Sante Messe in rito antico in Puglia

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sabato 6 aprile 2019

Noicattaro: per tre giorni Gerusalemme

Con i primi vespri di questa domenica comincia ufficialmente il Tempo di Passione, che ci condurrà alla Settimana Santa, che avrà il suo culmine nella Passione, Morte e Resurrezione di Nostro Signore.
Accostiamoci a questo grande mistero con la commemorazione e la meditazione dei dolori del Redentore, evitando di giungere al giorno dell’immolazione del divino Agnello, senza aver prima disposte le nostre anime alla compassione dei patimenti da Lui sofferti in nostra vece. Per questo la Chiesa è solita velare le croci e le immagini sacre in questo periodo.
Per introdurci degnamente in esso, pubblichiamo volentieri questo contributo del prof. Abbruzzi, che ci fa entrare in questo mistero di dolore e di amore attraverso i riti celebrati nella cittadina pugliese di Noicattaro.

Vasily Vereshchagin, Ecce homo, XIX sec.


Noicattaro: per tre giorni Gerusalemme

di Vito Abbruzzi

Non molti giorni fa sono stato contattato telefonicamente da un amico, nojano doc (non a caso crocifero), chiedendomi di scrivere un articolo sui suggestivi riti della Settimana Santa di Noicattaro: dal mio punto di vista, che tanto li apprezza, pur non essendo nojano. Anzi, è proprio a motivo di ciò che egli mi ha interpellato, cercando di cogliere aspetti che forse sfuggono ai suoi compaesani, cultori di quelle plurisecolari tradizioni.
Premetto che il mio apprezzamento non è scevro da pregiudizi passati; pregiudizi che ho superato grazie proprio ai miei amici crociferi, che mi hanno aperto la mente e il cuore a considerare i riti nojani della passione e morte di Nostro Signore come atti di religiosità profondamente sentiti dalla intera popolazione nojana, e non già come momenti di mera manifestazione folclorica.
I miei pregiudizi, poi, derivavano dal fatto che, in quanto conversanese (e conversanese doc), ero e sono intimamente legato alle processioni del Venerdì Santo del mio paese: Conversano (distante poco meno di quindici chilometri da Noicattaro), che, nella centralissima chiesa della Passione, conserva e custodisce i cosiddetti “Misteri”: statue in cartapesta di ottima fattura tardo-settecentesca, che impressionano non poco l’osservatore attento, per il pregnante messaggio biblico-teologico che ciascuna di esse trasmette. 
Non si è, infatti, di fronte alle solite raffigurazioni di Cristi sofferenti, vinti dal dolore e, perciò, patetici. Al contrario, ci si trova dinanzi ad immagini che, pur parlando dell’Uomo dei dolori che ben conosce il patire (Is 53,3), mettono in luce la maestà divina unita alla ieratica virilità del Cristo che liberamente si è offerto alla sua passione, del Cristo che morendo ha distrutto la morte.
Cos’è, dunque, che mi affascina della Settimana Santa di Noicattaro, oltre ai ben noti crociferi, di cui ho avuto modo lo scorso anno (v. qui) e due anni fa (v. qui) di parlare? La compostezza di una intera comunità cittadina, riflessa nel decoro di un borgo, che per tre giorni (dal Giovedì Santo al Sabato Santo) sembra essere Gerusalemme, la Città Santa, col suo dedalo di strade e stradine, ove si muovono i sacri simulacri portati in processione. 
Un insegnamento a tutti i paesi limitrofi che, per opportunità varie, hanno – già da tanti anni a questa parte – escluso dai percorsi delle processioni i centri storici: dimenticati dagli uomini, dimenticati da Dio.
È commovente, invece, vedere, pur tra mille difficoltà di carattere logistico, le statue sfilare per le strade dell’antica Noja: il borgo medievale di Noicattaro, che si sviluppa attorno alla Chiesa Madre, pregevole esempio di architettura romanico-pugliese.
È proprio in questa chiesa che si conserva l’Amore dei Nojani: la bellissima Vergine Addolorata, portata in processione nella notte tra il Venerdì Santo e il Sabato Santo; notte che per i Nojani è per antonomasia “la Nottata (‘a nәttәtә)”.
Ma io, che nojano non sono, preferisco come “nottata” quella precedente: quella tra il Giovedì Santo e il Venerdì Santo, quando, finita l’ondata di gente venuta anche da fuori per assistere allo “spettacolo” dei primi crociferi, la città finalmente si svuota e le strade sono quasi del tutto deserte: solo pochi crociferi in giro e qualche buon cristiano a vegliare, nelle chiese aperte, il “Sepolcro” (uno in particolare è quello della centralissima chiesa dell’Immacolata: oramai un unicum, addobbato con fiori e candele secondo i crismi).
È in quella circostanza che, una volta giunto in Chiesa Madre, mi dirigo senza indugi verso la Vergine Addolorata, la cui espressione, e nel volto e nelle mani, commuove. Quanto bene si adattano ad essa i versi del poeta Metastasio: «Sento l’amaro pianto / della dolente Madre, / che gira fra le strade / in traccia del suo Ben. / Sento l’amato Figlio, / che dice: “Madre, addio; / più fier del dolor mio, / il tuo mi passa il sen”».
Il dolore della Madre si legge nei volti dei suoi devoti, che l’accompagnano nella ricerca del divin Figlio, stringendosi attorno a Lei; ma anche a Lui, che, ormai schiodato dalla Croce, viene idealmente portato in processione verso il luogo della sepoltura, cullato dai portatori.
È la Naca.
Parliamo di un’opera davvero pregevole, sotto tutti i punti di vista, da poco restaurata e riportata all’antico splendore. Lo stile è quello neoclassico, che ricorda molto da vicino la preziosa “Culla del Re di Roma” (il figlio di Napoleone), esposta all’interno del palazzo imperiale di Vienna.
La Naca impressiona parecchio, perché il Cristo raffigurato non è affatto rilassato: ha la muscolatura tutta contratta, per gli atrocissimi dolori sopportati in croce. È la sua una morte davvero faticata! Come direbbe mia madre nel suo espressivo vernacolo conversanese, quando leggeva la sofferenza nel volto cadaverico di una persona a lei cara: «La morte se l’è faticata!». 
Sembra di ascoltare l’apostolo Pietro, che ci ammonisce: «Voi sapete che non a prezzo di cose corruttibili, come l’argento e l’oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta ereditata dai vostri padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, come di agnello senza difetti e senza macchia. Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce, perché, non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia; dalle sue piaghe siete stati guariti» (1Pt 1,18-19; 2,24-25).
L’invito, dunque, a partecipare ai riti della Settimana Santa di Noicattaro, in cui l’idea della passione e del sacrificio della Croce predomina in tutta la sua austera grandiosità. È il dramma della Redenzione. 
«Non corrisponderebbe certo alle intenzioni della Chiesa il cristiano che davanti allo spettacolo delle umiliazioni e della morte di un Dio, rimanesse indifferente e freddo. Ai nostri peccati sono da attribuirsi i rigori della giustizia divina che straziano l’umanità benedetta dell’innocente Gesù. E la condotta del Padre verso il suo unigenito Figliuolo deve ispirare a noi sentimenti di timore e stimolarci ad una vita penitente conforme al Vangelo e per non crocifiggere di nuovo nelle nostre membra il Salvatore e per evitare le estreme conseguenze della colpa» (E. Caronti).

lunedì 19 marzo 2018

I Crociferi nojani, testimoni del Sacrificio di Cristo

In questo Tempo di Passione e nella festa di S. Giuseppe, Padre putativo di Gesù e Sposo della Beatissima Sempre Vergine Maria, rilanciamo questo contributo del prof. Vito Abbruzzi.


Francesco Coghetti, S. Giuseppe col Bambino in trono e Santi (SS. Adelaide, Antonio da Padova, Lupo e Michele arcangelo), 1828, Bergamo

Antonio Guadagnini (attrib.), S. Giuseppe col fanciullo Gesù, 1840-60, Bergamo

Francesco Saverio Raffaele Altamura, Gesù fanciullo nella bottega di S. Giuseppe, 1882, Napoli

Ponziano Loverini, S. Giuseppe col bambino Gesù, 1896, Bergamo

Ambito campano. S. Giuseppe col bambino Gesù, prima metà XIX sec., Acerra

Ambito emiliano, Madonna col Bambino tra i SS. Giuseppe e Camillo de Lellis, XIX sec., Bologna

Ambito abruzzese, Stampa di S. Giuseppe col Bambino, XIX sec., Termoli

Josef Kastner, S. Giuseppe col Bambino Gesù, Muttergotteskirche, Vienna




I Crociferi nojani, testimoni del Sacrificio di Cristo

di Vito Abbruzzi

Chi ha mai letto L’uomo che si vendicò di Dio? È la storia commovente di John Green Hanning: un ex cowboy dal carattere difficile, morto in concetto di santità nella trappa del Gethsemani nel Kentucky (USA) col nome di Fratel Gioacchino.
Riprendendo tra le mani questo libro dopo molti anni, confesso di essere rimasto sorpreso e perplesso nel leggere quanto segue:
«Se la penitenza consistesse nelle fustigazioni corporali, i Flagellanti di Nuova Messico sarebbero assai migliori dei trappisti del Kentucky, per il semplice motivo che quelli frustano a sangue il loro corpo, mentre questi fanno soltanto sanguinare il loro cuore. I Flagellanti, abbracciata una croce di legno e portata sulla cima di un colle, ci si fanno legare sopra e ci stanno appesi in agonia per ore intere: i trappisti non fanno assolutamente nulla di simile. Eppure il trappista è il penitente cristiano, e il Flagellante un povero illuso, perché la penitenza consiste nella metànoia e non nel melodramma. Il trappista punta a quella auto-repressione che mena alla santità, il Flagellante invece indulge in una sadica auto-repressione che conduce all’insania».
Siamo di fronte ad un giudizio a dir poco impietoso, ché getta discredito sulle pie pratiche penitenziali della Settimana Santa, ancor oggi molto sentite dalle popolazioni un  tempo fortemente influenzate dalla Spagna e dalla sua cultura religiosa. Si tratta, pertanto, di un vero e proprio pregiudizio ideologico, volto ad esaltare un cristianesimo sin troppo asettico e vagamente filo-protestante contro un cristianesimo più passionale e di chiara matrice cattolica. Basti vedere lo scempio architettonico perpetrato nel 1960 ai danni della superba chiesa abbaziale della trappa dove visse Fratel Gioacchino a fine ’800: distrutti tutti i segni caratteristici del gotico cistercense: altari, archi, finestre e vetrate, abside, balaustra, rivestimenti e decorazioni: tutto, proprio tutto ciò che potesse far pensare ad un edificio di culto tradizionalmente e autenticamente cattolico (v. qui). Faccio notare che quelle radicali e infelici trasformazioni furono apportate alla sfortunata chiesa conosciuta e amata da Fratel Gioacchino quando in quella trappa viveva Thomas Merton: scrittore molto famoso, affascinato dal buddismo tibetano, e per questo ancora oggi tenuto in grande considerazione. Non fa dunque meraviglia se poi certi ordini religiosi (in primis l’inclito Ordine Benedettino), un tempo fiorenti di vocazioni, oggi languiscano a motivo del loro essere in piena crisi di identità.
Perciò, mi sento di controbattere all’autore di quel libro (e a quanti la pensano come lui), riprendendo le sue stesse parole: se è vero che «il trappista […] non assume mai le arie del drammatico, e meno ancora del melodrammatico», altrettanto vero lo è per coloro contro cui egli punta l’indice: i Flagellanti del New Mexico, e non solo.
E qui il mio pensiero va spontaneamente ai Crociferi di Noicattaro (l’antica Noja): uomini (giovani e meno giovani) che, pur non essendo stinchi di santo, sono veri; come vero è il loro sacrificio. 
Mi piace qui citare il più giovane tra i Crociferi miei conoscenti: Raffaele, quattordici anni, ormai un veterano: porta la Croce da quando aveva dieci anni e questo sarà per lui il quinto anno da crocifero. Raffaele, a vederlo, è ancora un bambino, nel fisico e nella mente, ma, come tutti i suoi compagni e amici Crociferi di lungo corso, mostra una maturità che commuove e fa riflettere. Quando gli dissi che sapevo del suo essere crocifero, egli immediatamente cambiò tono ed espressione: dal “garzoncello scherzoso, d’allegrezza pieno” a quello del “vecchierel mezzo vestito e scalzo, con gravissimo fascio in su le spalle”, di leopardiana memoria. Sì, perché la Croce invecchia, nel senso più nobile del termine, anche i ragazzini: li rende precocemente saggi, assimilandoli ai loro padri, dei quali vanno giustamente fieri. Mi è bastato sentir dire da Raffaele: «È un sacrificio», per capire tutto. “Sacrificio” era la parola chiave che mi mancava per comprendere appieno e sin in fondo quanto un anno fa due altri Crociferi nojani, anch’essi giovanissimi, Vito Nicola e Michele, mi dissero a proposito del loro portare la Croce: non di certo per esibizione, ma esclusivamente per amore verso Gesù.
Altrimenti non si spiegherebbe quel bisogno (perché di bisogno si tratta) di eclissarsi agli occhi del mondo, incappucciati, sotto una veste lunga e per giunta alquanto scomoda. I Crociferi – è bene ribadirlo – non sono e non vogliono essere riconosciuti. E questo in ossequio a quanto raccomandato da Gesù: «Perché la gente non veda […], ma solo tuo Padre che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà» (Matteo 6,18).
Volto dell'Ecce Homo,
Chiesa della SS. Passione,
Conversano (BA).
Foto di Mino Mincarone
Nel segreto, infatti, il Crocifero si commuove sino alle lacrime, dando così liberamente sfogo ai propri sentimenti, che solo Gesù, “Uomo dei dolori”, ben conosce, comprende e compatisce (cfr. Isaia 53,3; Ebrei 4,15). 
Ecco cosa mi ha confidato al riguardo il buon Vito Nicola, dandomi testimonianza del proprio e dell’altrui essere crocifero: «La croce come in Gesù assume un significato di penitenza. Io quando porto la mia croce prego molto e mi chiudo con la mia fede e chiedo perdono dei miei peccati, perché con l’arrivo della Pasqua mi sento pronto per la pace. Io prima di portare la croce in giornata riesco a confessarmi e quando la metto sulle spalle quella è la mia penitenza, però riesce sempre a farmi piangere perché sento in me il calore di qualcosa, la liberazione dal peccato». Non ho volutamente apportato correzioni alle parole di Vito Nicola, perché si percepisse l’emozione che vive un Crocifero, smentendo chi la croce gliela dà addosso con ingiuste sentenze. Così anche mi piace riportare quanto Michele mi ha scritto commentandomi una foto scattatagli lo scorso anno dal bravissimo Mino Mincarone, postata sulla pagina facebook “Festa Associazione” e qui riportata, in cui lo si vede bere acqua da una bottiglietta mentre porta la Croce: «Gesù sapeva ciò che si provava ad essere dissetati: io come lui ho provato questa sensazione.
È la Veronica che mi ha portato l’acqua». Soffrire, quindi, non solo il peso della Croce ma anche quello della sete. Solo lo scorso anno, viste le eccezionali temperature, più alte del solito, si consentì ai Crociferi di potersi dissetare con acqua (non altra bevanda), «perché – detto da Michele – faceva molto caldo e non si respirava sotto i cappucci. Si moriva». Michele – lo ricordo – è il ragazzo che l’anno scorso mi spiegò, senza tanti giri di parole, l’importanza della Croce di Cristo quale strumento necessario e insostituibile per la nostra redenzione. Verità questa ridimensionata dalla odierna teologia liturgica che, mettendo al centro il mistero della Resurrezione, ha finito col mettere in secondo piano “il mistero della Croce, sulla quale Gesù, nostra vita, subì la morte e con la morte ci ridonò la vita” (come è detto nel Vexilla Regis, il bellissimo inno gregoriano composto da San Venanzio Fortunato).
E proprio perché quello dei Crociferi è un sacrificio offerto a Dio, mettere sulle spalle di ciascuno di essi una persona seriamente sofferente nel corpo o nello spirito rende il loro sacrificio veramente gradito a Dio. E i Crociferi questo lo sanno benissimo, rispondendo molto generosamente alle richieste di aiuto, che li motiva ancor di più in quello che fanno e, soprattutto, in quello che sono. Sì, perché Crocifero lo si è, non lo si fa! E lo si è mettendoci l’unico muscolo che conta davvero: il cuore. In questo ha ragione Saint-Exupery: «Non si vede bene che con il cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi». È, per dirla con la Scrittura, la “sapienza del cuore” (Salmo 90,12): ciò che esattamente contraddistingue il Crocifero. «La parola della Croce infatti è stoltezza per quelli cha vanno in perdizione, ma per quelli che si salvano, per noi, è potenza di Dio. Sta scritto infatti: “Distruggerò la sapienza dei sapienti e annullerò l’intelligenza degli intelligenti”. Dov’è il sapiente? Dov’è il dotto? Dove mai il sottile ragionatore di questo mondo? Non ha forse Dio dimostrato stolta la sapienza di questo mondo? Poiché, infatti, nel disegno sapiente di Dio il mondo, con tutta la sua sapienza, non ha conosciuto Dio, è piaciuto a Dio di salvare i credenti con la stoltezza della predicazione. E mentre i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio. Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini» (1 Corinzi 1,18-25).
Il Crocifero comprende molto bene, col proprio sacrificio, il senso di quella frase sconvolgente del profeta Isaia riferita al Cristo, il Servo Sofferente: «Ma al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori» (Isaia 53,10). Una frase che non può non suscitare sconcerto e scandalo: lo scandalo, appunto, della Croce. Ho chiesto provocatoriamente a Michele citandogli quel passo di Isaia: «Per te crocifero questo Dio non è crudele?»; mi ha risposto: «Noi crociferi pensiamo che Dio non è crudele: è un simbolo di forza e tanta tanta voglia in Lui che ci ispira a farlo». E qui Michele mi ha ancora una volta stupito, richiamando alla mia mente quell’altro passo di Isaia avente sempre come protagonista il Servo Sofferente: «Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro. Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, le mie guance a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi. Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto svergognato, per questo rendo la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare confuso» (Isaia 50,5-7).
Proprio vero il popolare detto pugliese: Addumann a lu patuto, no a lu saputo! *
Buon tempo di Passione.

*Rinaldo Nazzaro, Ricordi degli Usi e Costumi dell'Antica Deliceto, Youcanprint, 2013.

sabato 1 aprile 2017

I Crociferi di Noja, teologi della Croce di Cristo

Oggi è sabato della IV settimana di Quaresima, che, fin dai tempi di Gelasio I, in Roma, era destinato alle sacre Ordinazioni. Siccome però queste importavano il gran digiuno con la Pannuchis presso la tomba di san Pietro, e di regola non si celebravano che all’alba della domenica, così è probabile che in origine questo sabato fosse aliturgico, come sempre si usava quando nell’Urbe seguiva la veglia domenicale.
La messa s’ispira ai pii sentimenti che dovevano provare in cuor loro i catecumeni man mano che si avvicinava il giorno del santo Battesimo. Il brano evangelico odierno tratta dell'illuminazione interiore dell'anima per mezzo della fede e perché i Farisei non vogliono accogliere la testimonianza di Gesù in causa propria, questi appella all'autorità del Padre che lo ha inviato (Gv. 8, 12-20). Questa disputa ebbe luogo nella sala delle offerte, detta, in greco, γαζοφυλάκιον, gazophylacium, per indicare, forse, che la beneficenza e la compassione verso i poveri ci mettono sulla via di trovare Gesù. Beato davvero chi trova Gesù, giacché trova un tesoro. Onde, diceva un Santo: «Gesù mio, chi vuole altra cosa fuori di te, non sa quel che vuole».
Nei lezionari romani del IX sec., si aveva, va detto, oltre a quella prevista per oggi (Is. 49, 8-15), una seconda lettura tratta da Isaia: Omnes sitientes venite ad aquas, chiamata dall’Introito e che sollecitava i catecumeni ad accorrere alla piscina battesimale (Is. 55, 1). Per questo, l'odierno sabato, ultimo di Quaresima prima del tempo di Passione, era detto Sitientes, cioè Assetati.
Se, a detta di Gesù, la casa terrestre del Padre divino non è casa di commercio, meno ancora lo è il paradiso. La grazia non si compra, ma Dio nella sua magnificenza la dà a tutti generosamente. Per divenire quindi santo, basta di corrispondere generosamente alla vocazione divina manifestataci nel santo battesimo, accorrendo lietamente, bibite cum laetitia, alle fonti della grazia che sgorgano dall'Eucaristia. Nell'odierna messa il divin Salvatore insiste in questo suo Invito.
Oggi, prima dei Vespri si coprono le Croci, le icone dell’altare e le immagini dei Santi. La consuetudine tollera, comunque, che si esponga sull’Altare il Venerdì di Passione la statua o l’immagine della Beata Vergine Addolorata. Le immagini delle stazioni della Via Crucis non si velano. Per cui, con la giornata di oggi, entriamo nel periodo di Passione, cioè le ultime due settimane che precedono la Pasqua.
Per questo, quanto mai opportune sono le parole del nostro Abate Emanuele Caronti O.S.B., che avevamo già ricordato nel 2015 (v. qui): «Siamo nella settimana di Passione. Gesù è sotto il torchio, e sotto questo torchio dovrà passare tutta l’umanità redenta, dovremo passare anche noi. Ma la legge del dolore, dura e spietata com’è, nel cuore di Dio si muta in uno strumento di amore infinito. L’anima non progredisce che in proporzione dei suoi sforzi, dei suoi sacrifici, dei suoi patimenti». Sul torchio mistico, v. qui.
Pubblichiamo, quindi, volentieri questo contributo del prof. Abbruzzi, che ci introduce nella I Settimana di Passione dedicato alla tradizionale e suggestiva visita ai Repositori (detti popolarmente "Sepolcri"), la sera del Giovedì santo, da parte dei c.d. crociferi (v. qui): uno dei riti della Settimana Santa a Noicattaro. Le origini di questa processione vengono fatte risalire all'inizio del '700 e denotano, comunque, un'ascendenza spagnola, che l'assimila ai riti che si svolgono nella città di Siviglia: «La processione dei crociferi, a Noicattaro, segna l’apertura delle celebrazioni per la Settimana Santa e il profondo rispetto per la tradizione fa sì che tutto sembri esattamente com’era trecento anni fa. Nella Pasqua del 1713 un nobile spagnolo, ora avvolto dall’anonimato, decise che anche nella sua nuova terra la Passione di Cristo sarebbe stata celebrata come a Siviglia: fu lui il primo ad attraversare le strade del paese con una croce in spalla e a flagellarsi con le catene davanti al Cristo in Croce. Quella che fu una scelta personale divenne presto tradizione popolare: di anno in anno il numero dei fedeli che hanno sollevato la Croce e seguito le orme del loro nobile predecessore è cresciuto e nessuno teme che in futuro la quantità di credenti forti e coraggiosi possa diminuire» (v. qui). Secondo altri, invece, l'origine sarebbe anche più risalente (v. qui).




Autore anonimo, Torchio mistico con i Sette sacramenti con donatore (Filips van Schoonhoven?), chiesa parrocchiale,  Aarschot

Gerolamo Troppa, Torchio mistico, XVII sec., Monastero di S. Chiara, Montecastrilli

Scuola di Quito, Torchio mistico, XVII-XVIII sec.

Giovanni Gasparro, Torculus Christi. Torchio mistico con i SS. Gabriele dell'Addolorata e Gemma Galgani, 2013, collezione privata

I Crociferi di Noja, teologi della Croce di Cristo

di Vito Abbruzzi

Venerdì sera, 24 marzo 2017, nella chiesa degli Agostiniani di Noicattaro (BA), di fronte ad un uditorio numeroso ed attento, Don Nicola Bux ha tenuto una conferenza sull’importanza teologica della plurisecolare tradizione dei Crociferi di Noja, commentando la frase paolina «Completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo» (Colossesi 1, 24) (cfr. sull'incontro, Valeria Dibenedetto, Chiesa della Lama: incontro sulla figura del Crocifero, in NoicattaroWeb, 3.4.2017).
Si tratta di autentica tradizione – non già di folklore! – che a Noicattaro orgogliosamente ci si tramanda, da tempo immemorabile, di padre in figlio: una tradizione che nasce dal basso (quasi ogni famiglia ha la sua croce e i suoi crociferi) e sempre, in qualche modo, criticata ed osteggiata dall’alto, scambiando quella che è una lodevolissima pratica di pietà popolare con una mera esibizione di forza individuale e collettiva.
No! La pia pratica dei Crociferi di Noja non è quello che i “signori benpensanti” (per dirla alla De Andrè) dicono essere: incuranti che il “mal-essere” dell’uomo moderno ha tra le sue cause prime proprio la desacralizzazione del sacro. E a denunciarlo non è un cattolico tradizionalista, bensì un agnostico: il filosofo Umberto Galimberti, che a questo tema ha dedicato due libri, entrambi pubblicati da Feltrinelli: Orme del sacro. Il cristianesimo e la desacralizzazione del sacro, nel 2000; Cristianesimo. La religione dal cielo vuoto, nel 2012 (v. qui).
Bisogna interrogare questi tanti anonimi cirenei, che, carichi di una pesante croce – per ore, in silenzio, a piedi scalzi, con una catena di trentatrè anelli (quanti gli anni di Cristo) legata alla caviglia destra, detta “disciplina” – girano incappucciati le chiese del paese, sfidando le imprevedibili avverse condizioni meteorologiche e… umane: fa sempre freddo, spesso piove, qualche anno addirittura nevica; c’è poi il crocifero che si ferisce alla pianta dei piedi, perché qualcuno non si è preoccupato di tener pulito il percorso, seminandovi invisibili oggetti contundenti o taglienti lasciati cadere lì a caso (come, ad esempio, pezzi di vetro di qualche bottiglia di birra fatta andare in frantumi).
Una autentica Via Dolorosa, come a Gerusalemme viene chiamata la storica Via Crucis percorsa da Gesù e ripetuta dai pellegrini cattolici che si recano nella Città Santa.
Ogni crocifero, interrogato sulle motivazioni che lo spinge a caricarsi della croce, in prima battuta dirà che così faceva il nonno e suo padre, e altrettanto intende fare lui: la croce come una sorta di testimone per cementare i legami delle varie generazioni tra di loro, confermando in questo modo la presenza attiva della propria famiglia ad un appuntamento per essa imperdibile: la Settimana Santa, i cui riti di devozione popolare si svolgono a partire dal Giovedì Santo sera (subito dopo la Messa in Cœna Domini) sino alla tarda serata del Sabato Santo (poco prima della Veglia Pasquale). Ma, andando più a fondo, si scoprono tante verità, pregne di teologia, che il singolo crocifero, con semplicità disarmante, racconta: verità scolpite nella propria carne dalla croce, che, ad onta della fatica pazientemente sofferta nel portarla, è e resta il “dulce pondus”, come detto nel canto Crux fidelis: l’inno gregoriano antichissimo e assai bello del Venerdì Santo.
Avendo la fortuna di avere come alunni parecchi ragazzi di Noicattaro che sono crociferi, ho chiesto loro, individualmente, le ragioni profonde che li spinge a fare ogni anno questa esperienza dolorosa ed esaltante allo stesso tempo. Uno, Antonio (diciassette anni), mi ha confidato che tre anni fa ha sentito forte il bisogno di prendere il posto di suo zio, morto suicida, che portava sempre una delle due croci più pesanti del paese (più di settanta chili). Pur non emulandolo, portando la stessa croce (non potrebbe sopportarne il peso), Antonio vive la propria esperienza di crocifero come un modo efficace per espiare anche il peccato dello zio. Durante tutto il tragitto, man mano che la fatica aumenta sino allo sfinimento, nella mente di Antonio si affollano i ricordi più brutti della sua vita, gli errori sin a quel momento da lui commessi, alleggerendosi così dallo schiacciante peso dei rimorsi grazie alla croce portata – ora su una ora sull’altra spalla, e mai poggiata per terra – con ammirevole dignità.
La lezione di Antonio è esattamente quella del discepolato di Cristo, che consiste appunto nel prendere la propria croce, smettendo di pensare solo a se stessi (cfr. Luca 9, 23), che poi si traduce, nella vita di tutti i giorni, nel portare i pesi gli uni degli altri (cfr. Galati 6, 2). E in questo i Nojani – a prescindere dall’essere crociferi o meno – sono di esempio. Come Stefania (diciassette anni), anch’ella mia alunna, la quale si è molto legata ad una sua compagna di classe di Conversano: Arianna, molto provata dalla malattia della sorella, che giovanissima sta lottando con un tumore. Il conforto che Stefania sta dando ad Arianna è encomiabile: dorme addirittura a casa dell’amica, quando la sorella di questa, con i suoi genitori, è a Milano per le cure chemioterapiche. E così non la lascia e non la fa sentire sola. Stefania è diventata per Arianna una seconda sorella. Per non dire poi di un mio ex alunno, sempre di Noicattaro, che tutti i pomeriggi andava a recitare il Rosario da suo zio, gravemente ammalato di SLA, dedicandogli due ore del suo tempo. Anche questo è portare la croce! E col sorriso! Infatti, non conosco una popolazione più gioviale di quella nojana: la simpatia suscitata anche dall’incomprensibile eppure fortemente espressivo vernacolo fa dei Nojani doc persone facete e argute. Come Giuseppe, mio ex alunno diplomatosi lo scorso anno, non a caso crocifero: una miniera inesauribile di risate. Ancora adesso lo ringrazio per avermi fatto ridere di gusto. E proprio per questo mi manca.
Un’altra lezione, ricevuta sempre da Antonio, è che, come Gesù non si scelse la croce da portare, altresì il crocifero: accetta in silenzio quella che al momento il responsabile delle croci gli porge, sempre proporzionata al suo fisico: chi vuol strafare, pretendendo una croce che non gli si confà, prima o poi viene meno, non senza l’altrui dileggio, ben conoscendo, da bravi contadini qual sono i Nojani, che «nessuno che ha messo mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio» (Luca 9, 62).
Un altro alunno, Michele (sedici anni), anch’egli crocifero per tradizione familiare, mi ha fatto comprendere – meglio di tanti teologi – il valore salvifico della Croce di Cristo. Alla mia domanda: «Ma Gesù avrebbe potuto salvarci con una modalità diversa da quella della Croce?», egli candidamente mi ha risposto: «No. La Croce è l’unica via possibile di redenzione per l’uomo». E ha ragione! Come dargli torto? I sindonologi insegnano che strumento più perfetto per mettere a morte un uomo mediante una lunghissima e dolorosissima agonia è stata ed è proprio la croce: strumento di infamia e di maledizione ben collaudato dai Romani nei confronti dei peggiori criminali – o presunti tali – non cittadini di Roma (come, ad esempio, gli schiavi). E invero «Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, diventando lui stesso maledizione per noi, come sta scritto: Maledetto chi pende dal legno» (Galati 3, 13). Ma il legno della Croce da maledizione è divenuto per noi strumento di benedizione: «albero beato, ai cui bracci fu appeso il prezzo del riscatto del mondo» (inno Vexilla Regis). «Conveniva infatti che Dio – per il quale e mediante il quale esistono tutte le cose, lui che conduce molti figli alla gloria – rendesse perfetto per mezzo delle sofferenze il capo che guida alla salvezza» (Ebrei 2, 10).
I Crociferi di Noja, dunque, quali veri teologi della Croce di Cristo. Una teologia, la loro, per niente accademica, testimoniata molto efficacemente nella personale ed intima assimilazione al Cristo crocifisso, facendo proprie le parole di San Paolo: «Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Galati 2, 20).
Alla domanda di Gesù «Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?» (Luca 18, 8), io non ho dubbi a rispondere che a Noicattaro certamente Egli, nostro signore e salvatore, la troverà, e la troverà in abbondanza… sino alla noja.