Sante Messe in rito antico in Puglia

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domenica 11 marzo 2018

La Domenica Laetare o della Rosa

Questa domenica, detta Laetare, fa da pendant a quella di Avvento, Gaudate
A Roma, la messa stazionale oggi è presso la Basilica di Santa Croce in Gerusalemme. Questa basilica, una delle sette basiliche romane di pellegrinaggio, fu edificata attorno ad una parte del Palazzo Imperiale di Sant’Elena, il Palazzo di Sessorium, trasformata in una cappella intorno all’anno 320. S. Elena aveva sparso un gran quantità di terra portata dal Golgotha, a Gerusalemme, ​​sul suolo di fondazione del santuario, dove aveva deposto diverse insigni reliquie della Passione, che sono ancora lì venerate. Alcuni decenni più tardi, la cappella fu trasformata in una vera e propria basilica, chiamata Heleniana o Sessoriana. Quando fu recuperata la vera croce, sottratta dai persiani, l’imperatore Eraclio fece dividerla in tre pezzi: Gerusalemme mantenne quella principale, ma l’imperatore inviò le altre due parti a Costantinopoli e Roma, che, naturalmente, la ricevette nella Basilica di Santa Croce in Gerusalemme (questa parte insigne del legno della vera croce fu traslata, nel 1629, per ordine di Papa Urbano VIII, nella Basilica di San Pietro, dove essa è conservata presso la statua monumentale di Sant’Elena).
La Basilica di Santa Croce in Gerusalemme a Roma rappresenta simbolicamente la città santa di Gerusalemme. È per questo motivo che i testi della Messa di questo giorno vi alludono:
Laetare, Gerusalemme, Rallegrati Gerusalemme (Introito)
Sina enim mons est in Arabia, qui conjunctus est ei, quæ nunc est Jerusalem – Il monte Sinai si trova in Arabia; essa corrisponde alla Gerusalemme attuale (San Paolo nell’Epistola di questo giorno, ai Galati);
Lætátus sum in his, quæ dicta sunt mihi: in domum Dómini íbimus - Quale gioia quando mi dissero: Andiamo alla casa del Signore (graduale);
Qui confídunt in Dómino, sicut mons Sion: non commovébitur in ætérnum, qui hábitat in Jerúsalem - Chi confida nel Signore sarà come il monte Sion: non sarà mai scosso colui che abita in Gerusalemme (tratto).
Jerúsalem, quæ ædificátur ut cívitas, cujus participátio ejus in idípsum - Gerusalemme, che è costruita come una città salda e compatta dove tutte le tribù ne fanno un popolo solo (ant. comunione).
Come la liturgia bizantina celebra quest’oggi, con gioia, la venerazione della Croce nella III Domenica di Quaresima [La III Domenica della Quaresima bizantina corrisponde esattamente alla IV Domenica di Quaresima romana, essendo differente il modo di contare: in Oriente si conta per prima Domenica di Quaresima quella che giunge al termine della prima settimana di digiuno completo, allorché a Roma questa è contata come II domenica di Quaresima], il rito romano, meditando nel mezzo della Quaresima davanti alle reliquie della Croce e Passione, non vi associa sentimenti di tristezza, ma piuttosto quelli di gioia: la Croce, un tempo simbolo della morte più vile riservata ai criminali, è diventata, mediante il sacrificio di Cristo, il glorioso albero della vita, che ci riconcilia con il Padre e riapre le porte della cielo.
Rispondendo anche all’appello dell’introito di oggi - Lætare Jerusalem – il rito romano sospende in questo giorno i rigori della Quaresima: gli ornamenti della Messa non sono più viola, ma rosa, si infiorano gli altari, il diacono e il suddiacono lasciano le casule plicate per prendere la dalmatica e la tunica che sono vesti di gioia, l’organo – muto dal Mercoledì delle Ceneri – fa risuonare questi accenti gloriosi e gioiosi.
È possibile che l’infioramento delle croci a Bisanzio in questa domenica abbia influenzato l’uso dei fiori nella liturgia occidentale di questa stessa domenica. A Roma, il Papa era solito benedire la rosa d’oro in questo giorno (vqui), che poi offriva ad una principessa cattolica o ad un santuario. Questa usanza è attestata almeno dall’XI secolo. Ecco il testo della benedizione usata in questa occasione:


(V.) Adjutórium nóstrum in nómine Dómini.
(R.) Qui fecit cælum et terram.
(V.) Dóminus vobíscum.
(R.) Et cum spíritu tuo.
Orémus.
Deus qui es lætítia et gáudium omnium fidélium, majestátem tuam supplíciter exorámus ut hanc Rosam odore visuque gratíssimam, quam hodiérna die in signum spiritúalis lætítiæ in mánibus gestámus, bene+dícere et sancti+ficáre tua pietáte dignéris, ut plebs tibi dicáta ex jugo Babilónicæ captivitátis edúcta, per Unigéniti Filii tui grátiam cæléstis Jerúsalem gáudium sincéris córdibus repræséntet.
Et quia ad honórem nóminis tui Ecclésia tua hoc signo hodie exúltat et gáudet, tu ei, Dómine, verum et perféctum gáudium et grátiam tuam largiáris, ut per fructum boni óperis in odórem illíus floris tránseat qui de radíce Jesse prodúctus, flos campi, lílium convállium mystice prædicátur. Qui tecum vivit et regnat in unitate Spíritus Sancti Deus per omnia saécula saeculórum.
(R.) Amen.
Postea imponit incensum in thuribulo. Deinde Rosam ungit balsamo imponitque ei muscum: aspergit aqua benedicta et adolet incenso.

O Dio, la cui parola e potenza hanno creato tutto,
la cui volontà governa tutte le cose,
Tu che sei la gioia e l’allegrezza dei tutti i fedeli,
Supplichiamo la Tua Maestà di voler benedire e santificare questa Rosa, così gradevole nell’aspetto e nella sua fragranza, che teniamo oggi nelle nostre mani, in segno di gioia spirituale:
affinché il popolo che Ti è consacrato, essendo strappato al giogo della cattività di Babilonia mediante la grazia del Tuo unico Figlio che è la gloria e l’allegrezza di Israele, rappresenti con cuore sincero le gioie di quella Gerusalemme celeste.
E come la Tua Chiesa, alla vista di questo simbolo, oggi esulta e gioisce per la gloria del Tuo Nome, Tu, o Signore, dalle una perfetta e vera contentezza,
gradisci la devozione,
rimetti il peccato,
aumenta la fede,
guarisci con il tuo perdono,
proteggi con la tua misericordia;
distruggi gli ostacoli,
accorda tutti i beni,
affinché questa stessa Chiesa Ti offra il frutto delle opere buone e, marciando al profumo di questo Fiore, prodotto dalla radice di Jesse, misticamente chiamato fiore del campo e giglio delle valli, meriti di gustare la gioia senza fine nella gloria del cielo, in compagnia di tutti i santi, con questo Fiore divino, che vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo in tutti i secoli dei secoli.
Amen.

Il vangelo cantato oggi è la storia della moltiplicazione dei cinque pani e dei due pesci. Questo vangelo fa parte del ciclo di preparazione al battesimo dei catecumeni, che riceveranno il Sacramento durante la veglia pasquale, e prefigura l’Eucaristia, dove Cristo, nel ringraziamento al Padre, si dona in un cibo, che non termina mai:
Perché è maggior miracolo governare tutto il mondo che saziare cinquemila uomini con cinque pani. Eppure quello nessuno l’ammira: e questo gli uomini lo ammirano, non perché sia più grande, ma perché avviene raramente. Perché chi anche adesso nutre l’intero universo, se non colui che da pochi grani fa uscire le messi? (Cristo) dunque agì da Dio. Per questa stessa potenza onde trasforma in ricche messi pochi chicchi di grano, egli moltiplicò nelle sue mani i cinque pani: perché ogni potere si trovava nelle mani di Cristo. E quei cinque pani erano come dei semi, che non furono, è vero, affidati alla terra, ma furono moltiplicati da colui che ha fatto la terra (Omelia di Sant’Agostino, vescovo, VIII lezione, III Notturno di questa domenica).

mercoledì 23 marzo 2016

La Corona di spine e i prodigi degli aculei verdi

Il prossimo Venerdì Santo, 25 marzo, a Dio piacendo, dovrebbe rinnovarsi il prodigio della spina della Corona di Cristo conservate in Andria (v. qui il sito della diocesi di Andria). L’ultima volta questo si verificò nel 2005, cioè quando il Venerdì Santo venne a coincidere con la festa dell’Annunciazione (v. qui il video. Per altri video dedicati all'evento del 2016, v. qui). La prossima coincidenza cadrà nel 2157.



Sacra Spina conservata nella Cattedrale di Andria

Sequenza del prodigio del 2005

Il prodigio vede quella spina, solitamente secca e con le macchie di sangue color bruno-scuro, ravvivarsi, ricoprirsi di una peluria bianco-argentea e, talora, di esilissime e sottilissime escrescenze e le macchie di sangue assumere una colorazione viva, di un colore rosso vivo, quasi fosse fresco (v. supra il video del prodigio verificatosi nel 2005; v. anche qui). 
Anche Bari, ed in particolare la Basilica di San Nicola, conserva una spina analoga, che in passato ha conosciuto, sempre in occasione della medesima coincidenza temporale, un fenomeno simile, sebbene nel 2005 non si verificasse nulla (v. qui il sito dedicato all’evento di quest’anno 2016 e qui). 



Sacra Spina conservata nella Basilica di S. Nicola, Bari

Al tema lo studioso Michele Loconsole ha dedicato alcuni studi, di cui riproduciamo qui un suo contributo.

La Corona di spine e i prodigi degli aculei verdi

«… e i soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo». È questa una delle frasi più celebri che riecheggia nelle chiese e nelle cattedrali di mezzo mondo durante le austere letture delle liturgie quaresimali della Passione di Cristo. La pericope, presente nei vangeli sinottici, descrive il gesto derisorio, da parte della soldataglia romana, dell’incoronazione di Gesù il Nazareno.

Posta una corona di spine sul suo capo, egli viene schernito e proclamato Re dei Giudei. Tuttavia, non si trattò di una semplice corona o di un serto di spine, come verrà raffigurato dagli artisti nelle opere pittoriche, ma di un vero e proprio casco spinoso. Il macabro strumento, imposto sul capo di Gesù, avrebbe dovuto riprodurre la forma della mitria orientale, il copricapo regale dei regnanti giudei, come riportato su alcune monete che raffigurano, in bassorilievo, le effigi dei monarchi della Giudea romana. La Corona di Spine, unitamente alle altre Reliquie della Passione di Cristo, sarà portata alla luce da Elena, la madre dell’Imperatore Costantino, intorno al 326 d.C., allorquando, recatasi pellegrina in Terra Santa, comandò di rintracciare i principali luoghi evangelici della vita di Gesù, tra cui il sepolcro e il Golgota. Ed è proprio nel pressi del Calvario che l’Augusta imperatrice scoprirà la fossa in cui erano stati sepolti gli strumenti della Passione del Maestro galileo, oggi inglobata nella Cappella detta di Sant’Elena, all’interno della monumentale basilica gerosolimitana del Santo Sepolcro. 

Il primo pellegrino a dare testimonianza della presenza e del culto a Gerusalemme di una Corona di Spine, che aveva toccato e ferito il capo di Cristo, è il vescovo napoletano Paolino da Nola. Egli, giunto in Terra Santa nel 409, annota nel suo diario: «Alle spine con cui il nostro Redentore fu incoronato si rendeva omaggio unitamente alla Santa Croce e alla Colonna della flagellazione». Sarà san Vincenzo di Lerins, il pio e colto sacerdote francese, morto tra il 440 e il 445, a informarci che la Corona di Spine di Cristo venerata a Gerusalemme aveva la forma di «un pileus, ossia di un elmo militare romano, che toccava e rivestiva dappertutto il Suo capo». 

L’ipotesi che la Corona imposta a Gesù fosse, dunque, a forma di casco, e non di un semplice serto, è rafforzata anche da alcuni studi scientifici condotti sulla Sacra Sindone di Torino. Sul Telo sindonico, e in specie intorno al capo dell’Uomo della Sindone – l’immagine del corpo di un uomo, sia frontale che dorsale, la cui natura è ad oggi ancora ignota - sono state rinvenute più di settanta macchioline di sangue prodotte da ferite da punte acuminate, presenti sia nella zona frontale, sia occipitale. L’elevato numero dei decalchi fa pensare che l’oggetto in questione avesse proprio la forma di un casco, che ha torturato la testa del condannato fino a ferirne la nuca.  Da questa evidenza si comprende meglio il perché in Europa siano custodite oltre 200 Sacre Spine, tutte ritenute tratte dalla Corona di Spine di Cristo, di cui un centinaio in Italia. 

Se, infatti, sono almeno una settantina gli aculei che hanno insanguinato il capo dell’Uomo della Sindone – il numero sarebbe ancora più alto perché sul Lino torinese non si è potuta imprimere l’intera immagine della testa, a causa del risvolto operato sul tessuto che ne doveva permettere la corretta sepoltura secondo la ritualità vigente – molte altre sarebbero state le spine che formavano il macabro copricapo le cui punte, però, non hanno ferito la sua testa. Tante sono le Sacre Spine, custodite e venerate nelle chiese e nelle basiliche europee, che non presentano tracce di sangue raggrumato sugli steli legnosi. 

Lo studio scientifico sul Sacro Telo, poi, ci aiuta a comprendere se tra le due Reliquie della Passione di Cristo, la Sindone e la Corona di Spine, possano sussistere ulteriori elementi di confronto; ad esempio, se i pollini rinvenuti sul Lenzuolo torinese possono appartenere alle specie botaniche delle Sacre Spine considerate autentiche (1) o se il sangue presente sui Sacri Aculei è dello stesso gruppo sanguigno riscontrato sulla Sacra Sindone, nonché sulle particole dei numerosi Miracoli Eucaristici e sul Sudario di Cristo custodito ad Oviedo. La necessaria brevità di un articolo non permette di argomentare quanto accennato, questioni da me affrontate in un recente lavoro (2). Mi è però sufficiente aggiungere che le Sacre Spine ritenute della Corona di Cristo manifestano prodigi particolari, fenomeno che potrebbe spiegare, da solo, la loro autenticità. (3)

Quando il 25 marzo, festa dell’Annunciazione (o del concepimento di Gesù), coincide con il Venerdì Santo (memoria mobile della morte di Gesù) le Sacre Spine tratte dalla Corona di Cristo mostrano, e solo per quel giorno, una prodigiosa trasformazione fisica, come è stato documentato da numerosi atti notarili negli ultimi quattro secoli e, più recentemente, anche da fotografie e filmati. Alcune di esse rinverdiscono (l’aculeo sembra come ringiovanire o rinvigorirsi), altre prendono a fioreggiare (appaiono gemmazioni o funghi lattiginosi), altre ancora, infine, rosseggiano (le macchioline di sangue raggrumate, ove sono presenti sullo stelo legnoso, prendono a ravvivarsi di un rosso intenso). 

Non mancano casi in cui i fenomeni prodigiosi si manifestano nella duplice o nella triplice forma, come per le Sacre Spine di Andria (Bari), di Montone (Perugia) e di Napoli (Monastero delle Carmelitane Scalze ai Ponti Rossi). La concomitanza liturgica, rarissima, accade due o tre volte ogni cento anni. Nel secolo scorso è accaduto nel marzo del 1910, del 1921 e del 1932. Nel nostro secolo soltanto nel 2005 e nel 2016. In quello successivo, nel 2157 e nel 2168. La motivazione sembra chiara: è la coincidenza liturgica della memoria dell’Incarnazione di Cristo (prima Creazione) con la sua morte (che apre alla seconda Creazione o Risurrezione).  

* Studioso delle reliquie della Passione di Gesù, è autore tra l’altro dei libri “La tela e la spina – Due reliquie a confronto” (Progedit 2014), e “La corona di spine di Cristo. Storia e Mistero” (Cantagalli 2005)

1 Cfr. Michele Loconsole, Il Telo e la Spina. Due Reliquie a confronto, Bari 2016.

2 Cfr. Michele Loconsole, La Corona di Spine di Cristo. Storia e Mistero, Siena 2005, p. 17-22.

3 Cfr. Emanuela Marinelli, La questione dei pollini presenti sulla Sindone di Torino e sul Sudario di Oviedo, in I Congreso Internacional sobre la Sàbana Santa in España, Valencia (Spagna), 28-30 aprile 2012.

lunedì 14 settembre 2015

“Tum Heraclíus, abjécto amplíssimo vestítu detractísque cálceis ac plebéjo amíctu indútus, réliquum viæ fácile confécit, et in eódem Calváriæ loco Crucem státuit, unde fúerat a Persis asportáta. Itaque Exaltatiónis sanctæ Crucis solémnitas, quæ hac die quotánnis celebrabátur, illústrior habéri cœpit ob ejus rei memóriam, quod ibídem fúerit repósita ab Heraclío, ubi Salvatóri primum fúerat constitúta” (Lect. VI – II Noct.) - IN EXALTATIONE Stæ CRUCIS

L’Esaltazione della santa Croce si ricollega alla festa della Dedicazione (Encénies) degli edifici costantiniani del Golgota, Anastasis e Martyrium, che ebbe luogo il 13 settembre 335. Cinquant’anni più tardi, la festa era celebrata otto giorni da più di cinquanta vescovi e da una folla di pellegrini. Si collegava a questa data la riscoperta della Croce (Egeria, Diario di viaggio, 48.1-2). Non sembra, tuttavia, che la scelta del 13 settembre per fare la dedicazione degli edifici del Golgota fosse casuale. È, in effetti, nel settimo mese, durante la festa dei Tabernacoli, che Salomone aveva celebrato la dedicazione del Tempio (1 Re 8, 2 e 65). Per i cristiani l’Anastasis ed il Martyrium erano veramente il nuovo Tempio di Gerusalemme.
È per questo che il 14 settembre si proponeva il legno della Croce alla venerazione del popolo. La festa non tardò a diffondersi in tutto l’Oriente, dove essa dovette costituire una delle articolazioni più importanti dell’anno liturgico.
A Roma, il papa Simmaco (498-514) aveva organizzato nella basilica vaticana un oratorio, nel quale si conservava un frammento della santa Croce. È là che apparve, nel VII sec., la venerazione della Croce il 14 settembre. Il sacramentario gregoriano Paduense contiene un’orazione ad crucem salutandam in sancto Petro. Alla fine di questo secolo, il papa Sergio scoprì nella sacrestia di San Pietro un reliquiario nel quale si trovava un frammento miræ magnitudinis della Croce del Signore. Egli lo trasportò al Laterano, dove, da allora, dice il redattore del Liber Pontiflcalis, ab omni populo christiano, die Exaltationis sanctæ Crucis, osculatur ac adoratur (L. Duchesne, Le Liber Pontificalis, Coll. Bibliothèque des Ecoles Françaises d’Athènes et de Rome, tomo 1, Paris 1886, p. 102). È così che le basiliche del Vaticano e del Laterano sono legate alle origini romane della festa della Santa Croce.
Ma, dal IV sec., si faceva, in questo giorno, la memoria dei santi Cornelio e Cipriano. La Depositio Martyrum del 354 annuncia: Cypriani Africæ. Romæ celebratur in Callisti. Il vescovo Cipriano era stato decapitato a Cartagine, infatti, giusto il 14 settembre 258. A Roma, si celebrava il suo natale nella cripta del suo amico, il papa Cornelio, che era morto esiliato a Centumcellæ (Civitavecchia) nel giugno 253. Il martirologio geronimiano cita i loro due nomi ed il sacramentario di Verona fornisce dei formulari per la messa della loro festa. Essa fu sempre celebrata a Roma da allora (cfr. Pierre Jounel, Le Culte des Saints dans les Basiliques du Latran et du Vatican au douzième siècle, École Française de Rome, Palais Farnèse, 1977, pp. 287-288).


Josif Droboniku, Esaltazione della Santa Croce, 2007, museo diocesano, Lungro

domenica 3 maggio 2015

“Nam Macárius Jerosolymórum epíscopus, factis Deo précibus, síngulas cruces cuídam féminæ, gravi morbo laboránti, admóvit; cui cum réliquæ nihil profuíssent, adhíbita tértia Crux statim eam sanávit” (Lect. V – II Noct.) - IN INVENTIONE SANCTÆ CRUCIS

Questa data ricorda il recupero della santa Croce, al tempo dell’imperatore Eraclio ed il dono che ne fece questi, verso il 629, a Zaccaria, patriarca della città di Gerusalemme, da dove, qualche anno prima, i Persiani l’avevano prelevata per trasportarla presso di loro. Questa festa fu accolta con favore nelle diverse liturgie occidentali, mentre in Oriente quella dell’Exaltatio Sanctæ Crucis restò la sola in onore; in questo giorno qui, ogni anno, in ricordo della scoperta del legno sacro, avvenuta il 14 settembre 320, lo si mostrava solennemente al popolo.
In seguito, i Latini confonderanno l’oggetto delle due feste; il recupero della Croce fu identificato con l’Exaltatio del 14 settembre e la solennità del 3 maggio fu consacrato a celebrare la sua scoperta sotto Costantino. Bisogna d’altronde osservare che l’Esaltazione fu accolta piuttosto tardivamente nel Sacramentario di Adriano, perché questo giorno, a Roma, era quello del natale di san Cornelio.
Il Liber Pontificalis è il più antico documento romano a legare la scoperta della santa Croce al 3 maggio, in dipendenza del testo latino della leggenda di Giuda Ciriaco (L. Duchesne, Le Liber Pontificalis, Coll. Bibliothèque des Ecoles Françaises d’Athènes et de Rome, tomo 1, Paris 1886, p. 167). Lo storico della liturgia Antoine Chavasse ha mostrato come la festa dell’Inventio Crucis, di origine orientale, era stata introdotta dal primo quarto del VI sec. in diversi tituli romani, senza riuscire a penetrare nella liturgia papale (A. Chavasse, Le Sacramentaire Gélasien, Paris 1958, pp. 350-364). La si trova nel VII sec. nei sacramentari gelasiano e gregoriano. La sua celebrazione è attestata in maniera costante a Roma tra il IX ed il XII sec.
L’antifonario di San Pietro corrobora la visione di Chavasse sulla dipendenza della festa dell’Inventio S. Crucis rispetto alla leggenda di Giuda Ciriaco, poiché due antifone ne sono tratte: Orabat Judas e Cum orasset Judas (Queste due antifone non sono proprie all’antifonario del Vaticano. Si trovano in numerosi manoscritti: v. R. J. Hesbert, Corpus Antiphonalium Officii, tomo 3, Roma 1968, nn. 2020 e 4172. Sulla storia del culto della Santa Croce, v. A. Frolow, La relique de la Vraie Croix, recherches sur le développement d’un culte, Paris 1961, e, dello stesso autore, Les reliquaires de la Vraie Croix, Paris 1965). Tanto in Vaticano quanto al Laterano si celebrava al Mattutino i due primi notturni dei santi martiri Alessandro, Evenzio e Teodulo ed il terzo della santa Croce (cfr. Pierre Jounel, Le Culte des Saints dans les Basiliques du Latran et du Vatican au douzième siècle, École Française de Rome, Palais Farnèse, 1977, p. 235).
La messa odierna è posteriore al periodo gregoriano: per questo le antifone dell’Introito e dell’Offertorio sono tratte da altre messe più antiche.
La colletta di oggi si trova già nel Gelasiano e fa allusione alla resurrezione del defunto sul quale il vescovo di Gerusalemme depose la vera Croce per distinguerla da quella dei due ladroni. I prodigi compiuti nella passione di Gesù sono le differenti risurrezioni dei patriarchi e dei santi di Gerusalemme nel momento in cui il Salvatore spirò sulla Croce.
La festa della santa Croce, nel mezzo degli splendori del tempo pasquale, offre un profondo significato liturgico. Il Signore chiama la sua crocifissione il giorno del suo trionfo e della sua esaltazione, e ciò è vero. Sulla Croce vinse la morte, il peccato ed il demonio, e su questo legno trionfale innalzò il suo nuovo trono di grazia, di misericordia e di salvezza. Questo è il senso del melodioso canto alleluiatico tratto, oggi, dal Sal. 96 (95): «Il Signore regnò dal legno». Questa versione, però, non corrisponde più al testo ebraico attuale; esso ci è stato trasmesso attraverso gli antichi Padri, come san Giustino, che accusarono i Giudei di averlo mutilato (Cfr. san Giustino, Dial. Trifone, 73, 1; Tertulliano, Contro i Giudei, X). Già la Lettera di Barnaba, del resto, insegnava che «il regno di Gesù è sul legno» (VIII, 5: I Padri Apostolici, Roma 1984, p. 198) ed il martire san Giustino, citando quasi integralmente il Salmo nella sua Prima Apologia, concludeva invitando tutti i popoli a gioire perché «il Signore regnò dal legno» della Croce (Gli apologeti greci, Roma 1986, p. 121). Su questo terreno è fiorito l’inno del poeta cristiano Venanzio Fortunato, Vexilla regis, in cui si esalta Cristo che regna dall’alto della Croce, trono di amore e non di dominio: Regnavit a ligno Deus.
Troviamo una prova che la messa non è tratta dal Sacramentario Gregoriano nel fatto che il Vangelo (Gv 3, 1-15) non è tratto dall’ultimo discorso di Gesù, da dove l’uso romano attingeva di preferenza durante il ciclo pasquale. La scelta è stata tuttavia felice, perché il serpente di bronzo alzato da Mosé nel deserto è un tipo profetico dell’Exaltatio Sanctæ Crucis festeggiato oggi, ed indica un’epoca dove si celebrava ancora, il 3 maggio, l’originaria esaltazione della vera Croce, dovuta all’imperatore Eraclio.
La colletta sulle oblate, tratta dal Sacramentario Gelasiano, rivela dei tempi agitati dalle guerre e dalle invasioni nemiche, probabilmente quelle dei longobardi.
Il Prefazio è in onore della Croce come nell’ultima quindicina della Quaresima.
L’antifona della Comunione rivela essa stessa la preoccupazione che dominava gli spiriti quando, nel Sacramentario Gelasiano, fu accolta la festa di questo giorno, vale a dire quella di ottenere il soccorso dal cielo contro gli invasori del Ducato romano.
Dio ha amato accordare una così grande virtù al segno della croce, che è sufficiente benedire i fedeli per mettere i demoni in fuga e procurare alle anime devote delle grazie abbondanti. Gli antichi avevano una tale devozione per il segno della croce che, a dire dei Padri, non cominciavano mai nessuna azione senza esserne muniti. Giuliano l’apostata, durante un sacrificio pagano, mise, si dice, parecchie volte il demonio in fuga, perché istintivamente, alla sua prima apparizione, aveva lui stesso usato il segno della salvezza. Riferisce la notizia San Gregorio Nazianzeno, Oratio IV, Adversus Julianum imperatorem prior Invectiva, nn. 55-56: «Ad crucem confugit, eaque se adversus terrores consignat, eumque quem persequabatur in auxilium adsciscit. Valuit signaculum, cædunt dœmones, pelluntur timorés. Quid deinde? reviviscit malum, rursus ad audaciam redit; rursus aggreditur; cursus iidem terrores urgent, sursus obiecto signaculo dæmones conquiescunt, perplexusque hœret discipulus» (in PG 35, col. 531 ss., partic. coll. 578-579). Al fatto allude anche Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, allorché, in una sua opera, riprendendo Gregorio di Nazianzio, ricorda che: «Giuliano apostata, benché fosse nemico di Gesù Cristo, nondimeno, sapendo la virtù del segno della croce, quando era atterrito da’ demoni segnavasi colla croce, e i demoni fuggivano» (Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, La vera sposa di Gesù Cristo, cioè la monaca santa per mezzo delle virtù proprie d’una religiosa, Napoli 1760-61, ora in Opere Ascetiche, Voll. XIV-XV, CSSR, Roma 1935, p. 52).
Nel Medioevo non si cominciava nessuno scritto pubblico, iscrizione, legge, ecc., senza aver tracciato prima la croce. Questa teneva luogo della firma per coloro che non sapevano scrivere, e precedeva spesso quella degli ecclesiastici. In numerose campagne, si giungeva perfino a segnare di una croce la pasta ed il pane prima di cuocerli. E tale usanza sopravvive talora anche nel Sud Italia.
A Roma, sulle porte della Città restaurata durante il periodo bizantino, si vedono ancora graffiti, che rappresentano la croce greca, la quale si trova anche sugli orifizi delle cisterne e dei vecchi pozzi, sulle bocche dei forni e sugli oggetti domestici. Fino ancora al periodo prima della II Guerra Mondiale, per far apprendere le lettere e le sillabe ai bambini, si adoperava un piccolo libro intitolato Santa Croce a causa del segno di salvezza che, secondo una tradizione di più di quindici secoli, precedeva l’alfabeto.
L’antichità ci ha trasmesso anche dei reliquiari a forma di croce su cui si incidevano talvolta delle formule di esorcismo; abbiamo per esempio una croce d’oro raccolta dallo stesso Pio IX in una tomba del cimitero di Ciriaco.
La più celebre di queste croci con formula di esorcismo è quella che è conosciuta sotto il nome di medaglia di san Benedetto e di cui l’efficacia è oggi ancora sperimentata con successo contro le insidie del demonio. Ma si potrebbe ricordare anche quella, non meno efficace per lo stesso scopo, di sant’Antonio di Padova.


Lodovico Cardi detto il Cigoli, L'imperatore Eraclio porta la Croce a Gerusalemme, 1594, Chiesa di S. Marco, Firenze

domenica 14 settembre 2014

"Prótege, Dómine, plebem tuam per signum sanctae Crucis, ab ómnibus insídiis inimicórum ómnium" (Ant. Offert.) - Esaltazione della Santa Croce



Già da ieri, come degna introduzione all'odierna festa, abbiamo come questa sia festeggiata, ai nostri giorni, a Gerusalemme e come nasca quella che oggi è la Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme.
Stamane abbiamo già evocato l'antico inno di Venanzio Fortunato, Vexilla Regis prodeunt (v. anche qui), nonché il Prefazio in tono solenne.
Oggi, dunque, è l’anniversario della riscoperta della santa Croce (14 settembre 320) e della (prima) dedicazione – un quindicennio dopo (13 settembre 335) – della basilica costantiniana, il Martyrium, sul luogo della crocifissione del Signore, da parte della pia imperatrice sant’Elena, che abbiamo commemorato lo scorso 18 agosto.
A dire il vero, Eusebio di Cesarea, pur ricordando nella Vita Constatini i lavori sul sito del Santo Sepolcro, non menziona il ritrovamento della Croce. Il primo riferimento ad essa è nelle Catechesi di san Cirillo di Gerusalemme (PG 33, col. 468, 686 e 776), scritte nel 348 circa, cioè quasi un ventennio dopo il rinvenimento. La testimonianza di questo Padre della Chiesa circa il grande ritrovamento della Croce sotto il regno di Costantino viene ritenuta attendibile, facendone il santo vescovo menzione persino in una lettera all'imperatore Costanzo (in PG 33, col. 52, 1167). In seguito sia sant'Ambrogio (nel De obitu Theodosii, §§ 45-48, in  PL 16, col 401) sia  Rufino (Hist. eccl., lib. I, cap. VIII, in PL 21, col. 476) vi faranno menzione.








In seguito, la pellegrina Egeria (o Eteria), nel suo Diario di viaggio, ci assicura che il Ritrovamento era commemorato liturgicamente nell'odierna data sul Calvario, a Gerusalemme (Egeria, Diario di viaggio, 48.1-2).
Peraltro va anche posto in luce come non sembra che la scelta della data 13 settembre per compiere la dedicazione degli edifici del Golgota fosse casuale. È ancora Egeria a ricordarlo (ibidem, 48.2). In effetti, al settimo mese, durante la festa dei Tabernacoli, Salomone celebrò, secondo la Scrittura, la dedicazione del Tempio (1 Re 8, 2 e 65). Per i cristiani l’Anastasis ed il Martyrium erano veramente il nuovo Tempio di Gerusalemme. Allorché essi moltiplicarono le basiliche sui luoghi teofanici dell’Antico e del Nuovo Testamento, essi lasceranno all’abbandono il Tempio sul quale pendeva ancora la memoria di Gesù e degli Apostoli.
Al di là di ciò, considerando l’importanza religiosa della Città santa, questa festa si diffuse rapidamente in tutto il mondo cristiano, soprattutto orientale, tanto più che delle particole della vera Croce furono portate, fin dal IV sec., da Gerusalemme in molte chiese di Oriente e di Occidente; e si prestò attenzione anche a riprodurre, nelle principali città, le cerimonie solenni del culto di Gerusalemme verso la santa Croce, stendardo trionfale della salvezza cristiana.
A Gerusalemme la festa era celebrata in otto giorni da più di cinquanta vescovi e preceduta da quattro giorni di preparazione. Una folla immensa di pellegrini provenienti dall’Egitto, dalla Mesopotamia e dalla Persia affluivano allora sul Calvario e si mostrava loro l’augusto segno della Redenzione, tanto che la solennità ricevette pure il nome di Ύψωσις του τιμίου και ζωοποιού Σταυρού, cioè di Esaltazione della santa e vivificante Croce.
Fu in occasione di questa festa che la cortigiana Maria Egiziaca, essendo venuta nella Città Santa per peccare, invece si convertì e cambiò vita. All’età di ventinove anni, infatti, Maria incontrò ad Alessandria d’Egitto un gruppo di pellegrini, che si stavano imbarcando per Gerusalemme e, spinta dal desiderio di lasciare l’Egitto per visitare nuove terre, ma anche di compiere una sorta di anti-pellegrinaggio cercando nuovi clienti, s’imbarcò con loro, seducendoli uno dopo l’altro. Una volta arrivata nella città, appunto il giorno della Festa dell’Esaltazione della Croce, fu impedita dal recarsi insieme ai suoi compagni nella Basilica da una forza che la tratteneva poiché indegna di ossequiare la Croce di quel Cristo, che, con i suoi comportamenti lussuriosi, tanto disprezzava. Resasi conto del motivo di quell’impedimento, si mise a pregare davanti all’icona della Madre di Dio e solo dopo riuscì ad entrare e ad adorare la Croce di Gesù. Uscendo, pregò nuovamente davanti alla stessa icona della Madre di Dio e sentì una voce che le disse «se attraverserai il fiume Giordano, ritroverai quiete e beatitudine» (San Sofronio di Gerusalemme, Vita Mariæ Ægyptiae, §§ 19, 22-25, in PG 87, col. 3711-3716).



Autore ignoto, Busto-reliquiario argenteo di S. Maria Egiziaca, 1699, Cappella del Tesoro, Duomo, Napoli

Tornando alla nostra festa, va ricordato che, in seguito, i Latini confusero questa ricorrenza con quella della restituzione della santa Croce all’imperatore Eraclio da parte dei Persiani. Il Basileus, in detta circostanza, portò egli stesso la reliquia da Tiberiade a Gerusalemme, dove la rimise al patriarca Zaccaria, il 3 maggio 630.
La riscoperta della Croce, ripresa agli infedeli, riempì di entusiasmo soprattutto i Latini. Così, mentre gli orientali continuarono a celebrare in pompa magna la dedicazione del Martyrium, il 14 settembre, in Occidente, al contrario, la festa del 3 maggio, più popolare, subì solamente un’alterazione nel suo titolo e nel suo significato, diventando semplicemente dies sanctæ Crucis, o inventio sanctæ Crucis.
La festa del 14 settembre si trova tuttavia nel testo di Wissembourg del Martirologio Geronimiano e nel Sacramentario Gregoriano. Fu conservata dunque nei manoscritti, ma, quanto alla pratica liturgica, nei paesi occidentali, vi si fece posto molto lentamente, perché il 14 settembre era occupato già dalla festa della martiri Cornelio e Cipriano.  
A Roma, dal IV sec., si faceva, infatti, in questo giorno, la memoria dei santi Cornelio e Cipriano. La Depositio Martyrum del 354 annunciava: Cypriani Africæ. Romæ celebratur in Callisti. Il vescovo Cipriano era stato decapitato a Cartagine giusto il 14 settembre 258. Per cui, nell’Urbe, si celebrava il suo natale nella cripta del suo amico, il papa Cornelio, che era morto esiliato a Centumcellæ (Civitavecchia) nel giugno 253. Essa fu sempre celebrata a Roma da allora.
Tuttavia, sempre a Roma, il papa Simmaco (498-514) aveva organizzato nella basilica vaticana un oratorio, nel quale si conservava un frammento della santa Croce. È là che apparve, nel VII sec., la venerazione della Croce il 14 settembre. Alla fine di questo secolo, il papa san Sergio I, che abbiamo già incontrato in occasione dell’Assunzione, scoprì nella sacrestia di San Pietro un reliquiario nel quale si trovava un frammento miræ magnitudinis della Croce del Signore. Egli lo trasportò al Laterano, dove, da allora, dice il redattore del Liber Pontificalis, ab omni populo christiano, die Exaltationis sanctæ Crucis, osculatur ac adoratur (L. Duchesne, Le Liber Pontificalis, Coll. Bibliothèque des Ecoles Françaises d’Athènes et de Rome, tomo 1, Paris 1886, p. 102). È così che le basiliche del Vaticano e del Laterano sono legate alle origini romane della festa della Santa Croce (cfr. Pierre Jounel, Le Culte des Saints dans les Basiliques du Latran et du Vatican au douzième siècle, École Française de Rome, Palais Farnèse, 1977, pp. 287-288).
Nel tardivo Ordo Romanus di Cencio Camerario, è detto che questa mattina il Papa ed i Cardinali dovevano recarsi all’oratorio di San Lorenzo, nel Patriarchium del Laterano, per prendervi il Legno della santa Croce. Al canto del Te Deum la processione si recava dapprima all’oratorio di San Silvestro dove l’avevano preceduto già il primicerio della Schola ed i suoi cantori. Lì aveva luogo la solenne adorazione del Legno sacro, come la si fa ancora soltanto il Venerdì Santo. Fin dal IV sec., la si faceva anche in questo giorno dell’Ύψωσις, a Gerusalemme ed a Costantinopoli. Durante l’adorazione, si cantavano le antifone ed i salmi dell’ufficio dell’aurora.
Quando la cerimonia era terminata, e dopo che tutto il clero era andato ad inginocchiarsi davanti alla santa reliquia, la processione si dirigeva infine verso la grande basilica del Salvatore al Laterano, dove, dopo il canto dell’ora Terza, il Papa celebrava il divin sacrificio.
In questa data, entrava in vigore la lett. ap. data in forma di motu proprioSummorum Pontificum, promulgata dal nostro papa Benedetto XVI il 7 luglio 2007, che ripristinava, per la Chiesa latina, il Vetus Ordo, elevandolo a forma straordinaria della liturgia.



La gloria del Cristo, trionfante della morte e del peccato, ha le sue radici nell’umiliazione della Croce, che, da strumento di infamia, è diventata, mediante Gesù, la virga virtutis suæ quam emitiet Dominus ex Sion, cioè quella verga mistica cantata un tempo dal salmista.
In una tomba del cimitero di Ciriaco, Pio IX raccolse un’antica croce d’oro sulla quale era incisa quest’iscrizione su un lato.

EMMANOTHA • NOBISCUM • DEUS

Sull’altro la seguente:

CRVX • EST • VITA • MIHI
MORS • INIMICE • TIBI

O Emanuele, Dio con noi / La Croce è vita per me; morte, o nemico [il diavolo], per te.
Questa preziosa croce è conservata nella Biblioteca vaticana. La sua iscrizione si avvicina a quella della medaglia o Croce di san Benedetto, arricchita di indulgenze, e che è molto efficace contro i demoni. È diffusa dovunque, soprattutto nelle missioni di Africa e dell’Asia, dove è adoperata contro gli atti di stregoneria ed i sortilegi, così comuni in queste regioni pagane.
Si tratta di una breve formula di esorcismo, incisa su una medaglia, dove sono stampati, da un lato il segno consacrato della Redenzione e, dell’altro, l’immagine del patriarca san Benedetto che alza la Croce contro i demoni. La benedizione di questa medaglia indulgenziata è riservata ai monaci benedettini.
Ecco la formula di esorcismo che forma i due rami della Croce

Crux Sancta Sit Mihi Lux
Numquam daemon sit mihi Dux.

Attorno alla Croce si snoda l’iscrizione seguente: Vade retro Satana; nunquam suade mihi vana; sunt mala quæ libas; ipse venena bibas.
Gli antichi esprimevano con una grande concisione l’efficacia del segno trionfale della Redenzione nell’anagramma seguente:


Φ

Z
Ω
H

C


La Croce è Luce e Vita.






Gustave Doré, Venerazione della vera Croce, 1877

Crocifissione, mosaico absidale, basilica di San Clemente al Laterano, Roma


Tiziano, La famiglia Vendramini venera una reliquia della vera Croce, 1540 circa, National Gallery, Londra

Lorenzo Pardo Lagos, Esaltazione della Croce, 1640-60, Museo Pedro de Osma, Lima

Giovanni Carlo Bevilacqua, Esaltazione della vera Croce, 1760, Narodni galeriji, Lubiana


Carl Timoleon von Neff (Тимофей Андреевич Нефф)Esaltazione della Croce del Signore datrice di vita (Воздвижение креста), XIX sec., Cattedrale di S. Isacco, S. Pietroburgo

mosaico del Crocifisso, XX sec., Chiesa del Salvatore sul Sangue Versato, San Pietroburgo

Luc-Olivier Merson, La visione, Leggenda del XIV sec., 1872, Musee des Beaux-Arts, Lille