Sante Messe in rito antico in Puglia

lunedì 29 dicembre 2014

"Gaudeámus omnes in Dómino, diem festum celebrántes sub honóre beáti Thomæ Mártyris" (Intr.) - SANCTI THOMÆ EPISCOPI ET MARTYRIS

Prima della riforma di Giovanni XXIII, che stabilì che tutti i giorni dell’Ottava della Natività fossero giorni di II classe (Cfr. Codice delle Rubriche, Rubriche generali, § 68), che non ammettono che le memorie dei santi cadano in questi giorni, il 29 dicembre vedeva la celebrazione di san Tommaso Becket ed il 31 dicembre quella di san Silvestro I, con solamente la commemorazione dell’Ottava. Dal 1962, dunque, si dice la Messa propria per le ferie nell’Ottava con la mera commemorazione dei santi predetti.
L’arcivescovo di Canterbury Thomas Becket fu assassinato, perché aveva difeso la libertà della Chiesa contro le prepotenze del sovrano, nella sua cattedrale il 29 dicembre 1170 e venerato da subito come martire. Come lui si trovarono a patire il martirio, alcuni secoli dopo, Thomas More e John Fisher. «Et ego pro Deo mori paratus sum, et pro assertione iustitiae, et pro Ecclesiae libertate; … dummodo effusione sanguinis mei pacem et libertatem consequatur» furono le sue ultime parole prima del martirio (cfr. Giovanni di Salisbury, Ep. CCCIV, Al vescovo Giovanni di Poitiers, §§ 13-15).
Il papa Alessandro III canonizzò il santo vescovo il 21 febbraio 1173 e, in una lettera del 12 marzo seguente, annunciò al clero ed al popolo di tutta l’Inghilterra questa canonizzazione di Tommaso, di cui ordinava natalem diem passionis solemniter annis singulis celebrari (Ph. Jaffé, Regesta Pontificum romanorum, n.12203, curato ed incrementato da G. Wattenbach, Leipzig, 1888, t. 2, 2° ed.,p. 264). La festa si diffuse rapidamente (è sorprendente constatare che V. Leroquais, nella tavola dei suoi Les sacramentaires manuscrits des Bibliothèques publiques de France, registra 31 menzioni di questa festa nel XII sec.). A Roma, essa fu iscritta nei calendari del Laterano e del Vaticano. Essa è aggiunta nell’Ordo lateranensis (in esso vi è una contraddizione tra i due paragrafi relativi alla celebrazione del 29 dicembre: il primo espone che si dica la messa dell’Ottava della Natività ed il secondo prescrive di celebrare quella di san Tommaso) e nei sacramentari dell’Archivio di Santa Maria Maggiore, dove essa fu inserita senza data tra le messe di santo Stefano e san Giovanni.
Nel messale del Laterano sono stati aggiunti due fogli, al fine di poter introdurre la messa propria Gaudeamus dell’arcivescovo martire: sancti Thomae archiepiscopi et martyris, ma non si può affermare con sicurezza che questa addizione sia anteriore agli ultimi anni del XII sec. (così Pierre Jounel, Le Culte des Saints dans les Basiliques du Latran et du Vatican au douzième siècle, École Française de Rome, Palais Farnèse, 1977, pp. 330-331).
La festa di san Tommaso di Canterbury, tuttavia, era entrata nel calendario troppo tardi, cioè nel XIII sec., perché fosse accolta tra le solennità stazionali, sebbene l’Ufficio di questo giorno appartenesse al Proprio de Tempore e non al Proprio dei santi.
È quasi certo, peraltro, che la canonizzazione come Martire di Tommaso Becket, anche se avvenuta dopo la data convenzionale di scisma d’Oriente (1054), fu accolta dalla Chiesa della Rus ed a Kiev si cantò una dossologia nella Chiesa di santa Sofia quando arrivò la lettera che annunciava la canonizzazione del martire.
Roma cristiana ha dedicato una chiesa al nostro Santo, San Tommaso di Canterbury agli Inglesi, già denominata SS. Trinità Scotorum o Anglicorum, nel rione Regola (Mariano Armellini, Le chiese di Roma dal secolo IV al XIX, Tipografia Vaticana, Roma 18912, p. 413; Ch. Huelsen, Le Chiese di Roma nel medio evo, Firenze 1927, pp. 493-494), e che è la chiesa del Venerabile Collegio Inglese.
La messa prima del 1962, che era doppia (dal ‘62 solo commemorazione), aveva un carattere grandioso, talora patetico, essendo ricca di sentimento e rivelava la grande impressione che aveva fatto nell’Europa cristiana il barbaro assassinio dell’arcivescovo di Canterbury, compiuto da alcuni sicari, nella sua propria cattedrale, all’ora dei Vespri. Dopo i fiori rossi di cui gli Innocenti hanno inghirlandato la mangiatoia del Divino Bambino di Beth-lechem, conveniva che uno dei più potenti Pontefici (Vescovi) del Medioevo venisse a deporvi la sua corona di rose, a nome di tutto l’episcopato cattolico. È per questa ragione che la messa trattava, richiamandole a più riprese, delle qualità e dei doveri di un vescovo e di un pastore di anime.
I santi Padri, spiegando il testo dell’Apostolo a Timoteo, secondo cui “occorre che il vescovo sia irreprensibile” (1 Tim 3, 2; Tito 1, 6), insegnano comunemente che questi deve essere già in stato di perfezione solidamente acquistata, in quanto deve aver estirpato da sé, prima, ogni radice di amor proprio, per non cercare altro che la gloria di Dio e la salvezza delle anime. Difatti, la carità è un movimento dell’anima all’esterno della stessa, verso Dio e tutto ciò che si riferisce a Lui. Quando l’anima si ripiega su se stessa, allora si allontana dalla legge di perfetto amore per cadere nel difetto dell’egoismo. Charitas non quaerit quae sua sunt (1 Cor 13, 5); chi ama Gesù Cristo, diceva sant’Alfonso, cerca di staccarsi da tutto il creato (Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, Pratica di amar Gesù Cristo2, adattamento e note di Alfonso Amarante (a cura di), Roma 2008, p. 116). Per questo l’ufficio Pastorale, che è proprio un ufficio di supremo amore e di disinteresse, esige l’oblio di se stessi, per non più vedere davanti a sé che Dio e la sua gloria nella santificazione dei fedeli.
Alla vicenda del Santo arcivescovo e martire di Canterbury è ispirato il film "Becket e il suo re", del 1964, diretto Peter Glenville, tratto dal dramma teatrale "Becket ou l'honneur de Dieu" di Jean Anouilh, con un convincente Richard Burton nei panni del primate d'Inghilterra.





Autore sconosciuto, S. Tommaso Becket, XVII sec., National Portrait Gallery, Londra

Albert Pierre Dawant, La morte di S. Tommaso, 1879, Musée des Arts et de l’Enfance, Fécamp



Timoteo Viti, SS. Thomas Becket e Martino di Tours con l’arcivescovo Giovanni Pietro Arrivabene e Guidobaldo da Montefeltro, duca di Urbino, XV sec., Palazzo Ducale, Urbino

Maestro Francke o Meister Francke, Martirio di san Tommaso Becket, 1424, Kunsthalle, Amburgo

Le Nain (attrib.), Sacra conversazione con S. Tommaso Becket, 1640 circa

Benjamin West, S. Tommaso Becket, 1797, Museo de Arte, Toledo


Durante Alberti, SS. Trinità tra i SS. Tommaso di Canterbury ed Edmondo, 1580-83 circa, Chiesa di S. Tommaso di Canterbury, Roma

Martirio di S. Tommaso, Cattedrale, Bayeux


Samuel Seeberger, Penitenza del re Enrico II sulla tomba di S. Tommaso Becket, Northampton Museums & Art Gallery, Northampton

Casula (o piviale?) di San Tommaso di Canterbury: trattasi di un mantello sacro di eccezionale bellezza con medaglioni ricamati in seta ed oro. Il manto regale fu eseguito, come attesta una iscrizione in arabo, nell'anno 510 dell'Egira (1116 dell'Era Cristiana). Venne ceduto alla Cattedrale di Fermo da Presbitero, vescovo di Fermo (1184-1201), che lo aveva avuto in dono dalla madre di Tommaso Becket: entrambi, infatti, erano stati studenti allo Studium di Bologna. La madre del Martire volle far conservare il paramento del figlio presso la chiesa del suo fedele amico fermano, perché costui ne aveva condiviso la spiritualità più profonda, quella che trasformava la sua morte in un inobliabile atto di santità. Misura 160 cm in larghezza per 520 in circonferenza di base. Il ricamo, frutto dell'arte manufatturiera arabo-ispanica di Almeira, è stato utilizzato come veste liturgica dal Santo ed è perfettamente conservata nel Tesoro della Basilica Metropolitana di Santa Maria Assunta di Fermo. Il prof. David Rice dell'Università di Londra l'ha studiata a lungo e ha potuto leggere la dicitura ricamata che recita una formula "in nome di Allah", ritenendo che si tratti del più antico ricamo arabo che si conosca in tutto il mondo.

domenica 28 dicembre 2014

Un anno fa si concludeva a Gerusalemme la prima mostra su Erode

Esattamente un anno fa, la sera del 31 dicembre 2013, chi scrive, assieme ad un gruppo di pellegrini, con la guida di P. Eugenio Alliata, ebbe modo di visitare al museo di Gerusalemme la mostra su Erode c.d. il Grande (quello, per intenderci, della strage degli Innocenti, ma anche della ricostruzione del Tempio di Gerusalemme), la cui tomba fu scoperta da un archeologo israeliano nel 2007, ma il cui palazzo fu scoperto grazie agli scavi condotti sull'Herodion dal francescano P. Virgilio Corbo.
La mostra, che si sarebbe dovuta concludere nell'ottobre dello scorso anno, fu prorogata sino ai primi giorni di quest'anno.
Ma è ancora possibile visitarla virtualmente qui all'interno del sito ufficiale della mostra (v. anche qui).

Ricostruzione del mausoleo nel quale era custodita la tomba di Erode

Tomba di Erode

Alcuni video sulla mostra:


(cliccare sull'immagine per il video)


Una mostra dedicata ad Erode il Grande

Trittico antimoderno ed antimodernista

Nella memoria liturgica dei Santi Martiri Innocenti, rilancio quest'articolo pubblicato alcuni giorni fa dal prof. De Mattei. L'articolo è tradotto in inglese dall'immancabile Rorate Caeli.

Trittico antimoderno – La principessa Elvina Pallavicini, don Francesco Putti, l’ing. Giovanni Volpe

di Roberto de Mattei

Ognuno di noi ha conosciuto nella sua vita personaggi che, pur non godendo delle luci della ribalta, possono a pieno titolo entrare nella storia, almeno quella minore. Di tre di questi personaggi ricorre nel 2014 l’anniversario della morte. Dieci anni fa scomparve la principessa Elvina Pallavicini, trent’anni addietro don Francesco Putti e l’ingegner Giovanni Volpe. Le loro vite si sono intrecciate, di tutti sono stato amico e insieme voglio ricordarli.
Elvina Pallavicini nacque nel 1914, a Genova, da Giacomo dei Marchesi Medici del Vascello, e da Olga Leumann, famiglia di imprenditori filantropi di origine elvetica. Il padre era nipote del colonnello Giacomo Medici che, durante la Repubblica romana del 1849, animò l’estrema difesa dei garibaldini, asserragliati nella villa Giraud, detta del Vascello, sul Gianicolo (oggi sede del Grande Oriente d’Italia). Abbracciata la causa monarchica, era divenuto prefetto di Palermo, deputato, e senatore, ottenendo per le sue benemerenze patriottiche il titolo di marchese del Vascello.
Nel 1939 Elvina sposò Guillaume de Pierre de Bernis, marchese de Courtavel, che era stato adottato dallo zio, Giulio Cesare Pallavicini, principe di Gallicano, assumendone il nome e il titolo e ottenendo la cittadinanza italiana. Scoppiata la guerra, il sottotenente Guglielmo Pallavicini si arruolò come pilota nella Regia Aeronautica, ma il 1 agosto 1940, il Savoia Marchetti su cui, volava, in una delle sue prime missioni contro la flotta inglese nel Mediterraneo, fu colpito dalla contraerea nemica e si inabissò al largo delle isole Baleari. Elvina rimase vedova a venticinque anni, con una bambina nel grembo, a cui avrebbe dato il nome di Maria Camilla. Divenne proprietaria del Palazzo Rospigliosi Pallavicini, sul colle del Quirinale, che molti considerano il più bel palazzo privato d’Europa. La sua collezione, che Federico Zeri ha raccolto in un imponente catalogo, comprende tele di Botticelli, Guido Reni, Rubens e dei Carracci. Dopo l’occupazione tedesca di Roma, la giovane Elvina Pallavicini fece del suo palazzo un centro della resistenza monarchica, sotto la guida del generale Giuseppe Lanza Cordero di Montezemolo, comandante del Fronte Militare Clandestino, poi ucciso alle Fosse Ardeatine. Il suo coraggio, spinto alla temerarietà, le fruttò una medaglia di bronzo. Sotto questo aspetto Elvina Pallavicini può essere paragonata a Edgardo Sogno, di cui fu amica, un altro monarchico che sfidò il nazismo con un coraggio che raramente i partigiani comunisti dimostrarono. Di certo non fu una principessa “nera”, né per le sue scelte politiche, né per la tradizione liberale della sua famiglia.
Ancora giovane, Elvina Pallavicini fu colpita da una grave forma di sclerosi che la portò ad una progressiva paralisi delle gambe e poi delle braccia, costringendola su una sedia a rotelle, ma non se ne lamentò mai. Il male non la piegò, ne esaltò anzi la combattività. Negli anni Settanta, in un momento in cui l’alta borghesia portava all’estero capitali e famiglie, considerando inevitabile l’avvento del comunismo in Italia, Elvina lo avversò con la stessa decisione con cui aveva combattuto il nazismo. Collaborò attivamente alla fondazione della prima televisione privata a Roma, Tele Roma Europa, creata in chiave anticomunista da Gaetano Rebecchini, e fece del suo palazzo un baluardo contro il compromesso storico. Ricordo di aver tenuto proprio su questo tema a Palazzo Pallavicini, una delle mie prime conferenze, alla vigilia delle elezioni del 1976 in cui il Pci ottenne il miglior risultato della sua storia, fermandosi a pochi punti percentuali dalla Dc.
Elvina Pallavicini non aveva paura di niente e lo dimostrò quando, il 6 giugno 1977, ospitò nel suo palazzo mons. Marcel Lefebvre, con un gesto che le costò incomprensioni e inimicizie. Nel 1976 mons. Lefebvre era stato sospeso a divinis da Paolo VI ed era divenuto il simbolo della resistenza tradizionalista alle derive postconciliari. Invitarlo a Roma, in una sede prestigiosa come il palazzo Pallavicini sul Quirinale, aveva il sapore di una sfida a Papa Montini e come tale fu intesa dalla stampa internazionale, che accorse in massa per l’evento. La principessa subì straordinarie pressioni per far saltare la conferenza. Il marchese Falcone Lucifero, capo della Real Casa, fece appello ai suoi sentimenti monarchici a nome di Umberto II. Mons. Andrea Cordero di Montezemolo la supplicò di soprassedere, richiamandosi alla memoria del padre. Il principe Aspreno Colonna, facendosi portavoce del patriziato romano, si dissociò dall’iniziativa sulla prima pagina del quotidiano “Il Tempo”, allora diretto da Gianni Letta, mentre il Gran Maestro dell’Ordine di Malta, Fra’ Angelo de Mojana, proibiva a tutti i cavalieri di presenziare all’evento. Infine, il 5 giugno, alla vigilia della conferenza, il cardinale Vicario Ugo Poletti, a nome della diocesi di Roma, stigmatizzò violentemente in un comunicato stampa mons. Lefebvre e “i suoi aberranti seguaci” per “l’offesa fatta personalmente al Papa”. Tutto fu vano. Elvina Pallavicini non cedette di un pollice. “In casa mia – rispondeva – credo di poter ricevere chi desidero ricevere”. La conferenza si tenne in una sala stipata all’inverosimile. Mons. Lefebvre non fece il discorso incendiario che i media attendevano, ma espose con tono pacato le ragioni del suo dissenso da Roma. “Come può essere – disse – che continuando a fare ciò che ho fatto per 50 anni della mia vita, con le congratulazioni, con gli incoraggiamenti dei Papi, e in particolare del Papa Pio XII che mi onorava della sua amicizia, che io mi ritrovi oggi ad essere considerato quasi un nemico della Chiesa?”
Da allora il nome di Elvina Pallavicini fu noto a tutto il mondo. La conferenza risvegliò improvvisamente la curiosità e l’attenzione sull’esistenza di un patriziato e di una nobiltà romana, ancora vivi e pugnaci, di cui la principessa Pallavicini era espressione e il suo palazzo divenne una tribuna coraggiosa e anticonformista in cui, nel corso degli anni, presero la parola personalità della cultura, della politica e dell’arte. Nel 1993 la principessa ospitò un convegno su Nobiltà ed élites tradizionali analoghe, che “la Repubblica” presentò come gli Stati generali della aristocrazia italiana. Negli anni successivi, Elvina Pallavicini guidò, con il marchese Luigi Coda Nunziante, l’associazione Noblesse et Tradition, che raccoglieva un qualificato gruppo di aristocratici di tutto il mondo, difensori dei valori tradizionali nella palude del relativismo contemporaneo. Di lei apprezzavo soprattutto il senso che aveva della propria missione sociale la fede semplice ma granitica e lo spirito categorico che la portava a rifiutare ogni forma di compromesso.
Amante dell’arte incrementò la straordinaria collezione del suo palazzo, assumendo nella Roma di fine Novecento un ruolo analogo a quello che la principessa Isabel Colonna aveva svolto negli anni Trenta. Alle sue conferenze erano sempre presenti in prima fila numerosi cardinali, che accoglieva alla luce delle torce, come si conviene ai principi della Chiesa. Nel 1994 Silvio Berlusconi presentò nella Sala del Trono di Palazzo Pallavicini il movimento di Forza Italia nascente. Elvina Pallavicini lo sostenne, ma prima di morire non nascose la sua delusione verso la coalizione di destra tornata al governo.
Negli ultimi anni i suoi movimenti si facevano sempre più difficili, ma continuò a ricevere sontuosamente nel suo palazzo, assistita dalla fedele amica Elika del Drago e da impeccabili maggiordomi che si succedevano al suo servizio. Trascorreva l’estate a Cortina d’Ampezzo, dove morì il 29 agosto 2004, di fronte alle montagne che tanto amava.
Elvina Pallavicini ospitò per lunghi anni nel suo ufficio di via della Consulta un’altra straordinaria personalità che accanto a Lei merita di essere ricordata: don Francesco Maria Putti.
Chi ha conosciuto don Putti non può dimenticarlo. Nacque nel 1909, a Sarzana, da una famiglia benestante, profondamente cristiana. Aveva poco più di un anno quando fu colpito dalla poliomelite, con gravi conseguenze per tutta la vita. Era un giovane particolarmente bello e prestante e la malattia, come nel caso di Elvina Pallavicini, contribuì a fargli comprendere il primato dei beni spirituali nella vita di un uomo. Diplomatosi in ragioneria, alternò il lavoro all’apostolato, finché non incontrò padre Pio da Pietrelcina, che lo diresse spiritualmente e lo incoraggiò a farsi prete. Dopo molte traversie finalmente il 29 giugno 1956, a 47 anni, Francesco Putti fu ordinato sacerdote e celebrò la sua prima Messa a San Giovanni Rotondo, all’altare dove celebrava quotidianamente Padre Pio. Non poté avere una parrocchia a causa della sua infermità, ma esercitò per quasi 15 anni il ministero della confessione, ad Avellino, Salerno, Napoli. Negli anni successivi al Vaticano II, don Putti misurò la gravità della crisi nella Chiesa e si convinse della necessità di offrire ai confratelli sacerdoti e ai fedeli uno strumento di informazione che li aiutasse a difendere la fede cattolica. Dal 1975 alla morte, avvenuta il 21 dicembre 1984, la sua vita si identificò con il quindicinale da lui fondato “SìSì NoNo”, un foglietto di poche pagine che seminava il panico negli ambienti di Curia in cui era diffuso a tappeto, per gli attacchi mirati contro i responsabili dell’avanzata progressista.
Su “SìSì NoNo” gli articoli non erano firmati. Si diceva, e solo in parte era vero, che tra i collaboratori fossero illustri prelati e teologi di orientamento tradizionale. Poco importa se a scrivere fosse un illustre filosofo cattolico o il suo brillante assistente: ciò che contava erano le nette affermazioni, con le quali si riproponeva il Magistero perenne della Chiesa, e le altrettanto nette negazioni con le quali si rifiutavano le teorie neomoderniste che circolavano nei seminari e nelle università cattoliche. Nel primo numero di “SìSì NoNo”, il 6 gennaio 1975 il sacerdote romano scriveva: “Il compito ingrato che la nostra pubblicazione si assume è quello di andare controcorrente e di aiutare ad andare controcorrente, non per gusto, ma perché, per seguire il bene, è oggi più che mai necessario andare controcorrente. La nostra pubblicazione diffonderà idee chiare dicendo “sì” a quanto è conforme alla Fede cattolica trasmessa dagli Apostoli (di cui è depositaria la Chiesa docente, cioè il Papa e i vescovi a lui soggetti) e dicendo “no” senza mezzi termini a quanto pretende di soppiantarla”.
Oggi si è duri nei rapporti umani e flessibili sui princìpi, con conseguenze devastanti per la società. Il sacerdote romano era invece tanto severo dal pulpito e dalle colonne del suo giornale, quanto mite e affettuoso nei colloqui privati e nel confessionale. Solo chi gli è stato vicino sa con quanta generosità si prodigava per la salvezza di un’anima. Eppure don Putti era temutissimo e  lo divenne ancora di più quando, nel 1981, querelò per diffamazione l’allora direttore dell’“Osservatore Romano” Valerio Volpini e vinse la causa. Il Tribunale condannò infatti il quotidiano della Santa Sede per “aggressione scritta, immotivata e animosa, esercitata soltanto per ferire la reputazione” della rivista “SìSì NoNo”.
La nascita di “SìSì NoNo”, avvenne alla fine del 1975, quando un insigne biblista romano, mons. Francesco Spadafora, accompagnò don Putti in via Michele Mercati a Roma, presso la sede della casa editrice Volpe, diretta dall’ingegner Giovanni Volpe, con il quale collaboravo. Fui presente al colloquio con cui mons. Spadafora raccomandò vivamente la pubblicazione del nuovo periodico antimodernista. L’ing. Volpe indirizzò don Putti al suo tipografo Franco Pedanesi, che pubblicò “SìSì NoNo” fino a quando le Discepole del Cenacolo, il gruppo di fedeli suore che collaboravano con don Putti, non si dotò di una propria tipografia.
La terza straordinaria personalità che voglio ricordare è proprio Giovanni Volpe, la cui figura è scolpita nella mia memoria con caratteristiche simili a quelle di Elvina Pallavicini e Francesco Putti. Nato nel 1906, Giovanni Volpe, era figlio del celebre storico e accademico d’Italia Gioacchino Volpe. Si era laureato in ingegneria e aveva creato un’impresa di costruzioni affermatasi con successo in diversi paesi del mondo. Era divenuto ricco e, come la principessa Pallavicini, aveva spirito di mecenate. Nel 1964 fondò a Roma la casa editrice omonima, a cui affiancò due riviste, “La Torre” e “Intervento”, e poi la Fondazione Gioacchino Volpe, dedicata alla memoria del padre.
Il catalogo della casa editrice nel corso di vent’anni si arricchì di un formidabile ventaglio di autori, conservatori, cattolici, nazionalisti. A me sia concesso ricordare la traduzione, in lingua italiana, di opere fondamentali per la cultura cattolica quali Luce del Medioevo di Régine Pernoud, L’eresia del XX secolo di Jean Madiran, La sovversione nella liturgia di Louis Salleron, La grande eresia e L’intelligenza in pericolo di morte di Marcel de Corte, e molte altre.
Giovanni Volpe era un uomo burbero, alto e imponente. Marcello Veneziani, uno dei giovani che gli furono più vicini, ne ricorda l’impressione di signore rinascimentale che ne ebbe quando lo incontrò per la prima volta: “mi colpì la sua bellezza senile, priva dei segni crepuscolari dell’età grave, il suo incedere dignitoso e gioviale, la fierezza del suo bianco onor del mento, che rievocava suo padre, addolcita da un volto quasi rutilante ed aperto al sorriso, la sua parola ricca e vigorosa”. Però, malgrado le soddisfazioni sul lavoro la sua vita familiare non era stata facile e da questo nasceva una severa tristezza nel suo sguardo. Egli non era solo un mecenate e un organizzatore culturale, ma un grande intellettuale, appassionato di arte e di archeologia: discuteva con gli autori dei libri che pubblicava, correggeva le bozze e allegava a “La Torre” da lui diretta un “Quartino dell’Editore”, in cui ogni mese interveniva sulla politica e sul costume.
Giovanni Volpe era un uomo di destra a tutto tondo, monarchico, anticomunista, cattolico tradizionale. Molte riunioni dell’associazione “Una Voce” per la difesa del latino e del canto gregoriano, allora presieduta da Carlo Belli, si tenevano a casa Volpe. Egli stesso, dopo l’esplosione del “caso Lefebvre”, fu autore nel 1976 di uno scritto su La doverosa impossibile obbedienza, in cui si esprimeva con queste chiare parole: “Non c’è dubbio che l’obbedienza al Papa sia uno dei pilastri su cui si fonda la Chiesa, ma si presume che a monte vi sia la Rivelazione e che il Papa, a cui noi dobbiamo obbedienza, sia a sua volta obbediente ad essa ed alla Tradizione multisecolare della Chiesa, non immobile ma nemmeno in evoluzione con il mondo, con i suoi dogmi, i suoi riti, il suo costume, se è vero che Stat Crux dum volvitur mundus” . (…) Si deve obbedienza al Papa, ma il Papa deve obbedienza al Verbo e alla Tradizione apostolica. Si deve obbedienza al Papa, ma spetta al Papa dare a questa obbedienza il carattere della possibilità”.
La Fondazione Volpe organizzava ogni mese di settembre in Romagna seminari per i giovani, e tutte le primavere incontri internazionali che riunivano a Roma studiosi antiprogressisti di tutto il mondo. I temi che venivano affrontati erano Autorità e libertà, La memoria storica,L’avvenire della scuola, Il non primato dell’economia, La tradizione nella cultura di domani, con invitati come Erik von Kuenhelt-Leddhin, Eugen Weber, Julien Freund, Augusto Del Noce, Marcel De Corte, Ettore Paratore, Massimo Pallottino e molti altri.
Il 15 aprile 1986, dopo aver pronunciato sul podio le parole di conclusione dell’ultimo convegno dedicato al tema Sì alla pace, no al pacifismo Giovanni Volpe, reclinò il capo e morì, in piedi, come si addiceva a un combattente quale egli fu. I funerali furono celebrati secondo il Rito romano antico da don Emanuele du Chalard de Taveau, che sarebbe succeduto pochi mesi dopo a don Putti, come direttore di “SìSì NoNo”. La Fondazione Volpe sopravvisse qualche anno, grazie alla moglie di Giovanni, Elza De Smaele, donna di grande classe e intelligenza. Nel maggio 1989 la Fondazione Volpe tenne proprio a Palazzo Pallavicini, un importante convegno revisionista sulla Rivoluzione francese, che fu il suo canto del cigno. Augusto Del Noce presiedeva l’incontro. Credo di poter dire che nessuno ha contribuito quanto Giovanni Volpe ad alimentare in Italia la cultura di destra, cattolica e anticomunista, del secondo Novecento. Eppure Volpe non ricevette dal partito di destra di allora, il Movimento Sociale, quel laticlavio di senatore che avrebbe meritato e che non avrebbe disdegnato.
La principessa Pallavicini, don Francesco Putti, l’ingegner Giovanni Volpe erano considerati tre caratteri difficili. Io li ho conosciuti come persone di carattere, tutte di un pezzo, come ormai non se ne trovano più. Uomini e donne che credevano nella forza dei princìpi e che, per difenderli, non si ritrassero dalla lotta. Tre figure che, al di là delle loro umane debolezze, non si lasciarono risucchiare da quello che allora appariva il corso inesorabile degli eventi. La memoria storica consiste anche nel non dimenticare coloro che ci hanno preceduto lungo il cammino. Merita di essere fagocitato dall’oblio solo chi della storia ha fatto un idolo, dimenticando l’esistenza di uomini e di princìpi che la trascendono e la orientano.

Fonte: Il Foglio, 18.12.2014, ripreso da Corrispondenza romana,19.12.2014

sabato 27 dicembre 2014

"Sic eum volo manére, donec véniam, quid ad te? tu me séquere" (Joann. 21, 22 - Ev.) - SANCTI JOANNIS APOSTOLI ET EVANGELISTÆ

Di tutte le feste degli Apostoli che facevano anticamente parte del ciclo di Natale, la sola che è sopravvissuta è quella di san Giovanni, un tempo associata, in Oriente, a quella di san Giacomo, primo vescovo di Gerusalemme.
Come indica il martirologio di Nicomedia, si cominciò a festeggiare insieme i due fratelli, Giovanni e Giacomo, il 27 dicembre. Gli Armeni continuano ad onorarli così il 28 o il 29 dicembre. Così era parimenti a Cartagine nel VI sec. ed in Gallia nel VII (P. Salmon, Le Lectionnaire de Luxeuil, Coll. Collectanea biblica latina vol. VII, Roma 1944, p. 15, nota 1), mentre in Spagna si festeggiava il 28 Giacomo, il fratello del Signore, il 29 l’«Assunzione di Giovanni Evangelista» ed il 30 Giacomo il fratello di Giovanni. Il martirologio geronimiano annuncia ugualmente al 27 dicembre: Adsumptio sancti Iohannis evangelistae apud Ephesum et ordinatio episcopatus sancti Iacobi fratris Domini.
I bizantini hanno, a loro volta, due feste dell’Apostolo san Giovanni: il 26 settembre e l’8 maggio. I Copti fanno memoria di Giovanni il 30 dicembre ed i siriaci il 7 maggio. A Roma, fin dal VI sec., si festeggiava il 27 dicembre il natale sancti Iohannis Evangelistae.
La stazione ha luogo nella basilica Liberiana (Santa Maria Maggiore), perché la chiesa del Laterano è dedicata al Salvatore. In effetti, a san Giovanni evangelista ed a san Giovanni Battista erano dedicate solamente due piccoli oratori, a destra ed a sinistra del battistero; il papa Ilario li aveva eretti in memoria del pericolo dal quale era scampato, quando si sottrasse con la fuga alle violenze dei partigiani di Dioscoro I di Alessandria, all’epoca del latrocinium Ephesinum.
La basilica di San Giovanni davanti Porta Latina è di origine posteriore e non fu compresa che molto tardi nella lista delle chiese stazionali; restava dunque il tempio Liberiano, che, sia a causa della Mangiatoia del Salvatore, sia in ragione dei mosaici di Sisto III commemoranti il Concilio di Efeso, tenutosi precisamente presso il sepolcro dell’Evangelista, sembrava la più adatta per la celebrazione della stazione in onore di san Giovanni.
In seguito, l’oratorio del Laterano dedicato all’Evangelista acquistò una grande importanza e non è impossibile che le due messe conservate per questo giorno nel Sacramentario Leoniano non si riferiscano veramente a due stazioni distinte, l’una a Santa Maria Maggiore e l’altra al battistero del Laterano.
Fino all’XI sec., le stazioni romane si svolsero regolarmente con i loro solenni riti tradizionali, ma dopo quest’epoca gli scismi e le lotte tra le fazioni avevano impedito ai papi di prendervi parte di persona; così gli Ordines posteriori prescrivono che la festa di san Giovanni, come molte altre, fosse celebrata semplicemente nella cappella papale. Un cardinale cantava la messa ed uno dei procuratori dei nuovi ordini mendicanti pronunciava l’omelia in presenza del Pontefice, che rivestiva il piviale scarlatto e la mitra. Ai secondi Vespri – ammessi molto tardi a Roma, mentre in origine i vespri erano il preludio dell’ufficio della vigilia, precedendo, e non seguendo, le grandi solennità – intervenivano il clero palatino, i commensali del Papa, gli uditori di Palazzo, i suddiaconi, gli accoliti ed i cappellani (Ordo Romanus XIV, § LXXIV, in PL 78, col. 1195A; Ordo Romanus XV, § 15, ivi, col. 1281B).
La Roma cristiana ha dedicato numerose chiese e santuari all’Evangelista Giovanni.
Oltre al Laterano, la cui denominazione commemora tanto l’Evangelista quanto il Battista, ed alla chiesetta di San Giovanni a Porta Latina ed alla chiesetta di San Giovanni in Oleo, vanno ricordate la chiesa medievale dei Santi Giovanni Evangelista e Petronio (già denominata San Tommaso degli Spagnoli) nel rione Regola, che è la chiesa dei bolognesi a Roma (Mariano Armellini, Le chiese di Roma dal secolo IV al XIX, Tipografia Vaticana, Roma 18912, p. 426; Ch. Huelsen, Le Chiese di Roma nel medio evo, Firenze 1927, p. 492); un’altra nel quartiere Trastevere denominata San Giovanni (evangelista) della Malva in Trastevere (Armellini, op. cit., p. 652; Huelsen, op. cit., p. 275). Un’altra, istituita nel 1969 ed inaugurata dieci anni dopo, nel quartiere Spinaceto, è dedicata sempre all’Evangelista ed è titolo cardinalizio dal 1985.
Le Chiese dell’Asia, che avevano pregato e digiunato affinché l’evangelista componesse il suo libro ispirato, si associano ora a lui e lo presentano al mondo come il vero autore del Quarto Evangelo. È la smentita anticipata data a tutti quei sistemi immaginati dall’esegesi razionalistica che pretende sottrarre a san Giovanni la paternità del santo Vangelo o negargli una base storica seria. Per la verità, a detta dei negatori della paternità del Quarto Vangelo al figlio di Zebedeo celebrato oggi sono stati avanzate una serie di argomentazioni, apparentemente plausibili, dedotte dall’analisi letteraria del testo evangelico. Ad es., si argomenta che l’età avanzata che avrebbe avuto Giovanni all’epoca della stesura del Vangelo e la scarsa conoscenza dell’ambiente galilaico farebbero ritenere improbabile l’attribuzione del Quarto Vangelo a Giovanni. A ciò si aggiungerebbe la circostanza che il basso grado di istruzione dei figli di Zebedeo (che erano pescatori), confermato da At 4, 13, avrebbe impedito a Giovanni di scrivere un Vangelo tra i più raffinati e più densi di insegnamenti teologici. Infine, parrebbe singolare che l’Evangelista abbia trascurato proprio gli episodi nei quali sarebbe stato protagonista, come ad es. la Trasfigurazione (per questi ed altri argomenti, v. Santi Grasso, Il vangelo di Giovanni. Commento esegetico e teologico, Roma 2008, p. 819). Contro queste argomentazioni, in verità, vale notare che esse ignorano l’opera dello Spirito, che conferisce, tra i suoi doni, la sapienza e l’intelletto. Proprio At 4. 13 conferma che i figli di Zebedeo, benché popolani ed illetterati, mostravano una grande sapienza, tanto da destare la meraviglia dei sinedriti. Peraltro, non corrisponde a verità, come acutamente osservato da altri, che il Quarto Vangelo sia impreciso o dimostri una scarsa conoscenza del mondo galilaico e giudaico. Al contrario, tra gli evangelisti è il più preciso, «sia per la cronologia (Giovanni è l’unico che fa salire Gesù tre volte a Gerusalemme in occasione di Pasqua), sia per i riferimenti al calendario liturgico (Giovanni dà indicazioni sulle feste giudaiche molto più precise degli altri), sia soprattutto per i dettagli topografici e geografici degli itinerari di Gesù. Pensiamo alle descrizioni delle acque abbondanti di Ennon presso Salim, del pozzo di Giacobbe in Samaria, poi del tempio di Gerusalemme. ...» (Ignace De La Potterie, Storia e mistero. Esegesi cristiana e teologia giovannea, Torino 1997, pp. 9-12). Indizi questi che fanno supporre una conoscenza tutta personale e diretta dei fatti (Cfr. Giuseppe Ricciotti, Vita di Gesù Cristo4, rist. con Prefazione di Vittorio Messori, Milano 2011, pp. 156-158). Peraltro, non è da escludere che Giovanni avesse una certa cultura. Anzi, si desume dai Vangeli che Zebedeo era piuttosto benestante, avendo in proprietà alcune barche e persino dei garzoni (Mc 1, 20). Ciò non esclude, dunque, che il padre Zebedeo sia riuscito ad assicurare ai figli una certa istruzione metodica. Del resto, al mondo ebraico, non ripugnava il lavoro manuale con l’essere “addottorati” (Ricciotti, op. cit., p. 163).
Più plausibile, invece, pare la tesi che il Vangelo di Giovanni sia stato scritto dal figlio di Zebedeo in una prima versione in aramaico, prima della distruzione di Gerusalemme nel 70 d.C. (così Ibidem. Cfr. anche Julián Carrón, Un caso di ragione applicata. La storicità dei Vangeli, in Il Nuovo Areopago, n. 3, autunno 1994, p. 16; Carsten Peter Thiede, Jesus. La fede, i fatti, Padova 2009, passim). Prova ne sarebbe la circostanza che il Vangelo fa riferimento a luoghi difficilmente rintracciabili dopo la distruzione del Tempio, come, ad es., la struttura della Piscina di Betzaeta (Gv. 5, 2) (cfr. Ricciotti, op. cit., p. 157). Questo testo originario sarebbe stato poi rivisto ed ampliato probabilmente dallo stesso Autore, e comunque su sua indicazione, in periodi successivi.
Il passo evangelico della messa di questo giorno contiene una prova importante dell’autenticità e della storicità del quarto Vangelo, contro la critica razionalistica. Il Loisy, ad es., negava al Vangelo giovanneo qualsiasi valenza storica, ritenendo che lo stesso fossero delle riflessioni teologiche esposte in forma di vangelo (Alfred Firmin Loisy, Le Quatrième Evangile. Les Épitres dites de Jean2, Paris 1921, passim); Ernst Käsemann, L’enigma del quarto Vangelo : Giovanni : una comunità in conflitto con il cattolicesimo nascente?, con Introduzione di Ermanno Genre, traduzione di Katharina Genre – Ermanno Genre (a cura di), Torino 1979, affermò che il Vangelo di Giovanni doveva ritenersi interamente non storico
Se Giovanni doveva sempre rimanere giovane e robusto, fino alla seconda venuta di Gesù – così ragionavano i fedeli degli ultimi decenni del I sec. – ciò voleva dire che il giorno della Parusia lo avrebbe trovato ancora vivente (la facoltà teologica dell’Università di Parigi, va detto, in ogni caso, nel 1530, ritenne la proposizione, secondo la quale san Giovanni evangelista non sarebbe morto, contraria allo spirito della Chiesa che lo invocava come un santo già glorificato in cielo: così ricorda il domenicano Filippo Angelico Becchetti, Istoria degli ultimi quattro secoli della Chiesa dallo scisma d’Occidente al regnante Sommo Pontefice Pio Sesto, t. VIII, Roma 1794, p. 148) o che sarebbe stato risuscitato da morte come la Beata Vergine (questa credenza, resa famosa dalla Legenda Aurea, fu evocata anche da san Tommaso d’Aquino, il quale nel suo commento al Credo, parlando del tempo in cui ci sarà la resurrezione dei morti, afferma per alcuni questa sarebbe stata «anticipata per privilegio, come alla Beata Vergine e, come piamente si crede, al beato Giovanni Evangelista»: San Tommaso d’Aquino, Il Credo. Il terzo giorno risuscitò da morte, in Id., Opuscoli spirituali. Commenti al Credo, al Padre nostro, all’Ave Maria e ai dieci Comandamenti, trad. e note di Pietro Lippini (a cura di), Bologna 1999, p. 78). Ora un simile equivoco non era possibile prima della morte di tutti gli altri apostoli, che non potevano sbagliare certo sul senso delle parole del Maestro, e ne avrebbero rettificato l’interpretazione, né dopo la morte di Giovanni, che avrebbe rovinato tutto il credito di questa credenza. Non resta dunque, come periodo di formazione di questa strana interpretazione, che l’ultimo quarto del I sec., quando san Giovanni poteva avere ancora interesse a denunciare l’equivoco. Donec veniam si riferisce dunque solamente alla parusia in un senso condizionale, cioè se Gesù avesse deciso così.
La robusta vecchiaia dell’Evangelista – che visse, secondo la testimonianza dei Padri, sino all’epoca di Traiano (Cfr. Sant’Ireneo di Lione, Adversus hæreses libri quinques, lib. III, cap. 1, § 1, in PG 7, col. 845A, ora trad. it. e note di Augusto Cosentino (a cura di), Contro le eresie. Smascheramento e confutazione della falsa gnosi, vol. II, Roma 2009, p. 9; lib. II, cap. 22, § 5, in PG 7, col. 785A, ora trad. it. e note di Augusto Cosentino (a cura di), Contro le eresie. Smascheramento e confutazione della falsa gnosi, vol. I, Roma 2009, p. 265; Eusebio di Cesarea, Hist. eccl., lib. III, cap. 23, §§3 e 6, ivi, 20, col. 257A-258B, ora trad. it. e note di Salvatore Borzì (a cura di), Storia ecclesiastica di Eusebio di Cesarea, Libri I-V, con Introduzione di Franzo Migliore, vol. I, Roma 20052, pp. 164-165) – conveniva del resto molto bene alla sua verginità senza macchia. Se, in effetti, lo stato coniugale è destinato ad assicurare la conservazione della specie contro l’infermità della carne, che tende a cadere in polvere, la verginità, al contrario, esprime lo stato dei santi nella gloria eterna, allorché non essendo più soggetti alla debolezza ed a nessuna corruzione corporale, sono esenti dalla necessità di contrarre alcun legame coniugale: In resurrectione autem non nubent neque nubentur, sed erunt sicut Angeli Dei in cœlo ... .


Ambito di El Greco, SS. Giovanni evangelista e Francesco d'Assisi, dopo il 1600, Museo del Prado, Madrid

El Greco, S. Giovanni evangelista, 1605 circa, Museo del Prado, Madrid

El Greco, SS. Giovanni evangelista e Battista, 1600-10, Museo del Prado, Madrid

Francisco Pacheco, S. Giovanni evangelista, 1608 circa, Museo del Prado, Madrid

Pieter Paul Rubens, S. Giovanni evangelista, 1610-12, Museo del Prado, Madrid

Juan Ribalta, SS. Matteo e Giovanni evangelisti, 1620-30, Museo del Prado, Madrid

Juan Ribalta, S. Giovanni evangelista, 1618-24, Museo del Prado, Madrid

Artus Wolfordt, S. Giovanni evangelista, XVII sec., Museo del Prado, Madrid

Cristobal García Salmerón, S. Giovanni evangelista, XVII sec., Museo del Prado, Madrid

Germán Hernández Amores, Viaggio di Maria e S. Giovanni verso Efeso, 1862, Museo del Prado, Madrid

Guido Reni, S. Giovanni evangelista, 1620 circa, Palazzo Corsini, Roma

Carlo Dolci, S. Giovanni evangelista scrive l'Apocalisse, 1650 circa, Ringling Museum of Art, Florida

Vladimir Lukich Borovikovsky, S. Giovanni, 1804-1809, Hermitage, San Pietroburgo


Camillo Rusconi, S. Giovanni evangelista, 1715-18, Basilica di S. Giovanni in Laterano, Roma

venerdì 26 dicembre 2014

Al luogo del martirio di Santo Stefano



Luogo della lapidazione di S. Stefano, Gerusalemme

"Vídeo cælos apértos, et Jesum stantem a dextris virtútis Dei: Dómine Jesu, accipe spíritum meum, et ne státuas illis hoc peccátum" (Act. 7, 56, 58 et 59 - Comm.) - SANCTI STEPHANI PROTOMARTYRIS

La basilica stazionale di questo giorno, cioè Santo Stefano al monte Celio, detta Santo Stefano Rotondo, fu iniziata dal papa Simplicio (468-482), ma fu terminata solo da Giovanni I (523) e da Felice IV, che ne eseguirono gli ornamenti in mosaico (Su questa chiesa di Santo Stefano in Cœliomonte o Santo Stefano Rotondo, cfr. Mariano Armellini, Le chiese di Roma dal secolo IV al XIX, Tipografia Vaticana, Roma 18912, pp. 119-122; Ch. Huelsen, Le Chiese di Roma nel medio evo, Firenze 1927, p. 474), come si leggeva in un’epigrafe.
La festa di santo Stefano, l’indomani del Natale, è assai antica.
Alcun documento, per la verità, menziona il giorno della morte dei martiri anteriormente alla passione di san Policarpo di Smirne (il 23 febbraio 155 o 156). Quando il culto cristiano s’organizzò nel corso del IV sec. e si volle commemorare i santi più importanti dell’età apostolica, si decise di festeggiarli nei giorni che seguono il natale del Cristo.
È così che il martirologio di Nicomedia evoca santo Stefano, il confessor primus, caput confessorum il 26 dicembre; gli Apostoli san Giovanni e san Giacomo il 27, Paolo l’Apostolo e Simone Cefa (Pietro), caput Apostolorum Domini nostri, il 28.
Da parte sua, il lezionario di Gerusalemme del 415-417 annuncia Stefano al 26 o al 27; Pietro e Paolo al 28 e Giacomo e Giovanni al 29.
Il nome di Stefano appare, in questa data, anche nel laterculus del martirologio ariano (nell’originale greco del Martirologio siriaco si leggevano, in effetti, molti nomi di vescovi ariani e probabilmente anche quello dello stesso Ario) le cui origini devono essere riportate agli ultimi vent’anni del IV sec.
Sembra, in effetti, che, per dare più splendore alla solennità natalizia, si sia voluto raggruppare attorno alla mangiatoia di Gesù il maggior numero di santi, e quelli che, in una certa maniera, avevano una relazione speciale col mistero della sua Incarnazione. San Gregorio di Nissa li menziona nell’ordine seguente: Stefano, Pietro, Giacomo, Giovanni, Paolo e Basilio (San Gregorio Nisseno, In Laudem fratris Basilii. Oratio funebris qua fratris sui Basilii Magni Laudes et memoriam concelebrat, in PG 46, col. 790 ss.), mentre altri documenti greci posteriori vi aggiungono Davide, san Giuseppe ed i Magi.
Tutte le chiese orientali celebrano la festa di santo Stefano dopo la Natività del Signore, ma esse la ritardano di un giorno, poiché il 26 dicembre è consacrato alla memoria della santa Madre di Dio. In maniera assai curiosa, gli Armeni, che non hanno mai adottato la festa del Natale, commemorano anch’essi santo Stefano il 27 o 28 dicembre a seconda degli anni (Pierre Jounel, Le Culte des Saints dans les Basiliques du Latran et du Vatican au douzième siècle, École Française de Rome, Palais Farnèse, 1977, pp. 328-329).
Fin dalla prima metà del V sec., poco dopo la scoperta delle reliquie del Protomartire, si elevarono a Roma molte basiliche e chiese dedicate al suo nome. Presso San Pietro ve ne erano due sovente confusi tra loro, Santo Stefano Katà Galla patricia o Santo Stefano Maggiore, sulla cui area sorge l’attuale Santo Stefano degli Abissini o dei Mori (Armellini, op. cit., pp. 750-754; Huelsen, op. cit., pp. 477-478), e Santo Stefano Katà Barbara patricia o Santo Stefano Minore o degli Ungari (Armellini, op. cit., pp. 747-748; Huelsen, op. cit., p. 472); un’altra, venuta alla luce nel 1857, si elevava su una proprietà di Anicia Demetriade (o Demetria) (398 circa – 440 circa) (nelle fonti è chiamata Demetria o Demetriade. Il nome Anicia è stato ricostruito dagli storici: cfr. Anne Kurdok, Demetrias ancilla Dei. Anicia Demetrias and the problem of the missing patron, in Kate Cooper - Julia Hillner, Religion, dynasty and patronage in early Christian Rome, 300-900, Cambridge University Press, 2007, pp. 190-224), ceduta a san Leone Magno, sulla via Latina e restaurata da Leone III (Armellini, op. cit., pp. 887-888). Questa Demetriade, ricordata come santa dalla Chiesa, era nipote nonno del nobile Sesto Claudio Petronio Probo e figlia del console Flavio Anicio Ermogeniano Olibrio, amico di sant’Agostino, il quale le donò alcune reliquie del Protomartire.
Ella, preso il velo delle vergini consacrate, fu la destinataria di una celebre lettera-trattato dell’eretico Pelagio sulla vita devota, Epistola ad Demetriam (Pelagio, Epistula Ad Demetriadem, in PL 33, 1099-1120). A lei scrissero anche i santi Agostino (Cfr. Sant’Agostino (ed Alipio), Epistula CLXXXVIII, A Juliana, vidua matre Demetriadis, in PL 33, 848C ss.) e Girolamo (San Girolamo, Epistula CXXX, Ad Demetriadem. De servanda Virginitate, in PL 22, col. 1107A ss., ora in Id., Le lettere2, traduzione, introduzione, note e indici di Silvano Cola (a cura di), vol. IV, Lettere CXVII-CLVII, Roma 1997, pp. 328 ss.). Tornata a Roma fu destinataria di un’anonima Epistula ad Demetriadem de vera humilitate, scritta, secondo alcuni, da san Leone I nel 440 o, secondo altre interpretazioni, da Prospero di Aquitania nel 435, in cui si attaccavano le posizioni di Pelagio sulla base delle tesi di Agostino (San Leone Magno, Epistola ad sacram virginem Demetriadem, seu De humilitate tractatus, in PL 55, col. 161A ss. Cfr. Anne Kurdok, op. cit., p. 216.).
Gli scavi effettuati nel sito della chiesa di Demetriade hanno portato alla luce un’epigrafe con la lode fatta da san Leone Magno alla vergine benefattrice:

CVM • MVNDVM • LINQVENS • DEMETRIAS • AMNIA • VIRGO
CLAVDERET • EXTREMVM • NON • MORITVRA • DIEM
HAEC • TIBI • PAPA • LEO • VOTORVM • EXTREMA • SVORVM
TRADIDIT • VT • SACRA • SVRGERET • AVLA • DOMVS
MANDATI • COMPLETA • FIDES • SED • GLORIA • MAIOR
INTERIVS • VOTVM • SOLVERE • QVAM • PROPALAM
INDIDERAT • CVLMEN • STEPHANVS • QVI • PRIMVS • IN • ORBE
RAPTVS • MORTE • TRVCI • REGNAT • IN • ARCE • POLI
PRAESVLIS • HANC • IVSSV • TIGRINVS • PRESBYTER • AVLAM
EXCOLIT • INSIGNIS • MENTE • LABORE • VICENS

Sul sito dell’antica basilica di Demetriade – i cui resti sono visibili oggi nel parco archeologico delle Tombe di via Latina – è stata eretta, tra il 1954 ed il 1955, la chiesa parrocchiale di Santo Stefano protomartire, nel quartiere Tuscolano.
A santo Stefano, inoltre, era dedicato un oratorio nel battistero del Laterano, fondato forse da papa Ilario, denominato in seguito Santo Stefano de Schola Cantorum in Laterano (cfr. L. Duchesne, Le Liber Pontificalis, in Bibliothèque des Ecoles Françaises d’Athènes, et de Rome, Paris 1886, tomo I, p. 245. Varianti dei manoscritti 2; Armellini, op. cit., p. 105. Cfr. Huelsen, op. cit., pp. 477 e 479) anche se  quest’oratorio dové passare, poi, sotto il patronato di san Venanzio e dei martiri dalmati.
Nel Medioevo, la pietà dei Pontefici moltiplicò in tutte le parti dell’Urbe i santuari dedicati a santo Stefano, tanto da contarsene almeno trentacinque, tra i quali molti monasteri tanto latini quanto orientali. A causa di una tale popolarità del culto del primo martire, la solennità con la quale si celebrava la stazione di questo giorno sul Celio non ha dunque nulla di sorprendente.
Il Papa vi si recava a cavallo, dal Laterano, con i cardinali e la corte, tutti rivestiti di sontuosi abiti di seta. La gualdrappa del destriero era di prezioso scarlatto ed il Papa, con la testa cinta dalla tiara, indossava la pænula bianca, abito di viaggio degli antichi Romani. A Santo Stefano Rotondo, deponeva la corona e le vesti bianche per assumere i paramenti rossi con i quali celebrava la messa, al termine della quale rimontava a cavallo ed il corteo faceva ritorno al patriarchium, dove aveva luogo l’abituale distribuzione delle gratifiche – presbyterium (Ordo Romanus XII, §§ 6-8, in PL 78, col. 1067-1068A) – ed il pasto rituale nel triclinium (Ordo Romanus XI, § 24, ivi, col. 1035A).
L’ordo di Pietro Amelio prescriveva di servirlo con una grande dignità e di invitarvi i cappellani, gli accoliti, gli uditori ed i penitenzieri, ai quali si distribuiva anche una provvista di pepe (Ordo Romanus XV, § 13, ivi, col. 1280C-1281A). In caso di indisposizione del Papa, la messa di questo giorno doveva essere celebrata dal cardinale prete di San Clemente, poiché quello di Santo Stefano suppliva di diritto il Pontefice il giorno di Natale. Nel pomeriggio, i vespri avevano luogo al Laterano, ed il Papa vi prendeva parte vestito di piviale rosso e mitra in testa.
Il passo degli Atti degli Apostoli oggi ci descrive in colori drammatici il giudizio di Stefano nel Sinedrio e la sua lapidazione fuori dalle mura di Gerusalemme. San Luca dové averne appreso i dettagli direttamente da san Paolo, nell’animo del quale questa scena atroce rimase incisa di un modo indelebile. Il Protomartire contro cui si sollevano particolarmente le sinagoghe, che rappresentavano la Diaspora nella Città santa, cadde vittima del suo zelo per la propaganda universale dell’ideale evangelico al di là anche delle barriere nazionali d’Israele. Va peraltro ricordato che in tutta o quasi la storia delle antiche persecuzioni sovente ad aizzare la ferocia dei persecutori pagani sono gli stessi giudei. Tertulliano, non a caso, definiva le sinagoghe come «fonti di persecuzione» (Tertulliano, Adversus gnosticos Scorpiace, cap. 10, § 10, in PL 2, col. 143A; ed. 1878, col. 166A). Stefano, ellenista, che si rivolgeva direttamente agli ellenisti, agli Alessandrini ed ai Cirenei, aveva sperato di trovarli meno ostili e meno stretti nella loro concezione messianica, ma il seme cristiano doveva morire nella terra ed essere innaffiato col sangue, ed il protomartire cadde vittima dell’aberrazione religiosa del Sinedrio. L’opera andrà tuttavia avanti, malgrado gli uomini, poiché il più feroce persecutore di Stefano, in seguito, Saulo, suo malgrado ne raccolse già il programma nel suo cuore, per farsi in futuro apostolo fino all’estremi confini del mondo.
Stefano non è semplicemente un martire, è uno dei più insigni personaggi dell’età apostolica; di qui deriva il fatto che i greci gli attribuiscono il titolo di apostolo e che la liturgia romana lo pone nella categoria dei profeti, dei dottori e dei maestri, di cui il Vangelo di questo giorno descrive molto bene il destino. Gerusalemme, la benamata del Signore, lapida eos qui ... missi sunt, in altri termini i suoi apostoli; ma la misura dell’ingratitudine è oramai colma. Il Signore si ritira da essa e l’abbandona per un tempo al suo destino. Diciamo per un tempo, poiché il Pastore d’Israele non può mai dimenticare il suo popolo originario in maniera definitiva ed in effetti Egli è pronto a tornare ai figli di Giacobbe in misericordiis, appena questi consentiranno ad accettarlo come Redentore. L’acclamazione rifiutata al Cristo dagli ebrei è posta come condizione di pacificazione: Benedetto Colui che viene nel nome del Signore (Lc 13, 31-35), ed è il grido gioioso della Chiesa all’arrivo dell’agnello divino sull’altare eucaristico.
Stefano, morendo, contemplava Gesù alla destra della maestà di Dio, e per questo gli raccomandava il suo spirito; e pregava di perdonare i suoi uccisori, accecati dall’ignoranza e dalla passione. L’orazione di Stefano fu esaudita, ed il suo più bel frutto fu Paolo. È questa vicinanza tra il Protomartire e l’Apostolo che volle significare precisamente l’antica pietà dei Pontefici, quando, accanto al sepolcro di san Paolo sulla via di Ostia, eressero fin dal VI sec. un insigne oratorio, in onore di santo Stefano, annettendovi un monastero.


Johann von Schraudolph, Martirio di S. Stefano, 1850, Cappella reale, Cattedrale, Spira

Luigi Garzi (attrib.), Lapidazione di S. Stefano, XVII sec.

Mathias Stom, Martirio di S. Stefano, Museo diocesano, Palermo

Bernardo Cavallino, Martirio di S. Stefano, 1645 circa, Museo del Prado, Madrid


Jacques Stella, Martirio di S. Stefano, 1623, Fitzwilliam Museum, Cambridge

Antonio Carracci (attrib.), Lapidazione di S. Stefano, 1610 circa, National Gallery. Londra






Jaocpo e Domenico Tintoretto, Lapidazione di S. Stefano, XVI sec., Chiesa di S. Giorgio Maggiore, Venezia

Giorgio Vasari, Martirio di S. Stefano, 1571, Pinacoteca Vaticana, Città del Vaticano, Roma

Vicente Juan Masip detto Juan de Juanes, S. Stefano insegna nella sinagoga, 1562 circa, Museo del Prado, Madrid

Vicente Juan Masip detto Juan de Juanes, S. Stefano accusato di blasfemia, 1562 circa, Museo del Prado, Madrid

Vicente Juan Masip detto Juan de Juanes, S. Stefano condotto al martirio, 1562 circa, Museo del Prado, Madrid

Vicente Juan Masip detto Juan de Juanes, Martirio di S. Stefano, 1562 circa, Museo del Prado, Madrid

Vicente Juan Masip detto Juan de Juanes, Sepoltura di S. Stefano, 1564 circa, Museo del Prado, Madrid

Juan Correa de Vivar, Martirio di S. Stefano, XVI sec., Museo del Prado, Madrid


Ulisse Sartini, S. Stefano, 2009, chiesa parrocchiale, Niviano di Rivergaro