Sante Messe in rito antico in Puglia

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lunedì 2 ottobre 2023

Nuovi Dubia e Sinodo sulla sinodalità (o della discordia)

1. Abbiamo pubblicato, in assoluta anteprima, in data odierna, festa dei Santi Angeli Custodi, insieme ad alcune testate, nazionali ed internazionali, i testi integrali della Notifica ai fedeli di Cinque Cardinali (i cardd. Walter Brandmüller, Raymond Leo Burke, Juan Sandoval Íñiguez, Robert Sarah e Joseph Zen Ze-kiun), della lettera inviata alla Santa Sede circa i primi Dubia (10.7.2023) e della lettera dei nuovi Dubia (datata 22.7.2023) sempre inviata alla medesima (21.8.2023).

2. Per chiarire questa pubblicazione è bene ripercorrere brevemente l’antefatto. I cinque cardinali firmatari, in ragione della loro responsabilità di assistenza alla Sede Petrina nella cura quotidiana della Chiesa universale, allarmati – come si legge nella Notifica ai fedeli laici a norma del can. 212 § 3 del Codice di diritto canonico – da «varie dichiarazioni di alcuni alti Prelati inerenti alla celebrazione del prossimo Sinodo dei Vescovi, palesemente contrarie alla costante dottrina e disciplina della Chiesa, e che hanno generato e continuano a generare tra i fedeli e in altre persone di buona volontà grande confusione e la caduta in errore», manifestando, al contempo, la loro preoccupazione circa quanto si prospetta nell’assemblea sinodale di prossima apertura, sottoponevano a Francesco, con lettera del 10.7.2023, cinque Dubia affinché lo stesso potesse, attraverso i suoi responsa [risposte], ribadire la dottrina e la disciplina della Chiesa.

Le ragioni di preoccupazione, tra le altre cose, derivavano dal fatto che, per un verso, da più parti si erano sollevate questioni circa la possibilità di benedire le unioni tra persone dello stesso sesso (in questo senso, pioniere sono state le chiese tedesca ed olandese: cfr. Gianni Cardinale, Benedizioni delle coppie omosessuali e celibato, strappo della Chiesa tedesca, in Avvenire, 11.3.2023; Tonia Mastrobuoni, Il sinodo tedesco sfida il Vaticano: "Sì alle benedizioni delle coppie dello stesso sesso", in La Repubblica, 10.3.2023; Innocenzo, “Per le coppie che si amano”. Il documento del sinodo cattolico tedesco sulla benedizione delle unioni omosessuali, in Progetto Gionata, 6.4.2023; Leone Grotti, Coppie gay. Cattolici e anglicani cedono alla «dittatura del relativismo», in Tempi, 2.9.2023; Luisella Scrosati, «Noi vescovi belgi benediciamo le coppie gay, con l’ok del Papa», in LNBQ, 22.3.2023); per altro verso, anche l’Instrumentum Laboris del c.d. Sinodo sulla sinodalità, lungi dal fugare questi timori,  non mancava di destare non pochi allarmi nei più attenti osservatori (cfr. Nico Spuntoni, Il Sinodo dei timori: aria di scisma nella Chiesa di Francesco?, in Il Giornale, 27.8.2023;  Jacopo Scaramuzzi, La spinta del sinodo su gay, donne diacono e preti sposati: “La crisi degli abusi chiede alla Chiesa una riforma”, in La Repubblica, 20.6.2023).

Tematica, questa, altamente divisiva all’interno della Chiesa (cfr. di recente: „Christen verschanzen sich nicht hinter glaubensfeindlichen Ideologien“, in Kath.net, 29.9.2023, trad. it. Card. Müller: “Una ‘benedizione’ fittizia di coppie dello stesso sesso non è solo una bestemmia contro il Creatore del mondo e dell’umanità, ma anche un grave peccato contro la salvezza delle persone interessate”, in Blog di Sabino Paciolla, 30.9.2023; Mons. Joseph E. Strickland, Vescovo Strickland: Dio non benedice e non può benedire il peccato, in Osservatorio Internazionale Card. Van Thuan, 28.9.2023).

Oltre al thema della benedizione delle unioni tra persone dello stesso sesso (su cui, peraltro, la Congregazione per la dottrina della fede, con un Responsum del 22.2.2021, aveva dato già risposta negativa), altro timore destava la questione dell’accesso agli ordini sacri delle donne, in primis al diaconato, svuotando di significato il Magistero pontificio sul punto. Lo stesso Giovanni Paolo II, approvando il Responsum ad dubium del 28.10.1995 (v. nota di commento qui), in effetti, chiariva che la Lett. ap. Ordinatio Sacerdotalis del 1994 aveva avuto l'intento e l'effetto di certificare, per così dire, che quella dottrina fosse già stata proposta infallibilmente dal Magistero ordinario e universale, e quindi andava creduta per Fede. Tale orientamento era stato mantenuto lodevolmente dall’allora Congregazione per la dottrina della Fede con nota del 29.5.2018 (cfr. Gianni Cardinale, Dottrina della fede: il «no» alle donne prete è definitivo, in Avvenire, 30.5.2018).

Trattandosi di questioni attinenti direttamente al depositum fidei ed a Verità rivelate e definitive, esse non avrebbero dovuto neppure esse discusse nell’ambito di un sinodo né presentate come oggetto di disquisizione nell’ambito di un Instrumentum Laboris.

Ad colorandum, come ulteriore motivo di allarme vi era la prospettata decisione circa l’abolizione generalizzata, per la Chiesa latina, dell’obbligo del celibato sacerdotale, come richiesto, del resto, dallo stesso sinodo tedesco.

Ad onor del vero, quello del celibato sacerdotale è stato da secoli un tema caro ai Germani. Nel XVI sec., cioè all’indomani della rivolta luterana, vi fu un ampio dibattito sul celibato e sulla partecipazione dei fedeli alla messa. Il papa, sotto la pressione dell’imperatore Massimiliano II d’Asburgo, succeduto al padre Ferdinando I, nel luglio 1564, istituì a Roma una commissione di cardinali, canonisti e teologi per discutere circa il connubio dei preti: questo era un tema talmente scottante da costituire, all’epoca, il più importante negoziato tra il papa e l’imperatore del tempo. Nulla di nuovo sotto il sole, quindi, rispetto a quanto oggi accade. Pio IV ed il suo entourage, infatti, conducevano una politica di «iucunda concordia», come fu definita, con la corte imperiale, «cercando soluzioni di compromesso sia con Ferdinando sia con il figlio» (così ricorda Elena Bonora, Giudicare i vescovi. La definizione dei poteri nella Chiesa postridentina, Roma-Bari, Laterza, 2007, p. 255).

Tornando al nostro tema, quindi, i Dubia dei cardinali nascevano a ragion veduta.

La formulazione dei Dubia, infatti, afferiva proprio su questi aspetti controversi nella Chiesa di oggi, col chiaro intento di provocare (se così possiamo dire) un chiaro intervento magisteriale che fosse in grado di superare le perplessità suscitate dall’Instrumentum Laboris e che estromettesse, di fatto, dalla discussione quelle questioni su cui il Magistero si fosse pronunciato autorevolmente, scongiurando al contempo il pericolo di uno scisma lacerante per la Catholica.

3. Bergoglio, con straordinaria celerità, con lettera da lui firmata dell’11.7.2023, forniva delle risposte, le quali, in verità, lasciavano aperte le questioni a lui sottoposte ed al contempo adombravano nuove perplessità.

I cinque porporati, dopo aver studiato con attenzione la lettera bergogliana, ravvisavano che essa non riscontrava, come sarebbe stato d’uopo in simili frangenti, in maniera lapidaria (con un  o con un No), mantenendo un tono equivoco ed ambiguo, secondo uno stile a cui da tempo Francesco ci ha abituati: lo stile del “sì, ma anche no” o, se vogliamo, del “ni, che non è sì, ma neanche no”. Uno stile, se per questo, tutt’altro che assimilabile a quello evangelico: «Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno» (Mt. 5, 37).

Un Dubium, in effetti, lo diciamo per chi fosse non avvezzo ai lavori ed al linguaggio ed alla prassi ecclesiastica, rappresenta – dal punto di vista teologico-canonico – un atto giuridico con il quale si chiede alla Sede Apostolica, ovvero ad un Dicastero della Curia romana (ad es., il Dicastero della Dottrina della Fede), la risoluzione di una o più quaestiones giuridico-teologiche sollevate, come avviene normalmente, da pastori o anche da fedeli, che hanno bisogno di un chiarimento orientativo, appunto, su una questione controversa di fronte all’incertezza suscitata da affermazioni o da prassi problematiche circa ambiti decisivi per la vita o la fede cristiana. La risoluzione di un Dubium si concreta, appunto, in un Responsum ad dubium, mediante un atto avente comunque valenza canonica (e, vista la natura dei Dubia formulati, anche teologica) (ad es., un rescritto) per tutta la Chiesa.

Al contrario, la risposta di Francesco era ritenuta – dai cinque cardinali – del tutto inadeguata allo scopo. E, possiamo dire, non pertinente con la natura dell’atto richiesto. Per questa ragione, si legge nella Notifica, riformulavano «dubia per suscitare una risposta chiara, basata sulla perenne dottrina e disciplina della Chiesa», che venivano sottoposti nuovamente alla Sede Petrina, a cui però Francesco, ad oggi, non forniva alcuna risposta.

Del resto, non si sperava in una risposta da parte di questi. Lo lasciava intendere, qualche tempo fa, il neo-cardinale Víctor Manuel Fernández, neo-prefetto del Dicastero per la dottrina della fede, il quale, in un’intervista per La Civiltà cattolica, parlando dell’Esort. Ap. Amoris laetitia, così commentava: «Francesco ha subito inviato loro una lettera formale, confermando che il senso del capitolo VIII dell’AL è questo. Ma ha aggiunto: “Non ci sono altre interpretazioni”. Non è necessario attendersi risposte diverse dal Papa. Tanto gli orientamenti quanto la lettera del Pontefice sono stati pubblicati negli Acta Apostolicae Sedis, insieme a un rescritto che li dichiara “magistero autentico”. Di conseguenza non ci sono più dubbi, ed è chiaro che il discernimento che tiene conto dei condizionamenti o fattori attenuanti può avere conseguenze anche nella disciplina sacramentale» (Antonio Spadaro, Vita e dottrina nella fede Un dialogo con mons. Víctor Manuel Fernández, in La Civ. catt., q. 4158, 16.9.2023).

4. Per tale ragione, i Cardinali, vista la gravità dei temi affrontati dai Dubia, nonché delle materie che saranno trattate dell’imminente Sinodo sulla sinodalità, che rischia di avere effetti dirompenti sulla Chiesa e che rischia di far compiere alla stessa un percorso non dissimile da quello compiuto dalla comunità anglicana (ad es., con riferimento all’ordinazione delle donne), decidevano di dar luogo alla pubblicazione dei primi Dubia (riscontrati da Francesco l’11.7.2023) e dei secondi Dubia (rimasti privi di risposta) e ciò al fine di salvare i fedeli dalla «confusione, errore e scoraggiamento», invitandoli a pregare per la Chiesa e per la Cattedra di Pietro, «perché il Vangelo sia insegnato sempre più chiaramente e seguito sempre più fedelmente».

Un atto di responsabilità pastorale, dunque, da parte di questi porporati al fine di far comprendere ai fedeli, per un verso, che ci sono voci che gridano nel deserto della dissoluzione odierna e, per altro verso, che stiano in guardia e non si facciano disorientare dinanzi allo scoperchiarsi di un vaso di Pandora dalle conseguenze imprevedibili per la fede ed, in generale, per la vita cristiana (cfr. Roberto de Mattei, Il Sinodo sulla Sinodalità: un “vaso di Pandora” dalle conseguenze imprevedibili, in Corrispondenza romana, 20.9.2023).

Augustinus Hipponensis

venerdì 13 aprile 2018

Santa Gemma, dalla passione nasce l'amore a Cristo

Due giorni fa abbiamo celebrato la festa di S. Gemma Galgani, di questa giovane mistica passionista, morta un Sabato Santo a soli 25 anni, nel 1903, cioè 115 anni fa, e che il papa Pio XII annoverò tra le Sante nel maggio 1940. Maestra di questa santa fu un’altra santa, cioè la beata Elena Guerra, apostola dello Spirito Santo, beatificata da Giovanni XXIII, pur ella morta, come l’allieva, un 11 aprile, ma undici anni dopo.
In onore di S. Gemma, rilanciamo questo contributo, pubblicato anche su Chiesa e postconcilio.




Lapide apposta sulla facciata di casa Giannini, a Lucca

Santa Gemma, dalla passione nasce l'amore a Cristo

di Ermes Dovico

Centoquindici anni fa nasceva al cielo santa Gemma Galgani e allora è quantomai opportuno ricordare in che cosa consistette la santità di questa giovane straordinaria, così cara alla pietà cristiana e altrettanto incomprensibile per chi non crede in Cristo crocifisso e risorto.


Centoquindici anni fa nasceva al cielo santa Gemma Galgani (1878-1903) e allora è quantomai opportuno ricordare in che cosa consistette la santità di questa giovane straordinaria, così cara alla pietà cristiana e altrettanto incomprensibile per chi non crede in Cristo crocifisso e risorto. In occasione della sua canonizzazione, nel 1940, Pio XII la definì la “stella” del suo pontificato e la chiamò “viva immagine di Gesù Cristo”, parole che ben riflettono i suoi 25 anni di vita terrena, segnati dall’esperienza di un dolore e di un amore ineffabili, che sperimentò di pari passo al crescere dei doni soprannaturali con cui Nostro Signore andava arricchendola.

Il primo luogo in cui imparò ad amare Dio fu la famiglia, dove pure non le mancarono le sofferenze. Quinta di otto figli, Gemma nacque a Capannori, nei pressi di Lucca, da un farmacista di nome Enrico e da Aurelia Landi. Fu in particolare la madre a trasmetterle l’inclinazione ai beni celesti, come Gemma ricordò nella sua Autobiografia, scritta nel 1901 in obbedienza a padre Germano, un passionista che era diventato il suo direttore spirituale e che lei prese a chiamare “babbo mio”. La madre le disse che Gesù era morto in croce per amore degli uomini, le insegnò le prime devozioni e preghiere, che la bimba apprese anche all’asilo delle sorelle Vallini, dalle quali fu mandata a due anni e che al processo per la sua canonizzazione diranno: “… mostrò sviluppato l’uso della ragione ed un’intelligenza precoce, perché potemmo insegnarle subito le orazioni che duravano venticinque minuti senza mai annoiarsi”. A cinque anni la bimba sapeva già leggere perfettamente il breviario per l’ufficio della Madonna e dei defunti.

Presto arrivò la prima grande prova: la malattia della madre, costretta a letto dalla tisi. La piccola Gemma piangeva e pregava ogni sera insieme alla mamma e da lei era stata preparata così: “Io sono malata – mi ripeteva – e dovrò morire, ti dovrò lasciare; o se potessi condurti con me! Verresti?”. Volendo sapere dove, si sentì dire: “In Paradiso, con Gesù, cogli Angeli…”. Il 26 maggio 1885, giorno della sua Cresima, ebbe la prima esperienza mistica: “Tutto ad un tratto una voce al cuore mi disse: Me la vuoi dare a me la mamma? Sì – risposi – ma se mi prendete anche me. No – mi ripeté la solita voce – dammela volentieri la mamma tua. Tu per ora devi rimanere col babbo. Te la condurrò in Cielo, sai? Me la dai volentieri? Fui costretta a rispondere di sì”. La madre morì nel settembre dell’anno seguente mentre Gemma si trovava nella casa degli zii materni, dove il padre l’aveva condotta due mesi dopo la Cresima perché temeva di perdere per contagio anche la figlia, desiderosa di stare sempre accanto a lei.

Alcuni mesi più tardi iniziò il periodo di preparazione alla Prima Comunione, da lei descritto come bellissimo (“ero in Paradiso”): era il 1887 e Gemma studiava catechismo dalle Oblate dello Spirito Santo. Sentendo parlare del Crocifisso al modo di come gliene aveva parlato la madre, espresse a una suora il desiderio di conoscere ogni cosa della Passione di Gesù. Una sera, il racconto dei dolori provati da Nostro Signore suscitò una tale compassione in Gemma che le venne all’istante una forte febbre. La domenica della prima Eucaristia fu per lei il culmine della gioia: “Ciò che passò tra me e Gesù in quel momento, non so esprimerlo. Gesù si fece sentire forte forte alla misera anima mia. Capii in quel momento che le delizie del Cielo non sono come quelle della terra. Mi sentii presa dal desiderio di render continua quell’unione col mio Dio”.

Cresceva in pietà, noncurante delle derisioni di cui era oggetto anche da parte di alcuni familiari, come la sorella Angelina che un giorno entrò con le compagne nella camera di Gemma per schernirla mentre era in preghiera o del fratello Guido che bestemmiava in sua presenza per provocarla. I dolori per la perdita degli affetti, inoltre, continuarono. Nel 1893 vide morire di tubercolosi il fratello prediletto, Gino, un seminarista appena diciottenne. Quattro anni più tardi rimase orfana pure del padre, che a causa di una serie di disgrazie finanziarie lasciò i figli in povertà, tanto che i creditori arrivarono a mettere le mani in tasca a Gemma per spogliarla di quelle poche monete che aveva. Alla bellissima diciannovenne, presa in affido dagli zii, non mancarono convenienti proposte di matrimonio, ma lei non ne volle sapere: diceva che era “tutta di Gesù”. In quel periodo cadde gravemente malata, soffrendo una paralisi alle gambe a cui si aggiunsero un intensissimo dolore alla testa e la perdita dei capelli. Si sentì consolare dall’angelo custode (“se Gesù ti affligge nel corpo, fa per sempre più purificarti nello spirito. Sii buona”, le disse l’angelo, che le appariva da quando aveva 16 anni) e dallo stesso Gesù, ma ebbe comunque momenti di grande difficoltà spirituale.

Nello scoramento per quella situazione fu tentata da Satana, che le promise di guarirla e di fare qualunque cosa per lei se gli avesse dato retta. Quando Gemma stava per cedere, si ricordò di quanto aveva letto nella biografia dell’allora venerabile Gabriele dell’Addolorata (1838-1862), il santo passionista morto ancor più giovane di lei, e disse forte: “Prima l’anima e poi il corpo!”. Gli assalti del demonio, che arrivò a lasciarle i segni fisici delle sue vessazioni, proseguirono, ma la giovane iniziò a ricevere il conforto diretto di san Gabriele. Questi le apparve più volte e pregava accanto a lei, al punto che Gemma disse di sentirne il calore delle mani e il respiro sul viso. “Sorella mia”, la chiamava il santo, che la aiutò ad accettare definitivamente la via del Calvario. Seguirono il voto di verginità, che desiderava fare da tempo, e l’inspiegabile guarigione dopo una novena a Margherita Maria Alacoque (1647-1690): con il suo improvviso rialzarsi dal letto, Gemma meravigliò i medici e tutti i lucchesi, che iniziarono a chiamarla “la ragazzina del miracolo”.

Ma le più grandi grazie dovevano ancora arrivare e si accompagnarono alla maturazione della sua spiritualità passionista. Il Giovedì Santo del 1899 fece per la prima volta l’Ora Santa, un’ora di orazione per tenere compagnia a Gesù agonizzante nel Getsemani: “Mi trovai dinanzi a Gesù crocifisso. Versava sangue da tutte le parti”. Continuò a fare l’Ora Santa ogni giovedì, con Gesù che le condivideva la tristezza mortale provata nell’Orto a causa dei peccati di tutti gli uomini. Un giorno, mostrandole le cinque piaghe aperte, le disse: “Vedi questa croce, queste spine, questo Sangue? Sono tutte opere di amore, e di amore infinito. Vedi fino a qual segno io ti ho amato? Mi vuoi amare davvero? Impara prima a soffrire. Il soffrire insegna ad amare”.

Sta qui la santità di Gemma: capì la realtà del peccato, soffrì per Gesù e con Gesù, tramutando il suo dolore in un amore immenso per le anime che desiderava salvare, volendo strapparle al demonio e consegnarle a Dio. Ecco perché visse tutte le esperienze della Passione, dal sudore di sangue alla coronazione di spine, dalla crocifissione alla flagellazione mistica, fino alle stimmate che le comparvero sulle mani, i piedi e il costato l’8 giugno 1899, precedute da un’apparizione della Madonna, che chiamava “la Mamma mia celeste”. Le stimmate, che la Chiesa ha riconosciuto essere autentiche, si riaprivano ogni settimana alla sera del giovedì per richiudersi dopo le tre del venerdì pomeriggio.

La sua ultima Passione, assistita amorevolmente dalla famiglia Giannini, la visse nel 1903, quando si spense di tubercolosi alle 13:45 del Sabato Santo. Si era addormentata poco prima sentendo suonare le campane di mezzogiorno, già annuncianti (secondo l’uso del tempo) la Resurrezione. Da allora contempla nella gloria eterna il Volto del suo Sposo, che le ha dato il centuplo già in terra: “Soffro, vivo e muoio continuamente, la mia vita con tante altre vite del mondo non la cambierei a nessun patto. Mai non sto ferma: vorrei volare, parlare e a tutti vorrei gridare: Amate Gesù solo”.

domenica 2 ottobre 2016

“Ergo et Fílius hóminis salvat, et Deum Angeli vident, et Angeli pusillórum præsunt fidélium oratiónibus. Præésse Angelos absolúta auctóritas est. Salvatórum ígitur per Christum oratiónes Angeli quotídie Deo ófferunt. Ergo periculóse ille contémnitur, cujus desidéria ac postulatiónes ad ætérnum et invisíbilem Deum, ambitióso Angelórum famulátu ac ministério, pervehúntur” (Lect. IX – III Noct. - Sancti Hilarii Episcopi, Comment. in Matth. can. 18, post initium) - Ss. ANGELORUM CUSTODUM

In verità, la festa romana del 29 settembre comprendeva, con san Michele, tutta la corte celeste e, fin dalla prima colletta della messa, essa metteva in evidenza l’ufficio speciale affidato da Dio agli Angeli, che è di vegliare con sollecitudine su noi.
Questo pensiero profondo dei sacri Dottori rivela una magnifica unità di tutta la creazione, visibile ed invisibile, mortale ed angelica.
Le creature superiori sono in rapporto intimo con le gerarchie inferiori che esse illuminano e proteggono.
Una seconda festa degli Angeli custodi, distaccata dalla festa primitiva del 29 settembre, non si poté stabilire che in un’epoca molto tarda, e quando lo spirito della liturgia cessò di essere compreso: poiché san Michele aveva la sua festa, si volle che pure gli Angeli custodi avessero la loro.
È così che Paolo V, con un decreto del 27 settembre 1608, dichiarò la festa degli Angeli custodi duplex ad libitum, e la fissò al primo giorno libero dopo quella di san Michele. Più tardi, Clemente X, nel 1670, le assegnò il 2 ottobre con rito doppio, elevato al rango di rito doppio maggiore nel 1883.
Roma cristiana ha dedicato ai Santi Angeli Custodi una chiesa nel quartiere Monte Sacro, costruita tra il 1924 ed il ’25. Dal 1965 è titolo cardinalizio (Santi Angeli Custodi a Città Giardino). Essa è stata dedicata agli angeli custodi per ricordare la chiesa seicentesca di Sant’Angelo Custode al Tritone, esistente nel rione Trevi (su questa chiesuola, cfr. M. Armellini, Le chiese di Roma dal secolo IV al XIX, Tipografia Vaticana, Roma 18912, pp. 273-274), che fu demolita tra il 1928 e il 1929 per l’allargamento di via del Tritone e la costruzione del tunnel sotto il Quirinale.
La messa rappresenta come una rapsodia di messe precedenti in onore dell’Arcangelo.
L’introito è lo stesso del 29 settembre.
Il Signore deputa gli Angeli a custodia dei fedeli, non soltanto per una ragione di unità ed armonia nell’ordine del creato, ma anche a causa del dovere degli Angeli nei riguardi del Cristo. È da lui, in effetti, che ricevono la loro gloria; pure per tale ragione, questi spiriti beati, in dovere di gratitudine e di soggezione verso colui che è caput hominum et angelorum, custodiscono la Chiesa ed i fedeli, che rappresentano la Sposa scelta dal Salvatore ed i membri del suo corpo mistico.
La prima lettura è tratta dall’Esodo (Es. 23, 20-23). Il Signore vi promette al popolo israelita, in giro per la Palestina, un angelo per guidarli ed assisterli. Qui, l’Angelo rappresenta Dio stesso: egli porta l’impronta del suo Nome ineffabile; che l’Israelita sappia dunque che non potrebbe impunemente mancargli di rispetto. Egli è anche il vendicatore della santità di Dio offesa ed ha il potere di ridurre ad obbedienza col terrore questo popolo carnale.
Nella storia di molti santi, notiamo anche la severità dei loro Angeli custodi, attenti a non lasciare impunita in queste anime elette la più leggera infedeltà. Forse, si potrebbe ricercare la ragione di questa sorta di rigore pieno d’amore, non solo nel piano sapientissimo della Provvidenza che vuole, col ministero degli Angeli, purificare e condurre ad una santità speciale alcune anime predestinate, ma anche nella squisita perfezione stessa della natura angelica, la quale non può concepire, così come lo fanno Gesù Cristo e la beata Vergine, errore di esperienza propria e diretta, cioè la debolezza umana: Non habemus Pontificem qui non possit compati infirmitatibus nostris, probatus per omnia, absque peccato.
Il responsorio, tratto dal Sal. 91 (90), concerne l’ordine dato da Dio ai suoi Angeli di difenderci in tutte le nostre vie, ed è comune alla I Domenica di Quaresima.
Il versetto alleluiatico è tratto dal Sal. 103 (102).
Gli Angeli sono i ministri della Divina Provvidenza, la quale, per condurci alla predestinazione finale, ha costume di distribuire volta a volta le ricompense o i patimenti. Gli Angeli salgono al cielo per offrire a Dio l’incenso delle nostre preghiere e ci riportano il balsamo delle divine misericordie. Talora, al contrario, essi accusano la nostra ingratitudine e Dio mette allora le fruste tra le loro mani per richiamare all’ordine i suoi piccoli bambini di quaggiù.
La lettura evangelica è la stessa dell’8 maggio. Il Salvatore ci rivela esplicitamente il mistero magnifico d’amante condiscendenza che è oggetto della festa di questo giorno. Tutti i fedeli, pure i più piccoli e più umili, sono affidati agli Angeli incaricati di custodirli.
L’antifona per l’offertorio è tratta dal Sal. 103 (102).
L’antifona per la Comunione (Dan 3, 58) è improntata al celebre cantico chiamato un tempo delle benedizioni.
Bisogna notare coi santi Padri che la parola Angelo indica propriamente una funzione. Essi che, per natura, sono dei puri spiriti diventano angeli, cioè messaggeri, quando ci sono mandati o ci comunicano qualche cosa da parte di Dio.
San Paolo univa tanta delicatezza ad un sentimento di riverenza verso gli Angeli allorché, ordinando alle donne cristiane di velare la loro testa in chiesa, in segno di modesta soggezione, voleva che ciò lo si facesse propter angelos, cioè perché gli Angeli non fossero offesi o scandalizzati.
Nell’Apocalisse, san Giovanni inviò le sue sette lettere per i vescovi dell’Asia agli Angeli rispettivi delle loro chiese, cioè agli spiriti beati preposti dal Signore a guardia di queste giovani comunità.
Le antiche liturgie fanno spesso menzione dell’angelo del Sacrificio, che trasporta i nostri doni mistici dall’altare terrestre a quello del cielo; quest’Angelo, che obtulit orationem Domino, mentre Tobia badava alle sue opere di carità e di misericordia.
San Benedetto, d’accordo con tutta la tradizione patristica, parlando degli Angeli nobis deputati, che annunciano die noctuque Domino factorum nostrorum opera, esigeva dai suoi monaci un sovrano rispetto per l’ufficio divino a causa della presenza Divinitatis et Angelorum ejus nella chiesa (San Benedetto, Regula Monachorum, VII, 28 e XIX, 6, in PL 66, 372B e 476A, ora in Id., Regola, in San Gregorio Magno, Vita di san Benedetto e la Regola7, trad. it. di PP. Benedettini di Subiaco (a cura di), con Introduzione di Attilio Stendardi, Roma 2006, pp. 137 e 161).










Scuola fiorentina, Affidamento di un bambino al proprio angelo custode, XVII sec., collezione privata


Luis Juárez, Angelo custode, XVII sec., Museo Nacional de Arte, Città del Messico

Vicente Carducho, Allegoria del Santo Angelo custode, XVII sec., Eremo del Santo Angelo custode, Cigarral, Toledo

Bartolomeo Cavarozzi, Angelo custode, XVII sec., Museo Nacional de Bellas Artes, Buenos Aires

Carlo Bonomi, Angelo custode, 1625-30 circa, Pinacoteca Nazionale, Ferrara

Bernardo Strozzi, Angelo custode, 1628-32, Museum of Fine Arts, Houston

Pietro Ricchi detto Il Lucchese, L'Angelo custode protegge dall'ira divina, 1653

Carlo Dolci, Angelo custode, 1630 circa, collezione privata

Carlo Dolci, Angelo custode, 1640-45, Szépművészeti Múzeum, Budapest

Carlo Dolci, Angelo custode, 1670-75, Museo dell'Opera del Duomo, Prato

Cecco da Caravaggio, Angelo custode con i SS. Ursula e Tommaso apostolo, 1615 circa, museo del Prado, Madrid

Giovanni Bettino Cignaroli, Madonna col Bambino e Santi (Angelo custode e SS. Lorenzo, Lucia, Barbara ed Antonio da Padova), 1759-62, museo del Prado, Madrid

Marcantonio Franceschini, Angelo custode, 1716, Dulwich Picture Gallery, Londra



Domenico Antonio Vaccaro, Angelo custode, 1724 circa

Giambattista Tiepolo, Angelo custode, 1737-38, Civici musei e gallerie di storia e arte, Udine

Pompeo Batoni, Angelo custode, 1761 circa, collezione privata

Francesco de Mura, Angelo custode, XVIII sec.

sabato 1 ottobre 2016

IN FESTO SANCTI ANGELI HISPANIARUM REGNI CUSTODIS


Santo Angelo custode del Regno di Spagna, Forcall. Intorno al Sacro Cuore si legge la scritta "En España reinaré", cioè "In Spagna sarò io il re". Per informazioni, cfr. Santo Angel de España










Festa del Santo Angelo Custode dei Regni di Spagna, che Leone decimosecondo, Pontefice Massimo, concesse a Ferdinando VII, Re Cattolico di Spagna, per render grazie al Signore degli incommensurabili e continui benefizi di cui fu fatta oggetto nei secoli la generosa nazione spagnola per l’intercessione e l’assistenza del suo Angelo Tutelare.

venerdì 2 ottobre 2015

Dalla Missa De Angelis




Non dimentichiamo i nostri Angeli custodi di cui oggi ricorre la festa

Rilancio da Chiesa e postconcilio:

Non dimentichiamo i nostri Angeli custodi di cui oggi ricorre la festa

Angele Dei, qui custos es mei,
me, tibi commíssum pietáte supérna,
illúmina, custódi, rege et gubérna.
Amen.

Oggi è la festa degli Angeli custodi, laicisticamente trasformata nella "festa dei nonni" dal 2005, per legge del parlamento italiano e proprio, guarda caso, per il 2 ottobre: il giorno della ricorrenza degli Angeli custodi che, nel nuovo mondo secolarizzato, assumono ora il volto dei nonni. Che in qualche modo lo sono, angeli custodi, ma in maniera molto umana e non soprannaturale come quella che ci stiamo perdendo chi per indifferenza e chi per ignoranza, nella totale incuria dei Pastori, sulla maggior parte dei quali è meglio stendere un velo pietoso.
Oltre alle parole di Padre Pio pubblicate di seguito, vi invito a rileggere (o a scoprire, per chi ci conoscesse solo ora) uno splendido insegnamento: Il ministero dei Santi Angeli nella Comunione dei Santi [qui].

Padre Pio parla dell'Angelo Custode

In una lettera scritta da Padre Pio a Raffaelina Cerase il 20 aprile 1915, il Santo esalta l’amore di Dio che ha donato all’uomo un dono così grande come l’Angelo Custode:
«O Raffaelina, quanto consola il sapersi di essere sempre sotto la custodia di un celeste spirito, il quale non ci abbandona nemmeno (cosa ammirabile!) nell’atto che diamo disgusto a Dio! Quanto riesce dolce per l’anima credente questa grande verità! Di chi dunque può temere l'anima devota che si studia d’amare Gesù, avendo sempre con sé un sí insigne guerriero? O non fu egli forse uno di quei tanti che assieme all'angelo san Michele lassù nell'empireo difesero l’onore di Dio contro satana e contro tutti gli altri spiriti ribelli ed infine li ridussero alla perdita e li rilegarono nell'inferno?Ebbene, sappiate che egli è ancor potente contro satana e i suoi satelliti, la sua carità non è venuta meno, né giammai potrà venir meno dal difenderci. Prendete la bella abitudine di pensar sempre a lui. Che vicino a noi sta uno spirito celeste, il quale dalla culla alla tomba non ci lascia mai un istante, ci guida, ci protegge come un amico, un fratello, deve pur riuscire a noi sempre di consolazione, specie nelle ore per noi più tristi.Sappiate, o Raffaelina, che questo buon angelo prega per voi: offre a Dio tutte le vostre buone opere che compite, i vostri desideri santi e puri. Nelle ore in cui vi sembra di essere sola e abbandonata non vi lagnate di non avere un anima amica, a cui possiate aprirvi ed a lei confidare i vostri dolori: per carità, non dimenticate questo invisibile compagno, sempre presente ad ascoltarvi, sempre pronto a consolarvi. O deliziosa intimità, o beata compagnia! O se gli uomini tutti sapessero comprendere ed apprezzare questo grandissimo dono che Iddio, nell’eccesso del suo amore per l'uomo, a noi assegnò questo celeste spirito! Rammentate spesso la di lui presenza: bisogna fissarlo coll'occhio dell’anima; ringraziatelo, pregatelo. Egli è così delicato, così sensibile; rispettatelo. Abbiate continuo timore di offendere la purezza del suo sguardo. Invocate spesso questo angelo custode, quest’angelo benefico, ripetete spesso la bella preghiera: «Angelo di Dio, che sei custode mio, a te affidata dalla bontà del Padre celeste, illuminami, custodiscimi, guidami ora e sempre» (Ep. II, p. 403-404).