Sante Messe in rito antico in Puglia

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martedì 21 febbraio 2023

Oggi, martedì che precede le ceneri ricorre la festa del Volto Santo

Rilancio questo contributo sulla festa del Volto Santo.

Oggi, martedì che precede le ceneri ricorre la festa del Volto Santo

Oggi ricorre la festa del Volto Santo di Nostro Signore. Una bellissima devozione da recuperare. Per questo continuiamo a disseppellire, e comunque a ricordare o a riscoprire i tesori de La Catholica. Per l'occasione, possiamo cercare di approfondire il volto santo per eccellenza, la Sindone [qui - qui - qui qui]. La sua storia, le sue peripezie (non del tutto chiare ma tracciabili), la sua veridicità.

La devozione che caratterizza il martedì precedente le ceneri (inizio del tempo di Quaresima) può aiutarci a intensificare l’adorazione e la confidenza con il Signore Gesù. La pratica devota nasce dall’invito rivolto dalla Beata Vergine Maria, nel maggio del 1938, quando apparve con uno scapolare in mano a suor Pierina De Micheli che stava pregando davanti al Santissimo Sacramento nel suo convento a Milano.

Su una faccia dello scapolare vide scritto “Illumina Signore il tuo volto su di noi” e sul retro c’era un’Ostia (che significa vittima) recante impresso “Resta con noi o Signore”. Ne seguirono ulteriori rivelazioni private con l’invito a supplire allo scapolare con una medaglia da portare, recitando ogni giorno 5 Gloria al Volto Santo. Alla Beata Madre De Micheli la SS.ma Vergine spiega che il male dilaga e si tendono reti diaboliche per estirpare la fede dai cuori. È necessario un rimedio: il Volto Santo di Gesù.

Maggiori dettagli possono essere trovati facilmente. L’essenziale è sapere che il Signore fa partecipe la suora dei dolori dell’agonia del Gestsemani dicendole: “Voglio che il mio Volto sia più onorato: chi mi contempla mi consola”. Furono forti anche altre espressioni consegnate da Gesù alla veggente, ma le lascio all’interesse di chi vorrà approfondire.

Gesù volle che il giorno dedicato a questa particolare intenzione di riparazione fosse, dopo novena, il martedì grasso, culmine del carnevale. Oggi purtroppo abbiamo consegnato ai “balli in maschera” tutta la Quaresima.

La devozione al Volto Santo è collegata a quelle al Santissimo Sacramento, al Cuore Eucaristico, al Sacro Cuore e ci dice della Divina Misericordia. Già nel secolo precedente Gesù parlò del suo Santo Volto a Santa Suor Geltrude e a Suor Maria Saint Pierre, carmelitana a Tours e forse non tutti sanno che il nome completo da Suora di Santa Teresina di Lisieux, Dottore della Chiesa, è Santa Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo.

La devozione al Volto Santo e il portarne la medaglia si accompagnano alle promesse di Nostro Signore ai devoti e sono svariati i miracoli riferiti a questo affidamento (come per la medaglia chiesta a Suor Caterina Labourè a Rue Du Bac, a Parigi). Si tratta di una contemplazione che viene dall’Eucaristia e guarda al Volto Divino del Redentore, a beneficio dei consacrati, per tutte le necessità e per la salvezza di tutte le anime.

Il volto nella medaglia è simile a quello della Sindone perché l’allora l’Arcivescovo di Milano, il Cardinal Schuster, che sostenne subito la devozione, donò alle suore un quadro del Volto di Gesù preso dalla Sindone, adoperandosi anche per introdurre Suor Pierina presso Pio XII. Vengono alla mente alcuni celebri versi dei salmi: l’anima mia ha sete del Dio vivente: quando vedrò il suo volto? Di te ha detto il mio cuore: “Cercate il suo volto”; il tuo volto, Signore, io cerco. Non nascondermi il tuo volto, non respingere con ira il tuo servo. Sei tu il mio aiuto, non lasciarmi, non abbandonarmi, Dio della mia salvezza. È il volto umano del Verbo Incarnato, vero Dio e vero uomo. Si rende riconoscibile nella sua unicità, adorata dai pastori e dai magi, quando ancora il corpo era avvolto dei panni che lo fasciavano bambino. Poi è il volto che dice la Parola, compimento della sete di Dio che attraversa l’antica alleanza. Ancora: "Ecce homo!".

Gesù ci mette proprio la faccia, sfigurata dai colpi. In Isaia era scritto: Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per potercene compiacere.

Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia... Così redime e sancisce la nuova ed eterna alleanza. Il volto di Gesù ci fa vedere il Padre, come Gesù disse a Filippo durante l'ultima cena. Il corpo e sangue dell’Eucaristia abita i tabernacoli del mondo e attende il nostro rispetto, la visita e l’adorazione. La voce di quel volto risuona nel Vangelo. La luce inonda ogni Santa Messa celebrata.

Il volto di Gesù chiede amore e consolazione. Vi scesero le lacrime del pianto da bambino, poi per l’amico morto, o anche guardando Gerusalemme. È stato rigato di sangue durante la Passione, per i colpi, le cadute, la corona di spine. Si è bagnato del sudore di sangue e degli sputi ricevuti. È capace di sguardi che cambiano la vita (il giovane ricco). Un volto rivolto al Padre in tante circostanze. Trasfigurato dalla luce sul Tabor.

Baciato da chi lo ha amato (Giuseppe e Maria) e da chi l’ha tradito come Giuda.

Un volto che, mancando allora macchine fotografiche e cineprese, ci è comunque pervenuto attraverso la Sindone, il Volto Santo della Veronica e le visioni mistiche dei santi. Ha catturato lo sguardo di tutti quelli che erano fissi su di lui. È stato il primo volto visto dai ciechi dalla nascita che ha guarito.

Il sacro cuore eucaristico di Gesù esprime la volontà del Padre e ci si consegna nell’umiltà che ebbe colei che, con un umile sì, l’ha portato in grembo e messo al mondo come Redentore. Della mamma ci rimane quest’ultima frase riportata nel vangelo di Giovanni: “Fate tutto quello che vi dirà”. Quel Volto Santo ci dice: “Chi mi contempla mi consola”.

E di quante indelicatezze, indifferenze, abusi (anche liturgici), sacrilegi, oltraggi e bestemmie viene offeso! (tralcio)

Fonte: La Catholica e la sua continuità, 21.2.2023

lunedì 5 settembre 2022

La grotta di San Gregorio Magno, ovvero di San Michele in Monte Laureto a Putignano (BA)

Di Vito Abbruzzi

A cura di Deodata Cofano

Il 3 settembre (12 marzo nel calendario tradizionale) la Chiesa fa memoria di San Gregorio Magno, nato verso il 540 dalla famiglia senatoriale degli Anici e Papa dal 03 settembre del 590 al 12 marzo del 604. E’ uno dei più grandi Papi della storia, dottore della Chiesa, iniziatore del potere temporale della Chiesa e, in particolare, fu lui che riformò la liturgia della Chiesa Romana  e raccolse e ordinò i canti sacri che presero il nome di Canti gregoriani.

 

La sua appartenenza ad una delle famiglie senatoriali più importanti di Roma, lo lega alla grotta di San Michele in Monte Laureto a Putignano (BA).

Infatti, la grotta (e il territorio circostante ad essa) sarebbe appartenuta alla famiglia Anicia e fatta consacrare da San Gregorio Magno all'indomani della sua salita al soglio pontificio, esattamente nel 591.

(In questo bellissimo video troverete presentazione e visita del Santuario rupestre dedicato al culto di San Michele Arcangelo in Monte Laureto, a Putignano. Situato su una collina distante circa 3 chilometri dall'abitato. Dal 912 al 1045, ha ospitato inizialmente i monaci Cluniacensi e in seguito i Benedettini. Oggi, grazie alla passione di volontari laici, la grotta è aperta alle visite e alla preghiera)


Sappiamo benissimo la devozione del santo Papa all'Arcangelo Michele, al quale fece dedicare l'anno stesso della sua elezione il mausoleo di Adriano, famoso, appunto, come "Castel Sant'Angelo".

E sappiamo pure quanto egli tenesse molto a cristianizzare nella penisola italica quei luoghi ancora interessati dai culti pagani.

Si dice che proprio la nostra grotta di Putignano fosse dedicata al dio Apollo, motivo per cui San Gregorio si preoccupò sin da subito del suo pontificato di farla consacrare a San Michele. E a questo scopo avrebbe incaricato il generale Tulliano, di stanza a Siponto con le sue truppe.

A conferma di questo lo stesso nome del comune di Putignano, tra le cui diverse etimologie ci sarebbe anche quella di "puteum Tullianum", a ricordo del "gran pozzo, che vi scavò Tulliano, [...] essendo quà venuto [...] colle armi di Siponto a costruire Barsento e S. Michele; avesse voluto donare di una vasta cisterna la buona gente che l'accolse e prestossi devota ai lavori delle badie, imponendo e alla cisterna ed ad al paese il suo nome". A dircelo è Pietro Gioja, nelle sue "Conferenze istoriche sulla origine e su i progressi del comune di Noci in Terra di Bari" (Napoli 1842, pag. 149), avvalorando la tesi del Sarnelli, "dotto in archeologia" (ivi).

Ma anche anche l'origine del nome Putignano "da Apollo Pithunis (uccisore del serpente Pitone) da cui deriverebbe Pethunianum. Ciò per via della presunta presenza di un santuario di Apollo all'interno di una grotta presso Monte Laureto, un alto colle nell'agro putignanese". Dato confermato dalla splendida scultura lapidea di San Michele, firmata dall'eccezionale Stefano da Putignano, posta all'interno della omonima grotta di Monte Laureto.

Il San Michele ivi raffigurato ha tutti gli stilemi del dio Apollo. E sarebbe - a giudizio degli esperti - la sua opera più bella.

Quindi parliamo di una grotta-santuario davvero importante, sebbene meno conosciuta rispetto ad altri luoghi analoghi dedicati a San Michele; l'unica, a mio modesto parere, che può vantare l'ex aequo con quella più famosa di Monte Sant'Angelo.

Non poche analogie tra le due. Per storia, arte, fede. Addirittura la grotta di Monte Laureto è, pur di poco, più ampia e più spaziosa di quella del Gargano. E ha un'acustica perfetta.

Inoltre è in una posizione baricentrica da un punto di vista geografico: un passaggio ineludibile per gli spostamenti dalla sponda adriatica a quella jonica, e viceversa, attraversando la Murgia barese-tarantina. E, dunque, non solo una tappa quasi obbligata, ma un punto di convergenza provenendo dalle varie località della Puglia centro-meridionale. Lo capiamo grazie agli innumerevoli toponimi, cappelle, edicole dedicati a San Michele.

Perciò, non resta che andare a visitare e, soprattutto, a pregare il  "gloriosissimo Principe delle celesti milizie, Arcangelo San Michele" nella grotta-santuario a Lui dedicata in Monte Laureto a Putignano: un effetto davvero sorprendente e un senso di meraviglia ogni volta che ci si va.

sabato 1 maggio 2021

La «Corredentrice» affermata dai Santi

Iniziamo questo mese mariano dedicato alla Vergine SS. rilanciando un articolo che difende uno dei titoli, oggi più contestati, della Madonna, quello di corredentrice, che, sebbene non sia stato proclamato dogmaticamente, è quantomeno una verità da ritenersi prossima alla fede, trattandosi di una convinzione plurisecolare del santo popolo di Dio. Ed a riprova, lo riprendiamo attraverso quanto affermato dai Santi.

Buon mese mariano a tutti.







La «Corredentrice» affermata dai Santi

di Padre Mariano Pellegrino

La rapida rassegna del pensiero corredenzionista nella vita e nell’insegnamento di un folto gruppo di santi del secolo XX, presentata nelle scorse settimane, ci conferma e ci conforta con l’affermazione corale della verità salutare e feconda della Corredenzione mariana.


Il percorso singolare e privilegiato di questa galleria agiografica ci ha messo a contatto con la fede ardente e luminosa, palpitante e adamantina di un gruppo di «eletti» del Signore, e, in particolare, con la loro fede vissuta nei riguardi del dolce mistero di Maria quale nostra Madre e Corredentrice universale.

In chiave mistica e contemplativa (con santa Gemma Galgani, santa Elisabetta della Trinità e santa Teresa Benedetta della Croce), in chiave attiva e apostolica (con santa Francesca Saverio Cabrini, il beato Bartolo Longo, san Luigi Orione), dall’alto del soglio pontificio (con san Pio X) o del pulpito di ogni giorno (con san Josemaría Escrivá), si è formato un bel coro polifonico di otto voci che ha cantato e inneggiato a Maria Santissima, alla nostra divina Madre e Corredentrice.

Certo, a voler estendere la ricerca, questo coro di otto «eletti» poteva moltiplicarsi e diventare una potente corale di centinaia di voci, quanti sono stati i santi e i beati, i venerabili e i servi di Dio del secolo XX. Pensiamo, ad esempio, a san Luigi Guanella e al beato Timoteo Giaccardo, a santa Faustina Kowalska e alla beata Anna Sala, al beato Charles De Foucauld e alla venerabile Josefa Mènèndez, al servo di Dio padre Anselmo Treves e alla beata Alexandrina da Costa. Per ricordare soltanto di passaggio qualcuno dei tantissimi servi di Dio, accenniamo a suor Maria Domenica Mantovani, confondatrice delle Piccole Suore della Sacra Famiglia, morta nel 1934, la quale parla espressamente, con accenti di ardentissima fede, della «pietosissima Corredentrice» e «Regina dei martiri» (1); e a padre Mariano da Torino, cappuccino, morto nel 1972, celebre predicatore e conferenziere, il quale parla di Maria Santissima che «non si aggiunge alla Redenzione, ma entra nel costitutivo della Redenzione stessa...: è la Corredentrice del genere umano» (2).

Ma a noi basta il gruppetto degli otto sopra esaminati, quasi un libamen della ricca mensa degli «eletti» del secolo XX; bastano questi esemplari di uomini e donne, di giovani e anziani, di contemplativi e attivi, di diverse nazionalità, per la conferma della vitalità perenne di una verità – la Corredenzione mariana – che fa parte del patrimonio di fede vissuta dai figli più «eletti» della Chiesa, dai testimoni più sicuri e autentici della fede, dai maestri e modelli di tutti gli uomini, giacché, come insegna la Chiesa, soltanto i santi sono la «via sicurissima per la quale, tra le mutevoli cose del mondo, potremo arrivare alla perfetta unione con Cristo, cioè alla santità, secondo lo stato e la condizione propria di ciascuno» (Lumen gentium, n. 50).

Teologia e Agiografia stanno fra loro in rapporto dinamico paragonabile al rapporto fra il sole (la Teologia) e i suoi raggi (l’Agiografia). La Teologia mariana corredenzionista non potrebbe avere sostegno e conferma più garantita, più alta e preziosa di quella agiografica. E il secolo XX, in tal senso, si presenta come il secolo della Corredenzione mariana, affermata e vissuta a tutti i livelli dell’esperienza agiografica, che va da quella mistica più consumata a quella attiva più dinamica, che va da quella di un Sommo Pontefice (san Pio X) a quella di una semplice ragazza toscana (santa Gemma Galgani).

Il supporto specifico che l’agiografia dona alla Teologia è quello della ortodoxia tradotta in ortoprassi, quale verifica esperienziale, potrebbe dirsi, di una verità concettuale. Si tratta della Theologia cordis, in effetti, la quale, se da una parte non può non basarsi sulla Teologia speculativa, dall’altra garantisce e conferma ella stessa anche la Teologia speculativa. Theologia cordis e sensus fidei si richiamano e si ritrovano qui in unità feconda di grazia, a livello non tanto di dottrina sistematica ed elaborata, quanto di santità della vita vissuta nell’eroicità delle virtù quotidiane. Questo è il magistero vivo della santità. Magistero certamente non meno valido e prezioso di quello dei teologi ricercatori e dei maestri di cattedra per professione.

A tal proposito, il gruppetto dei santi e dei beati presi in esame nel presente studio, per verificarne l’adesione personale alla verità della Corredenzione mariana, costituisce sicuramente un capitolo forse emblematico della vitalità e ricchezza, della validità e bellezza della Theologia cordis e del sensus fidei di chi vive la propria vita di fede secondo l’insegnamento e la tradizione della Chiesa, e ne realizza la dimensione di grazia nella propria anima e nella propria esperienza di vita, e magari nell’esperienza di vittima anche cruenta, come avvenne alla giovanissima santa Gemma Galgani, e come testimoniò di sé un’altra giovane, santa Elisabetta della Trinità, che, a somiglianza di Maria Corredentrice, nelle sue terribili sofferenze, era stata associata da Cristo «alla grande opera della sua Redenzione» (Lettera 261). Teologia speculativa e Teologia affettiva fanno davvero simbiosi radiosa di verità e di amore in tutti i santi.

Viene opportuna, inoltre, la riflessione sul fatto significativo e istruttivo che pressoché tutti i santi e i beati (come anche i venerabili e i servi di Dio), senza alcuna difficoltà, hanno fatto uso dei termini Corredentrice e Mediatrice, con semplicità e sicurezza, in riferimento alla duplice fase della missione salvifica di Maria: la fase della Corredenzione vera e propria, ossia la fase terrestre, che copre l’arco della vita terrena di Gesù e di Maria nell’operare la Redenzione universale con il pagamento del doloroso riscatto per il riacquisto della grazia perduta dai nostri Progenitori; e la fase della Mediazione o dispensazione delle grazie, ossia la fase celeste che parte dall’Assunzione di Maria in Cielo e si estende fino alla fine dei tempi con la distribuzione della grazia salvifica a tutti gli uomini «ancora peregrinanti – come dice il Vaticano II – e posti in mezzo a pericoli e affanni, fino a che non siano condotti nella patria beata» (LG 62).

Questo uso secolare, ordinato e tranquillo, dei termini Corredentrice e Mediatrice nel linguaggio corrente della Theologia cordis dei santi, che è l’espressione genuina del sensus fidelium più elevato e garantito, in armonia con il linguaggio di Sommi Pontefici e di tanti teologi, può bastare a sufficienza a rassicurare e a tacitare quanti, oggi particolarmente (e, come risulta evidente, stranamente), si preoccupano per l’uso di tali termini e si agitano, incerti e pavidi, per la reazione contraria, ben nota ab initio, dei fratelli protestanti, i quali negano qualsiasi possibile cooperazione, sia corredentiva che mediativa, di Maria Santissima alla salvezza, così come negano, ugualmente inde ab initio, le verità di fede della Verginità perpetua, dell’Immacolata Concezione e dell’Assunzione di Maria Santissima in anima e corpo al Cielo. I nostri santi, invece, i nostri beati e venerabili, in ogni tempo, nella loro carità e umiltà, non si fanno mai condizionare né dagli erranti, né dagli errori nel testimoniare e comunicare la verità tutta intera e tutta intatta nella sua purezza, quella verità che, sola, ci fa veramente «liberi» (Gv 8,32).

Anche questa particolare lezione sull’uso dei termini Corredentrice e Mediatrice, che ci viene dall’agiografia corredenzionista del secolo XX, risulta, in effetti, illuminante e preziosa per la stessa odierna Teologia speculativa, ed è di conforto e di sostegno a quanti, teologi e semplici fedeli, stanno fedelmente alla scuola dei papi san Pio X, Pio XI e Giovanni Paolo II, alla scuola di santa Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein), del beato Ildefonso card. Schuster, di san Luigi Orione, di san Josemaría Escrivá, e di tanti altri santi e beati, venerabili e servi di Dio, testimoni liberi nel professare la propria fede nella verità della Corredenzione e Mediazione mariana, chiamando e pregando Maria Santissima Corredentrice universale e Mediatrice di tutte le grazie per l’umanità intera.

L’Agiografia corredenzionista del secolo XX, dunque, come detto agli inizi, ha svolto e svolge un compito importante e autorevole per la stessa Chiesa docente e discente, dando il suo altissimo contributo di vita e di santità a conferma e sostegno della fede perenne per questa nostra Chiesa che avanza e cresce, Maria Matre et Mediatrice, «fino al perpetuo coronamento di tutti gli eletti» (LG 62).

NOTE

1) A. Martinelli, Un grande cuore di figlia e di madre. Suor Maria Domenica Mantovani, Milano 1964, p. 316.

2) P. Mariano da Torino, Fede e vita cristiana, Roma 1990, p. 179.

Fonte: Settimanale di Padre Pio, 26.4.2020, fasc. n. 17

giovedì 19 marzo 2020

San Giuseppe prototipo della Consacrazione a Maria

L’8 dicembre 1870, con il decreto Quemadmodum Deus, il prefetto della Sacra Congregazione dei Riti, cardinal Patrizi, a nome del beato papa Pio IX, proclamava S. Giuseppe patrono della Chiesa: «[…] Ora, poiché in questi tempi tristissimi la stessa Chiesa, da ogni parte attaccata da nemici, è talmente oppressa dai mali più gravi, che uomini empi hanno pensato che infine le porte dell’inferno abbiano prevalso contro di lei, i Venerabili Eccellentissimi Vescovi dell’universo Orbe Cattolico hanno inoltrato al Sommo Pontefice le loro suppliche e quelle dei fedeli affidati alla loro cura chiedendo che si degnasse di costituire San Giuseppe Patrono della Chiesa Cattolica. Avendo poi essi rinnovato nel Sacro Ecumenico Concilio Vaticano [I] più insistentemente le loro domande e i loro desideri, il Santissimo Signor Nostro Pio Papa IX, costernato per la recentissima e luttuosa condizione di cose, per affidare Sé stesso e i fedeli tutti al potentissimo patrocinio del Santo Patriarca Giuseppe, volle soddisfare i voti degli Eccellentissimi Vescovi e solennemente lo dichiarò Patrono della Chiesa Cattolica [...]. Egli stesso inoltre ha disposto che tale dichiarazione, per mezzo del presente Decreto della Sacra Congregazione dei Riti, fosse pubblicata in questo giorno sacro all’Immacolata Vergine Madre di Dio e Sposa del castissimo Giuseppe» (vqui il testo. V. anche qui).
Quest’anno 2020, quindi, ricorre il 150° anniversario di quella proclamazione.
Dopo Pio IX, a mostrare particolare attaccamento al Santo Patriarca fu il papa Leone XIII. Egli, eletto papa il 20 febbraio 1878, un mese dopo, come ebbe a dire ai cardinali, in una allocuzione del 28 marzo 1878, affermò di aver messo il suo pontificato sotto la protezione di San Giuseppe. Poi, in calce alla lettera enciclica Quamquam pluries del 15 agosto 1889 pose la preghiera «A te, o beato Giuseppe», che sarebbe diventata popolarissima tra i cattolici.
Dopo Leone XIII fu la volta di S. Pio X, al quale spettò approvare le litanie del Padre putativo di Gesù. Per la verità, le prime litanie in onore di San Giuseppe che conosciamo sono riportate nel testo Sommario delle eccellenze del glorioso San Giuseppe, del 1597, del carmelitano P. Girolamo Graziano della Madre di Dio. Ma fu solo con decreto di approvazione della Congregazione dei Riti, del 18 marzo 1909, che il papa San Pio X approvò e fissò le litanie di San Giuseppe. Commenta il padre Gaithier: “Grazie a questo decreto, Maria e Giuseppe erano i due soli santi che godevano di litanie autorizzate per il culto pubblico”. Pio XI, con decreto del 21 marzo 1935, applicò alla loro recita cinque anni di indulgenza ogni volta ed un’indulgenza plenaria se la recita delle Litanie, dei versicoli e dell’orazione è ripetuta ogni giorno per un mese intero. Per il testo delle litanie, cfr. Radiospada, 19.3.2020.
Benedetto XV, ricorrendo il 50° anniversario della proclamazione del Santo a Patrono della Chiesa Universale, con il Motu proprio Bonum Sane del 25 luglio 1920, esortava l’Episcopato dell’orbe cattolico a promuovere il culto nei confronti di S. Giuseppe.


In onore di S. Giuseppe, quindi, rilanciamo questo contributo:

San Giuseppe prototipo della Consacrazione a Maria

di P. Serafino M. Lanzetta

Il mese di marzo è dedicato alla grande figura di san Giuseppe. In questa riflessione vorrei mettere in rilievo il mistero dell’unione di san Giuseppe con la Beata Vergine Maria. In ciò vi è la sorgente di tutte le grazie di cui è ricco il mistero giuseppino, oltre che al modo in cui il Santo di Nazareth viene introdotto dal Nuovo Testamento ed è conosciuto nella Chiesa. Se guardiamo attentamente alla sua vita, tutto accade per mezzo di Maria. Giuseppe comincia ad essere conosciuto come lo sposo di Maria (vedi Mt 1, 16) e proprio in ragione di questa relazione sponsale – da essere approfondita nella sua profondità spirituale – è introdotto nel mistero di Cristo divenendo suo padre putativo. Tutto per Maria.
Concentriamoci per un momento sul Vangelo di Matteo (1, 18-19) dove Giuseppe di Nazareth viene presentato prima di tutto quale sposo di Maria e quindi come “uomo giusto”: «Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto». Con ciò comprendiamo che Maria e Giuseppe erano già sposati quando la Vergine si trovò incinta miracolosamente del suo Figlio Gesù. Dicendo «promessa sposa», il Vangelo mette in evidenza il costume ebraico di celebrare le nozze in due momenti: l’unione legale, quale vero matrimonio con tutti gli effetti civili e religiosi e la coabitazione che poteva avvenire anche un anno dopo la promessa di matrimonio. Anche il Vangelo di Luca riferisce che Giuseppe era già unito a Maria da un patto matrimoniale. Infatti l’angelo fu mandato «a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe» (1, 27). Da questa unione sponsale benedetta con Maria prende forma anche la relazione di san Giuseppe con Gesù. Il Santo falegname entra in contatto personale con Gesù mediante la Madonna quando è lui a dare il nome “Gesù” al figlio di Maria (cf. Mt 1, 21). Anche al momento dell’adorazione dei pastori, che arrivarono in fretta per vedere il segno di Dio, Giuseppe si trova tra Maria e Gesù: «Andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia» ci dice il Vangelo (Lc 2, 16); come per dire che il cammino cristiano che conduce a scoprire pienamente chi è quel Bambino è da Maria a Gesù. Attraverso lo sposalizio con Maria, Giuseppe stringe Gesù e lo tiene tra le sue braccia. Egli pertanto è l’icona più perfetta della consacrazione a Maria, dell’adagio classico a Gesù per Maria.
Riflettiamo più a fondo sullo sposalizio unico e verginale di san Giuseppe con la Madonna, vera chiave per capire la figura del Falegname di Nazareth come primo tipo o modello esemplare della consacrazione mariana. Questo matrimonio santo fu senza dubbio straordinario. Nel considerare questo mistero dobbiamo trascendere il suo significato naturale e puntare subito alla profondità dell’aspetto spirituale. Tutto infatti depone a favore di un’unione speciale e interamente spirituale. Nel racconto di san Matteo (1, 18-19) appena citato, circa il fatto che Giuseppe fosse già sposato con Maria pur non coabitando ancora, possiamo scoprire qualcosa in più in virtù di una lettura anagogica del testo. E cioè, mentre Giuseppe era già unito in matrimonio a Maria – inizialmente e legalmente – non era però ancora pienamente unito a lei; ciò potremmo leggerlo nel senso di non essere ancora consacrato a lei, dal momento che la coabitazione sarebbe stata, di comune accordo, verginale e casta. Le ragioni di ciò le vedremo tra breve. Il matrimonio giuseppino dovrebbe essere considerato sotto un’altra luce in riferimento a due momenti superiori: l’unione maritale iniziale e la sua consumazione, da essere letta come consacrazione a Maria: una piena donazione di se stesso alla Vergine. La consumazione del matrimonio allora acquisterebbe un significato spirituale nuovo, preannunciando ciò che Gesù sceglierà nel suo matrimonio mistico con la Chiesa sulla Croce. Come per Gesù Crocifisso il dono di sé alla Sposa è “consumato” nel suo amore «fino alla fine» (Gv 13,1), amore totale fino alla morte, così sarà per san Giuseppe. Il suo totale amore a Maria sarà consumato nel sacrificio di se stesso fino alla morte per essere uno con Maria e ciò al fine di partecipare alla Redenzione di Cristo. Questa consacrazione a Maria accade dopo la rivelazione dell’Angelo, quando Giuseppe ha la piena conoscenza di chi è Maria e chi è quel Figlio che Lei portava in grembo. Ora Giuseppe è pronto per prendere Maria nella sua vita e per mezzo di Lei di prendersi cura di Gesù. Possiamo contemplare tutto ciò alla luce del racconto del Vangelo di Matteo (1, 20-24), in cui leggiamo: «Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: ”Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati”. Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio a lui sarà dato il nome di Emmanuele, che significa Dio con noi. Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa».
Qui dovremmo concentrarci soprattutto sull’ultima frase di questa pericope, che nell’originale greco recita così: «kaiparélabentèngunaîkaautou» («prese con sé la sua sposa»). Il verbo para-lambano, “prendere”, ha generalmente due significati: 1) prendere con sé, unire a sé o 2) ricevere ciò che è trasmesso. Questo verbo è lo stesso che troviamo nel Vangelo di Giovanni (19, 27) per descrivere l’atto del prendere/ricevere Maria nella propria vita da parte del discepolo prediletto: «E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé» (l’originale dice: «élaben o mathetèsautèneistaídia», “la prese tra le sue cose più care”). Quindi, possiamo facilmente concludere che anche Giuseppe, prima di ogni altro, da quell’ora, l’ora in cui fu istruito dall’Angelo per mezzo dello Spirito Santo circa il mistero di Maria e del Bambino nel suo grembo (echeggianti le parole di Nostro Signore sulla Croce al discepolo prediletto in riferimento alla sua Madre), prese Maria con sé. Da quel momento dell’unione piena e perfetta con Maria, Giuseppe consegnò se stesso interamente a Lei, così che attraverso di Lei potesse entrare nel mistero di Cristo e partecipare attivamente all’opera della Redenzione.
Bisogna chiarire un ultimo punto al fine di presentare un quadro completo del matrimonio di San Giuseppe con Maria quale consacrazione a Lei. Il fatto che il matrimonio fu verginale è di grande importanza. Questo prova che la consegna completa che Giuseppe fece di se stesso a Maria durante la seconda fase delle nozze deve essere intesa piuttosto come consumazione spirituale di quella unione. Il Vangelo, sottolineando il modo in cui Giuseppe accoglie Maria nella sua vita, dice anche che «senza che egli la conoscesse, ella diede alla luce un figlio ed egli lo chiamò Gesù» (Mt 1, 25). Questa è certamente la traduzione corretta del testo originale che però presenta la particella “fino a” (éos). Con una traduzione più letterale, si dovrebbe rendere il testo così: Giuseppe «non la conobbe fino a quando ella partorì il suo figlio ed egli lo chiamò Gesù». La preposizione “fino a”, comunque, non sta a significare che dopo la nascita di Gesù, Maria e Giuseppe ebbero una normale relazione maritale. Infatti, ci sono diversi esempi biblici in cui “fino a” non implica mai un cambiamento successivo. Possiamo richiamare tra i tanti, ad esempio, le parole del Salmo messianico (109 [110],1): «Oracolo del Signore al mio signore: siedi alla mia destra finché io ponga i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi». Ovviamente Cristo non regna alla destra del Padre solo fino a quando i suoi nemici saranno sconfitti. Anche quando Gesù promise ai suoi Apostoli di rimanere con loro «fino alla fine del mondo» (Mt 28, 20), non volle lasciar intendere che sarebbe stato con loro solo fino alla Parusia. Al contrario, con la preposizione temporale “fino a”, l’Evangelista desidera dire che Giuseppe e Maria, diversamente da una coppia giudaica ordinaria, non consumarono il loro matrimonio durante la prima notte di nozze. Questo perché Maria aveva fatto voto di verginità, come chiaramente appare dalla sua risposta all’Angelo: «Non conosco uomo» (Lc 1, 34). Ciò non era sconosciuto alla tradizione giudaica, ma fu un voto di astinenza secondo il libro dei Numeri (cap. 30) che Giuseppe aveva accettato e quindi avallato.
Proviamo ora a trarre qualche conclusione da tutto ciò. Immagiamo ciò che poté significare a livello pratico per san Giuseppe ricevere Maria nella sua vita, cosicché ognuno possa avere nel grande Patriarca un modello di consacrazione a Maria. Fu anzitutto per san Giuseppe condividere tutta la sua vita: pensieri, volontà, beni, con Maria per poter piacere a Gesù e per fare la volontà di Dio; fu ancora essere verginalmente obbediente a Maria per poter essere conformato all’obbedienza di Gesù al Padre; fu amare Maria con tutto il suo cuore casto così da rimanere sempre vigilante nel suo ministero di custode di Cristo e di servo della Redenzione; fu infine rimanere devotamente alla presenza di Maria così da essere sempre alla presenza di Gesù. Conoscere chi è Maria fu per Giuseppe conoscere chi è Dio, dove Egli abita.
La consacrazione a Maria, che san Giuseppe fece prima di tutti e in modo più perfetto, dovrebbe allora mirare ad ottenere in primis quella casta disposizione giuseppina del cuore. Nella misura in cui amiamo la Madonna con un cuore puro, con il cuore puro di san Giuseppe, in risposta, Lei ci accoglie sotto il suo manto di purità e ci rende suoi sposi d’amore, così da essere al sicuro da tutte le insidie di impurità e di empietà presenti nel mondo. Che san Giuseppe sia ancora più conosciuto quale Patriarca di amore a Gesù attraverso Maria e nel suo ruolo di sposo mistico della Santa Vergine.

giovedì 20 dicembre 2018

Commento al cap. V della Sacrosanctum Concilium in occasione della IV Antifona Maggiore

In questo giorno l’Antifona maggiore che si canta, durante i Vespri, al Magnificat ed al versetto alleluiatico del Vangelo è la IV: O Clavis David.






Proseguiamo la lettura della Sacrosanctum Concilium, pubblicando il commento al suo cap. V del prof. Giovanni Schinaia. Il commento al cap. IV sarà pubblicato appena disponibile.

Commento al capitolo V della Costituzione Sacrosanctum Concilium

del prof. Giovanni Schinaia

Il capitolo V della SC è dedicato all’Anno Liturgico. È composto in tutto da 11 articoli, divisi in due parti: la prima parte, costituita da 4 articoli (102-105) è introduttiva e spiega il senso dell’Anno Liturgico. La seconda parte, costituita da 6 articoli (106-111) contiene invece le disposizioni.
Per quanto riguarda la definizione del senso dell’Anno Liturgico, naturalmente, tutto verte sulla celebrazione del mistero di Cristo, della celebrazione pasquale una volta a settimana, la domenica, e con la grande solennità della Pasqua – unitamente alla sua beata passione -. Dopo aver affermato la centralità della Pasqua si dice poi che tutto il mistero di Cristo, dall’Incarnazione fino all’attesa del suo ritorno è come distribuito nel corso dell’anno (102).
Al secondo posto c’è poi il ricordo della particolare venerazione per la Madonna Santissima (103).
Dopo la Madonna c’è il ricordo della memoria dei Santi, a partire dai martiri. (104) mi permetto a latere di notare un problema di traduzione dell’aggettivo sostantivato nataliciis). Leggiamo nel testo originale: In Sanctorum enim nataliciis. Il testo italiano presenta la traduzione letterale: «Nel giorno natalizio dei santi». È traduzione corretta ma fuorviante. Il dies natalis, è il giorno della morte corporale e non della nascita.
Da notare che anche per quanto riguarda i santi la Costituzione si preoccupa di chiarire il senso dell’autentica devozione che deve essere quello di proclamare «il mistero pasquale realizzato in essi».
Dopo la Madonna e dopo i Santi, viene inserito un accenno al completamento della formazione dei fedeli (105). È interessante notare come le pie pratiche, spirituali e corporali, insieme all’istruzione, alla preghiera e alle opere di penitenza e misericordia, vengano messe in una sorta di macro-categoria che è quella della formazione dei fedeli:
«La Chiesa, infine, nei vari tempi dell'anno, secondo una disciplina tradizionale, completa la formazione dei fedeli per mezzo di pie pratiche spirituali e corporali, per mezzo dell'istruzione, della preghiera, delle opere di penitenza e di misericordia» (n. 105).
La prima parte quindi non solo è chiaramente quadripartita, quanto sono appunto gli articoli dal 102 al 105. Ma le parti sono disposte in modo chiaramente gerarchico: il mistero di Cristo, con la Pasqua al centro; poi la venerazione per la Madonna, quindi per i Santi, infine il completamento della formazione dei fedeli nel corso dell’anno.
Venendo alla seconda parte del capitolo, le disposizioni che seguono sono contenute come si è detto in 6 articoli (dal 106 al 111), ma anche questa parte è quadripartita, come chiaramente indicato dai titoli: valorizzazione della domenica, riforma dell’anno liturgico, quaresima, le feste dei santi
Anzitutto la valorizzazione della domenica (106). Mi permetto anche qui di notare un problema di traduzione:
«Secondo la tradizione apostolica, che ha origine dallo stesso giorno della risurrezione di Cristo, la Chiesa celebra il mistero pasquale ogni otto giorni [octava quaque die celebrat], in quello che si chiama giustamente “il giorno del Signore” o “domenica”. In questo giorno infatti i fedeli devono riunirsi in assemblea per ascoltare la parola di Dio e partecipare alla eucaristia e così far memoria della passione, della risurrezione e della gloria del Signore Gesù e render grazie a Dio, che li “ha rigenerati nella speranza viva per mezzo della risurrezione di Gesù Cristo dai morti” (1 Pt 1,3) [Hac enim die christifideles in unum convenire debent ut, verbum Dei audientes et Eucharistiam participantes, memores sint Passionis, Resurrectionis et gloriae Domini Iesu, et gratias agant Deo]».
L’espressione “octava quaque die“ è un complemento di tempo determinato, per il quale in latino si usa il numero ordinale aumentato di una unita. La traduzione sarebbe: ogni sette giorni. E non “ogni otto giorni” come invece troviamo nel testo ufficiale italiano.
C’è poi da notare il “convenire debent”. Anche tralasciando la discutibile scelta di utilizzare il debeo con l’infinito in luogo di una più elegante costruzione col gerundivo, mi pare significativo notare l’idea di “necessità” di questo convegno domenicale per la Santa Messa. La domenica è obbligatorio andare a messa. Non posso non ricordare a questo proposito la prima uscita pubblica fuori Roma del grande Benedetto XVI il quale va molto al di là del banale obbligo:
«La Domenica, Giorno del Signore, è l'occasione propizia per attingere forza da Lui, che è il Signore della vita. Il precetto festivo non è quindi un dovere imposto dall'esterno, un peso sulle nostre spalle. Al contrario, partecipare alla Celebrazione domenicale, cibarsi del Pane eucaristico e sperimentare la comunione dei fratelli e delle sorelle in Cristo è un bisogno per il cristiano, è una gioia, così il cristiano può trovare l’energia necessaria per il cammino che dobbiamo percorrere ogni settimana» (Benedetto XVI, Omelia per la Messa di Conclusione del XXIV Congresso Eucaristico Nazionale, Bari, 29.5.2005).
Sempre sull’articolo 106 vorrei notare la discrepanza fra il testo latino e quello italiano. In latino abbiamo due participi congiunti seguiti da due finali; in italiano il tutto viene reso con 4 finali coordinate, stabilendo così – a mio parere – una confusione fra ciò che il testo latino pone come mezzi e ciò che invece pone come fini. La chiusa infine dell’articolo 106, ribadisce l’importanza della domenica a cui non deve essere anteposta alcun’altra solennità se non di grandissima importanza:
«Per questo la domenica è la festa primordiale che deve essere proposta e inculcata alla pietà dei fedeli, in modo che risulti anche giorno di gioia e di riposo dal lavoro. Non le venga anteposta alcun'altra solennità che non sia di grandissima importanza, perché la domenica è il fondamento e il nucleo di tutto l'anno liturgico» (SC n. 106).
Venendo all’articolo successivo, il 107, troviamo un verbo dovremmo conoscere molto molto bene:
«L'anno liturgico sia riveduto [Annus liturgicus ita recognoscatur] in modo che, conservati o restaurati gli usi e gli ordinamenti tradizionali dei tempi sacri secondo le condizioni di oggi, venga mantenuto il loro carattere originale per alimentare debitamente la pietà dei fedeli nella celebrazione dei misteri della redenzione cristiana, ma soprattutto nella celebrazione del mistero pasquale» (SC n. 107).
Si tratta del verbo recognosco, che troviamo al famoso articolo 25 quando si parla della revisione dei libri liturgici: Libri liturgici quam primum recognoscantur. ….. Anche qui la traduzione proposta è «riveduti».
L’articolo raccomanda quindi che sia alimentata la pietà dei fedeli soprattutto nella celebrazione del mistero pasquale (quindi domenica e solennità di Pasqua); il ragionamento è completato all’articolo successivo:
«L'animo dei fedeli sia indirizzato prima di tutto verso le feste del Signore, nelle quali durante il corso dell'anno si celebrano i misteri della salvezza. Perciò il proprio del tempo abbia il suo giusto posto sopra le feste dei santi, in modo che sia convenientemente celebrato l'intero ciclo dei misteri della salvezza» (SC n. 108).
La terza parte è quella dedicata alla Quaresima, anch’esse divisa in due articoli il 109 e il 110.
Ecco il 109: «Il duplice carattere della quaresima--il quale, soprattutto mediante il ricordo o la preparazione al battesimo e mediante la penitenza, invita i fedeli all'ascolto più frequente della parola di Dio e alla preghiera e li dispone così a celebrare il mistero pasquale--, sia posto in maggior evidenza tanto nella liturgia quanto nella catechesi liturgica».
Perciò:
a) si utilizzino più abbondantemente gli elementi battesimali propri della liturgia quaresimale e, se opportuno, se ne riprendano anche altri dall'antica tradizione;
b) lo stesso si dica degli elementi penitenziali. Quanto alla catechesi poi, si inculchi nell'animo dei fedeli, insieme con le conseguenze sociali del peccato, quell'aspetto particolare della penitenza che detesta il peccato come offesa di Dio. Né si dimentichi il ruolo della Chiesa nell'azione penitenziale e si solleciti la preghiera per i peccatori.
L’articolo 110 è – a mio parere – il più interessante per quanto riguarda le applicazioni pratiche relative alla religiosità popolare:
«La penitenza quaresimale non sia soltanto interna e individuale, ma anche esterna e sociale. E la pratica penitenziale sia incoraggiata e raccomandata dalle autorità, di cui all'art. 22, secondo le possibilità del nostro tempo e delle diverse regioni, nonché secondo le condizioni dei fedeli. Sia però religiosamente conservato il digiuno pasquale, da celebrarsi ovunque il venerdì della passione e morte del Signore, e da protrarsi, se possibile, anche al sabato santo, in modo da giungere con cuore elevato e liberato alla gioia della domenica di risurrezione».
Perché il più interessante. Non ci nascondiamo. Sappiamo quante volte molti sacerdoti siano soliti rispondere con un assenso un po’ infastidito, quando addirittura non con un diniego, alle richieste di partecipare o assistere a tante pie pratiche della nostra tradizione popolare. Si tratti di via crucis, di processioni penitenziali, di liturgie stazionali. La tradizione dei nostri padri ce ne ha tramandate tante soprattutto legate alle celebrazioni quaresimali e della settimana santa. Si tratta quindi di pie pratiche accomunate tutte da una certa caratterizzazione penitenziale. Ora, non è vero che il Concilio ha spazzato via tutto quanto. È vero il contrario e ce lo dice proprio, fra gli altri, l’articolo 110 quando parla di una penitenza quaresimale che deve avere un carattere esterno e sociale. E tanto vale, per estensione, per tutta la preghiera cosiddetta popolare. Dire che la penitenza deve avere funzione sociale significa in altri termini sottolineare la sua natura intrinsecamente evangelizzatrice. È una linea che dal concilio in poi è sempre stata ribadita. Tanto per citare gli ultimi pronunciamenti, abbiamo il Direttorio su pietà popolare e liturgia del 2002, abbiamo il documento di Aparecida dei vescovi dell’America Meridionale, cui il Vescovo di Roma si richiama spesso; abbiamo l’intervento dell’amato Benedetto XVI alla Sessione inaugurale della V Conferenza generale dell’Episcopato Latino-americano e dei Caraibi, 2007; abbiamo l’omelia di Bergoglio del 5.5.2013, incontro mondiale delle Confraternite; e abbiamo in ultimo la Evangelii Gaudium: «Nella pietà popolare, poiché è frutto del Vangelo inculturato, è sottesa una forza attivamente evangelizzatrice che non possiamo sottovalutare: sarebbe come disconoscere l’opera dello Spirito Santo. Piuttosto, siamo chiamati ad incoraggiarla e a rafforzarla (…). Le espressioni della pietà popolare hanno molto da insegnarci e, per chi è in grado di leggerle, sono un luogo teologico a cui dobbiamo prestare attenzione, particolarmente nel momento in cui pensiamo alla nuova evangelizzazione” (…). Per capire questa realtà c’è bisogno di avvicinarsi ad essa con lo sguardo del Buon Pastore, che non cerca di giudicare, ma di amare (…)».
Il capitolo V è chiuso dall’articolo 111 dedicato alle feste dei santi:
«La Chiesa, secondo la sua tradizione, venera i santi e tiene in onore le loro reliquie autentiche e le loro immagini. Le feste dei santi infatti proclamano le meraviglie di Cristo nei suoi servi e propongono ai fedeli opportuni esempi da imitare. Perché le feste dei santi non abbiano a prevalere sulle feste che commemorano i misteri della salvezza, molte di esse siano celebrate [relinquantur celebranda] da ciascuna Chiesa particolare, nazione o famiglia religiosa; siano invece estese a tutta la Chiesa soltanto quelle che celebrano santi di importanza veramente universale».
Da notare la maggiore forza del testo latino: reliquantur celebranda, che è sì un congiuntivo esortativo come quello che troviamo nella traduzione italiana, ma è in latino accompagnato da un gerundivo.

martedì 9 ottobre 2018

Il papa che voleva salvare il mondo tramite la Madonna

In occasione del pio transito del Venerabile Pio XII, rilanciamo questo contributo.

Il papa che voleva salvare il mondo tramite la Madonna

di Aurelio Porfiri


Non dobbiamo dimenticare la specialissima devozione che Pio XII aveva verso la Vergine e che proclamò il dogma dell’assunzione nel 1950. Nel suo amore a Maria si nasconde infatti l'antidoto ad ogni problema.

Per ragioni anagrafiche, quando pensiamo ad un Papa che ha avuto una speciale devozione per la Vergine Maria, ci vengono in mente papa Francesco e la Madonna che scoglie i nodi o San Giovanni Paolo II che aveva scelto come proprio motto Totus Tuus ego sum. Eppure non dobbiamo dimenticare la specialissima devozione che Pio XII aveva verso la Vergine Maria. Infatti fu lui a proclamare il dogma dell’assunzione il primo novembre del 1950.

Sergio Gaspari, in un articolo su Madre di Dio (10 ottobre 2008) reperibile su latheotokos.it così affermava: «Il 9 ottobre 1958, nella residenza estiva di Castelgandolfo moriva Pio XII, Eugenio Maria Pacelli, nato nel 1876, pontefice dal 1939 al 1958, detto, per antonomasia, il Papa della Madonna. Il Pastore supremo che scomunicò nel 1949 i comunisti atei, ma che si era adoperato indefessamente per l’assistenza alle vittime della seconda guerra mondiale, che già preconizzava della futura Europa unita, tecnicamente gigante, spiritualmente atrofizzata, il Papa che avviò le prime riforme liturgiche effettuate poi dal Vaticano II (1962-65).

Nel Battesimo, al nome di Eugenio, veniva aggiunto quello di Maria. Giovane diciottenne, il 13 dicembre 1894, si iscriveva nella Congregazione mariana dei Gesuiti in Roma. Il 3 aprile 1899, celebrava la sua prima Messa dinanzi alla Salus Populi romani di Santa Maria Maggiore. Il suo primo discorso da sacerdote fu sulla Vergine. Veniva consacrato vescovo il 13 maggio 1917, il giorno stesso in cui a Fatima appariva la Madonna. La sua elevazione a cardinale fu annunciata il 7 dicembre 1929, vigilia dell’Immacolata.  Eletto Papa il 2 marzo 1939, nello stringere tra le mani il timone della nave di Pietro, affidava il suo pontificato a Maria "Stella del mare". Si ammalò la prima domenica di ottobre del 1958, festa della Madonna del rosario; spirava, con il rosario in mano, il 9 ottobre”. Come vediamo, una vita veramente impregnata di devozione mariana.

Come detto, Pio XII moriva 60 anni fa. Circa 3 mesi prima della morte egli promulgò la sua ultima enciclica, Meminisse Iuvat (14 luglio 1958), un documento meno conosciuto di altri e dedicato alle pubbliche preghiere nella novena dell’Assunta. Quindi, l’ultima enciclica di questo pontefice mariano è ancora nel nome di Maria e anche di questo documento, come della morte del grande pontefice, celebriamo i 60 anni.

Qui il grande Papa mette tutti gli eventi umani, anche quelli più tragici, nella luce del soprannaturale: «Ma se esaminiamo con animo pensoso le cause di tanti pericoli, presenti e futuri, facilmente vediamo che le decisioni, le forze e le istituzioni degli uomini sono inevitabilmente destinate a venir meno, qualora l'autorità di Dio - che illumina le menti con i suoi comandi e i suoi divieti, che è principio e garanzia della giustizia, fonte della verità e fondamento delle leggi - o venga trascurata, o non collocata al suo giusto posto, o addirittura soppressa».

Egli non sta solo riferendosi ad eventi del passato, ma pensa soprattutto a quanto sta avvenendo nei paesi dell’Europa dell’est e soprattutto in Cina, visto che l’anno prima, nel 1957, era stata costituita l’Associazione Patriottica dei Cattolici Cinesi, che di fatto toglieva la giurisdizione sui cattolici cinesi alla Santa Sede e la metteva sotto il diretto controllo del Partito Comunista professantesi ateo.

Ecco allora che il passaggio successivo, letto con questo e con la sofferenza dei cattolici sotto i regimi comunisti in mente, acquista tutta la sua pregnanza: «D'altro lato, vediamo con sommo dolore del Nostro cuore di Padre, che la chiesa cattolica, di rito sia latino sia orientale, è, in non poche nazioni, oppressa da gravi vessazioni; si mettono i fedeli e i ministri del culto, se non a parole, certamente coi fatti, di fronte a questo dilemma: o astenersi dal professare e diffondere pubblicamente la loro fede, o subir danni, anche gravi. Molti vescovi sono già stati scacciati dalle loro sedi, o impediti dall'esercitare liberamente il ministero, o imprigionati, o mandati in esilio. (...) Inoltre i giornali, le riviste, le pubblicazioni cattoliche quasi del tutto sono messe al silenzio, come se la verità sia esclusivo dominio e arbitrio di chi comanda, e come se le scienze divine e umane, e le arti liberali non abbiano il diritto di essere libere, per poter fiorire a vantaggio del pubblico bene. Le scuole un tempo aperte dai cattolici, sono vietate e abolite; al loro posto ne sono state istituite altre, che o non impartiscono affatto le nozioni di Dio e della religione, o proclamano e diffondono le massime dell'ateismo, cosa che spessissimo avviene».

E ancora: «I missionari, che, abbandonata la casa e la dolce terra natia,avevano sopportato gravi e numerosi disagi per dare agli altri la luce e la forza dell'evangelo, sono stati espulsi da tanti luoghi, come individui nocivi e pericolosi; in tal modo il clero rimasto, impari di numero in confronto dell'estensione territoriale, e spesso inviso e perseguitato, non può provvedere alle esigenze dei fedeli. Con dolore vediamo che talora sono calpestati i diritti della Chiesa, alla quale spetta, soltanto dietro il mandato della Santa Sede, scegliere e consacrare i vescovi, destinati a reggere legittimamente il gregge cristiano».

Il Papa non fa i nomi, ma chi non li comprende? E in realtà c’è un piccolo mistero in questo senso. Nella versione italiana reperibile nel sito vaticano dedicato al Pontefice, alla nota 1, c’è questo inciso in corsivo: «Invito a pregare la vergine Maria durante la novena dell'Assunta soprattutto per la chiesa provata e perseguitata nei paesi dell'Est Europa e in Cina. Esortazione ai cristiani a essere forti nella prova. Incito a tornare ai valori evangelici attraverso un profondo rinnovamento morale» (nel testo riportato ho rimosso un errore di battitura “tornare ai colori ai valori evangelici...”). Questo inciso esiste solo nella versione italiana, ma non in quelle latina, portoghese o inglese. Ma il messaggio era comunque diretto chiaramente, forse il Papa o chi per lui ha voluto essere sicuro che non ci fossero margini per una cattiva interpretazione (anche se nel testo in verità il Pontefice già parla di Europa e Asia orientale).

Ma ecco che tutto viene affidato a Maria Santissima: «Adoperatevi, dunque, venerabili fratelli, perché con la vostra esortazione e col vostro esempio, i fedeli a voi affidati, quanto più è possibile numerosi e supplici accorrano nei giorni stabiliti agli altari della Madre di Dio, la quale "a tutto il genere umano è fatta causa di salvezza"; e con una sola voce e con un sol cuore implorino che alfine dappertutto sia resa la libertà alla chiesa; quella libertà che ad essa serve non soltanto per ottenere l'eterna salvezza degli uomini, ma anche per confermare le giuste leggi col dovere di coscienza, e per consolidare i fondamenti della società civile».

A 60 anni da questo documento sembra siamo ad uno snodo cruciale per la risoluzione del conflitto fra la Chiesa Cattolica e il governo della Cina. Sono cambiate cose importanti tali da giustificare questa risoluzione? Alcuni pensano che siano cambiate, altri ritengono che la situazione non sia diversa da quella descritta da papa Pacelli. Continuiamo ad affidare alla Vergine Maria il bene e il destino di questo grande popolo.