Sante Messe in rito antico in Puglia

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lunedì 9 ottobre 2023

Aforisma del Ven. Pio XII nel ricordo del suo beato transito - 9 ottobre 1958 - 2023


 

9 ottobre 1958 - 2023 - Anniversario del beato transito del Venerabile Pontefice Pio XII



Rare fotografie del corpo del papa Pio XII, rivestito dell'abito corale, con mozzetta e camauro, avvolto in più strati di cellophane, dopo l’immersione del cadavere in un misterioso miscuglio di erbe aromatiche, secondo le prescrizioni del medico personale del Papa (che era un semplice oculista), Riccardo Galeazzi Lisi, che, a suo dire, aveva inventato un innovativo metodo di imbalsamazione. L’averlo avvolto nel cellophane, tuttavia, innalzò la temperatura corporea a livelli tali che la salma, nel tragitto tra Castel Gandolfo a Roma, esplose sulla Via Appia, all’altezza della Basilica di San Giovanni in Laterano. Fu necessaria una tappa non prevista, durante la quale il cadavere del Sommo Pontefice fu sottoposto ad una nuova procedura d’imbalsamazione. Il danno però era ormai fatto: durante i tre giorni di esposizione nella Basilica Vaticana, accadde il peggio: il volto del grande padre della cattolicità cominciò a smembrarsi e gli cadde addirittura il setto nasale. Tremendo fu lo spettacolo a cui assistettero migliaia di pellegrini in fila per rendergli omaggio e diverse guardie nobili svennero a causa dei miasmi esalati dalla salma. Nella notte tra l’11 e il 12 ottobre fu necessario chiudere la Basilica di San Pietro per apportare ulteriori interventi alla salma, apponendo una maschera di cera sul volto del venerato pontefice. Galeazzi Lisi, che aveva già diffuso vendendole a caro prezzo le immagini del papa morente scattate di nascosto con una piccola macchina fotografica tenuta nascosta in tasca, fu licenziato in tronco dal collegio cardinalizio e successivamente radiato dall’ordine nazionale dei medici (tratto da Francesco Capozza, Pio XII, quando il Papa fu imbalsamato ma si decompose in pubblico, in Libero, 11.10.2022)

Salma del papa, rivestita degli abiti liturgici papali, esposta a Castelgandolfo

La salma del papa in San Pietro

65° anniversario del beato transito del Papa Pio XII, morto dopo una lunga agonia il 9 ottobre 1958, alle ore 3,52, nella Villa Papale di Castelgandolfo, all'età di 82 anni (le ultime ore del Sommo Pontefice sono descritte in Le ultime ore di Pio XII, in Radiospada, 9.10.2022).

Regnò per quasi vent'anni, essendo il suo pontificato iniziato nei momenti più difficili del XX secolo. Due anni prima della morte vergò il suo brevissimo testamento, in cui lasciava scritto «[…] i non pochi Atti e discorsi, da me per necessità di officio emanati o pronunziati, bastano a far conoscere, a chi per avventura lo desiderasse, il mio pensiero intorno alle varie questioni religiose e morali» (Il testamento del Santo Padre Pio XII, ivi, 9.10.2020).

La sua morte è stata compianta in tutto il mondo.

Tra i messaggi di cordoglio c'erano quelli del presidente americano Eisenhower e di molti leader ebrei come il ministro degli Esteri israeliano Golda Meir e il rabbino italiano Elio Toaff. Il direttore d'orchestra ebreo-americano Leonard Bernstein chiese un minuto di silenzio prima di un concerto della New York Philarmonic Orchestra nell'ottobre 1958.

Il Pastor Angelicus e Defensor Civitatis (i suoi acclamati titoli) è attualmente considerato Venerabile dalla Chiesa cattolica romana nonostante la famigerata campagna di odio (avviata nel 1963 in seguito alla rappresentazione del dramma di Rolf Hochhuth “Il Vicario” sul palco di Berlino) per denigrare la sua santa memoria.

I documenti dimostrano che, lungi dall’aver abbandonato al loro destino gli ebrei perseguitati durante la Seconda Guerra Mondiale, il presunto “silenzio” (= diplomazia professionale) di Pio XII contribuì in maniera decisiva –direttamente o indirettamente– alla salvezza di circa 850.000 ebrei europei (cfr. Pio XII e gli ebrei: online la “lista Pacelli”, in ivi, 5.7.2022).

A questo proposito, riguardo a recenti documenti ritrovati nell’archivio Vaticano, pubblicati dal settimanale culturale del Corriere della Sera, La Lettura (fasc. n. 616 del 17.9.2023, pp. 2-5, di cui riproduciamo qui di seguito le immagini dell'articolo), e che hanno suscitato ampio scalpore sui mass-media (cfr. Antonio Carioti, Pio XII sapeva della Shoah: la prova in una lettera scritta nel 1942 da un gesuita tedesco, in Corriere della sera, 16.9.2023; Matteo Luigi Napolitano, Pio XII, il Papa che “sapeva”, in L’Osservatore romano, 19.9.2023; Giovanni Maria Vian, Quello che i titoli sul silenzio di papa Pio XII hanno trascurato, in Domani, 7.10.2023), rilancio un’analisi precisa e puntuale su questi documenti:





«1. La Lettura, il settimanale culturale del Corriere della Sera, pubblica un’intervista a Giovanni Coco, archivista di Santa Madre Chiesa, esattamente in forze all’Archivio Apostolico Vaticano, presentando un documento inedito sui campi di sterminio all’est. Si tratta di una lettera drammatica inviata dal gesuita Lothar König al confratello Robert Leiber, segretario di Pio XII.

Il Corriere della Sera, nella pagina culturale di ieri, aveva anticipato la notizia sull’inedito. Oggi Coco ne riferisce al “domenicale” del Corriere.

“Questa è una lettera inedita, scritta da un gesuita tedesco antinazista, Lothar König. Contiene un allegato con una statistica di sacerdoti detenuti nei campi di concentramento fatti costruire da Adolf Hitler. Ma soprattutto parla di Auschwitz e di Dachau. E riporta da fonti credibili notizie secondo le quali ogni giorno circa seimila tra ebrei e polacchi venivano uccisi “negli altiforni” del Lager di Belzec, vicino al confine ucraino. È datata 14 dicembre 1942...”.

2. Quale il valore di questa lettera di König a Leiber? “Enorme, credo - osserva Coco - È un caso unico, perché rappresenta la sola testimonianza di una corrispondenza che doveva essere nutrita e prolungata nel tempo. Si capisce dalla familiarità con la quale Lothar König si rivolge in tedesco a padre Robert Leiber, segretario di Pio XII”, chiamandolo “caro amico”.

Va tenuto presente che König era un grande antinazista. Ma i documenti da noi consultati ci svelano che lo era anche il padre Leiber. Era dunque una corrispondenza tra due antinazisti che si fidavano l’uno dell’altro. Il che significa che padre Leiber e Pio XII sapevano benissimo del Kreisau Kreis, il circolo di cui König faceva parte: “Una rete della resistenza tedesca composta da cattolici e protestanti, la cui intelligence era in grado di fare arrivare a Roma le notizie più riservate sui crimini hitleriani”.

3. Queste notizie ricevute dal Papa andavano diffuse al mondo? Andava aperta la loggia su piazza San Pietro per denunciare, in piena Shoah (nel 1942 con mezza Europa sotto il tallone hitleriano), i crimini di Hitler che nel frattempo teneva in ostaggio così tanti innocenti. No.
Il padre König, infatti, sconsigliava fortemente un tale passo, raccomandando al confratello Leiber (citiamo Coco) “di usare quelle informazioni con la massima cautela, senza dire una sola parola che potesse tradire le fonti. König temeva una fuga di notizie dal Vaticano, oppure che la lettera potesse essere scoperta in caso di un’irruzione nazista”.

Cautela, dunque, prudenza, non chiasso, non denuncia plateale. Erano questi anche gli ingredienti del Circolo di Kreisau, poi accusato per il fallito attentato a Hitler. König, che faceva parte di quel circolo, dovette fuggire perché ricercato. Ecco perché la raccomandazione del gesuita al segretario di Pio XII “era un invito al silenzio per non bruciare la rete della resistenza tedesca al nazismo”.
Ecco le parole dello stesso padre König: “I numeri sono ufficiali...C’è anche un rapporto di vari testimoni […]. Entrambi gli allegati sono stati ottenuti con il massimo rischio. Non solo è a rischio la mia testa, ma anche la testa degli altri se non vengono usati con la massima prudenza e cura...”.

4. Grazie al documento da lui scoperto, dice Coco, “stavolta si ha la certezza che dalla chiesa cattolica tedesca arrivavano a Pio XII notizie esatte e dettagliate sui crimini che si stavano perpetrando contro gli ebrei. Si parla del Lager di Belzec, non lontano dalla cittadina ucraina di Rava-Rus’ka dove tra il 5 e l’11 dicembre 1942 erano stati fucilati più di cinquemila ebrei. «Le ultime informazioni su Rava-Rus'ka con il suo altoforno delle SS, dove ogni giorno muoiono fino a 6000 uomini, soprattutto polacchi e ebrei, le ho trovate confermate da altre fonti...», scrive König. Ma nella lettera si accenna anche a un altro rapporto che non conosciamo ancora, riferito ad Auschwitz”.

Coco sa benissimo (e lo ammette onestamente) che la sua scoperta non rappresenta proprio una novità. Per Coco la vera novità sta nel fatto che, in quel dicembre 1942, in Vaticano giunsero notizie “esatte e dettagliate” sui crimini nazisti. Ora, quest’affermazione sull’esattezza delle notizie va temperata con quello che pensavano le organizzazioni ebraiche e gli alleati.

5. Accertare le fonti era il cruccio di tutte le organizzazioni antinaziste. Il giurista Paul Guggenheim, che dirigeva la sede ginevrina del Congresso Mondiale Ebraico, bloccò le notizie sui campi di sterminio che il suo subordinato Gerhart Riegner stava per diffondere al mondo. Gli chiese infatti dapprima di cancellare la menzione dei grandi forni crematori, e poi di aggiungere (in quella che è la seconda parte del dispaccio, come noi oggi la conosciamo) una nota di cautela circa la non verificabilità delle fonti.

Gli archivi inglesi ci informano che a fine ottobre 1942 Guggenheim si recò al consolato americano a Ginevra per riferire le notizie che aveva ricevuto.

Lasciamo parlare il console americano: “L’informatore del Professor Guggenheim conferma che per tutte le cattive notizie recate dal Dott. Gerhart Riegner, Segretario del Congresso Ebraico Mondiale a Ginevra, e dal signor Lichtheim, dell’Agenzia ebraica per la Palestina di Ginevra, concernenti la situazione ebraica in Lettonia, salvo che per quelle riguardanti i dettagli dell’assassinio degli ebrei e il numero degli uccisi, ci sono numerose divergenze in vari rapporti. È solo nell’essenziale che questi rapporti sono unanimi”. Ovviamente, nessuna menzione dei forni crematori.

6. La documentazione esistente ci informa del fatto che la dichiarazione interalleata del 17 dicembre 1942 contro i crimini nazisti fu fatta solo dietro forte insistenza dei circoli ebraici internazionali presso Roosevelt, cui era stato rilasciato, l’8 dicembre 1942, un importante memorandum sulla tragedia ebraica. Notiamo la contemporaneità fra questi eventi e la data del documento illustrato da Coco.
Alla dichiarazione interalleata seguirono fatti concreti? No, dato che la priorità non era bombardare le linee ferroviarie che portavano ad Auschwitz, ma sconfiggere la Germania sul campo. Ma con tutto ciò, gli alleati ritenevano ritenevano affidabili le notizie provenienti dai Lager?

Ce lo dice un altro sconcertante episodio.

7. Nel 1943 Stati Uniti e Gran Bretagna volevano pubblicare una nuova dichiarazione sui crimini di guerra tedeschi in Polonia. Essa fu diramata il 30 agosto 1943 e pubblicata nella raccolta ufficiale del Dipartimento di Stato americano. Ebbene: un paragrafo di quella dichiarazione avrebbe dovuto menzionare i forni crematori, ma poi fu eliminato.

Perché? Lasciamo parlare le carte americane.

“Su suggerimento del Governo britannico, che afferma non esserci prove sufficienti per giustificare una dichiarazione circa l’esecuzione nelle camere a gas, è stato concordato di eliminare l’ultima frase del paragrafo secondo della Dichiarazione sui crimini tedeschi in Polonia da “dove” a “camere a gas”, così lasciando terminare il secondo paragrafo con “campi di concentramento”.
Quando si dice “il silenzio sulle camere a gas”…

8. Bene, dunque, la massima “democrazia archivistica” su Pio XII, ma attenzione a non lasciarsi prendere dalla “sindrome delle novità”. Per esempio, le tragiche notizie provenienti da Rava-Rus'ka non erano una novità. Ne parlava in prima pagina il Jewish Post già il 1° febbraio 1943; e non è il solo esempio.

9. A mo’ di post-scriptum. Notiamo del veleno in coda all’articolo della Lettura.

In merito al ritardo con cui certe carte vengono alla luce, Coco osserva: “Probabilmente chi ha maneggiato quei documenti prima di noi non ha capito l’importanza del contenuto. Sa, nel passato non sempre gli archivi venivano visti come una priorità in alcuni uffici del Vaticano. E non sempre nel passato — fuori da qui — gli archivisti sono stati selezionati con occhio per la loro professionalità”.
«Fuori da qui» è un inciso che fa capire che secondo Coco la perfetta professionalità archivistica alberga solo presso l’Archivio Apostolico Vaticano?

Che ci sia altissima professionalità in questo archivio, è fuor di dubbio. È dunque negli altri archivi vaticani che Coco lamenta mancanza di professionalità? E, per esperienza diretta anche degli altri archivi, su quali basi lo afferma?» (Fonte).

domenica 22 gennaio 2023

Pio transito (22 gennaio 1922) del Pontefice Benedetto XV Della Chiesa

Salma di Benedetto XV composta sul catafalco allestito nella Sala del Trono. In primo piano si vede un giovanissimo mons. Enrico Dante, soprannumerario delle cerimonie pontificie (incarico corrispondente a quello attuale di cerimoniere pontificio), poi divenuto cardinale

domenica 1 maggio 2022

San Pio V 450 anni dopo la sua morte

Sempre per commemorare il 450° anniversario del transito di S. Pio V, rilanciamo questo contributo di Cristina Siccardi.

Va ricordato che la diocesi di origine di Antonio Michele Ghislieri, futuro S. Pio V, cioè la diocesi di Alessandria, ha previsto per l'anniversario un calendario di eventi e commemorazioni (v. qui).

Logo ufficiale dell'anniversario

San Pio V 450 anni dopo la sua morte

di Cristina Siccardi


Davanti alla chiesa dei Santi Pietro e Pantaleone, in piazza Cardinale Boggiani di Bosco Marengo, in provincia e diocesi di Alessandria, è stata restaurata, già nel 2019, in preparazione dei 450 anni, 1572-2022, dal dies natalis di san Pio V, la monumentale statua dedicata al domenicano Papa Ghislieri. Era il 1° maggio 1572 quando, poco prima del sopraggiungere della morte, il Pontefice della Controriforma, della restaurazione, della battaglia di Lepanto e del Rosario, disse ad alcuni cardinali e prelati che aveva chiamato intorno al suo letto: «Vi raccomando la santa Chiesa che ho tanto amata. Adoperatevi a eleggere un successore zelante, il quale non cerchi che la gloria del Salvatore e non abbia altro desiderio che il bene della Chiesa e l’onore della Sede Apostolica», un lascito ai suoi successori molto preciso e netto, sulle orme di san Pietro e della tradizione della Chiesa.

Bosco Marengo, dominato dalla testimonianza storica, spirituale, architettonica e artistica del Papa domenicano, è il comune dove Michele Ghislieri nacque il 17 gennaio 1504 e dove avrebbe voluto essere sepolto, come testimonia il cenotafio nella chiesa di Santa Croce, il luogo sacro compreso nell’enorme complesso dei Domenicani che San Pio V volle erigere, prima ancora dell’emanazione della bolla Praeclarum quidem opus del 1° agosto 1566, nella quale il Pontefice scrisse che il motivo di quell’iniziativa era da ricercarsi nell’«intenso Amore per il suolo natale». Il progetto di fondare un convento nella sua patria, già avviato nel 1562, intra moenia dictae terrae in castro veteri e poi extra moenia nel 1566, si iscrive in un ampio intento di sostenere i suoi concittadini duramente provati dalle guerre e dai saccheggi nella contesa fra i Visconti di Milano e i francesi, dotando loro un formidabile convento, erigendo un Monte frumentario con l’istituzione di un medico per la popolazione, un maestro di scuola per i bambini ed i giovani, offrendo ancora diversi altri aiuti e provvidenze. La collocazione extra moenia era inconsueta per l’Ordine dei Predicatori, ma il desiderio di Ghislieri era quello di unire i piccoli paesi di Bosco e di Frugarolo, al fine di creare un insediamento abitativo più esteso. I primi conventi dell’Ordine erano sovente situati extra moenia con la funzione di studio e di preghiera e i frati erano invitati a predicare nelle cattedrali, nelle chiese e nelle piazze; successivamente i conventi trovarono la loro collocazione all’interno delle mura dei paesi e delle città, dopo la dura polemica antimendicante. 

Il complesso monumentale del convento di Santa Croce e Ognissanti di Bosco Marengo, riformato secondo un criterio di ritorno alla «primitiva osservanza», venne realizzato da architetti e artisti della corte papale, facendo di questo progetto un unicum nel panorama storico artistico piemontese. Il Papa intervenne personalmente nella progettazione, prendendo in considerazione anche i dettagli. La distribuzione dei vari locali si articola attorno a due ampi chiostri su cui si affacciano: i locali del museo, il grande refettorio e, al primo piano, la biblioteca dal tipico disegno a tre navate, separate da due file di eleganti colonne.

«[…] una machina grandissima quasi a guisa d’arco trionfale, con due tavole grandi, una dinanzi et una di dietro, et in pezzi minori circa trenta storie piene di molte figure che tutte sono a bonissimo termine condotte», così Giorgio Vasari descrive nelle Vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti il grandioso altare che disegnò per Santa Croce su commissione personale di san Pio V. Nel 1710 l’altare fu smembrato e sostituito dall’attuale in marmo. La tavola principale della «macchina vasariana», con la rappresentazione del Giudizio Universale, è oggi conservata nell’abside della chiesa insieme ad altre due tavole con Santi Domenicani, mentre i restanti quadri sono esposti nel museo attiguo.

I dipinti furono realizzati fra il 1567 e il 1569 a Firenze, mandati a Pisa, poi via mare fino a Genova e da lì a Bosco Marengo, dove giunsero alla fine di agosto del 1569; nel frattempo a Bosco, sul progetto vasariano, fu realizzata la monumentale struttura dell’altare ad opera del fiorentino Giovanni Gargioli. La tavola principale del Giudizio Universale è firmata dallo stesso Vasari, mentre le altre tavole sono attribuite a pittori della sua bottega, fra cui Francesco Morandini, detto «il Poppi», Jacopo Zucchi e Giovanni Battista Naldini.

«Era intenzione sua [di san Pio V], ch’il suo corpo fosse sepolto nella Chiesa sudetta […]. Anzi che haveva pensiero di finire i suoi giorni al Bosco, nel convento da lui fabricato, et ho sentito dire da alcuni del Bosco che… voleva dopo cedere il Papato, et andarsene al suo convento del Bosco, dove con quiete voleva finir i suoi giorni co’l Signore dell’anima sua, et è facil cosa creder questo, stante la bontà sua, et per segno haveva fatto fabricare nel convento le sue stanze […], le quali, ho-ra sono mutate in altra forma per commodo del convento. Non vi si è portato il suo corpo, essendo stato traslato da Papa Sisto Quinto nella Chiesa di Santa Maria Maggiore» (A. Caraccia da Rivalta, 1619, pp. 69, 70-71). Infatti, san Pio V venne sepolto dapprima in San Pietro, nella cappella di Sant’Andrea, accanto al sepolcro di Pio III, tuttavia le volontà di san Pio V erano state altre: il suo sepolcro, realizzato nel 1571, l’anno della vittoria della Lega Santa a Lepanto contro la flotta dei musulmani, era corredato, come ricorda Roberto de Mattei nella sua importante e rigorosa biografia, Pio V. Storia di un Papa Santo (Lindau, 2021), da un’epigrafie dettata dallo stesso Pio V, il quale vi ricordava le sue origini familiari, la professione domenicana e la speranza nella Resurrezione.

Fu il successore, Gregorio XIII, a non autorizzare la traslazione della salma da Roma a Bosco e l’immediato erede, il francescano Sisto V, ordinò la definitiva sepoltura a Santa Maria Maggiore, nella cappella Sistina, in cui aveva iniziato ad erigere il proprio monumento funebre. Nel luglio 1586, Sisto V, che aveva strettamente collaborato, come inquisitore, con Pio V, che lo nominò vescovo e lo creò cardinale, decise di porre il suo monumento sepolcrale di fronte a quello di Papa Ghislieri. «La decorazione del grandioso sepolcro nella Cappella Sistina esaltava l’immagine del papa come vincitore di Lepanto e degli eretici. Il mausoleo che racchiude il suo corpo contiene ai lati della statua, cinque bassorilievi. A sinistra, Pio V, seduto in trono, in abiti pontificali e tiara, consegna lo stendardo della flotta a don Giovanni d’Austria, affiancato da Marcantonio Colonna; a destra consegna il bastone di capitano al conte Sforza di Santa Fiora, vincitore sugli ugonotti in Francia. Al centro, al di sopra della statua, è rappresentata l’incoronazione del papa, mentre nei due riquadri minori, ai lati, sono raffigurati la vittoria di Lepanto e quella contro gli ugonotti. Sulla tomba di Pio V si leggono le parole: “Papa Sisto V francescano collocò questa espressione di gratitudine per papa Pio V domenicano”» (R. de Mattei, Pio V. Il Papa Santo, Lindau, Torino 2021, p. 352-353).

Quando san Pio V era salito al soglio pontificio, l’Europa era stata profondamente lacerata nella sua cristianità a causa dei protestantesimi e degli scismi, ma quando lo lasciò non solo i suoi molteplici e infaticabili interventi dottrinali, restaurativi, amministrativi, diplomatici e militari lasciarono un profondo solco benefico di difesa e rivincita della Chiesa, di cui oggi siamo profondamente riconoscenti ed orgogliosi, ma divenne esempio indiscusso per vescovi, cardinali e papi che nel suo solco riuscirono a fronteggiare i nemici e le avversità della fede e Chiesa per gran tempo, fino al Concilio Vaticano II.

Fonte: Corrispondenza romana, 27.4.2022

450° anniversario del beato transito del papa S. Pio V

La sera del 1° maggio 1572, esattamente 450 anni fa, passava da questa vita alla beatitudine eterna, all'età di 68 anni, il grande pontefice S. Pio V. dopo poco più di sei anni di pontificato, spesi interamente per ristabilire la disciplina ecclesiastica, estirpare le eresie, combattere i nemici del nome cristiano e propagare la devozione a Maria mediante la preghiera del Santo Rosario. Un papa, quindi, eminentemente mariano, che meritò di passare al Cielo proprio all'inizio del mese mariano. Ai cardinali radunati attorno a sé, lasciò, sul letto di morte, questo suo testamento spirituale per l'elezione del successore: «Vi raccomando la santa Chiesa che ho tanto amato! Cercate di eleggermi un successore zelante, che cerchi soltanto la gloria del Signore, che non abbia altri interessi quaggiù che l'onore della Sede Apostolica e il bene della cristianità». Un invito sempre attuale. Anche per oggi. Ah ...... se i cardinali l'avessero tenuto presente negli ultimi conclavi .....

Per il racconto del beato transito, v. Roberto de Mattei, Remembering St Pius V, in The Catholic Things, May 1, 2022;  Giuliano Zoroddu (a cura di), “Guardava con lieto viso la sua dissoluzione”. Il beato transito di san Pio V raccontato da von Pastor, in Radiospada, 1.5.2019.

La fama sanctitatis del Pontefice, già diffusa quando era in vita, si accrebbe dopo la sua morte, portandolo agli onori degli altari (per la storia del processo di beatificazione, cfr. Giuliano Zoroddu, La beatificazione di Pio V, ivi, 1.5.2022) ed a dedicargli anche diversi oratori musicali (cfr. Massimo Scapin, Gli oratori per san Pio V, il «Papa del Rosario», in LNBQ, 30.4.2022).

La festa di questo grande pontefice, insigne figlio di S. Domenico, è celebrata il 5 maggio nel rito tradizionale ed il 30 aprile nel N.O.


S. Pio V libera un'ossessa


Domenico Maria Muratori, S. Pio V ed il miracolo del Crocifisso, 1740, Museo di santa Sabina, Roma

Jacopo Palma il Giovane, Ritratto di S. Pio V, sec. XVI, Museo d'Arte, Chianciano Terme

Scuola romana, Ritratto di S. Pio V, sec. XVII, collezione privata

S. Pio V, convento domenicano, Caleruega


Giovanni Ceffi Mazzoleni, S. Rosa da Lima, S. Pio V ed altri santi, sec. XVIII, chiesa di S. Anastasia, Verona

Giovanni Battista Conti, Trittico del Sacro cuore di Gesù, con i SS. Pio V ed Antonino Pierozzi, primo XX sec., Chiesa di Santa Maria del Rosario in Prati, Roma. S. Pio V appare con in mano il santo rosario, e sant’Antonino Pierozzi tiene la “Summa di Teologia Morale”.

Anonimo, S. Pio V dona la terra di Roma all'ambasciatore del Re di Polonia, sec. XVIII, Pinacoteca civica, Jesi

Cenotafio di Pio V, Chiesa di Santa Croce, Bosco Marengo



Monumento funebre erettogli da papa Sisto V e sepolcro, Basilica di S. Maria Maggiore, Roma 


Armadio reliquiario con reliquie di S. Pio V, museo della Basilica liberiana, Basilica di S. Maria Maggiore, Roma

venerdì 7 febbraio 2020

7 febbraio - Anniversario del pio transito del beato Pio IX Sommo Pontefice

Alle 17,40 del 7 febbraio 1878, mentre il card. Billio, che assisteva all'agonia del Pontefice, recitava i misteri dolorosi del Rosario, giunto al IV mistero, mentre il lento rintocco delle campane della Basilica vaticana annunciava l'ora della salutazione angelica, quasi fosse un invito dolcissimo di Colei di cui aveva proclamato il dogma dell'immacolato concepimento, dopo aver ripetutamente recitato il "Proficiscere, anima christiana", baciato il Crocefisso e una immagine della B. Vergine, spirava santamente a 86 anni, nel Palazzo Apostolico Vaticano, il papa beato Pio IX, consunto da 32 anni di governo della Chiesa in uno dei periodi più tragici e travagliati per la S. Sede.




Il card. Pecci, in qualità di camerlengo, constata la morte del papa Pio IX

Sepoltura del papa, in S. Pietro, nel c.d. loculo dei provvisori, il 13 febbraio 1878.

Dopo la messa esequiale solenne, la triplice bara di papa Mastai, coperta da una coltre funebre, viene issata nel loculo delle sepolture provvisorie dei papi, che fino al 1920 circa si trovava da secoli sopra la porta dei cantori, alla sinistra della Cappella del Coro in San Pietro. Qui i papi giacevano fino alla morte del successore o finché non fosse stato ultimato il monumento funebre destinato ad accoglierne definitivamente il feretro. Il loculo dei “provvisori” sarà tappato dalla statua marmorea di papa Pio X, e spostato quindi a lato della vicina Cappella dell'Annunciazione: li fu deposto, ultimo papa, Leone XIII, in attesa di partire per il Laterano, sua ultima dimora. Negli anni '60, anche questo secondo loculo sarà tappato: dall'enorme altorilievo bronzeo di Manzù, raffigurante papa Giovanni XXIII. FONTE


Medaglia coniata per l'elezione del Papa


Medaglia coniata per la morte del Papa


Emissione filatelica in occasione del centenario della morte del papa Pio IX - 1978

mercoledì 27 febbraio 2019

Il beato transito di San Gabriele dell'Addolorata nel ricordo del Padre Norberto di Santa Maria

Sul levarsi del sole, nella mattina del 27 febbraio, mentre io Norberto, gli sedevo al fianco, Gabriele mi disse tutto sereno:«Padre, l’assoluzione me la potrebbe dare adesso». Ma io non vedevo alcun aggravamento del male e non mi sapevo render conto di tale domanda. Qualche momento dopo, il tempo di recitare l’atto di dolore, egli mi disse: «L’atto di contrizione l’ho fatto. Padre mi dia l’assoluzione». Si scoperse il capo e si mise a mani giunte. Allora gli diedi l’assoluzione, cosa che ripetei nel momento in cui spirò. 
Ricevuta l’assoluzione domandò l’immagine dell’Addolorata, che teneva sempre in mano o sotto gli occhi o sul petto. Gli fu data l’immagine del Crocifisso con l’Addolorata. Gabriele la prese con trasporto, tutto giulivo se l’accostò alle labbra e vi diede molti baci. Poi se la pose sul petto con vivacità, con affetto, e fervore. Vedendo tutto ciò io ero come trasognato e come fuori di me, ed ero commosso fino alle lacrime. Anche gli altri presenti erano tutti commossi, Vedere con i propri occhi l’affetto, la confidenza, il fervore di carità, i modi teneri con cui faceva tutto questo, vedere sul suo volto traboccare tutta l’anima, era cosa che inteneriva i sassi. 
Appena ebbe applicata l’immagine del Crocifisso e dell’Addolorata sul petto, levati gli occhi verso il cielo, e dando verso il medesimo come uno slancio, disse con slancio accompagnato dal movimento di tutta la faccia: «Mamma mia, fa’ presto», accompagnando le parole con un accento che mi è impossibile descrivere. Poi, con maggiore calma e staccando bene le parole, aggiunse: «Maria, madre della grazia, madre di misericordia, difendici dal nemico ed accoglici nell’ora della nostra morte». Finita questa strofa e sempre accompagnando tutto da sé con grande sentimento disse: «Gesù, Giuseppe e Maria, vi dono il cuore e l’anima mia. Gesù, Giuseppe e Maria, assistetemi nella mia ultima agonia. Gesù, Giuseppe e Maria, spiri in pace tra voi l’anima mia». E tutto ciò con una serenità, con una gioia tale sul volto che tutti noi presenti stavamo come trasognati, ma tutti edificati ed inteneriti. 
Appena ebbe finito di fare e dire quanto riferito, tacque con gli occhi bassi. E allora ci avvedemmo che Gabriele stava per spirare ma come uno che si mettesse a dormire. All’improvviso prende un viso tutto ridente e tutto devoto, apre con vivacità e slancio gli occhi verso la parete sinistra e a mezz’aria, con avidità e come colpito da qualcosa di grande e come oppresso da una grande maestà che ama, sospira e languisce d’affetto verso quella, e in questo stato senza nessun movimento, cessa di respirare e passa da questa vita come uno che si addormenta, con gli occhi fissi in quel luogo, con il volto ridente, con le mani calcate sopra l’immagine del Crocifisso e dell’Addolorata. Il volto di Gabriele era bellamente trasformato e come se da esso irraggiasse un’arcana luce.

Fonte: P. Norberto Cassinelli (di Santa Maria), Cenni della vita e virtù di Gabriele.