Sante Messe in rito antico in Puglia

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mercoledì 27 dicembre 2023

350° anniversario delle apparizioni di Nostro Signore Gesù Cristo a S. Margherita M. Alacoque

S. Margherita Maria Alacoque ebbe diverse apparizioni del Signore Gesù dal 1673 sino alla morte nel 1690. La prima si verificò, a Paray-Le-Monial, in occasione della festa di S. Giovanni Apostolo ed Evangelista, l'apostolo amato da Gesù e da Maria.

Jan van Bijlert, S.. Giovanni apostolo ed evangelista, 1625-30, Centraal Museum, Utrecht 

Giovanni Gasparro, San Giovanni apostolo amministra la Comunione alla Beata Vergine Maria, 2017, Seattle, Washington (USA), collezione privata


Giovanni Gasparro, Il discepolo amato, 2022, collezione privata

1) La prima visione avvenne il 27 dicembre 1673, festa di S. Giovanni Evangelista. Gesù le apparve e Margherita si sentì “tutta investita della divina presenza”; la invitò a prendere il posto che S. Giovanni aveva occupato durante l’Ultima Cena e le disse: “Il mio divino Cuore è così appassionato d’amore per gli uomini, che non potendo più racchiudere in sé le fiamme della sua ardente carità, bisogna che le spanda. Io ti ho scelta per adempiere a questo grande disegno, affinché tutto sia fatto da me”.

2) Una seconda visione le apparve agli inizi del 1674, forse un venerdì; il divin Cuore si manifestò su un trono di fiamme, più raggiante del sole e trasparente come cristallo, circondato da una corona di spine simboleggianti le ferite inferte dai nostri peccati e sormontato da una croce.

3) Sempre nel 1674 le apparve la terza visione, anche questa volta un venerdì dopo la festa del Corpus Domini; Gesù si presentò alla santa tutto sfolgorante di gloria, con le sue cinque piaghe, brillanti come soli e da quella sacra umanità uscivano fiamme da ogni parte, ma soprattutto dal suo mirabile petto che rassomigliava ad una fornace e essendosi aperto, ella scoprì l’amabile e amante Cuore, la vera sorgente di quelle fiamme.

Quest’anno, a partire da oggi sino al 2024, dunque, ricorreranno i 350 anni di queste celebri apparizioni.

Noi non possiamo non ricordare questi eventi, che tanto segnarono la storia della Chiesa e della devozione verso quel Cuore, che ha tanto amato gli uomini da dare la propria vita.




venerdì 19 aprile 2019

Immagini per meditare la sera del Venerdì Santo






Paul Delaroche, La Vergine ai piedi della Croce, XIX sec., collezione privata

Riproduzione fotografica del quadro di Delaroche, Il ritorno dal Golgota, 1858, Rijksmuseum, Amsterdam

Paul Delaroche, Il ritorno dal Golgota, 1856, Musée de l'Oise, Beauvais

venerdì 14 aprile 2017

Immagini per meditare alla sera del Venerdì Santo


Vassili Nesterenko, Crocifisso, 1999


Botkin Mikhail Petrovich, Le donne osservano da lontano il Calvario, 1867

Nikolaj Nikolaevič Ge, Tornando dalla sepoltura di Cristo, 1859

Vasily Petrovich Vereshchagin, Deposizione nel sepolcro, 1875-80, Cattedrale di Cristo Salvatore, Mosca 





Nikolay Andreyevich Koshelev, Sepoltura del Cristo, 1880-81

martedì 27 dicembre 2016

Il Natale delle due Terese

Nella festa di S. Giovanni apostolo ed evangelista, rilanciamo questo contributo.

Ambito friulano, S. Giovanni evangelista, XIX sec., Udine

Ambito friulano, S. Giovanni evangelista tra le SS. Lucia ed Apollonia, XIX sec., Udine

Ambito veronese, SS. Rita da Cascia e Giovanni evangelista, 1890-1910, Verona

Sante Calcagni, S. Giovanni evangelista, XIX sec., Vicenza

Bernard Lemercier e Philippeaux, S. Giovanni evangelista, 1875-99, Bergamo

Bottega di Luigi Guacci, S. Giovanni evangelista, XIX sec., Avezzano

Il Natale delle due Terese

di Cristiana de Magistris

Non vi è cosa che riesca più difficile all’uomo moderno, il cosiddetto cattolico “adulto”, quanto esercitarsi nelle piccole virtù, nel silenzio e lontano dagli sguardi umani, avendo per testimone Dio solo. Non senza ragione il Signore volle darci il Suo esempio affinché più facilmente potessimo seguire questa via. Ecco perché è necessario tenere i nostri occhi per tutta la vita fissi sugli “abbassamenti di Betlemme”.
A questa scuola fu istruita la grande riformatrice del Carmelo, S. Teresa d’Avila, e ad essa volle che attingessero i figli e le figlie del Carmelo. Si racconta nella vita della Santa che un giorno, nel monastero dell’Incarnazione di Avila, mentre stava scendendo le scale, incontrò un bel bambino che le sorrideva. La Santa, sorpresa di vedere un bambino all’interno della clausura del Monastero, gli chiese: “E tu chi sei?”. Ma il bambino rispose con un’altra domanda: «E tu chi sei?». La Santa replicò: «Io sono Teresa di Gesù». Il Bambino, con un sorriso ampio e luminoso, le disse: «Io sono Gesù di Teresa».
A questo emblematico episodio si può far risalire la speciale devozione che la grande Riformatrice del Carmelo ebbe per l’Infanzia del Signore. In tutte le sue fondazioni non mancarono mai le statue di Gesù Bambino, delle quali la Santa ere particolarmente devota. Si tramanda che ne avesse diverse. Aveva, per esempio, un Bambino al quale ricorreva quando desiderava che piovesse o non piovesse; un altro a cui si rivolgeva quando doveva pagare dei debiti e non sapeva come pagarli, e così via.
Ognuno dei “suoi” Bambini aveva il suo compito! Voleva, inoltre, che le austerità del Carmelo durante il tempo natalizio fossero temperate e rallegrate con canti di esultanza e pie ricreazioni. Non solo. Per accrescere la gioia spirituale delle monache, la Santa soleva comporre versi da cantare portando in processione le statue della Madonna e di S. Giuseppe attraverso il Monastero. Una volta insegnò alle monache più anziane a cantare il ritornello di un canto da lei composto che diceva: Destatevi, Sorelle mie! Ecco viene la Vergine, che ha dato alla luce il suo Figlio e suo Dio. Piena di devozione e di gioia, la Santa chiedeva alle suore di dare ospitalità al Divin Bambino, alla Sua Santa Madre e al suo sposo S. Giuseppe, di cui era particolarmente devota.
La devozione della Santa al Divin Infante fu anche testimoniata da un miracolo, avvenuto nel Carmelo di Toledo, dove la statua del Piccolo Gesù – portata dalla Santa stessa in occasione della fondazione di quel Monastero nel 1569 – pianse quando la grande Riformatrice doveva lasciare il Monastero.
Così è scritto nel museo del convento che custodisce questo tesoro: «Il giorno 8 giugno 1580, Santa Teresa si congedava dalle sue religiose di Toledo per recarsi a Segovia. Il cuore naturalmente affettuoso della Santa soffriva molto in questi congedi, soprattutto quando pensava che non avrebbe rivisto le sue figlie. Quella volta né lei né le sue amate religiose si sbagliavano, perché tutte presentivano che la Madre era giunta al termine del suo viaggio terreno. Secondo una pia tradizione, perfino un’immagine del Bambino Gesù si associò al dolore delle monache, versando lacrime quando la Santa abbandonò il suo amato convento di Toledo. Da allora questa immagine viene chiamata con il soprannome affettuoso di ‘Niño Lloroncito’».
La devozione alla santa Infanzia si radica, dunque, nell’esperienza mistica della Riformatrice spagnola. Passando attraverso le figure di altre illustri figlie del Carmelo, come la Venerabile Margherita del SS. Sacramento (1619-1648), del Carmelo di Beaune, e Suor Maria di S. Pietro (1816-1848), del Carmelo di Tours, che contribuirono a sviluppare e diffondere tale devozione, essa approda infine al piccolo Fiore di Lisieux, S. Teresina, destinata dalla Provvidenza ad essere la Maestra della “Piccola Via”, sulle orme del Bambino di Betlemme. 
L’ascesa verso il monte della perfezione iniziò per la piccola Teresa in tenera età. Ma fu nel Natale del 1886 che, accogliendo nel suo cuore il Dio fattosi uomo, questa tenera fanciulla, che, come scrisse ella stessa, piangeva per dei nonnulla, sperimentò un radicale “cambiamento” della sua vita o, piuttosto, quella che definì la sua «completa conversione». «In un istante – scrisse – l’opera che non ero riuscita a fare in 10 anni, Gesù la fece accontentandosi della mia buona volontà».
Era la notte di Natale. Dopo la Messa di mezzanotte, nella quale aveva “avuto la felicità di ricevere il Dio forte e potente”, «Gesù, il Bambino piccolo e dolce, trasformò la notte dell’anima mia in torrenti di luce». Ripensando a quel momento, Teresa scrisse: «In quella notte nella quale Gesù si fece debole e sofferente per mio amore, Egli mi rese forte e coraggiosa».
Da quella notte Teresa camminò nella via del Signore con più lena e si sentì più sicura. «Dopo quella notte benedetta – ricorda –, non sono stata vinta in nessuna battaglia, ma ho camminato di vittoria in vittoria e ho iniziato, per così dire, una corsa da gigante».
Ogni anno festeggiava con la più grande devozione il 25 marzo – racconta la sorella Celina – perché, diceva, «questo è il giorno, nel quale Gesù, nel seno di Maria, è stato il più piccolo». Ma amava in modo del tutto particolare il mistero del presepe. È qui che il Bambino Gesù le rivelò tutti i suoi segreti sulla semplicità e sull’abbandono. Su immaginette natalizie che lei stessa dipingeva, scriveva con passione questa frase di san Bernardo: «Gesù, chi ti ha fatto così piccolo? L’amore!».
Il suo nome, Teresa del Bambino Gesù, che scelse fin dall’età di nove anni, resterà il suo costante programma di vita a cui si sforzò di restare fedele fino all’epilogo della sua breve vita. Più tardi, sotto un’immagine di Gesù Bambino scriverà questa frase: «O piccolo Bambino, mio unico tesoro, mi abbandono ai tuoi divini capricci, non voglio avere altra gioia che quella di farti sorridere. Imprimi in me le tue grazie e le tue virtù infantili, affinché il giorno della mia nascita al Cielo, gli angeli e i santi riconoscano nella tua piccola sposa: Teresa del Bambin Gesù».
È dal Bambino di Betlemme che la piccola Teresa attinse lo spirito d’infanzia, che era per lei soprattutto spirito d’umiltà e di piccolezza. Non perdeva occasione nella sua vita quotidiana al Carmelo per esercitarsi in questa “piccola via” e per istruirvi le altre.
Ecco come la sorella Celina sintetizza questa “via diretta per il Cielo”. Poiché la Santa si sentiva incapace di percorrere il duro cammino della perfezione, si sforzò di diventare sempre più piccola, affinché Dio si prendesse completamente cura delle sue cose, e la prendesse tra le sue braccia, come succede nelle famiglie per i bambini più piccoli. Voleva essere santa ma senza diventare grande, poiché, come le piccole malefatte dei bambini non fanno adirare i genitori, così le imperfezioni delle anime umili non possono offendere gravemente il buon Dio, e gli errori non saranno imputabili loro come colpa, secondo le parole della Scrittura: «Ai piccoli si perdona per pietà».
Di conseguenza si guardava bene dal desiderare di sentirsi perfetta e che gli altri la considerassero come tale, perché sarebbe cresciuta e Dio l’avrebbe lasciata camminare da sola. «I bambini non lavorano per farsi una posizione – diceva –; se sono saggi, lo fanno per far contenti i loro genitori. Allo stesso modo, non occorre lavorare per diventare santi, ma per fare piacere a Dio». “Forse – diceva a Celina – un padre sgrida il suo bambino quando egli si accusa da se stesso, o gli infligge un castigo? No davvero, ma se lo stringe al cuore».
E riportava la seguente storia ascoltata da bambina. Un re, in una partita di caccia, inseguiva un coniglio bianco, che i suoi cani erano sul punto di raggiungere, quando la bestiola, sentendosi perduta, ritornò indietro rapidamente e saltò tra le braccia del cacciatore. Costui, commosso da tanta fiducia, non volle più separasi dal coniglio bianco e non permetteva a nessuno di toccarlo, riservandosi di nutrirlo. «Così – commentava Teresa – il Buon Dio farà con noi se, perseguiti dalla giustizia figurata dai cani, cercheremo scampo nelle braccia stesse nel nostro Giudice!».
È tutta qui la sapienza della Santa di Lisieux. Essa consiste nel riconoscere, accettare, perfino amare la propria debolezza, senza tuttavia sottovalutare la corrispondenza personale. Essa non scusa il peccato ma vuole che, perdendo ogni illusione su se stessi, non confidando nei propri meriti, non appoggiandosi sulle proprie forze, l’anima si getti con slancio nell’amore misericordioso di Dio. La “piccola dottrina” della Santa di Lisieux non fa del peccato una semplice debolezza e della debolezza quasi una virtù, come spesso accade ai nostri giorni.
Tutt’altro. Le esigenze ascetiche della perfezione cristiana non subiscono nella sua “piccola via” alcun alleggerimento: non v’è in essa alcuna ombra di quietismo. «Occorre – diceva la Santa – fare tutto quello che è in noi, dare senza contare, rinunziare a sé costantemente, in una parola, provare il nostro amore con tutte le buone azioni in nostro potereMa, in verità, poiché tutto questo è poca cosa, è necessario confessarci servi inutili dopo aver fatto tutto quanto credevamo di dover fare, sperando tuttavia che il buon Dio ci darà per grazia tutto ciò che desideriamo. È quanto sperano le piccole anime che corrono sulla via dell’infanzia: dico corrono e non si riposano». Questo atteggiamento di povertà spirituale rende profittevoli anche le cadute. Scriveva: «I bambini cadono spesso, ma sono troppo piccoli per farsi un gran male».
Insegnava questa sapienza alle sue consorelle specialmente nel giorno di Natale quando – sull’esempio della sua Santa Madre – si industriava a scriver poemetti e ad organizzare pie ricreazioni, come quella nella quale un immaginario Angelo veniva a chiedere a ciascuna monaca di accogliere al Piccolo Gesù che, fattosi uomo, ha trovato sulla terra solo freddezza e indifferenza: «Le vostre carezze – cantava il messaggero celeste –, e lodi, e tenerezze, siano per il Bambinello! Bruciate d’amore, anime accese; ché un Dio s’è fatto mortale per voi. Stupendo mistero: chi vien mendicando è l’eterno Verbo! Sorelle mie, non temete, avvicinatevi, ed una ad una offrite a Gesù il vostro amore; saprete la sua santa volontà. V’insegnerò ciò che più brama il Bambinello in fasce, a voi che, pure come gli Angeli, avete in più che potete soffrire. Sempre, mai sempre, il vostro patire, e le gioie, siano per il Bambinello! Ardete d’amore, anime accese; ché un Dio s’è fatto mortale per voi. Stupendo mistero; chi vien mendicando è il Verbo eterno!».
Certamente – nota Celina – Teresa avrebbe gustato, se l’avesse conosciuta, questa preghiera di Bossuet: «Gran Dio… non lasciate giammai che alcuni spiriti, di cui alcuni si annoverano tra i dotti, altri tra gli spirituali, possano essere accusati al Vostro terribile tribunale di aver contribuito in qualche modo a chiuderVi l’accesso in non so quanti cuori, perché Voi volevate entrarvi in un modo la cui semplicità li urtava […]; piuttosto fate in modo che, diventando tutti piccoli come fanciulli, come Gesù Cristo comanda, noi possiamo entrare una buona volta per questa piccola porta, per poterla poi mostrare agli altri con più sicurezza e con più efficacia. Così sia».
Niente di strano se, alla sua ultima ora, questo grande prelato francese, che con la sua eloquenza aveva incantato intere platee, abbia pronunciato queste commoventi parole: «Se potessi ricominciare a vivere, non vorrei essere che un piccolo fanciullo che dà sempre la mano al Bambin Gesù».
È la lezione delle due Terese per questo Santo Natale.

Fonte: Corrispondenza romana, 21.12.2016

venerdì 25 marzo 2016

Immagini per meditare .... Venerdì Santo

Jozef Janssens, Pellegrini dinanzi ad una reliquia cristiana ovvero Venerdì Santo notte ovvero la Veronica mostra il sacro lino alla Vergine ed alle pie donne,1894, Anversa.
Il dipinto rappresenta la Veronica che la sera del Venerdì Santo mostra a Maria, sostenuta da Giovanni, e alle pie donne il velo, così come la scena è descritta dalla Beata Anna K. Emmerick nei Diari pubblicati da Clemente Brentano: “Questo santo gruppo giunse alla casa di Veronica e vi entrò, frattanto anche Pilato e i suoi soldati rientravano, passando per quella strada. Quando Veronica mostrò alle sante donne il volto di Gesù impresso sulla stoffa, esse non poterono trattenere il pianto”.

Herbert Gustave Schmalz, Ritorno dal Calvario, 1891

William Dyce, S. Giovanni conduce Maria a casa sua come propria madre adottiva, 1842–60, Tate Gallery, Londra

William Dyce, S. Giovanni conduce Maria a casa sua come propria madre adottiva, 1851, collezione privata

lunedì 22 febbraio 2016

Un brano evangelico misterioso ed il Nome di Dio celato nel Titulus Crucis

Oggi, lunedì della II settimana di Quaresima, viene letto – nella Messa tradizionale – quale brano evangelico una lezione tratta dal Vangelo di Giovanni, 8, 21-29.
Si tratta di uno strano testo, che riferisce le parole di Gesù: «Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete che Io Sono, γώ εμί» (Gv. 8, 28). Parole misteriose. Molti hanno dato a queste un significato puramente teologico, quasi a voler dire che il Signore, con quelle parole, pur esprimendo la maestà della Divinità e la sua origine ed inseparabilità dal Padre, indicasse che molti sarebbero giunti alla fede mediante la sua passione e morte.
Certo, il testo in questione si muove in un contesto di fede. Ma non ci si è interrogati a sufficienza se quelle parole non siano in realtà una profezia di ciò che sarebbe accaduto.
Che intendiamo dire?
Almeno un decennio fa è stata avanzata l’ipotesi, tutt’altro che peregrina, che il famoso Titulus Crucis, che recava il motivo della condanna a morte di Gesù, nella sua parte ebraica, ישוע הנצרי ומלך היהודים (Jeshu[a’] HaNozri WeMelek HaJehudim), Gesù Nazareno e re dei Giudei (con l’inserimento obbligatorio, per ragioni grammaticali, di una congiunzione e), fosse l’acronimo del nome impronunciabile di Dio, Jahwé (JHWH), il famoso tetragramma (יהוה). Per cui, Pilato, forse inconsapevolmente o meglio guidato ed ispirato da Dio, aveva sancito legalmente, cioè in un titolo legale qual era il titulus, che recava il motivo della condanna, la Divinità di quell’Uomo che era appeso alla Croce. Ciò spiegherebbe la reazione stizzita dei sommi sacerdoti (evidentemente Anna e Caifa), come scrive l’attento Giovanni: «I sommi sacerdoti dei Giudei dissero allora a Pilato: “Non scrivere: il re dei Giudei, ma che egli ha detto: Io sono il re dei Giudei”» (Gv. 19, 21). E non a caso i sommi sacerdoti, in quanto il nome di Dio, all’epoca di Gesù, era noto solo al sommo sacerdote, che, una volta l’anno, nel giorno dell’Espiazione, Yom Kippur o Yom haKippurim, accedeva nel Santo dei Santi del Tempio, pronunciando, lontano da orecchie indiscrete, dieci volte, il nome dell’Eterno (essendo solo a lui note, per rivelazione divina, le vocali), sebbene la Mishna dica enfaticamente che la voce del gran sacerdote risuonasse sino a Gerico quando pronunciava il Nome nel giorno delle Espiazioni. Peraltro, probabilmente, lo pronunciava alzando le mani al di sopra dello ziz, cioè al di sopra del suo diadema, come prescritto dal Levitico (Lv. 9, 22). 
Pilato rimase provvidenzialmente fermo nella sua decisione: Quod scripsi, scripsi (Gv. 19, 22).
Proprio sulla Croce, dunque, abbiamo l’attestazione, il titolo legale della divinità di Cristo, accertata e sancita con i crismi della legge e secondo diritto dall’autorità giudiziaria romana.
Ecco realizzate quelle misteriose parole profetizzate dal Cristo: «Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete che Io Sono»!
Tralasciando la questione circa l’espressione Nazareno o Nazireo, che è stata approfondita dalla studiosa Maria Luisa Rigato, che, in ogni caso, non sposta molto i termini del tema che stiamo affrontando, e dando per buona la tradizionale espressione di Nazareno, si potrebbe obiettare che il risentimento dei sommi sacerdoti fosse dovuto al fatto che Pilato, che odiava il popolo giudaico, avesse voluto con quella scritta, accostando “Nazareno” ai “giudei”, prendersi gioco ed irridere quegli uomini, che detestavano i galilei perché colpevoli di essersi contaminati con i gentili e ritenuti perciò, dagli abitanti della Giudea, come burini e contadini bifolchi ed ignoranti, che avevano una parlata assai caratteristica e buffa (i galilei si “mangiavano” le vocali, facendo cadere le consonanti ed avevano una pronuncia delle gutturali abbastanza ruvida, non liscia come i giudei) e dalle cui terre provenivano spesso demagoghi e sobillatori (si pensi al caso di Giuda il Galileo, fondatore della setta degli zeloti, a cui accenna Gamaliele: At. 5, 37). Per questo, non potevano accettare che dalla Galilea potesse provenire il Messia: «Da Nàzaret può venire qualcosa di buono?», domandava Natanaele/Bartolomeo a Filippo di Betsaida (Gv. 1, 46). Figuriamoci addirittura un Re dei giudei!
Questa spiegazione, tuttavia, sebbene possa apparire credibile guardando con gli occhi di un Pilato, il quale probabilmente approfittò dell’occasione per arrecare uno sfregio ai giudei, tuttavia non appare pienamente soddisfacente se si guarda alla vicenda con gli occhi dell’Evangelista Giovanni. Egli annota che chi chiese a Pilato di modificare la scritta non fu il popolo giudaico, che, in fondo, era abituato a questi tiri del Procuratore («Molti Giudei lessero questa iscrizione, perché il luogo dove fu crocifisso Gesù era vicino alla città; …»: Gv. 19, 20). L’Evangelista, in maniera attenta, non annota particolari reazioni da parte dei lettori giudei appartenenti al popolo. Al contrario, furono i sommi sacerdoti a reagire: non l’intera classe sacerdotale dunque, ma solo i sommi sacerdoti. E ben a ragione, visto che il nome di Dio era noto solo a loro. Del resto, si dimentica talora che la classe sadducea – da cui provenivano i sommi sacerdoti – era sostanzialmente collaborazionista e piuttosto ossequiosa verso il Procuratore. Per cui, non v’era motivo di scomodarlo nuovamente, dopo aver ottenuto la condanna di quel Malfattore, per …. il motivo della condanna. Non v’era ragione se non vi avessero visto nulla che toccasse la loro fede così nel profondo: il Nome di Dio appunto. Per i sommi sacerdoti significava che, alla vigilia della loro Pasqua, era stato crocifisso dall’autorità romana, ma su loro richiesta, un Uomo il cui nome era Yahwé, il loro Dio. Si realizzava così pure la prescrizione di Es. 28, 36-38, dove si dice che il Kohèn Gadòl (Sommo Sacerdote) recava inciso sul diadema d’oro, che portava sulla fronte, detto ziz, il nome di Dio (Qodesh le JHWH, cioè Santo a JHWH), per prendere su di sé le colpe commesse dai figli d’Israele e, per loro, ricevere la grazia, il favore di YHWH. Gesù, dunque, era davvero il nuovo Sommo Sacerdote della Nuova ed Eterna Alleanza (Eb 2,17; 3,1; 4,14.15; 5,1.6; ecc.), che, quale Servo di JHWH, secondo Isaia, doveva portare i peccati di molti (Is. 53, 11-12).
In sintesi:
Gesù il Nazareno Re dei Giudei:
(Latino) - Jesus Nazarenus Rex IudaeorumINRI
(Greco) - Ἰησοῦς ὁ Ναζωραῖος ὁ βασιλεὺς τῶν Ἰουδαίων -ἸηΝβο (INBI)
(Ebraico) - יהוה - ישוע הנוצרי ומלך היהודים (YHWH)
Per riferimenti, Daniele di Luciano, Sopra la croce di Gesù non era scritto solo INRI. Ecco il vero significato dell’iscrizione ebraica, in Il Timone, 5.2.2016, nonché in Chiesa e postconcilio, 4.2.2016;
don Curzio Nitoglia, Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum, ossia JHWH, in blog don Curzio Nitoglia, 25.2.2016, nonché in Radiospada, 7.4.2020;


Ermes Dovico, Non solo INRI. Cosa c’era scritto sulla Croce, in LNBQ, 10.4.2020.



martedì 26 gennaio 2016

“Hic propter quasdam super die Paschæ quæstiónes, sub imperatóre Antoníno Pio, Ecclésiam in Urbe regénte Anicéto, Romam venit; ubi plúrimos credéntium, Marciónis et Valentíni persuasióne decéptos, redúxit ad fidem. Cumque ei fortúito óbviam fuísset Márcion et díceret: Cognóscis nos? respóndit: Cognósco primogénitum diáboli” (Ex libro sancti Hierónymi Presbyteri de Scriptóribus ecclesiásticis – Lect. IV – II Noct.) - SANCTI POLYCARPI SMYRNÆORUM EPISCOPI ET MARTYRIS

La memoria di questo insigne Padre della Chiesa nascente, che non esitava – con autentico spirito cattolico, contrariamente all’odierna condizione della Chiesa – a definire l’eretico Marcione come «primogenito del diavolo», ricade pur’essa molto opportunamente durante il ciclo di Natale, in cui sembra che i più illustri difensori del dogma cristiano si siano dati appuntamento attorno alla mangiatoia del Bambino Gesù. La Chiesa di Roma non poteva, d’altronde, omettere nel suo calendario la festa di san Policarpo. D’altro canto, essa l’aveva accolto come pellegrino, ai tempi del papa Aniceto, quando era venuto sulle rive del Tevere per la controversia relativa alla data di Pasqua. In quell’occasione, il Pontefice, volendo onorare degnamente il venerabile discepolo dell’Evangelista Giovanni, gli aveva ceduto l’onore di celebrare al suo posto la sinassi eucaristica.
Roma cristiana ha dedicato a questo santo una chiesa nel quartiere Appio Claudio negli anni ‘60 del XX sec.
Policarpo soffrì il martirio nell’anfiteatro di Smirne verso l’anno 155 o 156, il 23 febbraio, come attesta la Lettera ai Cristiani di Smirne relativa al suo martirio, ma la sua memoria, nel martirologio romano, si festeggia oggi, perché è anche la data indicata nel Geronimiano ed in cui è stato iscritto da Beda nel suo martirologio.
La sua festa si diffuse nell’Occidente in questa data a partire dall’XI sec. Ma essa era già celebrata nell’Alvernia (Auvergne) nel VI sec., come attesta Gregorio di Tours. In Oriente, invece, si festeggia il 23 febbraio.
Comunque, la festa odierna si incontra nel calendario romano che alla fine del XIII sec. Festa doppia. Di III classe dal 1960.
La messa è quella del Comune dei vescovi martiri, come per il giorno di sant’Eusebio, il 16 dicembre. Tuttavia siccome si tratta di un discepolo di san Giovanni Evangelista, la prima lettura è presa in prestito dall’epistola dal suo Maestro (1 Gv. 3, 10-16), laddove l’apostolo della santa dilezione tratta dell’amore fraterno, che deve modellarsi su quello che ci ha portato il Signore. Dio è amore, ed è per questo che colui che ama dimora in Dio, e Dio rimane in lui. Al contrario il demonio è odio, e per questo odia Dio, odia se stesso, odia tutto e tutti. “Io sono quell’infelice che non ama”, disse un giorno il diavolo a santa Caterina da Siena. Guardiamoci con orrore, dunque, dal nutrire nei nostri cuori dei sentimenti disordinati di rancore, di invidia, di odio, tutto quello che, insomma, è contrario alla dolce dilezione cristiana, poiché tutti questi movimenti vengono dello maligno, come quelli di Caino.
Il Vangelo di questo giorno è lo stesso della festa di san Saturnino, il 29 novembre.
Il più bell’elogio che si possa fare di san Policarpo è contenuto nelle grida del popolo di Smirne sollevatosi contro di lui nell’anfiteatro: «Οτς στιν τς σας διδσκαλος, πατρ τν Χριστιανν, τν μετρων θεν καθαιρτης»; «Hic impietatis est præceptor, pater Christianorum, deorum nostrorum eversor»; «Questi è il maestro di tutta l’Asia, il padre dei cristiani e lo sterminatore dei nostri dei!» (Chiesa di Smirne (Pionio), Martyrio Sancti Polycarpi. Epistola circularis, cap. XII, 2, in PG 5, col. 1037B-1038B; oggi anche in Calogero Allegro (a cura di), Martirio di Policarpo, Passione di Perpetua e Felicita, con sermoni di Agostino, Roma 2001, p. 29; in Giuliana Caldarelli (a cura di), Atti dei martiri2, Milano 1985, rist. 1996, p. 109 (sebbene l’autrice lo indichi al cap. XI); nonché in A.A.R. Bastiaesen; A. Hilhorst; G.A.A. Kortekaas; A.P. Orbán; M. M Van Assendelf, Atti e Passioni dei martiri7, Rocca San Casciano 2007, p. 19). Senza Dio noi non possiamo fare nulla; ma un’anima vuota di se stessa e che si presta docilmente alla mozione intima dello Spirito Santo, è capace di convertire e di santificare il mondo tutto intero.
Concludiamo con questa bella preghiera, recitata dal Santo Vescovo di Smirne mentre era sul rogo in attesa che le fiamme lo lambissero: « Signore Dio onnipotente, Padre del diletto e benedetto Figlio Tuo Gesù Cristo, grazie al quale Ti abbiamo conosciuto, Dio degli angeli e delle potenze celesti, di tutta la creazione e di tutta la stirpe di giusti che vivono al tuo cospetto. Io Ti benedico perché mi hai giudicato degno di questo giorno e di questa ora, e di avere parte al numero dei martiri, del Calice del tuo Cristo, per la risurrezione della vita eterna dell’anime e del corpo nell’incorrutibilità dello Spirito Santo. Tra loro possa io oggi essere accolto al Tuo cospetto, come sacrificio pingue e accetto, secondo quanto hai preparato, rivelato e realizzato, Dio vero e che non inganna. Per tutto questo Ti lodo, Ti benedico, Ti glorifico, per Gesù Cristo Sacerdote eterno e celeste, Tuo diletto Figlio, per il quale a Te con Lui e con lo Spirito Santo sia gloria, ora e per i secoli venturi. Amen» (Chiesa di Smirne (Pionio), op. cit., cap. XIV, in PG 5, col. 1039B-1040B; oggi anche oggi anche in Calogero Allegro (a cura di), op. cit., p. 31; in Giuliana Caldarelli (a cura di), op. cit., p. 110 (sebbene ne riporti una traduzione un po’ diversa e la registri al cap. XII e non al XIV); nonché in A.A.R. Bastiaesen; A. Hilhorst; G.A.A. Kortekaas; A.P. Orbán; M. M Van Assendelf, op. cit., p. 23).


Άγιος Πολύκαρπος Επίσκοπος Σμύρνης



SS. Demetrio, Policarpo, Vincenzo di Saragozza, Pancrazio di Roma e Crisogono, mosaico, 526 circa, Chiesa di S. Apollinare Nuovo, Ravenna

Icona dei SS. Pafnuzio, Ireneo e Policarpo, XX sec.

Jan van Haelbeck, S. Policarpo sul rogo, In medio ignis, in Id., Ecclesiae Militantis Triumphi, 1600-20, British Museum, Londra

Niccolò Circignani detto Il Pomarancio, Martirio di S. Policarpo, 1583 circa, Basilica di Santo Stefano Rotondo al Celio, Roma

Ambito emiliano, Madonna con il Bambino tra i SS. Policarpo e Maria Maddalena, XVII sec., museo diocesano, Piacenza

Ambito toscano, S. Policarpo, XVIII-XIX sec., museo diocesano, Pistoia

Luigi Morgari, S. Policarpo, 1896-97, Duomo, Bobbio


Miracolosa estinzione del fuoco nella città di Smirne, chiesa di S. Policarpo, Smirne (Izmir)