Sante Messe in rito antico in Puglia

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sabato 15 febbraio 2025

Inizio del periodo penitenziale di Settuagesima

Con la Domenica di Settuagesima si depone il cantico del Signore dell'Alleluja (nonché del Gloria e dell'Ite Missa est), che sarà ripreso durante la solenne Veglia Pasquale.
In alcune realtà tradizionali, questa deposizione si compie anche dal punto di vista non solo liturgico, ma anche reale, con il rito di sepoltura dell'Alleluja. Di questo ne avevamo parlato negli anni passati (v. qui).








Monastere Saint Benoit, Brignoles. Immagini tratte da Facebook

Alla deposizione dell'Alleluja si accompagna l'introduzione del Tratto e del motto Laus tibi, Domine.

TEMPO DI SETTUAGESIMA

Esposizione dogmatica

Dopo l'entusiastica accoglienza riservata a Cristo a causa della "gloria divina che risplende sul suo volto", la Chiesa ci introduce improvvisamente nelle oscure profondità della caduta dell'uomo. Ora torna a leggere, come nel ciclo del Natale, l'Antico Testamento, per mostrarci tutte le grandi figure che hanno preannunciato l'opera redentrice di Cristo e la cui storia, che prefigura quella di Gesù, è particolarmente adatta a prepararci alla grande festa di Pasqua, in cui celebriamo il suo trionfo.

"Interrogate le Scritture", diceva il nostro Signore, "e vedrete come parlano di Me". Lex grávida Christo, l’Antica Legge è impregnata della preoccupazione per il Messia, perché tutto nel popolo di Dio lo precedeva e lo annunciava. Così, l'Antico Testamento è come un Vangelo anticipato, che illumina con straordinaria chiarezza la storia del Salvatore. Per questo motivo, la Chiesa ama stabilire un continuo parallelismo tra le prime e le ultime pagine della Bibbia. Questo parallelo si estende lungo tutto il periodo di Settuagesima e persino nella Quaresima, e lo ritroviamo chiaramente anche nel Tempo di Pentecoste.

Il quadro seguente, spiegato in dettaglio nelle domeniche successive, ci permetterà di comprendere pienamente quanto detto e ci indicherà come studiare la Settuagesima e la Quaresima per coglierne tutto il significato.

Gesù ripara gli errori commessi da Adamo. Egli è per la Chiesa il vero Noè, cioè il fondatore di un nuovo popolo; è a maggior ragione, rispetto allo stesso Abramo, "il capo del popolo eletto di Dio". È superiore anche a Giacobbe, "il protetto e il benedetto di Dio", migliore di Giuseppe, che rese il bene per il male, e più grande di Mosè, che liberò il suo popolo dalla schiavitù del peccato e lo nutrì con il vero Pane disceso dal cielo. Fondere insieme le storie del popolo di Dio, di Gesù e della Chiesa significa entrare nella mentalità che ha guidato la composizione del Messale Romano, il cui scopo è far partecipare la Chiesa al mistero pasquale, un mistero già annunciato da Israele e poi pienamente realizzato da Gesù Cristo.

Durante il tempo di Settuagesima, la Chiesa si sofferma in particolare sulla considerazione di tre figure che abbiamo appena menzionato. Vediamo la caduta di Adamo (peccato originale) e le tragiche conseguenze della sua colpa (Domenica di Settuagesima). Vediamo anche fino a che punto è giunta la malvagità degli uomini (peccati attuali) e come sia stata punita con un diluvio d'acqua (Domenica di Sessagesima). Infine, contempliamo il sacrificio di Abramo e quello di Melchisedek (Domenica di Quinquagesima), prefigurazione del sacrificio che Dio ha richiesto al proprio Figlio per espiare, con esso, i peccati di tutto il genere umano.

L'affermazione del dogma del peccato originale e il quadro delle sue funeste conseguenze fanno risaltare in Gesù il suo glorioso titolo di Salvatore.

Il Vangelo degli operai della vigna ci ricorda che la Redenzione abbraccia tutti i tempi (Domenica di Settuagesima); il Vangelo del Seminatore, che essa raggiunge tutte le anime (Domenica di Sessagesima); e la guarigione del cieco di Gerico, che segue l'annuncio della Passione, ci mostra i benefici effetti che produce in noi (Domenica di Quinquagesima).

A loro volta, le Epistole di San Paolo, lette in queste tre Domeniche, ci ricordano che la Chiesa deve compiere in questo tempo l'opera del Salvatore, entrando con generosità nell'ascesi purificatrice della penitenza.

Dal profilo Facebook Una Voce di Puebla

martedì 15 agosto 2023

EXALTATA SUPER COROS ANGELORUM - Assunzione della Beata Vergine Maria in anima e corpo


Un interrogativo che sorge, in questo giorno dell’Assunzione di Maria, è: abbiamo conferme celesti di questo dogma proclamato dal Venerabile Pio XII durante l’anno santo del 1950?

La domanda sorge spontanea se pensiamo che tutti i dogmi proclamati dalla Chiesa han trovato conferma e ratifica, diciamo così, in Cielo. Segnatamente i dogmi mariani.

Così, per es., il dogma della Theotokos, della divina maternità di Maria, proclamato dal Concilio di Efeso nel 431 d.C., da parte la circostanza che il titolo lo si trovava già nel Vangelo di Luca (S. Elisabetta, rispondendo al saluto di Maria, le disse: «a che devo che la madre del mio Signore venga a me?»: Lc 1, 43), ebbe conferma dalla viva voce della Vergine apparendo alle soglie dell’anno mille (1001 per l’esattezza) ad un conte di Ariano e ad un contadino, nel bosco del Cervaro, a sud di Foggia, in quello che è oggi è il Borgo Incoronata, una frazione della città di Foggia. Qui la Vergine Maria si presentò esplicitamente con le parole al conte: «Non temere, io sono la Gran Madre di Dio, voglio che mi sia eretta qui una cappella per essere venerata dai fedeli […]» (v. qui).

In modo non dissimile, fu confermato – sempre riguardo a Maria – il dogma del suo immacolato concepimento proclamato dal beato papa Pio IX nel 1854. Addirittura, qui il dogma fu proclamato dalla stessa Vergine prima della proclamazione formale della Chiesa. A Rue du Bac, a Parigi, nel novembre 1830 (quattordici anni prima del dogma), infatti, nell’apparizione della Medaglia miracolosa a S. Caterina Labouré, poteva leggersi nell’ovale della medaglia vista dalla santa «O Maria concepita senza peccato, prega per noi che a Te ricorriamo». Non solo. Ma a Lourdes, nel 1858, la Vergine, apparendo all’ignorante pastorella S. Bernadette, ebbe modo di presentarsi con l’appellativo – incomprensibile per la ragazza - «Io sono l’Immacolata Concezione». Come a voler dire alla Chiesa: già ve l’ho detto, ma se non lo comprendete, ve lo ribadisco e confermo!

Bene. E riguardo all’Assunzione cosa possiamo dire?


Innanzitutto, abbiamo delle prove materiali di quest’evento. Sì, non abbiamo testimonianze evangeliche, ma prove materiali che ci riportano direttamente a quell’evento e la cui attendibilità è fondata su testimonianze storiche e sulla traditio plurisecolare, per non dire bimillenaria, dei fedeli. Ci riferiamo innanzitutto alla c.d. tomba della Vergine, a Gerusalemme, presso il torrente Cedron; luogo veneratissimo sin dall’antichità più remota dalla comunità cristiana gerosolomitana. Nessuno si sognerebbe mai di costruire una chiesa su un wadi (letto di un corso d’acqua) del torrente Cedron, se non ci fosse stata una tradizione assai risalente circa l’esistenza di tale tomba.

Abbiamo la testimonianza, anche questa assai risalente, intorno alla reliquia della c.d. Sacra Cintola, conservata nel duomo di Prato. Si tratta di una striscia in lana di capra, broccata in filo d’oro. Secondo la Tradizione, questa cintola sarebbe stata consegnata dalla Vergine, a prova della sua Assunzione, a S. Tommaso apostolo, il quale prima di partire per le Indie l’avrebbe affidata ad un sacerdote cristiano, e, quindi, di mano in mano, sarebbe giunta nelle mani del mercante pratese Michele da Prato, il quale, trovandosi a Gerusalemme nel 1141, la ebbe in dote per il matrimonio della figlia Maria dalla famiglia del sacerdote che la ebbe, per secoli, in custodia e che era stata consegnata da S. Tommaso. E dalle mani di questo mercante, alla fine, sarebbe giunta a Prato.

Ludovico Buti,
Madonna dà la Cintola a san Tommaso,
1588-90, Museo di Palazzo Pretorio, Prato
Ma abbiamo conferme del dogma da parte di Maria?

La risposta è affermativa. Anzi, qui la conferma precedette la proclamazione del dogma e rafforzò l’intento del pontefice del tempio, il venerabile Pio XII, nell’affermazione solenne di questa verità.

Ci riferiamo alle apparizioni – sebbene non formalmente riconosciute dalla Chiesa – della Madonna all’ex evangelico Bruno Cornacchiola, insieme ai suoi tre figlioli, alle Tre Fontane, a Roma. Nella prima apparizione, quella del 12 aprile 1947, la Madonna, presentandosi a Bruno come la “Vergine della Rivelazione”, gli attestò «[…] Il mio Corpo non marcì, né poteva marcire, Mio Figlio e gli Angeli mi vennero a prendere al momento del mio trapasso […]». In un interrogatorio da parte del tribunale ecclesiastico del Vicariato, il piccolo Gianfranco, uno dei figli del Cornacchiola, – all’epoca di appena quattro anni – così si esprimeva, come ricorda un giudice di quel collegio: «“Di’ un po’: ma com’era quella statua là?”. Dice: “Ma, no, macché! Era de ciccia!”. Un’ espressione così meravigliosa per dire: “Ma che statua! Era proprio di carne ed ossa!”. Questa definizione vuol dire che è autentica apparizione» (v. qui). In un certo qual modo, con quelle parole Pio XII vide confermata dal Cielo la sua richiesta, rivolta all’intero episcopato, del maggio 1946, con la lettera enciclica Deiparae Virginis Mariae, di sapere cosa ne pensasse della proclamazione del IV dogma mariano (per l’esattezza se ritenessero tale verità definibile e se, col loro clero e popolo, ne desideravano la definizione), che comunque ebbe risposta positiva dal 98% dell’episcopato mondiale (soltanto 22 vescovi espressero perplessità sull’opportunità di siffatta definizione e solo 6 vescovi manifestarono dubbi circa la possibilità della definizione come verità rivelata).

Come se non bastasse, papa Pacelli, alla vigilia della proclamazione dogmatica, fu confortato dal c.d. miracolo del sole, del quale già abbiamo parlato in anni precedenti (v. qui).

Per cui, anche per il dogma dell’Assunzione abbiamo la conferma dal Cielo, così com’è stato per le altre verità mariane.


Augustinus


Risplende la Regina in ori di Ofir ....
Madonna Assunta, Vorno, Capannori (LU)

giovedì 12 agosto 2021

Il dogma dell’Assunzione, espressione della Tradizione della Chiesa

«Era necessario che colei, che nel parto aveva conservato illesa la sua verginità, conservasse anche senza alcuna corruzione il suo corpo dopo la morte. Era necessario che colei, che aveva portato nel suo seno il Creatore fatto bambino, abitasse nei tabernacoli divini. Era necessario che la sposa del Padre abitasse nei talami celesti. Era necessario che colei che aveva visto il suo Figlio sulla croce, ricevendo nel cuore quella spada di dolore dalla quale era stata immune nel darlo alla luce, lo contemplasse sedente alla destra del Padre. Era necessario che la Madre di Dio possedesse ciò che appartiene al Figlio e da tutte le creature fosse onorata come Madre e Ancella di Dio», così dichiara il padre della Chiesa san Giovanni Damasceno (dopo il 650-750). Era necessario… la Fede cattolica è sempre una religione di logica, una religione di ragione, non di sentimentalismi. Tuttavia, l’uomo credente, in terra, non giungerà mai alla “perfetta scientificità” della Fede, essendo solo il Creatore Onnisciente e rimarrà sempre, per lui, una porzione di Mistero. Altrimenti che Fede sarebbe?

Gesù disse all’incredulo san Tommaso: «Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!» (Gv 20, 29). Il Giudice misericordioso premierà chi è rimasto fiducioso e fedele agli insegnamenti del Verbo incarnato senza aver toccato con mano. Infatti, nell’altra vita, Fede e Speranza spariranno in quanto non saranno più necessarie queste virtù teologali, essendo state risolte nella perfetta compiutezza di sé in Cristo. Rimarrà solo più la Carità. Ecco che credere nella Tradizione della Chiesa è un fatto sia logico che indispensabile, altrimenti non è autentica Fede cattolica.

Papa Pio XII, nella sua Costituzione apostolica Muneficentissimus Deus, del 1° novembre dell’Anno Santo 1950, dove egli porta a dogma di Fede la glorificazione di Maria Santissima con la sua Assunzione al Cielo in anima e corpo, s’incunea perfettamente nella linea aurea della Tradizione della Chiesa, quella in grado di resistere ai marosi della storia umana. La storia della Salvezza conduce un percorso molto diverso dalle correnti umane, il più delle volte pronte ad agire contro la volontà di Dio; ma l’intervento della Provvidenza divina irrompe, nonostante tutto, nella stessa storia umana, essendo più forte delle tenebre demoniache, che costantemente insidiano, come leoni ruggenti e lupi che si travestono da pecore, il corso della vita individuale e collettiva. Lo stesso Pontefice apre in questi termini la Costituzione mariana: «Il munificentissimo Dio, che tutto può e le cui disposizioni di provvidenza sono fatte di sapienza e d’amore, nei suoi imperscrutabili disegni contempera nella vita dei popoli e in quella dei singoli uomini dolori e gioie, affinché per vie diverse e in diverse maniere tutto cooperi in bene per coloro che lo amano (cf. Rm 8, 28)».

Con parole che rimandano a considerazioni perfettamente allineate con i nostri tempi presenti, dove si manifestano «gravissime calamità e l’aberrazione di molti dalla verità e dalla virtù», il Papa stabilisce una perfetta connessione fra il dogma dell’Immacolata Concezione e quello della sua Assunzione: Cristo con la sua morte ha vinto il peccato e la morte, e sull’uno e sull’altra ha trionfato vittoriosamente e riporta vittoria anche chi, in virtù di Cristo, è stato rigenerato soprannaturalmente con il battesimo. «Ma per legge generale Dio non vuole concedere ai giusti il pieno effetto di questa vittoria sulla morte se non quando sarà giunta la fine dei tempi. Perciò anche i corpi dei giusti dopo la morte si dissolvono, e soltanto nell’ultimo giorno si ricongiungeranno ciascuno con la propria anima gloriosa. Ma da questa legge generale Dio volle esente la beata vergine Maria. Ella per privilegio del tutto singolare ha vinto il peccato con la sua concezione immacolata; perciò, non fu soggetta alla legge di restare nella corruzione del sepolcro, né dovette attendere la redenzione del suo corpo solo alla fine del mondo».

 

Oltre ai Padri e Dottori della Chiesa, papa Pacelli include anche, come fondamento del dogma dell’Assunzione, la Liturgia. Tema decisamente scottante nei nostri giorni, in cui la rivoluzione in tal senso ha compiuto un’opera drammatica nel contribuire a scardinare la dottrina. Pio XII cita (non bisogna dimenticare che egli scrive nel 1950) come fonte, per avvalorare il credo dell’Assunzione, sia la Liturgia d’oriente che quella d’occidente e mentre la prima continua a non subire variazioni, quella d’occidente è stata rivoltata e avvelenata al termine degli anni Sessanta del Novecento.

Attingere alla fonte della Sacra Liturgia è vitalità irresistibile della veridicità della dottrina creduta e praticata, «essendo anche una professione delle celesti verità, sottoposta al supremo magistero della chiesa, può offrire argomenti e testimonianze di non piccolo rilievo, per determinare qualche punto particolare della dottrina cristiana» (Mediator Dei: AAS 39 (1947), p. 541; EE 6/475).

Nella Liturgia bizantina viene ripetutamente collegata l’assunzione corporea di Maria Santissima non solo con la sua dignità di Madre di Dio, ma anche con altri suoi privilegi, specialmente con la sua maternità verginale, prestabilita da un disegno celeste: «A te Dio, re dell’universo, concesse cose che sono al disopra della natura; poiché come nel parto ti conservò vergine, così nel sepolcro conservò incorrotto il tuo corpo, e con la divina traslazione lo conglorificò» (Menaei totius anni).

 

A differenza di molteplici e prolissi documenti della Chiesa contemporanea, che affermano, attraverso meccanismi dialettici, talvolta ambigui e talaltra di manifesto errore, e con opinioni evidentemente slegate dalla sua Tradizione, il magistero preconciliare ha sempre utilizzato, sull’esempio della docenza di Gesù e dei Vangeli, un linguaggio snello, aderente alla logicità, alla chiarezza e alla nettezza. Anche in questo caso, nella Muneficentissimus Deus, l’autore sostiene con determinazione che «la liturgia della Chiesa non crea la fede cattolica, ma la suppone, e da questa derivano, come frutti dall’albero, le pratiche del culto, i santi padri e i grandi dottori nelle omelie e nei discorsi rivolti al popolo in occasione di questa festa non vi attinsero come da prima sorgente la dottrina; ma parlarono di questa come di cosa nota e ammessa dai fedeli; la chiarirono meglio; ne precisarono e approfondirono il senso e l’oggetto, dichiarando specialmente ciò che spesso i libri liturgici avevano soltanto fugacemente accennato: cioè che oggetto della festa non era soltanto l’incorruzione del corpo esanime della beata vergine Maria, ma anche il suo trionfo sulla morte e la sua celeste “glorificazione”, a somiglianza del suo unigenito Gesù Cristo».

La meraviglia dell’unica religione vera al mondo – Extra Ecclesiam nulla salus, espressione che rimanda a ciò che disse Cristo stesso: Chi non è con me è contro di me (Mt 12, 30), Chi non è contro di noi è per noi (Mc 9, 40) e a ciò che affermò il primo Papa: «Questo Gesù è la pietra che, scartata da voi, costruttori, è diventata testata d’angolo. In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati» (Atti 4, 11-12) – sta proprio nella chiarezza dei suoi principi, ma anche alla sua Tradizione, senza la quale è inquietudine, infelicità e distruzione.

In questa Tradizione s’incastona perfettamente il dogma dell’Assunzione, a cui venne data risposta teologica dai Dottori della Chiesa, come sant’Alberto Magno, maestro di san Tommaso d’Aquino, il quale, dopo aver raccolti, per provare questa verità, vari argomenti, fondati sulla Sacra Scrittura, sui Padri della Chiesa e sulla Sacra Liturgia, conclude: «Da queste ragioni e autorità e da molte altre è chiaro che la beatissima Madre di Dio è stata assunta in corpo ed anima al disopra dei cori degli angeli. E ciò crediamo assolutamente vero» (Mariale sive quaestiones super Evang. “Missus est“, q. 132.); inoltre, in un discorso tenuto il giorno dell’Annunciazione di Maria, spiegando il saluto dell’angelo Gabriele: «Ave, o piena di grazia …», il dottore universale mette a confronto la Santissima Vergine con Eva, che fu immune dalla quadruplice maledizione alla quale Eva fu soggetta.

Il grande gesuita e cardinale san Roberto Bellarmino esclama: «E chi, prego, potrebbe credere che l’arca della santità, il domicilio del Verbo il tempio dello Spirito Santo sia caduto? Aborrisce il mio animo dal solo pensare che quella carne verginale che generò Dio, lo partorì, l’alimentò, lo portò, o sia stata ridotta in cenere o sia stata data in pasto ai vermi» (Conciones habitae Lovanii, concio 40: De Assumptione B. Mariae Virginis).
Sulla stessa linea san Francesco di Sales, che con il suo dolce modo domanda: «Chi è quel figlio che, se potesse, non richiamerebbe alla vita la propria madre e non la porterebbe dopo morte con sé in Paradiso?» (Oeuvres de St François de Sales, Sermon autographe pour la fete de l’Assomption).

Con lo stesso rigore logico, il vescovo sant’Alfonso Maria de’ Liguori scrive: «Gesù preservò il corpo di Maria dalla corruzione, perché ridondava in suo disonore che fosse guasta dalla putredine quella carne verginale, di cui egli si era già vestito» (Le glorie di Maria, parte II, disc. 1. 28).

Mentre san Pietro Canisio non usa mezzi termini e va dritto nel contrastare il fallace pensiero di coloro che non credono nella glorificazione non solo dell’anima, ma anche del corpo della Madre di Dio: «Questa sentenza […] è issata talmente nell’anima dei pii fedeli e così accetta a tutta la chiesa, che coloro che negano che il corpo di Maria sia stato assunto in cielo, non vanno neppure ascoltati con pazienza, ma fischiati come troppo pertinaci, o del tutto temerari e animati da spirito non già cattolico, ma eretico» (De Maria Virgine), come dimostrano i protestanti, i quali non credono né all’Immacolata Concezione, né alla sua perenne verginità, né alla sua Assunzione in Paradiso. Ma defraudare la Iánua cáeli di tali divini doni significa precludersi la sua materna, regale e potente intercessione, che non ha pari nel Cuore di Gesù. (Cristina Siccardi)

sabato 1 maggio 2021

La «Corredentrice» affermata dai Santi

Iniziamo questo mese mariano dedicato alla Vergine SS. rilanciando un articolo che difende uno dei titoli, oggi più contestati, della Madonna, quello di corredentrice, che, sebbene non sia stato proclamato dogmaticamente, è quantomeno una verità da ritenersi prossima alla fede, trattandosi di una convinzione plurisecolare del santo popolo di Dio. Ed a riprova, lo riprendiamo attraverso quanto affermato dai Santi.

Buon mese mariano a tutti.







La «Corredentrice» affermata dai Santi

di Padre Mariano Pellegrino

La rapida rassegna del pensiero corredenzionista nella vita e nell’insegnamento di un folto gruppo di santi del secolo XX, presentata nelle scorse settimane, ci conferma e ci conforta con l’affermazione corale della verità salutare e feconda della Corredenzione mariana.


Il percorso singolare e privilegiato di questa galleria agiografica ci ha messo a contatto con la fede ardente e luminosa, palpitante e adamantina di un gruppo di «eletti» del Signore, e, in particolare, con la loro fede vissuta nei riguardi del dolce mistero di Maria quale nostra Madre e Corredentrice universale.

In chiave mistica e contemplativa (con santa Gemma Galgani, santa Elisabetta della Trinità e santa Teresa Benedetta della Croce), in chiave attiva e apostolica (con santa Francesca Saverio Cabrini, il beato Bartolo Longo, san Luigi Orione), dall’alto del soglio pontificio (con san Pio X) o del pulpito di ogni giorno (con san Josemaría Escrivá), si è formato un bel coro polifonico di otto voci che ha cantato e inneggiato a Maria Santissima, alla nostra divina Madre e Corredentrice.

Certo, a voler estendere la ricerca, questo coro di otto «eletti» poteva moltiplicarsi e diventare una potente corale di centinaia di voci, quanti sono stati i santi e i beati, i venerabili e i servi di Dio del secolo XX. Pensiamo, ad esempio, a san Luigi Guanella e al beato Timoteo Giaccardo, a santa Faustina Kowalska e alla beata Anna Sala, al beato Charles De Foucauld e alla venerabile Josefa Mènèndez, al servo di Dio padre Anselmo Treves e alla beata Alexandrina da Costa. Per ricordare soltanto di passaggio qualcuno dei tantissimi servi di Dio, accenniamo a suor Maria Domenica Mantovani, confondatrice delle Piccole Suore della Sacra Famiglia, morta nel 1934, la quale parla espressamente, con accenti di ardentissima fede, della «pietosissima Corredentrice» e «Regina dei martiri» (1); e a padre Mariano da Torino, cappuccino, morto nel 1972, celebre predicatore e conferenziere, il quale parla di Maria Santissima che «non si aggiunge alla Redenzione, ma entra nel costitutivo della Redenzione stessa...: è la Corredentrice del genere umano» (2).

Ma a noi basta il gruppetto degli otto sopra esaminati, quasi un libamen della ricca mensa degli «eletti» del secolo XX; bastano questi esemplari di uomini e donne, di giovani e anziani, di contemplativi e attivi, di diverse nazionalità, per la conferma della vitalità perenne di una verità – la Corredenzione mariana – che fa parte del patrimonio di fede vissuta dai figli più «eletti» della Chiesa, dai testimoni più sicuri e autentici della fede, dai maestri e modelli di tutti gli uomini, giacché, come insegna la Chiesa, soltanto i santi sono la «via sicurissima per la quale, tra le mutevoli cose del mondo, potremo arrivare alla perfetta unione con Cristo, cioè alla santità, secondo lo stato e la condizione propria di ciascuno» (Lumen gentium, n. 50).

Teologia e Agiografia stanno fra loro in rapporto dinamico paragonabile al rapporto fra il sole (la Teologia) e i suoi raggi (l’Agiografia). La Teologia mariana corredenzionista non potrebbe avere sostegno e conferma più garantita, più alta e preziosa di quella agiografica. E il secolo XX, in tal senso, si presenta come il secolo della Corredenzione mariana, affermata e vissuta a tutti i livelli dell’esperienza agiografica, che va da quella mistica più consumata a quella attiva più dinamica, che va da quella di un Sommo Pontefice (san Pio X) a quella di una semplice ragazza toscana (santa Gemma Galgani).

Il supporto specifico che l’agiografia dona alla Teologia è quello della ortodoxia tradotta in ortoprassi, quale verifica esperienziale, potrebbe dirsi, di una verità concettuale. Si tratta della Theologia cordis, in effetti, la quale, se da una parte non può non basarsi sulla Teologia speculativa, dall’altra garantisce e conferma ella stessa anche la Teologia speculativa. Theologia cordis e sensus fidei si richiamano e si ritrovano qui in unità feconda di grazia, a livello non tanto di dottrina sistematica ed elaborata, quanto di santità della vita vissuta nell’eroicità delle virtù quotidiane. Questo è il magistero vivo della santità. Magistero certamente non meno valido e prezioso di quello dei teologi ricercatori e dei maestri di cattedra per professione.

A tal proposito, il gruppetto dei santi e dei beati presi in esame nel presente studio, per verificarne l’adesione personale alla verità della Corredenzione mariana, costituisce sicuramente un capitolo forse emblematico della vitalità e ricchezza, della validità e bellezza della Theologia cordis e del sensus fidei di chi vive la propria vita di fede secondo l’insegnamento e la tradizione della Chiesa, e ne realizza la dimensione di grazia nella propria anima e nella propria esperienza di vita, e magari nell’esperienza di vittima anche cruenta, come avvenne alla giovanissima santa Gemma Galgani, e come testimoniò di sé un’altra giovane, santa Elisabetta della Trinità, che, a somiglianza di Maria Corredentrice, nelle sue terribili sofferenze, era stata associata da Cristo «alla grande opera della sua Redenzione» (Lettera 261). Teologia speculativa e Teologia affettiva fanno davvero simbiosi radiosa di verità e di amore in tutti i santi.

Viene opportuna, inoltre, la riflessione sul fatto significativo e istruttivo che pressoché tutti i santi e i beati (come anche i venerabili e i servi di Dio), senza alcuna difficoltà, hanno fatto uso dei termini Corredentrice e Mediatrice, con semplicità e sicurezza, in riferimento alla duplice fase della missione salvifica di Maria: la fase della Corredenzione vera e propria, ossia la fase terrestre, che copre l’arco della vita terrena di Gesù e di Maria nell’operare la Redenzione universale con il pagamento del doloroso riscatto per il riacquisto della grazia perduta dai nostri Progenitori; e la fase della Mediazione o dispensazione delle grazie, ossia la fase celeste che parte dall’Assunzione di Maria in Cielo e si estende fino alla fine dei tempi con la distribuzione della grazia salvifica a tutti gli uomini «ancora peregrinanti – come dice il Vaticano II – e posti in mezzo a pericoli e affanni, fino a che non siano condotti nella patria beata» (LG 62).

Questo uso secolare, ordinato e tranquillo, dei termini Corredentrice e Mediatrice nel linguaggio corrente della Theologia cordis dei santi, che è l’espressione genuina del sensus fidelium più elevato e garantito, in armonia con il linguaggio di Sommi Pontefici e di tanti teologi, può bastare a sufficienza a rassicurare e a tacitare quanti, oggi particolarmente (e, come risulta evidente, stranamente), si preoccupano per l’uso di tali termini e si agitano, incerti e pavidi, per la reazione contraria, ben nota ab initio, dei fratelli protestanti, i quali negano qualsiasi possibile cooperazione, sia corredentiva che mediativa, di Maria Santissima alla salvezza, così come negano, ugualmente inde ab initio, le verità di fede della Verginità perpetua, dell’Immacolata Concezione e dell’Assunzione di Maria Santissima in anima e corpo al Cielo. I nostri santi, invece, i nostri beati e venerabili, in ogni tempo, nella loro carità e umiltà, non si fanno mai condizionare né dagli erranti, né dagli errori nel testimoniare e comunicare la verità tutta intera e tutta intatta nella sua purezza, quella verità che, sola, ci fa veramente «liberi» (Gv 8,32).

Anche questa particolare lezione sull’uso dei termini Corredentrice e Mediatrice, che ci viene dall’agiografia corredenzionista del secolo XX, risulta, in effetti, illuminante e preziosa per la stessa odierna Teologia speculativa, ed è di conforto e di sostegno a quanti, teologi e semplici fedeli, stanno fedelmente alla scuola dei papi san Pio X, Pio XI e Giovanni Paolo II, alla scuola di santa Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein), del beato Ildefonso card. Schuster, di san Luigi Orione, di san Josemaría Escrivá, e di tanti altri santi e beati, venerabili e servi di Dio, testimoni liberi nel professare la propria fede nella verità della Corredenzione e Mediazione mariana, chiamando e pregando Maria Santissima Corredentrice universale e Mediatrice di tutte le grazie per l’umanità intera.

L’Agiografia corredenzionista del secolo XX, dunque, come detto agli inizi, ha svolto e svolge un compito importante e autorevole per la stessa Chiesa docente e discente, dando il suo altissimo contributo di vita e di santità a conferma e sostegno della fede perenne per questa nostra Chiesa che avanza e cresce, Maria Matre et Mediatrice, «fino al perpetuo coronamento di tutti gli eletti» (LG 62).

NOTE

1) A. Martinelli, Un grande cuore di figlia e di madre. Suor Maria Domenica Mantovani, Milano 1964, p. 316.

2) P. Mariano da Torino, Fede e vita cristiana, Roma 1990, p. 179.

Fonte: Settimanale di Padre Pio, 26.4.2020, fasc. n. 17

giovedì 15 agosto 2019

Aforismi nella festa dell'Assunzione al Cielo, in anima e corpo, della B.V. Maria





Assunzione di Maria, acquasantiera, 1735, cattedrale, Altamura

Pietro Bracci, Assunzione di Maria, 1739, altare maggiore, Duomo, Napoli

Cfr. Ernesto Dovico, Pio XII ci spiega il dogma dell'Assunta, in Il Timone, 15.8.2018

Giuliano Zoroddu (a cura di), Sant’Alfonso Maria de Liguori. Discorso sull’Assunzione di Maria, in Radiospada, 15.8.2019

Assunta in cielo perché corredentrice sulla terra, in Chiesa e postconcilio, 15.8.2019

sabato 8 dicembre 2018

Per Christum praeservata, per Franciscum defensa

Parafrasando Seneca de Maria numquam satis dicitur, cioè di e su Maria non si dirà mai abbastanza. In effetti, indagare sul mistero, che l’ha avvolta fin dal primo istante del suo Concepimento, significa sempre non dire mai a sufficienza, tanti sono gli aspetti che si dovrebbero tener presenti e la profondità stessa del mistero, che, alla fine, affonda in quello di Dio stesso e dei suoi disegni imperscrutabili.
Possiamo solo contemplare questo o quel mistero della Santa Vergine. Per questo i tentativi promossi dai modernisti - nel solco, ad es., di padre Congar (poi cardinale wojtyliano) di voler arginare, nella Chiesa, la febbre mariana! - di ridurre e minimizzare quel mistero, che avvolge Maria, escludendo o svilendo l’intervento del Soprannaturale nella sua esistenza a semplice accidente o ad aspetto marginale, sono, oltre che scandalosi, anche riduttivi, puerili e contrari alla Verità. La figura di Maria non può essere ridotta a quella di qualsiasi altra donna. Certo, ella è e rimane sempre una creatura, ma una creatura singolarmente privilegiata. Non possono attribuirsi alle altre donne appellativi come “Immacolata Concezione”, “Madre di Dio”, ecc., ma solo a Lei. Ella rimane quindi una creatura singolarissima ed irripetibile.
E proprio per rimarcare questa differenza tra quella Donna e le altre donne la Chiesa ha impegnato più volte, in duemila anni, il suo più alto magistero, proprio per esaltare quei privilegi. Tra questi, appunto quello del suo Immacolato Concepimento, celebrato nell’odierna festa. Privilegio affermato nella Chiesa a costo di lunghe lotte e dispute teologiche, che costituiscono anche un vanto per l’ordine francescano, essendosi contraddistinto, tra tutti gli ordini religiosi, per quello che più ha combattuto per il riconoscimento di tale prerogativa accordata a Maria da Dio.
Nell’odierna festa, perciò, rilanciamo quest’interessante contributo, sebbene risalente ad alcuni anni orsono.






























Medaglia annuale di papa Pio IX, A. XI. D/ PIVS IX PONT MAX ANNO XI. Busto a sinistra con berrettino, mozzetta e stola. R/ La proclamazione del dogma dell'Immacolata Concezione in San Pietro. In esergo, VI ID DEC AN CHR MDCCCLIV/ SINE LABE CONCEPTA. Bart. E. 856. AG. mm. 43.50 Inc. I. Bianchi. qFDC.

Medaglia del pontificato di Pio IX, Immacolata Concezione, 1854, AE (g 18,24 – h 42 mm) RR SPL

Per Christum praeservata, per Franciscum defensa

di Carlo Codega

La “causa dell’Immacolata” è il vero filo d’oro del Francescanesimo, tanto che essa meritò il nome di “tesi francescana”. Non a caso un adagio, quanto mai veritiero e puntuale, sosteneva che l’Immacolata era stata “preservata dal peccato originale da Cristo e difesa da san Francesco.

San Massimiliano Maria Kolbe, il “cavaliere dell’Immacolata” del XX secolo, guardando alla storia francescana in tutta la sua complicata trama di divisioni, riforme, innovazioni e liti vedeva un solo fattore che non solo aveva accomunato tutti i movimenti francescani, ma che addirittura conferiva loro una vera identità francescana: l’Immacolata. La “causa dell’Immacolata”, ovvero la difesa di questa sentenza quando ancora non era stata dogmatizzata dalla Chiesa, è il vero filo d’oro che dalle origini determina l’identità e la crescita del Francescanesimo, tanto che essa meritò il nome di opinio minorum o tesi francescana. 
Non a caso un diffuso adagio, quanto mai veritiero e puntuale, sosteneva che l’Immacolata era stata “per Christum praeservata, per Franciscum defensa”: preservata dal peccato originale da Cristo e difesa da san Francesco.

L’intuizione mistica di san Francesco

Senza ombra di dubbio san Francesco non fu certo un Teologo nel senso tecnico della parola, però l’edificio delle sue virtù costruito sul saldissimo fondamento dell’umiltà, gli consentì una penetrazione intuitiva dei misteri di Dio, superiore a qualsiasi altro: «La teologia di questo santo padre – come disse un Domenicano che lo aveva interrogato – portata sulle ali della purezza della contemplazione, è come un’aquila in volo. La nostra scienza, a paragone, striscia con il ventre per terra».
Arrivò con le ali della contemplazione il Serafico Padre alla verità luminosissima ma ancora abbagliante dell’Immacolata Concezione?
Secondo alcune notizie storiche dubbie san Francesco avrebbe eretto a Rovigo sin dal 1223 un altare dedicato all’Immacolato Concepimento di Maria. Sono del tutto silenziosi invece gli scritti e le fonti biografiche di san Francesco sull’Immacolato Concepimento di Colei che il Serafino d’Assisi aveva proclamato “avvocata” del suo ordine? Forse no, se, sforzandoci anche noi di penetrare con spirito mistico le preghiere di san Francesco, ne sappiamo cogliere il significato profondo. Nel celebre Saluto alla Vergine il Santo scrive: «Ave Signora, santa Regina, santa Madre di Dio, Maria, [...] nella quale fu ed è ogni pienezza di grazia ed ogni bene». Ora, l’Immacolata Concezione di Maria non dice solo l’estraneità della Vergine ad ogni peccato, anche a quello originale, bensì, nel suo aspetto positivo, vuole significare la pienezza di grazia santificante e di carità verso Dio (“pienezza di grazia e ogni bene”).
È poi senza senso questa duplicazione del verbo essere, al presente e al passato? È un mero elemento retorico? Pensiamo di no: il presente (“è”) indica la condizione stabile della Madre di Dio, la sua sconfinata pienezza di grazia, il suo essere ricolma di ogni bene e il suo perfetto amore verso Dio, ma il passato non può che indicare che tale condizione non è stata acquistata dalla Madonna o a Lei donata ad un certo punto ma c’è sempre stata sin dal suo apparire alla vita, cioè fin dal suo concepimento. 
La Teologia mistica e orante di san Francesco aveva già svelato al mondo la bellezza suprema dell’unica creatura concepita senza peccato e pertanto ripiena, sopra ogni misura, della grazia divina.  

I precursori dell’Immacolata

Non è dunque un caso che siano stati proprio i Francescani i grandi araldi dell’Immacolata Concezione: tale eredità, sorta spontaneamente nel ventre mistico del Serafico Padre, si è trasmessa “geneticamente” ai figli, che solo col passare del tempo ne hanno colto il significato e l’importanza.
Alla fine del XIII secolo però già due autori incominciano a difendere, seppur in mezzo a un ambiente piuttosto ostile, la sentenza dell’Immacolata Concezione. Preceduto forse già dal celebre Roberto Grossatesta, il maestro francescano Guglielmo di Ware († 1300 c.a.), fu tra i primi seguaci di san Francesco a proporre e a dimostrare la pia sentenza dell’Immacolata Concezione: per lui però l’esigenza prima era quella di difendere la festa liturgica, già ampiamente diffusa in Inghilterra da secoli, senza però penetrare profondamente nel significato teologico. 
Tuttavia, fu lo Ware l’autore del celebre potuit, decuit, ergo fecit (poteva, era conveniente, e dunque lo fece): Dio poteva creare Maria del tutto priva di peccato (possibilità), ciò risulta del tutto conveniente nell’economia della Salvezza e ciò basta per dimostrare il fatto che lo ha fatto effettivamente.
Non sappiamo se lo Ware abbia mai insegnato fuori dalla sua Patria: sicuramente fu così invece per l’irrequieto spirito speculativo-mistico del geniale Terziario francescano Raimondo Lullo († 1315), proclamato beato dalla Chiesa per il suo martirio in terra islamica. Il maiorchino difese a più riprese la verità dell’Immacolato Concepimento di Maria e, meno di una decina di anni prima di Scoto, osò sostenere tale sentenza tra le ostili mura della Sorbona, la celebre Università di Parigi, capitale della Teologia cattolica. Il Beato sostenne apertamente la sentenza immacolista nel suo Arbor Scientiae prima, e nel Commento alle sentenze di Pietro Lombardo, elaborato e proposto a Parigi poi.

Con il Lullo osserviamo una netta chiarificazione della questione: non si tratta di parlare di una “Santificazione” di Maria Santissima, ovvero di una purificazione di Maria dal peccato originale in un ipotetico momento (quello dell’infusione dell’anima) tra il concepimento (del corpo) e la nascita, bensì della Concezione stessa che sarebbe stata immacolata, ovvero, a differenza degli altri uomini, la legge divina della trasmissione del peccato originale nella natura umana sarebbe stata sospesa. 
Tra le motivazioni poi che il beato Lullo propone a sostegno della sua tesi vi è quella della “ri-creazione”, ovvero della redenzione dell’uomo da parte del Verbo Incarnato, che avrebbe ricalcato i passi della Creazione stessa; scrive il Lullo: «Come Adamo ed Eva furono nello stato di innocenza prima del peccato originale, così, quando incominciò la ri-creazione, [...] era necessario che l’Uomo e la Donna [ovvero Cristo e Maria] fossero nello stato di innocenza completamente e continuamente, dal principio fino alla fine. Altrimenti la ri-creazione non avrebbe potuto essere principio ma sarebbe stata essa stessa principiata». Maria, socia del Redentore, non avrebbe potuto partecipare all’opera della Redenzione se non fosse stata anch’essa, al pari del Verbo Incarnato, senza peccato sin dal suo inizio.

Il cavaliere vittorioso dell’Immacolata

I grandi Dottori della Sorbona, illustrata nel secolo XIII dalle menti di due Dottori come san Tommaso d’Aquino e san Bonaventura da Bagnoregio, rimanevano però ostili a questa sentenza, considerata certo “pia” ma difficilmente digeribile teologicamente.
Il punto che lasciava i grandi Dottori sospettosi verso la festa liturgica dell’Immacolata Concezione (che sempre più si diffondeva in Europa) era questo: se Maria fosse stata da sempre senza peccato originale, Ella non avrebbe avuto bisogno della Redenzione di Cristo; ciò però contrasterebbe con il Dogma, espresso a chiare parole nella lettera ai Romani («Tutti hanno peccato in Adamo», Rm 5,12), dell’universalità del peccato originale e di conseguenza dell’universale Redenzione di Cristo. In altre parole, se Maria fosse stata concepita Immacolata allora Essa non sarebbe stata redenta da Cristo in quanto non avrebbe avuto bisogno della Redenzione: per Lei Cristo sarebbe morto invano!
A risolvere la questione ci volle una speculazione intellettuale intrisa di devozione, attenta contemporaneamente ai dati della Tradizione e a quelli del sensum fidelium del popolo di Dio: tale fu quella del beato Giovanni Duns Scoto († 1308), a giusto titolo chiamato “Dottore Mariano” e “Dottore dell’Immacolata”. Tale titolo è ancor più legittimo se si pensa che lo stesso Beato sempre attribuì la prestanza del suo intelletto all’intervento miracoloso della Vergine Maria che lo avrebbe reso tutto d’un tratto incredibilmente intelligente, chiedendo una sola cosa in cambio: che ne facesse uso solo per la Sua gloria! È un fatto che la sentenza in favore dell’Immacolata, prima tenuta in ostilità alla Sorbona, divenne la sentenza comune dell’Università parigina dopo la celebre disputa del 1305, quando Scoto ebbe ragione sui Maestri domenicani dimostrando con profusione di argomenti come Maria fosse stata concepita senza peccato originale. 
L’abbondanza ma, soprattutto, la qualità e la profondità delle motivazioni apportate dal Beato francescano vinsero il riserbo delle menti e l’ostilità dei cuori di tanti teologi e uomini di Chiesa. In particolare, suo grande merito fu comprendere come l’Immacolata Concezione, anziché contrastare l’universalità della Redenzione di Cristo, la confermava e la rafforzava. Come? Non esiste solo la redenzione curativa, con la quale Cristo salvò tutti gli uomini macchiati dal peccato originale, anzi, perché Cristo fosse perfetto redentore, avrebbe dovuto realizzare almeno una volta una redenzione perfetta, cioè una redenzione preservativa. Ciò si realizzò nella Santissima Madre di Dio che non fu guarita dal peccato originale ma fu, per far risaltare ancor meglio la potenza di Dio, preservata completamente dal peccato originale, in vista dei meriti della Passione e Morte di Cristo. Se ciò è possibile e conveniente poi, dato che dobbiamo attribuire a Maria ciò che è più eccellente (a patto che non ripugni all’autorità della Chiesa e della Scrittura), allora Dio certamente lo fece: creò Maria senza macchia alcuna, non perché Lei fosse sottratta all’opera della Redenzione ma perché fosse la prima (pre)redenta, chiamata a collaborare a titolo specialissimo, come sua Madre e Alma socia, all’opera della Redenzione di tutti gli uomini.
Il beato Duns Scoto, vero cavaliere e difensore dell’Immacolata, fu senza dubbio colui che meglio penetrò il mistero dell’Immacolata unendo all’amore per la Santissima Vergine una precisione e chiarezza teologica che risolveva la contraddizione apparente: da lì in poi la sentenza dell’Immacolata divenne la bandiera dei figli di san Francesco che compresero il loro ruolo provvidenziale nel difenderla, tanto che essa divenne nota come l’opinio minorum.

La battaglia per l’Immacolata

La vittoriosa disputa della Sorbona tuttavia non fu la fine ma l’inizio di una vera e propria battaglia teologica attorno alla sentenza dell’Immacolata Concezione. Non senza qualche eccezione dall’una e dall’altra parte, i due schieramenti furono ben definiti: da una parte i figli di san Francesco orgogliosi nel voler difendere la perfetta santità della Madre di Dio fin dal suo concepimento, con il medesimo ardore cavalleresco del beato Duns Scoto; dall’altra i Domenicani e i seguaci di san Tommaso che vedevano nella posizione del Dottore Angelico, ostile all’Immacolata Concezione in ragione dell’universalità della Redenzione di Cristo, una norma da cui non distaccarsi.
Numerose furono le dispute pubbliche e le discussioni a colpi di libelli e trattati tra i due schieramenti: per primo il Minore francese Pietro Aureolo († 1322), grande discepolo di Scoto, intrattenne uno scambio libresco con il Domenicano Guglielmo Gannaco; nel 1325 diversi maestri Francescani e Domenicani disputarono davanti a Giovanni XXII alla corte di Avignone, risolvendosi in un parziale successo per la pia sentenza dell’Immacolata; poi, nel 1386 alla Sorbona i Francescani Giovanni Vital e Andrea da Novocastro ebbero ragione sul Domenicano Giovanni de Monzon, che in seguito si sarebbe talmente radicato nei suoi errori e nella sua caparbietà da finire scomunicato. Alle provocazioni di un Frate domenicano il beato Bernardino da Feltre (1439-’94), grande apostolo francescano del Nord Italia, rispose sfidando il suo oppositore alla “prova del fuoco”: «I sostenitori dell’Immacolata Concezione – disse il Beato – piuttosto preferirebbero morire bruciati, o di qualsiasi altra causa, piuttosto che desistere dal loro proposito». Al che il Domenicano desistette dal protrarre il dibattito. 
La disputa che però maggiormente ridondò a gloria della Santissima Madre di Dio fu quella che si svolse davanti al Pontefice Sisto IV (1471-’84), il secondo figlio di san Francesco ad ascendere al Soglio pontificio. Il Pontefice, venendo a conoscenza dell’ardore con cui si dibatteva intorno all’Immacolata, volle porsi ad arbitro di una pubblica disputa. Convocò il Domenicano Vincenzo Bandelli, il più acceso e intrigante oppositore dell’Immacolata, mentre per la difesa scelse il Ministro generale dei Frati Minori Conventuali, Fra Francesco Nani da Brescia. Nonostante le penetranti obiezioni del Bandelli costituissero come tante funi con cui avvolgeva il suo avversario, il Francescano seppe districarsi da tutte queste e sciogliere uno per uno i nodi del Domenicano tanto da convincere il Pontefice. Con arguzia questi concluse la disputa in favore del Francescano dicendo: «Tu sei il vero Sansone». Come Sansone con le sue braccia robuste aveva rotto le funi con cui i Filistei lo avevano legato, così Fra Francesco con la saldezza e la forza della sua Teologia aveva avuto ragione delle obiezioni contro l’Immacolata Concezione. Di lì in poi il Francescano sarebbe stato noto a tutti come Francesco “Sansone” da Brescia. 

Il Papa e il poeta dell’Immacolata

Una spinta verso la sempre maggior pubblicità del culto in onore dell’Immacolata Concezione, oltre che per la difesa della sua verità teologica, venne anche dal già citato Sisto IV (1471-84), al secolo Francesco della Rovere, ligure di nascita e divenuto lettore di Filosofia e Teologia, e poi Ministro generale dell’Ordine Francescano. Almeno due grandi meriti per il progresso della “Causa dell’Immacolata” vanno ascritti a Sisto IV: nel 1476 con la bolla Cum praecelsa, in ringraziamento per lo scampato pericolo di un’imminente e pericolosa inondazione del Tevere, approvò l’Ufficio della Concezione della Beata Vergine Maria scritta dal Canonico veneziano Leonardo de’ Nogarolis, nei quali risuonava chiaramente la dottrina immacolatista.
Con le due bolle Grave nimis del 1481 e del 1483 invece, per far tacere la petulante e chiassosa opposizione del già citato Domenicano Bandelli, imponeva sotto pena di scomunica che si rispettassero le sentenze pro e contro l’Immacolata, evitando accese e scandalose dispute, e che si rispettasse anche l’ormai secolare festa del Concepimento di Maria. La decisione moderata d’imporre il silenzio alle due parti, lasciando però ben aperta la porta al progresso della devozione in campo liturgico e teologico, significò comunque un non piccolo punto di vantaggio per il successo della Causa dell’Immacolata.
Il Papato di Sisto IV s’interseca poi con la grande attività apostolica e letteraria del beato Bernardino de’ Bustis (1450-1515), francescano milanese, convertito dalla Giurisprudenza alla vita serafica. Grande predicatore e animo poetico, il de’ Bustis compose numerosi sermoni, poesie e altri scritti per celebrare le grandezze di Maria: in particolare difese l’Immacolata Concezione. Riguardo a quest’ultima, gran parte dei sermoni che costituiscono il suo Mariale, sono dedicati a questo argomento.
Grande merito del de’ Bustis fu in particolar modo comporre l’Ufficio e la Messa per la festa dell’Immacolata Concezione, che ricevette l’approvazione di Sisto IV nel 1480. Infatti, nonostante il Sommo Pontefice avesse già approvato l’ufficio composto dal Canonico veneziano Nogarolis, il già citato Domenicano Vincenzo Bandelli si era subito opposto: in risposta aveva sostenuto che la Liturgia, culto pubblico della Chiesa, avrebbe potuto solo festeggiare la Santificazione di Maria (in un istante successivo alla Concezione) e per questo aveva composto sua sponte un Ufficio della Santificazione in cui poneva l’accento sull’universalità del peccato originale, che avrebbe contaminato anche Maria Santissima. L’anima serafica del Beato rispose invece con un altro Ufficio, usato per diversi secoli dai Francescani, in cui invece risultasse chiaro, con citazioni scritturistiche e dei Padri della Chiesa, il sublime Privilegio di Maria Santissima.

Vergini e mistiche dell’Immacolata

Mentre il beato Giovanni Duns Scoto e i suoi seguaci, da baldi cavalieri dell’Immacolata, difendevano con la penna e con la parola l’Immacolata Concezione, già l’Altissimo si degnava di dare una conferma e un conforto dall’alto all’impegno dei suoi apostoli. Fece questo attraverso le famose rivelazioni concesse alla mistica santa Brigida di Svezia (1303-’73), Regina del Paese scandinavo e Terziaria francescana prima, Fondatrice dell’Ordine del Santissimo Salvatore poi.
In ben nove rivelazioni alla Mistica svedese è affermato, più o meno chiaramente, l’eccelso Privilegio di Maria Santissima: «Maria – le svela l’Eterno Padre – fu vaso mondo, e non mondo: mondo perché fu tutta bella, né trovavasi in Lei tanto d’immondezza, che vi si potesse figgere una punta d’ago; fu non mondo, perché procedette dalla radice di Adamo, e nacque da peccatori; benché concepita senza peccato, affinché il mio Figliuolo nascesse da Lei senza peccato».
Maria Santissima stessa poi non mancò di rivelare a questa sua figlia prediletta anche il motivo per cui solo allora si cominciasse ad avere conoscenza di questa sua straordinaria prerogativa: «Sappi che la Concezione mia non fu nota a tutti perché così come volle Iddio, che avanti la legge scritta vi fosse la legge naturale e la scelta volontaria del bene e del male, e poi venisse la legge scritta che raffrenasse i moti disordinati; così piacque a Dio, che gli amici suoi piamente dubitassero della mia Concezione, e ciascuno mostrasse il suo zelo finché si rischiarasse la verità del tempo preordinato».
Nel secolo successivo invece l’ispirazione e la grazia di Dio toccò ancor più profondamente la vita di una giovane nobildonna portoghese, santa Beatrice da Silva (1424-’92). Dimorando alla corte di Spagna la giovane, di bell’aspetto e maniere delicate, venne notata dal Re, ma ciò suscitò l’ira della Regina che la fece chiudere per due giorni in una cassa: qui sopravvisse grazie all’apparizione della Regina del Cielo, vestita con un abito bianco e uno scapolare azzurro, il futuro abito delle Concezioniste. Confortata da un incontro con due Frati, che più tardi capì essere san Francesco e sant’Antonio, decise di lasciare il mondo e dimorò per trent’anni in un Monastero di Domenicane, senza prendere il velo. Spronata da aiuti celesti, comprese che la sua missione sulla terra fosse quella di radunare uno stuolo di vergini che dedicassero la loro vita a diffondere e aumentare in tutto il mondo la venerazione all’Immacolata Concezione, rivivendone nella pratica la sua purità e immacolatezza. Così, con l’aiuto della Regina Isabella di Spagna, fondò l’Ordine delle Concezioniste, assumendo un abito bianco-celeste cinto da un cordone francescano, tributo a coloro che erano da un secolo i difensori dell’Immacolata e a cui volle anche che il suo Ordine fosse affidato e sottomesso. 
Tra le numerose giovani che entrarono nei Monasteri delle Concezioniste nel corso dei secoli, desiderose di riprodurre l’Immacolata nella loro vita religiosa, vi fu anche una straordinaria anima mistica, la venerabile Maria di Gesù d’Agreda (1602-’65), autrice della celebre Mistica città di Dio, nella quale registra le sue esperienze e visioni sulla vita della Madonna. In questo meraviglioso affresco di “teologia narrativa” la Concezione Purissima di Maria (come si era soliti chiamarla in Spagna) è il fondamento di tutta la vita della Madonna, scrutata con gli occhi di Dio: Maria è la Mistica Città di Dio che come quella dell’Apocalisse, è misurata con una “canna d’oro”, ovvero con l’umanità santissima di Gesù, assunta dalla Persona divina del Verbo. In tal senso Maria è proporzionata e misurata a Gesù, in modo che «non le mancasse niente delle grazie e dei doni possibili, ed anzi questi  fossero di tale pienezza da non avere difetto alcuno»; tutti i privilegi e i doni di cui fu adorna però «dipendono e hanno origine dal suo essere Immacolata e piena di grazia nella sua Concezione Purissima». La capillare diffusione di questa biografia teologica mariana fu un potente veicolo per espandere la devozione all’Immacolata Concezione e per infiammare ancor più i cuori verso la Santissima Madre di Dio, adorna di questo Privilegio.

I Teologi dell’Immacolata

Il periodo barocco non fu solo un periodo d’immensa fioritura devozionale, esito dell’efficace pastorale proposta al Concilio di Trento, ma anche di una grandiosa e approfondita riflessione teologica, che meritò il nome di Seconda Scolastica.
Insieme alla diffusione popolare del culto dell’Immacolata, la Teologia di questo periodo, in cui il nome di Duns Scoto s’impose alla pari di quello di san Tommaso, approfondì e difese sistematicamente questa “divina” prerogativa della Vergine: nomi come quelli di Suarez e san Roberto Bellarmino, tra i Gesuiti, si affiancarono a celebri Teologi francescani quali Angelo Volpi, san Lorenzo da Brindisi, e Carlo del Moral, tutti uniti nella difesa dell’Immacolata Concezione. 
San Lorenzo da Brindisi (1559-1619), Frate Cappuccino, nonostante la sua poliedrica attività culturale, apostolica, ecclesiastica e politica, fu soprattutto un’anima ardente di amore per Gesù Bambino e per la Santissima Vergine, amore che riversò nelle dense pagine del suo Mariale, del quale ben dodici sermoni sono dedicati all’Immacolata Concezione. La Mariologia del Santo Cappuccino è limpida e chiara e trae in abbondanza dalle fonti della Sacra Scrittura, di cui san Lorenzo poteva vantare una conoscenza approfondita, anche nelle lingue originali, e si rafforza con la teologia del beato Giovanni Duns Scoto. 
Le ragioni del cuore, che lo portano ad attribuire a Maria Santissima quanto vi sia di più eccelso, sono però ben rafforzate da molti argomenti che la Sacra Scrittura offre: non è forse l’Angelo Gabriele a chiamare Maria Santissima “piena di grazia”? E ciò non significa, dal lato opposto, che Maria è del tutto priva di peccato? E perché porre limiti temporali all’affermazione dell’Angelo... Maria è sempre stata “piena di grazia”, perché da sempre ordinata a essere Madre di Dio e Tempio del Verbo Incarnato, e proprio per questo non conviene che Ella sia stata mai toccata dal peccato originale.
Accanto alla Mariologia “serena” di san Lorenzo da Brindisi non mancò quella dei redivivi cavalieri, ancora volenterosi di combattere la buona battaglia dell’Immacolata, senza risparmiare fatiche letterarie e asprezza di toni. In questo particolare campo si cimentò soprattutto il Francescano spagnolo Fra Pedro Alva Y Astorga (1602-’67): temperamento focoso, l’amore per il Privilegio mariano lo spinse ad ardite polemiche di cui sono testimonianza testi, peraltro di grande erudizione e impegno, come l’Armentarium Seraphicum, un prontuario “militare” di argomenti in difesa dell’Immacolata Concezione, e il testo Militia Immaculatae, una specie di enciclopedia di autori immacolisti. A causa della veemenza della sua polemica contro i Domenicani anti-immacolisti fu esiliato dalla Spagna per volontà del Re, trovando rifugio nei Paesi Bassi.

I missionari dell’Immacolata

La verità dell’Immacolata Concezione però, ben lungi dal rimanere una mera verità astratta, è una verità salvifica di primaria importanza: l’Immacolato Concepimento di Maria indica chiaramente il ruolo di corredentrice e di avversaria di satana e del peccato che Maria riveste, da Madre premurosa, per la salvezza eterna dei figli in tutta la storia dell’umanità. In altre parole la verità dell’Immacolata Concezione si deve tradurre in pratica, cioè diventare effettiva ed efficace opera di salvezza delle anime: ecco perciò che l’apostolato serafico non dimenticò di portare l’Immacolata nel Vecchio e nel Nuovo Mondo, per ottenere frutti ancora più grandi dalla predicazione e dall’evangelizzazione.
Straordinaria è la figura del neo-canonizzato san Junipero Serra (1713-’84), passato dalla cattedra di Teologia scotista in Spagna alle missioni nel Nuovo Mondo, dove divenne pioniere dell’evangelizzazione della California. Devotissimo alla “Purissima Concezione”, che aveva promesso di difendere fino alla morte e alla quale attribuì il merito della vocazione missionaria, ne diffuse la devozione tra gli indigeni del Messico e della California: dove la Croce di Cristo infatti non sortiva effetto, verificò che la figura materna dell’Immacolata sapeva far breccia nei cuori dei nativi americani, che spontaneamente omaggiavano e veneravano questa figura colma di misericordia, bontà e purezza. Davanti poi al successo di missioni ben avviate e al fervore dei neofiti, lo stesso Serra disse che nulla lo emozionava e lo commuoveva quanto sentirli intonare il Tota Pulchra alla Purissima Prelata.
Nelle “missioni” al di qua dell’Oceano, nelle missioni popolari, san Leonardo da Porto Maurizio (1676-1741), grande predicatore e apostolo, fece la medesima esperienza: quando il pentimento dei fedeli non arrivava alla vista della sofferenza patita da Cristo durante la sua Passione e Morte, ecco che i cuori si scioglievano a sentir parlare della bontà misericordiosa della Madonna, sempre pronta a riallacciare i legami della grazia tra i suoi figli e l’Eterno Padre.
Nessuno forse come san Leonardo si premurò di ottenere dal Papa il passo ultimo e definitivo: la definizione dogmatica dell’Immacolata Concezione, «il più grande affare, che doverebbe ultimarsi nel Mondo», affinché, come scrive al Cardinal Belmonte, «di quella Luna, che tiene sotto ai piedi, sene formasse un Diadema al Gran Mistero della sua Immacolatissima Concezione». Per ottenere ciò, su consiglio di Papa Clemente XIII, si premurò di sondare il sentimento dei Cardinali scoprendo che uno solo (tra l’altro morto pochi mesi dopo) fosse contrario a tale definizione dogmatica: «Che vogliamo di più? Facciamo dunque orazione, acciò lo Spirito Santo inspiri al Papa ad abbracciar con fervore un’Opera di sì grande rilievo, da cui dipende la quiete del Mondo, tenendo per certissimo che se si farà un sì grande onore alla Sovrana Imperatrice, si vedrà subito fatta la Pace universale, oh che gran bene, oh che gran Bene». 

Il Papa del Dogma

Nel 1821 un giovane Sacerdote, Terziario francescano, mentre si trovava in ritiro spirituale a san Bonaventura al Palatino a Roma, il Convento dove aveva dimorato e dove è sepolto san Leonardo, poté leggere, appesa alla parete della cella del Santo, questa lettera al Cardinal Belmonte: tale lettura non lo lasciò indifferente anzi... Giovanni Maria Mastai Ferretti, divenuto nel 1846 Sommo Pontefice con il nome di Pio IX (1846-’78), oggi beato per la Chiesa Cattolica, non dimenticò mai la lettura di questa lettera e, personalmente, era assolutamente convinto della verità dell’Immacolata Concezione.
Furono però i tragici avvenimenti della Rivoluzione Romana del 1848, con l’insediamento dei rivoluzionari al Governo e la conseguente fuga del Papa a Gaeta, a portarlo ad una decisione definitiva: nella Cappella Aurea della fortezza di Gaeta, mentre era in preghiera e pensava alle tempeste che stava attraversando la Chiesa, Pio IX, forse riportando alla mente quella lettera letta più di venti anni prima e con qualche aiuto celeste, capì che l’unica cosa che avrebbe potuto fare per salvare la Chiesa e il mondo sarebbe stata la proclamazione dogmatica dell’Immacolata Concezione, proprio come aveva profetizzato san Leonardo un secolo prima.
La lettera di san Leonardo indicò poi al Beato persino il modo con cui proclamare questo Dogma: non la convocazione di un Concilio Ecumenico, quasi impossibile in quegli anni di rivoluzioni e sommosse, bensì una consultazione scritta di tutti i Vescovi, i Sovrani, le Università, i Teologi e chiunque altro fosse ritenuto in grado di testimoniare la fede del popolo di Dio su questo punto. Ritornato a Roma, mise subito mano alla questione, nominando una commissione per lo studio della possibilità della proclamazione dogmatica. La “santa fretta” di Pio IX non fece comunque mancare alla prudenza e l’iter si concluse solo sei anni dopo: ben 546 su 603 consultati si erano dichiarati favorevoli alla proclamazione dogmatica.
L’8 dicembre 1854 nella Basilica di San Pietro Papa Pio IX con la bolla Ineffabilis Deus proclamava che «la dottrina che sostiene che la beatissima Vergine Maria nel primo istante della sua concezione, per una grazia ed un privilegio singolare di Dio onnipotente, in previsione dei meriti di Gesù Cristo Salvatore del genere umano, è stata preservata intatta da ogni macchia del peccato originale» era da ritenersi vera e rivelata: un raggio di luce, strano per quell’ora e per quella stagione, colpì proprio in quel momento Pio IX, segno della predilezione celeste per quello che sarebbe passato alla storia come il “Papa dell’Immacolata”.  

I nuovi cavalieri dell’Immacolata

È così terminata la “causa dell’Immacolata”? Quale sarà dunque ora la funzione provvidenziale dell’Ordine Serafico? È chiaro e radicale san Massimiliano Kolbe: la lotta per la proclamazione dogmatica è stata la prima pagina, quella introduttiva, ora siamo alla “seconda pagina” della Causa dell’Immacolata, «vale a dire seminare questa verità nei cuori di tutti coloro che vivono e vivranno sino alla fine dei tempi, e curarne l’incremento e i frutti di santificazione. Introdurre l’Immacolata nei cuori degli uomini, affinché Ella innalzi in essi il trono del Figlio Suo, li conduca alla conoscenza di Lui e li infiammi d’amore verso il Suo Sacratissimo Cuore» (SK 486).
La Causa dell’Immacolata continua nella diffusione popolare del significato dell’Immacolata Concezione, nell’apostolato e nella pastorale ma anche nella Teologia, comprendendo più profondamente questo Dogma e le sue conseguenze, per rendere più fulgida la corona della nostra Celeste Madre. E l’eredità dei grandi cavalieri e difensori dell’Immacolata è stata raccolta nel secolo XX da grandi Francescani come san Massimiliano Maria Kolbe (1894-1941), il servo di Dio Leone Veuthey (1896-1974), il grande Teologo Padre Carlo Balic (1899-1977), Padre Bonaventura Blattmann (1860-1942), il beato Gabriele Allegra (1907-’76), San Pio da Pietrelcina (1897-1968)... tutte esimie firme di questa seconda pagina che attende ancora numerosi e diligenti scrittori che la portino a compimento.