effetti “madre”; a prescindere dal figlio: “povero o ricco, umile o Messia”; e senza preoccuparsi affatto – a differenza di tanti che sono credenti-increduli – dell’aver concepito e partorito verginalmente Gesù. Il sospetto, infatti, per Maria, come per Giuseppe, “suo castissimo sposo” (come diciamo nella preghiera indulgenziata Dio sia benedetto, al termine dell’adorazione eucaristica) è, specialmente oggi in una società fortemente edonistica, di essere considerata donna a metà, per il fatto di non aver conosciuto uomo (cfr. Lc 1,34). Ho a suo tempo trattato la questione “San Giuseppe: ‘mezzo uomo’ o ‘uomo giusto’?” (v. qui), dimostrando che egli fu, “per le sue particolari doti virili, un vero uomo, un uomo di carattere”. Non da meno è Maria: la Donna per antonomasia; la Donna con la quale tutte le altre donne dovranno misurarsi. «Ave alle donne come te, Maria», esclama De Andrè, «femmine un giorno e poi madri per sempre, nella stagione che stagioni non sente».
Si fa subito a dire “maschio”, “femmina”; non così “uomo”, “donna”: bisogna essere davvero all’altezza di un Giuseppe e di una Maria: «coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica» (Lc 8,21); coloro che, come direbbe mio padre, si mettono la famiglia sulle spalle… senza se e senza ma.
Evviva Maria!