Sante Messe in rito antico in Puglia

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mercoledì 14 febbraio 2018

Storia, pratica e decadenza del digiuno quaresimale

Rilanciamo quest’interessante breve saggio.
Ricordiamo e raccomandiamo i precetti di digiuno ed astinenza cui sono tenuti i fedeli (v. qui e qui).



Storia, pratica e decadenza del digiuno quaresimale

Non è qui necessario rimembrare la grandissima utilità spirituale del digiuno come pratica di penitenza e mortificazione, i frutti che esso porta, e la necessità di praticarlo da parte dei Cristiani. Sin dai primi tempi, distaccandosi dagli usi giudaici, fu stabilito che i Cristiani non avessero cibi proibiti di per sé, ma dovessero osservare un rigoroso digiuno due volte alla settimana, il mercoledì (giorno del tradimento) e il venerdì (giorno della Crocifissione); a questi si aggiunse anche il sabato nella tradizione latina. Contemporaneamente, è invalso anche l’uso di osservare dei periodi di digiuno, periodi che servono a preparare spiritualmente e fisicamente il fedele alla celebrazione dei grandi misteri della Religione. Già dal IV secolo, come attesta S. Atanasio, era uso di osservare 40 giorni di digiuno per prepararsi alla Santa Pasqua, donde il nome di Quadragesima o Τεσσερακοστὴ.
I primi cristiani praticavano il digiuno quaresimale per 40 giorni di seguito (anche se sabati e domeniche non erano considerati giorni di digiuno, e per questi i giorni reali erano almeno 46, da cui si dovevano poi sottrarre i sopraddetti giorni liberi), seguendo una dura regola che ci viene descritta per filo e per segno in alcuni documenti del X secolo (riferentesi di per sé al digiuno per chi si preparava a ricevere gli Ordini Sacri), riassumibile in tre punti principali:
- Un pasto solo al giorno, consumato rigorosamente dopo il tramonto;
- Divieto di consumo di qualsiasi prodotto di derivazione animale (carne, uova, latticini, grassi animali etc.);
- Divieto di consumo di alcolici.
Ciò che stupisce, leggendo le cronache antiche, è che chiunque, persino il contadino che lavorava nei campi per ore e ore anche durante la Quaresima, osservava rigorosamente il digiuno. La struttura fisica degli uomini di un tempo era sicuramente molto più robusta di quella dei nostri contemporanei, per permettere loro di compiere duri lavori a stomaco vuoto e senza proteine animali, potremmo dire; resta nondimeno il fatto che in Occidente si è visto un progressivo ammorbidimento delle normative circa il digiuno, alla qual cosa può essere (a mio modesto parere) imputabile anche l’indebolimento generale della nostra struttura fisica, che oggi fatica alquanto a restare senza determinati cibi per giorni e giorni, o senza cibo anche solo per poche ore. La debolezza di fisico è infatti la conseguenza della riduzione del digiuno, non già la causa, che va ricercata nello zelo scemante della società. Il punto di arrivo è l’assurdo digiuno prescritto dalla costituzione apostolica Paenitemini emanata da Papa Montini nel 1966, peraltro ad oggi messa in pratica da ben pochi tra i cattolici moderni, a dispetto dell’estrema rilassatezza del digiuno da essa previsto. Limitandosi ad osservare le norme per la Quaresima, ignorando il resto dell’anno, possiamo notare che per i cattolici conciliari i giorni di digiuno durante la Quaresima si riducono da 40 a 2, più 6 astinenze senza digiuno. Questa aberrazione, per cui possiamo realmente dire che i cattolici moderni non hanno né un vero digiuno né una vera Quaresima, dimostreremo qui come essa da una parte discenda effettivamente da una progressiva rilassatezza nella pratica diffusasi nel mondo occidentale, ma dall’altra rompa completamente con la tradizione, abolendo quasi del tutto le già permissive regole promulgate appena mezzo secolo prima da Papa S. Pio X. Le norme paoline, infatti, altro non sono che l’ufficializzazione delle disposizioni date in tempo di guerra da Pio XII (1941), le quali dovevano però inizialmente avere il carattere della temporaneità, e soprattutto erano riferite a una società attanagliata da un conflitto mondiale, non certo alla società dei consumi di oggi.

Il digiuno nella tradizione bizantina

Per un debito confronto, reputo anzitutto utile presentare le regole tuttora seguite dai cristiani d’Oriente, e cattolici e ortodossi, le quali ricalcano in modo pressoché identico le consuetudini originarie del Cristianesimo primitivo.
Dopo un periodo preparatorio (una settimana senza carne, ma con licenza di uova e latticini anche di mercoledì e venerdì), che termina con la Domenica dei Latticini, s’inizia dal primo giorno della Grande Quaresima a seguire quotidianamente la regola del digiuno stretto, che comporta l’astinenza da carne e derivati, uova, latticini, pesce, vino e olio d’oliva. Il sabato e la domenica non sono giorni di digiuno secondo la tradizione orientale, ma le sue regole sono talmente strette che prevedono in questi giorni solo la licenza di olio e vino (nonché di pesce nella tradizione slava), e continuano a prescrivere l’astinenza dai cibi di derivazione animale. La stessa regola ‘moderata’ si segue anche in alcuni giorni festivi che cadono durante la Quaresima, come l’Annunciazione ο il miracolo di S. Teodoro di Amasea.
Ai fedeli non è richiesto di fare un solo pasto al giorno, cosa che invece è praticata dai religiosi; i più zelanti, e specialmente i monaci, solo durante la I settimana, non toccano cibo dal lunedì mattina fino al mercoledì sera (quando fanno un pasto dopo la Liturgia dei Presantificati), e poi di nuovo fino a venerdì sera (sempre dopo la Liturgia).
Durante la Settimana Santa, invece, alla sera del giovedì, prima dell’Ufficio dei XII Vangeli, si fa idealmente l’ultimo pasto, poiché durante il Venerdì non è concesso nemmeno ai fedeli di prendere alcunché; tutt’al più, per sostenersi, può esser concesso di prendere della frutta e un po’ di vino al sabato mattina, dopo la Divina Liturgia della Prima Risurrezione. Il digiuno cessa dopo gli uffici della notte di Pasqua.

Evoluzione del digiuno nella tradizione occidentale

Per analizzare invece la complessa evoluzione del digiuno in Occidente, che non ha mantenuto la fissità di quello orientale, ci baseremo sui seguenti testi: le Regole dei primi Padri (e.g., S. Cesario, S. Benedetto), la Summa Theologiae di S. Tommaso d’Aquino, i manuali di teologia e penitenza di diverse epoche (P. Scarsella per il ‘500-’600, P. Corella per il ‘600-’700, P. Righetti per l’800), e infine il Codex Juris Canonici del 1917.
Come norma generale, sancita già da S. Tommaso, giova ricordare che l’astinenza in Occidente obbligava dai sette anni in poi, il digiuno dai ventuno ai sessantacinque. Inoltre, differenza fondamentale rispetto alle usanze orientale, in Occidente fu sempre consentito il consumo di pesce e simili animali a sangue freddo (come rane, molluschi, tartarughe, ecc.), poiché le loro non erano usualmente considerate carni. Gli anfibi vengono trattati secondo la categoria alla quale assomigliano di più, in accordo alla classificazione aristotelico-tomistica. Infine, in Occidente solo le domeniche sono giorni liberi dal digiuno, ma in essi non si osserva il ‘digiuno moderato’ di stampo orientale, ma è lecito di mangiare qualsivoglia quantità e qualità di cibo.
I Padri d’Occidente attestano che le regole da osservarsi all’interno dei monasteri (che prevedevano anche diversi giorni della Quaresima durante i quali non si mangiava alcunché), assomigliavano parecchio a quelle dei monaci bizantini; in Settimana Santa, poi, era uso di cibarsi solo di pane ed erbe salate. Simile era anche il digiuno praticato dai fedeli, con l’aggiunta della pratica di consumare quotidianamente un solo pasto, dopo il Vespero. Ancora fino alle riforme del 1955, del resto, forse più per relitto che per pratica vera e propria, le rubriche del Breviario Romano, al Vespero del sabato avanti la I domenica di Quaresima, riportano che hodie et deinceps usque ad Sabbatum sanctum, exceptis diebus dominicis, Vesperae dicuntur ante comestionem, etiam in Festis (oggi e d’ora in avanti fino al Sabato santo, tranne le domeniche, i Vespri si dicono prima di prender pasto, anche nelle Feste)
Proprio su questo aspetto s’iniziò, sin dall’alto Medioevo, a ricamare ‘sofismi’ che avrebbero poi portato all’alleggerimento del digiuno. Per esempio, dal X secolo, nei monasteri iniziarono a cantare Vespro in Quaresima all’ora nona, per poter prendere subito dopo la refezione; nel giro di pochi secoli, l’ufficio vespertino fu anticipato addirittura al mezzogiorno, tanto che S. Tommaso avverte che non è lecito, né ai religiosi né ai fedeli, di consumare il pasto prima di mezzodì. Con l’anticipazione del pasto, non dovette passare molto tempo perché (nel XIV secolo) venisse introdotta la possibilità di compiere una ‘refezioncella’ alla sera, la quale sarà, nei secoli successivi, quantificata dai moralisti in circa 250 grammi (i più severi, come l’Arregui, concedevano solo di mangiar pane in questa refezione; la maggioranza, cionondimeno, ammetteva qualsiasi cibo non proibito dalla legge dell’astinenza). Nel frattempo, s’inizia anche a normare cosa si possa prendere fuori pasto. Già la tradizione antica e bizantina ammetteva che l’assunzione di liquidi durante i giorni di digiuno fosse lecita (escluso ovviamente il latte); i moralisti stabilirono che era lecita qualsiasi bevanda presa per dissetarsi o riscaldarsi, giammai per nutrirsi. Alcuni ammettevano di poter sciogliere dello zucchero o un po’ di confettura all’interno della bevanda (sempre a patto che lo scopo fosse di addolcirla per renderla bevibile, e non di darsi nutrimento); particolarmente noto è l’aneddoto che vuole che Papa S. Pio V abbia fatto rientrare la cioccolata calda tra le bevande lecite, in quanto, essendone restato disgustato, l’aveva sentenziata come una ‘penitenza aggiuntiva’ (si deve tener conto, anche nell’osservanza di questo indulto, che la cioccolata dell’epoca era rigorosamente amara). Iniziano a studiarsi debitamente anche tutti i casi in cui si commetta peccato nel rompere il digiuno (p.e., quanta carne o quanto cibo fuori pasto lo rompa; chi possa esser scusato dal non aver osservato il digiuno, etc.). Compaiono tra il XVI e il XVII secolo le istruzioni circa la concessione delle dispense, concesse ordinariamente dai Parroci o dai Confessori, di poter consumare uova e latticini; rare sono invece quelle che svincolano dall’obbligo di digiunare, o di non consumare carne. Compaiono anche alcune dispense ‘nazionali’: in Spagna fu per esempio fu permesso su tutto il territorio nazionale di consumare uova e latticini in alcuni giorni della Quaresima; ai conquistadores in Messico fu concesso di consumare carne di topo, non essendovi altro mezzo di sostentamento per essi.
Ai primi dell’Ottocento il Righetti attesta due cose: la progressiva diminuzione dello zelo nell’osservare il digiuno (più volte nel suo manuale paragona i rilassati costumi dei suoi contemporanei a quelli molto più osservanti degli Orientali); l’introduzione di una nuova refezione lecita, ossia una piccola colazione al mattino (quantificata in 60 grammi) per darsi le energie necessarie a svolgere il proprio lavoro durante la mattinata. Con quest’ultima concessione, di fatto il ‘digiuno’ non ha più (se non nella sua formulazione teorica sine licentiis) il suo significato originale e antico di un solo pasto durante il giorno, ma indica piuttosto una certa riduzione della quantità di cibo consumate in due dei tre pasti quotidiani, e l’astenersi da prender cibo fuor da tali tre refezioni.
Verso la fine del XIX secolo la pratica appare assai abbandonata: a titolo d’esempio, quasi tutti i paesi godono di una licenza, parziale o totale, dall’astinenza da uova e latticini; gli Stati Uniti ottengono nel 1887 addirittura il permesso di consumare carne nel pasto principale di lunedì, martedì e giovedì, e di usare grassi animali tutti i giorni.
Queste son dunque le premesse che portarono alla nuova normativa del digiuno, stabilita da S. Pio X agl’inizj del XX secolo, e riportata dapprima nel suo Catechismo, e indi nel Codice di Diritto Canonico di cui egli iniziò la redazione, portata a compimento tre anni dopo la sua morte dal successore Benedetto XV. Si trattò infatti, più che di una ‘rivoluzione normativa’, di riscrivere in una forma più semplice la norma già allora osservata, recependo l’effetto di tutti quegl’indulti oramai globalmente diffusi.
Viene dunque sostanzialmente mantenuto l’obbligo del digiuno quotidiano, con annessa possibilità di refezioncella e colazione supplementari, mentre l’astinenza delle carni viene ridotta ai soli mercoledì, venerdì e sabati della Quaresima (mentre negli altri giorno sono lecite solo al pasto principale). Le uova e i latticini, precisa letteralmente, non sono mai proibite dalla nuova legge dell’astinenza. Scompaiono anche le prescrizioni particolari per la Settimana Santa, che a dire il vero erano state ignorate, e probabilmente dunque sostituite dall’estensione delle norme del resto della Quaresima, già da qualche secolo.

In conclusione, ritengo che al momento, viste le mutate condizioni fisiche e le abitudini contratte, sarebbe per gli Occidentali molto difficile ritornare alla purezza e al rigore del digiuno quaresimale della tradizione antica e bizantina; essi però, guardando con sana invidia all’esempio dell’Oriente che continua tutt’oggi ad osservare questa dura regola, dovrebbero applicarsi massimamente nell’osservazione del digiuno almeno secondo le norme promulgate da Papa San Pio X. Escludo a priori che seguire la regole del ‘66, improntate alla nuova mentalità ‘facile’ dei modernisti, possa portare mai un qualche frutto spirituale.
Digiunare non è infatti, come qualcuno vuol far credere, una pratica desueta, consuetudinaria ma sterile, solo esteriore e simbolica, ma è al contrario una delle pratiche ascetiche più efficaci, più probanti, più fruttuose, più vere. E solo un digiuno duro, sincero, magari praticato nel segreto, non senza fatica, unitamente alla preghiera ardente, umile e incessante, e alla carità in nome di Dio, è la chiave infallibile che un Cristiano possiede per poter vincere il demonio e le passioni e giungere purificato all’unione con il Signore nei Suoi misteri di Passione, Morte e Risurrezione.
Buona Santa Quaresima!

sabato 13 febbraio 2016

L'incontro tra l'Antica Roma e la Terza Roma e la fecondità della Chiesa nella sua stabilità bimillenaria

Sembra quasi di sognare ad occhi aperti.
La dichiarazione congiunta tra il vescovo di Roma ed il Patriarca di Mosca e di tutta la Russia Kirill (v. qui) pare quasi un miracolo. Non certo per l’incontro. No. Ci voleva davvero il patriarca moscovita per far sottoscrivere delle dichiarazioni (la maggior parte) in sintonia con la fede cattolica, che non fossero vaghe e generiche. Almeno su alcuni temi. E che sia opera dell’intervento del Patriarcato lo dimostra il fatto che i punti clou (ad es., quelli che parlano della secolarizzazione dell’Europa, della persecuzione dei cristiani per la loro fede, delle radici solo cristiane del Vecchio Continente, della stigma per l’equiparazione delle convivenze al matrimonio, della lotta al relativismo, ecc.) presentano uno stile pomposo ed altisonante (tipico del modo di esprimersi moscovita); viceversa, le altre, legate alle tematiche global-ambientaliste, più dimesse quanto a stile e dai contenuti vaghi, generici e populisti e talora erronei (v. ad es. il punto n. 13, n. 17 o il n. 25 tanto per segnalarne alcuni), sembrano provenire dall’entourage dell’Antica Roma. Un'ulteriore conferma la si può avere raffrontando questo testo con la dichiarazione congiunta, che fu sottoscritta a Gerusalemme nel maggio 2014 col Patriarca Bartolomeo I: i toni e le modalità di esprimere i contenuti, che pur sono ripresi in quella con il Patriarca moscovita, sono completamente diverse (v. qui la dichiarazione del 2014 per un raffronto).
Due cose poi hanno colpito.
La prima: il fatto che il vescovo di Roma abbia accettato di colloquiare col Patriarca Kirill alla presenza – senz’altro imposta dal Patriarcato – di un “terzo incomodo”, vale a dire il Crocifisso alle spalle dei due; e di firmare la dichiarazione con a fianco dell'icona della Madre di Dio di Kazan! Dettagli non da poco.












La seconda: quando c’è stata la presentazione, dopo le firme, del documento, il Patriarca moscovita ha posto in luce i fondamentali – per lui e, si potrebbe dire, anche per le orecchie cattoliche – contenuti a base del documento (la difesa dei cristiani della famiglia e della vita); mentre il vescovo di Roma, more solito, ha mantenuto, nel suo intervento, il profilo populista e vago, che ormai lo contraddistingue. Ci voleva insomma Mosca per far dire alla decadente – in tutti i sensi – antica Roma qualcosa di cattolico!!!! Forse uno degli ultimi canti del cigno?
È davvero curioso che il rinnovamento, nella fede cattolica, debba passare per l’incontro con coloro che, formalmente scismatici, sono rimasti fermi al primo millennio dell’epoca cristiana … e che ignorano il depositum fidei sviscerato nel secondo millennio.
Sta di fatto che, al di là dei profili politici che pur hanno contrassegnato quest’incontro in territorio neutrale quale Cuba e che sono stati giustamente messi in rilievo in alcuni commenti (v. quiqui e qui), quel che è davvero importante, come rileva Cristina Siccardi nell’articolo, che rilanciamo, è il recupero della fede cattolica, il quale non potrà che avvenire se non dal rinvigorimento di quella linfa, oggi davvero quasi essiccata, che è data dalla riscoperta delle verità, dei principi e valori eterni, sempre uguali a se stessi. E l’incontro con l’ortodossia scismatica, forse, può essere occasione di questo rinvigorimento, costituendo un freno alla deriva totale, nell’attuale frangente storico in cui la Chiesa cerca più di compiacere il mondo piuttosto che piacere a Cristo, tentando di guarire i suoi malanni e sanare la sua crisi – di cui è pure consapevole sotto certi aspetti, sebbene non ne comprenda la diagnosi – lontana dal Medico per eccellenza, cioè il Signore Gesù.

La fecondità della Chiesa sta nella sua stabilità millenaria

di Cristina Siccardi

La vita viene dalla fecondità, il nulla dalla sterilità. Il nostro tempo è caratterizzato da una diffusa sterilità voluta (aborti, contraccezioni) e involuta (problemi legati allo stile di vita: matrimoni tardivi, stress, vita da single…) ed ecco che l’Europa è vecchia.
Anche la Chiesa è vecchia, lo ha affermato, con angoscia, Papa Francesco all’incontro con i partecipanti al Giubileo della Vita consacrata lo scorso lunedì 1° febbraio, nell’Aula Paolo VI: «(…) vi confesso che a me costa tanto quando vedo il calo delle vocazioni, quando ricevo i vescovi e domando loro: “Quanti seminaristi avete?” – “4, 5…”. Quando voi, nelle vostre comunità religiose – maschili o femminili – avete un novizio, una novizia, due… e la comunità invecchia, invecchia…. Quando ci sono monasteri, grandi monasteri, e il Cardinale Amigo Vallejo (si rivolge a lui) può raccontarci, in Spagna, quanti ce ne sono, che sono portati avanti da 4 o 5 suore vecchiette, fino alla fine… E a me questo fa venire una tentazione che va contro la speranza: “Ma, Signore, cosa succede? Perché il ventre della vita consacrata diventa tanto sterile?”».
Domanda legittima, domanda doverosa, domanda alla quale il Santo Padre non ha però dato una risposta, si è limitato ad invitare le comunità religiose a pregare affinché la fecondità torni nelle congregazioni e negli ordini religiosi. Ma la Madre Chiesa è infeconda perché è molto malata. E una madre assai malata non può mai generare figli. Nella storia le maggiori chiamate vocazionali sono giunte quando ci sono stati Pontefici che hanno riformato la Chiesa nel solco della Tradizione, quando hanno rivolto lo sguardo severo agli errori e li hanno, come un buon padre di famiglia, evidenziati, definiti, invitando i fedeli a starne ben lontani per non essere a loro volta contaminati.
Oggi questo non sta avvenendo e le conseguenze delle piaghe/rughe degli errori ecclesiali ricadono, inevitabilmente, sulla Chiesa stessa, con una sua tragica senilità. «Ma, Signore, cosa succede? Perché il ventre della vita consacrata diventa tanto sterile?»: adattandosi al mondo e adagiandosi sul mondo, la Chiesa perde la sua vitalità rigenerante, il suo essere principio di virgulto. «Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli. Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» (Gv 15, 5-11).
I germogli primaverili della Fede sono alimentati da una Chiesa che ha in sé la linfa dei principi e valori eterni, sempre uguali a se stessi; se la linfa viene mutata con surrogati proposti dal mondo la Chiesa perde la sua forza attrattiva: il profumo del sacro rapisce le anime; l’odore e l’olezzo del mondo allontana l’anima assetata di vita spirituale. Le chiamate non mancano fra i giovani perché Dio non si stanca mai di espirare il suo richiamo d’amore, ma sono le risposte che sono insoddisfacenti e il giovane chiamato rinuncia, perché non trova la fonte in grado di appagare la sua arsura. Per trovare il mondo nella Chiesa, tanto vale appartenere al mondo.
La forza di attrazione della Chiesa non sta nella sua umiliante piegatura alle direttive ideologiche e culturali del momento, ma nella sua stabilità millenaria di proposta della Verità: «Non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal maligno. Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. Consacrali nella verità. La tua parola è verità. Come tu mi hai mandato nel mondo, anch’io li ho mandati nel mondo; per loro io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità» (Gv 17, 15-19). Questo è ciò che cerca il giovane: dare un senso alla propria vita e darlo nella Verità.
Quando la Riforma Protestante ferì drammaticamente il cuore della Chiesa, Santa Teresa d’Avila operò con un’azione di fortissima opposizione all’errore. Concepì così e condusse a termine, attraverso infinite peripezie, contrasti e sofferenze, quella Riforma del proprio Ordine che da lei prese il nome e diede origine ai Carmelitani Scalzi.
Il 24 agosto 1562 fondò in Avila il suo primo monastero, dedicato a San Giuseppe, dove le monache cominciarono a vivere, in spirito di amore e di abnegazione, una vita il più possibile vicina a quella degli antichi monaci del Monte Carmelo e secondo quelle norme che in seguito Teresa di Gesù codificherà nelle sue Costituzioni. Le fondazioni dei monasteri di Carmelitane Scalze si susseguirono numerose fino al 1582. Le vocazioni fioccavano prodigiosamente. Nel 1568 la Riforma Teresiana si estese ai Padri, grazie all’incontro di Santa Teresa con San Giovanni della Croce e venne fondato a Durvelo il primo convento di Carmelitani Scalzi.
Attraverso l’Autobiografia, le Relazioni, il Cammino di Perfezione, il Castello Interiore, le Fondazioni, gli Avvisi, i Pensieri, le Esclamazioni, le Poesie, le Lettere, Santa Teresa di Gesù riuscì ad infiammare migliaia e migliaia di cuori, fertilizzando, con un apostolato instancabile, la terra della Chiesa. San Pio V, Sant’Ignazio di Loyola, San Carlo Borromeo, San Filippo Neri, San Francesco di Sales… le vite non falsificate, modernizzate, politicamente corrette  dei Santi che hanno combattuto errori ed eresie dovrebbero essere pubblicate e riproposte ai giovani.
Ha ancora dichiarato il papa: «Alcune congregazioni fanno l’esperimento della “inseminazione artificiale”. Che cosa fanno? Accolgono…: “Ma sì, vieni, vieni, vieni…”. E poi i problemi che ci sono lì dentro… No. Si deve accogliere con serietà! Si deve discernere bene se questa è una vera vocazione e aiutarla a crescere. E credo che contro la tentazione di perdere la speranza, che ci dà questa sterilità, dobbiamo pregare di più. E pregare senza stancarci. A me fa tanto bene leggere quel brano della Scrittura, in cui Anna – la mamma di Samuele – pregava e chiedeva un figlio. Pregava e muoveva le labbra, e pregava… E il vecchio sacerdote, che era un pò cieco e che non vedeva bene, pensava che fosse ubriaca. Ma il cuore di quella donna (diceva a Dio): “Voglio un figlio!”. Io domando a voi: il vostro cuore, davanti a questo calo delle vocazioni, prega con questa intensità? “La nostra Congregazione ha bisogno di figli, la nostra Congregazione ha bisogno di figlie…”. Il Signore che è stato tanto generoso non mancherà la sua promessa. Ma dobbiamo chiederlo. Dobbiamo bussare alla porta del suo cuore. Perché c’è un pericolo – e questo è brutto, ma devo dirlo –: quando una Congregazione religiosa vede che non ha figli e nipoti ed incomincia ad essere sempre più piccola, si attacca ai soldi. E voi sapete che i soldi sono lo sterco del diavolo. Quando non possono avere la grazia di avere vocazioni e figli, pensano che i soldi salveranno la vita; e pensano alla vecchiaia: che non manchi questo, che non manchi quest’altro… E così non c’è speranza!».
Pregare è doveroso, ma per guarire dalla sterilità occorre anche l’indispensabile volontà del paziente di fare ritorno al Medico per eccellenza: Cristo Sacerdote, unica Via, unica Verità, unica Vita. D’altra parte ci sono seminari nel mondo come questi http://www.sanpiox.it/public/index.php?option=com_content&view=article&id=1718:sacerdoti-per-il-terzo-millennio-film&catid=47&Itemid=434, dove il Sommo Medico viene preso in parola e le giovani vocazioni, germogli di gioiosa speranza perenne, non si fanno, infatti, attendere.

venerdì 22 gennaio 2016

Lo scempio dell’arte sacra contemporanea

Un’interessante riflessione del prof. De Mattei sul decadimento dell’arte sacra contemporanea. È notizia di qualche giorno fa, peraltro, quella della realizzazione di una chiesa (non si sa di che confessione) o sala per …. matrimoni a Taiwan avente per forma la scarpetta di cristallo di Cenerentola …. (v. qui, qui, qui e qui).




Quantomeno interessante è perciò il contributo del prof. De Mattei.

Lo scempio dell’arte sacra contemporanea

di Roberto de Mattei

Riportiamo l’editoriale del prof. Roberto de Mattei che apparirà sul numero 111 del mensile Radici Cristiane(febbraio 2016).

La nuova cattedrale di Créteil, in Val di Marna, inaugurata il 20 settembre 2015, si aggiunge al lungo elenco delle brutture architettoniche degli ultimi decenni. Ciò che rende più grave lo scempio è che si tratta di architettura sacra, cioè di un’espressione artistica che dovrebbe aiutare l’uomo ad elevarsi verso il Cielo.

La prima caratteristica di queste chiese come di altri templi della liturgia postmoderna, è invece il fatto che esse distolgono da Dio. Sono chiese brutte perché chi le progetta snatura intenzionalmente la loro funzione di luogo di celebrazione del culto divino. È bello ciò che è vero ed è vero ciò che realizza se stesso, ciò che non tradisce il proprio fine e la propria natura. In questo senso, come osservava Mario Palmaro, la bellezza ha un carattere «normativo» insito in sé, rimanda alla natura umana, che non muta, in ogni tempo e sotto ogni latitudine. E poiché l’uomo ha una natura razionale, «nelle cose umane – afferma san Tommaso d’Aquino – il bello si ha quando qualcosa è ordinato secondo ragione» (Summa Theologica, II-IIae, q. 142, a. 2).

Gli architetti moderni seguono le proprie deformi costruzioni mentali e non le leggi immutabili che regolano l’universo. Eppure tutto ciò che è prodotto dall’uomo ha una sua perfezione e una sua bellezza solo in quanto corrisponde al fine che gli è proprio. E se Dio è il fine ultimo di tutte le cose, ogni essere creato ha un fine specifico che corrisponde alla propria natura ed essenza. Il fine è anche una “funzione”, una specifica attività diretta a uno scopo.

La bellezza di un’opera d’arte deriva dalla sua funzionalità cioè dalla capacità di raggiungere il proprio fine. San Tommaso lo spiega con un esempio eloquente. «Qualsiasi artefice tende a dare alla sua opera la forma migliore non in senso assoluto, ma in relazione a un fine. E l’artefice non si cura se tale disposizione porta con sé una certa mancanza. Così come l’artefice che fabbrica una sega per segare la fa di ferro perché sia idonea alla sua funzione; né gl’importa di farla di vetro, materia più bella, perché tale bellezza sarebbe d’impedimento al raggiungimento del fine» (Summa Theologica, I, q. 91, a. 3).

Una sega di vetro non sarebbe bella perché sarebbe inutile, come sarebbe priva di bellezza una spada che non tagliasse. Una cattedrale è costruita per celebrare il Santo Sacrificio della Messa e riunire i fedeli in adorazione e preghiera. Essa è ben riuscita, cioè è vera cattedrale, se aiuta i fedeli a pregare e adorare. Se non raggiungesse questo fine sarebbe irrimediabilmente brutta come le chiese moderne, che sembrano svolgere la funzione di garage o magazzini piuttosto che di luoghi di preghiera.

Le quattro cattedrali di Chartres, Amiens, Orvieto e San Marco, dette le quattro Bibbie nel marmo, per la loro capacità di riprodurre nella pietra i testi sacri del Cristianesimo, sono, al contrario, un luminoso esempio della corrispondenza tra il mezzo e il fine. Ciò che le rende belle è il fatto che sono state pensate per elevare l’uomo verso il Cielo e raggiungono perfettamente il loro scopo.

Oggi il numero dei turisti in visita alle cattedrali d’Europa è maggiore di quello dei fedeli che le affollano. Eppure quelle cattedrali furono costruite per pregare, e non per essere ammirate come opere d’arte. La loro bellezza è una conseguenza della verità che trasmettono e che pochi colgono. Il compito della Chiesa, piuttosto che incoraggiare la costruzione di orride chiese, dovrebbe essere quello di accompagnare ogni visita ad una cattedrale, con un’adeguata catechesi che dal bello faccia risalire al vero.

L’opera d’arte non è solo una combinazione di superfici, forme e colori, ma la visualizzazione di un pensiero. Uomini e donne di tutti i Paesi e di ogni provenienza ideologica ammirano la bellezza delle opere d’arte cristiane, dimenticando che queste opere non sarebbero state realizzate se non fossero state prima concepite secondo un modo di pensare che era la filosofia del Vangelo. Le cattedrali, gli affreschi, gli oggetti che fanno parte del nostro patrimonio culturale hanno alle spalle una visione del mondo che va ritrovata, un significato che va riscoperto. Nessuna evangelizzazione potrebbe oggi essere più efficace di questa.

La cattedrale di Créteil, come la chiesa realizzata da Massimiliano Fuksas a Foligno e il nuovo santuario di padre Pio edificato da Renzo Piano a San Giovanni Rotondo sono raccapriccianti perché rinnegano la propria identità di luoghi sacri. Questi edifici sono brutti, anzi orrendi, perché non sono funzionali, ovvero non corrispondono allo scopo per il quale sono stati edificati. Chi visita le nuove chiese di Créteil, di Foligno o di San Giovanni Rotondo non contempla il bello e non conosce il vero, ma si trova in un ambiente opposto al proprio desiderio di raccoglimento e di elevazione a Dio. La filosofia di vita che ha ispirato queste costruzioni è quella degli architetti imbevuti di spirito agnostico e relativista che le hanno ideate.

Chiesa si S. Paolo, Foligno, opera di Fuksas
È la visione del mondo dell’Occidente nichilista e opulento, estraneo a Dio, chiuso nella conchiglia del proprio orgoglio, immerso nel cubo del proprio egoismo. Non c’è spazio in questi templi neo-pagani per la liturgia millenaria della Chiesa, per le melodie del gregoriano o del polifonico, per la tenera devozione dei fedeli alla Madonna ed ai santi. C’è l’invito semmai a indirizzarsi verso la Kaaba islamica, come a Foligno, o verso la religiosità massonica, come a San Giovanni Rotondo. Il messaggio di Créteil è altrettanto distruttivo: l’impressione è quella di una effimera e illusoria Disneyland della fede.

Le radici cristiane della società vengono estirpate ogni volta che viene eretto un tempio come quelli realizzati dai divi dell’architettura contemporanea. Le radici cristiane vengono impiantate ogni volta che si costruiscono e si arredano chiese, secondo le regole dettate dalla ragione, dalla fede e dalla Tradizione. Le radici cristiane si difendono anche combattendo l’arte contemporanea e tendendo l’orecchio al messaggio dolente che, attraverso le antiche cattedrali sfigurate, ci trasmette il passato. Radici Cristiane è nata, dieci anni fa, per farsi eco di questa voce.