Sante Messe in rito antico in Puglia

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venerdì 2 aprile 2021

Dulce Ligno... i versi che cantano la teologia della Croce

In questo Venerdì Santo meditiamo le parole dell'inno Vexilla regis prodeunt.

Juan Raul Berzosa Fernández, Santissimo Cristo della Vittoria, 2021, Malaga

Dulce Ligno... i versi che cantano la teologia della Croce

di Carlo Codega

Non con l’aspro ferro della spada, ma con il dolce legno della croce Gesù ha domato la terra. Sotto una rude corteccia, questo Albero di salvezza imporporato dal Sangue divino, nasconde un nettare inesauribile e delizioso. Proviamo a suggerlo, con l’aiuto dei magnifici inni di Venanzio Fortunato che la Liturgia del Tempo di Passione accosta alle nostre labbra.


La ricchezza della Liturgia cattolica sa sempre guidare i fedeli alla meditazione e alla contemplazione dei sacri misteri della nostra Fede tramite partizioni temporali dell’Anno liturgico (i tempi liturgici), nelle quali le particolarità rituali e l’uso di testi idonei cattura l’anima del fedele e la immerge particolarmente nel mistero che si celebra. I testi liturgici, per la maggior parte, derivano dalla Sacra Scrittura – in particolar modo dai Salmi – e quindi, riguardo a questi, i loro compositori si sono limitati all’attività di compilazione, ovvero a scegliere i testi più adatti al tempo liturgico occorrente e ad accostarli tra di loro. Tra i testi non biblici presenti nella Liturgia il primo posto spetta alle orazioni, che hanno tra l’altro lo scopo di fornire la chiave di lettura dei testi scelti e di dare il tono generale del giorno. Non dobbiamo però dimenticare che – da sant’Ambrogio in poi – ogni Ora della divina Liturgia prevede un testo poetico, denominato “inno”, nel quale la creatività umana e l’ispirazione spirituale si condensa in formule di perfezione formale ammirevole e di contenuto teologico profondo. Insomma, un testo poetico ben tornito, che serva al contempo a fornire solido cibo al nostro intelletto e ad eccitare il sentimento, ovvero il gusto spirituale verso le cose sacre.


La liturgia del Tempo di Passione


Le ultime due settimane di Quaresima, secondo la forma antica del Rito romano, sono denominate “Tempo di Passione”: in queste ultime settimane di Quaresima, l’accento della Liturgia si sposta dall’aspetto intimamente penitenziale, che aveva dominato nelle settimane precedenti, al diretto e doloroso riferimento alla Passione di Nostro Signore Gesù Cristo. Ovvero, se nelle prime quattro settimane l’atteggiamento di penitenza, dolore dei peccati, orazione continua e mortificazione dei sensi ci viene suggerito dalla figura di Cristo orante e penitente nei quaranta giorni solitari nel deserto, ora l’attenzione si sposta su Cristo paziente, sullo Schiavo di Jahvè che soffre per i nostri peccati: dal Cristo che si prepara nel deserto alla sua missione nel digiuno e nell’orazione, al Cristo che a Gerusalemme prende sulle sue spalle la Croce per compiere tale missione, la Redenzione dell’umanità.

Tale cambio di tono e di ritmo, in preparazione al Triduo Sacro, è segnato soprattutto dal cambio degli inni utilizzati nelle Ore maggiori (Mattutino, Lodi e Vespri): i lenti e ascetici inni di Quaresima (Ex more docti mystico, O sol salutis intimis, Audi benigne Conditor) cedono sovranamente il passo ai molto più intensi e impetuosi inni di Passione (Vexilla regis prodeunt, Pange lingua), i quali, nonostante il tema doloroso, sono caratterizzati da una coloritura piuttosto gloriosa e trionfale, incentrata attorno al “Trionfo della Croce”. Chiariremo in seguito il perché di questo tono, ma per il momento ci limitiamo a fissare la nostra attenzione sull’autore di questi inni, Venanzio Fortunato, nome che ai più non dice nulla, ma che nell’epoca tardo-antica risuonava sulle labbra dei dotti e dei devoti.


Vita di un vescovo-poeta... e di una principessa-monaca


Chi è dunque questo Venanzio Fortunato? Nato nel 535 a Duplavilis, l’attuale Valdobbiadene, Venanzio Fortunato proveniva da una gens romanica e studiò nel centro di cultura preminente del nord-est d’Italia, ovvero ad Aquileia. Emergente per le sue capacità letterarie, rifiutò però l’offerta di san Paolino, vescovo del luogo, di diventare sacerdote, forse per essersi già inserito in ambienti legati al doloroso scisma tricapitolino. Spostatosi a Ravenna per continuare gli studi, insieme al compagno Felice (il futuro san Felice, vescovo di Treviso) fu toccato dalla mano di Dio, con una malattia che cambiò il corso della sua vita. I due compagni e amici furono entrambi colpiti da un misterioso male agli occhi che li avrebbe portati alla cecità e all’abbandono della carriera scolastica ed ecclesiastica; sennonché si unsero con alcune gocce dell’olio proveniente dalla lampada che perennemente ardeva presso le reliquie di san Martino, a Tours, e ne ebbero un’improvvisa e inaspettata guarigione.

Alla guarigione seguì la promessa di dirigersi in pellegrinaggio in Gallia, presso la tomba del loro munifico guaritore, ma solo cinque anni dopo Venanzio, forse anche a causa di dissapori con i dominatori bizantini, lasciò Ravenna alla volta della Gallia. Quello che doveva essere un pellegrinaggio divenne in realtà il definitivo trasferimento nelle regioni transalpine, dalle quali non avrebbe mai più preso la strada per ritornare ai suoi luoghi natali. Due fattori influenzarono questa scelta: anzitutto il legame da subito instaurato da questo giovane con capacità poetiche indiscutibili con la corte del re di Austrasia, Sigiberto, e con importanti ecclesiastici dell’epoca, come san Germano di Parigi o san Medardo di Soissons; in secondo luogo – ma in primo, considerata l’importanza – la conoscenza con una celebre donna dell’epoca, santa Radegonda. Il nostro la conobbe a Saix, dove ella guidava in quanto badessa una comunità monastica, e ben presto capì di essere al cospetto di una religiosa di statura spirituale non comune. Figlia del re di Turingia, Radegonda era stata presa come bottino di guerra dai merovingi, il cui re, Teodorico I (figlio del famoso Clodoveo), la costrinse a sposare il figlio Clotario, il quale aveva già diverse mogli, ripetutamente prese e lasciate. La nostra principessa turingia aveva però ben altri sogni per la testa: quest’anima in cui il Cristianesimo era penetrato fino alle midolla, voleva da sempre essere una vergine, pertanto ben presto scappò dal marito per realizzare la sua vocazione. Ricevette il velo da san Medardo e si trasferì a Tours: qui il promesso marito cercò di riprendersela in casa, sennonché lei fuggì per un campo che i contadini stavano seminando con avena, la quale crebbe immediatamente e in misura straordinaria, tanto da coprire la fuga della giovane innamorata di Cristo. La statura morale di questa monaca convinse Venanzio a divenire economo del monastero di Saix e, di lì a poco, del neonato monastero di Santa Croce di Poitiers.
Nel frattempo il nostro letterato, senza mai cessare la frequentazione della corte – dove le sue poesie erano altamente apprezzate –, ricevette anche il sacro Ordine del presbiterato, divenendo pertanto confessore e direttore spirituale delle monache di santa Radegonda. Eletto infine come vescovo alla sede di Poitiers nel 592, non interruppe la familiarità con il monastero di Santa Croce e nemmeno le sue occupazioni letterarie, divenendo uno dei più celebri poeti della sua epoca.


Gli inni di Passione


Perché questo interesse per la vita di Venanzio Fortunato? Perché nel 569 santa Radegonda, sfruttando le sue ampie conoscenze nobiliari ed ecclesiastiche, ottenne in dono dall’imperatore d’Oriente Giustino II, per il neonato monastero di Santa Croce, una reliquia della vera Croce, e proprio l’arrivo di questo prezioso tesoro spirituale fu l’occasione che spinse il nostro Venanzio a comporre i due già citati inni del Tempo di Passione, ovvero il famosissimo Vexilla Regis (I vessilli del re) e il meno celebre Pange Lingua (Canta, o lingua), da non confondere con il famoso inno eucaristico di san Tommaso d’Aquino, che ricalca il medesimo incipit.

È da far notare, fin da subito, che le circostanze di composizione spiegano ampiamente come l’intento del nostro poeta ecclesiastico non fu direttamente quello di cantare la dolorosa Passione di Nostro Signore, quanto piuttosto quello di celebrare il trionfo glorioso della Croce... un trionfo che certo passa per la sconfitta, una gloria che passa per la sofferenza, ma che alla fine si risolve in una vittoria senza appello sul demonio, utilizzando peraltro, in un ribaltamento provvidenziale, gli stessi strumenti usati dal maligno per soggiogare gli uomini. Non a caso, dunque, gli stessi inni del Tempo di Passione sono usati anche nella festa dell’Esaltazione della Santa Croce del 14 settembre (e in quella ormai soppressa dell’Invenzione della Santa Croce del 3 maggio). Facciamo notare inoltre che l’inno Vexilla Regis ha subito nel corso dei secoli diverse correzioni e revisioni filologiche, la prima, in particolare, con la riforma del breviario da parte di Urbano VIII e la seconda con quella seguita al Vaticano II, che tende a tornare all’originale ma a volte con qualche differenza.

Ad ogni modo proviamo a suggere da questi magnifici inni il succo teologico e spirituale, che sotto la scorza di un poetare altamente raffinato, può nutrire la nostra anima con la dolce asprezza della Passione di Nostro Signore. 


Salve altare, salve vittima


Per quanto l’accento degli inni pittavini non cada principalmente sul tema della Passione e Morte espiatrice di Nostro Signore, la Redenzione è ben presente ed espressa in termini poeticamente grandiosi, anche se con un accento sempre trionfale, come in questo solenne saluto della Croce e del Crocifisso:


«Salve ara

salve victima

de passionis gloria»

 

(VR1, «Salve altare, salve vittima della gloria della passione»).


Come imperituro monumento di battaglia e di trionfo, la Croce si staglia sulle nostre teste negli inni di Venanzio, mentre noi possiamo solo contemplarla ai piedi del Calvario, facendoci umili e pentiti dinanzi alla grande opera della Redenzione. La Croce è infatti il nuovo altare ove l’Agnello immolato dà liberamente e spontaneamente la propria vita per la Redenzione del mondo:

«Sponte libera Redemptor, passioni deditus,

agnus in Crucis levatur immolandus stipite»


(PL2, «Il Redentore spontaneamente si consegna alla sua passione: l’agnello si solleva per essere immolato sulle braccia della Croce»).


Anzi, la stessa figura della Croce, con il suo braccio orizzontale agganciato sulla trave verticale a modo di stadera (la bilancia a due braccia) ci ricorda come il peso dei nostri peccati, dei peccati dell’umanità, abbia dovuto essere uguagliato dal peso dei meriti di Cristo per ristabilire il divino equilibrio del cosmo:


«Beata, cuius brachiis

pretium pependit saeculi:

statera facta corporis,

praedam tulitque tartari»


(VR1, «Beata Croce, dalle cui braccia pendette il prezzo del mondo: del corpo di Cristo resa una bilancia, strappò via la preda dell’inferno»).


È qui che emerge l’aspetto più prettamente redentivo: “redimere” significa per gli antichi “ricomprare”, ovvero l’umanità, divenuta con il peccato schiava di Satana, doveva essere riscattata e ricomprata al prezzo infinito del Sangue di Cristo, in modo che sulla stadera il peso dei meriti del Redentore eguagliasse e superasse quello dei nostri peccati.

Il prezzo versato però fu proprio quello del suo Sangue, cioè della sua Passione e Morte dolorosa, sulla quale anche Venanzio di Poitiers si sofferma, con diligente attenzione ai dettagli dolorosi:


«Felle potus ecce languet: spina, clavi, lancea

mite corpus perforatur; unda manat, et cruor:

terra, pontus, astra, mundus

quo lavantur flumine!»


(PL2, «Gustato il fiele, eccolo languire: spine, chiodi e lancia perforano il mite corpo; scaturiscono sangue ed acqua, grazie al cui afflusso vengono lavate terra, mare, astri e l’intero universo»).


E ancora nel Vexilla Regis torna a ricordarci come accanto al Sangue, prezzo versato per la redenzione dell’umanità, dal costato di Cristo sia scaturita la benefica acqua per lavare gli uomini e purificarli dal peccato:


«Quae vulnerata lanceae

mucrone diro, criminum

ut nos lavaret sordibus,

manavit unda et sanguine»


(VR2, «Il quale dopo essere stato ferito dalla crudele punta di una lancia, per lavarci dalle sporcizie dei nostri crimini, stillò acqua e sangue»).


Dalla vita alla Vita, attraverso la morte


Il sangue e l’acqua compendiano così la Redenzione dolorosa attuata da Cristo, ma, con un imprevisto ribaltamento glorioso e divino, la morte diviene vita, l’apparente sconfitta una vittoria e il sangue, anziché imbrattare il legno della Croce, lo imporpora, conferendogli un aspetto regale, mentre le stille adornano l’immenso “reliquiario” ligneo della Croce con gemme di immenso valore.

In effetti tra le strofe meglio riuscite dei capolavori poetici del Fortunato, non si può dimenticare il sublime gioco di parole del Vexilla Regis nella sua prima stanza, secondo la revisione operata sotto Urbano VIII:


«Qua Vita mortem pertulit

et morte vitam protulit»


(VR2, «Con la quale la Vita sopportò la morte e tramite la morte portò la vita»).


Il chiasmo poetico che incrocia tra loro morte e vita nei due versetti, e il richiamo assonante ma antitetico di profero-perfero (cioè sopportare-apportare), individua con sintesi poetica il mistero della Redenzione.

Mentre la sequenza pasquale Victimae paschali parla di un mirabile conflitto tra vita e morte («Mors et vita duello conflixere mirando»), negli inni di Venanzio si assiste piuttosto al richiamo e al ribaltamento tra vita e morte, nelle due accezioni spirituale e corporale. Gesù che, in quanto Dio, è la Vita per essenza, tramite la Croce sopportò la morte nella sua natura umana, al fine di portare, tramite la potenza della sua natura divina, la vera vita, la vita divina della grazia e quella del Paradiso agli uomini. Pertanto proprio tramite la morte in Croce, Colui che era la vita in sé e per eccellenza, poté comunicare a noi la sua stessa vita divina, tramite l’adozione a figli di Dio. La sublime riflessione del vescovo di Poitiers, in fondo, è una chiosa del pensiero paolino secondo cui Gesù con la sua morte in Croce ha strappato il pungiglione alla morte (cf. 1 Cor 15,55): la morte fisica e umana cioè rimane nel mondo, come conseguenza del peccato, ma, grazie al dono della vita divina e della Risurrezione, tutta la sua drammaticità è cancellata. Peraltro già sant’Agostino si era espresso in termini molto simili a quelli di Venanzio, giocando sui concetti di vita e morte nel suo commento al Vangelo di Giovanni, che è forse la fonte di ispirazione più diretta di Venanzio: «Non è forse la Vita Cristo? Ma nella morte di Cristo la morte è morta, poiché la vita ha ucciso la morte». Proprio per questo in un accento di lirismo, Venanzio Fortunato può riservare alla Croce l’epiteto di speranza, unica speranza dell’umanità peccatrice: «O Crux, ave, spes unica» (VR3).


L’inganno divino


Tale ribaltamento, anzi, viene approfondito dal Vescovo pittavino in chiave di ricapitolazione e di ricircolazione: Dio dimostra la sua sovranità e onnipotenza non solo ribaltando il testamento di morte e schiavitù del peccato originale, in un testamento di vita e liberazione a favore dell’umanità, ma lo fa ripercorrendo a ritroso e utilizzando gli stessi mezzi con cui il demonio aveva pervertito i progenitori Adamo ed Eva. Alla frode demoniaca del serpente, Dio risponde con una “frode divina” – questa volta a danno dell’angelo maligno e non dell’umanità – e, anzi, alla frode aggiunge una beffa, in modo tale che la vittoria sul demonio sia un vero e proprio trionfo, a cui si accompagna l’umiliazione dell’antico serpente. Infatti, secondo il principio enunciato dallo stesso Venanzio:


«Hoc opus nostrae salutis ordo depoposcerat,

multiformis proditoriis arte ut artem falleret,

et medelam ferret inde, hostis unde laeserat»


(PL, «Questa opera della nostra salvezza richiedeva un ordine, affinché l’abilità dell’ingannatore venisse vinta con altrettanta abilità e si traesse la cura, proprio da dove il nemico aveva procurato il danno»).


La stessa arte ingannatoria, cioè, con cui il malvagio serpente aveva tratto in fallo Adamo ed Eva, doveva essere ora utilizzata da Cristo nella Redenzione.

Riprendendo il pensiero dei Padri della Chiesa – in particolare sant’Ignazio di Antiochia e san Girolamo – Venanzio Fortunato ricorda come la stessa Incarnazione del Verbo faccia parte di questa truffa divina. Innanzitutto accettando la condizione umana ed entrando nel grembo verginale di Maria, il Verbo Incarnato ingannò il demonio, che non si aspettava che il Creatore si facesse creatura nel ventre di un’umile fanciulla:


«Quando venit ergo sacri plenitudo temporis,

missus est ab arce Patris natus, orbis conditor,

atque ventre virginali carne factus prodiit»


(PL, «Quando venne pertanto la pienezza del tempo sacro, il Figlio, creatore dell’universo, fu inviato dalla dimora del Padre e fattosi carne entrò nel ventre verginale»).


Il secondo tempo di questo ben ordito inganno fu quello di scegliere non solo l’umanità, ma la condizione più umile e dimessa, nascendo in una mangiatoia e sperimentando le sofferenze della fame e del freddo, nonché la dipendenza da una creatura umana:


«Vagit infans inter arcta conditus praesepia:

membra pannis involuta Virgo Mater adligat,

et Dei manus pedesque stricta cingit fascia»


(PL2, «Il neonato vagisce, posto nella stretta mangiatoia: la Vergine Madre avvolge le sue membra con panni e le mani e i piedi di Dio cinge in strette fasce»).


Ma l’apice della “frode divina” si attua con la morte in Croce, ribaltando così quello che era stato uno strumento di dannazione – l’albero della conoscenza del bene e del male – in uno strumento di Redenzione, cioè il legno della Croce.

Perciò scrive Venanzio:


«De parentis protoplasti fraude Factor condolens,

quando pomi noxialis morte morsu corruit,

ipse lignum tunc notavit,

damna ligni ut solveret»


(PL1, «Il Creatore, addolorato per la frode contro i progenitori, quando con un morso del frutto nocivo furono corrotti dalla morte, scelse allora lo stesso albero, per cancellare i danni apportati dall’albero»).


Dato che tutto il male era venuto dal frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male, il buon Dio decise che sempre da un albero, da un legno, venisse la salvezza, cioè dal legno della Croce. Da un legno era venuta la dannazione, da un altro legno doveva venire la salvezza, per ribaltare la frode diabolica e umiliare definitivamente l’astuto serpente, come si canta anche nel prefazio della Santa Croce: «Ut unde mors oriebatur, inde vita resurgeret, et qui in ligno vincebat in ligno quoque vinceretur» (affinché da dove era sorta la morte, di lì anche la vita risorgesse, e colui che aveva vinto tramite un albero fosse anche sconfitto tramite un albero).

Il tema in questione divenne talmente famoso nel Medioevo che, secondo varie leggende – che trovarono consacrazione poi nella Leggenda Aurea di Iacopo da Varagine e nella celebre serie di affreschi di Piero della Francesca ad Arezzo –, l’albero da cui fu tratto il legno della Croce non era altro che un germoglio dell’albero della conoscenza del bene e del male posto da Set, terzo figlio di Adamo, nella bocca del padre morente. Fioritura certo leggendaria, quanto al contenuto, ma di precisione e bellezza teologica senza pari, nel porre in relazione il primo capo del genere umano, Adamo, con il nuovo capo, Cristo, e nel trovare continuità tra il peccato operato dal primo e la redenzione dal secondo.


Dio regnerà da un legno


Se nella scelta di usare per la Redenzione lo stesso oggetto materiale servito per il peccato originale si nota la grandezza e l’onnipotenza della sapienza divina, va detto che l’“inganno divino” si compie proprio nella morte in Croce di Cristo. Nell’apparente sconfitta del Redentore, si attua in realtà la più grande e definitiva vittoria del bene sul male, in quanto a Satana viene sottratto il mondo che era finito sotto il suo impero. Nella “morte di Dio” in Croce poi, si attua in realtà il trionfo della vita, e la possibilità per gli uomini di guadagnare la vera vita, la Vita eterna con la risurrezione dei corpi.

Sulla Croce si combatte infatti una battaglia gloriosa tra la vita e la morte, tra Cristo e Satana, tra il bene e il male, come si celebra nella prima strofa di evidente sapore epico:


«Pange, lingua, gloriosi lauream certaminis,

qualiter Redemptor orbis immolatus vicerit»


(PL2, «Canta, o lingua, la vittoria di quella lotta gloriosa, per la quale il Redentore del mondo venendo immolato vinse»).


E in effetti, che questa vittoria sia frutto di un ribaltamento prospettico e di una sovrana truffa, per cui tutto ciò che sembra sconfitta e umiliazione diviene vittoria e gloria, è testimoniato dal fatto che quella che sembra la condanna di un malfattore, uno sconfitto della storia, è in realtà l’atto con cui Dio riprende possesso del creato, riaffermando la sua sovranità sull’umanità, fino ad allora oppressa da Satana. Il legno della Croce diviene così anche il trono su cui il Re dell’universo siede e regna, attuando così la profezia da Lui stesso data agli Apostoli: «Quando sarò innalzato attirerò tutti a me» (Gv 12,20).

Colui che, secondo sant’Agostino, «aveva domato la terra non con il ferro (della spada) ma con il legno (della croce)» (Enarrationes in Psalmos), in effetti viene cantato da Venanzio non solo come trionfatore e redentore ma anche come un sovrano che dall’alto del suo trono, la Croce, regna su tutto il mondo:


«Impleta sunt quae concinit

David fideli carmine,

dicens nationibus:

regnavit a ligno Deus»


(VR, «Si compie ciò che era cantato dal veritiero carme di Davide, dicendo alle nazioni: Dio regnerà dal legno»).


Il riferimento è al salmo 96 (95) secondo la versione Itala (mentre non vi è tale versetto nella più celebre Vulgata), un salmo del re Davide, nel quale si profetizza il trionfo di Dio su tutte le genti, un trionfo che in Cristo Crocifisso assume dimensioni più ampie e particolari inaspettati anche per l’ispirato re biblico Davide.


L’apoteosi della Croce


Il trionfo di Cristo, Re pacifico e Redentore crocifisso, glorifica anche quella Croce che, da mero strumento materiale della Redenzione, diviene il simbolo più significativo della nostra Religione. È da dire che, dal Medioevo in poi, siamo abituati a una considerazione piuttosto “dolorosa” della Croce: la Croce e il Crocifisso ci trasmettono, da san Francesco e Giotto in poi, l’immagine di un Dio che si fa uomo per soffrire e morire per noi.

L’accento sull’aspetto umano e doloroso della Redenzione non deve però farci completamente obliare l’aspetto divino e trionfante: prima di Giotto, in effetti, nei crocifissi Gesù non era dipinto nel suo aspetto sofferente ma in quello trionfante, non come “Christus patiens” ma come “Christus triumphans”, secondo l’iconografia orientale. Con la stessa mentalità nell’antichità le croci venivano forgiate come splendide realizzazioni orafe, in cui l’oro e l’argento – già di per sé preziosi – erano impreziositi da gemme splendide e lucenti, come rubini e smeraldi. Ma tutto questo aspetto trionfante e glorioso della Croce – molto vivo nel Cristianesimo antico – è in realtà tutto relativo al suo Trionfatore: è il Sangue di Cristo a imporporare la Croce, a renderla preziosa e rivestirla del colore regale per eccellenza, così come i rubini che ornavano le croci antiche non erano altro che artistiche rappresentazioni delle stille di Sangue che, anziché sporcare il legno della Croce, lo nobilitarono e impreziosirono.

Tenuto presente di questo contesto culturale, si capisce bene come negli inni di Venanzio Fortunato – e in particolare nel Vexilla regis – si celebri una sorta di apoteosi della Croce, evidente già nell’incipit di tono marziale:


«Vexilla regis prodeunt

fulget crucis mysterium»


(VR, «Avanzano i vessilli del re, rifulge il mistero della croce»).


Alla vista dell’incedere di questi stendardi crociati, la mente va subito alla grandiosa apparizione di Costantino, al quale, alla vigilia della battaglia di Ponte Milvio contro Massenzio (312), proprio la Croce apparve come segno di vittoria assicurata al suo esercito se l’avesse fatta apporre agli stendardi e agli scudi, con la famosa scritta «In hoc signo vinces». Dall’altra parte questi stendardi che avanzano conferiscono all’inno un aspetto processionale, che fu valorizzato nel Medioevo dai crociati, che a Gerusalemme lo cantavano proprio durante la processione al Santo Sepolcro.


Crux fidelis


In questa apoteosi della Croce messa in versi da Venanzio Fortunato, si possono comunque evidenziare i diversi caratteri attribuiti al dolce Legno che accolse il corpo del Redentore.

Nell’evocazione della battaglia combattuta dal Redentore sulla Croce e nel richiamo storico all’episodio di Costantino, abbiamo già visto come la Croce sia un simbolo di vittoria. Alla vittoria consegue però anche la gloria, in quanto il corpo di Cristo, mentre con la sua Passione e Morte vince sul Legno, al contempo lo adorna fornendo la Croce di una bellezza e di uno splendore che non aveva prima: la Croce in altre parole, splende di gloria e di trionfo. Quel tronco – di per sé comune e vile come gli altri – ebbe infatti il privilegio di poter toccare il santo corpo di Gesù, martoriato e afflitto ma comunque corpo del Vincitore. La Croce è nobilitata e ornata dal corpo del Redentore, glorificata dal suo contatto, così che il nudo Legno diviene un albero splendido, o, nelle parole del vescovo di Poitiers:


«Arbor decora et fulgida,

ornata regis purpura,

electa, digno stipite

tam sancta membra tangere!»


(VR, «Albero splendido e luminoso, ornato dalla porpora regale, eletto a toccare il santo corpo con il suo degno tronco!»).


Non bisogna però dimenticare che tale trionfo glorioso non va inteso in un senso mondano: la vittoria conseguita è la Redenzione e pertanto la Croce rimane un segno salvifico per eccellenza, il cui valore deriva dal Sacrificio di Cristo, dall’essersi consegnato in riscatto per il genere umano. Pertanto lo stesso Venanzio può dire beata la Croce, proprio perché – in quanto bilancia della Redenzione – ha portato il peso del Salvatore del mondo, del riscatto dell’umanità dal peccato:


«Beata cuius brachiis

pretium pependit saeculi»


(VR1, «Beata, dai cui bracci pendette il prezzo di riscatto del mondo»).


Il nostro poeta non si ferma qui, ma, nel cantare le eccellenze e le glorie dell’albero della croce, ricorda la sua unicità tra tutti gli alberi esistenti al mondo:


«Crux fidelis, inter omnes arbor una nobilis

nulla talem silva profert flore, fronde, germine»


(PL, «Croce fedele, unico albero nobile tra tutti gli altri, nessuna foresta ne genera uno simile per fiori, fronde e semi»).


Questo anche perché la vittoria conseguita sulla Croce è il trionfo della vita sulla morte, un trionfo che quasi coinvolge anche la Croce, che da morto tronco prende vita, quasi come se Cristo, la Vita, morendo, non solo ridoni vita alle anime morte al peccato, ma vivifichi anche tutto ciò che gli sta attorno, persino il tronco della Croce staccato dalle sue radici:


«Fundis aroma cortice,

vincis sapore nectare,

jucunda fructu fertili

plaudis triumpho nobili»


(VR1, «L’aroma si effonde dalla corteccia, che per sapore vince il nettare, e gioconda con il fertile frutto plaude al trionfo nobile»).


Dalla corteccia della Croce emana dunque un nettare delizioso e dolce, perché è proprio questo il carattere della Redenzione gloriosa di Cristo: che più l’aspra sevizia dei persecutori si abbatte sul suo corpo, più la sua anima si scioglie in una dolce tenerezza verso il genere umano. E di questa dolcezza sembrano partecipare tutti gli oggetti della Passione: l’anima di Cristo comunica dolcezza al suo corpo, ma anche alla Croce e persino ai chiodi.


«Dulce ferrum, dulce lignum

dulce pondus sustinent»


(PL2, «Dolce chiodo, dolce legno che sostengono il dolce peso»).


E di questa passionale dolcezza – sia nel senso di sofferente che di emotivamente accesa – sembra venire investita anche l’anima del poeta Fortunato, che in un impeto di passione poetica e mistica chiede persino alla Croce di animarsi per dimostrare la sua calda accoglienza al corpo del Redentore:


«Flecte ramos, arbor alta, tensa laxa viscera,

et rigor lentescat ille quem dedit nativitas,

et superni membra Regis tende miti stipite»


(PL, «Piega i tuoi rami, o alto albero, distendi le rigide fibre che ti ha dato la natura, affinché su un morbido tronco tu accolga le membra del supremo re»).


La Croce viene convertita da strumento di Passione a suprema dimostrazione di amore e, pertanto, a ragione merita il titolo di fedele, “Crux fidelis”. Fedele al Redentore e fedele compagna anche dei nostri giorni, perché solo nella Croce si può trovare la dolcezza della vita cristiana e solo nella Croce si può trovare speranza per l’umanità smarrita nel peccato:


«Sola digna tu fuisti ferre pretium saeculi;

atque portum praparare arca mundo naufrago,

quam sacer cruor perunxit fusus Agni corpore»


(PL, «Tu sola fosti degna di portare la vittima immolata per l’umanità e preparare un porto per il mondo naufrago, che fu bagnato dal sacro sangue, effuso dal corpo dell’Agnello»).

Fonte: Settimane di Padre Pio, 28.3.2021, fasc. 13

domenica 11 marzo 2018

La Domenica Laetare o della Rosa

Questa domenica, detta Laetare, fa da pendant a quella di Avvento, Gaudate
A Roma, la messa stazionale oggi è presso la Basilica di Santa Croce in Gerusalemme. Questa basilica, una delle sette basiliche romane di pellegrinaggio, fu edificata attorno ad una parte del Palazzo Imperiale di Sant’Elena, il Palazzo di Sessorium, trasformata in una cappella intorno all’anno 320. S. Elena aveva sparso un gran quantità di terra portata dal Golgotha, a Gerusalemme, ​​sul suolo di fondazione del santuario, dove aveva deposto diverse insigni reliquie della Passione, che sono ancora lì venerate. Alcuni decenni più tardi, la cappella fu trasformata in una vera e propria basilica, chiamata Heleniana o Sessoriana. Quando fu recuperata la vera croce, sottratta dai persiani, l’imperatore Eraclio fece dividerla in tre pezzi: Gerusalemme mantenne quella principale, ma l’imperatore inviò le altre due parti a Costantinopoli e Roma, che, naturalmente, la ricevette nella Basilica di Santa Croce in Gerusalemme (questa parte insigne del legno della vera croce fu traslata, nel 1629, per ordine di Papa Urbano VIII, nella Basilica di San Pietro, dove essa è conservata presso la statua monumentale di Sant’Elena).
La Basilica di Santa Croce in Gerusalemme a Roma rappresenta simbolicamente la città santa di Gerusalemme. È per questo motivo che i testi della Messa di questo giorno vi alludono:
Laetare, Gerusalemme, Rallegrati Gerusalemme (Introito)
Sina enim mons est in Arabia, qui conjunctus est ei, quæ nunc est Jerusalem – Il monte Sinai si trova in Arabia; essa corrisponde alla Gerusalemme attuale (San Paolo nell’Epistola di questo giorno, ai Galati);
Lætátus sum in his, quæ dicta sunt mihi: in domum Dómini íbimus - Quale gioia quando mi dissero: Andiamo alla casa del Signore (graduale);
Qui confídunt in Dómino, sicut mons Sion: non commovébitur in ætérnum, qui hábitat in Jerúsalem - Chi confida nel Signore sarà come il monte Sion: non sarà mai scosso colui che abita in Gerusalemme (tratto).
Jerúsalem, quæ ædificátur ut cívitas, cujus participátio ejus in idípsum - Gerusalemme, che è costruita come una città salda e compatta dove tutte le tribù ne fanno un popolo solo (ant. comunione).
Come la liturgia bizantina celebra quest’oggi, con gioia, la venerazione della Croce nella III Domenica di Quaresima [La III Domenica della Quaresima bizantina corrisponde esattamente alla IV Domenica di Quaresima romana, essendo differente il modo di contare: in Oriente si conta per prima Domenica di Quaresima quella che giunge al termine della prima settimana di digiuno completo, allorché a Roma questa è contata come II domenica di Quaresima], il rito romano, meditando nel mezzo della Quaresima davanti alle reliquie della Croce e Passione, non vi associa sentimenti di tristezza, ma piuttosto quelli di gioia: la Croce, un tempo simbolo della morte più vile riservata ai criminali, è diventata, mediante il sacrificio di Cristo, il glorioso albero della vita, che ci riconcilia con il Padre e riapre le porte della cielo.
Rispondendo anche all’appello dell’introito di oggi - Lætare Jerusalem – il rito romano sospende in questo giorno i rigori della Quaresima: gli ornamenti della Messa non sono più viola, ma rosa, si infiorano gli altari, il diacono e il suddiacono lasciano le casule plicate per prendere la dalmatica e la tunica che sono vesti di gioia, l’organo – muto dal Mercoledì delle Ceneri – fa risuonare questi accenti gloriosi e gioiosi.
È possibile che l’infioramento delle croci a Bisanzio in questa domenica abbia influenzato l’uso dei fiori nella liturgia occidentale di questa stessa domenica. A Roma, il Papa era solito benedire la rosa d’oro in questo giorno (vqui), che poi offriva ad una principessa cattolica o ad un santuario. Questa usanza è attestata almeno dall’XI secolo. Ecco il testo della benedizione usata in questa occasione:


(V.) Adjutórium nóstrum in nómine Dómini.
(R.) Qui fecit cælum et terram.
(V.) Dóminus vobíscum.
(R.) Et cum spíritu tuo.
Orémus.
Deus qui es lætítia et gáudium omnium fidélium, majestátem tuam supplíciter exorámus ut hanc Rosam odore visuque gratíssimam, quam hodiérna die in signum spiritúalis lætítiæ in mánibus gestámus, bene+dícere et sancti+ficáre tua pietáte dignéris, ut plebs tibi dicáta ex jugo Babilónicæ captivitátis edúcta, per Unigéniti Filii tui grátiam cæléstis Jerúsalem gáudium sincéris córdibus repræséntet.
Et quia ad honórem nóminis tui Ecclésia tua hoc signo hodie exúltat et gáudet, tu ei, Dómine, verum et perféctum gáudium et grátiam tuam largiáris, ut per fructum boni óperis in odórem illíus floris tránseat qui de radíce Jesse prodúctus, flos campi, lílium convállium mystice prædicátur. Qui tecum vivit et regnat in unitate Spíritus Sancti Deus per omnia saécula saeculórum.
(R.) Amen.
Postea imponit incensum in thuribulo. Deinde Rosam ungit balsamo imponitque ei muscum: aspergit aqua benedicta et adolet incenso.

O Dio, la cui parola e potenza hanno creato tutto,
la cui volontà governa tutte le cose,
Tu che sei la gioia e l’allegrezza dei tutti i fedeli,
Supplichiamo la Tua Maestà di voler benedire e santificare questa Rosa, così gradevole nell’aspetto e nella sua fragranza, che teniamo oggi nelle nostre mani, in segno di gioia spirituale:
affinché il popolo che Ti è consacrato, essendo strappato al giogo della cattività di Babilonia mediante la grazia del Tuo unico Figlio che è la gloria e l’allegrezza di Israele, rappresenti con cuore sincero le gioie di quella Gerusalemme celeste.
E come la Tua Chiesa, alla vista di questo simbolo, oggi esulta e gioisce per la gloria del Tuo Nome, Tu, o Signore, dalle una perfetta e vera contentezza,
gradisci la devozione,
rimetti il peccato,
aumenta la fede,
guarisci con il tuo perdono,
proteggi con la tua misericordia;
distruggi gli ostacoli,
accorda tutti i beni,
affinché questa stessa Chiesa Ti offra il frutto delle opere buone e, marciando al profumo di questo Fiore, prodotto dalla radice di Jesse, misticamente chiamato fiore del campo e giglio delle valli, meriti di gustare la gioia senza fine nella gloria del cielo, in compagnia di tutti i santi, con questo Fiore divino, che vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo in tutti i secoli dei secoli.
Amen.

Il vangelo cantato oggi è la storia della moltiplicazione dei cinque pani e dei due pesci. Questo vangelo fa parte del ciclo di preparazione al battesimo dei catecumeni, che riceveranno il Sacramento durante la veglia pasquale, e prefigura l’Eucaristia, dove Cristo, nel ringraziamento al Padre, si dona in un cibo, che non termina mai:
Perché è maggior miracolo governare tutto il mondo che saziare cinquemila uomini con cinque pani. Eppure quello nessuno l’ammira: e questo gli uomini lo ammirano, non perché sia più grande, ma perché avviene raramente. Perché chi anche adesso nutre l’intero universo, se non colui che da pochi grani fa uscire le messi? (Cristo) dunque agì da Dio. Per questa stessa potenza onde trasforma in ricche messi pochi chicchi di grano, egli moltiplicò nelle sue mani i cinque pani: perché ogni potere si trovava nelle mani di Cristo. E quei cinque pani erano come dei semi, che non furono, è vero, affidati alla terra, ma furono moltiplicati da colui che ha fatto la terra (Omelia di Sant’Agostino, vescovo, VIII lezione, III Notturno di questa domenica).

lunedì 9 ottobre 2017

Il Crocifisso di Pio XII. In ricordo del pio transito del Grande Pontefice

Per ricordare il pio transito del Venerabile Pio XII, avvenuto nella notte del 9 ottobre 1958, rilanciamo questo contributo tratto dal sito ufficiale della causa di canonizzazione del Venerabile, che spiega l’origine di una celebre immagine del Santo Padre.
Preghiamo Dio affinché voglia accordare alla sua Chiesa il riconoscimento, in terra, dei meriti di questo suo degno Pastore e Vicario di Cristo, mediante la corona della santificazione.






Il Crocifisso del Papa

Il 21 gennaio 1957, Papa Pio XII visita – inaugurandone i nuovi ambienti dopo la ristrutturazione – l’Almo Collegio Capranica, a Roma, nella festa di Sant’Agnese, dal 1457 Patrona dell’istituto romano. Pacelli aveva vissuto lì alcuni mesi, durante gli anni della sua formazione sacerdotale, e a quegli anni risale una particolare devozione del Papa ad un antico crocifisso ligneo, legato alla vita quotidiana degli alunni capranicensi. Pubblichiamo di seguito un articolo già comparso su questo sito web, riguardo proprio a questo crocifisso, ancora conservato presso l’Almo Collegio.

Il culto al Sacratissimo Cuore di Gesù è intimamente connesso al culto della Croce. Sin dalle sue prime apparizioni a Santa Margherita, Gesù mostra il cuore che tanto amò il mondo portando la croce sulle spalle. Proprio Pio XII, nella grande enciclica su questa devozione, osserva: «Una fervida devozione verso il Cuore di Gesù alimenterà e promuoverà specialmente il culto alla sacratissima Croce, come pure l’amore verso l’augustissimo Sacramento dell’altare» (Haurietis aquas, 1956).
Eugenio Pacelli dovette cominciare ad amare Gesù crocifisso sin dalla più tenera età. Non vi sono testimonianza in proposito, ma è facile immaginare che – nelle sue documentate visite alla Madonna della Strada con la mamma, presso la Chiesa del Gesù – diverse volte la donna e il bambino si saranno fermati anche innanzi all’antico Crocifisso Maggiore venerato in quella chiesa della Compagnia di Gesù.
Certamente, invece, il giovane seminarista Pacelli imparò a nutrire una particolare devozione per il crocifisso all’ingresso dell’Almo Collegio Capranica, dove per circa un anno soggiornò insieme ad altri candidati al sacerdozio. Una pia tradizione del Collegio, infatti, vuole che ciascun seminarista entrando ed uscendo dal seminario baci quel crocifisso in legno, posto tra le due rampe di scale che portano al primo piano – ove una volta avevano sede le stanze dei ragazzi.
Doveva esserci un legame particolare tra quel crocifisso e il giovane Eugenio Pacelli, se è vero – come non c’è ragione di dubitare – quello che racconta Suor Pascalina nelle sue memorie, ricordando la visita del Papa all’Almo Collegio, il 21 gennaio 1957, in occasione della riapertura dopo una importate opera di ristrutturazione: «L’ascensore (che prima non esisteva) era già pronto, perché il Santo Padre non dovesse scendere a piedi le scale, quando il suo sguardo cadde sul grande Crocifisso che, al tempo dei suoi studi, ogni alunno, all’entrata e all’uscita, soleva baciare con grande rispetto e venerazione. Si diresse subito verso la scala, la discese e baciò il “suo” Crocefisso, come aveva fatto quando era giovane».
Ancora oggi, il Crocifisso del Collegio Capranica è lì a raccogliere il saluto degli alunni. Il piede è stato recentemente rivestito di metallo prezioso, per nascondere il legno che i baci, nelle diverse generazioni, hanno consumato. Un rescritto del Sommo Pontefice, lì affisso, ricorda il dono dell’indulgenza plenaria, in alcune feste dell’anno, per chi devotamente baci quell’immagine – alla quale, si legge in latino, «hanno spesso volto gli occhi gli alunni che si preparavano al sacerdozio, implorando la grazia della fedeltà al futuro ministero, e ancora oggi guardano gli alunni».
Sull’immagine, è ben visibile il segno della ferita al costato, con la scia di sangue, copioso, che dal quel Cuore aperto uscì, misto ad acqua. Se davvero – come ebbe a scrivere Pio XII nel 1956 – «nessuno capirà davvero il Crocifisso, se non penetra nel suo Cuore», c’è da credere che il giovane Pacelli tante volte avrà guardato quel Cuore trovando rifugio ed intelletto in esso.


LEGGI QUI LA PREGHIERA DI PIO XII AL CROCIFISSO

Fonte: Papa Pio XII, 14.9.2017

venerdì 14 aprile 2017

Croce brachiale, un universo simbolico che educa il fedele alla vita sacramentale

Rilanciamo un articolo de LNBQ.

Croce brachiale, un universo simbolico che educa il fedele alla vita sacramentale

di Gloria Riva

Anonimo tedesco Artista attivo nella Westfalia inizi del 15° secolo. Dittico con i simboli della Vergine e di Cristo Redentore: Cristo con la croce come Redemptor Mundi (pannello di destra) c.1410 28,5 x 18,5 cm Museo Thyssen-Bornemisza, Madrid

Un anonimo artista, attivo in Westfalia nei primi decenni del 1400 realizza un dittico di straordinaria bellezza simbolica. Uno dei dipinti celebra la verginità della Madonna, mediante l’iconografia dell’Hortus Conclusus, l’altro invece illustra il fatto della Redenzione che rompe con gli antichi schemi e inaugura una nuova economia di salvezza, nella quale protagonista è ancora la Vergine Maria.

Temi e simboli oggi contro corrente ma che nella cornice di un anno eminentemente mariano, come il 2017, in cui ricorre il centenario delle apparizioni della Vergine a Fatima, tornano alla ribalta e andrebbero messi in evidenza. 

La rara iconografia della croce brachiale, ci illustra la profondità della redenzione, i suoi simboli e i suoi atti salvifici. La croce è detta brachiale o vivente perché dalle estremità di essa spuntano mani operose che indicano ciò che la morte e la risurrezione di Cristo hanno introdotto nella storia. Cristo infatti, è appeso alla croce e, benché sia evidente la ferita del costato e quindi la sopraggiunta morte del divino Condannato, ha gli occhi aperti e una carne bianchissima, indici di risurrezione. Si tratta di una mirabile fusione fra il Christus passus e il Christus Triumphans, cioè tra il Cristo della Passione e quello glorioso della Risurrezione.

Le quattro mani mostrano i modi di lettura dell’opera. In alto, una mano rivolta verso il Cielo, tiene le chiavi della Gerusalemme celeste (quelle consegnate a Pietro). Sul lato destro una mano regge una spada e decreta la fine dell’antica economia fatta di sacrifici, la quale non riusciva a spezzare le catene dell’antico male, cioè del peccato originale.

Nella parte bassa del dipinto, dalla radice del terreno, spunta una terza mano, la quale, impugnando il martello, percuote il nemico numero uno dell’uomo cioè la morte. L’ultima mano a sinistra è benedicente e testimonia la potenza salvifica della nuova economia di salvezza instaurata da Cristo.

La luce viene da destra e illumina anzitutto scene dell’antico testamento: l’altare del Sacrificio, non più necessario perché un altro Sacrificio è stato instaurato. Il vessillo dei poteri di questo mondo, spezzato dal potere sovrano che Cristo ha rivelato con la sua Risurrezione. Adamo ed Eva, in alto, e il teschio con il serpente e la mela in bocca, sospeso tra le foglie di acanto, raccontano - invece - la sconfitta ultima e definitiva del peccato dell’origine. Un uomo bendato, emblema del Primo testamento, rimane inattivo di fronte all’altare del sacrificio, perché reso inutile dal Sacrificio con la S maiuscola che fu quello di Cristo sulla croce.

Dall’altro lato, Gesù si china verso la Madre che regge un vessillo (riferimento al canto della tradizione antica Vexilla regis) e regge un calice. Maria è la corredentrice e indica a noi i mezzi della salvezza eterna: la croce (il vessillo) e l’Eucaristia. Quest’ultima è il sacramento che, dopo l’incorporazione avvenuta con il Battesimo, ci Cristifica, ci rende cioè Presenza di Cristo nel mondo. In alto infatti, sul braccio orizzontale della croce Maria regge davanti al Papa la Comunione eucaristica: si  tratta delle due dimensioni della Chiesa, quella mariana e quella petrina, sostenute dal Sacramento per eccellenza che è appunto l’Eucaristia. Ai piedi di Maria, l’altro polo della dimensione petrina che è la Parola. Solo l’Agnello è in grado di aprire i sigilli e di leggerla. Solo il Magistero che mantiene la comunione con Cristo mediante Pietro e i Sacramenti è in grado di interpretare rettamente la Parola.

Nel girale di acanto (altro simbolo di risurrezione) risplende, opposta al serpente, la Chiesa Sposa di Cristo, della quale Maria è la personificazione. Un universo simbolico, dunque, che educava i credenti alla vita sacramentale e ai capisaldi della fede cattolica. Simboli che lumeggiano aspetti oggi adombrati da una teologia riformista la quale però non sempre riesce a fare i conti con il ricchissimo corpus di rimandi vetero-testamentari che i medievali avevano invece sempre ben presenti e vivi.

Sorprendente, per la concezione teologica che il Medioevo aveva rispetto alla donna, è la sottolineatura di Maria che mostra, potremmo dire in-segna, al Papa il Mistero Eucaristico. Ella che fu il primo ostensorio dell’umanità, secondo questa bella tavola tedesca, è l’unica da invocare perché si possa tornare a una comprensione piena e totale del Mistero centrale della nostra Fede: il Dio con noi presente per antonomasia nel Sacramento dell’Altare.