Sante Messe in rito antico in Puglia

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sabato 25 maggio 2019

Un aforisma del venerabile Pio XII sul suo predecessore S. Gregorio VII



Fonte: Pio XII, Radiomessaggio al Clero ed al Popolo di Salerno per la ricognizione delle venerate reliquie di S. Gregorio VII, 11.7.1954

Cfr. Giuliano Zoroddu (a cura di), “Credeva solo Iddio esser sovrano”. L’attualità di papa san Gregorio VII, in Radiospada, 25.5.2019

Mons. Benigni e San Gregorio VII, in Centro Studi Giuseppe Federici, 25.5.2018

mercoledì 25 maggio 2016

Elogio di S. Gregorio VII e delle prerogative del sacerdozio cattolico

Rilanciamo, con lievi modifiche ed integrazioni, un bell'elogio di San Gregorio VII, che abbiamo reperito sul profilo Facebook di Radiospada e che tesse le lodi delle prerogative del sacerdozio cattolico e della potestà papale per divina disposizione.




Matteo Rosselli, Matilde di Canossa riaccompagna il Papa a Roma, 1618 circa, Sala delle udienze di Maria Maddalena d'Austria,  Villa Medicea del Poggio Imperiale

Gianlorenzo Bernini, Enrico IV si umilia dinanzi a S. Gregorio VII a Canossa, Tomba di Matilde di Canossa detta Onore e Gloria d'Italia, 1645 circa, Basilica di san Pietro, Città del Vaticano, Roma

È sacrosanto ricordare San Gregorio VII, papa, acerrimo difensore delle prerogative e della libertà della Santa Sede nei confronti delle ingerenze degli imperatori di Germania.
Fu collaboratore dello sfortunato Gregorio VI e dei grandi papi “riformatori” di quel periodo, San Leone IX, Vittore II, Stefano IX dei Conti di Lorena, Niccolò II, Alessandro II.
contro le gravi ingerenze dell’incostante e feroce Enrico IV nelle investiture ecclesiastiche, fu costretto ad usare la pienezza del potere papale deponendolo dalla carica imperiale.
Ritornato imperatore dopo la penitenza di Canossa, Enrico continuò a perseguitare il Santo Papa, costringendolo infine a Salerno dove morì nel 1085.
Se Innocenzo III, Innocenzo IV e Bonifacio VIII sono la triplice cuspide del Pontificato medievale, San Gregorio è l’aureo basamento di questa cuspide.
La sua deposizione dell’imperatore non è un fatto meramente politico e storicizzabile, ma è una prerogativa intrinseca e permanente del papato (anche se non esercitata).
Come l’ottimo padre Vincent Davin scriveva nella sua Vita di San Gregorio VII nel 1863: “Forse l’indipendenza della regalità accanto all’indipendenza del Sacerdozio ? Ma ciò è il manicheismo sociale, è una duplice divinità che porta un caos peggiore che se non ve n’avesse alcuna. Datemi dei preti senza corpo, dei re senz’anima e bisognerà trovare dei sudditi così partiti: in tal caso io m’acquieterò” (Vincent Davin, San Gregorio Settimo, trad. it. (a cura di) Michele Bongini – Emilio Babbini, Federico Bencini Ed., Firenze, 1863, p. 251)
Quando in Messico si immolavano agli inizi del cinquecento più di ventimila vittime umane all’anno, il papato non poteva che rimettere nelle mani di Fernand Cortes la bandiera della croce e dirgli: “piantala nel mezzo di quell’inferno, a qualunque costo [quei regni hanno perso il diritto di governarsi]” (ibidem, p. 248). Quel che Gregorio VII fece in Germania per mezzo delle leggi divine ed umane, lo poteva fare anche altrove per mezzo delle sole leggi divine. San Pio V lo potrà fare contro la scismatica Elisabetta d’Inghilterra ed il beato Pio IX lo poté in Francia come in Messico, nella Svezia protestante come nella Cina barbara (ibidem, pp. 258-259). Sono i diritti eterni del sacerdozio, le prerogative costituzionali ed inalienabili della Chiesa (ibidem, p. 259)!
A tutti coloro che non lo amano e non l’amarono, a causa di ciò che egli ricorda, a tutti coloro che lo criticano, a tutti i suoi detrattori, ai cattolici ghibellini o guelfi timidi, dal suo gloriosissimo trono in paradiso san Gregorio VII può lecitamente dire “ci rivedremo a Canossa!”.
Sarà la “Canossa celeste” del giudizio finale od una più terrena?
Solo Dio lo sa.

giovedì 21 aprile 2016

“Sed cum mox idem Willélmus rex vi et minis Ecclésiæ jura usurpáre tentásset, ipse sacerdotáli constántia réstitit; bonorúmque direptiónem et exsílium passus, Romam ad Urbánum secúndum se cóntulit: a quo honorífice excéptus et summis láudibus ornátus est, cum in Barénsi concílio Spíritum Sanctum étiam a Fílio procedéntem, contra Græcórum errórem, innúmeris Scripturárum et sanctórum Patrum testimóniis propugnásset” (Lect. VI – II Noct.) - SANCTI ANSELMI EPISCOPI CANTUARIENSIS, CONFESSORIS ET ECCLESIÆ DOCTORIS

Sant’Anselmo ha quasi diritto di cittadinanza nel Messale romano poiché risiedé qualche tempo a Roma ed, al Concilio di Bari, destinato a combattere lo scisma dei Greci, fu il miglior supporto di Urbano II nella lotta contro l’errore. Alla fine dell’800 (1892-1896), Leone XIII fece elevare sul colle Aventino, nel rione Ripa, in onore del santo dottore di Canterbury, su progetto dell’abate benedettino belga Ildebrando de Hemptinne, un’insigne basilica, di stile neoromanico, annessa al grande collegio universitario teologico dell’Ordine benedettino, che contava il Santo tra i suoi più gloriosi rappresentanti (sulla chiesa di Sant’Anselmo all’Aventino, cfr. Massimo Alemanno, Le chiese di Roma moderna, vol. III. I Rioni Ripa e Testaccio e i quartieri del quadrante sud-est, Roma 2007, pp. 19-23). Oggi è sede dell’Abate Primate dell’Ordine in quanto Badia Primaziale.
Accanto alla chiesa hanno sede il Pontificio Ateneo Sant’Anselmo ed il Pontificio Istituto Liturgico.
Un’altra chiesa è stata dedicata nel 1989 a Roma al Santo dottore della Chiesa.
In onore di questo grande dottore, che ebbe il merito di preparare la strada, in qualche modo, all’edificio teologico dell’Aquinate, l’innario benedettino contiene questa bell’ode saffica:


Sul suo letto di morte, Leone XIII compose pur’egli dei versi in onore di sant’Anselmo e li fece portare subito all’abate della sua nuova basilica aventina, come un ultimo pegno della devozione che nutriva verso il grande dottore e l’ordine benedettino che l’aveva formato.
La messa è quella del Comune dei Dottori come il 29 gennaio.
Quest’illustre confessore della fede e della libertà della Chiesa, fuggitivo ed esule, trovò a Roma, come d’altronde sant’Atanasio, e presso il beato Urbano II, accogliente benevolenza e protezione. La storia ha registrato come un titolo speciale di gloria per la sua memoria una delle sue parole, energica e piena di fede allo stesso tempo, scrivendo al re di Gerusalemme, Baldovino: «Nihill magis diligit Deus in hoc mundo quam libertatem Ecclesiæ suæ. ... Liberam vult esse Deus sponsam suam, non ancillam»; «Dio non ama null’altro in questo mondo che la libertà della sua Chiesa. … Dio vuole che la sua sposa sia libera non già schiava» (Sant’Anselmo, Ep. Ad Balduinum regem Hierusalem, in Epistolæ, lib. IV, ep. 9, in PL 159, col. 206B).




Medaglia commemorativa di Leone XIII della Fondazione del Collegio Anselmiano, 1895



S. Anselmo, vetrata, XIX sec.

S. Anselmo, vetrata, XIX sec., chiesa di Our Lady and the English Martyrs (OLEM), Cambridge

sco Romanelli, Incontro della contessa Matilde con S. Anselmo alla presenza di papa Pasquale II, 1637-1642, Pinacoteca vaticana, Vaticano

Josef Ferdinand Fromiller, La Vergine Maria col Bambino appaiono a S. Anselmo, XVIII sec.,  Monastero, Ossiach

martedì 23 febbraio 2016

“Cardinalátu et episcopáli dignitáte depósitis, nihil de prístina juvándi próximos sedulitáte remísit. Jejúnium sextæ fériæ in honórem sanctæ Crucis Jesu Christi, horárias beátæ Dei Genitrícis preces, ejúsque die Sábbato cultum propagávit. Inferéndæ quoque sibi verberatiónis morem ad patratórum scélerum expiatiónem provéxit” (Lect. VI – II Noct.) - SANCTI PETRI DAMIANI, S.R.E. CARDINALIS EPISCOPI OSTIENSIS, CONFESSORIS ET ECCLESIÆ DOCTORIS

Questo santo vescovo di Ostia, austero riformatore dei costumi cristiani e precursore di san Gregorio VII, nato nel 1007, figlio intrepido e gloria dell’Ordine di san Benedetto, che, nell’XI sec. – periodo molto agitato da antipapi, eresiarchi e da un doloroso indebolimento dello spirito ecclesiastico – fu come una colonna di fuoco indicante ai fedeli la via stretta della Croce di Cristo, che conduce sicuramente al Cielo, passò al Signore il 22 febbraio 1072.
A causa della festa della Cattedra di san Pietro, è oggi soltanto che si celebra la sua commemorazione annuale. Leone XII, nel 1823, lo proclamò Dottore della Chiesa e, nello stesso anno, estese il suo ufficio – prima in uso soltanto presso i monaci benedettini – alla Chiesa universale fissandone odiernamente la festa annuale.
Roma cristiana gli ha dedicato una chiesa, nella piazza omonima, nella zona Acilia sud, nel 1970, poi riconsacrata nel 2002. Essa è titolo cardinalizio (diaconia) dal 1973, San Pier Damiani ai Monti di San Paolo.
La messa è quella del Comune dei dottori In médio, come il 29 gennaio, ma la prima colletta è propria e ricorda la rinuncia di san Pier Damiani alle insegne cardinalizie ed all’episcopato di Ostia.
Di quest’insigne Dottore della Chiesa ricordavamo il celebre Liber Gomorrhianus, vero manifesto cattolico sul tema dell’omosessualità, nel quale si confutava ante litteram il noto motto, per nulla cattolico e contrario alla salvezza delle anime, “chi sono io per giudicare”, oggi, ahimé, molto in auge, assieme alle altre omoeresie, presso le corti ecclesiastiche. In quel testo, si suggeriva, tra l'altro, che tutti gli ecclesiastici, colpevoli di qualsiasi atto omosessuale, dovessero essere immediatamente degradati, a qualunque grado essi fossero appartenuti.  Una misura che se oggi fosse stata applicata, avrebbe evitato alla Chiesa innumerevoli scandali … . Tale opera era la manifestazione profonda, infatti, di un uomo genuinamente interessato a muovere le anime al pentimento e alla speranza, giacché l’Autore si diceva consapevole di suscitare sgomento e rammarico nel lettore. Ma sempre per il suo bene. Il Santo non temeva «gli odi dei cattivi o le lingue dei detrattori»; egli aveva solamente cercato di esprimere, con tutta la cura possibile, l’entusiasmo dettatogli dal Giudice Supremo, che sentiva dentro di sé. E chi ama - si sa - sa pure correggere, somministrando una medicina sì amara, ma che salva la vita, cioè la vita vera, quella eterna, oggi tenuta in alcun conto.




Ercole de' Roberti, Pala di Santa Maria in Porto, ovvero Vergine col Bambino tra le SS. Anna ed Elisabetta, nonché tra i SS. Agostino e Pier Damiani, 1479-81 circa, Pinacoteca di Brera, Milano


Maestro di S. Pier Damiani, S. Pier Damiani, 1430 circa, Pinacoteca comunale, Ravenna

Giuseppe Santini, S. Pier Damiani, 1666, museo diocesano, Arezzo

Ambito romagnolo, S. Pier Damiani, XVII sec., museo diocesano, Ravenna

Ambito veneto, S. Pier Damiani, XVIII sec., museo diocesano, Verona

Autore ravennat, S. Pier Damiani, 1725-49, Biblioteca Classense, Ravenna


Pietro da Cortona, S. Pier Damiani offre alla Vergine che gli appare il libro della regola, 1629 circa, collezione privata



Urna col corpo di S. Pier Damiani, Cattedrale, Faenza

lunedì 25 maggio 2015

“Nam, potens ópere et sermóne, ecclesiásticæ disciplínæ reparándæ, fídei propagándæ, libertáti Ecclésiæ restituéndæ, exstirpándis erróribus et corruptélis tanto stúdio incúbuit, ut ex Apostolórum ætáte nullus Pontíficum fuísse tradátur, qui majóres pro Ecclésia Dei labóres molestiásque pertúlerit, aut qui pro ejus libertáte ácrius pugnáverit” (Lect. V – II Noct.) - SANCTI GREGORII VII, PAPÆ ET CONFESSORIS



La storia di questo Papa coraggiosissimo, un tempo abate zelatissimo del monastero di San Paolo a Roma, offre numerosi punti di somiglianza con quella del grande sant’Atanasio, poiché, se questi fu, nel IV sec., l’invincibile campione della divinità del Verbo, nell’IX sec., quando la Chiesa giaceva, avvilita, ai piedi del trono germanico, al quale l’aveva asservita l’incapacità, l’incontinenza e la venalità di un gran numero di suoi ministri, Gregorio si levò arditamente e, riponendo la sua fiducia in Dio, solo contro tutti, combatté con coraggio per la libertà della sposa mistica del Salvatore. Atanasio aveva errato sulla terra, senza trovare un luogo sicuro dove sfuggire alle insidie del mondo intero in congiura contro di lui; Gregorio, dal canto suo, detestato dai suoi nemici, incompreso dai suoi stessi amici, senza risorse e senza alcun aiuto umano, s’abbandonò completamente a Dio, portato sulle ali della sua fede e sopportò con coraggio l’incendio della metropoli pontificia, le collere popolari sino alla morte in esilio.
Le ultime parole dell’intrepido Pontefice mostrano bene la tempra energica della sua anima: «Dilexi justitiam et odivi iniquitatem, propterea morior in exilio» «Ho amato la giustizia ed ho odiato l’iniquità: per questo muoio in esilio», sono nella prima parte le parole del Sal. 45 (44). Il salmo prosegue «perciò Dio mi unse con olio di esultanza», ma il Papa concluse con amarezza «per questo muoio in esilio».
Egli non si pente del suo passato; alla soglia dell’eternità, il suo giudizio sugli uomini e sui tempi non differiscono da quello che egli si formò durante la sua vita; Gregorio benedì colui che si prosternò davanti alla sua autorità pontificale, ma, nel momento stesso di entrare in Cielo, ne chiuse risolutamente le porte all’imperatore Enrico IV, ai suoi ministri ed a quelli che negavano di sottoporsi alla sua autorità apostolica (+ 1085).
Roma cristiana conserva ancora molti ricordi di questo Papa energico e coraggioso. Nacque ai piedi del Campidoglio, presso la diaconia di Santa Maria in Porticu, che fece restaurare quando fu pontefice e di cui consacrò l’altare maggiore. Giovane, Ildebrando professò la Regola del patriarca di Montecassino nel piccolo monastero di Santa Maria all’Aventino, laddove si eleva oggi il priorato dei Cavalieri di Malta. Il suo benamato maestro, Graziano, essendo divenuto papa sotto il nome di Gregorio VI, Ildebrando l’accompagnò dapprima al Laterano, poi, dopo la sua abdicazione, lo seguì sul cammino dell’esilio in Germania. Ritornato a Roma con il papa lorenese san Leone IX del quale fu consigliere, Ildebrando, nel 1049, fu nominato da lui abate (Provvisor Apostolicus dell’Abbazia) di san Paolo, dove restaurò la disciplina monastica decaduta, e fece elevare i monaci ad una altezza di virtù che, nelle sue lotte posteriori per la libertà della Chiesa, egli mise un’immensa confidenza nelle loro sante preghiere.
Per onorare la basilica dell’apostolo, Ildebrando, Provvisor Apostolicus, aiutato dal console Pantaleone de Comite Maurone (Mauroni) d’Amalfi (questi apparteneva ad una delle famiglie più importanti di Amalfi, non tanto per il ruolo politico ricoperto quanto per il vasto “impero” commerciale gestito in diverse città del Mediterraneo, tra le quali Costantinopoli, dove addirittura gli amalfitani occupavano un proprio intero quartiere affacciato sul Corno d’Oro. Pantaleone, che già aveva donato al duomo della sua città, dei battenti bronzei analoghi, si fece carico della spesa, nonostante, in quei tempi, i rapporti con Roma non fossero amichevoli), fece fondere, nel 1070, a Costantinopoli due grandi porte di bronzo ricoperte di argento, che esistono ancora. Sui due battenti, in altrettanti scompartimenti (ben 54!), sono rappresentati le differenti scene della vita del Salvatore, degli Atti degli Apostoli e del loro martirio, oltre a figure di profeti. Questo prezioso lavoro fu eseguito, come dice l’epigrafe dedicatoria:

ANNO • MILLESIMO • SEPTVAGESIMO • AB • INCARNATIONS • DNI • TEMPORIBVS
DNI • ALEXANDRI • SANCTISSIMI • PP • QVARTI • ET • DNI • ILDEPRAN
DI • VENERABILI • MONACHI • ET • ARCHIDIACONI
CONSTRVCTE • SVNT • PORTE • ISTE • IN • REGIA • VRBE • CONP
ADIVVANTE • DNO
PANTALEONE • CONSVLEI • QVI
ILLE • FIERI • IVSSIT

L’abbazia di San Paolo conserva un’altra preziosa reliquia di Gregorio VII: la meravigliosa bibbia di Carlo il Calvo, magnificamente miniata, e che Gregorio VII aveva ricevuto in dono da Roberto il Guiscardo, a titolo di omaggio di fedeltà alla sede di san Pietro. In effetti, nella prima pagina, si legge il giuramento del Normanno al Pontefice; questi volle che la custodia di questo importante e prezioso manoscritto fosse affidata ai cari monaci dell’abbazia di San Paolo.
All’interno di questo monastero si trova un grazioso oratorio solennemente consacrato, ricco di indulgenze e di sante reliquie, e dedicato al santo Pontefice. Questo è forse il solo santuario al mondo che sia eretto alla memoria di san Gregorio VII.
Nell’ecclesia Pudentiana si trova un’iscrizione che ci attesta che questa chiesa fu restaurata sotto il pontificato di san Gregorio VII:

TEMPORE • GREGORII • SEPTENI • PRAESVLIS • ALMI

Nella cripta della basilica di Santa Cecilia a Trastevere, si conserva l’iscrizione commemorativa della dedicazione di un altare che lo menziona ugualmente. Il cippo di marmo, piazzato sotto l’altare maggiore dell’antica diaconia in Porticu Gallatorum, è ancora più importante; vi si legge una lunga iscrizione che comincia con i versi seguenti:

SEPTIMVS • HOC • PRAESVL • ROMANO • CVLMINE • FRETVS
GREGORIVS • TEMPLVM • CHRISTO • SACRAVIT • IN • AEVVM

Segue una lunga lista di reliquie deposte in questa circostanza nell’altare dal grande Pontefice.
Nella raccolta di iscrizioni di Pietro Sabino, nel XV sec., si trova un’epigrafe copiata in domo cujusdam marmorarii ad radices caballi e che menziona anche Gregorio VII:

TEMPORE • QVO • GREGORIVS • ROMANAE • VRBIS • SEPTIMVS
AD • LAVDEM • MATRIS • VIRGINIS • SIMVLQVE • ALMI • BLASII

È difficile identificare questa chiesa di San Biagio, poiché molte erano dedicate a Roma, in quel tempo, a questo celebre martire armeno. Quello che scrive lo storico protestante Ferdinand Gregorovius nella sua Storia della Città eterna (Geschichte der Stadt Rom im Mittelalter) è dunque inesatto, quando condanna quasi il nostro Pontefice alla damnatio memoriae, accusandolo di non aver fatto nulla per salvare Roma dalla devastazione della conquista di Enrico IV e dal saccheggio delle truppe “amiche” normanne di Roberto il Guiscardo (contrapponendo così questo Pontefice al predecessore Gregorio Magno, che salvò Roma dai longobardi), e pretendendo che Roma non conservi più nulla di lui. No, essa, al contrario, custodisce ancora di Gregorio dei ricordi preziosi, delle reliquie, una parte del suo Registrum epistolarum, e qualche monumento epigrafico; di più, se il suo corpo giace in esilio a Salerno, lo spirito del grande Papa vola ancora intorno alle basiliche degli apostoli Pietro e Paolo, poiché il pontificato romano continua sempre, incrollabile, la grande missione di Ildebrando, missione di libertà e di santità, per la salvezza dei redenti.
Morto a Salerno il 25 maggio 1085, non fu oggetto di alcun culto prima che il Baronio ne inserisse il suo elogio nel martirologio del 1584: Ecclesiasticam libertatem a superbia principum suo tempore vindicavit, et viriliter pontificia auctoritate defendit. Il Papa Paolo V autorizzerà la celebrazione della sua festa a Salerno nel 1609. Clemente XI l’estese alle basiliche romane ed all’ordine benedettino nel 1719.
L’ufficio di san Gregorio VII fu esteso nel 1728 da Benedetto XIII alla Chiesa universale come rito doppio; incontrò tuttavia una forte opposizione nel nord dell’Italia, in Francia, nei Paesi Bassi e in Austria, opposizione che durò quasi un secolo. Odiato durante la sua vita dai partigiani della supremazia del potere civile e dai nemici della libertà e della santità della Chiesa, Gregorio, più di seicento anni dopo la sua morte, ritrovò dinanzi a lui passioni, rancori ed odi che non erano stati sopiti durante tutto il tempo trascorso. Ma quest’odio incarnato dai nemici della Chiesa contro il grande Pontefice costituisce precisamente la più gloriosa aureola attorno alla sua fronte, poiché il suo stesso nome è il programma ed il simbolo della santità e della libertà della Sposa di Cristo. Questa venera Gregorio tra i santi, mentre gli empi maledicono il suo stesso ricordo.
Anche oggi l’opera di questo vero Vicario di Cristo è misconosciuta ed odiata. Ad es., c’è anche chi, sbagliando, parlando ai nostri tempi del celibato sacerdotale, quasi che si tratti di un “problema da risolvere”, afferma che esso nacque nel X sec., cioè proprio all’epoca del nostro santo. Meglio, il riferimento è giusto al pontificato del nostro papa Ildebrando. All’interno della Chiesa, in effetti, quel santo pontefice dové affrontare – e curare – grazie anche al contributo di san Pier Damiani, due piaghe virulente, generate proprio dalle commistioni del clero col potere laico: il concubinaggio ovvero il fatto che diversi sacerdoti e prelati, in maniera sacrilega, violando le loro promesse, vivevano in maniera illecita con donne; e la simonia, ovverosia la “vendita delle cose sacre”.
Per risolvere questi problemi, Gregorio VII non intervenne allargando le maglie e limitando il celibato sacerdotale. Al contrario, intervenne con grande durezza per riportare la santità del clero e riportare i sacerdoti alla santità, mediante il totale distacco dai beni e dai sensi, affinché fossero consacrati interamente a Dio ed alla sua causa. E ci riuscì.
Quando però salirono al soglio pontificio papi più deboli, e talora dalla condotta di vita personale non esemplare, il problema tornò a presentarsi. San Gregorio, del resto, non impose una legge nuova, ma richiamò all’osservanza della vecchia legge della Chiesa, che era la legge di Dio. Egli conosceva bene la lode riservata dall’Apocalisse a coloro che si dedicano alla sequela totale dell’Agnello: «Questi non si sono contaminati con donne, sono infatti vergini e seguono l’Agnello dovunque va. Essi sono stati redenti tra gli uomini come primizie per Dio e per l’Agnello» (Ap. 14, 4). I sacerdoti, “redenti tra gli uomini”, che “non si sono contaminati con donne”, e sono dunque “vergini”, e “seguono l’Agnello dovunque va”, sono considerati “primizie per Dio e per l’Agnello”.
Le spoglie mortali dell’eroico Pontefice riposano oggi ancora in esilio nella cattedrale di Salerno, poiché nessuno ha mai osato toglierle da quel luogo in cui Gregorio soccombé alle fatiche ed alle prove del suo pontificato. Di fatto, l’esilio è il suo luogo storico; è il fondo del quadro da dove emerge e su cui si stacca mirabilmente la sua nobile figura di atleta della libertà della Chiesa e della santità del sacerdozio.
La messa, anteriore al 1942, era dal Comune dei Pontefici, Statuit, con la lettura evangelica tratta da san Matteo (Mt 24, 42-47). Il Signore ha stabilito i vescovi come sorveglianti della sua casa, durante la sua assenza. Questo è il loro ufficio: vegliare al fine di poter provvedere ai bisogni spirituali dei loro compagni di servizio e di dissipare le insidie di Satana, che senza sosta gira intorno al gregge per massacrarlo. Il Signore tornerà la notte, all’improvviso. Beati coloro che la morte troverà attivi al proprio posto.
La colletta è propria ed evidenzia il segreto di tanta tenacità ed intrepidezza da parte di Ildebrando. Egli confidava in Dio e Dio è più forte di Enrico IV e dei suoi ausiliari. Come osserva l’apostolo san Pietro, il Signore accorda una grazia insigne ad un’anima quando la fa soffrire molto per la causa di Dio. In effetti, poiché tutte le nostre perfezioni consistono nell’imitazione di Gesù Cristo, nulla fa partecipare così intimamente al suo spirito che la croce e la sua sofferenza per Dio stesso.
Dal 1942, la messa è dal Comune dei romani Pontefici.

Eduard Schwoiser, Enrico IV a Canossa, 1852, Stiftung Maximilianeum, Monaco

Saverio Dalla Rosa, S. Anselmo designato vescovo da S. Gregorio VII su indicazione di Matilde di Canossa, 1781, Basilica di S. Benedetto, Polirone

Rudolph Blättler, Enrico IV finge di sottomettersi a S. Gregorio VII, XIX sec.

Luigi Morgari, S. Gregorio VII, 1896-1900, Chiesa di S. Alessandro, Bergamo

Sepolcro originario del papa S. Gregorio VII, Cattedrale, Salerno

Tomba di papa Gregorio VII, Cattedrale, Salerno. Sotto la tomba sono state impresse le ultime parole del papa: “Dilexi iustitiam, odivi iniquitatem, propterea morior in exsilio”.