Sante Messe in rito antico in Puglia

Visualizzazione post con etichetta libertas Ecclesiae. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta libertas Ecclesiae. Mostra tutti i post

sabato 25 maggio 2019

Un aforisma del venerabile Pio XII sul suo predecessore S. Gregorio VII



Fonte: Pio XII, Radiomessaggio al Clero ed al Popolo di Salerno per la ricognizione delle venerate reliquie di S. Gregorio VII11.7.1954

Cfr. Giuliano Zoroddu (a cura di), “Credeva solo Iddio esser sovrano”. L’attualità di papa san Gregorio VII, in Radiospada, 25.5.2019

Mons. Benigni e San Gregorio VII, in Centro Studi Giuseppe Federici, 25.5.2018

sabato 29 dicembre 2018

Martiri e violatori del sigillo della confessione

Nella festa liturgica del santo martire Tommaso da Canterbury (o Becket), rilanciamo questo contributo del prof. De Mattei.

Abiti liturgici indossati da S. Tommaso Becket al momento del suo martirio



Martiri e violatori del sigillo della confessione

di Roberto de Mattei


L’inviolabilità del segreto confessionale è uno dei pilastri della morale cattolica. Il nuovo Catechismo della Chiesa cattolica ricorda che «ogni sacerdote che ascolta le confessioni è obbligato, sotto pene molto severe, a mantenere un segreto assoluto riguardo ai peccati che i suoi penitenti gli hanno confessato. Non gli è lecito parlare neppure di quanto viene a conoscere, attraverso la confessione, della vita dei penitenti. Questo segreto, che non ammette eccezioni, si chiama “sigillo sacramentale”, poiché ciò che il penitente ha manifestato al sacerdote rimane “sigillato” dal sacramento» (n. 1467). Il nuovo Codice di Diritto Canonico, infligge la scomunica latae sententiae al sacerdote che viola il sigillo sacramentale (canone 1388 – §1). Per la Chiesa nessuna ragione può giustificare la violabilità del segreto confessionale, perché, come spiega san Tommaso «il sacerdote è a conoscenza di quei peccati non come uomo, ma come Dio» (Somma teologicaSuppl.,11, 1, ad 2).
Gli Stati cattolici hanno sempre protetto il segreto confessionale. Alexandre Dumas, nel suo romanzo storico L’avvelenatrice, ricorda un episodio tratto dal Tractatus de confessariis dell’arcivescovo di Lisbona Rodrigo da Cunha y Silva (1577-1643): «Un catalano nato nella città di Barcellona, essendo stato condannato a morte per un omicidio da lui commesso e riconosciuto, giunta l’ora della confessione, rifiutò di confessarsi. Tentarono più volte di convincerlo, ma si difese così strenuamente da ingenerare negli altri la convinzione che una tale ribellione nascesse da un turbamento dell’animo causato dall’approssimarsi della morte. San Tommaso di Villanova (148-1555), arcivescovo di Valenza fu avvertito della questione. L’alto prelato decise così di adoperarsi per indurre il delinquente a confessarsi, in modo da non far perdere l’anima insieme al corpo. Ma fu molto sorpreso quando, avendogli chiesto la ragione del suo rifiuto a confessarsi, il condannato rispose che aveva in odio i confessori, essendo stato condannato per l’omicidio proprio a causa della rivelazione fatta durante quel sacramento. Nessuno era venuto a conoscenza di quell’assassinio, tranne appunto il prelato a cui aveva confessato, oltre che il proprio pentimento, anche il luogo dove aveva seppellito il corpo e le altre circostanze del delitto. Il sacerdote aveva poi riferito tutti i particolari alle autorità e per questo l’assassino non aveva potuto negarle. Solo allora il colpevole aveva saputo che il prete era fratello della vittima e che il desiderio di vendetta aveva fatto leva su ogni altro obbligo sacerdotale. San Tommaso da Villanova giudicò quella dichiarazione assai più grave del processo dato che riguardava il prestigio della religione. Le sue conseguenze erano dunque assai più importanti. Così credette opportuno di informarsi sulla veridicità di quella dichiarazione. Convocò il sacerdote e, fattosi confessare quel delitto di rivelazione, costrinse i giudici che avevano condannato l’accusato a revocare il loro giudizio e ad assolverlo. Le cose andarono così fra l’ammirazione e gli applausi del pubblico. Quanto al confessore fu condannato a una fortissima pena, che san Tommaso mitigò, in considerazione della pronta ammissione del sacerdote e soprattutto per la soddisfazione nel vedere come i giudici tenessero in gran contro quel sacramento» (L’Avvelenatrice, Mursia, Milano 2018, pp. 58-60).
La tradizione giuridica occidentale ha sempre rispettato il sigillo confessionale, ma ilprocesso di secolarizzazione degli ultimi decenni, che secondo alcuni avrebbe dovuto giovare alla Chiesa, sta però modificando la situazione. In un recente articolo sul quotidiano di Roma Il Messaggero, la vaticanista Franca Giansoldati, ha scritto che «l’abolizione del segreto confessionale è una ipotesi che avanza implacabilmente, in diversi Paesi, nonostante la forte opposizione degli episcopati»(20 dicembre 2018). I fatti purtroppo danno ragione a questa previsione. In Australia, la regione di Canberra ha approvato una legge che impone ai sacerdoti di venire meno al sigillo della confessione quando fossero a conoscenza di casi di abusi sessuali. In Belgio, il 17 dicembre, padre Alexander Stroobandt è stato condannato dal tribunale di Bruges per non aver avvisato i servizi sociali che un anziano gli aveva manifestato l’intenzione di togliersi la vita. Secondo il tribunale il segreto confessionale non è assoluto, ma può e deve essere violato nei casi dell’abuso sui minori e della prevenzione del suicidio.
In Italia, la Corte di Cassazione, con la sentenza numero 6912 del 14 febbraio 2017, ha sancito che i religiosi chiamati a testimoniare durante un processo per abuso sessuale, se si rifiutassero di farlo, in nome del segreto confessionale, incorrerebbero nel reato di falsa testimonianza.
Di questi temi si parlerà presumibilmente anche nel vertice tra il Papa e i presidenti delle conferenze episcopali di tutto il mondo, che si terrà a Roma tra il 21 e il 24 febbraio 2019 per discutere su “La protezione dei minori nella Chiesa”. Ma papa Francesco e le gerarchie ecclesiastiche sembrano inchinarsi alle richieste del mondo quando distinguono tra i peccati che costituiscono un crimine per gli Stati laici, come la pedofilia, ed altri che invece dagli Stati moderni sono protetti, come l’omosessualità. Per i primi, gli uomini di Chiesa invocano la “tolleranza zero”, sui secondi tacciono. Di conseguenza, è prevedibile che la legislazione degli Stati moderni imporrà alla Chiesa di applicare la “tolleranza zero” contro la pedofilia, sciogliendo dal segreto confessionale i sacerdoti che vengano a conoscenza di questi reati. In caso contrario, la persecuzione contro il sigillo sacramentale, che è stata un’eccezione nella storia della Chiesa, diverrà la regola degli anni futuri. Per questo è più che mai necessario l’aiuto spirituale di coloro che non indietreggiarono di fronte alla morte pur di rispettare la legge divina.
E’ celebre il martirio di san Giovanni Nepomuceno (1330-1383), torturato e fatto annegare nel fiume Moldava di Praga dal re Venceslao di Boemia per essersi rifiutato di rivelargli quanto la moglie gli aveva detto in confessione. Meno noto è il caso del sacerdote messicano san Matteo Correa Magallanes (1866-1927). Durante la rivolta dei cristeros contro il governo massonico, il generale Eulogio Ortiz, conosciuto per aver fatto fucilare un suo soldato perché portava uno scapolare, fece arrestare padre Matteo, ordinandogli di andare a confessare in cella i “banditi” cristeros, che il giorno dopo sarebbero stati fucilati, e di riferirgli poi quanto da essi saputo in confessione. Il sacerdote confessò i detenuti, ma oppose uno strenuo rifiuto alla richiesta. Il 6 febbraio 1927, il generale Ortiz lo giustiziò con la propria pistola d’ordinanza, presso il cimitero di Durango. Matteo Correa Magallaes fu beatificato il 22 novembre 1992 e canonizzato il 21 maggio 2000 da papa Giovanni Paolo II.
Dimenticato è invece il martire padre Pedro Marieluz Garcés (1780-1825), peruviano. Il religioso, dell’Istituto dei camilliani, partecipò alle guerre di indipendenza del Perù come cappellano del vicerè spagnolo don Josè de la Serna e delle sue truppe, comandate dal Brigadiere José Ramon Rodil y Campillo (1789-1853). Dopo la sconfitta dell’esercito monarchico nella battaglia di Ayacucho (1824), l’esercito di Rodil fu assediato nella Fortezza di Callao e padre Marieluz Garcés rimase con i soldati, per assisterli spiritualmente. Nel settembre 1825, la demoralizzazione delle truppe provocò una cospirazione tra alcuni ufficiali all’interno della fortezza. La trama fu scoperta dal generale Rodil e vennero arrestati tredici ufficiali sospetti, che negarono però l’esistenza di una cospirazione. Il generale Rodil ordinò di fucilarli e chiamò padre Marieluz per ascoltare le loro confessioni e prepararli alla morte. Alle nove di sera furono tutti giustiziati. Il generale però non era certo di aver scoperto tutti i cospiratori e convocò il cappellano, per chiedergli, in nome del Re, di rivelargli quanto gli era stato rivelato in confessione a proposito della congiura. Padre Marieluz oppose un deciso rifiuto, facendo appello al segreto confessionale. Rodil lo minacciò, accusandolo di tradire il Re, la patria il suo generale. «Io sono fedele al re, alla bandiera e ai miei superiori, ma nessuno ha il diritto di chiedermi di tradire il mio Dio. Su questo punto non posso obbedirvi», rispose con fermezza il sacerdote. A questo punto Rodil spalancò la porta e ordinò a un plotone di quattro soldati di entrare con i fucili pronti a sparare. Poi fece inginocchiare il religioso e gli gridò: «In nome del Re ti chiedo per l’ultima volta: parla!». «In nome di Dio non posso parlare», fu la tranquilla risposta di Pedro Marieluz Garcés, che pochi istanti dopo cadde colpito a morte, martire del segreto confessionale. Rodil al suo rientro in patria, fu insignito del titolo di marchese, divenne deputato, senatore, presidente del Consiglio dei Ministri, Gran Maestro della Massoneria. Pedro Marieluz Garcés attende di essere beatificato dalla Chiesa.

sabato 7 maggio 2016

“Erat tum Polóniæ rex Bolesláus, quem gráviter offéndit, quod illíus notam libídinem públice arguébat. Quare in solémni regni convéntu Stanisláum per calúmniam in judícium coram se vocári curat, tamquam pagum occupáret, quem ecclésiæ suæ nómine coémerat. Quod cum neque tábulis probáre posset, et testes veritátem dícere timérent, spondet epíscopus, se Petrum pagi venditórem, qui triénnio ante obíerat, intra dies tres in judícium adductúrum. Conditióne cum risu accépta, vir Dei toto tríduo jejúniis et oratióni incúmbit; ipso sponsiónis die, post oblátum Missæ sacrifícium, Petrum e sepúlcro súrgere jubet; qui statim redivívus, epíscopum ad régium tribúnal eúntem séquitur, ibíque, rege et céteris stupóre attónitis, de agro a se véndito et prétio rite sibi ab epíscopo persolúto testimónium dicit, atque íterum in Dómino obdormívit” (Lect. V – II Noct.) - SANCTI STANISLAI EPISCOPI CRACOVIENSIS ET MARTYRIS

La morte di questo eroico vescovo, compiuta dal re Boleslao II di Polonia, detto l’Ardito, ai piedi dell’altare, l’8 maggio 1079 (secondo altre fonti l’11 aprile di quell’anno), ha qualche cosa di tragico che ricorda l’assassinio di Zaccaria, figlio di Barachìa, perpetrato nel cortile dei sacerdoti di fronte al Santo dei santi. Quasi un secolo dopo, san Tommaso di Canterbury troverà una morte quasi simile a quella di san Stanislao nella sua propria cattedrale; anche oggi, per mettere meglio in evidenza la somiglianza che esiste tra questi due atleti del ministero pastorale, la colletta dell’uno si applica pure all’altro.
San Stanislao – il quale fu canonizzato in Assisi, nella basilica di San Francesco, da papa Innocenzo IV l'8 settembre 1253 – subì il martirio mentre, nella festa dell’Apparizione di san Michele, celebrava la messa solenne nell’oratorio dedicato al santo Arcangelo nei pressi di Cracovia, per mano dello stesso sovrano, dopo che le guardie si erano dovute ritirare perché impedite da una forza misteriosa. Il re gli assestò un fendente sulla testa con tale violenza da farne schizzare le cervella contro la parete. Non contento, tagliò il naso e le labbra al martire, e quindi diede ordine che il cadavere fosse trascinato fuori della chiesa, fatto a pezzi e disperso per i campi affinché servisse di cibo agli uccelli e alle bestie selvatiche. Il Signore, tuttavia, impedì che il resti del suo invitto atleta fossero offesi dagli animali: per questo fece sì che quattro aquile difendessero per due giorni le reliquie del santo e durante la notte esse rilucevano di uno strano splendore. Alcuni sacerdoti e pii fedeli, fatti audaci da quei prodigi, osarono, malgrado la proibizione del re, raccogliere quelle membra sparse, emananti un soave profumo, e seppellirle alla porta della chiesa di San Michele. Due anni più tardi il corpo di Stanislao fu trasportato a Cracovia e seppellito prima in mezzo alla chiesa della fortezza e poi, sotto il vescovo Lamberto II, nella cattedrale di Wawel di Cracovia (1088).
Il delitto non rimase senza conseguenze. Il santo pontefice Gregorio VII lanciò l’interdetto sul regno di Polonia, scomunicò Boleslao II e lo dichiarò decaduto dalla dignità regale. Il principe, perseguitato esternamente dalla riprovazione dei sudditi, straziato internamente dal rimorso dei crimini commessi, cercò rifugio presso san Ladislao I (+1095), re d’Ungheria, che lo accolse con bontà. Il pentimento non tardò ad impossessarsi del suo animo e allora intraprese un pellegrinaggio a Roma per implorare dal papa l’assoluzione dalle censure. Giunto ad Ossiach, nella Carinzia, la grazia lo spinse ad andare a bussare alla porta del monastero dei benedettini e chiedere di potervi passare il restante della vita come un fratello laico. Vi rimase sconosciuto fino alla morte (+1081 o 1082) dedito alla penitenza ed ai lavori più umili. Ieri l'Europa dei Papi e dei Santi, oggi l'Europa degli apostati e degli usurai.
Il santo vescovo fu trucidato perché, come novello Giovanni Battista o novello Elia contro Acab e la perfida Gezabele, aveva stigmatizzato – e per questo, in seguito, scomunicato – il re per la sua lussuria sfrenata, che l’aveva portato persino a rapire le belle mogli altrui. In uno scontro verbale, allorché il re fu minacciato di scomunica, Boleslao, ingiuriando grossolanamente il coraggioso prelato, gli disse: “Quando uno osa parlare con tanto poco rispetto ad un monarca, converrebbe che facesse il porcaio, non il vescovo”. Il santo, senza lasciarsi intimidire, rispose al sovrano: “Non stabilite nessun paragone tra la dignità regale e quella episcopale perché la prima sta alla seconda come la luna al sole o il piombo all’oro” («Novi, plane, quid Tuæ et Regiæ debeatur venerationi, nec in iis exequendis aliquid a me reor vel diminutum tibi, vel præreptum. Verum Apostolica, qua ego præditus sum potestas, superior multis gradibus Regia censenda, et a te procul dubio æstimanda est. Et, si utriusque ingenue nosse velis efficaciam et virtutem, quanto lunaris splendor erga solare jubar, et plumbi species erga auri fulgorem habetur inferior, tantum Regia dignitas est, si ad Apostolicam justa comparatione illam referas») (cfr. Jan Długosz, Vita et miracula Stanislai episcopi Cracoviensis, lib. I, Res gestæ et martyrium S. Stanislai, cap. V, Ob conjugatam a Rege vi raptam, aliis Episcopis tacentibus, acris admonitio S. Stanislai, § 55, in Acta Sanctorum, Maii, vol. II, Dies VII, Parigi-Roma 1866, p. 213).
Il santo è rappresentato solitamente con accanto a sé un morto da lui risuscitato, tale Pietro Miles, che fu ridestato dal sonno della morte dopo tre anni dal decesso perché testimoniasse, dinanzi al tribunale reale, a favore del santo, tra lo stupore dei presenti, di aver venduto un terreno, a Piotrawin, a Stanislao e di averne ricevuto da questi il prezzo (contrariamente a quanto avevano sostenuto i nipoti del defunto, i quali, su istigazione del re, avevano intentato la causa contro il Santo, accusato da loro di non aver pagato il prezzo del suolo) (cfr. ibidem, capp. VI, Ob villam Piotrawin emptam, evocatur e tumulo venditor, a triennio mortuus, e VII, Resuscitatus affirmata venditione ad tumulum reducitur: expenditur ipsius miraculi certitudo et exempli utilitas, §§ 57-83, in Acta Sanctorum, cit., pp. 213-218; Albert J. Herbert (a cura di), I morti risuscitati. Storie vere di 400 miracoli di risurrezione, Tavagnacco, 2010 rist., pp. 140-141). Dopo questa deposizione, il morto tornò alla tomba da cui era uscito affermando che preferiva tornare in Purgatorio – avendo la certezza della salvezza – e nondimeno scongiurando il santo presule di pregare Nostro Signore affinché gli abbreviasse le pene del Purgatorio (ibidem, p. 141).
La celebrazione della festa del santo martire, come rito semidoppio, quando fu introdotta nel calendario universale della Chiesa da papa Clemente VIII, nel 1595, poiché l’8 maggio è dedicato sin dall’Alto Medioevo a san Michele, fu fissata al giorno precedente. La festa fu elevata al rito doppio nel 1736.
Roma cristiana ha dedicato due chiese al nostro Santo. La prima, San Stanislao dei Polacchi, nel rione Sant’Angelo, in via delle Botteghe Oscure, ha origini medievali ed era denominata San Salvatore in pensilis de Sorraca. Questa, concessa dal papa Gregorio XIII al cardinale polacco Stanislao Osio, fu completamente riedificata nel 1582 e dedicata al martire oggi celebrato, patrono della Polonia, e vi fu annesso un ospizio per i poveri della nazione polacca (cfr. Mariano Armellini, Le chiese di Roma dal secolo IV al XIX, Tipografia Vaticana, Roma 18912, pp. 568-569; Ch. Huelsen, Le Chiese di Roma nel medio evo, Firenze 1927, pp. 449-450). La seconda chiesa, moderna, fu dedicata al nostro Santo, nel quartiere don Bosco, nel 1991, dal papa Giovanni Paolo II.
La messa è quella del Comune dei Martiri nel tempo pasquale, Protexisti, come il 24 aprile.
La prima colletta è propria; le altre due sono quelle della messa Sacerdotes, che sarebbe assegnata a questa festa se essa cadesse fuori del tempo pasquale, come abbiamo riportato il 16 dicembre.
Un semplice colpo d’occhio gettato sul Martirologio dimostra che l’immensa maggioranza dei santi che vi sono iscritti sono stati vescovi. La ragione ne è che le funzioni episcopali, ed, in generale, tutti gli incarichi ai quali sono congiunti la cura delle anime, portano con esse delle grazie di stato particolari, e pongono colui che li detiene nella necessità di tendere alla perfezione ed alla santità, sotto pena di non potere, se agisce diversamente, esercitare correttamente il proprio incarico pastorale. Nessuno deve elevarsi mai da sé stesso, né ambire uno stato al quale Dio, forse, non lo chiama: questo sarebbe chinarsi sul bordo di un precipizio. Quando, però, il Signore, tramite i suoi rappresentanti legittimi, chiama un’anima allo stato pastorale, questa, pure diffidando di se stessa, deve mettere in Dio la sua fiducia e mostrarsi umilmente riconoscente di essere così nella necessità di lavorare con zelo alla sua propria santificazione, condizione essenziale di quella del prossimo affidato alle sue cure e di cui deve rendere un conto rigoroso al Pastore e al Vescovo divino.




Jan Długosz, S. Stanislao (Święty Stanisław), Catalogus archiepiscoporum Gnesnensium - Vitae episcoporum Cracoviensium, XV sec., Biblioteka Narodowa, Varsavia 

S. Stanislao, 1515 circa, Muzeum Narodowe, Cracovia

Ambito lombardo, Beato Stanislao vescovo e martire, XVII sec., museo diocesano, Como

Tadeusz Kuntze, detto Taddeo Polacco, San Stanislao resuscita Pietro Milite per la controversia di Piotrowin, 1754-56, Chiesa di S. Stanislao dei Polacchi, Roma

Jan Matejko, Battaglia di Grunwaldem, 1878, Muzeum Narodowe, Varsavia.
La tela rievoca la celebre battaglia, svoltasi il 15 luglio 1410, tra le forze polacche, lituane e rutene alleate (coalizione Lituano-Polacca), guidate da Władysław II Jagiełło (granduca di Lituania e poi re di Polonia), contro i Cavalieri teutonici, guidati dal Gran Maestro Ulrich von Jungingen, e vinta dai primi per intercessione di S. Stanislao


Urna di S. Stanislao, 1670, Cattedrale Wawel, Cracovia

giovedì 21 aprile 2016

“Sed cum mox idem Willélmus rex vi et minis Ecclésiæ jura usurpáre tentásset, ipse sacerdotáli constántia réstitit; bonorúmque direptiónem et exsílium passus, Romam ad Urbánum secúndum se cóntulit: a quo honorífice excéptus et summis láudibus ornátus est, cum in Barénsi concílio Spíritum Sanctum étiam a Fílio procedéntem, contra Græcórum errórem, innúmeris Scripturárum et sanctórum Patrum testimóniis propugnásset” (Lect. VI – II Noct.) - SANCTI ANSELMI EPISCOPI CANTUARIENSIS, CONFESSORIS ET ECCLESIÆ DOCTORIS

Sant’Anselmo ha quasi diritto di cittadinanza nel Messale romano poiché risiedé qualche tempo a Roma ed, al Concilio di Bari, destinato a combattere lo scisma dei Greci, fu il miglior supporto di Urbano II nella lotta contro l’errore. Alla fine dell’800 (1892-1896), Leone XIII fece elevare sul colle Aventino, nel rione Ripa, in onore del santo dottore di Canterbury, su progetto dell’abate benedettino belga Ildebrando de Hemptinne, un’insigne basilica, di stile neoromanico, annessa al grande collegio universitario teologico dell’Ordine benedettino, che contava il Santo tra i suoi più gloriosi rappresentanti (sulla chiesa di Sant’Anselmo all’Aventino, cfr. Massimo AlemannoLe chiese di Roma moderna, vol. III. I Rioni Ripa e Testaccio e i quartieri del quadrante sud-est, Roma 2007, pp. 19-23). Oggi è sede dell’Abate Primate dell’Ordine in quanto Badia Primaziale.
Accanto alla chiesa hanno sede il Pontificio Ateneo Sant’Anselmo ed il Pontificio Istituto Liturgico.
Un’altra chiesa è stata dedicata nel 1989 a Roma al Santo dottore della Chiesa.
In onore di questo grande dottore, che ebbe il merito di preparare la strada, in qualche modo, all’edificio teologico dell’Aquinate, l’innario benedettino contiene questa bell’ode saffica:


Sul suo letto di morte, Leone XIII compose pur’egli dei versi in onore di sant’Anselmo e li fece portare subito all’abate della sua nuova basilica aventina, come un ultimo pegno della devozione che nutriva verso il grande dottore e l’ordine benedettino che l’aveva formato.
La messa è quella del Comune dei Dottori come il 29 gennaio.
Quest’illustre confessore della fede e della libertà della Chiesa, fuggitivo ed esule, trovò a Roma, come d’altronde sant’Atanasio, e presso il beato Urbano II, accogliente benevolenza e protezione. La storia ha registrato come un titolo speciale di gloria per la sua memoria una delle sue parole, energica e piena di fede allo stesso tempo, scrivendo al re di Gerusalemme, Baldovino: «Nihill magis diligit Deus in hoc mundo quam libertatem Ecclesiæ suæ. ... Liberam vult esse Deus sponsam suam, non ancillam»; «Dio non ama null’altro in questo mondo che la libertà della sua Chiesa. … Dio vuole che la sua sposa sia libera non già schiava» (Sant’Anselmo, Ep. Ad Balduinum regem Hierusalem, in Epistolæ, lib. IV, ep. 9, in PL 159, col. 206B).




Medaglia commemorativa di Leone XIII della Fondazione del Collegio Anselmiano, 1895



S. Anselmo, vetrata, XIX sec.

S. Anselmo, vetrata, XIX sec., chiesa di Our Lady and the English Martyrs (OLEM), Cambridge

sco Romanelli, Incontro della contessa Matilde con S. Anselmo alla presenza di papa Pasquale II, 1637-1642, Pinacoteca vaticana, Vaticano

Josef Ferdinand Fromiller, La Vergine Maria col Bambino appaiono a S. Anselmo, XVIII sec.,  Monastero, Ossiach

lunedì 7 dicembre 2015

Quando i santi perdono la pazienza, iniziano a usare le mani per predicare il vangelo...

Abbiamo accennato ieri, parlando di S. Nicola, all’episodio del suo celebre schiaffo all’eretico alessandrino Ario nel corso del Concilio di Nicea; un episodio che da solo valse al nostro Santo il titolo di Confessore.
Anche S. Ambrogio non fu da meno nei confronti degli eretici. Famoso fu il suo scontro, nella c.d. controversia delle basiliche, con il vescovo ariano Mercurino Aussenzio (detto Aussenzio II), chiamato dall’imperatrice Giustina, che, come il suo predecessore Aussenzio (Aussenzio I), voleva allontanare i fedeli dalla vera fede con metodi violenti. Nell’Epistola contra Auxentium (Ep. 75), Ambrogio oppose la moderazione dimostrata da Cristo nell’episodio della cacciata dei mercanti dal tempio (Gv 2, 13-22), alla crudeltà con cui Aussenzio e Mercurino Aussenzio perseguitavano i veri cattolici: «Paucos excludebat Dominum Jesus de templo suo; Auxentius nullum reliquit. De templo suo Jesus flagello eicit, Auxentius gladio; Jesus flagello, Mercurinus securi. Pius Dominus flagello exturbat sacrilegos; nequam [Auxentius] persequitur pios ferro». Il flagello di Cristo contro la spada dell’ariano. Il flagello è lo strumento di Dio per punire i sacrileghi e gli eretici; uno strumento selettivo, di moralitas, di misericordia, di una persuasione cedevole (inflexa), che non uccide; la spada è, invece, il modo in cui gli iniqui perseguitano i cattolici. Persino Montini rimaneva turbato il giorno della prima festa del Santo Arcivescovo a Milano il 7 dicembre 1955: «Perché Ambrogio, Patriarca nostro, vieni a noi incontro col braccio alzato, impugnando minaccioso il flagello, quasi codesto fosse il tuo gesto caratteristico, o quasi noi meritassimo in sempiterno d’essere colpiti dalla tua sferzante severità? Come mai l’arte dimentica le sue prime espressioni, che davano altra figura e traducevano nella rigidità di linee faticate e modeste un sembiante grave, quale si addice a volto romano delineato da mano primitiva, ma mansueto e ieratico, non dissonante ai dolci e sacri nomi di vescovo e di padre? È dunque il timore il sentimento con cui dobbiamo a te avvicinarci, curvi sotto l’atteso del tuo scudiscio, piuttosto che chinati dalla riverenza amorosa del tuo culto?» (Giovanni Battista Montini, Nove ritratti di sant’Ambrogio, Città del Vaticano, 1974, p. 17).
Ne restano turbati in verità gli eretici. La corte imperiale - filoariana – infatti dipinse il nostro Santo come tyrannus e parlò della sua opposizione alla decisione imperiale di cessione di basiliche cattoliche agli ariani come di usurpazione. In verità, come nota anche la storica Marta Sordi, si trattava di una lotta per la libertà della Chiesa, che non poteva cedere proprie chiese agli eretici né poteva esservi obbligata da autorità esterne (cfr. Marta Sordi, La grandezza di Ambrogio, in Il Timone, dic. 2002).


Alvise Vivarini e Marco Basaiti, Pala di S. Ambrogio, 1503, Cappella dei Milanesi, Basilica di Santa Maria Gloriosa dei Frari, Venezia

Paris Bordon, Sacra famiglia con Sant'Ambrogio che presenta un offerente, 1526, Pinacoteca di Brera, Milano

Scipione Delfinone e Camillo Pusterla, Primo gonfalone di Milano detto anche Gonfalone di S. Ambrogio, 1566, musei del Castello Sforzesco, Milano

Mattia Preti, S. Ambrogio scrive i suoi Commentari con in mano il flagello, 1642, museo diocesano, Milano

Carlo Francesco Nuvolone, Sant'Ambrogio, 1645, museo diocesano, Milano

Quando i santi perdono la pazienza, iniziano a usare le mani per predicare il vangelo...


San Nicola è ricordato come un santo che ama i bambini, che pensava alle ragazze da maritare, che veglia sui marinai e porta regali ai poveri.... Tutto vero, ne abbiamo parlato negli anni scorsi (vedi qui), ma tutto questo zucchero alla Babbo Natale rischia di far dimenticare anche un altro lato del santo vescovo di Myra, che ci mostra come andasse a finire lo sfibrante dialogo teologico tra i focosi pastori del IV secolo.
Siamo nel 325, san Nicola è uno dei Padri del I Concilio Ecumenico della Chiesa, il Concilio di Nicea.
Ario è chiamato a difendere la sua posizione che propugna l'inferiorità di Cristo rispetto al Padre. San Nicola ad un certo punto del discorso non si tiene più, non ce la fa a continuare ad ascoltare le elucubrazioni senza senso di Ario. Così si alza, si avvicina all'eretico e lo stende a terra con un gancio! E' successo davvero e questo evento storico viene non poche volte immortalato negli affreschi di chiese bizantine (come si vede dalle immagini allegate in questo post).
Tanto che l'Imperatore Costantino, presente alla scena, e gli altri vescovi in aula, scandalizzati dall'azione violenta di Nicola contro Ario, immediatamente spogliano Nicola del suo ufficio episcopale e gli confiscano i due simboli del suo rango di vescovo cristiano, ovvero la sua copia personale del libro dei Vangeli e il pallio (chiamato 'omophorion' che  in oriente è il paramento tipico di tutti i vescovi).
Nicola così spogliato fu rinchiuso in cella a sbollire. Mentre era in prigione per la sua scazzottata con l'eretico, quella stessa notte, gli vennero a far visita Cristo e la Beata Vergine Maria. Nostro Signore chiese a san Nicola: "Perché sei qui?" e Nicola rispose: "Perché ti amo, mio Signore e mio Dio"! 
Cristo allora diede in regalo a Nicola la copia dei santi Vangeli che portava con sé e subito dopo, la Vergine santa rivestì Nicola con il pallio episcopale, segnalando così che era stato restituito alla sua dignità di vescovo.
Questa storia ci chiarisce come mai nelle icone san Nicola sia spesso affiancato dalle due piccole figure di Cristo e della Vergine intenti a passargli un libro e un pallio episcopale, simboli che sempre Nicola porta addosso nelle raffigurazioni a lui dedicate.
Quando poi l'Imperatore Costantino sentì del miracoloso intervento a favore di Nicola, ordinò che egli fosse subito liberato e ristabilito come vescovo del Concilio. Il Credo di Nicea che alla fine condannò Ario e le sue empie dottrine fu poi firmato anche da san Nicola. E fino ad oggi ricordiamo come uno dei suoi più grandi regali la fede nella divinità di Gesù Cristo, consustanziale con il Padre, che Nicola, Atanasio e tanti altri santi hanno difeso con tutte le forze.... e che forze!

Altra immagine del Santo vescovo mentre percuote l'eretico Ario

lunedì 25 maggio 2015

“Nam, potens ópere et sermóne, ecclesiásticæ disciplínæ reparándæ, fídei propagándæ, libertáti Ecclésiæ restituéndæ, exstirpándis erróribus et corruptélis tanto stúdio incúbuit, ut ex Apostolórum ætáte nullus Pontíficum fuísse tradátur, qui majóres pro Ecclésia Dei labóres molestiásque pertúlerit, aut qui pro ejus libertáte ácrius pugnáverit” (Lect. V – II Noct.) - SANCTI GREGORII VII, PAPÆ ET CONFESSORIS



La storia di questo Papa coraggiosissimo, un tempo abate zelatissimo del monastero di San Paolo a Roma, offre numerosi punti di somiglianza con quella del grande sant’Atanasio, poiché, se questi fu, nel IV sec., l’invincibile campione della divinità del Verbo, nell’IX sec., quando la Chiesa giaceva, avvilita, ai piedi del trono germanico, al quale l’aveva asservita l’incapacità, l’incontinenza e la venalità di un gran numero di suoi ministri, Gregorio si levò arditamente e, riponendo la sua fiducia in Dio, solo contro tutti, combatté con coraggio per la libertà della sposa mistica del Salvatore. Atanasio aveva errato sulla terra, senza trovare un luogo sicuro dove sfuggire alle insidie del mondo intero in congiura contro di lui; Gregorio, dal canto suo, detestato dai suoi nemici, incompreso dai suoi stessi amici, senza risorse e senza alcun aiuto umano, s’abbandonò completamente a Dio, portato sulle ali della sua fede e sopportò con coraggio l’incendio della metropoli pontificia, le collere popolari sino alla morte in esilio.
Le ultime parole dell’intrepido Pontefice mostrano bene la tempra energica della sua anima: «Dilexi justitiam et odivi iniquitatem, propterea morior in exilio» «Ho amato la giustizia ed ho odiato l’iniquità: per questo muoio in esilio», sono nella prima parte le parole del Sal. 45 (44). Il salmo prosegue «perciò Dio mi unse con olio di esultanza», ma il Papa concluse con amarezza «per questo muoio in esilio».
Egli non si pente del suo passato; alla soglia dell’eternità, il suo giudizio sugli uomini e sui tempi non differiscono da quello che egli si formò durante la sua vita; Gregorio benedì colui che si prosternò davanti alla sua autorità pontificale, ma, nel momento stesso di entrare in Cielo, ne chiuse risolutamente le porte all’imperatore Enrico IV, ai suoi ministri ed a quelli che negavano di sottoporsi alla sua autorità apostolica (+ 1085).
Roma cristiana conserva ancora molti ricordi di questo Papa energico e coraggioso. Nacque ai piedi del Campidoglio, presso la diaconia di Santa Maria in Porticu, che fece restaurare quando fu pontefice e di cui consacrò l’altare maggiore. Giovane, Ildebrando professò la Regola del patriarca di Montecassino nel piccolo monastero di Santa Maria all’Aventino, laddove si eleva oggi il priorato dei Cavalieri di Malta. Il suo benamato maestro, Graziano, essendo divenuto papa sotto il nome di Gregorio VI, Ildebrando l’accompagnò dapprima al Laterano, poi, dopo la sua abdicazione, lo seguì sul cammino dell’esilio in Germania. Ritornato a Roma con il papa lorenese san Leone IX del quale fu consigliere, Ildebrando, nel 1049, fu nominato da lui abate (Provvisor Apostolicus dell’Abbazia) di san Paolo, dove restaurò la disciplina monastica decaduta, e fece elevare i monaci ad una altezza di virtù che, nelle sue lotte posteriori per la libertà della Chiesa, egli mise un’immensa confidenza nelle loro sante preghiere.
Per onorare la basilica dell’apostolo, Ildebrando, Provvisor Apostolicus, aiutato dal console Pantaleone de Comite Maurone (Mauroni) d’Amalfi (questi apparteneva ad una delle famiglie più importanti di Amalfi, non tanto per il ruolo politico ricoperto quanto per il vasto “impero” commerciale gestito in diverse città del Mediterraneo, tra le quali Costantinopoli, dove addirittura gli amalfitani occupavano un proprio intero quartiere affacciato sul Corno d’Oro. Pantaleone, che già aveva donato al duomo della sua città, dei battenti bronzei analoghi, si fece carico della spesa, nonostante, in quei tempi, i rapporti con Roma non fossero amichevoli), fece fondere, nel 1070, a Costantinopoli due grandi porte di bronzo ricoperte di argento, che esistono ancora. Sui due battenti, in altrettanti scompartimenti (ben 54!), sono rappresentati le differenti scene della vita del Salvatore, degli Atti degli Apostoli e del loro martirio, oltre a figure di profeti. Questo prezioso lavoro fu eseguito, come dice l’epigrafe dedicatoria:

ANNO • MILLESIMO • SEPTVAGESIMO • AB • INCARNATIONS • DNI • TEMPORIBVS
DNI • ALEXANDRI • SANCTISSIMI • PP • QVARTI • ET • DNI • ILDEPRAN
DI • VENERABILI • MONACHI • ET • ARCHIDIACONI
CONSTRVCTE • SVNT • PORTE • ISTE • IN • REGIA • VRBE • CONP
ADIVVANTE • DNO
PANTALEONE • CONSVLEI • QVI
ILLE • FIERI • IVSSIT

L’abbazia di San Paolo conserva un’altra preziosa reliquia di Gregorio VII: la meravigliosa bibbia di Carlo il Calvo, magnificamente miniata, e che Gregorio VII aveva ricevuto in dono da Roberto il Guiscardo, a titolo di omaggio di fedeltà alla sede di san Pietro. In effetti, nella prima pagina, si legge il giuramento del Normanno al Pontefice; questi volle che la custodia di questo importante e prezioso manoscritto fosse affidata ai cari monaci dell’abbazia di San Paolo.
All’interno di questo monastero si trova un grazioso oratorio solennemente consacrato, ricco di indulgenze e di sante reliquie, e dedicato al santo Pontefice. Questo è forse il solo santuario al mondo che sia eretto alla memoria di san Gregorio VII.
Nell’ecclesia Pudentiana si trova un’iscrizione che ci attesta che questa chiesa fu restaurata sotto il pontificato di san Gregorio VII:

TEMPORE • GREGORII • SEPTENI • PRAESVLIS • ALMI

Nella cripta della basilica di Santa Cecilia a Trastevere, si conserva l’iscrizione commemorativa della dedicazione di un altare che lo menziona ugualmente. Il cippo di marmo, piazzato sotto l’altare maggiore dell’antica diaconia in Porticu Gallatorum, è ancora più importante; vi si legge una lunga iscrizione che comincia con i versi seguenti:

SEPTIMVS • HOC • PRAESVL • ROMANO • CVLMINE • FRETVS
GREGORIVS • TEMPLVM • CHRISTO • SACRAVIT • IN • AEVVM

Segue una lunga lista di reliquie deposte in questa circostanza nell’altare dal grande Pontefice.
Nella raccolta di iscrizioni di Pietro Sabino, nel XV sec., si trova un’epigrafe copiata in domo cujusdam marmorarii ad radices caballi e che menziona anche Gregorio VII:

TEMPORE • QVO • GREGORIVS • ROMANAE • VRBIS • SEPTIMVS
AD • LAVDEM • MATRIS • VIRGINIS • SIMVLQVE • ALMI • BLASII

È difficile identificare questa chiesa di San Biagio, poiché molte erano dedicate a Roma, in quel tempo, a questo celebre martire armeno. Quello che scrive lo storico protestante Ferdinand Gregorovius nella sua Storia della Città eterna (Geschichte der Stadt Rom im Mittelalter) è dunque inesatto, quando condanna quasi il nostro Pontefice alla damnatio memoriae, accusandolo di non aver fatto nulla per salvare Roma dalla devastazione della conquista di Enrico IV e dal saccheggio delle truppe “amiche” normanne di Roberto il Guiscardo (contrapponendo così questo Pontefice al predecessore Gregorio Magno, che salvò Roma dai longobardi), e pretendendo che Roma non conservi più nulla di lui. No, essa, al contrario, custodisce ancora di Gregorio dei ricordi preziosi, delle reliquie, una parte del suo Registrum epistolarum, e qualche monumento epigrafico; di più, se il suo corpo giace in esilio a Salerno, lo spirito del grande Papa vola ancora intorno alle basiliche degli apostoli Pietro e Paolo, poiché il pontificato romano continua sempre, incrollabile, la grande missione di Ildebrando, missione di libertà e di santità, per la salvezza dei redenti.
Morto a Salerno il 25 maggio 1085, non fu oggetto di alcun culto prima che il Baronio ne inserisse il suo elogio nel martirologio del 1584: Ecclesiasticam libertatem a superbia principum suo tempore vindicavit, et viriliter pontificia auctoritate defendit. Il Papa Paolo V autorizzerà la celebrazione della sua festa a Salerno nel 1609. Clemente XI l’estese alle basiliche romane ed all’ordine benedettino nel 1719.
L’ufficio di san Gregorio VII fu esteso nel 1728 da Benedetto XIII alla Chiesa universale come rito doppio; incontrò tuttavia una forte opposizione nel nord dell’Italia, in Francia, nei Paesi Bassi e in Austria, opposizione che durò quasi un secolo. Odiato durante la sua vita dai partigiani della supremazia del potere civile e dai nemici della libertà e della santità della Chiesa, Gregorio, più di seicento anni dopo la sua morte, ritrovò dinanzi a lui passioni, rancori ed odi che non erano stati sopiti durante tutto il tempo trascorso. Ma quest’odio incarnato dai nemici della Chiesa contro il grande Pontefice costituisce precisamente la più gloriosa aureola attorno alla sua fronte, poiché il suo stesso nome è il programma ed il simbolo della santità e della libertà della Sposa di Cristo. Questa venera Gregorio tra i santi, mentre gli empi maledicono il suo stesso ricordo.
Anche oggi l’opera di questo vero Vicario di Cristo è misconosciuta ed odiata. Ad es., c’è anche chi, sbagliando, parlando ai nostri tempi del celibato sacerdotale, quasi che si tratti di un “problema da risolvere”, afferma che esso nacque nel X sec., cioè proprio all’epoca del nostro santo. Meglio, il riferimento è giusto al pontificato del nostro papa Ildebrando. All’interno della Chiesa, in effetti, quel santo pontefice dové affrontare – e curare – grazie anche al contributo di san Pier Damiani, due piaghe virulente, generate proprio dalle commistioni del clero col potere laico: il concubinaggio ovvero il fatto che diversi sacerdoti e prelati, in maniera sacrilega, violando le loro promesse, vivevano in maniera illecita con donne; e la simonia, ovverosia la “vendita delle cose sacre”.
Per risolvere questi problemi, Gregorio VII non intervenne allargando le maglie e limitando il celibato sacerdotale. Al contrario, intervenne con grande durezza per riportare la santità del clero e riportare i sacerdoti alla santità, mediante il totale distacco dai beni e dai sensi, affinché fossero consacrati interamente a Dio ed alla sua causa. E ci riuscì.
Quando però salirono al soglio pontificio papi più deboli, e talora dalla condotta di vita personale non esemplare, il problema tornò a presentarsi. San Gregorio, del resto, non impose una legge nuova, ma richiamò all’osservanza della vecchia legge della Chiesa, che era la legge di Dio. Egli conosceva bene la lode riservata dall’Apocalisse a coloro che si dedicano alla sequela totale dell’Agnello: «Questi non si sono contaminati con donne, sono infatti vergini e seguono l’Agnello dovunque va. Essi sono stati redenti tra gli uomini come primizie per Dio e per l’Agnello» (Ap. 14, 4). I sacerdoti, “redenti tra gli uomini”, che “non si sono contaminati con donne”, e sono dunque “vergini”, e “seguono l’Agnello dovunque va”, sono considerati “primizie per Dio e per l’Agnello”.
Le spoglie mortali dell’eroico Pontefice riposano oggi ancora in esilio nella cattedrale di Salerno, poiché nessuno ha mai osato toglierle da quel luogo in cui Gregorio soccombé alle fatiche ed alle prove del suo pontificato. Di fatto, l’esilio è il suo luogo storico; è il fondo del quadro da dove emerge e su cui si stacca mirabilmente la sua nobile figura di atleta della libertà della Chiesa e della santità del sacerdozio.
La messa, anteriore al 1942, era dal Comune dei Pontefici, Statuit, con la lettura evangelica tratta da san Matteo (Mt 24, 42-47). Il Signore ha stabilito i vescovi come sorveglianti della sua casa, durante la sua assenza. Questo è il loro ufficio: vegliare al fine di poter provvedere ai bisogni spirituali dei loro compagni di servizio e di dissipare le insidie di Satana, che senza sosta gira intorno al gregge per massacrarlo. Il Signore tornerà la notte, all’improvviso. Beati coloro che la morte troverà attivi al proprio posto.
La colletta è propria ed evidenzia il segreto di tanta tenacità ed intrepidezza da parte di Ildebrando. Egli confidava in Dio e Dio è più forte di Enrico IV e dei suoi ausiliari. Come osserva l’apostolo san Pietro, il Signore accorda una grazia insigne ad un’anima quando la fa soffrire molto per la causa di Dio. In effetti, poiché tutte le nostre perfezioni consistono nell’imitazione di Gesù Cristo, nulla fa partecipare così intimamente al suo spirito che la croce e la sua sofferenza per Dio stesso.
Dal 1942, la messa è dal Comune dei romani Pontefici.

Eduard Schwoiser, Enrico IV a Canossa, 1852, Stiftung Maximilianeum, Monaco

Saverio Dalla Rosa, S. Anselmo designato vescovo da S. Gregorio VII su indicazione di Matilde di Canossa, 1781, Basilica di S. Benedetto, Polirone

Rudolph Blättler, Enrico IV finge di sottomettersi a S. Gregorio VII, XIX sec.

Luigi Morgari, S. Gregorio VII, 1896-1900, Chiesa di S. Alessandro, Bergamo

Sepolcro originario del papa S. Gregorio VII, Cattedrale, Salerno

Tomba di papa Gregorio VII, Cattedrale, Salerno. Sotto la tomba sono state impresse le ultime parole del papa: “Dilexi iustitiam, odivi iniquitatem, propterea morior in exsilio”.